Ambiguità dei popolari e filofascismo
dei confederali - I Fasci repubblicani «storici» a congresso affiancati dalla
Milizia
Come non si può comprendere la
nascita e la marcia trionfale del fascismo prescindendo dall'inconcepibile
anti-patriottico atteggiamento del Partito Socialista italiano nell'immediato
dopoguerra, così non si può comprendere il distacco della classe operaia dalle
organizzazioni sindacali operanti nell'orbita dello stesso partito,
prescindendo dalle continue convulsioni provocate dagli atteggiamenti rissosi
dei politicanti interessati a proclamare scioperi a getto continuo, che
portarono le masse all'aspirazione ad una vita tranquilla nell'ambito degli
ideali nazionali. Allora D'Annunzio era la bandiera della Patria vittoriosa,
era il fondamento, la base spirituale del fascismo. Questo sposalizio dei
rappresentanti più quotati della massa lavoratrice - socialisti e repubblicani
- con la Carta del Carnaro, significò sopratutto adesione al fascismo. E Nenni,
che due anni prima aveva esaltato la guerra, la Patria, la vittoria ed il Re,
ora ritornato pentito al vecchio ovile non sa commentare altrimenti: «La Nazione
né si nega né si afferma. Se mai si supera, e l'internazionalismo ne è il
superamento non la negazione ».
Mentre i partiti sono travagliati
da lotte intestine e da gelosie di concorrenza, il Partito Fascista va man mano
superando le crisi interne e quello che perde da una parte riacquista
moltiplicato dall'altra. Al fascismo aderiscono borghesia e ceto medio,
autentici lavoratori ed aristocrazia, riformisti e vecchi rivoluzionari così
come vi aderisce la massoneria che Trotski aveva definito forza
controrivoluzionaria per eccellenza una cattiva piaga che occorreva «bruciare
al ferro rosso».
In mezzo a tanto clamore di lotta
serrata ed aperta sia pure disuguale, il Partito Popolare si distingue per la
sua continua ambiguità. Ha convalidato l'entrata di tre ministri popolari nel
Gabinetto Mussolini, e nello stesso tempo afferma la sua decisa volontà di
difendere il sistema della proporzionale che Mussolini ha in programma di
distruggere. Ma la polemica che in un primo tempo potrebbe apparire di avversione
al governo non è altro che un tentativo sperimentale per indurre questo, e
quindi il Partito Fascista alla formazione dei blocchi elettorali nei quali i
candidati popolari vorrebbero entrare in misura rilevante. Al Consiglio
Nazionale dei sindacati cattolici (22 dicembre) interviene don Sturzo quale
segretario del partito e vi pronuncia un discorso di circostanza senza peraltro
accennare alle violenze fasciste contro le camere del lavoro socialiste e
contro l'assalto ai giornali ed ai liberi cittadini. Esce in quei giorni
l'Enciclica di Papa Pio XI, enciclica imperniata sul principio che tutti i mali
che affliggono l'umanità si devono al fatto che questa si è allontanata da
Cristo; è necessario dunque tornare a Cristo ed alla Chiesa e così i mali scompariranno.
Non un accenno però alle violenze passate e presenti onde l'Italia è percossa né
un ammonimento al prepotere di un partito che pochi giorni prima per la penna
del suo duce, che è anche capo del governo, aveva lanciato sul Popolo d'Italia
la grave minaccia: «La rivoluzione fascista è stata generosa. Ma guai se i capi
del socialismo e del comunismo ne abuseranno. La rivoluzione fascista non ha
proceduto ad esecuzioni sommarie - e lo poteva fare benissimo ma attenzione ai
mali passi, vecchie canaglie del socialismo italiano. Quello che non è stato
potrebbe essere. Perché, ricordatevelo bene, la rivoluzione fascista è appena
incominciata ».
A Rovigo. il Corriere, organo degli
agrari, così commenta un'adunata di fascisti, presente l'on. Finzi «Il fascio
littorio si erge possente e minaccioso entro e fuori i confini. Bisogna che
l'aquila continui il suo volo, al di sopra delle montagne». Le opposizioni si
vanno sgretolando nel paese; i partiti sono in lotta fra di loro, i socialisti
sono divisi e si lanciano l'un l'altro atroci,accuse, i popolari non riescono
ad ottenere quello che vogliono malgrado la loro adesione al fascismo ed i
repubblicani non hanno ancora trovata una chiarificazione pur continuando ad
essere in massima parte aderenti al nuovo movimento.
Il Partito Repubblicano, uscito
dall'intervento tutto impregnato di nazionalismo e dannunzianesimo, diventò più
tardi preda a tentazioni fasciste. Era già stato abbandonato dalla borghesia
mentre si avvicinava, attraverso la fase del radicalismo sacchiano, alla
Monarchia; poi veniva abbandonato dal proletariato al quale il socialismo
offriva oltre che una dottrina di completa liberazione, un metodo ed un mezzo,
la lotta di classe. Le superstiti schiere conservatrici di Romagna passarono subito
nel modo come abbiamo visto, al fascismo lasciando in asso i dirigenti. Al
Congresso di Roma (dicembre 1922) si tenta una tiepida chiarificazione, ma non
è né adesione né opposizione; è attesa benevola e speranzosa. In questo
congresso le discussioni si imperniano sopratutto sulla necessità di combattere
il socialismo, il che viene ad essere un diretto aiuto al fascismo che nel
movimento socialista ha il suo più feroce avversario. L'on. Macrelli, deputato
di Cesena, ammette che «nella grande linea in Romagna i repubblicani hanno
guardato con simpatia al fascismo come ad una reazione contro le forze
antinazionali ». E nell'ordine del giorno votato, a firma Pistocchi e
Calderoni, si limita a constatare che esaminato e seguito l'esperimento
fascista, questo ha soltanto operato una sostituzione di uomini al governo
della pubblica cosa. Nessun accenno alle manganellate ed agli incendi alle
camere del lavoro.
Ma i dissensi e le scissioni in
seno al partito si intensificano: la corrente che si è avvicinata al fascismo
tende a mettere da parte la pregiudiziale monarchica. Da Crispi a Nicotera a
Barzilai a Comandini a Sacchi la storia si ripete. L'agitazione è imperniata
sul movimento suscitato dal Sindacato Nazionale delle Cooperative del Prof.
Carlo Bazzi, direttore del Nuovo Paese, che col Comandini, Campagnoni, Marinelli,
Pacetti e Armando Casalini tenta la formazione di un partito repubblicano
autonomo. Già il Comandini, neutralista nel 1915, era stato poi durante la
guerra ministro del Re, del quale non disdegnava gli inviti a pranzo dove
eccelleva in calorosi brindisi anche fuori dal protocollo. Se è indiscutibile
il patriottismo dimostrato dai repubblicani durante la guerra, è altrettanto
indiscutibile il loro filo fascismo; e in Romagna lo urlano a squarciagola, e
nel giornale di Ravenna avviene, per esempio, di leggere che in occasione di
certe feste «fascisti e repubblicani, lietamente riuniti a bicchierata versano
ai rispettivi giornali la somma di lire .... ... ». Nel cesenate come nel ravennate
sono addirittura interi circoli repubblicani che passano volontariamente nei
Fasci di combattimento. Si acuisce il contrasto fra la Voce Repubblicana,
organo del partito, ed i filofascisti di Romagna, raccolti intorno a certe
consociazioni che si ribellano ai deliberata della direzione del partito. Alla
fine di gennaio del 1923 si ventila la costituzione ufficiale di una
«Consociazione» fra repubblicani dissidenti, ed una delegazione ne offre la
presidenza all'on. Comandini il loro maggiore e più autorevole esponente, ed a
Genova si inaugurava un congresso nazionale dei Fasci repubblicani: il corteo
in pellegrinaggio alla tomba di Mazzini è aperto dalla Milizia e vi prende
parte ufficialmente il Partito Fascista.
.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento