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| La commemorazione della Regina Margherita fu l'occasione per i popolari di tornare alla Camera |
Tribunale
Speciale e decadenza dei deputati dell'Aventino.
(anno
1926)
L'opposizione
aventiniana è oramai in sfacelo, le è chiusa ogni via: non può avanzare, non
può retrocedere. Nella seduta del 17 gennaio alcuni deputati aderenti si
introducono furtivamente nell'aula al momento della commemorazione della Regina
Margherita. Si grida « fuori i popolari!» ed il giorno dopo Mussolini pone loro
dure condizioni per il ritorno alla Camera e tra queste «il riconoscimento che
non esiste una questione morale che riguardi il governo ed il partito» .
Inoltre devono scindere le loro responsabilità da quelle dei fuorusciti e riconoscere il fatto compiuto
della rivoluzione fascista. Senza questo
riconoscimento essi non potranno rientrare nell'Aula.
Alla
fine della seduta avvengono nei corridoi tafferugli dai quali i popolari ne escono
malconci.
Giolitti
interpellato, sull'incidente risponde: «Bisogna ricordarsi di quanto ha scritto
Manzoni: mal date ma ben ricevute». Del canto loro i deputati della maggioranza
affermano: o i popolari tornando nell'aula riconoscono che la questione morale
non è mai esistita, ed allora lo debbono dichiarare esplicitamente; o i
popolari pensano che la questione morale esiste sempre; ed allora essi non
avevano il diritto di farsi scudo di un'augusta salma per ripresentarsi
dinnanzi a quel governo che essi avevano infamato.
Dopo
gli ultimi avvenimenti il fascismo, come si è detto, ha ripreso quota e le
folle accorrono nuovamente al passaggio di Mussolini che frattanto ha assunto
il comando della Milizia. Ad Assisi il Cardinale Merry del Val, legato del
Papa, accanto al ministro Fedele benedice i militi ed i loro gagliardetti.
Certi atteggiamenti del Duce che l'opposizione vuole mettere in ridicolo,
ispirano invece alle folle simpatia e ammirazione, come quando egli si reca a
Predappio dove a piedi nudi e per due ore semina il grano nei campi.
Sono
ancora più rigide le disposizioni che impongono ai funzionari dello Stato la
più severa disciplina nella ubbidienza al regime, ed il ministro Rocco esonera
17 magistrati che non vogliono piegarsi. Nella ricorrenza del 28 ottobre
Mussolini parla alla folla dal balcone di Palazzo Chigi con l'antica durezza:
«La mia parola d'ordine è un verbo: durare. Abbiamo sepolto il vecchio Stato
democratico liberale, agnostico e paralitico. A questo vecchio Stato che noi
abbiamo sepolto con un funerale di terza classe, abbiamo sostituito lo Stato
corporativo fascista, lo Stato della società nazionale, lo Stato che raccoglie,
controlla, armonizza e contempera gli interessi di tutte le classi sociali, le
quali si vedono egualmente tutelate».
Il
Partito continua a registrare un eccezionale afflusso nei suoi ranghi,
conversioni si susseguono dovunque. Forse a ciò ha contribuito ancora
l'esplosione di protesta per l'attentato contro Mussolini commesso a Bologna il
31 ottobre - si dice - dal giovinetto Zamboni. Il Duce ne esce illeso e si
ricorda a questo proposito la frase pronunciata ad Assisi dal Cardinale Marry
del Val parlando del capo del governo: «visibilmente protetto da Dio», e
vengono poste in rilievo le congratulazioni del Papa per lo scampato pericolo
inviate a mezzo di un prelato. In quella circostanza tutta Bologna è nelle
strade, la gente accorre ad imprecare sul cadavere del presunto attentatore del
quale la folla ha fatto giustizia sommaria. Siamo già al fanatismo.
Rientrato
a Roma la mattina del 4 novembre Mussolini, acclamatissimo si presenta ancora
al balcone di Palazzo Chigi. Egli pronuncia, scandendole, queste poche parole:
«Voglio dirvi tre cose, prima di tutto vi ringrazio per il vostro saluto nel
quale sento l'ardore e la fede sincera che anima tutte le camicie dell’Urbe;
secondo, che non è l'ora di fare dei discorsi; terzo, che domattina avrete i
fatti che atttendete».
L
giorno dopo il Consiglio dei ministria nnuncia provvedimenti di eccezionale
severità per la difesa del regime: pena di morte, scioglimento di associazioni,
revoca di giornali, istituzione del confino di polizia e del Tribunale Speciale
che dovrà emettere sentenze «non suscettibili di ricorso né di alcun altro
mezzo di impugnativa, salva la revisione»
La
votazione a scrutinio segreto di questo disegno di legge del ministro Rocco, dà
il seguente risultato:
Votanti:
326; favorevoli: 320; contrari: 6. (19 novembre 1926).
Nella
stessa seduta avviene il colpo di scena: la presentazione, da parte di alcuni
deputati, della mozione che deve dichiarare decaduti gli assenti dell'Aventino:
« La Camera ,
«considerato
che i deputati sotto nominati nel giugno del 1924, pretestando una questione
morale nei confronti del Capo del Governo e di questa Assemblea, fecero atto
esplicito e pubblico di secessione;
«considerato
che tali deputati continuarono a svolgere, da allora ad oggi, usando delle
prerogative e delle immunità parlamentari, opera di eccitamento e sovvertimento
contro i poteri dello Stato;
«ritenendo
che essi siano venuti meno alla prescrizione precisa dell'art. 49 dello Statuto
(1): quella di esercitare la funzione di deputato col solo scopo del bene
inseparabile del Re e della Patria;
d
i c h i a r a
«
tali deputati decaduti dal mandato parlamentare » (I).
La
mozione - votata d'urgenza anche se non inserita nell'ordine del giorno - dopo
prova e contro prova risulta approvata all’unanimità. I
Più
che mai padrone del campo la maggioranza parlamentare non ha altra opposizione
che i pochi costituzionali raccolti intorno a Giolitti e Salandra. Il colpo è
stato duro per gli aventiniani fra i quali però in precedenza al voto vi è chi
denuncia i primi pentimenti. Il Giornale d’Italia del 9 novembre, sotto il
titolo: « L'on. De Gasperi si ricrede », ci fa sapere che « egli e suo
fratello, alla presenza del segretario federale del Partito Fascista e del
Direttorio, fecero, nella sede della Federazione fascista di Vicenza,
importanti dichiarazioni circa le benemerenze del fascismo e del Duce ». L'on.
De Gasperi defini l'on. Mussolini «uomo necessario alla vita ed alla grandezza
della Nazione», fece l'elogio dell'opera del regime per la indipendenza
economica che riuscirà di supremo vantaggio al paese: disse che l'attentato
contro il primo Ministro era un delitto verso la Patria e l'ordine sociale:
infine fece calde lodi della politica religiosa del governo fascista
chiamandola per la sua concezione moralmente superiore a quella di tutti i
precedenti governi ».
Al
Senato nella seduta del 20 novembre si discutono le leggi Rocco e prende la
parola in loro difesa il senatore Pais che in passato era stato annoverato fra
i più accaniti avversari del fascismo. Lo segue il senatore Filippo Crispolti,
cattolico di destra che sostiene la necessità della pena di morte e nega che il
Trihunale Speciale sia composto di uomini di parte, poiché « i particolari
reati punibili colla morte, siccome essi offendono le supreme necessità della
Patria, tutti noi italiani, tolto un manipolo di reprobi, tutti siamo uomini di
parte e di una parte sola ».
Dagli
avversari delle nuove leggi viene invocato lo art. 71 dello Statuto che dice: «Niuno
può essere distolto dai suoi giudici naturali; non potranno perciò essere creati
Tribunali o Commissioni straordinarie ».
Ma
purtroppo, malgrado la rigorosa esplicita disposizione dell'art. 71, la
maggioranza dei senatori ammette la necessità di derogare le norme statutarie
ed approva i nuovi provvedimenti così detti di difesa dello Stato:
Senatori
votanti: 232; favorevoli: 183; contrari: 49. (20 novembre 1926).
Questo
articolo dello Statuto che vorrebbe essere il baluardo della difesa degli
aventiniani viene modificato, é vero, anzi soppresso, ma costituzionalmente, cioè
col voto delle due Camere. Un giorno gli stessi puritani protestanti faranno
scempio non solo di questo articolo ma di tutto lo Statuto, di loro iniziativa,
senza alcun voto, dopo aver sciolto la Camera ed il Senato, in veste soltanto di
autoeletti e ricattando sotto la protezione dello straniero, il Luogotenente al
quale strapperanno le leggi eccezionali, disonore di un paese civile.
Si
chiude così il primo atto del dramma di Vittorio Emanuele III.
Consegnato,
per volontà delle stesse Camere, il prepotere dittatoriale nelle mani di
Mussolini e del fascismo, disertato il campo dalle opposizioni, alla Corona
sono oramai tolte tutte le prerogative.
Per
la seconda volta la
Monarchia é stata tradita, il Re rimane solo, intorno a lui
non vi sono che ombre. Al Quirinale non passano che dei fantasmi.
(1)
L'art. 49 dello Statuto dice: «I senatori e i deputati prima di essere ammessi
all'esercizio delle loro funzioni prestano il giuramento di essere fedeli al
Re, di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato, e di esercitare
le loro funzioni col solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria».
Vi
è poi l'art. 44 non richiamato ma sottinteso dai presentatori della mozione:
«Se un deputato cessa per qualunque motivo dalle sue funzioni, il collegio che
l'aveva eletto sarà tosto convocato per farne una nuova elezione». Ed il
regolamento della Camera prescrive che i congedi vengano chiesti alla
Presidenza.
Nessun
dubbio dunque sulla legalità e costituzionalità della dichiarata decadenza del
mandato parlamentare Ma gli sconfitti lo chiameranno «colpo di Stato»!
SEDUTA DEL 9 NOVEMBRE 1926
Deputati dell'Aventino dichiarati decaduti
Agnini Gregorio, Albanese Giuseppe, Aldisio Salvatore, Alfani Luigi, Amedeo Filippo.
Bacci Giovanni, Baldesi Gino, Baranzini Arturo, Bellotti Pietro, Bencivenga Roberto, Bendini Arturo, Bergamo Guido, Bergamo Mario, Berlinguer Mario, Bocconi Alessandro, Boggiano-Pico Antonio, Borin Igino, Bosco-Luearelli Gian Battista, Bracco Roberto, Braschi Giovanni, Brenci Alessandro, Bresciani Carlo, Buozzi, Brano, Buratti Vittorio.
Caldara Emilio, Campanini Romeo, Canepa Giuseppe, Capacci Russardo, Cappa Paolo, Capra Luigi, Carbonari Luigi, Cavina Giulio, Chiesa Engenio, Cingolani Mario, Colonna di Cesarò Giovanni, Conca Paolo, Conti Giovanni, Carini Felice, Cosattini Giovanni, Costa Mariano.
Damen Onorato, De Caro Raffaele, De Gasperi Alcide, Del Bello Diego, Delitala Palmerio.
Fabbri Luigi, Facchinetti Cipriano, Fantoni Luciano, Faranda Giuseppe, Ferrari Enrico, Fortichiari Bruno, Fulci Luigi.
Galeno Angelo, Galla Tito, Gallani Dante, Gennari Egìdío, Gilardoni Annibale, Giuffrida Vincenzo, Gonzales Enrico, Gramsci Antonio, Grandi Achille, Graziadei Antonio, Grieco Ruggero, Gronchi Giovanni, Grossi Leonello, Guarienti Ugo, Guarino-Amella Giovanni.
Innamorati Ferdinando. Jacini Stefano.
Labriola Arturo, La Rosa Luigi, Lazzari Costantino, Lombardi Nicola, Lombardo Pellegrino Ettore. Longinotti Giovanni Maria, Lopardi Emilio, Lo Sardo Francesco, Lucci Arnaldo, Lussu Emilio.
Macchi Luigi, Macrelli Cino, Maffi Fabrizio, Mancini l'itro, Marconcini Federico, Martini Mario Augusto, Mastino Pietro, Mauri Angelo, Mazzoni Nino, Merizzi Giovanni, Merlin Umberto, Micheli Giuseppe, Milani Fulvio, Modigliani Giuseppe Emanuele, Molè Enrico, Molinelli Guido, Momigliano Riccardo, Montini Giorgio, Morea Alfredo, Morgari Oddino, Musatti Elia.
Nasi Nunzio, Nobili Tito, Noseda Angelo.
Persico Giovanni, Picelli Guido, Prampolini Camillo, Pre. sutti Enrico, Priolo Antonio.
Repossi Luigi, Riboldi Ezio, Rodinò Giulio, Romita Giuseppe, Rossi Francesco.
Srebrnic Giuseppe.
Todeschini Mario, Treves Claudio, Tripepi Domenico, Turati Filippo, Tupini Umberto.
Uberti Giovanni.
Vella Arturo, Viotto Domenico, Volpi Giulio.
Totale n. 123.

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