NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 29 marzo 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XVII

L'on Alfredo Misuri
L'on. Misuri è bastonato a sangue dai fascisti ma la Camera vota ugualmente il giorno dopo la fiducia a Mussolini.

L'on. Misuri, nella seduta del 29 maggio, in un discorso benché intonato alla difesa del fascismo ed alla sua opera redentrice, osa affermare: «Gli apologisti dell'on. Presidente del Consiglio ricorrono spesso a paralleli biografici. Per una volta tanto mi permetterò di seguirli. Con l'insistenza dei ricordi dell'infanzia mi sovviene un trattatello elementarissimo di storia, un capitolo del quale era intitolato Bonaparte abbatte l'inetto Direttorio, e al capitolo seguente si leggevano le buone e grandi opere compiute dal Bonaparte dopo liberatosi dall'inetto Direttorio ». La sera stessa il Misuri viene aggredito in un vespasiano nei     pressi della Camera e bastonato a sangue. All’apertura  della seduta seguente l'on. De Nicola così annuncia il fatto che avrebbe potuto essere mortale: Onorevoli colleghi!Ieri sera l’on. Misuri, in seguito al discorso pronunciato in quest’aula, fu vittima di una vile aggressione che io, interprete della vostra unanime indignazione solennemente deploro, non solo per la violenza esercitata sulla persona di un deputato, ma anche per la violazione di una delle più sacre guarentigie parlamentari, la libertà di parola che è assicurata a tutti i rappresentanti della Nazione ».
Si associa alla protesta l'on. Acerbo a nome del governo e nessun altro fiata. Subito dopo viene presentato un ordine del giorno sulla libertà sindacale e contro il monopolio delle corporazioni fasciste fatto con minacce ai singoli e con violenze esercitate contro le sedi di altri sindacati, ma nessuno prende la parola, all'infuori del presentatore dell'ordine del giorno on. Mastracchi che lo illustra in un discorso ad intonazione drammatica ed accusatrice contro il governo. Solo l'on. Conti interrompe investendo Mussolini per avere accolto come collaboratori «questi ex bolscevichi che sono i colleghi popolari». Alcuni colleghi fascisti di Misuri che si erano congratulati con lui per lo scampato pericolo, Chiostri, Paolucci, Di Trabia, Benni, Mattoli sono da Mussolini minacciati di punizione e più tardi il Misuri sarà inviato al confino, quale atto di solidarietà del governo con gli aggressori.

Nello stesso giorno a Torino Piero Gobetti direttore di Rivoluzione Liberale è arrestato per la seconda volta per attentato contro la sicurezza dello Stato. La rivista è di pura cultura, ma si contesta al Gobetti il diritto alla critica poiché questa è considerata un reato.
All'indomani a Montecitorio si vota l'ordine del giorno Renda: «La Camera conferma la sua fiducia nel Governo e passa alla discussione dell'articolo unico della legge sull'esercizio provvisorio per l'anno finanziario 1923-1924 ». Votano la fiducia al governo tutti i deputati dei gruppi nazionali, da destra a sinistra e cioè: fascisti, nazionalisti, popolari, democrazia sociale, liberali di tutte le tendenze, socialisti riformisti.
Voti favorevoli al Governo: 238; contrari: 83. (31 maggio 1923).
Senza discussione poi, si approva l'articolo unico della legge che a scrutinio segreto dà il seguente risultato:
Voti favorevoli al Governo: 188; Contrari: 62.
Con l'approvazione dell'esercizio provvisorio la Camera ripete la sua fiducia al governo, poiché se il voto contrario su di un bilancio solo è atto di sfiducia verso il titolare di un dicastero, quello contrario all'esercizio provvisorio suonerebbe invece sfiducia a tutto il governo che verrebbe così a trovarsi nella necessità di rassegnare le dimissioni.
Nell’atmosfera di contrasti, di equivoci e di ipocrisia il governo annuncia, attraverso il Gran Consiglio, che intende portare a termine la riforma elettorale introducendo il sistema « maggioritario », seppellendo così la proporzionale che aveva tanto contribuito a trasformare il governo parlamentare in “Direttorio di gruppi”, ossia di partiti.

La tirannia delle fazioni non può trovare altro rimedio all’infuori della dittatura, nel quale la farà sfociare la riforma elettorale.

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