NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 7 dicembre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - VIII

Fronte filo fascista: dannunziani e confederali, popolari e liberali; Bonomi e Giolitti, Vergnanini e Rigola, Salandra e Gasparotto, Gronchi e don Sturzo.

Le discussioni con tumulti ed invettive alla Camera dei deputati hanno le loro ripercussioni nel Paese. Le lotte fra i partiti non sono ancora placate, si susseguono le bastonature, le devastazioni delle sedi e delle organizzazioni dei rossi che sovente si concludono con spargimento di sangue, mentre da parte di organismi politici di primo piano si naviga in acque incerte ma anelanti soprattutto ad una intesa col fascismo trionfante. La Confederazione del Lavoro - che ha già fatto sentire il suo stato d'animo attraverso il discorso dell'on. D'Aragona - si svincola da ogni patto nonché dalla situazione di sudditanza col Partito Socialista e s'inquadra nello spirito filo fascista assumendo un atteggiamento di attesa. «Intanto, dice il D'Aragona, noi auguriamo che il fascismo ora che è al governo ristabilisca sul serio l'imperio della libertà e della legge». I popolari che già hanno sei loro esponenti al governo - sono favorevoli ad una politica filo fascista, così come del resto si può desumere dagli atteggiamenti alla Camera.

Alla Tosi di Legnano nelle elezioni della commissione interna i popolari fanno lista comune coi fascisti, e l'on. Tovini in una intervista sostiene la identità del programma popolare col programma fascista. Don Sturzo parla a Torino per 3 ore: come al solito è ambiguo, poco chiaro. Di esplicito non vi è che la difesa della proporzionale, vera sciagura d'Italia. E l’Avanti! così commenta: «Il duce ha schiacciato l'Amleto di Caltagirone. Il Partito Popolare ha rinunciato ad essere un partito di masse, anche di masse, per accettare di legittimare legalmente il colpo di mano. Gli on. Tangorra. Gronchi e Cavazzoni, sono nel ministero fascista a far da palo». Poi accusa i social democratici di tentare la collaborazione col governo: «I discorsi di Turati e di D'Aragona ne sono la prova chiara». Intanto a conferma del loro atteggiamento ultra favorevole al fascismo una deputazione di tutti i deputati popolari si reca dal quadrumviro Michele Bianchi per sottoporgli un progetto di alleanza coi fascisti nell'Italia meridionale. Ma Michele Bianchi lo respinge.
Vittorio Emanuele Orlando parla a Partinico e dopo avere giustificata la marcia su Roma, provocata dal fatto che la nazione sentendo la necessità di darsi un governo vi provvedeva da sé con un'azione che fu al di fuori del Parlamento, aggiunge: «La parola dittatura non impaurisce, se essa significa eccezionale concentrazione di poteri in un periodo eccezionale e transitorio». Quindi conclude vantandosi di avere lui stesso sostenuto già sin dal maggio 1915 alla Camera, la concessione dei pieni poteri.

Luigi Gasparotto, in un comizio a Milano al Dal Verme per le elezioni comunali, con Dino Alfieri, Misuri, Farinacci, Giunta, non ha scrupoli ad affermare, dopo avere esaltata la marcia su Roma: «Non siamo noi che possiamo dire la nostra parola contro i metodi violenti. La tradizione garibaldina, dalla quale noi discendiamo, accettò la violenza quando fu necessario. I grossi giuochi non spaventano gli uomini forti, purché sia chiara la mèta. La marcia su Roma era diretta a mutare un costume politico che ci portava nell'abisso ».
L'on. Giolitti scrive al ministro Carnazza che «un ministero presieduto dall'on. Mussolini è il solo che poteva ristabilire la pace sociale, prima necessità per un paese in gravi condizioni come il nostro». Lo stesso Giolitti conferma questo suo punto di vista in una lettera del 1 gennaio 1923 - e cioè solo due mesi dopo la marcia su Roma - diretta a Luigi Ambrosini:
«Ella si meraviglia che un quinto Stato venga su con rapidità eccezionale, in realtà è uno dei fenomeni più comuni della storia. Dopo agitazioni violente (e quale più violenta dell'ultima guerra!) vien su un'ondata di giovanissimi Saintjust, Napoleone, Hoche e migliaia di ignoti. I veri valori si affermano e restano in prima linea, gli altri scompaiono e poi il mondo riprende il suo ritmo normale.
«Certo le cose politiche e specialmente parlamentari non potevano continuare senza portare il paese alla rovina. La maledetta legge elettorale aveva frazionato la Camera in modo da rendere impossibile un governo omogeneo, forte, capace di avere e di attuare un programma. Le cose erano giunte ad un punto che un pretucolo intrigante, senza alcuna qualità superiore, dominava tutta la politica italiana e ciò unicamente per raggiungere miseri fini elettorali.
«Riuscirà il nuovo ordine di cose? Io lo spero; intanto è certo che ha tratto il Paese dal fosso in cui finiva per imputridire.
« Caro Ambrosini, noti riesco ad essere pessimista ».
Giovanni Giolitti
Non è un reazionario che parla. E' il liberale democratico per eccellenza che ha accompagnato la Monarchia sul cammino delle riforme sociali e delle libertà politiche. Conoscitore come nessun altro della nostra politica, riteneva il fascismo come un rimedio necessario onde evitare la rovina del paese oramai nelle mani dei rossi e dei neri.
Intervistato dal Giornale d'Italia l’on. Bonomi, socialista riformista, collaboratore di Giolitti come ministro della Guerra e dei Lavori Pubblici, già direttore dell'Avanti! Presidente del Consiglio nel 1921 e Collare dell'Annunziata, così si esprime: «Se vuole il mio giudizio non tanto sulla situazione politica quanto sullo spirito che è entrato in Roma, le dirò che noi, interventisti della primissima ora, lo abbiamo invocato sempre. lo non ho mai dubitato che lo spirito foggiato dalla guerra e dalla vittoria non dovesse prevalere rapidamente. Quasi all'indomani dell'occupazione delle fabbriche quando io, ministro della Guerra, adunai sul Campidoglio le bandiere dell'esercito e dell'armata, il sentimento non più mortificato della Vittoria corse così fervidamente il Paese che annunziò fin da allora la prossima guarigione. L'anno di poi, quando il gabinetto da me presieduto volle, con la tumulazione sull'Altare della Patria del Milite Ignoto, esaltare tutti i valori nazionali, l'Italia apparve interamente uscita dal pericolo bolscevico e avviata verso i suoi nuovi destini. Se dunque lo spirito della Vittoria e la consapevolezza del sacrificio compiuto affermano oggi il loro completo trionfo, noi, che lo auspicammo e lo preparammo, non possiamo che esserne lieti ».
Incerta è l'attitudine dei dirigenti sindacali nei mesi successivi alla marcia su Roma. La Confederazione del Lavoro, stretta fra le contumelie dei partiti socialisti affini e le violenze dei fascisti che vogliono sottomettere le camere del lavoro alla loro politica, cerca inutilmente una via d'uscita procurando di tenersi in equilibrio. L'on. Antonio Vergnanini, a nome della Confederazione, a proposito del movimento sindacale cooperativo così dichiara in una intervista al Mondo:
«La cooperazione deve considerare le deliberazioni della Camera e del Senato come il mezzo migliore per mettere il fascismo nella condizione di svolgere il suo esperimento in forma più contenuta e serena. Il voto per i pieni poteri e la riconsacrazione della vittoria fascista è il riconoscimento della sua autorità ». E richiamandosi alle, dichiarazioni fatte a lui e D'Aragona personalmente da Mussolini, afferma che «possono essere interpretate come un buon sintomo per l'avvenire del movimento proletario». Egli dichiara apertamente che i sindacati e le cooperative hanno necessità immediata di vedere attuata una qualsiasi collaborazione ed intanto mantiene continui contatti con l'on. Finzi, sottosegretario allo Interno, mentre D'Aragona, Baldesi e Zaniboni hanno ripetuti colloqui con Gabriele d'Annunzio col quale ricercano una soluzione al problema delle organizzazioni sindacali operaie nell'ambito del fascismo, ai fini di una pacificazione generale. Dopo un convegno a villa Cargnacco viene diramato il seguente comunicato:
«Accogliere tutte le forze produttrici della Nazione, al di sopra di ogni divergenza di parte, in un solo corpo, in una sola grande e concorde unità, sotto una sola e grande bandiera: quella della Patria, con un unico scopo: quello di accordare armonicamente il proprio miglioramento spirituale e materiale, con la volontà di contribuire alla grandezza e potenza della Nazione ».
L'Avanti! commenta: «Baldesi è tornato, tranquillissimo. E' venuto con viatico concessogli dalla solidarietà di Turati e di D'Aragona, e tutte le ire sono sbollite per incanto. Anzi, il furioso segretario del suo gruppo, il giovane Matteotti, ai giornalisti che lo interrogavano, ansiosi di sapere se la testa di Baldesi cadrà nel paniere del carnefice, ha risposto tranquillamente che ciò che ha fatto il deputato fiorentino non ha nulla di straordinario, non solo, ma che nessuno ha mai pensato di sconfessarlo! »
Le polemiche fra partito socialista e confederali si fanno aspre, ed agli ammonimenti dell'Avanti! il Vergnanini risponde con l'insistere ad affermare che «il proletariato deve guardare senza preoccupazioni all'opera dell'attuale governo». In una lettera all’Avanti! ribadisce ancora: « lo non sono contro il socialismo, ma soltanto contro certa specie di Partito Socialista, specialmente quello degli illusi ed esaltati che hanno lasciato sperare alle masse il miracolo della vittoria proletaria, assecondando le loro debolezze, nascondendo ad esse la grande portata della lotta e la difficoltà delle reali conquiste, contese al proletariato, non solo dal capitalismo e dalla borghesia, ma dalla sua impreparazione civile, politica, economica, dalla stessa sua anima imbevuta pur essa dell'identico spirito egoistico che pervade l'ordinamento borghese ».
Questo si chiama parlar chiaro, ed il fatto che questa sincerità sia sgorgata dall'anima di un grande galantuomo che alle organizzazioni operaie dedicò tutta la sua vita, assume una grande importanza. Il Vergnanini, socialista riformista, rivela in queste parole la sua stanchezza per le inconcludenti, epilettiche continue agitazioni delle masse provocate dai politicanti del partito; agitazioni che illudevano la classe operaia, la diseducavano alle lotte civili e la rendevano colpevole dei mali in cui si dibatteva. Vergnanini, come del resto il D'Aragona, il Rigola, non credono più all'efficacia della lotta di classe in senso marxista; essi imperniano la politica economica delle masse nella cooperazione di marca luzzatiana e la soluzione dei problemi sociali nella pratica liberale giolittiana e pongono la loro fede - quale estremo rifugio difensivo alle convulsioni rivoluzionarie del Partito Socialista - negli ulteriori sviluppi della politica del fascismo verso la pacificazione e verso un regime di tolleranza. Con questa illusione si costituisce il Comitato per l'unità sindacale con a capo Rinaldo Rigola; vi fanno parte Alceste De Ambris ed A. 0. Olivetti, due fra i più noti sindacalisti rivoluzionari. E' composto di confederalisti, sindacalisti e dannunziani, e pubblica un messaggio nel quale si esclude ogni atto «che torni a danno della Nazione, il cui interesse generale deve, in ogni caso e da tutti, essere considerato come superiore agli interessi particolari di categoria e di classe tanto nei rapporti interni come in quelli internazionali».
Sono i rappresentanti della classe operaia organizzata nella Confederazione del Lavoro che interpretano il nuovo stato d'animo dei lavoratori tornati dalle trincee; stato d'animo rivolto agli interessi nazionali ed in completo distacco dalla propaganda faziosa del Partito Socialista, anti-italiana e tutta dedita alle voci di Mosca. La classe operaia sostituisce Carlo Marx con d'Annunzio, sostituisce il Manifesto dei Comunisti con la Carta del Carnaro. Illusioni l’una e l'altro, ma il Manifesto era l'anti-Italia mentre la Carta è la Patria sofferente ma vittoriosa.


A questo comitato aderiscono, almeno spiritualmente, in un primo tempo, la Confederazione del Lavoro (socialista), L'unione Italiana del Lavoro (repubblicana), i ferrovieri, i lavoratori del mare, i lavoratori della terra, i lavoratori del porto, organizzazioni autonome, organizzazioni impiegatizie, ecc... Particolare significativo ha l'adesione dell'Unione Italiana del Lavoro che al suo inizio (1918) aveva avuto quali ispiratori Filippo Corridoni ed i suoi seguaci, sindacalisti rivoluzionari a sfondo anarcoide che, avevano aderito alla guerra e proclamata la intangibilità della Patria. In una intervista (Avanti! 14 dicembre 1922) Rigola afferma: « Noi concepiamo il sindacato non soltanto come strumento per il miglioramento materiale dei lavoratori, ma anche come strumento per la loro elevazione spirituale e per la realizzazione di un nuovo Stato, modellato sulle linee fondamentali della Carta del Carnaro e che si basi sulle forze del lavoro e della produzione»... «Noi affermiamo che si deve considerare la Nazione come un patrimonio spirituale da conservare e come un patrimonio materiale da conquistare; non già come un fatto essenzialmente capitalista da negare».

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