NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 13 marzo 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XVI

Chiarimenti coi liberali

Il Partito Liberale non è meno aderente al Governo fascista; soltanto lo è con più sincerità e con più lealtà. L'organo del partito, il Giornale d'Italia, in un editoriale del 30 gennaio su I liberali ed il fascismo» scrive: «Il Partito Liberale ha preso lodevolmente l'iniziativa di una intesa col Partito Fascista ed ha lealmente offerto al Presidente del Consiglio e Capo del fascismo la propria collaborazione, che è tanto più sincera in quanto è assai affine l'essenza dei due partiti nazionali. L'on. Mussolini ha risposto a questo amichevole passo prendendo atto « con molta soddisfazione della rinnovata ed aperta professione di fede nel governo, » e persuaso della necessità di stabilire saldi e schietti rapporti tra fascisti e liberali ed ha accennato all'opportunità di fondarli su una forma federativa, come per i rapporti fra fascisti e nazionalisti. Uguale accordo viene stipulato  con la democrazia sociale mediante uno scambio di lettere fra Mussolini e l'on. di Cesarò. Ma un mese dopo, alla fine di febbraio, avviene la fusione fra fascismo e nazionalismo e l'accordo diventa impossibile data la innata istintiva programmatica avversione del nazionalismo al liberalismo, avversione ispirata tutta dalle dottrine economiche antitetiche dei due partiti: al liberismo dei liberali i nazionalisti oppongono il  protezionismo ad oltranza e lo Stato nazionale, l'economia chiusa, l'autarchia. All'italiano Camillo Cavour contrappongono il tedesco List.

Il fascismo si avvia verso il metodo antidemocratico, e Michele Bianchi in un discorso al Lirico di Milano ne fa i primi accenni: «Il governo fascista da cinque mesi regge le redini dello Stato e, salvo pochi inaciditi politicanti e salvo la turpe masnada dei bestemmiatori della Patria, non vi è chi non senta come il governo fascista abbia risollevato le sorti della Patria». Il discorso può considerarsi come un « j'accuse » ai partiti democratici, più ancora che ai liberali, poiché soprattutto propone la incompatibilità fra regime e metodo democratico. Ma alla fine di marzo su Gerarchia, rivista diretta da Mussolini compare un suo articolo, «Forza e Consenso», che è tutto un attacco a fondo del liberalismo: «In Russia e in Italia si è dimostrato che si può governare al di fuori, al di sopra e contro tutta la ideologia liberale. Il comunismo ed il fascismo sono al di fuori del liberalismo»... «La libertà non è un fine; è un mezzo. Come mezzo deve essere controllato e dominato. Qui cade il discorso della forza». Proclama il fascismo illiberale e anti-liberale e conclude: «Il fascismo è già passato e, se sarà necessario, tornerà ancora tranquillamente a passare sul corpo più o meno decomposto della Dea Libertà».
L’articolo suscita profondo stupore e disagio dopo le precedenti dichiarazioni nelle quali Mussolini si diceva persuaso della necessità di stabilire saldi e schietti rapporti fra fascisti e liberali. Il Mondo protesta difendendo il liberalismo e il Giornale d'Italia loda praticamente l'articolo, ma dimostra che esso non riguarda affatto il suo liberalismo, cioè il vero liberalismo, ma la degenerazione social democratica e clericaloide di questo; e si augura che Mussolini «attui col proprio mirabile dinamismo i capisaldi della dottrina liberale». La Stampa e il Corriere della Sera proclamano la necessità di ritornare veramente alle fonti e di contrastare il campo alla completa soppressione di ogni libertà, alla insaturazione vera e propria della dittatura e del Primo Consolato.
I deputati liberali si riuniscono per costituire il Gruppo parlamentare, ma senza opposizione al Governo, e più tardi il Consiglio Nazionale del partito, riaffermata la fiducia e la solidarietà con Mussolini, dichiara che «il Partito Liberale fedele allo spirito di illuminata dedizione alla Patria che la gioventù italiana prodigò nelle trincee debba realmente sostenere col consenso e con l'opera il Governo di Benito Mussolini, mentre con mano ferma attende alla ricostruzione morale, economica e finanziaria della Nazione». E poiché continuano le intolleranze contro le sezioni del partito, la Giunta esecutiva di questo invia a Mussolini una lettera nella quale, pur chiedendogli un suo diretto intervento, così si esprime: «Il Partito Liberale è stato unanime nel suo recente C.N. di Milano nel riconoscere la necessità di sostenere col consenso e con l'opera il governo presieduto da V.E. E' implicita in questo voto la volontà della collaborazione, quando ciò possa giovare a raggiungere quei fini di ricostruzione nazionale a cui anche nella vigilia diedero opera comune in tanti luoghi fascisti e liberali. Il Partito Liberale si compiace quindi che i voti di Milano abbiano avuto il consentimento di V.E. verso cui oggi si rivolgono le speranze di quanti italiani non dimenticano i pericoli che ieri minacciavano la Nazione».
Il 3 maggio si inaugura in Roma il Congresso delle donne italiane con un discorso del ministro liberale dell'istruzione Giovanni Gentile il quale dopo aver messo in rilievo che « gli italiani stanno iniziando una nuova storia per sé e per il mondo», constata come «il decadimento del sentimento dell’autorità che - scaduto e massacrato nella tristezza di questi ultimi infelicissimi anni - vada ora invece riprendendo la sua dignità e la sua importanza civile: è questo uno dei veri e maggiori meriti del governo che ci regge». Il Congresso, nel quale aleggia il nascente spirito fascista, manda un caloroso saluto a Mussolini «per la sua missione di nazionale  restaurazione».
Nel Comitato d'onore siede Benedetto Croce accanto al Capo del Governo ed ai più bei nomi maschili e femminili del fascismo militante.
Il Mondo invece mette in evidenza la «sovrapposizione dell'organizzazione fascista all'organizzazione statale che ha dato luogo in tutta Italia ad un disordine giuridico così dannoso per il normale svolgimento della vita nazionale, nella svalutazione degli organi statali, dovuta al prevalere incomposto dell'iniziativa fascista». A Torino, Pietro Gorgolini e Mario Gobbi si ribellano a De Vecchi, ma questi li espelle dal fascio proclamando che l'unico mezzo di propaganda per il popolo è quello di «legnare, legnare, legnare»; e quando Mario Gioda, l'ex anarchico patriota ammalato e povero protesta, il dittatore piemontese ammonisce: «Lo tengo con la fame».
L'on. Misuri, già comandante di squadre, insorge contro il fascismo umbro e contro la direzione del partito, denunciando una situazione che non è particolare soltanto in Umbria, e che dimostra che si è già alle degenerazioni proprie e caratteristiche di ogni oligarchia. Egli scrive ai giornali: «Sarà definitivamente consolidata la restaurazione della Patria il giorno in cui il Duce si sarà deciso di far raddrizzare a scudiscio tutte le schiene curve dei servi per leggere ad essi negli occhi e molto in fondo il loro pensiero».
In varie provincie le camicie nere si azzuffano fra loro, e Mussolini al Gran Consiglio «constata l'attuale fase del fascismo delicata e non scevra per il fascismo stesso di qualche pericolo». A Firenze gli imputati dell'uccisione del giovane fascista conte Foscari sono assaliti dal pubblico: i difensori rinunciano al mandato ed il Consiglio dell'Ordine degli Avvocatirifiuta la nomina di difensori d’Ufficio. Le sedi del Partito Repubblicano vengono mano mano occupate e chiuse. Poco più tardi il ministro Gentile, dottrinario del liberalismo italiano, si iscrive al Partito Fascista con una lettera al Duce nella quale è detto che «il liberalismo che guidò l'Italia del Risorgimento non è oggi rappresentato dai liberali, ma da Mussolini». E si appella ai suoi ex colleghi perché si schierino al sito fianco.
Luigi Albertini è posto nella condizione di dover rinunciare alla direzione del Corriere della Sera - i cui proprietari fratelli Crespi assumono, l'impegno di affiancare la propaganda fascista - scrive a Mussolini (10 maggio) per fargli sapere che non intacca il suo liberalismo il fatto di avere, in occasione dell'occupazione delle fabbriche, visitato l'on. Turati per indurlo ad assumere il potere; e rivendica a sé ed al quotidiano milanese il merito di avere preparato il trionfo del fascismo: «Certo, se si doveva andare avanti così, era da preferire che l'on. Turati l'on. D'Aragona e i loro amici assumessero la responsabilità del potere»; altrimenti «lo sbocco fatale di un regime che non funziona più, che si corrompe in tutti i suoi organi, che si sgretola per impotenza sarebbe stato il comunismo. Ma sopra ogni altra cosa mi sorrideva la speranza di una profonda reazione della borghesia, di quella reazione che fortunatamente si è avverata e di cui l'on. Mussolini è stato l'organizzatore».
Anche se il fascismo attraversa un periodo critico per la baraonda che regna in certi centri come a Napoli per la questione Padovani, per le prepotenze di certi ras, per le aggressioni, duelli ed espulsioni, tuttavia qualunque tentativo di reazione è prontamente represso. A Palermo i cittadini girano col soldino portante la testa del Re fermato all'occhiello, ma la dimostrazione dura pochi giorni. A Messina vi sono violente dimostrazioni contro il governo e viene arrestato l'on. Lombardo Pellegrino per avere inneggiato al Re e a Casa Savoia. I deputati dell'estrema sinistra non possono recarsi in provincia e non riescono ad ottenere che un debole richiamo del Presidente della Camera De Nicola presso il governo affinché sia tutelata l'immunità parlamentare.

Nonostante questa situazione il Consiglio Nazionale del Partito Popolare riunito a Roma «conferma il dovere dì continuare a cooperare, superando anche le difficoltà locali, alla normalizzazione e restaurazione della vita nazionale». Nessuna protesta ai disordini ed alle violenze che si abbattono sui partiti e sugli uomini di opposizione dichiarata.

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