Sul Giornale d'Italia (26
giugno 1923) De Gasperi assumendo le difese di don Sturzo conferma ancora: «Abbiamo
sostenuto il governo di Mussolini fino dalla marcia su Roma. Crediamo oggi che
sia l'unico governo possibile e non sogniamo nemmeno di volergli sbarrare la
via con abili barricate parlamentari». Ma mentre fa dire questo dal suo
sostituto (De Gasperi è presidente del gruppo parlamentare) don Sturzo - vista
l'impossibilità di tornare al governo - manovra sott'acqua e poi passa
all'opposizione puntando improvvisamente i piedi sulla proporzionale e scrive
sul Popolo: «Per noi la rivoluzione fascista non può ricercare il titolo della
sua legittimità se non nella forma del voto di tutto il corpo elettorale che la
proporzionale assicura come conseguenza diretta del suffragio universale.
Indietro non è possibile ritornare se non rinnegando questo e togliendo ogni
possibilità di «manifestazione concreta del consenso del popolo». E' una presa
di posizione in contrasto alla deliberazione del gruppo parlamentare
nell'ordine del giorno Gronchi di otto giorni prima, nel quale è detto: «Da
tale punto di vista (al di sopra delle vedute di parte) il gruppo popolare
intende valutare anche il problema della riforma elettorale coordinandola alle
supreme esigenze del Paese». Don Sturzo dimentica che due giorni prima,
riunitosi il Direttorio, presenti i maggiorenti del partito, fra i quali si
notavano lo stesso don Sturzo, Mattei - Gentili, Cingolani, Bresciani, De
Gasperi, Guarienti e Bertone votavano compatti, un ordine del giorno nel quale
si riconfermava «la fiducia al governo fascista ripetendo i concetti di leale
collaborazione già espressi nell'adunanza del gruppo parlamentare a palazzo
Soderini».
Insiste il Corriere
d'Italia: «La nostra collaborazione dovrà continuare anche se non saranno più
al governo i nostri amici: perché siamo convinti che tutte le forze sane della
Nazione devono proporsi oggi, più che mai, di guardare prima che al partito al
Paese. Questo è il nostro pensiero; questo sarà il nostro atteggiamento».
Altro linguaggio tiene il
Popolo che arriva al punto di fare richiami alla situazione internazionale,
richiami che provocano un severo ammonimento del Popolo d'Italia: «Che cosa
significa questo tortuoso giro di parole? Forse l'argano donsturziano tende a
richiamare o minaccia di richiamare l'attenzione dei governi alleati sul regime
fascista? Dobbiamo dunque, credere che don Sturzo si appelli allo straniero o
tenda ad appellarsi allo straniero per una questione interna nella quale noi e
solo noi intendiamo essere arbitri?».
L'on. Aroca, dimesso
d'autorità dal partito così si esprime in una intervista: «Il compito dei
deputati popolari è uno solo: obbedire. Quello di obbedire e votare secondo gli
ordini ricevuti. Al principio della legislatura ci è stata consegnata una
circolare che vieta nel modo più assoluto ai deputati di concedere interviste,
scrivere articoli, prendere la parola alla Camera o in riunioni, presentare
interrogazioni, interpellanze, mozioni, o soltanto firmarle, senza preventiva
approvazione scritta della direzione del gruppo, direzione che ci fa imposto di
votarla senza che neppure ne conoscessimo i componenti, posta com'è alle
dirette dipendenze di don Sturzo, il quale poi chiama spesso anche i deputati a
render conto durante lo svolgersi delle sedute e nei locali stessi di
Montecitorio. Il partito si regge su questa strana struttura: Sturzo domina,
comanda, decide, valendosi dei suoi spauracchi, da lui stesso fabbricati: i
deliberati dei Congressi, il Consiglio Nazionale, la Direzione del Gruppo
Parlamentare ».
Così don Sturzo esercita la
dittatura. Ed il Popolo d'Italia lo mette alle strette: «O con noi o contro di
noi», e sottolinea come il prete siciliano persista «a voler essere nello
stesso tempo nostro amico e nostro nemico, nostro collaboratore e nostro
oppositore, nostro compagno di lotta e domani forse nostro legittimo erede. Non
si dice con questo che il P.P. debba scomparire. Si dice che non è possibile
che esso continui a vivere nell'agguato, nell'equivoco, al riparo di quelle
diocesi che ben altra luce sono chiamate a diffondere per paesi e città».
Stretto nella morsa della
opposizione dei suoi e degli ammonimenti del governo, colpito dal siluro
lanciatogli molto abilmente dal Vaticano a mezzo di monsignor Pucci, don Sturzo
si dimette da segretario del partito motivando le dimissioni quale protesta
contro la legge a sistema maggioritario, ma in realtà per la insostenibilità della
sua politica ambigua. Politica che finisce di logorare quelle forze che avrebbero
potuto fin dal principio portare un argine al fascismo, mentre invece rese
inutile ed impotente la sua tardiva sfida. Non è concepibile che un sacerdote
si eriga ad alfiere di una improvvisa ribellione contro un governo ch'egli
aveva fino al giorno prima protetto e col quale il suo partito aveva
collaborato nello stesso ministero. Fu una ribellione determinata soltanto per
difendere posizioni elettorali e per non voler cedere la chiave strategica del
Parlamento. Questo solo, e nulla più.

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