NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 14 dicembre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - IX

Ambiguità dei popolari e filofascismo dei confederali - I Fasci repubblicani «storici» a congresso affiancati dalla Milizia
 
Nenni
Come non si può comprendere la nascita e la marcia trionfale del fascismo prescindendo dall'inconcepibile anti-patriottico atteggiamento del Partito Socialista italiano nell'immediato dopoguerra, così non si può comprendere il distacco della classe operaia dalle organizzazioni sindacali operanti nell'orbita dello stesso partito, prescindendo dalle continue convulsioni provocate dagli atteggiamenti rissosi dei politicanti interessati a proclamare scioperi a getto continuo, che portarono le masse all'aspirazione ad una vita tranquilla nell'ambito degli ideali nazionali. Allora D'Annunzio era la bandiera della Patria vittoriosa, era il fondamento, la base spirituale del fascismo. Questo sposalizio dei rappresentanti più quotati della massa lavoratrice - socialisti e repubblicani - con la Carta del Carnaro, significò sopratutto adesione al fascismo. E Nenni, che due anni prima aveva esaltato la guerra, la Patria, la vittoria ed il Re, ora ritornato pentito al vecchio ovile non sa commentare altrimenti: «La Nazione né si nega né si afferma. Se mai si supera, e l'internazionalismo ne è il superamento non la negazione ».

Mentre i partiti sono travagliati da lotte intestine e da gelosie di concorrenza, il Partito Fascista va man mano superando le crisi interne e quello che perde da una parte riacquista moltiplicato dall'altra. Al fascismo aderiscono borghesia e ceto medio, autentici lavoratori ed aristocrazia, riformisti e vecchi rivoluzionari così come vi aderisce la massoneria che Trotski aveva definito forza controrivoluzionaria per eccellenza una cattiva piaga che occorreva «bruciare al ferro rosso».

In mezzo a tanto clamore di lotta serrata ed aperta sia pure disuguale, il Partito Popolare si distingue per la sua continua ambiguità. Ha convalidato l'entrata di tre ministri popolari nel Gabinetto Mussolini, e nello stesso tempo afferma la sua decisa volontà di difendere il sistema della proporzionale che Mussolini ha in programma di distruggere. Ma la polemica che in un primo tempo potrebbe apparire di avversione al governo non è altro che un tentativo sperimentale per indurre questo, e quindi il Partito Fascista alla formazione dei blocchi elettorali nei quali i candidati popolari vorrebbero entrare in misura rilevante. Al Consiglio Nazionale dei sindacati cattolici (22 dicembre) interviene don Sturzo quale segretario del partito e vi pronuncia un discorso di circostanza senza peraltro accennare alle violenze fasciste contro le camere del lavoro socialiste e contro l'assalto ai giornali ed ai liberi cittadini. Esce in quei giorni l'Enciclica di Papa Pio XI, enciclica imperniata sul principio che tutti i mali che affliggono l'umanità si devono al fatto che questa si è allontanata da Cristo; è necessario dunque tornare a Cristo ed alla Chiesa e così i mali scompariranno. Non un accenno però alle violenze passate e presenti onde l'Italia è percossa né un ammonimento al prepotere di un partito che pochi giorni prima per la penna del suo duce, che è anche capo del governo, aveva lanciato sul Popolo d'Italia la grave minaccia: «La rivoluzione fascista è stata generosa. Ma guai se i capi del socialismo e del comunismo ne abuseranno. La rivoluzione fascista non ha proceduto ad esecuzioni sommarie - e lo poteva fare benissimo ma attenzione ai mali passi, vecchie canaglie del socialismo italiano. Quello che non è stato potrebbe essere. Perché, ricordatevelo bene, la rivoluzione fascista è appena incominciata ».

A Rovigo. il Corriere, organo degli agrari, così commenta un'adunata di fascisti, presente l'on. Finzi «Il fascio littorio si erge possente e minaccioso entro e fuori i confini. Bisogna che l'aquila continui il suo volo, al di sopra delle montagne». Le opposizioni si vanno sgretolando nel paese; i partiti sono in lotta fra di loro, i socialisti sono divisi e si lanciano l'un l'altro atroci,accuse, i popolari non riescono ad ottenere quello che vogliono malgrado la loro adesione al fascismo ed i repubblicani non hanno ancora trovata una chiarificazione pur continuando ad essere in massima parte aderenti al nuovo movimento.
Il Partito Repubblicano, uscito dall'intervento tutto impregnato di nazionalismo e dannunzianesimo, diventò più tardi preda a tentazioni fasciste. Era già stato abbandonato dalla borghesia mentre si avvicinava, attraverso la fase del radicalismo sacchiano, alla Monarchia; poi veniva abbandonato dal proletariato al quale il socialismo offriva oltre che una dottrina di completa liberazione, un metodo ed un mezzo, la lotta di classe. Le superstiti schiere conservatrici di Romagna passarono subito nel modo come abbiamo visto, al fascismo lasciando in asso i dirigenti. Al Congresso di Roma (dicembre 1922) si tenta una tiepida chiarificazione, ma non è né adesione né opposizione; è attesa benevola e speranzosa. In questo congresso le discussioni si imperniano sopratutto sulla necessità di combattere il socialismo, il che viene ad essere un diretto aiuto al fascismo che nel movimento socialista ha il suo più feroce avversario. L'on. Macrelli, deputato di Cesena, ammette che «nella grande linea in Romagna i repubblicani hanno guardato con simpatia al fascismo come ad una reazione contro le forze antinazionali ». E nell'ordine del giorno votato, a firma Pistocchi e Calderoni, si limita a constatare che esaminato e seguito l'esperimento fascista, questo ha soltanto operato una sostituzione di uomini al governo della pubblica cosa. Nessun accenno alle manganellate ed agli incendi alle camere del lavoro.

Ma i dissensi e le scissioni in seno al partito si intensificano: la corrente che si è avvicinata al fascismo tende a mettere da parte la pregiudiziale monarchica. Da Crispi a Nicotera a Barzilai a Comandini a Sacchi la storia si ripete. L'agitazione è imperniata sul movimento suscitato dal Sindacato Nazionale delle Cooperative del Prof. Carlo Bazzi, direttore del Nuovo Paese, che col Comandini, Campagnoni, Marinelli, Pacetti e Armando Casalini tenta la formazione di un partito repubblicano autonomo. Già il Comandini, neutralista nel 1915, era stato poi durante la guerra ministro del Re, del quale non disdegnava gli inviti a pranzo dove eccelleva in calorosi brindisi anche fuori dal protocollo. Se è indiscutibile il patriottismo dimostrato dai repubblicani durante la guerra, è altrettanto indiscutibile il loro filo fascismo; e in Romagna lo urlano a squarciagola, e nel giornale di Ravenna avviene, per esempio, di leggere che in occasione di certe feste «fascisti e repubblicani, lietamente riuniti a bicchierata versano ai rispettivi giornali la somma di lire .... ... ». Nel cesenate come nel ravennate sono addirittura interi circoli repubblicani che passano volontariamente nei Fasci di combattimento. Si acuisce il contrasto fra la Voce Repubblicana, organo del partito, ed i filofascisti di Romagna, raccolti intorno a certe consociazioni che si ribellano ai deliberata della direzione del partito. Alla fine di gennaio del 1923 si ventila la costituzione ufficiale di una «Consociazione» fra repubblicani dissidenti, ed una delegazione ne offre la presidenza all'on. Comandini il loro maggiore e più autorevole esponente, ed a Genova si inaugurava un congresso nazionale dei Fasci repubblicani: il corteo in pellegrinaggio alla tomba di Mazzini è aperto dalla Milizia e vi prende parte ufficialmente il Partito Fascista.

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