Il Partito Liberale non è meno aderente al Governo fascista;
soltanto lo è con più sincerità e con più lealtà. L'organo del partito, il
Giornale d'Italia, in un editoriale del 30 gennaio su I liberali ed il
fascismo» scrive: «Il Partito Liberale ha preso lodevolmente l'iniziativa di
una intesa col Partito Fascista ed ha lealmente offerto al Presidente del
Consiglio e Capo del fascismo la propria collaborazione, che è tanto più
sincera in quanto è assai affine l'essenza dei due partiti nazionali. L'on.
Mussolini ha risposto a questo amichevole passo prendendo atto « con molta soddisfazione
della rinnovata ed aperta professione di fede nel governo, » e persuaso della
necessità di stabilire saldi e schietti rapporti tra fascisti e liberali ed ha
accennato all'opportunità di fondarli su una forma federativa, come per i
rapporti fra fascisti e nazionalisti. Uguale accordo viene stipulato con la democrazia sociale mediante uno
scambio di lettere fra Mussolini e l'on. di Cesarò. Ma un mese dopo, alla fine
di febbraio, avviene la fusione fra fascismo e nazionalismo e l'accordo diventa
impossibile data la innata istintiva programmatica avversione del nazionalismo
al liberalismo, avversione ispirata tutta dalle dottrine economiche antitetiche
dei due partiti: al liberismo dei liberali i nazionalisti oppongono il protezionismo ad oltranza e lo Stato
nazionale, l'economia chiusa, l'autarchia. All'italiano Camillo Cavour contrappongono
il tedesco List.
Il fascismo si avvia verso il metodo antidemocratico, e
Michele Bianchi in un discorso al Lirico di Milano ne fa i primi accenni: «Il
governo fascista da cinque mesi regge le redini dello Stato e, salvo pochi
inaciditi politicanti e salvo la turpe masnada dei bestemmiatori della Patria,
non vi è chi non senta come il governo fascista abbia risollevato le sorti
della Patria». Il discorso può considerarsi come un « j'accuse » ai partiti
democratici, più ancora che ai liberali, poiché soprattutto propone la
incompatibilità fra regime e metodo democratico. Ma alla fine di marzo su
Gerarchia, rivista diretta da Mussolini compare un suo articolo, «Forza e
Consenso», che è tutto un attacco a fondo del liberalismo: «In Russia e in
Italia si è dimostrato che si può governare al di fuori, al di sopra e contro
tutta la ideologia liberale. Il comunismo ed il fascismo sono al di fuori del
liberalismo»... «La libertà non è un fine; è un mezzo. Come mezzo deve essere
controllato e dominato. Qui cade il discorso della forza». Proclama il fascismo
illiberale e anti-liberale e conclude: «Il fascismo è già passato e, se sarà
necessario, tornerà ancora tranquillamente a passare sul corpo più o meno
decomposto della Dea Libertà».
L’articolo suscita profondo stupore e disagio dopo le
precedenti dichiarazioni nelle quali Mussolini si diceva persuaso della
necessità di stabilire saldi e schietti rapporti fra fascisti e liberali. Il
Mondo protesta difendendo il liberalismo e il Giornale d'Italia loda
praticamente l'articolo, ma dimostra che esso non riguarda affatto il suo liberalismo,
cioè il vero liberalismo, ma la degenerazione social democratica e clericaloide
di questo; e si augura che Mussolini «attui col proprio mirabile dinamismo i capisaldi
della dottrina liberale». La Stampa e il Corriere della Sera proclamano la necessità
di ritornare veramente alle fonti e di contrastare il campo alla completa
soppressione di ogni libertà, alla insaturazione vera e propria della dittatura
e del Primo Consolato.
I deputati liberali si riuniscono per costituire il Gruppo
parlamentare, ma senza opposizione al Governo, e più tardi il Consiglio
Nazionale del partito, riaffermata la fiducia e la solidarietà con Mussolini,
dichiara che «il Partito Liberale fedele allo spirito di illuminata dedizione
alla Patria che la gioventù italiana prodigò nelle trincee debba realmente
sostenere col consenso e con l'opera il Governo di Benito Mussolini, mentre con
mano ferma attende alla ricostruzione morale, economica e finanziaria della Nazione».
E poiché continuano le intolleranze contro le sezioni del partito, la Giunta
esecutiva di questo invia a Mussolini una lettera nella quale, pur chiedendogli
un suo diretto intervento, così si esprime: «Il Partito Liberale è stato
unanime nel suo recente C.N. di Milano nel riconoscere la necessità di
sostenere col consenso e con l'opera il governo presieduto da V.E. E' implicita
in questo voto la volontà della collaborazione, quando ciò possa giovare a
raggiungere quei fini di ricostruzione nazionale a cui anche nella vigilia
diedero opera comune in tanti luoghi fascisti e liberali. Il Partito Liberale
si compiace quindi che i voti di Milano abbiano avuto il consentimento di V.E.
verso cui oggi si rivolgono le speranze di quanti italiani non dimenticano i
pericoli che ieri minacciavano la Nazione».
Il 3 maggio si inaugura in Roma il Congresso delle donne
italiane con un discorso del ministro liberale dell'istruzione Giovanni Gentile
il quale dopo aver messo in rilievo che « gli italiani stanno iniziando una
nuova storia per sé e per il mondo», constata come «il decadimento del
sentimento dell’autorità che - scaduto e massacrato nella tristezza di questi ultimi
infelicissimi anni - vada ora invece riprendendo la sua dignità e la sua
importanza civile: è questo uno dei veri e maggiori meriti del governo che ci
regge». Il Congresso, nel quale aleggia il nascente spirito fascista, manda un
caloroso saluto a Mussolini «per la sua missione di nazionale restaurazione».
Nel Comitato d'onore siede Benedetto Croce accanto al Capo
del Governo ed ai più bei nomi maschili e femminili del fascismo militante.
Il Mondo invece mette in evidenza la «sovrapposizione
dell'organizzazione fascista all'organizzazione statale che ha dato luogo in
tutta Italia ad un disordine giuridico così dannoso per il normale svolgimento
della vita nazionale, nella svalutazione degli organi statali, dovuta al
prevalere incomposto dell'iniziativa fascista». A Torino, Pietro Gorgolini e
Mario Gobbi si ribellano a De Vecchi, ma questi li espelle dal fascio
proclamando che l'unico mezzo di propaganda per il popolo è quello di «legnare,
legnare, legnare»; e quando Mario Gioda, l'ex anarchico patriota ammalato e
povero protesta, il dittatore piemontese ammonisce: «Lo tengo con la fame».
L'on. Misuri, già comandante di squadre, insorge contro il
fascismo umbro e contro la direzione del partito, denunciando una situazione
che non è particolare soltanto in Umbria, e che dimostra che si è già alle
degenerazioni proprie e caratteristiche di ogni oligarchia. Egli scrive ai
giornali: «Sarà definitivamente consolidata la restaurazione della Patria il
giorno in cui il Duce si sarà deciso di far raddrizzare a scudiscio tutte le
schiene curve dei servi per leggere ad essi negli occhi e molto in fondo il
loro pensiero».
In varie provincie le camicie nere si azzuffano fra loro, e
Mussolini al Gran Consiglio «constata l'attuale fase del fascismo delicata e
non scevra per il fascismo stesso di qualche pericolo». A Firenze gli imputati
dell'uccisione del giovane fascista conte Foscari sono assaliti dal pubblico: i
difensori rinunciano al mandato ed il Consiglio dell'Ordine degli
Avvocatirifiuta la nomina di difensori d’Ufficio. Le sedi del Partito
Repubblicano vengono mano mano occupate e chiuse. Poco più tardi il ministro
Gentile, dottrinario del liberalismo italiano, si iscrive al Partito Fascista
con una lettera al Duce nella quale è detto che «il liberalismo che guidò
l'Italia del Risorgimento non è oggi rappresentato dai liberali, ma da Mussolini».
E si appella ai suoi ex colleghi perché si schierino al sito fianco.
Luigi Albertini è posto nella condizione di dover rinunciare
alla direzione del Corriere della Sera - i cui proprietari fratelli Crespi assumono,
l'impegno di affiancare la propaganda fascista - scrive a Mussolini (10 maggio)
per fargli sapere che non intacca il suo liberalismo il fatto di avere, in
occasione dell'occupazione delle fabbriche, visitato l'on. Turati per indurlo
ad assumere il potere; e rivendica a sé ed al quotidiano milanese il merito di
avere preparato il trionfo del fascismo: «Certo, se si doveva andare avanti
così, era da preferire che l'on. Turati l'on. D'Aragona e i loro amici
assumessero la responsabilità del potere»; altrimenti «lo sbocco fatale di un
regime che non funziona più, che si corrompe in tutti i suoi organi, che si
sgretola per impotenza sarebbe stato il comunismo. Ma sopra ogni altra cosa mi
sorrideva la speranza di una profonda reazione della borghesia, di quella
reazione che fortunatamente si è avverata e di cui l'on. Mussolini è stato
l'organizzatore».
Anche se il fascismo attraversa un periodo critico per la
baraonda che regna in certi centri come a Napoli per la questione Padovani, per
le prepotenze di certi ras, per le aggressioni, duelli ed espulsioni, tuttavia
qualunque tentativo di reazione è prontamente represso. A Palermo i cittadini girano
col soldino portante la testa del Re fermato all'occhiello, ma la dimostrazione
dura pochi giorni. A Messina vi sono violente dimostrazioni contro il governo e
viene arrestato l'on. Lombardo Pellegrino per avere inneggiato al Re e a Casa
Savoia. I deputati dell'estrema sinistra non possono recarsi in provincia e non
riescono ad ottenere che un debole richiamo del Presidente della Camera De
Nicola presso il governo affinché sia tutelata l'immunità parlamentare.
Nonostante questa situazione il Consiglio Nazionale del Partito
Popolare riunito a Roma «conferma il dovere dì continuare a cooperare,
superando anche le difficoltà locali, alla normalizzazione e restaurazione
della vita nazionale». Nessuna protesta ai disordini ed alle violenze che si
abbattono sui partiti e sugli uomini di opposizione dichiarata.

Nessun commento:
Posta un commento