Fronte filo fascista: dannunziani e
confederali, popolari e liberali; Bonomi e Giolitti, Vergnanini e Rigola,
Salandra e Gasparotto, Gronchi e don Sturzo.
Le discussioni con tumulti ed
invettive alla Camera dei deputati hanno le loro ripercussioni nel Paese. Le
lotte fra i partiti non sono ancora placate, si susseguono le bastonature, le
devastazioni delle sedi e delle organizzazioni dei rossi che sovente si
concludono con spargimento di sangue, mentre da parte di organismi politici di
primo piano si naviga in acque incerte ma anelanti soprattutto ad una intesa
col fascismo trionfante. La Confederazione del Lavoro - che ha già fatto
sentire il suo stato d'animo attraverso il discorso dell'on. D'Aragona - si
svincola da ogni patto nonché dalla situazione di sudditanza col Partito
Socialista e s'inquadra nello spirito filo fascista assumendo un atteggiamento
di attesa. «Intanto, dice il D'Aragona, noi auguriamo che il fascismo ora che è
al governo ristabilisca sul serio l'imperio della libertà e della legge». I
popolari che già hanno sei loro esponenti al governo - sono favorevoli ad una
politica filo fascista, così come del resto si può desumere dagli atteggiamenti
alla Camera.
Alla Tosi di Legnano nelle elezioni
della commissione interna i popolari fanno lista comune coi fascisti, e l'on.
Tovini in una intervista sostiene la identità del programma popolare col
programma fascista. Don Sturzo parla a Torino per 3 ore: come al solito è
ambiguo, poco chiaro. Di esplicito non vi è che la difesa della proporzionale,
vera sciagura d'Italia. E l’Avanti! così commenta: «Il duce ha schiacciato
l'Amleto di Caltagirone. Il Partito Popolare ha rinunciato ad essere un partito
di masse, anche di masse, per accettare di legittimare legalmente il colpo di
mano. Gli on. Tangorra. Gronchi e Cavazzoni, sono nel ministero fascista a far
da palo». Poi accusa i social democratici di tentare la collaborazione col
governo: «I discorsi di Turati e di D'Aragona ne sono la prova chiara». Intanto
a conferma del loro atteggiamento ultra favorevole al fascismo una deputazione
di tutti i deputati popolari si reca dal quadrumviro Michele Bianchi per
sottoporgli un progetto di alleanza coi fascisti nell'Italia meridionale. Ma
Michele Bianchi lo respinge.
Vittorio Emanuele Orlando parla a
Partinico e dopo avere giustificata la marcia su Roma, provocata dal fatto che
la nazione sentendo la necessità di darsi un governo vi provvedeva da sé con
un'azione che fu al di fuori del Parlamento, aggiunge: «La parola dittatura non
impaurisce, se essa significa eccezionale concentrazione di poteri in un periodo
eccezionale e transitorio». Quindi conclude vantandosi di avere lui stesso
sostenuto già sin dal maggio 1915 alla Camera, la concessione dei pieni poteri.
Luigi Gasparotto, in un comizio a
Milano al Dal Verme per le elezioni comunali, con Dino Alfieri, Misuri,
Farinacci, Giunta, non ha scrupoli ad affermare, dopo avere esaltata la marcia
su Roma: «Non siamo noi che possiamo dire la nostra parola contro i metodi
violenti. La tradizione garibaldina, dalla quale noi discendiamo, accettò la
violenza quando fu necessario. I grossi giuochi non spaventano gli uomini forti,
purché sia chiara la mèta. La marcia su Roma era diretta a mutare un costume
politico che ci portava nell'abisso ».
L'on. Giolitti scrive al ministro
Carnazza che «un ministero presieduto dall'on. Mussolini è il solo che poteva
ristabilire la pace sociale, prima necessità per un paese in gravi condizioni
come il nostro». Lo stesso Giolitti conferma questo suo punto di vista in una lettera
del 1 gennaio 1923 - e cioè solo due mesi dopo la marcia su Roma - diretta a
Luigi Ambrosini:
«Ella si meraviglia che un quinto
Stato venga su con rapidità eccezionale, in realtà è uno dei fenomeni più
comuni della storia. Dopo agitazioni violente (e quale più violenta dell'ultima
guerra!) vien su un'ondata di giovanissimi Saintjust, Napoleone, Hoche e
migliaia di ignoti. I veri valori si affermano e restano in prima linea, gli
altri scompaiono e poi il mondo riprende il suo ritmo normale.
«Certo le cose politiche e
specialmente parlamentari non potevano continuare senza portare il paese alla
rovina. La maledetta legge elettorale aveva frazionato la Camera in modo da
rendere impossibile un governo omogeneo, forte, capace di avere e di attuare un
programma. Le cose erano giunte ad un punto che un pretucolo intrigante, senza
alcuna qualità superiore, dominava tutta la politica italiana e ciò unicamente
per raggiungere miseri fini elettorali.
«Riuscirà il nuovo ordine di cose?
Io lo spero; intanto è certo che ha tratto il Paese dal fosso in cui finiva per
imputridire.
« Caro Ambrosini, noti riesco ad
essere pessimista ».
Giovanni Giolitti
Non è un reazionario che parla. E'
il liberale democratico per eccellenza che ha accompagnato la Monarchia sul cammino
delle riforme sociali e delle libertà politiche. Conoscitore come nessun altro
della nostra politica, riteneva il fascismo come un rimedio necessario onde
evitare la rovina del paese oramai nelle mani dei rossi e dei neri.
Intervistato dal Giornale d'Italia
l’on. Bonomi, socialista riformista, collaboratore di Giolitti come ministro
della Guerra e dei Lavori Pubblici, già direttore dell'Avanti! Presidente del
Consiglio nel 1921 e Collare dell'Annunziata, così si esprime: «Se vuole il mio
giudizio non tanto sulla situazione politica quanto sullo spirito che è entrato
in Roma, le dirò che noi, interventisti della primissima ora, lo abbiamo
invocato sempre. lo non ho mai dubitato che lo spirito foggiato dalla guerra e
dalla vittoria non dovesse prevalere rapidamente. Quasi all'indomani
dell'occupazione delle fabbriche quando io, ministro della Guerra, adunai sul
Campidoglio le bandiere dell'esercito e dell'armata, il sentimento non più
mortificato della Vittoria corse così fervidamente il Paese che annunziò fin da
allora la prossima guarigione. L'anno di poi, quando il gabinetto da me
presieduto volle, con la tumulazione sull'Altare della Patria del Milite
Ignoto, esaltare tutti i valori nazionali, l'Italia apparve interamente uscita
dal pericolo bolscevico e avviata verso i suoi nuovi destini. Se dunque lo
spirito della Vittoria e la consapevolezza del sacrificio compiuto affermano
oggi il loro completo trionfo, noi, che lo auspicammo e lo preparammo, non
possiamo che esserne lieti ».
Incerta è l'attitudine dei
dirigenti sindacali nei mesi successivi alla marcia su Roma. La Confederazione
del Lavoro, stretta fra le contumelie dei partiti socialisti affini e le
violenze dei fascisti che vogliono sottomettere le camere del lavoro alla loro
politica, cerca inutilmente una via d'uscita procurando di tenersi in
equilibrio. L'on. Antonio Vergnanini, a nome della Confederazione, a proposito
del movimento sindacale cooperativo così dichiara in una intervista al Mondo:
«La cooperazione deve considerare
le deliberazioni della Camera e del Senato come il mezzo migliore per mettere
il fascismo nella condizione di svolgere il suo esperimento in forma più
contenuta e serena. Il voto per i pieni poteri e la riconsacrazione della
vittoria fascista è il riconoscimento della sua autorità ». E richiamandosi
alle, dichiarazioni fatte a lui e D'Aragona personalmente da Mussolini, afferma
che «possono essere interpretate come un buon sintomo per l'avvenire del
movimento proletario». Egli dichiara apertamente che i sindacati e le
cooperative hanno necessità immediata di vedere attuata una qualsiasi
collaborazione ed intanto mantiene continui contatti con l'on. Finzi,
sottosegretario allo Interno, mentre D'Aragona, Baldesi e Zaniboni hanno
ripetuti colloqui con Gabriele d'Annunzio col quale ricercano una soluzione al
problema delle organizzazioni sindacali operaie nell'ambito del fascismo, ai
fini di una pacificazione generale. Dopo un convegno a villa Cargnacco viene
diramato il seguente comunicato:
«Accogliere tutte le forze
produttrici della Nazione, al di sopra di ogni divergenza di parte, in un solo
corpo, in una sola grande e concorde unità, sotto una sola e grande bandiera:
quella della Patria, con un unico scopo: quello di accordare armonicamente il proprio
miglioramento spirituale e materiale, con la volontà di contribuire alla
grandezza e potenza della Nazione ».
L'Avanti! commenta: «Baldesi è
tornato, tranquillissimo. E' venuto con viatico concessogli dalla solidarietà
di Turati e di D'Aragona, e tutte le ire sono sbollite per incanto. Anzi, il
furioso segretario del suo gruppo, il giovane Matteotti, ai giornalisti che lo
interrogavano, ansiosi di sapere se la testa di Baldesi cadrà nel paniere del
carnefice, ha risposto tranquillamente che ciò che ha fatto il deputato
fiorentino non ha nulla di straordinario, non solo, ma che nessuno ha mai
pensato di sconfessarlo! »
Le polemiche fra partito socialista
e confederali si fanno aspre, ed agli ammonimenti dell'Avanti! il Vergnanini
risponde con l'insistere ad affermare che «il proletariato deve guardare senza
preoccupazioni all'opera dell'attuale governo». In una lettera all’Avanti!
ribadisce ancora: « lo non sono contro il socialismo, ma soltanto contro certa
specie di Partito Socialista, specialmente quello degli illusi ed esaltati che
hanno lasciato sperare alle masse il miracolo della vittoria proletaria,
assecondando le loro debolezze, nascondendo ad esse la grande portata della
lotta e la difficoltà delle reali conquiste, contese al proletariato, non solo
dal capitalismo e dalla borghesia, ma dalla sua impreparazione civile,
politica, economica, dalla stessa sua anima imbevuta pur essa dell'identico
spirito egoistico che pervade l'ordinamento borghese ».
Questo si chiama parlar chiaro, ed
il fatto che questa sincerità sia sgorgata dall'anima di un grande galantuomo
che alle organizzazioni operaie dedicò tutta la sua vita, assume una grande
importanza. Il Vergnanini, socialista riformista, rivela in queste parole la
sua stanchezza per le inconcludenti, epilettiche continue agitazioni delle
masse provocate dai politicanti del partito; agitazioni che illudevano la
classe operaia, la diseducavano alle lotte civili e la rendevano colpevole dei
mali in cui si dibatteva. Vergnanini, come del resto il D'Aragona, il Rigola,
non credono più all'efficacia della lotta di classe in senso marxista; essi
imperniano la politica economica delle masse nella cooperazione di marca
luzzatiana e la soluzione dei problemi sociali nella pratica liberale giolittiana
e pongono la loro fede - quale estremo rifugio difensivo alle convulsioni
rivoluzionarie del Partito Socialista - negli ulteriori sviluppi della politica
del fascismo verso la pacificazione e verso un regime di tolleranza. Con questa
illusione si costituisce il Comitato per l'unità sindacale con a capo Rinaldo
Rigola; vi fanno parte Alceste De Ambris ed A. 0. Olivetti, due fra i più noti
sindacalisti rivoluzionari. E' composto di confederalisti, sindacalisti e
dannunziani, e pubblica un messaggio nel quale si esclude ogni atto «che torni
a danno della Nazione, il cui interesse generale deve, in ogni caso e da tutti,
essere considerato come superiore agli interessi particolari di categoria e di
classe tanto nei rapporti interni come in quelli internazionali».
Sono i rappresentanti della classe
operaia organizzata nella Confederazione del Lavoro che interpretano il nuovo
stato d'animo dei lavoratori tornati dalle trincee; stato d'animo rivolto agli
interessi nazionali ed in completo distacco dalla propaganda faziosa del
Partito Socialista, anti-italiana e tutta dedita alle voci di Mosca. La classe
operaia sostituisce Carlo Marx con d'Annunzio, sostituisce il Manifesto dei
Comunisti con la Carta del Carnaro. Illusioni l’una e l'altro, ma il Manifesto
era l'anti-Italia mentre la Carta è la Patria sofferente ma vittoriosa.
A questo comitato aderiscono,
almeno spiritualmente, in un primo tempo, la Confederazione del Lavoro
(socialista), L'unione Italiana del Lavoro (repubblicana), i ferrovieri, i
lavoratori del mare, i lavoratori della terra, i lavoratori del porto,
organizzazioni autonome, organizzazioni impiegatizie, ecc... Particolare
significativo ha l'adesione dell'Unione Italiana del Lavoro che al suo inizio
(1918) aveva avuto quali ispiratori Filippo Corridoni ed i suoi seguaci,
sindacalisti rivoluzionari a sfondo anarcoide che, avevano aderito alla guerra
e proclamata la intangibilità della Patria. In una intervista (Avanti! 14
dicembre 1922) Rigola afferma: « Noi concepiamo il sindacato non soltanto come strumento
per il miglioramento materiale dei lavoratori, ma anche come strumento per la
loro elevazione spirituale e per la realizzazione di un nuovo Stato, modellato
sulle linee fondamentali della Carta del Carnaro e che si basi sulle forze del lavoro
e della produzione»... «Noi affermiamo che si deve considerare la Nazione come
un patrimonio spirituale da conservare e come un patrimonio materiale da
conquistare; non già come un fatto essenzialmente capitalista da negare».
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