NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 13 dicembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - capitolo nono - VI

La commemorazione della Regina Margherita
fu l'occasione per i popolari di tornare alla Camera
Tribunale Speciale e decadenza dei deputati dell'Aventino.

(anno 1926)

L'opposizione aventiniana è oramai in sfacelo, le è chiusa ogni via: non può avanzare, non può retrocedere. Nella seduta del 17 gennaio alcuni deputati aderenti si introducono furtivamente nell'aula al momento della commemorazione della Regina Margherita. Si grida « fuori i popolari!» ed il giorno dopo Mussolini pone loro dure condizioni per il ritorno alla Camera e tra queste «il riconoscimento che non esiste una questione morale che riguardi il governo ed il partito» . Inoltre devono scindere le loro responsabilità da quelle dei  fuorusciti e riconoscere il fatto compiuto della rivoluzione  fascista. Senza questo riconoscimento essi non potranno rientrare nell'Aula.
Alla fine della seduta avvengono nei corridoi tafferugli dai quali i popolari ne escono    malconci.
Giolitti interpellato, sull'incidente risponde: «Bisogna ricordarsi di quanto ha scritto Manzoni: mal date ma ben ricevute». Del canto loro i deputati della maggioranza affermano: o i popolari tornando nell'aula riconoscono che la questione morale non è mai esistita, ed allora lo debbono dichiarare esplicitamente; o i popolari pensano che la questione morale esiste sempre; ed allora essi non avevano il diritto di farsi scudo di un'augusta salma per ripresentarsi dinnanzi a quel governo che essi avevano infamato.

Dopo gli ultimi avvenimenti il fascismo, come si è detto, ha ripreso quota e le folle accorrono nuovamente al passaggio di Mussolini che frattanto ha assunto il comando della Milizia. Ad Assisi il Cardinale Merry del Val, legato del Papa, accanto al ministro Fedele benedice i militi ed i loro gagliardetti. Certi atteggiamenti del Duce che l'opposizione vuole mettere in ridicolo, ispirano invece alle folle simpatia e ammirazione, come quando egli si reca a Predappio dove a piedi nudi e per due ore semina il grano nei campi.

Sono ancora più rigide le disposizioni che impongono ai funzionari dello Stato la più severa disciplina nella ubbidienza al regime, ed il ministro Rocco esonera 17 magistrati che non vogliono piegarsi. Nella ricorrenza del 28 ottobre Mussolini parla alla folla dal balcone di Palazzo Chigi con l'antica durezza: «La mia parola d'ordine è un verbo: durare. Abbiamo sepolto il vecchio Stato democratico liberale, agnostico e paralitico. A questo vecchio Stato che noi abbiamo sepolto con un funerale di terza classe, abbiamo sostituito lo Stato corporativo fascista, lo Stato della società nazionale, lo Stato che raccoglie, controlla, armonizza e contempera gli interessi di tutte le classi sociali, le quali si vedono egualmente tutelate».
Il Partito continua a registrare un eccezionale afflusso nei suoi ranghi, conversioni si susseguono dovunque. Forse a ciò ha contribuito ancora l'esplosione di protesta per l'attentato contro Mussolini commesso a Bologna il 31 ottobre - si dice - dal giovinetto Zamboni. Il Duce ne esce illeso e si ricorda a questo proposito la frase pronunciata ad Assisi dal Cardinale Marry del Val parlando del capo del governo: «visibilmente protetto da Dio», e vengono poste in rilievo le congratulazioni del Papa per lo scampato pericolo inviate a mezzo di un prelato. In quella circostanza tutta Bologna è nelle strade, la gente accorre ad imprecare sul cadavere del presunto attentatore del quale la folla ha fatto giustizia sommaria. Siamo già al fanatismo.

Rientrato a Roma la mattina del 4 novembre Mussolini, acclamatissimo si presenta ancora al balcone di Palazzo Chigi. Egli pronuncia, scandendole, queste poche parole: «Voglio dirvi tre cose, prima di tutto vi ringrazio per il vostro saluto nel quale sento l'ardore e la fede sincera che anima tutte le camicie dell’Urbe; secondo, che non è l'ora di fare dei discorsi; terzo, che domattina avrete i fatti che atttendete».

L giorno dopo il Consiglio dei ministria nnuncia provvedimenti di eccezionale severità per la difesa del regime: pena di morte, scioglimento di associazioni, revoca di giornali, istituzione del confino di polizia e del Tribunale Speciale che dovrà emettere sentenze «non suscettibili di ricorso né di alcun altro mezzo di impugnativa, salva la revisione»

La votazione a scrutinio segreto di questo disegno di legge del ministro Rocco, dà il seguente risultato:
Votanti: 326; favorevoli: 320; contrari: 6. (19 novembre 1926).
Nella stessa seduta avviene il colpo di scena: la presentazione, da parte di alcuni deputati, della mozione che deve dichiarare decaduti gli assenti dell'Aventino:

« La Camera,

«considerato che i deputati sotto nominati nel giugno del 1924, pretestando una questione morale nei confronti del Capo del Governo e di questa Assemblea, fecero atto esplicito e pubblico di secessione;
«considerato che tali deputati continuarono a svolgere, da allora ad oggi, usando delle prerogative e delle immunità parlamentari, opera di eccitamento e sovvertimento contro i poteri dello Stato;
«ritenendo che essi siano venuti meno alla prescrizione precisa dell'art. 49 dello Statuto (1): quella di esercitare la funzione di deputato col solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria;

d i c h i a r a

« tali deputati decaduti dal mandato parlamentare » (I).

La mozione - votata d'urgenza anche se non inserita nell'ordine del giorno - dopo prova e contro prova risulta approvata all’unanimità.        I

Più che mai padrone del campo la maggioranza parlamentare non ha altra opposizione che i pochi costituzionali raccolti intorno a Giolitti e Salandra. Il colpo è stato duro per gli aventiniani fra i quali però in precedenza al voto vi è chi denuncia i primi pentimenti. Il Giornale d’Italia del 9 novembre, sotto il titolo: « L'on. De Gasperi si ricrede », ci fa sapere che « egli e suo fratello, alla presenza del segretario federale del Partito Fascista e del Direttorio, fecero, nella sede della Federazione fascista di Vicenza, importanti dichiarazioni circa le benemerenze del fascismo e del Duce ». L'on. De Gasperi defini l'on. Mussolini «uomo necessario alla vita ed alla grandezza della Nazione», fece l'elogio dell'opera del regime per la indipendenza economica che riuscirà di supremo vantaggio al paese: disse che l'attentato contro il primo Ministro era un delitto verso la Patria e l'ordine sociale: infine fece calde lodi della politica religiosa del governo fascista chiamandola per la sua concezione moralmente superiore a quella di tutti i precedenti governi ».

Al Senato nella seduta del 20 novembre si discutono le leggi Rocco e prende la parola in loro difesa il senatore Pais che in passato era stato annoverato fra i più accaniti avversari del fascismo. Lo segue il senatore Filippo Crispolti, cattolico di destra che sostiene la necessità della pena di morte e nega che il Trihunale Speciale sia composto di uomini di parte, poiché « i particolari reati punibili colla morte, siccome essi offendono le supreme necessità della Patria, tutti noi italiani, tolto un manipolo di reprobi, tutti siamo uomini di parte e di una parte sola ».

Dagli avversari delle nuove leggi viene invocato lo art. 71 dello Statuto che dice: «Niuno può essere distolto dai suoi giudici naturali; non potranno perciò essere creati Tribunali o Commissioni straordinarie ».           

Ma purtroppo, malgrado la rigorosa esplicita disposizione dell'art. 71, la maggioranza dei senatori ammette la necessità di derogare le norme statutarie ed approva i nuovi provvedimenti così detti di difesa dello Stato:
Senatori votanti: 232; favorevoli: 183; contrari: 49. (20 novembre 1926).

Questo articolo dello Statuto che vorrebbe essere il baluardo della difesa degli aventiniani viene modificato, é vero, anzi soppresso, ma costituzionalmente, cioè col voto delle due Camere. Un giorno gli stessi puritani protestanti faranno scempio non solo di questo articolo ma di tutto lo Statuto, di loro iniziativa, senza alcun voto, dopo aver sciolto la Camera ed il Senato, in veste soltanto di autoeletti e ricattando sotto la protezione dello straniero, il Luogotenente al quale strapperanno le leggi eccezionali, disonore di un paese civile.

La Monarchia tradita la seconda volta.

Si chiude così il primo atto del dramma di Vittorio Emanuele III.

Consegnato, per volontà delle stesse Camere, il prepotere dittatoriale nelle mani di Mussolini e del fascismo, disertato il campo dalle opposizioni, alla Corona sono oramai tolte tutte le prerogative.

Per la seconda volta la Monarchia é stata tradita, il Re rimane solo, intorno a lui non vi sono che ombre. Al Quirinale non passano che dei fantasmi.


(1) L'art. 49 dello Statuto dice: «I senatori e i deputati prima di essere ammessi all'esercizio delle loro funzioni prestano il giuramento di essere fedeli al Re, di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato, e di esercitare le loro funzioni col solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria».

Vi è poi l'art. 44 non richiamato ma sottinteso dai presentatori della mozione: «Se un deputato cessa per qualunque motivo dalle sue funzioni, il collegio che l'aveva eletto sarà tosto convocato per farne una nuova elezione». Ed il regolamento della Camera prescrive che i congedi vengano chiesti alla Presidenza.


Nessun dubbio dunque sulla legalità e costituzionalità della dichiarata decadenza del mandato parlamentare Ma gli sconfitti lo chiameranno «colpo di Stato»!

SEDUTA DEL 9 NOVEMBRE 1926

Deputati dell'Aventino dichiarati decaduti

Agnini Gregorio, Albanese Giuseppe, Aldisio Salvatore, Alfani Luigi, Amedeo Filippo.

Bacci Giovanni, Baldesi Gino, Baranzini Arturo, Bellotti Pietro, Bencivenga Roberto, Bendini Arturo, Bergamo Guido, Bergamo Mario, Berlinguer Mario, Bocconi Alessandro, Boggiano-Pico Antonio, Borin Igino, Bosco-Luearelli Gian Battista, Bracco Roberto, Braschi Giovanni, Brenci Alessandro, Bresciani Carlo, Buozzi, Brano, Buratti Vittorio.

Caldara Emilio, Campanini Romeo, Canepa Giuseppe, Capacci Russardo, Cappa Paolo, Capra Luigi, Carbonari Luigi, Cavina Giulio, Chiesa Engenio, Cingolani Mario, Colonna di Cesarò Giovanni, Conca Paolo, Conti Giovanni, Carini Felice, Cosattini Giovanni, Costa Mariano.

Damen Onorato, De Caro Raffaele, De Gasperi Alcide, Del Bello Diego, Delitala Palmerio.

Fabbri Luigi, Facchinetti Cipriano, Fantoni Luciano, Faranda Giuseppe, Ferrari Enrico, Fortichiari Bruno, Fulci Luigi.

Galeno Angelo, Galla Tito, Gallani Dante, Gennari Egìdío, Gilardoni Annibale, Giuffrida Vincenzo, Gonzales Enrico, Gramsci Antonio, Grandi Achille, Graziadei Antonio, Grieco Ruggero, Gronchi Giovanni, Grossi Leonello, Guarienti Ugo, Guarino-Amella Giovanni.

Innamorati Ferdinando.  Jacini Stefano.

Labriola Arturo, La Rosa Luigi, Lazzari Costantino, Lombardi Nicola, Lombardo Pellegrino Ettore. Longinotti Giovanni Maria, Lopardi Emilio, Lo Sardo Francesco, Lucci Arnaldo, Lussu Emilio.

Macchi Luigi, Macrelli Cino, Maffi Fabrizio, Mancini l'itro, Marconcini Federico, Martini Mario Augusto, Mastino Pietro, Mauri Angelo, Mazzoni Nino, Merizzi Giovanni, Merlin Umberto, Micheli Giuseppe, Milani Fulvio, Modigliani Giuseppe Emanuele, Molè Enrico, Molinelli Guido, Momigliano Riccardo, Montini Giorgio, Morea Alfredo, Morgari Oddino, Musatti Elia.

Nasi Nunzio, Nobili Tito, Noseda Angelo.

Persico Giovanni, Picelli Guido, Prampolini Camillo, Pre. sutti Enrico, Priolo Antonio.

Repossi Luigi, Riboldi Ezio, Rodinò Giulio, Romita Giuseppe, Rossi Francesco.

Srebrnic Giuseppe.

Todeschini Mario, Treves Claudio, Tripepi Domenico, Turati Filippo, Tupini Umberto.

Uberti Giovanni.

Vella Arturo, Viotto Domenico, Volpi Giulio.

Totale n. 123.

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