NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
lunedì 3 giugno 2013
lunedì 27 maggio 2013
La Monarchia e il Fascimo - terzo capitolo Va
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| Sforza con De Gasperi Dio li fa e poi... |
Sforza col baratto del
Montenegro suscita violenti tumulti alla Camera che lo convince di incapacità.
Nemmeno la politica di Sforza non accontenta nessuno. Questa
tattica di cedere sempre davanti allo straniero pur di rimanere al potere ha
finito di suscitare la rivolta. Mussolini in un articolo intitolato «Miseria»
dopo aver esaminata l'opera dello Sforza che dice essere stata tutto un
fallimento perché basata politicamente sulla illusione che egli si fa
dell'amicizia jugoslava e perché non vede che Praga e Belgrado ignorando
Bulgaria, Ungheria e Romania così conclude «Abbiamo in Italia un ministro degli
esteri confesso di reticenza e di menzogna. Non ha detto verbo sull'Albania,
non ha nemmeno ricordato il Montenegro. Il che significa che la politica
italiana ha consegnato il Montenegro alla Jugoslavia; ha quindi scritto poco
wilsonianamente, una pagina di grande vergogna ». La Voce repubblicana dice che
Sforza - subodorando la tempesta che si addensa contro di lui si preparerebbe
il posto di ambasciatore a Parigi il che vorrebbe dire «l'Italia senza
programmi, senza idee, senza volontà; egli è soltanto preoccupato di scegliersi
una buona residenza». Ed aggiunge: « Lo Sforza ha mostrato ancora una volta
incertezza e spirito di gretto empirismo in materia politica internazionale».
L'ostilità contro il ministero Giolitti da parte dei nazionalisti e dei
fascisti si sarebbe di molto attenuata se non fosse stato a causa della
politica di Siorza. Nazionalisti e fascisti, attutirono l'opposizione o meglio
la violenza verbale che avevano assunto durante il ministero Nitti perché la
politica interna di Giolitti era meno aspra contro di loro di quella nittiana.
Giolitti ritiene che la situazione politica del paese sia
mutata e pensa di indire le elezioni onde ottenere una Camera che sia veramente
l'espressione della anima nazionale, anche perché con la presente compagine
parlamentare non gli è possibile avere una maggioranza sicura. Bisogna ridurre
la schiera socialista e la schiera popolare sempre pronte al ricatto e
costituire a loro spese una più larga, più potente, più sicura ed omogenea
maggioranza che permetta al Governo di vivere e lavorare con calma e fruttifera
intensità. Egli non ha capito che i due tarli del ministero sono Croce e
Sforza: non vuole disfarsene, anzi si protesta solidale con loro. In un
commento della Voce repubblicana, sempre densa di parole grosse ed ingiuriose
contro Casa Savoia, ecco uno squarcio di sincerità mal nascosta: «Se Giolitti
non può governare se ne vada, ma si tenti non uno ma dieci esperimenti per
vedere di creare un governo che possa crearsi una maggioranza attraverso
l'accordo dei vari partiti» e poi, fallito il tentativo, «potrebbe il sovrano,
servendosi delle sue prerogative intervenire o sciogliere l'assemblea. Questo è
lo spirito della Costituzione vigente in Italia ed il rispetto a questo spirito
fu uno dei più fini accorgimenti politici del re attuale. Ma gli amici della
Monarchia oggi in Italia sono molto più imbelli di quanto il re non sia e
parlano a vanvera di prerogative che non hanno mai capito».
Del resto la situazione nel paese è veramente cambiata e la
Camera non rappresenta più la Nazione. Le ultime elezioni erano uscite
dall'atmosfera di rancore contro la guerra, creata dai socialisti ed alimentata
dal linguaggio dei repubblicani il cui odio si riversa sulla Monarchia
colpevole di essersi rafforzata con la Vittoria: ed intralciano la pace pur di
colpire la istituzione, la loro condotta è allo stesso livello di quella dei
comunisti dei socialisti e degli anarchici e della sinistra popolare,
responsabili tutti ugualmente di avere provocata la reazione fascista. E'
questa reazione che rivela al Governo di Giolitti il cambiamento dello stato
d'animo nazionale confermato poi dallo svolgimento stesso della campagna
elettorale. I cortei elettorali fascisti sono ovunque acclamati mentre l'anno
prima non potevano uscire dalle loro sedi. Alla Fiat di Torino, dove la produzione
è quasi nulla a causa della tirannia delle commissioni interne e per una
intollerabile indisciplina, gli operai incominciano a ribellarsi espellendo i
più facinorosi. Sempre a Torino in seguito all'assassinio del mutilato Oddone i
fascisti incendiano la camera del lavoro come rappresaglia. I socialisti
proclamano lo sciopero generale con l’occupazione di alcune fabbriche, ma il
movimento fallisce in pieno e gli operai riprendono il lavoro. Per il 1° maggio
nelle città ricompare il tricolore che era stato bandito e scompaiono le
bandiere rosse con falce e martello. Lo sciopero dei ferrovieri non è completo,
gli operai incominciano a pensare con la propria testa. In seguito all'uccisione
di un fascista sul treno di Pisa, questo viene invaso dalla popolazione e
trovatovi l'on Modigliani viene bastonato e sputacchiato da quelli che furono i
suoi seguaci ed elettori. In ogni città le guardie regie devono intervenire
continuamente per sottrarre i deputati all'ira della folla che impedisce loro
la propaganda elettorale.
Fino alle elezioni amministrative dell'anno precedente i
fasci avevano ben poca importanza, ma ora vanno assumendo un aspetto di partito
agguerrito che tende alla dominazione della politica italiana. «Da sei mesi e
più - scrive il Corriere della Sera abbiamo in Italia un'ombra di guerra
civile, con le fazioni che si scontrano armate, si tendono agguati, si odiano a
morte, e a morte nel senso più tragicamente esatto della parola». L'estremismo
intollerante del fascismo patriottardo. C'è il settarismo patriottico come c'è
il settarismo russofilo bolscevico. Alla illusione catastrofica del marxismo si
sostituirà quella della conquista del mondo. Il fascismo è una continuità
storica percossa da echi romani, spiega Gioacchino Volpe sul Popolo d'Italia in
un articolo tutto pervaso di idealismo e spirito storicistico crociano (1).
Riviste e giornali dedicano pagine e colonne per definire il fascismo come
qualcosa di mistico e di altamente ideale; lo si paragona al Partito d'Azione
Nazionale del nostro Risorgimento e lo si riallaccia al romanticismo nazionale
del secolo scorso. «Con le elezioni del maggio 1921 si chiude il cielo storico
del Risorgimento, dai moti del ventuno alla consultazione popolare di Trento e
Trieste, Zara e Fiume ».
(1) Il movimento crociano, iniziato dopo Caporetto, ebbe
tutto un carattere nazionalista - reazionario ed antidemocratico, rivolto cioè
a creare una éIite della classe dominante a spese e a danno della intera
collettività.
La filosofia di Croce deriva dal criticismo di Kant e dal
neo-idealismo di Hegel, due giganti del pensiero platoniano. Nella sua enorme
produzione egli rivela una imponente cultura letteraria e filosofica, talvolta
prolisso, non sempre sereno nella critica e, come vedremo, fazioso in politica.
Filosofo, non ha costruito nessun sistema.
venerdì 24 maggio 2013
La Monarchia e il Fascismo - Terzo capitolo - V
Benedetto Croce
accusato di anti italianità dai repubblicani e deplorato dalla Commissione
parlamentare d'inchiesta. Solo Mussolini lo difende.
L'estremismo si ritrova concorde soltanto nell'accanimento
contro il Governo la cui vita, già travagliata dalle contese civili, rimane
pertanto precaria anche per il bersaglio offerto a tutti i partiti, quelli di
estrema sinistra e quelli di destra, dalla politica di due esponenti del
ministero: Benedetto Croce ministro dell'Istruzione e Carlo Sforza ministro
degli Esteri. Se gli estremisti di sinistra accusano Bonomi e il democristiano
Rodinò di avere armato lo squadrismo fascista, le destre si uniscono al coro
quando si tratta di investire Croce per la sua legge sulla scuola e Sforza per
la politica estera. Il progetto Croce si presta alle critiche le più disparate.
Chi vi vede la abdicazione dello Stato in favore della scuola privata (come
reclamano i popolari) a danno della scuola nazionale e dell'austerità degli
studi. Chi invece crede di scorgervi una minaccia di monopolio di Stato della
scuola come le poste, i telegrafi, i tabacchi ed il giuoco del lotto e ciò
effettivamente avverrà in regime totalitario attraverso l'esame di Stato. Il
solo Mussolini ne prende le difese pubblicando in prima pagina al posto d'onore
una lettera di Gioacchino Volpe, «I progetti Croce e le manovre nittiane »,
preceduta da un commento: «Pubblichiamo la lettera perché ne condividiamo le
idee essenziali, pur non conoscendo i progetti e non li discutiamo». Mussolini
mette in rilievo il progetto Croce anche nel suo discorso alla Camera e ne fa
l'elogio. E' una legge che entra perfettamente nello spirito e nel programma
fascista, anzi è una legge tipicamente fascista e sarà domani approvata in
pieno dal regime e Mussolini se ne serve ora come arma per colpire Nitti, che
la avversa per il suo contenuto anti liberale. Ma Nitti è considerato l'unico
uomo di governo che abbia fin dall'inizio combattuto apertamente il fascismo.
Egli aveva fatto appello, a questo proposito, alla solidarietà delle sinistre
invitandole al governo ed a desistere dalla violenza, ma non fu ascoltato.
Le sinistre, accecate da rancore perché la guerra vittoriosa
ha dato loro torto, preferiscono lottare sul terreno della guerriglia civile
minando la compagine dello Stato. Questo, posto nell'alternativa di morire o di
difendersi anche con metodi illegali, passa alla offensiva, ma viene accusato
di collusione con lo squadrismo. Ora, a questa accusa si aggiunge anche quella
sullo spirito reazionario del Croce e sulla inettitudine di Sforza. Pochi
ministri sono stati tanto discussi ed avversati nei loro provvedimenti e nel
loro operato. Studenti e professori sono concordi nel protestare per il
progetto sull'esame di Stato ed in molte città avvengono scioperi e chiusure di
scuole. La Voce repubblicana protesta per le persecuzioni del ministro Croce il
quale «mira a ripulire le scuole di tutti gli spiriti liberi» e perché con un
suo «turpe e vergognoso provvedimento e delle sue anime dannate» ha trasferito
un professore patriota soltanto perché questi ha osato commemorare Guglielmo
Oberdan: «Il senatore Croce - dice l'organo repubblicano al quale un giorno
sarà tanto caro il filosofo accusatore del Re - non si smentisce; egli odia
tutto ciò che non è di pura marca tedesca e anti-italiana ». Mette in risalto
che a Trieste gli studenti tumultuano contro le «austriache misure di Benedetto
Croce che colpiscono una magnifica figura di combattente e di italiano». E poi
ancora: « ... gli idealisti crociani, i quali si occupano anche di politica dacché
Croce è, disgraziatamente per lui e per l'Italia, ministro della Istruzione, in
politica non vedono, non sentono e non apprezzano che il fatto, il fatto
contingente». E chiama il Governo di Giolitti. Croce e Sforza, «vergogna
nazionale schiavo degli aggiotatori, dei giornalisti pagati. dei briganti
mantenuti, dei burocrati poltroni e della sovrana specie dei trivellatori »
(1). La Voce definisce ancora il ministro della pubblica istruzione « anima -
gretta e nera di filosofo tedesco che non ha mai capito nulla di scuola e di
educazione ».
Non ha firmato il ministro Croce un decreto reale di
ricostituzione del Consiglio provinciale scolastico di Massa -Carrara nel quale
vi sono compresi un certo don Farresi quale direttore didattico del capoluogo,
morto sei anni addietro ed un professore
di liceo quale rappresentante del Governo, ma già da 5 anni trasferito a mille chilometri
da quella città? Sul Corriere della Sera, Ugo Ojetti si era chiesto: « Che ha
fatto in cinque mesi di potere Benedetto Croce per l'arte italiana? Niente
purtroppo. Non un provvedimento, non una parola. Dagli scavi alle scuole, dall'arte
antica all'arte moderna, niente ». E rammenta agli italiani come l'anno prima
volendo, il nostro filosofo e storico, ripristinare in Firenze nella Chiesa di
San Piero Scheraggio il pulpito da cui Dante aveva parlato, si sentì rispondere
che la Chiesa - e lo sanno anche i ciceroni delle piazze - è stata demolita da
ben tre secoli! Scrivendo poi dei lavori al bel San Giovanni ove è già
ricomposto il fonte battesimale di Dante, ignora che nel Battistero fiorentino
questo fonte non è mai stato ricomposto
- (1) Trivellatori sono i concessionari di esplorazioni del terreno (trivellazioni) per la ricerca del petrolio nella Valle padana col concorso dello Stato. Ma diventò una speculazione in quanto che si cercava il petrolio anche dove non c’era al solo scopo di intascare il premio di trivellazione.
- (2) La relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta per la riforma delle amministrazioni di Stato contiene, nei riguardi del ministro Croce, dei rilievì dì una certa gravità sulla baraonda e la infingardaggine sovrane in quel ministero. Alle giustificazioni di Croce per la creazione abusiva di nuovi organismi deleteri per la finanza dello Stato, la Commissione lo ammonisce facendogli rilevare il danno enorme prodotto dai suoi provvedimenti in quanto che una volta «creati degli organismi superflui è poi difficile sopprimerli, anche perché trovano modo di impinguarsi di servizi e di personale, sì da giustificare la loro esistenza». Richiesto dalla Commissione circa la creazione della Direzione Generale degli Affari Generali, sia pure in via provvisoria, il Croce afferma essere dovuta a ragioni personali. Ma la Commissione rileva «che la origine di questa Direzione Generale è per lo meno strana e che trattasi di espediente pericoloso » (pag. 181 del vol. Il). E più avanti, mentre esprime «voto reciso ed unanime» per la soppressione del sotto segretariato per le Belle Arti, deplora «che una specie di pensione venga contabilizzata come mercede, il che costituisce un vero falso» (pag. 184 del vol. 11).
martedì 21 maggio 2013
La Monarchia e il Fascismo - Terzo capitolo - IV
Frutti della propaganda estremista sovvertitrice: il massacro di Empoli e l'eccidio del Diana.
E' dell’Aprile di questo tormentato 1921 un chiaro discorso
di Nitti ai suoi elettori della Basilicata: «Le masse popolari italiane sono da
un ventennio intossicate dalla violenza: negli ultimi anni l'equivoco della
Russia aveva creato strane illusioni nelle mentì ignare. Ma la violenza non ha
più freno, e provoca la reazione, reazione fatta di violenza. E' la guerra
civile in atto. A Casale Monferrato una comitiva recatasi da Torino per una commemorazione
patriottica viene assalita proditoriamente a revolverate. Si deplorano 4 morti
fra cui due veterani, vecchi tamburini dell'esercito sardo superstiti delle
campagne del Risorgimento. L'indomani in un tentativo di ripresa i sovversivi
si trovano di fronte a fascisti e soldati che ebbero una ventina di feriti e un
altro morto. A Firenze in seguito ad un agguato dei comunisti contro un corteo
di studenti liberali si hanno 7 morti ed un centinaio di feriti. Il fascista
Berta che si era aggrappato al cornicione del ponte per sfuggire all'inseguimento
viene ucciso e gettato in Arno; i comunisti tentano una rivolta in grande stile
e cantano: « Hanno ucciso Berta figlio di pescicani, evviva il comunista che
gli tagliò le mani». E' un episodio di rara ferocia. Si innalzano barricate, la
città di notte è al buio. Si scatenano in tutta Italia violenti rappresaglie
fasciste con mischie furibonde: 15 morti, 250 feriti e 1500 arresti. Milano
assiste, fra lo sgomento e il terrore della borghesia trepidante, ad una
sfilata di 20.000 bolscevichi i quali dopo avere inneggiato a Lenin dall'alto
dei torrioni del Castello sforzesco, annunciano l'imminenza delle stragi della
rivoluzione sociale. Mussolini risponde dicendosi disposto, «contro il ritorno
della bestia trionfante, a convertire le piazze in tante trincee munite di
reticolati per vincere la nostra battaglia ».
A pochi giorni di distanza, mentre un camion carico di
marinai e con 14 carabinieri transita per Empoli, dalle finestre e dai tetti
delle case si inizia un vivace fuoco che si rinnova contro un secondo camion
che sopraggiunge a poca distanza. Questo per un guasto deve fermarsi ed il
tenente Vicedomini si avanza con le mani in alto verso i facinorosi per
parlamentare; tutti gli occupanti del camion lo imitano e spiegano di essere
marinai in borghese e non fascisti. Riprende il fuoco, marinai e carabinieri
inermi sono abbattuti.
Immagine presa da http://www.dellastoriadempoli.it/
Si appicca il fuoco al camion, la folla infierisce
contro i morti facendone barbaro scempio. Con bastoni e coi calci dei fucili si
deturpano le facce dei caduti, si calpestano, si mutilano, si trascinano i
resti sanguinolenti per le vie del paese. E qualche misero corpo è gettato in
Arno. Alla Camera l'on Valentino Coda così commenta l'atroce massacro: « Quando
si leggono episodi come quello di Empoli dove poveri marinai sono uccisi e le
loro carni sono sbranate, si pensa: da chi hanno appreso quei barbari tanta
ferocia? Voi dite: dalla guerra. Ma le donne in guerra non ci sono state!». La
Gazzetta del Popolo scrive: «I socialisti hanno sfruttato tutte le più basse
passioni insite nell'animo degli uomini mediante una propaganda di odio senza
confini. Chi non sa che nell'animo di ogni uomo sonnecchia una belva? Qual
meraviglia se la belva umana, lungamente ed abilmente aizzata giunga agli
eccessi di Empoli?
I socialisti continuano le loro proteste per i provvedimenti
del governo contro gli agguati, ma esaltano Lenin per la repressione della
rivolta della guarnigione di Kronstadt, domata con una ferocia inaudita nella
impiccagione dei ribelli. E l'Avanti! continua a sobillare le masse con le
caricature di Scalarini: una baionetta, una cassa forte, un grimaldello, ecco
la borghesia italiana. Così le anime semplici, le menti ignare imparano a
odiare, preparate per passare all'azione, alla vendetta feroce. C'è una
frenesia della strage non certo determinata da concezioni idealistiche. Gli
attentati i più selvaggi si susseguono con diabolico cinismo: bombe sui cortei,
bombe nei ristoranti dove cittadini inermi, donne e bambini sono travolti,
calpestati, uccisi con barbarico accanimento. Per salvare Malatesta,
l'anarchico incarcerato quale eccitatore di odi e di violenze e che in carcere
ha iniziato il digiuno in segno di protesta, i sovversivi organizzano stragi di
innocenti. A Milano viene assassinato il fascista Aldo Sette e Mussolini ammonisce:
«Fascisti milanesi! raccogliamoci attorno al nostro Morto e continuiamo la
nostra durissima strada. Arriveremo dove dobbiamo arrivare: a qualunque costo!».
Tutto ha un limite ed il rovente clima di guerra civile
coltiva la scintilla che dovrà far divampare la rivolta delle forze ansiose di
equilibrio. La sera del 23 marzo una bomba esplode al teatro Diana a Milano. Lo
scoppio è stato terribile. Visioni di orrore e di terrore dominano ali
spettatori: 18 morti ed una infinità di feriti, più di 100, dei quali parecchi
con gravi mutilazioni. L’indignazione suscitata dal delitto è enorme; la
rappresaglia è fulminea e violenta. La autorità di P.S. in previsione fa bloccare
gli accessi dell'Avanti! e del quotidiano anarchico Umanità Nova ma l'onda
popolare supera gli sbarramenti e distrugge le tipografie dei due giornali. Sul
Popolo d'Italia Mussolini commenta: « Dall'assassinio del povero Giordani al
consiglio comunale di Bologna al massacro atroce, bestiale e vigliacco del Diana,
è tutto un crescendo di efferatezze: in questo sangue affoga e deve affogare l'estremismo
italiano, miscuglio repellente di «ingenui, di ciarlatani e di delinquenti ».
La Camera del lavoro di Milano, compresa dell'orrore della strage si astiene
dal proclamare lo sciopero generale di protesta contro gli arresti di suoi
esponenti. L'Avanti! piange sulle vittime e si attacca al cavillo di essere «contro
la violenza individuale ». Ma la Voce repubblicana subito lo accusa di
vigliaccheria per queste dichiarazioni di dolore e di riprovazione. L'organo
dei repubblicani fa appello alla tolleranza polemica ma non ha misura nel
linguaggio e quando in un avvenimento qualsiasi può trovar modo di coinvolgere
anche nella maniera più assurda la Monarchia, allora scende al vituperio osceno
e diventa ripugnante. E sopratutto non vuole ammettere che la sua propaganda
sta alla pari di quella dei bombardieri anarchici che esso difende ed esalta.
I socialisti non rinnegano, non smettono la loro predicazione,
ma non ne vogliono subire le conseguenze. L'Avanti! non sa nemmeno decidersi a
protestare apertamente e lealmente contro l'orrendo misfatto. Disapprova
l'attentato ma subito si riprende e par che tema di perdere le simpatie dei
facinorosi, dei più violenti: «Chiunque ne sia l'autore - scrive - chiunque ne
sia l’istigatore, si tratta di un crimine corribile, che noi condanniamo con
tutte le forze del nostro animo civile!». Mette le mani avanti nel deplorare
eventuali rappresaglie che sente addensarsi contro il socialismo ed il giorno
dopo deve infatti constatare: «Ecco tutta l'opera assassina dell'anarchismo
borghese che risponde all'individualismo incosciente ». Continua su questo tono
e non comprende come il suo linguaggio che dura da oltre due anni è proprio
quello che, ha montato la testa ai dinamitardi. Turati invoca inutilmente,
parlando al Teatro dei popolo, una propaganda contro la violenza: « Noi dovremo,
spietati contro altri e contro noi stessi, gridare al cielo ed agli uomini
tutti i nostri errori, perché imparino almeno i figli a non ereditarli dai
padri!». Ma l'Avanti! lo rimprovera di essere « fuori della realtà, fuori della
vita. fuori della storia »: il linguaggio moderato dell’organo socialista è
durato pochi giorni, ora riprende più violento di prima. Scalarini insiste con
le sue vignette atroci. In una che ha per dicitura - «Dinanzi a questo
spettacolo chi non sarebbe diventato violento?» sono disegnati due sportelli
con la soprascritta Cassa. In uno un mutilato porta le sue membra; nell'altro
il ricco epulone, l’arricchito di guerra, il pescecane, riscuote sacchi di
moneta sonante. E' la giustificazione dell'attentato del Diana avvenuto in quei
giorni.
Ovunque in Italia si fanno manifestazioni di lutto. I
funerali alle vittime sono un gesto grandioso di pietà e di dolore popolari:
tutta Milano è nelle strade. Le squadre fasciste che seguono i feretri con
Mussolini in testa sono coperte di fiori. In mezzo a tanta commozione i comunisti
si dichiarano solidali con gli assassini e lanciano un manifesto col quale
chiamano a raccolta il proletariato «per difendere l'onore della sua rossa
bandiera e per la vittoria della rivoluzione sociale». L'Ordine Nuovo, il loro
organo diretto da Antonio Granisci, e scritto, dice Mussolini - «da uomini
mostruosi e deformi nel corpo e nell'anima» giustifica la strage del teatro Diana
che chiama «atto di giustizia». Risponde il Popolo d'Italia che così ammonisce
i comunisti. « Se questa è una sfida, noi l'accettiamo, subito, senza nemmeno
discutere. Gli organi direttivi del movimento fascista non tarderanno un minuto
solo a decidere e a fissare le opportune misure per schiantare col piombo e la
fiamma questa ribalda e nefanda provocazione comunista. I diciotto morti del
Dìana lo impongono!».
L'attentato è stato il fatto determinante, decisivo,
risolutivo nello sfacelo delle organizzazioni operaie socialiste. Il ferrarese
e le Puglie sono le prime regioni dove le leghe si rivoltano ai capi. Nelle
città i cittadini accorrono ai fasci come ad una trincea di difesa personale e
sociale, mentre alcuni settori della politica - repubblicani, anarchici,
comunisti e l'ala estrema del socialismo massimalista - non disarmano. L'on.
Cagnoni ad Alessandria esalta i bombardieri del Diana e si tenta di disturbare
la commemorazione delle vittime. Combattenti e mutilati si affannano a fare
appelli per la pacificazione ma non sempre sono ascoltati. Mussolini dal canto
suo dichiara di essere disposto alla tregua, una «tregua fra i partiti, ma
niente tregua e niente pietà pei criminali che colle parole e coi fatti si sono
cacciati al bando dell'umanità».
Anche la destra dei popolari sente il bisogno di scindere la
propria responsabilità da quella della direzione del partito. La gran massa
degli organizzati democristiani, specialmente quella delle campagne, si ispira
alla propaganda di agitatori seguaci di Miglioli. Dicono gli esponenti della
destra popolare: «E' chiaro che il contegno assunto specie in questi ultimi
mesi dal Partito Popolare in merito alle questioni economiche e sociali che
agitano il Paese, è stato tale da obbligare tutti i cattolici che non vogliono
coinvolgere la propria responsabilità negli errori di esco partito, a
protestare e a ritirarsi». E' una aperta accusa di uomini di alta saggezza
contro le responsabilità della propaganda democristiana nell'avvelenamento
delle classi operaie. Socialisti e democristiani non vogliono capire che la
lotta contro le leghe - rosse o bianche - non è diretta a negare e ad annullare
le conquiste proletarie, ma è una insurrezione alle bestiali prepotenze di quei
piccoli tirannelli ignoranti e presuntuosi che sono i capi lega.
E così incomincia la caccia in grande stile ai caporioni
socialisti e democristiani. Misiano appena arriva in una città è rincorso dai
cittadini, a Napoli è inseguito dal popolino e si salva travestendosi da
guardia regia. Miglioli non può più recarsi nel suo collegio. A Bologna si urla
e si fischia al passaggio di Zanardi e di Bucco. Matteotti viene sequestrato, a
Rovigo, e poi abbandonato in mezzo alla campagna da ex leghisti già suoi
seguaci. A Ferrara, dove le leghe passano contemporaneamente ai fasci,
Mussolini viene accolto con musiche e 118 gagliardetti dei paesi vicini; tutta
la città è in festa, bandiere ai balconi ed alle finestre, alla sera fiaccole
agitate da una folla immensa. Ai primi di aprile ha luogo a Bologna un convegno
regionale dei fasci emiliani e romagnoli. Mussolini viene acclamato alle
stazioni di passaggio nel viaggio da Milano. Un corteo di 20.000 fascisti
inquadrati e 100 mila persone lo attendono alla stazione, molti palazzi si
illuminano di palloncini tricolori. I giornali parlano di apoteosi. Mai uomo
politico è stato accolto fra tanto delirio.
Di fronte a tanta compattezza e solidarietà gli estremisti di
sinistra si dilaniano fra di loro e si accusano, si danno a vicenda dei
traditori: ciascuno è per l'altro in mala fede. A Torino Mario Guarnieri
organizzatore sindacale e direttore del Grido del popolo investe Antonio
Granisci, che chiama «barattolo ambulante di fiele e di sporcizia: il cittadino
Gramsci nel 1916, mentre era già redattore dello Avanti! per parecchi giorni
rimase indeciso se restare all'Avanti! o passare al Popolo d'Italia!». Anche
popolari e socialisti, sempre in concorrenza, si azzuffano fra di loro: i
popolari accusano i socialisti di ricevere danari dalla Russia, i socialisti a
loro volta accusano i popolari di essere finanziati dalla massoneria
internazionale.
In margine alla trasmissione "l'Ultimo Re"
[...]
Mi
rendo conto che le necessità di spazio e di "impostazione" non abbiano
consentito certi approfondimenti (ad esempio quello del prestito di 10 milioni
del Papa - non avendo il Re mezzi economici per affrontare l'esilio - poi
restituito tramite l'allora Mons. Montini dopo essere venuto in possesso, a
Londra, del premio dell'Assicurazione sulla vita del Re Umberto I).
Forse
sarebbe stato anche significativo citare qualche giudizio positivo sul Re
Umberto, almeno quello di Churchill, o di Parri, o di Einaudi...
Mi
preme però far presente una cosa: Emanuele Filiberto ha detto, nel programma, che "Il Re uscì (il 13 Giugno) dal portone
'posteriore' del Quirinale".
Vedo
purtroppo che questa gravissima inesattezza
è anche ripresa nei comunicati della
trasmissione.
Il
Re partì alla luce del sole, dopo gli onori militari dovuti al Capo dello
Stato, con il "Gagliardetto Reale" sulla automobile ufficiale
(dove sedeva insieme al Ministro Lucifero e al Gen. Infante) e la sua
vettura era seguita da altre.
Inoltre, mi si permetta di dire che enfatizzare la frase "Regnò un mese soltanto"
è corretto nella forma ma non lo è nella sostanza, che fa la storia: Egli fu
Capo dello Stato, con tutti i poteri e le prerogative inerenti alla carica, per
due anni, dalla nomina a Luogotenente Generale nel giugno 1944 alla partenza
nel giugno 1946.
Tutti i Decreti (prima D.L.L. - Decreto Legislativo
Luogotenenziale - poi R.D. - Regio Decreto) e Atti dello Stato (Sentenze,
ecc.) erano a Lui intestati. Da Luogotenente, ad
esempio, indisse il Referendum (Marzo 1946), concesse lo Statuto di
autonomia alla Regione Siciliana e, quale Capo dello Stato, gestì 4 crisi
di Governo: da Badoglio a Bonomi; Bonomi II; Parri; De Gasperi
(crisi cruciale del dicembre 1945).
Nei verbali del Consiglio dei Ministri,
quando divenne Re il 9 Maggio, si legge che De Gasperi, a chi sollevava
obiezioni, rispose giustamente che i poteri del Capo dello Stato restavano
invariati nonostante l'assunzione della piena titolarità formale della Corona.
Grato per l'attenzione vi
saluto cordialmente.
sabato 18 maggio 2013
La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - III
Congresso socialista di
Livorno: dalla scissione nasce il Partito Comunista Italiano, mentre nel paese
imperversano le lotte agrarie
Il Congresso socialista di Livorno segna la rottura completa
coi comunisti i quali fondano il loro partito. Fino al giorno della scissione i
socialisti solidarizzano con l'azione dei comunisti; salvo poche eccezioni individuali
o locali, la fanno propria, la esaltano nella propaganda, negli ordini
direttoriali, nella stampa, suscitando la torbida illusione eccitatrice del
leninismo e abbandonandosi alla più sbracata demagogia. Fra tumulti ed
invettive Terracini rimprovera a Turati di aver fatto cadere, con un suo
discorso, il ministero Salandra (18-6-1916): «In questo modo, dice, egli ha
reso un servigio allo Stato borghese soltanto impedendo che il disastro
dell'Italia fosse più grande». E poi ancora: «Noi comunisti, anche se la rivoluzione
russa fosse più feroce di quello che deve essere, ne accetteremmo ugualmente il
valore, senza discutere». Dice Terracini che il proletariato è maturo per il
potere. Al proletariato non manca la preparazione spirituale; quello che manca
è l'organizzazione adatta per prendere il potere. Ma la rivoluzione c'è,
nell'invasione delle terre e nell'occupazione delle fabbriche. La presa del
potere non può avvenire che con la costituzione di una Repubblica dei consigli
di operai. Il dissidio è nel modo di arrivarci, poiché i massimalisti pensano
che si possa conquistare il potere per mezzo delle forme parlamentari. E non
tralascia, il Terracini, di elogiare don Sturzo il quale, secondo il deputato
comunista, «compie, agli scopi della lotta proletaria, una funzione di cui il
Partito Comunista deve essergli grato...». Cioè funzione di disgregazione
sociale, economica e nazionale. Le affermazioni di Terracini suscitano un
pandemonio, il congresso sembra trasformato in una torre di Babele dove domina
la confusione delle lingue.
La Russia ha lanciato il suo anatema contro i socialisti
italiani per la loro insufficienza rivoluzionaria ed i comunisti tentano
riabilitarsi scindendo le loro responsabilità da quella del socialismo
ufficiale. La verità è che i socialisti italiani. dopo avere annunciato
pomposamente di recarsi nella repubblica bolscevica alla scoperta del paradiso
terrestre, al loro ritorno e dopo constatato gli orrori di quel regime pur
continuando nella campagna di esaltazione del miraggio russo debbono ammettere
tanta parte di verità. La prefazione di Turati al libro di Nofri e Pozzani La Russia
com'é, è uno spietato atto di accusa contro Il bolscevismo Turati. che nel
Congresso di Bologna dell'anno precedente aveva parlato fra urla e fischi ne
esce ora vittorioso. Ma le masse non lo seguono più. L'unico a trarre vantaggio
dalla scissione socialista è il fascismo poiché Mussolini non ha più di fronte
un nemico solo agguerrito, ma due tendenze che si insidiano e si accapigliano,
scatenate dalla faziosità demagogica.
Nel ferrarese dove impera la dittatura rossa dei capilega,
qua e là incominciano le defezioni dei leghisti che si accordano direttamente
coi proprietari ai quali però vengono incendiati i pagliai ed i fienili.
Viene messo in atto in grande stile il boicottaggio del
bestiame che deve essere raccolto in parchi. Le leghe escludono dal lavoro chi
non è iscritto alla loro organizzazione: qualche boicottato, portato alla fame,
ha dovuto emigrare. Con l'apparire del fascismo incomincia la rivolta dei
piccoli affittuari e degli stessi braccianti che corrono al fascio come ad un fortilizio
di protezione di sicurezza, di pace, di serenità e di lavoro. Cominciano le dimostrazioni ostili dei contadini
contro i caporioni socialisti- Zanardi, Fovel, Bogiankino, Bucco, Matteotti,
Gnudi e la folla li urla, li rincorre per le strade. La rivolta dei proprietari
ha inizio dal fatto che le leghe impongono il numero e la qualità dei lavoratori negando al proprietario il diritto di scegliersi gli uomini adatti ai lavori da compiere
e nella misura che egli crede conveniente.
I socialisti puntano ancora i piedi e pretendono la abolizione
dell'obbIigantato, cioè di quel tipo caratteristico di lavoratore che vive
tutto l'anno sul fondo, vi si interessa con particolare attaccamento e concorre
con tutte le sue capacità all'incremento della produzione. Unicamente avventizi
devono essere i lavoratori, sostengono i socialisti: cioè gente randagia che passa
quando vuole da un podere all'altro, da un lavoro all'altro senza amore per il
fondo ma in compenso con molto odio contro il proprietario ed il conduttore.
Funzionano i tribunali rossi che elargiscono multe a vanvera. A Berra un
capolega raddoppia la multa perché il proprietario aveva tardato il pagamento
di un giorno. Eseguito questo con il ritardo di pochi minuti sull'ora fissata,
il capolega intasca la somma ma poi convoca i leghisti a decidere nientemeno
che della vita del ritardatario. Dei 101 presenti 51 votano l'assoluzione: per
un voto ebbe salva la vita.
I tribunali rossi sono competenti a giudicare tutto, ovunque
e in ogni caso: la lega si arroga il diritto di punire coloro che si permettono
di professare idee che non le vanno a genio e arriva a colpire i parenti dei colpevoli
di reato di pensiero. Contadini ed operai invadono fondi, tagliano le piante e
le trasportano nei magazzeni delle leghe. Nel soresinese l'on. Miglioli viene
denunciato per istigazione a delinquere. A Bergamo, alcuni coloni arrestati per
furto di vitelli asseriscono di averlo fatto per ordine della Federazione ed a
questa dato personalmente dal Miglioli. Nel cremonese, sempre i seguaci del
Miglioli, occupano le terre. le cascine sono in possesso dei contadini, si
impedisce persino ai fattori di usare mezzi di locomozione. L'occupazione delle
cascine è un fenomeno assai più grave dell'occupazione delle fabbriche
dell'autunno precedente. I contadini si vendono i vitelli di proprietà
padronale, le vacche, i cavalli, ecc. e Miglioli sostiene che tali vendite sono
legali poiché autorizzate dall'art. 706 del Codice Civile quali frutti ordinari
di utili di gestione. Davanti ad una tale situazione i proprietari non possono
più esercitare il diritto di proprietà. Un leghista del copparese sembra che
non avesse l'abitudine di salutare o saluta con poca deferenza il suo capo
lega. Costui lo denuncia ai compagni e lo condanna a recarsi sotto le proprie
finestre per quindici sere di seguito pronunciando la frase sacramentale:
«Buona sera capolega! ». Un altro leghista che era stato scortese col capolega
a Baura, venne condannato per 15 giorni durante la riunione serale a porgere un
bicchiere di acqua al suo capo. Per lo stesso... reato, un Tizio dovette
trasportare da casa sua alla sede della lega, dove erano in corso lavori, una
carriola di terra per due mesi, percorrendo ogni sera 6 chilometri fra andata e
ritorno.
L'on. Matteotti lancia i suoi fulmini contro la borghesia,
contro i proprietari che devono scomparire perché non devono più esistere
coloro che vivono del lavoro altrui. Ma un redattore del Corriere della Sera
Gino Berri che ha fatto una accurata inchiesta a Rovigo afferma che l'irruente
deputato «possiede dai 300 ai 400 ettari, che recentemente ha comperato, altra
terra e vive proprio del lavoro altrui! E per di più egli trascura la sua terra
affittandola agli esosi affittuari invece che direttamente ai contadini ».
Se ne può dedurre che i fatti che conturbano la vita civile
italiana sono una prosecuzione di un processo storico di profonda trasformazione
sociale, che ha principalmente di mira i rapporti tra capitale e lavoro,
iniziatosi nel 1890. periodo iniziale del Partito Socialista. Ma su questi
fattori economici sì è voluto innestare la bandiera politica del bolscevismo
leninista della Repubblica dei sovieti e quella non meno anti storica della
Repubblica Sociale dei repubblicani, insegna di concorrenza alla prima.
Interessante a questo proposito una disamina del Corriere della Sera: «Il
movimento fascista ha acquistato il favor pubblico quando s'è visto che, per la
predicazione balorda e fanatica dei socialisti e per gli atti che ne erano
ispirati, si schiacciava sotto l'odio di classe la vitalità della nazione e
che, nella ruinosa timidezza dei governi troppo occupati della forza dei gruppi
in parlamento e troppo inclini a voler apparire sopra tutto democraticissimi, i
più democratici di tutti, schiere di giovani si risolvevano, arrischiando la
propria vita e una illegalità imposta dalla debolezza stessa dell'autorità, ad
affrontare in piazza gli aizzatori di tumulti, gli organizzatori di
sopraffazioni, ì violatori d’ogni libertà civile, i coltivatori di scioperi
pazzeschi, i ricattatori della timidezza e disorientamento borghese. In questo
senso i fascisti apparvero i servitori dell'Italia, e dell'Italia soltanto ».
giovedì 16 maggio 2013
La Storia siamo noi e l’ultimo re, tutti i misteri di Umberto II
Umberto II di Savoia, “il re di maggio”, aveva davvero simpatie antifasciste? La scelta dell’esilio, all’indomani del referendum, fu davvero una sua decisione o Umberto fu vittima di una trappola da parte del nuovo potere repubblicano? Per La Storia siamo noi, condotto da Giovanni Minoli, il documentario Ultimo re, in onda giovedì 16 maggio alle 23 su Rai3, si pone come obiettivo quello di far luce su una delle figure più controverse e meno conosciute di casa Savoia.
Attraverso la scoperta di documenti inediti, scovati negli archivi di stato, si viene a sapere che l’OVRA, la polizia segreta di Mussolini indagava su di lui e sulle simpatie antifasciste che avrebbe condiviso con la moglie Maria José, ma non solo. Dalle carte emerge con altrettanta chiarezza la volontà del Duce di sminuire e mortificare la sua reputazione. “In una seduta segreta – si legge - il Duce ha dichiarato che in nessun caso il principe di Piemonte diverrà re per i suoi vizi e la sua vita sregolata”.
Di fatto invece Umberto regnò, anche se un mese soltanto, quello del maggio del 1946. Poi uscendo dalla porta posteriore del Quirinale partì volontariamente per il Portogallo. Ma sapeva davvero, allora, che si sarebbe trattato di un esilio definitivo? Rispondono a questa e ad altre domande i figli di Umberto, Vittorio Emanuele e Maria Gabriella, il nipote Emanuele Filiberto e il cugino Amedeo d’Aosta che hanno accettato di collaborare con La Storia siamo noi per dare il loro contributo alla conoscenza dell’ultimo monarca italiano.
Attraverso la scoperta di documenti inediti, scovati negli archivi di stato, si viene a sapere che l’OVRA, la polizia segreta di Mussolini indagava su di lui e sulle simpatie antifasciste che avrebbe condiviso con la moglie Maria José, ma non solo. Dalle carte emerge con altrettanta chiarezza la volontà del Duce di sminuire e mortificare la sua reputazione. “In una seduta segreta – si legge - il Duce ha dichiarato che in nessun caso il principe di Piemonte diverrà re per i suoi vizi e la sua vita sregolata”.
Di fatto invece Umberto regnò, anche se un mese soltanto, quello del maggio del 1946. Poi uscendo dalla porta posteriore del Quirinale partì volontariamente per il Portogallo. Ma sapeva davvero, allora, che si sarebbe trattato di un esilio definitivo? Rispondono a questa e ad altre domande i figli di Umberto, Vittorio Emanuele e Maria Gabriella, il nipote Emanuele Filiberto e il cugino Amedeo d’Aosta che hanno accettato di collaborare con La Storia siamo noi per dare il loro contributo alla conoscenza dell’ultimo monarca italiano.
mercoledì 15 maggio 2013
Manifestiamo contro la malainformazione Rai
Domani
giovedì 16 maggio dalle ore 10.30 i candidati di Italia Reale - assieme a tutti
gli altri candidati alle comunali di Roma ugualmente esclusi dalle trasmissioni
del servizio pubblico riguardanti l’appuntamento elettorale romano - manifestano
davanti alla sede Rai di Viale Mazzini.
Tutte le liste censurate dalla
televisione di Stato vogliono dire no a questa malainformazione e palese
violazione democratica e i loro candidati sindaco chiedono di essere ammessi a
un incontro chiarificatore con il Consiglio di Amministrazione e i direttori
delle Reti Rai.
"La Storia Siamo Noi" racconta Umberto II
Giovedì 16 maggio alle 23.05 su Rai 3
“Ultimo re”
Rai 150, per LA STORIA SIAMO NOI, presenta: “ULTIMO RE”, un ritratto intimo e inedito di Umberto II di Savoia, in onda domani giovedì 16 maggio alle 23.05 su Rai3. Nato per fare il re, Umberto II incontra il suo destino per appena un mese, quello del maggio del 1946. Poi, uscendo dalla porta posteriore del Quirinale, parte volontariamente per il Portogallo per un esilio che avrebbe dovuto essere transitorio e che invece diventò definitivo. Il documentario di Carlotta Bernabei e Sergio Leszczynski, propone una lettura intima e del tutto inedita del personaggio di Umberto II di Savoia, una delle figure più controverse nella storia della casa reale a cui apparteneva. Sono in molti pensare che Umberto abbia accettato l’esilio, per espiare le colpe di casa Savoia: il patto con il fascismo , le leggi razziali, la catastrofe della guerra a fianco di Hitler, l’infamia della fuga a Brindisi. Un gesto, quello di cedere alla volontà popolare della Repubblica, senza opporre resistenza , in linea con una vita di fedeltà alla corona, ma anche con una condotta personale che più volte aveva lasciato trasparire una naturale inclinazione ad una monarchia più moderna e democratica , al senso della giustizia, alla solidarietà sociale. In appena due anni di luogotenenza Umberto era già riuscito a recuperare consensi popolari e politici sia in Italia che all'estero Grazie a documenti inediti scovati negli archivi di Stato da La Storia Siamo Noi, emerge con chiarezza la volontà di Mussolini di sminuire e mortificare la sua reputazione. Nei dossier dell’OVRA, la polizia del Duce, si parla chiaramente dell’antifascismo del principe e si legge tra l’altro: “in una seduta segreta il duce ha dichiarato che in nessun caso il principe di Piemonte diverrà re per i suoi vizi e la sua vita sregolata”. Accuse che per molti storici sarebbero state avanzate più per timore da parte di Mussolini, di essere offuscato dall'immagine di un principe affascinante, bello e carismatico che per eventuali comportamenti inopportuni da parte di Umberto II. Nel corso della puntata parlano di lui storici come, Alessandro Campi, Luciano Regolo, Aldo Mola, Gianni Oliva ed altri ancora. Ma anche i suoi parenti più stretti: il figli Vittorio Emanuele e Maria Gabriella, il nipote Emanuele Filiberto, il cugino Amedeo d’Aosta. “E’ stato un uomo educato a fare il re e che non l’ha fatto, afferma Maria Gabriella, sarebbe stato perfetto, onesto, integro, caritatevole, amante del prossimo non ne ho mai conosciuti di così…”.
La Monarchia e il fascismo - terzo capitolo - II
Ha inizio in grande
stile la reazione all'estremismo socialista e democristiano.
E Napoleone Colaianni che già si era pronunciato contro il
pericolo del leninismo, insiste ancora all'inizio del 1921 nella sua Rivista
Popolare in questi termini: «Che cosa sia il Fascismo non si potrebbe
esattamente dire. Approssimativamente si può definire un conglomerato
d'italiani dotati di ardente patriottismo, i quali per vedere salva la patria
dagli assalti quotidiani dei bolscevichi indigeni, ricorrono alla violenza,
assaltano l'Avanti! a Milano e a Roma, Il Lavoratore a Trieste, la camere del
lavoro a Pola, danno addosso ai tramvieri a Roma, abbassano la bandiera rossa
dalla torre degli Asinelli a Bologna, insorgono dappertutto dove sono in numero
sufficiente contro ogni sopraffazione dei socialisti, affrontano ogni pericolo,
dal carcere alla morte.
«E' legale la loro azione? Nessuno potrebbe ammetterlo; ma
essa è morale. Se ci fosse un vero governo forte i fascisti dovrebbero essere
repressi severamente ma nella sostanziale assenza del governo e nella sua
debolezza verso i socialisti debolezza che talvolta assume i caratteri della
complicità - i fascisti compiono opera santa di reazione contro la
sopraffazione demolitrice dell'organismo nazionale, cui si sono consacrati i
socialisti. In mancanza della legge i fascisti oppongono la violenza alla
violenza. E fanno bene». Commenta il Popolo d'Italia: « Ecco un vecchio
repubblicano che non è malato di fegato come qualcuno di nostra conoscenza».
L'on. Roberto Mirabelli, professore universitario e deputato repubblicano
scrive sul Roma di Napoli: «Il fascismo è un movimento di riscossa,
rinnovatore, per la libertà, per la giustizia, per la civiltà. In un'ora fosca
della società italiana, quando il potere pubblico piegava come un giunco sotto
il dispotismo settario del massimalismo asiatico, è sorto un manipolo audace e
si è sostituito esso al potere pubblico, che non c'era, per castigo de' tristi:
missionario di giustizia e di libertà.
Poggia su la violenza, perché bisognava combattere la
violenza ». Salvatore Barzilai in un articolo sulla rivista I.I.I. dal titolo « I violenti », così
conclude:
« Si manifestò allora con un vecchio nome un sentimento nuovo
di privata e pubblica difesa all'infuori dei poteri pubblici in altre faccende
affaccendati. Il fascismo che in un primo stadio rappresentava le energie di
guerra poi la necessità di assicurare i frutti della Vittoria, divenne per
concorso degli elementi più vari il denominatore comune della tendenza a
respingere la violenza con la violenza ».
Di fronte a queste cospicue personalità repubblicane che
affiancano il movimento filo fascista stanno i domenicani della direzione del
partito settari e intolleranti. Alla commemorazione in Campidoglio della Repubblica
Romana il P.R.I. invita un Assessore del Blocco ad allontanarsi soltanto perché
è... monarchico! la Voce repubblicana si scaglia con la solita incontrollata
violenza contro Mussolini e lo chiama «venduto». Risponde Mussolini che per
interessare il pubblico bisognerebbe sapere chi l’ha «comprato». Ad ogni modo
egli domanda al «tremendo Robespierre livornese che risponde al nome di
Ferdinando Schiavetti come mai prima di fare il censore non aveva disdegnato di
chiedere la collaborazione e l'ospitalità al «venduto» giornale ». L'accusa è
grave e atroce, ma Schiavelli (che effettivamente nel 1919 ha collaborato al
Popolo d’Italia) tace e non smentisce, mentre Mussolini insiste: «Non ci
occupiamo delle diffamazioni insulse della Voce repubblicana perché a farne
giustizia ci pensano molti repubblicani i quali sono convinti che quando si è
bolscevichi si va con Lenin e non si contamina Mazzini ».
lunedì 13 maggio 2013
La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - I
3 - I GOVERNI DI GIOLITTI E
BONOMI CON SFORZA E CROCE ACCUSATI DI ARMARE LE SQUADRE
FASCISTE (1921)
Le ultime elezioni libere:
nasce la Camera che voterà le leggi della dittatura fascista
- Continuano le imboscate e gli
eccidi fra le fazioni in una atmosfera di guerra civile.
- In mezzo a tanta follia il Re porta la Sua parola di saggezza.
L'estrema sinistra e la
dittatura bolscevica.
Il fascismo è oramai al
servizio degli industriali e degli agrari che lo finanziano e, tollerate le
squadre d'azione queste vengono gettate contro le organizzazioni operaie rosse.
Il pericolo fascista incomincia a delinearsi ora. D'altronde non è possibile
venire ad una transazione. Vi è bensì una tendenza che vorrebbe instaurata una certa
collaborazione fra le classi, ma gli animi sono troppo inaspriti da ambo le
parti, dalla borghesia reazionaria ma soprattutto dalla intransigenza
oppositrice dell'estremismo di sinistra, al quale si aggrega in certe
circostanze quello democristiano. Così i due estremismi, sovversivo e
reazionario, non possono incontrarsi. Ma più per colpa dei primi fallisce il
ritorno alla normalità, all'armonia produttiva, mentre in alcuni settori
logorati dalla stanchezza si profila vago ma insistente il miraggio della
Dittatura come unica salvezza dal minacciato sfacelo. Giolitti al potere
costituisce una garanzia alla ricomposizione solidale dei vari ceti della
borghesia che cerca una soluzione ai problemi scaturiti dalla guerra, ma
l'indebolimento portato da questa a tutta la compagine dello Stato
richiederebbe l'opera solidale di tutte le classi. Il sovversivismo di sinistra
invece impedisce lo svolgersi di questa funzione e con la sua opera
disgregatrice porta la Nazione sull'orlo della catastrofe.
Non vi sono soltanto i
problemi interni che pesano sul Governo, vi sono le quistioni internazionali la
cui soluzione ha fortemente disilluso il Paese. L'atteggiamento degli Alleati
nella imposizione del Trattato di Versaglia non è altro che la premessa, la
giustificazione dell'Italia di domani portata di conseguenza a gettarsi nelle
braccia della Germania. Giolitti, fedele all'osservanza dei trattati, obbliga
D'Annunzio ad evacuare Fiume, ma la Nazione è sentimentalmente con lui poiché
la marcia di Ronchi nella sua romantica audacia fu una sfida alle inconcepibili
ed ingiuste vessazioni dell'Intesa contro di noi. Questo episodio commovente ma
doloroso che avrebbe dovuto saldare le classi nello spirito della solidarietà
nazionale contro le insidie dello straniero, servì invece a socialisti e
repubblicani, da piattaforma sulla quale schierarsi a favore del nemico, mentre
sulle piazze d'Italia infuria la guerra civile ch'essi provocano ed alimentano
con nefande propagande. Ad Aulla, i socialisti, incontrato il tenente Lepro
Lepri lo investono, sol perché è ufficiale dell'esercito, al grido di Viva
Lenin, egli risponde Viva l'Italia e lo pugnalano alle spalle, lo bastonano a
sangue e poi fuggono non senza avergli sparato un colpo di rivoltella. Dopo
lo scempio dello studente Sonzini commesso a Torino da guardie rosse che
bisognerebbe dantescamente punire cancellando dal loro volto i lineamenti umani
- scrive il Corriere della Sera - nulla era avvenuto di così odioso come il
gesto della belva socialista che, dopo uno dei soliti agguati eroici, si getti
su un ferito inerte e lo finisce. E' la sete di sangue, è la delinquenza
tripudiante; ed è la denunzia degli effetti d'una scuola che non si chiude
ancora. Bisogna dunque finirla. Ma se i predicatori di violenze non danno il
segnale della fine, questa degenerazione messicana delle lotte civili in Italia
continuerà. Se le moltitudini ignoranti, avvelenate dalla demagogia senza
scrupoli, non saranno richiamate al rispetto della libertà, gli episodi
sanguinosi non potranno che, diventare più frequenti e più gravi. E' necessario
considerare la questione con senso di umanità e non con perfida polemica ».
Ma la catena dei delitti
continua. A Modena viene assassinato lo studente Mario Ruini, ferito in una
dimostrazione. La popolazione insorge, i funerali sono imponenti ma i
socialisti gettano bombe a mano sul corteo che è assalito da una fitta
sparatoria. I fascisti, che hanno avuto due morti e numerosi feriti, rispondono
e la città diventa un campo di battaglia. A Bologna viene proclamato lo
sciopero generale per protesta contro l'incendio della Camera del lavoro subito
rintuzzato dalle squadre fasciste che transitano per la città fra le
acclamazioni della cittadinanza. Le masse si agitano oramai unicamente in preda
ad uno stato di convulsione, eccitate da una insana propaganda sovvertitrice ma
abbandonate a se stesse. L'on. Giuseppe Bianchi inviato dal partito socialista
a Modena per una inchiesta sui luttuosi avvenimenti, conclude con una
deplorazione ai deputati della circoscrizione per la loro assenza e per avere
abbandonato la classe operaia ai suoi istinti. I socialisti sanno benissimo che
se volessero potrebbero influire sulle folle. Dopo le accuse lanciate alla
Camera dall'on. Drago all'on. Vacirca venne provato - dalla Commissione
d'inchiesta - che questi era entrato in partecipazione in un affare di terreni
con un barone siciliano recando come apporto la sua autorità di garante della
tranquillità delle masse che in quella particolare regione non avrebbero
disturbato gli interessi degli odiati capitalisti e feudatari!
Per due anni le campagne del
bolognese sono state oppresse da una pesante dittatura bolscevica. La
predicazione della violenza, finita la guerra, ha avuto per primo bersaglio
presso le folle docili e facili alla suggestione, i combattenti, i feriti, i
mutilati, tutti coloro insomma che non hanno rinnegato il glorioso dovere
compiuto. La campagna elettorale politica dei socialisti è stata tutta una
predicazione rabbiosa di violenza. Bombacci incita i contadini ad insorgere:
niente avrebbe resistito al loro urto; e dopo la battaglia vittoriosa avrebbero
goduto la felicità e il benessere nell'Eden sovietico (1). La proprietà privata
è praticamente quasi abolita, la legge bolscevica, quella dei leghisti, può affermare
il suo predominio con,la licenza connessa a inaudite violenze collettive e
personali e con la pratica applicazione delle disposizioni del dittatore Bucco,
le quali influiscono anche sulle stesse autorità. L'inchiesta parlamentare sui
continui e sanguinosi conflitti rileva come a Bologna e nella campagna il
Partito Socialista Massimalista sia stato in grande prevalenza (dopo la guerra
avendo esercitato una propaganda con eccitamento alla violenza, col susseguirsi
di scioperi incomposti e con la creazione di un vero monopolio della mano
d'opera, cioè il collocamento esclusivo di questa per mezzo di uffici di
classe: « Così - dice testualmente la relazione - si diffusero i boicottaggi,
per cui i proprietari ed i coloni boicottati non soltanto non potevano avere la
mano d'opera, ma non potevano acquistare derrate ed indumenti, non trovavano da
vendere i loro prodotti ed in taluni casi si è visto anche negare, loro
l'assistenza sanitaria per essi e per la famiglia. Negli ultimi tempi si cercò
finanche di impedire alle persone boicottate la locomozione ed i trasporti con
carri attraverso la via pubblica. La condizione di costoro, specie in alcuni
comuni, era divenuta assolutamente intollerabile ». E accanto al boicottaggio
si erano costituite le cosiddette « taglie » per cifre rilevanti da pagarsi per
liberare un colono od un proprietario.
Muccio Ruini, in un articolo
sulla Nuova Antologia dopo aver descritta la fase degli scioperi a catena e
constatando che la borghesia si difende o contrattacca con vigoria, così
precisa: « Questo stato di guerra civile è grave e pericoloso, e non può a
lungo durare. Di fronte alla minaccia del dissolvimento si comprende la
necessità della difesa; e non se ne possono lagnare i socialisti, che nei loro
congressi predicarono i «metodi illegali di azione». E' una esplicita adesione
alla reazione ed ai metodi della violenza fascista, eh'egli chiama «L'Ora della
democrazia».
(1) Nicola
Bombacci dopo lo scioglimento dei partiti avvenuto nel 1926 si adoperò per un
tentativo di riavvicinamento fra fascismo e comunismo ch'egli spiegava in una
rivista Verità, finanziata dallo stesso Mussolini. Dopo l'8 settembre lo seguì
a Salò e finì a piazzale Loreto accanto al suo concittadino forlivese.
venerdì 10 maggio 2013
Italia Reale: «Diffidiamo la Rai, che non rispetta la par condicio»
«Il servizio pubblico nel trattare le comunali
di Roma non rispetta la par condicio e Italia Reale non ci sta». Così dichiara
Angelo Novellino, il candidato sindaco di Italia Reale, la lista monarchica per
Roma, che rende noto di aver inviato ufficiale diffida alla Rai.
«A Ballarò – spiega Novellino - sono stati ripetutamente invitati i candidati sindaco Gianni Alemanno e Alfio Marchini, ma quest’ultimo non è neppure espressione di un partito politico rappresentato in Parlamento e, dunque, ha la stessa legittimazione di tutti gli altri candidati in lizza».
«Marchini – continua Novellino – è stato poi più volte indicato come terzo candidato alla carica di sindaco (in aggiunta ad Alemanno e Marino), godendo, quindi di ingiustificati privilegi rispetto agli altri sedici candidati, che non hanno avuto la benché minima menzione e che appaiono così come inesistenti».
«Questo – conclude Novellino - viola gravemente le norme che regolano la materia elettorale e non rispetta gli obblighi di trasparenza e correttezza del servizio pubblico».
«A Ballarò – spiega Novellino - sono stati ripetutamente invitati i candidati sindaco Gianni Alemanno e Alfio Marchini, ma quest’ultimo non è neppure espressione di un partito politico rappresentato in Parlamento e, dunque, ha la stessa legittimazione di tutti gli altri candidati in lizza».
«Marchini – continua Novellino – è stato poi più volte indicato come terzo candidato alla carica di sindaco (in aggiunta ad Alemanno e Marino), godendo, quindi di ingiustificati privilegi rispetto agli altri sedici candidati, che non hanno avuto la benché minima menzione e che appaiono così come inesistenti».
«Questo – conclude Novellino - viola gravemente le norme che regolano la materia elettorale e non rispetta gli obblighi di trasparenza e correttezza del servizio pubblico».
Buone nuove
Cari amici,
una buona notizia! Non riusciamo più stare dietro tutte le notizie che riguardano i monarchici perché sono diventate troppe per il nostro numericamente, ma solo numericamente, modesto staff.
Effetto della presentazione nella Capitale di una lista dichiaratamente monarchica che ostenta il glorioso simbolo di Stella e Corona.
Quindi non ce ne vogliate se non riusciamo a renderVene conto in tempo reale ed in maniera completa.
Vi invitiamo a visitare il sito:
per la rassegna stampa e per le informazioni più interessanti.
Noi, dal canto nostro, continueremo a fare il possibile.
Se tra i lettori ci fosse qualcuno di buona volontà, con un buon curriculum monarchico, intenzionato a dare una mano, prenderemo in seria considerazione l'ipotesi di allargarci.
W il Re!
giovedì 9 maggio 2013
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