Sempre grazie alla cortesia del Nostro Amico Ing Giglio pubblichiamo in anteprima la prima parte del programma di conferenza del benemerito circolo Rex.
Naturalmente l'invito è quello di intervenire numerosi.
23 ottobre Sergio Boschiero:
"Centocinquantenario del Regno d'Italia: un primo bilancio"
6 Novembre Conte Enzo Capasso Torre delle Pastene:
"Gli Albori del Risorgimento nel pensiero italiano del '700"
20 Novembre Capitano di Vascello dr Ugo D'atri
"Monarchici nel 2011"
4 Dicembre dr Ing Domenico Giglio:
"Un giovane Regno d'Italia, una grande Marina Militare"
29 Gennaio Sen . Prof Domenico Fisichella
"Il pensiero cattolico nel Risorgimento Nazionale"
Agli amici del circolo Rex ed ai conferenzieri i nostri migliori auguri!
Lo staff
NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
giovedì 6 ottobre 2011
mercoledì 5 ottobre 2011
San Francesco d'Assisi, Patrono d'Italia
Il 18 giugno 1939, Sua Santità Pio XII, a tre mesi dalla sua elezione, proclamava San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia.
“[...] poiché la Divina Provvidenza ha voluto che la Cattedra Romana di S. Pietro fosse stabilita in Italia, la Nostra volontà non può non rivolgersi in modo particolare a promuovere i vantaggi spirituali degli Italiani. [...]Difatti San Francesco poverello e umile vera immagine di Gesù Cristo, diede insuperabili esempi di vita evangelica ai cittadini di quella sua tanto turbolenta età, e ad essi anzi, con la costituzione del suo triplice ordine aprì nuove vie e diede maggiori agevolezze, per la correzione dei pubblici e privati costumi e per un più retto senso dei principi della vita cattolica. [...]Pertanto di Nostro «Motu proprio» di certa scienza e dopo matura deliberazione colla pienezza di nostra apostolica podestà, in virtù delle presenti letteredichiariamo da questo momento e costituiamo in perpetuo San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena Patroni Primari d’Italia.
Con la stessa autorità e in forza delle presenti da valere in perpetuo decretiamo che in Italia e nelle isole adiacenti, si celebrino ogni anno, dall’uno e dall’altro clero, nei giorni stabiliti, le feste degli stessi Patroni con relativa Messa ed Officio in rito doppio di prima classe, ma senza ottava, nonostante qualsiasi cosa in contrario. [...]
da http://www.messainlatino.it/
“[...] poiché la Divina Provvidenza ha voluto che la Cattedra Romana di S. Pietro fosse stabilita in Italia, la Nostra volontà non può non rivolgersi in modo particolare a promuovere i vantaggi spirituali degli Italiani. [...]Difatti San Francesco poverello e umile vera immagine di Gesù Cristo, diede insuperabili esempi di vita evangelica ai cittadini di quella sua tanto turbolenta età, e ad essi anzi, con la costituzione del suo triplice ordine aprì nuove vie e diede maggiori agevolezze, per la correzione dei pubblici e privati costumi e per un più retto senso dei principi della vita cattolica. [...]Pertanto di Nostro «Motu proprio» di certa scienza e dopo matura deliberazione colla pienezza di nostra apostolica podestà, in virtù delle presenti letteredichiariamo da questo momento e costituiamo in perpetuo San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena Patroni Primari d’Italia.
Con la stessa autorità e in forza delle presenti da valere in perpetuo decretiamo che in Italia e nelle isole adiacenti, si celebrino ogni anno, dall’uno e dall’altro clero, nei giorni stabiliti, le feste degli stessi Patroni con relativa Messa ed Officio in rito doppio di prima classe, ma senza ottava, nonostante qualsiasi cosa in contrario. [...]
da http://www.messainlatino.it/
martedì 4 ottobre 2011
Monarchici e non monarchici
Articolo pubblicato grazie alla cortesia dell'Ing. Domenico Giglio
Un insospettabile Spadolini analizza i tanti modi di essere monarchici, nel 1950, con una lucidità inattesa.
di GIOVANNI SPADOLINI
da "Il Borghese" 15 Maggio 1950
QUANDO l'on. Nenni ha impostato alla Camera, con l'impeto generoso che lo distingue, la questione della revisione del Concordato, l'interruzione più significativa fu quella dell'on. Leone Marchesano, monarchico. « Oggi è chiaro », esclamò a un certo punto Nenni, « che la Chiesa tiene al guinzaglio lo Stato»; e l'on. Marchesano, di rimbalzo «E non poteva essere diversamente». In quel momento, il parlamentare monarchico intendeva alludere alla funzione storica che la Monarchia italiana assolse rispetto alla Chiesa, funzione che fu a volta a volta di antitesi, di ostilità, di rèmora, di freno, tesa ad ogni momento ad affermare l'autonomia dello Stato, la sua validità rivoluzionaria, collegata alla soluzione giacobina del Risorgimento.
Ma quanti sono, in Italia, i monarchici dichiarati che abbiano il coraggio di ricollegarsi a quel filone?
Non c'è dubbio che la restaurazione monarchica avrebbe un senso solo come espressione di una grande reazione laicista, attraverso una forte politica estera e una rigorosa unità amministrativa. Ma il dramma dei monarchici è quello di non poter accettare gli strumenti della sedizione o della sovversione a costo di negare se stessi e la loro pregiudiziale fondamentalmente conservatrice e unitaria. Se la Monarchia si identifica con la causa dell'ordine, come promuovere una ribellione? Se la Monarchia presuppone la unità, come gettare il paese nella divisione? Se la Monarchia si fonda sulle masse, come confonderla con una reazione borghese?
Da qualunque punto di vista si consideri, un eventuale ritorno monarchico presuppone un intervento o una mediazione straniera o comunque una forma di appoggio dell'uno o dell'altro blocco di potenze, un tale concorrere di circostanze internazionali che lo renda possibile o necessario. Al tempo della discussione sul Patto Atlantico, i parlamentari monarchici si astennero e non pochi si dichiararono contrari, coerenti a tutta la tradizione nazionalista, che si era sempre opposta alle alleanze con le potenze marittime in vista di un grande blocco continentale, capace di tutelare gli interessi e le aspirazioni espansionistiche dell'Italia. Alcuni eminenti pubblicisti di destra arrivarono a sostenere, con argomenti tutt'altro che irrilevanti, la necessità di una politica di equidistanza fra il gruppo occidentale e quello orientale (Nenni ha ripreso le tesi dagli storici e dai diplomatici della Monarchia), con una mano tesa, se necessario, verso la Russia e le potenze dell'est, destinate ad assumere prima o poi l'ufficio proprio della conservazione e dell’equilibrio europeo, un tempo rappresentato dall'Austria e dalla Germania: ed è probabile che il calcolo di Badoglio, al tempo della ripresa dei rapporti diplomatici con Mosca, non fosse molto diverso.
Ma per i monarchici di oggi si propone un grave quesito: come conciliare l'anticomunismo prevenuto, fanatico, ossessionante che va dagli estremi delle dame patronesse a quelli delle squadre d'attivisti con la loro posizione di «machiavellismo » internazionale, con la loro linea di attesa che potrebbe domani piegare anche verso la Russia? E d'altra parte, se una ripresa monarchica presuppone un ritorno allo spirito e alle idealità nazionali, che animarono le generazioni dell'unità, come accordarlo con la politica del Piano Marshall e degli aiuti americani? Costumi ed abitudini, relazioni personali, orientamenti ideologici, interessi economici volgono la maggior parte dei monarchici verso l'occidente e la concezione occidentale della vita ma può bastare ciò a superare l'avversione alla Inghilterra e la diffidenza verso l'America, l'odio verso il laburismo e il protestantesimo?
I monarchici sanno fin troppo bene che il massimo cemento unitario fu rappresentato in Italia, per ottant'anni, dalla politica estera, da quella serie di iniziative temerarie, che sole potevano supplire alle insufficienze della formazione nazionale, dando al paese la sensazione della forza, l'illusione della potenza, il fantasma della grandezza. Ma un «rovesciamento di alleanze » non aprirebbe la strada a tutte le sedizioni. Non potrebbe essere che la causa monarchica coincidesse a un certo punto con la causa dei rivoluzionari? Sono problemi che i monarchici preferiscono lasciare senza risposta. Ma non si deve credere che non li avvertano. Ogni giorno di più, l'ipotesi monarchica assume un sottinteso «sovversivo » rispetto allo Stato: la grande coalizione di destra, che il P. N. M. caldeggia, dal Movimento Sociale ai liberali, non è che una specie di «ricatto» alla democrazia cristiana, una minaccia scoperta alla classe dirigente repubblicana perché rinunci alla sua politica e adotti un indirizzo e un orientamento diversi.
Ma quali? Su tal punto, le vedute dei monarchici non sono chiare, almeno quattro essendo le «varietà» politiche che li caratterizzano, e tutte in contraddizione fondamentale fra loro. Primi, per anzianità, vengono i monarchici clericali, coloro che si rifanno alla filosofia di De Maistre, che giurano nella dialettica di Bossuet, che si propongono a modello Solaro della Margarita, che credono all'attualità del «trono e altare». Agli occhi del gruppo, che si ricollega idealmente ai clerico - moderati della «Rassegna nazionale», solo l'alleanza fra il Papato e la Monarchia potrebbe resistere al dissolvimento della vita nazionale, riportando all'equilibrio dell'ancien régime, all'ordine della società organica, che ignorava le secessioni di classe e di fede, la dialettica delle idee e la gara dei partiti, gli squilibri del capitalismo e gli abissi delle lotte sociali. La loro posizione, a sottinteso romantico e reazionario, presuppone la svalutazione del liberalismo e della democrazia, non senza una nostalgia dichiarata e sottintesa del paternalismo corporativo; e su tal punto vi è indubbiamente una confluenza con le posizioni dei fascisti monarchici. Ma quale antitesi in tutto il resto!
Pur prescindendo da quanto il fascismo rappresentò di giacobinismo plebeo, di reviviscenza ghibellina, di rivolta del piccolo borghese anticléricale e massone, certo è che la sostanza della politica religiosa dì Mussolini si rifece a un'ispirazione «bonapartista», mirò cioè a rattacher les prétres et la réligion allo Stato col sottinteso di sfruttare la protezione cattolica nella politica imperialistica e non senza la speranza di arrivare a una Chiesa nazionale: proprio l'opposto di quello a cui guardano gli ultimi reazionari alla Bonald o alla Veuillot, in cui rivive più violenta che mai la condanna dello Stato a vantaggio dell'ideale della Chiesa. La Conciliazione è interpretata dagli uni come la premessa perché lo Stato ritorni alle sue origini confessionali, alla logica pessimistica imposta dalla stessa insufficienza del potere civile, ma per gli altri è viceversa il presupposto per valorizzare lo Stato guerriero e conquistatore, missionario e imperialista, che non conosce altro limite al di fuori della forza e della potenza.
Ed ancora.Vi sono i monarchici nazionalisti, che si rifanno a Corradini e a Federzoni ed in linea teorica risalgono talvolta a Maurras e a Daudet: la loro posizione si differenzia da quella dei M.S.I., in quanto vede nell'alleanza col cattolicesimo uno strumento della « morale sociale », una difesa dell'ordine, ma
coincide nel fine di assegnare alla Chiesa una funzione di appoggio io alla «nazione», allo «Stato nazionale», rinnovando l'eterna retorica della Croce e dell'Aquila. Vi sono infine i monarchici liberali, parte disseminati nelle formazioni legittimiste, parte dissimulati nello stesso partito ufficiale, che, più coerenti e consapevoli di tutti, identificano la causa monarchica cori quella di una difesa degli istituti tradizionali del paese dalle insidie dei neoguelfismo e dalle minacce del sovversivismo, pronti a rivendicare il 20 settembre e l'eredità di Ricasoli e di Menabrea.
L'ala monarchica dei liberalismo, l'unica che senta il legame profondo fra la Monarchia e le tradizioni risorgimentali che simularono la rivoluzione, affidando all'istituto regio una funzione rivoluzionaria e progressiva, la difesa di tutti quegli ideali che erano stati consumati e bruciati nel compromesso del '60; ma come potranno mai accordarsi, almeno nel fondo della coscienza, con i monarchici reazionari, che negano la stessa validità plebiscitaria dello Stato italiano, o con i monarchici nazionalisti e fascisti, che combattono gli istituti parlamentari e democratici che soli giustificarono l'usurpazione sabauda? Perché opporsi alla Repubblica guelfa in nome di un'ipotetica Monarchia clericale o bonapartista? Il ritorno dei Savoia, con l'appoggio della Chiesa, implica la rinuncia della Corona a tutte le pregiudiziali del Risorgimento
quindi svaluta in anticipo la funzione futura del liberalismo: al monarca che si inginocchia a Cascais, un liberale coerente dovrebbe preferire un presidente che prende la messa al Quirinale.
Quando i liberali parlano di «restaurazione monarchica», non di rado alludono a una grande reazione borghese. Avversari della Chiesa per definizione, gli ultimi eredi della vecchia Destra sanno benissimo che la borghesia italiana ha strappato molte delle sue conquiste in una lotta sorda e difficile con la tradizione cattolica e che, se un pericolo la sovrasta, è quello di essere liquidata gradualmente dal riformismo guerra, che annulla tutte le antitesi di classe in una politica a sottinteso popolare e di massa. Ma qual è la borghesia che potrebbe appoggiare domani un ritorno dei Savoia? Chi fondò il Partito, nazionale del lavoro, uno dei nuclei dell'attuale partito legittimista, ebbe la vaga intuizione che la tradizione monarchica in Italia non si fonda affatto sull'alta borghesia industriale e sulla plutocrazia, che arieggiò sempre a sentimenti repubblicani, ma sulla piccola borghesia dei lavoratori autonomi, professionisti liberi, coltivatori diretti, affittuari, proprietari, esercenti, artigiani, alleata alle grandi masse del mezzogiorno, sacrificate dal protezionismo del nord.
Se un giorno vasti strati di popolo si volgessero verso una restaurazione della Corona, ciò avverrebbe solo per trovare istintivamente una protezione, una tutela, uno schermo contro le insidie del privilegio, che in una Repubblica incontra sempre meno resistenza che in una Monarchia; per creare in altre parole l'illusione di un'autorità imparziale, equilibratrice, superiore ai partiti. In tal senso la Monarchia potrebbe essere, per molti gruppi del paese, tiri correttivo alla democrazia, un riparo dalle sorprese del suffragio universale, una reazione alla prevalenza della demagogia. La Monarchia non può sperare niente dai ceti dirigenti del paese, dai nuclei monopolisti della finanza e dell'economia, che tendono ad asservire il potere politico purchessia e temono ogni mutamento, sai esso restaurazione o rivoluzione. In tutt'altra direzione è il suo destino: in tutti quegli strati grigi, umiliati, sacrificati, impoveriti, dispersi, ma sempre vivi e presenti e operanti, di « borghesia del buon senso che teme il pericolo comunista ma non vuole il governo dei preti, che voterebbe per Saragat ma diffida delle scissioni socialiste, che accetta il progresso ma si ribella alle riforme di De Gasperi, che va in chiesa ma non tollera il predominio dell'Azione cattolica. P- la borghesia che non nega la libertà di lavoro ma è disturbata dagli scioperi, che comprende le rivendicazioni del proletariato ma vuole i treni in orario, che non è imperialista ma non può rinunciare all'esercito e alla Somalia, è la borghesia che rimprovera a Einaudi il suo aspetto dimesso e non riconosce il Papa per suo sovrano.
Ai suoi occhi, la Repubblica ha due colpe gravissime: ha quasi rinunciato alla politica estera ed ha promosso Il regionalismo, sacrificando i due nessi che soli davano un senso e un valore alla tradizione dell'unità. Le atouts di un movimento monarchico che facesse appello a tali sentimenti, sempre presenti nel paese, sono tutt'altro che trascurabili: e l'on. De Gasperi lo sa meglio di tutti. Dopo il virtuale esautoramento di una coalizione di partiti laici (lo spettacolo
dell'ultima crisi ministeriale è stato a tal proposito ammonitore), dopo il fallimento dell'unità socialista, che libera il terreno all'on. Dossetti e all'iniziativa riformatrice dell'Azione cattolica, in antitesi al comunismo, il massimo pericolo che minacci per le prossime elezioni regionali la democrazia cristiana è a destra, in una grande coalizione di destra, a sottinteso nazionalista, che opponga al partito dominante legittimisti, neofascisti, conservatori e clericali, non senza un'estrema punta liberale. L'on. De Gasperi lo sa benissimo: e ciò spiega la sua tenace opposizione all'uscita dei liberali dal governo, che scopre il suo fianco destro, il più seriamente minacciato almeno sul piano elettorale e parlamentare.
Facile profezia affermare che la D.C. non rinuncerà a nessun mezzo per impedire la formazione di una «terza forza» a destra, ora che è momentaneamente sospesa quella di una «terza forza» a sinistra. L'arma migliore che essa ha è di far leva sul «senso dello Stato» che è proprio dei liberali e dei monarchici più consapevoli: rinnovare, in altre parole, la esperienza della terza Repubblica. Solo difendendo l'unità nazionale, minacciata dal regionalismo, e simulando una politica estera, in mancanza di un'autonomia effettiva, la classe di governo potrà liquidare le sue antitesi di destra e salvare la Repubblica, con una politica che si ricolleghi alle stesse pregiudiziali monarchiche.
Ma avrà, in quest'opera, l'appoggio dei socialisti? L'on. Saragat, tempo fa, non esitò a citare Silvio Spaventa, il grande teorico della Destra, per ricordare che la presenza del Pontificato aveva imposto all'Italia unita la necessaria alternativa di una Monarchia forte. L'on. Nenni ha recentemente chiesto la revisione del Concordato con lo spirito di un nazionalista liberale, che ha la coscienza dell'autonomia dello Stato e non vuole che la Chiesa interferisca in materia di matrimonio e di scuole, coerente a tutte le premesse del laicismo borghese. L'avversione principale dell'on. Romita e del suo partito è per l'Azione cattolica e quindi per la Sinistra democristiana, che sola è idealmente fedele allo spirito del rinnovato neoguelfismo, di quel or socialismo cattolico », che rinnova l'insegnamento dei papi nel mondo moderno.
Oggi come oggi, forse, il miglior repubblicano è l'on. De Gasperi, che simula nel suo giuoco politico la coscienza istituzionale del paese, che non esiste. Nessuno come lui e il suo gruppo di governo ha interesse a opporsi a una coalizione di destra, a una, ripresa monarchica sotto vesti nazionaliste o liberali. Ma fino a che punto la democrazia cristiana saprà ripetere l'esperienza della classe dirigente della terza Repubblica?
domenica 2 ottobre 2011
Un nuovo libro su Re Umberto II
a quanto pare prossimamente in uscita
Umberto II di Savoia, Re d’Italia
di Maria Enrica Magnani Bosio
Ricca di rivelazioni inedite e avvincente come un romanzo,
L'attesa biografia di Umberto II è corredata da un ricco repertorio di fotografie originali.
17 x 24
sabato 1 ottobre 2011
Margherita di Savoia. Una Regina per l’Italia Unita.
Fino al 30 ottobre al Castello di Agliè
La nuova mostra al Castello Ducale di Agliè dedicata a Margherita di Savoia, dal titolo “Margherita di Savoia. Una Regina per l’Italia Unita” verrà presentata alla stampa in anteprima giovedì 30 giugno alle 17.30, al Castello Ducale di Agliè. Alle 18 seguirà l’inaugurazione. Accoglieranno i giornalisti all’anteprima stampa e successivamente gli invitati all’inaugurazione il Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Mario Turetta, e il direttore del Castello Ducale di Agliè Daniela Biancolini.
La mostra aprirà al pubblico il giorno successivo, venerdì 1° luglio e resterà aperta sino al 30 ottobre 2011, con orario 9-18.30.
Prezzo d’ingresso: 4 euro. Ingresso gratuito al di sotto dei 18 anni, al di sopra dei 65 anni e ai possessori della Tessera Musei, riduzione del 50% fra i 18 e i 25 anni
Per informazioni: t. 0124 330102
martedì 27 settembre 2011
Voglia di Monarchia a Bucarest: l'ex Re in Parlamento
A grande maggioranza, 203 voti a favore, 3 contrari e 46 astenuti, il parlamento romeno ha deciso che l'ex sovrano Michele I potrà tenere un discorso in parlamento il 25 ottobre prossimo durante una sessione solenne in occasione del suo novantesimo compleanno.
Si tratta della prima volta che l'ex re si rivolgerà in maniera ufficiale (dopo il 1947) alle Camere riunite. Re Michele I (figlio del Re Carlo II e della Regina Elena, nata Principessa di Grecia) fu incoronato, non avendo ancora compiuto i 6 anni, nel 1927 con una reggenza. Regnò poi dal 1940 al 1947, quando, dopo l'avvento del regime comunista, partì per l'esilio. Si tratta dell'ultimo capo di Stato del periodo prebellico ancora in vita.
Grande soddisfazione è stata espressa dall'Unione Monarchica Italiana, che riferisce di un grande fermento nostalgico nel paese e di manifestazioni e di feste in programma. Per l'anniversario del Re Michele I, segnala l'Umi, ci saranno diversi eventi tra cui un concerto all'Ateneo di Bucarest al quale sono stati invitati membri delle Famiglie Reali europee.
Michele I di Romania, tiene a ricordare l'Umi, è imparentato anche con la famiglia reale italiana: è cugino di primo grado del Principe Amedeo di Savoia, le loro madri (la Regina Elena di Romania e la Principessa Irene di Savoia-Aosta, Duchessa di Spoleto e poi d'Aosta, erano sorelle). La Regina Anna di Romania, spiega l'Unione Monarchica, è la nipote dell'ultimo Duca Roberto I di Parma e la sorella del Principe Michele di Borbone-Pama, marito della principessa Maria-Pia di Savoia.
A proporre l'evento era stato l'ex premier Calin Popescu Tariceanu, liberale del Pnl, suscitando non poche polemiche. Ieri, dopo l'iniziale voto negativo del comitato di presidenza delle Camere, in serata si era tenuta una diretta televisiva dal Castello Reale di Sinaia (il Castello Pelesh) in cui la Principessa ereditaria Margherita, primogenita di Re Michele, era stata intervistata e aveva ribadito che il popolo, affezionato al proprio re, era pronto a dimostrare la vicinanza alla Famiglia Reale.
PALERMO, 16 – 22 SETTEMBRE 1866, I CARABINIERI DURANTE LA “RIVOLUZIONE DEL SETTE E MEZZO”.
Palermo, 18 settembre 2011. Si
tratta della insurrezione di Palermo detta del “Sette e mezzo” (perché durata
sette giorni e mezzo) dal 16 al 22 settembre 1866 contro la monarchia Sabauda
per la tentata restaurazione della monarchia Borbonica.
In questi giorno ricorre il 145°
anniversario della “Rivoluzione del sette e mezzo” in cui rimasero uccisi 42
Carabinieri. Dal 16 al 22 settembre 1866, a Palermo e in Provincia, vi fu una
sollevazione popolare che passò alla storia per la sua durata di sette giorni e
mezzo.
Fu una violenta dimostrazione e
battaglia antisabauda, avvenuta al termine della Terza guerra d’Indipendenza,
organizzata da partigiani borbonici, garibaldini delusi, réduci dell’esercito meridionale.
Tra le cause vi fu la crescente
miseria della popolazione, la vessazione dei funzionari statali sabaudi, che
consideravano quasi barbari i siciliani e vessatorie tasse introdotte.
Quasi 4.000 rivoltosi assalirono
Prefettura, Caserma e altri palazzi pubblici.
La città restò in mano agli
insorti e la rivolta si estese nei giorni seguenti anche nei paesi limitrofi,
come Monreale e Misilmeri: fu stimato che in totale i rivoluzionari armati
fossero circa 35.000 in provincia di Palermo. Dovettero intervenire le forze
armate mentre le navi della Marina Militare bombardarono la città:
intervenirono oltre 40.000 militari. Alla fine furono oltre 200 le perdite da
parte dello Stato, tra cui 42 Carabinieri, mentre non si conosce il numerodei
civili uccisi o giustiziati.
Nel 1866 il Corpo dei Carabinieri
nell’Isola era costituito in unica Legione, con competenza territoriale che si
estendeva per tutta la Sicilia – comandata dal Colonnello dei Carabinieri Reali
Edoardo Sannazzaro di Giarolle – ed era suddivisa nelle Divisioni di Palermo, Caltanissetta
e Messina.
La Divisione di Palermo aveva in
organico 793 uomini ripartiti nelle compagnie di “Palermo-Interna”,
“Palermo-Esterna”, Trapani e in 87 Stazioni.
Nei primi mesi del 1866, la
sconfitta di Custoza e il disastro di Lissa avevano scosso l’opinione pubblica
e in Sicilia si aggiungeva un certo sentimento di delusione verso il Governo di
Torino.
Di tale malcontento ne
approfittarono alcuni sobillatori e gruppi di malavitosi che si fecero
promotori dei moti popolari di Palermo, con la speranza che l’insurrezione si
sarebbe estesa nelle altre province siciliane.
Nella notte del 15 settembre 1866
i rivoltosi iniziarono ad affluire a Palermo con l’intenzione di impossessarsi
della città e travolgere le poche truppe di Presidio e di annientare i
Carabinieri che, come
sempre, si distinsero per
coraggio e zelo.
Il “Giornale di Sicilia” del 24
settembre 1866 scriveva: “A Misilmeri si commisero atrocità senza esempio e
senza riscontro negli annali della più efferata barbaria”.
Il 20 settembre, diffusasi la
notizia della rivolta a Palermo, i contadini di Misilmeri, guidati dai banditi
Domenico Giordano e Giovanbattista Plescia insorsero, assaltando la Caserma dei
Carabinieri i quali si rifiutarono di trattare con i ribelli, allora iniziò un
combattimento che durò 24 ore . I carabinieri, bloccati da tutte le parte ed
avendo consumato le munizioni, issarono – in segno di resa – una bandiera
bianca.
[...]
http://www.mnews.it/2011/09/18/palermo-16-22-settembre-1866-i-carabinieri-durante-la-rivoluzione-del-sette-e-mezzo/
Gli spagnoli preferiscono la monarchia
- AGORAVOX ITALIA
giovedì 15 settembre 2011
Nuovo aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II
Nell'anniversario della nascita di Sua Maestà Umberto II Re d'Italia riportiamo la prima parte di un'intervista del 1976 di Alfredo Ortoleva del 1976 rilasciata al settimanale "Gente".
Buona lettura!
www.reumberto.it/gente76.htm
Buona lettura!
www.reumberto.it/gente76.htm
Mostra sulla storia di Casa Savoia
Fivizzano, Palazzo Fantoni Bononi, fino al 25 Settembre
In occasione del 150° anniversario dell'unità d'Italia, il Museo della stampa "Jacopo da Fivizzano" espone libri rari, incisioni e stampe preziose di Casa Savoia. La mostra è visitabile nell'ambito dell'itinerario museale.
Da domenica 11 settembre 2011 a domenica 25 settembre 2011
Dove: Fivizzano
La mostra è visitabile all’interno del Palazzo Fantoni-Bononi, durante gli orari di apertura del Museo della Stampa (10.30-12.30 /15,00-18,00).
Palazzo Fantoni-Bononi Via Labindo 6, Fivizzano (MS)
e-mail: info@oalazzofantonibononi.it
www.palazzofantonibononi.it
sabato 10 settembre 2011
Addio Santi Patroni, festeggeremo santa Repubblica
"Non sappiamo ancora cosa sia successo nella votazione di ieri, né cosa succederà nelle prossime, tuttavia quel che scrive Padre Cristoforo è un discorso che fa riferimento ad una mentalità e non a un fatto puntuale"
Un moto di rabbia ha percorso le mie vene quando ho letto sui giornali che il governo (eletto col voto cattolico) voleva abolire la festa dei santi patroni, per ridare fiato all’esangue economia italiana. L’abolizione di un solo giorno festivo infrasettimanale, celebrato in giorni diversi in città diverse, avrebbe salvato l’Italia dal baratro del fallimento e da quelle schiere di sfaccendati (così poco “europei”…), che guardano i fuochi d’artificio e rischiano d’andare in chiesa ad accendere un cero. Ma la misura “moderna” avrebbe soprattutto accontentato il partito dei “laicissimi”, che invece ha difeso strenuamente le tre feste della religione del laicismo all’italiana. Salvate quindi tre feste. Quelle del 25 aprile e del Primo maggio, perché il governo di destra - forse afflitto da qualche complesso - non ha saputo resistere, quindi all’unanimità si è votato di mantenere il culto alle due feste “liberatorie”. Tuttavia lo sforzo di venerazione del dio-stato, l’unico santo protettore rimasto, s’è spinto oltre e ha salvato anche la festa più recente: quella di Santa Repubblica Atea, beatificata recentemente da quei logorroici pontefici laici, che di retorica ne hanno da vendere.
[...]
dal blog http://www.messainlatino.it/
giovedì 8 settembre 2011
I moderati oltranzisti che piegarono il Sud
Gli eredi di Cavour spietati contro
il brigantaggio Oltre gli stereotipi Il Regno delle Due Sicilie non era così
arretrato come lo si è dipinto: dopo il 1816 vennero compiuti alcuni tentativi
di rinnovamento Oltre il determinismo L' unificazione non era ineluttabile, era
un sogno e un progetto di gruppi politici che si concretizzò attraverso brusche
accelerazioni
Non
è vero che il Regno delle Due Sicilie nella prima metà dell' Ottocento fosse
una sorta di terra cara solo al demonio. Anzi, il regime borbonico «rinnovatosi
nel 1816 sapeva di dover evitare la contrapposizione tra le sue due nazioni,
quella borghese e quella popolare», e perciò «stette ben attento, anche su
pressione dei suoi sponsor europei, a che la restaurazione non si risolvesse in
un altro 1799, in un' apocalisse di stragi, tumulti, saccheggi plebei». Non è
vero che quello stesso regime fosse nient' altro che super reazionario. Anzi,
mise fuori gioco «gli ultras del legittimismo, e a maggior ragione molti degli
elementi di estrazione popolare mobilitatisi in suo favore nel decennio
precedente quali guerriglieri o briganti, e che si mostravano ora restii a
rientrare nell' ordine sociale». Il regno borbonico «si assicurò l' adesione di
un personale militare o in generale burocratico proveniente dal passato regime
murattiano, e di cui fu garantito l' amalgama con il personale che gli era
rimasto fedele negli anni precedenti». E in una logica «definibile in senso
lato, di omogeneizzazione nazionale esso mantenne in vigore le riforme del
decennio francese (1806-1815)». La monarchia sabauda nell' età della
restaurazione fu, quella sì, «codina e reazionaria». Non è vero che i liberali
meridionali dell' epoca si sentirono affratellati dalla comune fede politica
risorgimentale. Anzi, «si scontrarono, si danneggiarono gli uni con gli altri»
eccezion fatta per i momenti in cui dovettero subire la repressione della
restaurazione assolutista dopo il 1821 e il 1849. In Sicilia, il termine
«napoletano» era «aborrito» non meno di quanto lo fosse a Milano quello di
«croato». A Palermo si mantenne sempre viva «la rancorosa memoria del
tradimento borbonico del 1816, la protesta per il gesto tirannico che aveva
abrogato le libertà dell' isola, antiche e nuove». Sono parole di Salvatore
Lupo che si leggono nel libro L' unificazione italiana. Mezzogiorno,
rivoluzione, guerra civile , che sta per essere pubblicato da Donzelli editore.
Lupo parte proprio di qui, da ciò che rese possibile il successo dell'
impresa garibaldina. Cioè dalla dissidenza siciliana nei confronti del Regno
borbonico, dissidenza che si configurava anche come un conflitto tra Napoli e
Palermo, rispettivamente la più grande (322 mila abitanti) e una delle prime
(114 mila abitanti) città italiane: si pensi che il secondo centro abitato
della parte continentale, Foggia, contava appena 20 mila cittadini, mentre in
Sicilia ce n' erano altri due, Messina e Catania, che di cittadini ne avevano
40 mila. A Palermo, poi, le insurrezioni si ebbero in nome del ripristino della
Costituzione filo-aristocratica del 1812. Nel Mezzogiorno continentale i
rivoluzionari, invece, si mobilitarono per la Costituzione di tipo spagnolo,
cioè democratica, vale a dire quella concessa da Ferdinando I dopo la
sollevazione del 1820. Per di più le altre città siciliane erano schierate con
Napoli. «Fu guerra dei siciliani contro i napoletani», scrive Lupo, «e
guerra civile dei siciliani tra loro: alla fine giunse la reazione
assolutistica per tutti». Nel 1848 Palermo fu la prima città d' Europa a
imboccare la via della rivoluzione: avrebbe aderito anche a una Confederazione
italiana, purché - s' intende - in modo «del tutto autonomo da Napoli».
Ferdinando II concesse la Costituzione, poi fece marcia indietro e Messina fu
la città che si distinse per una resistenza davvero eroica. Ma, anche nella
stagione reazionaria che ne seguì, il re si affidò non già a superconservatori,
bensì a personaggi che si distinguevano per essere stati murattiani e
costituzionalisti: Carlo Filangieri, figlio del filosofo illuminista, Pietro
Calà Ulloa e Giustino Fortunato, prozio dell' omonimo meridionalista, che
tornerà nella seconda parte di questo racconto. Il libro di Lupo non si propone
di presentare al lettore rivelazioni o denunce. È piuttosto una rielaborazione
molto acuta di elementi alquanto trascurati dalla storiografia tradizionale.
[...]
mercoledì 7 settembre 2011
Un nuovo blog!
Segnaliamo e diamo il benvenuto ad un nuovo blog monarchico, questa volta declinato al femminile che è cosa veramente bella.
Invitiamo i nostri lettori a visitarlo :
http://monarchiapuntorosalucca.blogspot.com/
Il movimento monarchico irpino dal dopoguerra agli anni ‘60
| Il primo baluardo contro la DC in Irpinia
fu innalzato sulle basi del movimento monarchico. L’area della destra conservatrice, negli anni del dopoguerra, offrì un’alternativa solida alla potenza schiacciante democristiana. Effettivamente si consumò uno scontro-confronto tra concezioni della società radicalmente opposte. |
In seguito all’esperienza del Blocco
Nazionale della Libertà prese forma l’idea restauratrice sfociata
nella nascita del Partito Nazionale Monarchico nel 1947, per
merito dell’onorevole di Bonito Alfredo Covelli. Si addensarono fermenti di
vario genere e di vario orientamento: l’unione fu impostata sull’effimera
speranza di un ritorno alla precedente forma di modello istituzionale.
Le elezioni del 1948 furono
contraddistinte per il forte consenso dei voti conservatori alla
democrazia cristiana.
Conclusa la campagna elettorale del 1948,
il PNM fondò il programma sulla differenza sostanziale dalla DC. Infatti,
un nucleo non marginale di voti ritornò ad dar manforte al partito covelliano.
La sconfitta del blocco comunista sostituì
il bisogno primario: le discrepanze si accentuarono e perdurarono. Iniziò
un duro testa e testa terminato con la vittoria dello scudocrociato.
I monarchici conquistarono ampie fette di
consenso tra i settori sottoproletari della provincia e grazie
all’ingresso di persone come Emilio D’Amore e Alfredo De Marsico acquistarono
una larga legittimità.
«L’interesse del mondo rimasto fedele a
casa Savoia – Scrive Giovanni Acocella nel suo libro Notabili,
istituzioni e partiti in Irpinia - l’opportunità di sfruttare uno
spazio di consenso, privo di referenti, resero possibile la nascita di un
partito che fondava le sue ragioni d’essere nella restaurazione
dell’istituto monarchico con le proposte sociali, ovvie e conseguenti, di
un movimento sostanzialmente conservatore. Del resto un’area di consenso si era
formata attorno al Blocco delle Libertà»
Il PNM vinse addirittura le elezioni
comunali ad Avellino nel 1952 con Olindo Preziosi e si radicò sul
territorio come unico antidoto alla DC. I risultati furono eclatanti: raccolse 4.998
voti (pari al 27,30 %) contro i 4.184 dell’avversario popolare (pari al 22,85
%); nei piccoli centri come Manocalzati, si sperimentò l’accordo tra PNM e MSI sulle
schede elettorali negli anni da sindaco di Giuseppe Del Mauro. Praticamente si
fecero le “prove tecniche” (a livello prettamente locale) per l’accordo
programmatico
dell’intera area di destra: i monarchici
confluirono all’interno del Movimento Sociale
nel 1972 per gettare le basi della Destra
Nazionale.
[...]
http://www.politicamagazine.info/Rubriche/SociologiaPolitica/Ilmovimentomonarchicoirpinodaldopoguerraagli/tabid/873/Default.aspx
lunedì 5 settembre 2011
La tresca fra Maria José e il Duce? Immondizia E' solo una patacca servita come ghiottoneria
Smentite le rivelazioni del figlio del capo del fascismo. Maria Gabriella di Savoia: "Per mia madre Mussolini era pacchiano, come sembrano esserlo alcuni suoi posteri". Sono finti scoop, ma il fango è vero.
La Principessa Maria Gabriella è fin troppo cavalleresca: quelle non sono semplici baggianate storiche; né gossip, pettegolezzo, ma qualcosa che assomiglia molto alla diffamazione.
Ecco i fatti: la scorsa settimana la stampa nazionale - e lo stesso Giornale ha ripreso brevemente la notizia - ha dato grande risalto a una lettera pubblicata dal settimanale Oggi: scritta nel 1971 da Romano Mussolini (il figlio del Duce morto cinque anni fa), rivelava una liaison tra Benito e Maria José di Savoia.
Non solo l’apodittico titolo del servizio del settimanale Oggi - «Maria José: sì, fu l’amante di Mussolini» - ha il tono di una sentenza inappellabile, ma nel dare grande evidenza al «documento storico inoppugnabile», ovvero alla lettera firmata da Romano Mussolini, il rotocalco rifila per verità storica e inoppugnabile anche il contenuto di quella missiva. Ma andiamo con ordine: nel luglio del 1971, il figlio del Duce scrisse ad Antonio Terzi, allora direttore di Oggi, raccontandogli - col tono dell’«Ah, ora che mi ricordo...» - che in casa si parlava spesso dei «rapporti sia politici sia sentimentali fra Maria José e mio padre». E che «mia madre a tale proposito è stata sempre, anche se con logici riserbi, assai esplicita: tra mio padre e l’allora principessa di Piemonte vi è stato un breve periodo di relazione sentimentale intima». Quella lettera, rimasta per quarant’anni tra le carte di Terzi, rispunta ora in qualità di documento storico e dunque prova inoppugnabile che Maria José e Mussolini furono amanti.
Se nel 1971, quando Oggi ci campava su Casa Savoia, Antonio Terzi - un «grande giornalista», come giustamente sottolinea l’autore del servizio su Maria José - rifiutò di dar seguito alle «rivelazioni» di Romano Mussolini significa che le ritenne immondizia, per altro non suffragata da uno straccio di riscontro. Lo stesso lerciume oggi è invece servito come una ghiottoneria storica dalla attivissima «fabbrica del fango», l’unica che al momento non conosce crisi né cassa integrazione. E se poi la palata di fango offende e ferisce i familiari dell’infangata, pazienza: il teatrino della diffamazione, della calunnia e dell’ingiuria non tiene conto dei danni collaterali e anzi, ci sguazza. Senza poi dire dello sprezzo del ridicolo: intendendo volare alto, sulle ali della Storia, l’autore dell’articolo che giustamente ha indignato la Principessa Maria Gabriella si spinge a interpretare le assai tiepide se non proprio nulle simpatie di Maria José per il fascismo come reazione di una donna scaricata - scrive proprio così, «scaricata», che penna... - da Mussolini. Trovando, va da sé, in Maria Scicolone maritata Mussolini una facile conferma alla cabarettistica dietrologia.
Altro ridicolo riscontro al «documento storico inoppugnabile» sono alcune pagine del diario sul quale Claretta Petacci appuntò il resoconto fattogli dal suo “Ben” di una visita alla famiglia reale a Castelporziano.
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giovedì 1 settembre 2011
IL RITORNO DEI MONARCHICI
Che qualcuno si stia preoccupando?
Ampezzanus Maleficus per Dagospia
Caro Dago,
l’avventura ampezzana volge al termine. Martedì metterò il lucchetto al mio pagliaio, senza aver trovato il proverbiale ago, e col mio fagottino sulle spalle mi avvierò verso valle. Che tristezza, che voglia di restare ancora qui al fresco a vedere gli animaletti che prima corrono felici e poco dopo me li ritrovo fumanti nel piatto.
Ma nelle notti cortinesi, si è assistito a un altro fenomeno che mi ha un pochetto inquietato: il ritorno, prepotente, dei monarchici. Diciamocelo francamente, Dago, il pubblico di Cortina non è di destra, è a favore del re. Il che, in un momento in cui la classe politica latita come non mai, dà molto da pensare.
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