NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 5 marzo 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XV

Don Sturzo cacciato dal Vaticano, da una vignetta dell'epoca.
Don Sturzo silurato dal Vaticano

Sul Giornale d'Italia (26 giugno 1923) De Gasperi assumendo le difese di don Sturzo conferma ancora: «Abbiamo sostenuto il governo di Mussolini fino dalla marcia su Roma. Crediamo oggi che sia l'unico governo possibile e non sogniamo nemmeno di volergli sbarrare la via con abili barricate parlamentari». Ma mentre fa dire questo dal suo sostituto (De Gasperi è presidente del gruppo parlamentare) don Sturzo - vista l'impossibilità di tornare al governo - manovra sott'acqua e poi passa all'opposizione puntando improvvisamente i piedi sulla proporzionale e scrive sul Popolo: «Per noi la rivoluzione fascista non può ricercare il titolo della sua legittimità se non nella forma del voto di tutto il corpo elettorale che la proporzionale assicura come conseguenza diretta del suffragio universale. Indietro non è possibile ritornare se non rinnegando questo e togliendo ogni possibilità di «manifestazione concreta del consenso del popolo». E' una presa di posizione in contrasto alla deliberazione del gruppo parlamentare nell'ordine del giorno Gronchi di otto giorni prima, nel quale è detto: «Da tale punto di vista (al di sopra delle vedute di parte) il gruppo popolare intende valutare anche il problema della riforma elettorale coordinandola alle supreme esigenze del Paese». Don Sturzo dimentica che due giorni prima, riunitosi il Direttorio, presenti i maggiorenti del partito, fra i quali si notavano lo stesso don Sturzo, Mattei - Gentili, Cingolani, Bresciani, De Gasperi, Guarienti e Bertone votavano compatti, un ordine del giorno nel quale si riconfermava «la fiducia al governo fascista ripetendo i concetti di leale collaborazione già espressi nell'adunanza del gruppo parlamentare a palazzo Soderini».
Insiste il Corriere d'Italia: «La nostra collaborazione dovrà continuare anche se non saranno più al governo i nostri amici: perché siamo convinti che tutte le forze sane della Nazione devono proporsi oggi, più che mai, di guardare prima che al partito al Paese. Questo è il nostro pensiero; questo sarà il nostro atteggiamento».
Altro linguaggio tiene il Popolo che arriva al punto di fare richiami alla situazione internazionale, richiami che provocano un severo ammonimento del Popolo d'Italia: «Che cosa significa questo tortuoso giro di parole? Forse l'argano donsturziano tende a richiamare o minaccia di richiamare l'attenzione dei governi alleati sul regime fascista? Dobbiamo dunque, credere che don Sturzo si appelli allo straniero o tenda ad appellarsi allo straniero per una questione interna nella quale noi e solo noi intendiamo essere arbitri?».
L'on. Aroca, dimesso d'autorità dal partito così si esprime in una intervista: «Il compito dei deputati popolari è uno solo: obbedire. Quello di obbedire e votare secondo gli ordini ricevuti. Al principio della legislatura ci è stata consegnata una circolare che vieta nel modo più assoluto ai deputati di concedere interviste, scrivere articoli, prendere la parola alla Camera o in riunioni, presentare interrogazioni, interpellanze, mozioni, o soltanto firmarle, senza preventiva approvazione scritta della direzione del gruppo, direzione che ci fa imposto di votarla senza che neppure ne conoscessimo i componenti, posta com'è alle dirette dipendenze di don Sturzo, il quale poi chiama spesso anche i deputati a render conto durante lo svolgersi delle sedute e nei locali stessi di Montecitorio. Il partito si regge su questa strana struttura: Sturzo domina, comanda, decide, valendosi dei suoi spauracchi, da lui stesso fabbricati: i deliberati dei Congressi, il Consiglio Nazionale, la Direzione del Gruppo Parlamentare ».
Così don Sturzo esercita la dittatura. Ed il Popolo d'Italia lo mette alle strette: «O con noi o contro di noi», e sottolinea come il prete siciliano persista «a voler essere nello stesso tempo nostro amico e nostro nemico, nostro collaboratore e nostro oppositore, nostro compagno di lotta e domani forse nostro legittimo erede. Non si dice con questo che il P.P. debba scomparire. Si dice che non è possibile che esso continui a vivere nell'agguato, nell'equivoco, al riparo di quelle diocesi che ben altra luce sono chiamate a diffondere per paesi e città».

Stretto nella morsa della opposizione dei suoi e degli ammonimenti del governo, colpito dal siluro lanciatogli molto abilmente dal Vaticano a mezzo di monsignor Pucci, don Sturzo si dimette da segretario del partito motivando le dimissioni quale protesta contro la legge a sistema maggioritario, ma in realtà per la insostenibilità della sua politica ambigua. Politica che finisce di logorare quelle forze che avrebbero potuto fin dal principio portare un argine al fascismo, mentre invece rese inutile ed impotente la sua tardiva sfida. Non è concepibile che un sacerdote si eriga ad alfiere di una improvvisa ribellione contro un governo ch'egli aveva fino al giorno prima protetto e col quale il suo partito aveva collaborato nello stesso ministero. Fu una ribellione determinata soltanto per difendere posizioni elettorali e per non voler cedere la chiave strategica del Parlamento. Questo solo, e nulla più.

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