NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 6 dicembre 2020

Capitolo VII: Primo Carnera e l’incontro con l’ex campione di Francia, Paul Journée


di Emilio Del Bel Belluz
 

Al circo, da quando era arrivato Primo, gli incassi erano aumentati. La gente sentiva parlare di Carnera come dell’uomo forte che nessuno era mai riuscito a battere. Un colosso che solo a vederlo faceva paura. Grazie ad una alimentazione corretta che comprendeva la carne tutti i giorni si era fatto un fisico davvero enorme, i suoi muscoli si vedevano con maggior evidenza. La fame, finalmente, era stata domata e non costituiva più un problema. In certi giorni gli mancava il sorriso di Rosalba, si ricordava dei bei momenti trascorsi assieme; era stata la persona che gli aveva mitigato la solitudine che tutti provano quando vanno all’estero. A Carnera piaceva, dopo lo spettacolo serale, ritrovarsi con i suoi compagni attorno al fuoco per mangiare. Spesso rimaneva fino a tardi, per far diminuire la tensione accumulata durante i combattimenti. Il fuoco gli faceva pensare alla sua terra, a sua madre e a quel mondo contadino che aveva lasciato. Una fiamma ti riscalda anche l’anima. In quei giorni gli capitò che uno sfidandolo, si fosse comportato slealmente, e Carnera lo aveva punito a dovere, facendolo volare dal ring. La folla aveva applaudito e questo personaggio che era grande e grosso, minacciò Carnera, dicendogli che gliela avrebbe fatta pagare. Primo aveva ricevuto altre minacce, ma non temeva nulla. “Male non fare paura non avere”. Era stata sua madre a dargli questi insegnamenti, le persone vanno rispettate e, se capita, difese da chi ha nel cuore solo l’intenzione di fare il male. Quella sera, uscendo dal circo, si trovò davanti cinque individui che con toni minacciosi avevano deciso di punirlo. Erano in tanti, ma Carnera non temeva nulla. Non si perse d’animo, nonostante la stanchezza per i combattimenti precedenti, in pochi minuti si sbarazzò dei cinque, facendoli volare con dei pugni che mai aveva dato prima. Gli aggressori batterono in ritirata con le ossa rotte. La scena fu vista da uno del circo che era con lui, questi rimase impietrito, se fosse intervenuto sarebbe stata la sua fine. Il giorno dopo, venne a trovarlo nel camerino un giornalista di un quotidiano locale, informato dell’accaduto che voleva sapere con esattezza come erano andate le cose, e ci teneva a conoscere il protagonista della lotta. Il giornalista aveva portato un fotografo, a cui chiese di scattare alcune foto a Primo. Il direttore del circo era raggiante, perché gli avevano chiesto di fare altre rappresentazioni in quel paese. La foto di Carnera primeggiava in prima pagina ed era visto come un eroe che aveva combattuto per la giustizia. La gente lo voleva vedere e, prima dello spettacolo, decine di persone erano presenti davanti alla sua carovana, e lo acclamavano ad alta voce. Carnera non era facile agli entusiasmi, ma questa volta si sentì importante. Aveva ritagliato la foto sul giornale e spedita a sua madre, quella povera donna che si preoccupava per lui e che lo implorava d’essere prudente. Una mamma che lo amava e sperava di rivederlo sano e salvo. Dopo questo avvenimento, allo spettacolo serale, gli sfidanti erano aumentati con grande felicità del proprietario del circo che incominciava a incassare delle somme insperate. Quando entrava in scena le persone urlavano il suo nome, alcune volevano solo toccare quei muscoli d’acciaio. Molta di quella gente era accorsa dai paesi vicini, dopo avere letto l’articolo, tutti volevano avere un amico così forte, specialmente le donne. Carnera considerava una dote naturale i suoi muscoli possenti e forgiati con il lavoro ed una alimentazione abbondante. La donna che gli preparava i pasti aveva l’impressione che mangiasse per cinque persone, gli cucinava dei grandi pentoloni di carne con il sugo ed il pane non doveva mancare mai. Primo si ricordava sempre di quando era a Sequals e la madre lo mandava a comprare il pane al formo del paese e quando giungeva a casa non v’era traccia di quella enorme pagnotta che doveva bastare per tutta la famiglia. A malincuore, doveva ritornare lei dal fornaio. Alcuni giorni dopo, il circo fece nuovamente tappa ad Arcachon. Era il 1928. Carnera osservò che un signore aveva assistito alle sue esibizioni per ben tre sere consecutive e non capiva il perché. Alla terza serata, quando gli spettacoli del circo erano finiti, si avvicinò a Primo per complimentarsi con lui per come era riuscito facilmente a sbarazzarsi in poco tempo degli avversari. Quest’ uomo era un ex pugile, che aveva combattuto per il titolo francese dei pesi massimi e da anni aveva smesso l’attività: Paul Journée. Non era diventato un grande campione, si era battuto anche in Italia contro i fratelli Spalla, dei pugili importanti. Rivolgendosi a Carnera gli chiese se voleva entrare nel mondo della boxe, e Primo, sorridendo, gli disse che aveva tentato in passato di boxare, ma era stato messo al tappeto da un pugile che era metà di lui, in un incontro tra dilettanti. Dopo quella esperienza concluse che la boxe non era per lui. Paul Journée era una persona molto pratica , non era uno di quelli a cui piaceva perdere tempo. Era proprietario di una palestra di boxe, era un ex pugile e conosceva molto bene questo sport. Gli propose di tentare ancora e questa volta sarebbe stato lui ad insegnargli a boxare. L’unica cosa, che bisognava fare, era quella di trovargli un lavoro, perché Paul non era in grado di mantenerlo. Primo rimase pensieroso, l’idea di farsi una fama, diventare, magari, un campione e guadagnare dei soldi, da inviare alla mamma, erano prospettive molto allettanti. Il grosso problema era quello di raccontarlo all’impresario del circo, questi contava molto su Carnera e se ne fosse andato, gli affari sarebbero peggiorati. L’indomani si presentò da lui che, venuto a conoscenza della sua nuova decisione, si mise ad urlare, tanto da far accorrere alcuni lavoranti del circo. Costoro, saputo il motivo della lite, gli fecero gli auguri e la cuoca, che si era affezionata a lui, lo abbracciò augurandogli buona fortuna. Il giorno dopo, Paul l’accompagnò da una vedova piuttosto anziana che affittava delle camere: gli propose una stanza piuttosto grande, nella quale dovette accostare due letti per poterlo farlo dormire. La donna era vedova di un soldato che era morto nella battaglia di Verdun, alla parete della sala da pranzo era appeso un quadro che lo raffigurava. La signora aveva pattuito la somma per la pigione, e si era impegnata a dargli la colazione, con abbondanza di cibo. In seguito, Paul Journée portò il suo pupillo nella palestra, dopo avergli comunicato che l’indomani sarebbe andato a lavorare in una falegnameria, da un suo amico; la paga era sufficiente per vivere in modo sobrio. Il pranzo e la cena l’avrebbe consumati in una trattoria dai prezzi modici, frequentata anche da altri pugili. La palestra era proprio in centro al paese, in una via ben illuminata, con dei bistrot affollati, e dei negozi. Entrando in palestra con il suo allenatore, i cinque pugili che stavano allenandosi si fermarono incuriositi dalla visione di questo gigante. Primo, intimidito, subito li salutò con una mano. Dopo passarono alle presentazioni. L’odore della palestra lo colpì subito, era un misto di sudore e muffa. L’ambiente era vecchio, i muri ricoperti da muffa, ma Primo era uno che si adattava a tutto. Paul Journèe gli spiegò che la boxe è fatta di sacrificio, di costanza, e di impegno totale. La vita del pugile, se vuole far carriera, deve osservare delle regole ben precise. Ogni pugno dato, poteva essere determinante per il risultato finale. La boxe era fatta di umiltà come il sapere. Questo concetto lo disse più volte. In questo sport é fondamentale obbedire all’allenatore che ha già fatto il pugile nella sua carriera e conosce il mestiere. Carnera si sentiva disorientato: l’ambiente nuovo, tanti pugili che gli parlavano contemporaneamente e lui che non riusciva a rispondere a tutti. Tra coloro che lo circondavano vide un peso massimo, la sua carriera era giunta al capolinea, e cercava di guadagnare qualcosa negli ultimi incontri: ora si considerava un collaudatore di giovani che iniziavano a calcare i ring. Questo pugile aveva il volto devastato dai tanti pugni che aveva preso e dato. Il fisico era ancora integro. Paul Journée volle che questo pugile diventasse un punto di riferimento per Primo. Nella palestra erano appese delle foto di pugili che si erano allenati, e che erano usciti da questa palestra. Molte di quelle foto avevano la dedica fatta al vecchio allenatore che era morto. Queste immagini davano l’idea di quanto sudore e sangue erano stati messi negli allenamenti. Alcuni di questi pugili avevano combattuto all’estero, qualcuno in Italia. A Carnera venne assegnato il suo armadietto, e Paul gli diede delle tute da allenamento, ma non erano indossabili, perché troppo piccole. Questo problema si sarebbe risolto andando da una sarta. Anche i guantoni erano piccoli, e in qualche modo si sarebbe provveduto. Carnera si sentiva quasi che gli mancasse l’aria, troppe erano state le emozioni in poco tempo. Paul lo portò subito da una sarta per confezionargli almeno il minimo necessario per allenarsi, la povera donna che aveva lavorato per tutta la vita nella sua stanzetta, non aveva mai visto una persona così alta; per prendergli le misure dovette salire su una sedia e farsi aiutare da una ragazza che lavorava con lei. Questa giovane non tolse mai gli occhi dal pugile, gli sorrideva e con la mano si capiva che gli piaceva sfiorarlo, con la scusa di prendere le misure. Paul Journée si accorse di questo e sorrise, era stato anche lui giovane, e lo era ancora abbastanza. Il volto di chi è giovane sembra che non debba invecchiare mai. Paul, che aveva combattuto, aveva il volto con i segni dei pugni ricevuti e della dura vita che conduceva. Una volta chiuso con la boxe non era facile trovarsi un lavoro. Quel giorno Primo non lo avrebbe più dimenticato, sentiva che qualcosa andava per il verso giusto. Per ben due volte aveva mangiato in una trattoria, con il suo allenatore, ma da domani la vita sarebbe cambiata. Paul prima di accompagnarlo dalla vedova, gli ripeté che il suo impegno doveva essere massimo e specificò che non doveva pensare alle donne; l’unica compagnia che poteva permettersi era il pugilato, e l’indomani avrebbe compreso cosa fosse. Nella sua stanza Carnera tolse dalla valigia la bandiera sabauda che gli aveva regalato la maestra. La volle appendere al muro e per quella bandiera suo padre aveva combattuto al fronte, e aveva lottato per il suo Paese. La prese ancora tra le mani e la baciò, sentì la stessa emozione che provò quando l’aveva portata lungo le strade di Sequals, il giorno della vittoria dell’Italia. Gli vennero in mente i suoi compagni di scuola, le persone che aveva veduto festanti, il vecchio parroco e il sacrestano che in quei giorni aveva assaggiato il buon vino della vittoria e quei soldati che erano andati alla guerra e che non erano tornati. La bandiera del Re, ora doveva essere la sua, anche lui in terra straniera voleva far onore all’Italia. L’aveva appesa sulla parete davanti al letto, le era necessaria la mattina per darsi coraggio e alla sera per chiudere la giornata pensando alla sua patria. Un domani con quella bandiera sarebbe tornato a Sequals. L’indomani arrivò in palestra , mentre una donna stava pulendo i pavimenti, e si spaventò vedendo la mole del giovane, ma trovò il coraggio di sorridergli. Primo si sedette su uno sgabello, aveva voglia di iniziare subito gli allenamenti. Su un muro, vicino ad una grande foto di un pugile, vide un crocifisso in legno, e pensò alla chiesa del suo paese, quando andava a servire la messa, e portava in processione la croce. Osservando il crocifisso, si mise a pregare come quando faceva nei momenti difficili, e chiedeva aiuto al buon Dio che non glielo aveva mai negato. La donna della pulizie continuava il suo lavoro, ma ogni tanto lo osservava, dall’espressione del suo volto si capiva che non aveva mai visto un gigante come lui. Dopo un’ora arrivò, finalmente, Paul e incominciarono gli allenamenti. Quella prima settimana non avrebbe lavorato, si sarebbe dedicato sola alla palestra. Doveva capire che il pugilato non era uno sport semplice, i pugni facevano male e di boxe si sarebbe potuto anche morire. Gli allenamenti furono duri, intensi, Paul era molto esigente con lui, doveva saggiare la sua resistenza. Dopo una settimana, già qualcosa aveva imparato, ma bisognava continuare con questo ritmo. La sarta gli aveva consegnato le tute, e così vestito, Primo si sentiva meno impacciato. Un pomeriggio salì sul ring per fare alcune riprese di guanti con un compagno. Gli capitò di andare al tappeto per una disattenzione. Passarono due mesi, e Paul, grazie all’allenamento duro cui aveva sottoposto Primo, era riuscito ad insegnargli ogni trucco possibile. Una mattina che giunse in palestra troppo presto, la donna delle pulizie, Maryse, gli si avvicinò e gli fece una carezza, ma per il suo allenatore non bisognava pensare che alla boxe. La donna si soffermava, talvolta, a parlare con dolcezza con lui, aveva compreso che si sentiva solo, e in un paese che non era il suo. Una domenica, che era libero dagli impegni sportivi, l’accompagnò a bere qualcosa in un bistrot, e poi al cinema. Maryse aveva qualche anno più di lui, non era sposata e viveva con la madre; e la sera volle che andasse a casa sua per cena. In quell’occasione Primo ripensò alla sua casa, apprezzò il cibo, e quel clima familiare che lui non conosceva più. La lontananza era qualcosa di indicibile, e alla sera si sentiva solo. Maryse aveva confidato alla madre che quel pugile sarebbe diventato qualcuno, con quel fisico che si trovava avrebbe potuto sbarazzarsi di qualsiasi avversario. La figlia aveva mostrato alla madre l’articolo uscito sul giornale in cui c’era la foto di Primo che faceva volare come dei pezzi di legno, quei facinorosi che lo avevano minacciato. Nel giornale l’avevano definito un gigante dal cuore d’oro. La mamma le volle raccomandare di non farsi illusioni, si trattava di un giovane che non sarebbe rimasto per molto tempo in Francia. La domenica che passò assieme fu l’ultima, perché il pugile non voleva nessuna distrazione: il suo unico scopo era farsi conoscere nel mondo della boxe. Il suo allenatore, nel frattempo, si era messo in contatto con l’ organizzatore Léon See, un ebreo che da anni dominava il mondo della noble art ed era sempre in cerca di qualche talento da far conoscere. Quella settimana gli allenamenti furono particolarmente duri e numerosi, tali da fargli rimpiangere le esibizioni che aveva fatto nel periodo passato con il circo. Gli capitava spesso di pensare a quel mondo che aveva lasciato e se poteva tornare indietro. In quei giorni aveva ricevuto una notizia che lo aveva reso molto triste. La lettera della madre gli comunicava che la maestra Anna era morta, la sua insegnante dalla penna e dal cuore d’oro. Si era spenta come una candela. Era morta serenamente, perché il buon Dio le aveva affiancato la buona Lucia, fino all’ultimo giorno. La morte della maestra aveva addolorato l’intera comunità, e ai suoi funerali c’erano tutti a renderle omaggio. Aveva voluto essere sepolta vicino a sua madre. Scriveva ancora, che la giovane Lucia era venuta a trovarla, perché la maestra aveva lasciato detto di donare il libro Cuore a lui. Nel libro aveva scritto una dedica speciale :“Caro Primo, in qualunque posto del mondo tu ti trovi, non dimenticare il tuo paese, dove sei nato, la tua Patria, e non scordare la tua maestra che ti ha sempre voluto bene come un figlio”. L’insegnante non aveva mai dimenticato quel ragazzo, che come Garrone del libro Cuore, le era vicino, le portava la legna, e le voleva bene. Primo, dopo la lettura della lettera si era commosso, come non gli capitava da anni, avrebbe avuto voglia di partire subito e tornare a casa. Prese la bandiera italiana, che la maestra gli aveva regalato, e la baciò. Gli pareva in questo modo di baciarla ed abbracciarla, gli aveva voluto un gran bene. Primo non poteva dimenticare il suo paese, perché era dentro al suo cuore. Quella sera, come sempre faceva, pregò, spense la luce della candela, immaginò la sua maestra in Paradiso a continuare ad insegnare ai suoi allievi e si addormentò con tanta tristezza nel cuore.

 

martedì 1 dicembre 2020

Chi ha paura del Risorgimento? Ieri, oggi, per il domani d’italia


di Aldo A. Mola

 

La lunga genesi e il prezzo del Risorgimento

Chi oscura la memoria  non  ne merita. Che cosa dire dell'Italia oggi?

Nel 150° di Porta Pia e dell'annessione di Roma l'Istituto per la storia del Risorgimento italiano (Isri) è in un cono d'ombra. Tre anni orsono venne improvvisamente commissariato e affidato a un prefetto, cultore di Giuseppe Garibaldi. Che cosa è stato fatto per risolverne i problemi? Dal 23 luglio è cessata la prorogatio del commissario. E ora? Arroccati sulla sommità dell'Altare della Patria il 24 novembre gli impiegati dell'Isri lamentano che da cinque mesi sono senza stipendio. L'Archivio dell'Isri, il più importante per lo studio della storia patria, è da tempo impraticabile, con grave nocumento per gli studi storici. Il Museo Centrale del Risorgimento, gioiello di inestimabile valore, è chiuso da un anno e mezzo, a danno non solo dei “quattro gatti che si occupano di storia” ma dell'immagine dello Stato. Non è un problema di repubblica o di monarchia, ma di Italia.

  Se fosse vivo, Giosue Carducci si rivolgerebbe al Capo dello Stato, già docente universitario, ministro della Pubblica Istruzione, solitamente  attento alle sorti  della Cultura, alla formazione dei cittadini, alla memoria di una Patria che ha due millenni e mezzo di storia (e quale storia!), fatta di ascese e di cadute, come insegna la sorte di Vittorio Emanuele III tre anni orsono restituito all'Italia con la Regina Elena: un Restauro memoriale necessario. I comitati dell'Isri scrivono al Presidente della Repubblica. Avranno risposta?

   Senza Risorgimento, l'Italia non esisterebbe. Ci vollero quattro generazioni per metterla insieme, dall'età franco-napoleonica alla Grande Guerra, dai patiboli di Ferdinando IV di Borbone che nel 1799 annientarono le più alte menti del Mezzogiorno alle società segrete (massoneria, carboneria, adelfi...) che cospirarono malgrado feroci persecuzioni e condanne a morte mutate all'ultimo momento in carcere durissimo. I patrioti rinchiusi allo Spielberg, Silvio Pellico e Piero Maroncelli, Antonio Villa e Antonio Fortunato Oroboni, che vi morirono letteralmente di fame, Federico Confalonieri che vi fu ripetutamente seviziato, non sono nomi per un dizionario biografico ma persone in carne e ossa che si sacrificarono per un'Italia migliore, civile, europea. Per capirlo, si rileggano “Le mie prigioni” e “Dei doveri degli uomini” di Pellico. Dopo la Restaurazione austro-papista gli italiani dovevano scrollarsi di dosso la cappa della dominazione straniera diretta e indiretta. Si susseguirono moti, guerre per l'indipendenza e ancora patiboli e fucilazioni: don Ugo Bassi, don Enrico Napoleone Tazzoli, impiccato sugli spalti di Belfiore a Mantova, Amatore Sciesa a Milano e via continuando. Nella Roma di Pio IX Monti e Tognetti, colpevoli di attentato alle truppe papaline, furono ghigliottinati.

   Le loro vicende non sono “quadretti” per gli esami di quinta elementare. Sono i pilastri sui quali anno dopo anno è nata l'Italia indipendente, unita e libera. Migliaia di patrioti hanno irrorato l'humus della Nuova Italia, nata dall'utopia di Giuseppe Mazzini, dalle visioni di Vincenzo Gioberti, dalle imprese di Giuseppe Garibaldi e del re di Sardegna, Carlo Alberto di Savoia, che, come promesso a Massimo d' Azeglio, mise in campo se stesso e tutti i suoi averi per l'indipendenza nazionale e il 23 marzo 1849 abdicò e partì per l'esilio: non una “fuga in Portogallo”, a differenza di quanto ha scritto Aldo Cazzullo nel “Corriere della Sera”, ma la scelta dell'esilio, estremo sacrificio per sciogliere le mani al successore,Vittorio Emanuele II, che in soli dieci anni portò l'Italia dalla “brumal Novara” all'unificazione nazionale.

    Questo e molto altro è il Risorgimento: i Congressi degli scienziati italiani, la piena coscienza di essere Europa, di poter superare arretratezza e sottosviluppo, provvedere alla difesa, all'alfabetizzazione di massa, all'educazione civica, alla sanità e di costruire le infrastrutture inesistenti prima dell'unità, a cominciare da strade ferrate, porti, acquedotti, scuole, ospedali. Con buona pace dei laudatores dei regimi preunitari e della Borbonia felix, nel 1861 metà dei binari di tutt'Italia erano in Piemonte e Liguria, oggi tra le regioni più neglette dal governo centrale, con una politica miope e autolesionistica, come si vide l'estate scorsa col blocco delle autostrade per lavori eternamente in ritardo e con il declino dei trasporti su binari.

  E dunque, perché mai mettere la mordacchia all'Istituto per la storia del Risorgimento italiano? L'Altare della Patria, che custodisce il suo Archivio e il Museo, non può essere solo meta di deposizione di corone una tantum in solitudine pensosa dinnanzi al Sacello del Milite Ignoto.

 

   Le sorti dell'Istituto e del Museo sono lo specchio dell'Italia che rinnega e cancella la propria fama e si vuole infame. Non è questione di maggioranze e minoranze, di parlamentari più o meno numerosi, di ministri rotanti, di commissari e di “esperti” sparsi come erbe indigeste su pizze insapori. È questione politica nel senso alto del termine: la “polis”. E di dignità nazionale. Quando la si perde è difficile recuperarla. I guai attuali hanno alle spalle tempi lunghissimi.

Da decenni è invalso il principio: sono buono non se lo sono davvero ma se lo dice qualcuno. Virtù per certificazione di terzi, come ai tempi delle dominazioni straniere. Nei secoli andati si attendeva il placet di Carlo V, dei Napoleone, I e III, o di Francesco Giuseppe d 'Asburgo. Ultimamente bastano la Thatcher, la Merkel (in duetto con Sarkozy), Putin, Xi Jinping, Trump, Biden, Erdogan. Mancano solo Maometto II, l'Isis, Castro, Maduro: ognuno con la sua statuina e le sue figurine da scambiare al mercatino della memoria. E la storia d'Italia? Finisce tra le cianfrusaglie a Porta Portese.

Il Comune della Capitale, quello degli autobus caracollanti in fiamme giù dai clivi e dai colli, ha intimato all’Istituto storico italiano per il Medio Evo di pagare gli arretrati dell'affitto e di sgomberare la sede entro novanta giorni, liberandola da libri, riviste, documenti antichi: tutte scartoffie, care a Ferdinando Gregorovius, non cattolico e massimo storico della Roma papale nel Medioevo, ma inutili anticaglie che agli occhi degli amministratori d'oggidì.

 

Romano Ugolini, storico del Risorgimento

A cospetto dello scempio della memoria nazionale va ricordata la splendida figura dell'ultimo presidente eletto dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano: Romano Ugolini, storico insigne morto settantaquattrenne a Roma il 23 giugno di quest’anno. Fiero di essere nato e di aver studiato sino alla maturità a Torino, prima capitale del regno d'Italia, si formò nel decennio dalla celebrazione del centenario dell'unificazione nazionale a quello dell'annessione di Roma (1961-1970): una stagione ricca di mostre, convegni, pubblicazioni, dibattiti e della diffusione, anche nelle scuole, di volumi documentati e spesso bene illustrati, che orientarono molti giovani a capire radici e fortune del Risorgimento. Assistente della cattedra di storia del Risorgimento alla “Sapienza” di Roma a soli 24 anni e docente ordinario a 34 anni, nel 1980-81 a Palermo e dal 1982 a Perugia (ove fu anche preside della Facoltà di Scienze della formazione), Ugolini unì all'insegnamento l'impegno di segretario dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano a fianco di Presidenti che gli furono Maestri: Alberto Maria Ghisalberti ed Emilia Morelli.

Quando già s'intravvedeva il crepuscolo della Risorgimentistica (le cui cattedre vennero inabissate in quelle di “storia contemporanea”) e l'Istituto da tempo faticava a tenere aperta la sede al Vittoriano (era leggendario il funzionamento a singhiozzo dell'indispensabile ascensore), Ugolini, nominato presidente, lo rianimò, proprio in coincidenza con il 150° della proclamazione del regno d'Italia (2011), quando il Museo Centrale del Risorgimento ebbe un numero straordinariamente elevato di visitatori da ogni parte d'Italia e dall'estero, con speciale beneficio per studenti e scolari.

Ugolini accompagnò gli oneri della docenza a ricerche archivistiche e pubblicazioni sui temi che più lo appassionarono. Anzitutto Giuseppe Garibaldi, la cui formazione indagò per decenni, liberandola da incrostazioni mitologiche, e approfondì anche quale presidente della Commissione per l'edizione nazionale dell'Epistolario (vi attendeva alla vigilia della morte); inoltre la Roma postunitaria, con speciale attenzione per gli anni del Blocco popolare guidato da Ernesto Nathan, gran maestro del Grande Oriente d'Italia e indimenticabile sindaco nell'età giolittiana; e la diffusa dirigenza politico-culturale italiana dagli albori del Risorgimento alla Grande Guerra.

Particolare cura Ugolini dedicò all'approntamento degli strumenti per la ricerca: il poderoso aggiornamento della ricca Bibliografia dell'età del Risorgimento italiano, la direzione della “Rassegna storica del Risorgimento”, con le rubriche dedicate a recensioni,  segnalazione di saggi e articoli e alla “vita dell'Istituto”, che sentiva come grande famiglia, grazie alla Consulta, che fungeva da tramite fra il consiglio di presidenza e le migliaia di abbonati in Italia e all'estero. Animatore dei Congressi biennali dell'Istituto, consegnati a corposi volumi, e direttore della sua Biblioteca scientifica, divisa in più sezioni e forte di epistolari e di saggi di ampio respiro,  Ugolini non ne trascurò nemmeno gli aspetti minuti.

   A quel modo, con appassionata dedizione, senso profondo dell'amicizia leale e del servizio disinteressato a beneficio degli studiosi venturi, come ricorda la motivazione del Premio Acqui Storia alla Carriera conferitogli nel 2019, tenne “alti e vivi gli studi del Risorgimento e dello Stato unitario, sia con sue opere innovative, frutto sempre di accurate esplorazioni archivistiche, sia con la promozione di Comitati dell'Istituto in Francia, Belgio, Germania, Spagna, nelle Americhe e in Giappone, concorrendo alla miglior conoscenza della storia d'Italia nella comunità scientifica internazionale.” Nel convegno di Vicoforte su Vittorio Emanuele III (10 ottobre 2020) Cristina Vernizzi, che lo affiancò anche alla guida del Centro internazionale di studi risorgimentali e garibaldini con sede a Marsala, ne ha tracciato un profilo esauriente, di imminente pubblicazione.

 

Il Risorgimento unisce

   In Chi ha paura del Risorgimento? Cento anni di “Libero Studio” e ”fedeltà al culto del vero”, un “editoriale” che è anche testamento culturale, nel numero speciale per il centenario della “Rassegna storica del Risorgimento”, Ugolini rivendicò orgogliosamente quanto fatto e indicò la via. Parafrasando Garibaldi ammonì: “il Risorgimento è un principio e non un partito, e come tutti i principi unisce e non divide, non invecchia e non muore”. Come non morirà il suo magistero storiografico.

   Nel 1948 Togliatti e Nenni presero Garibaldi per insegna del Fronte Popolare, nel quale confluirono i voti di tanti ex militanti del Partito d'Azione. Dai Quaderni del Carcere di Antonio Gramsci, messi in salvo anche grazie all'economista  Piero Sraffa, figlio di illustre massone, con operazione filologicamente opinabile ma politicamente accorta Togliatti trasse il volume “Il Risorgimento”, sul quale per decenni si formarono storici “di sinistra” sempre più vicini alle posizioni del pensiero laico e unitario, alla sinistra hegeliana risorgimentale, guariti dalla malattie infantile dell'estremismo antiunitario poi divampante come febbre terzana quando neppure più i clericali se ne valevano. Lo si vide quando il cardinale Angelo Bagnasco concelebrò il 150° dell'Unità con Giorgio Napolitano a Genova, non lontano dallo Scoglio dei Mille. L'unificazione e la proclamazione del regno d'Italia con Vittorio Emanuele II sovrano costituzionale erano ormai terreno di conciliazione e di impegno civile accomunante. Lo attestano le opere di Giorgio Candeloro, Alberto Caracciolo e Franco Della Peruta, membro del Consiglio di presidenza dell'Isri con Gabriella Ciampi, Cosimo Ceccuti, Carlo Ghisalberti, Bianca Montale... 

 

Facit indignatio versum

Dinnanzi all'ennesima protesta del personale dell'Istituto sta scattando la mobilitazione dei comitati, pronti all’autoconvocazione per salvare il salvabile dell'Istituto e della Risorgimentistica, che è tutt'uno con la memoria e la dignità nazionale, al di là di qualsivoglia distinzione ideologica o politico-partitica. L'appello registra adesioni da tutte le regioni. Il presidente del comitato di Piacenza, Corrado Sforza Fogliani (autore del recente “Libera Chiesa in libero Stato”, pubblicato nella collana “Libro Aperto”, diretta da Antonio Patuelli) esorta a portare la questione nella sede appropriata: il Parlamento. Si aggiungono i comitati esteri a conferma che il Risorgimento unisce, come avvenne in passato. Accadde persino a Luigi Federzoni, carducciano per tradizione domestica, massonofago per incomprensibile  strabismo ma poi presidente del Comitato ordinatore dell'Edizione Nazionale delle opere di Giosue Carducci, fondatore della loggia “Felsinea” di Bologna nel 1866 e vent'anni dopo richiamato in servizio da Lemmi nella “Propaganda Massonica ” con Aurelio Saffi, Agostino Bertani, Giuseppe Ceneri e Giuseppe Zanardelli, futuro presidente del Consiglio. Quel passato, l'ancoramento obbligatorio dell'Italia al Risorgimento, va ricordato alla massonofoba ex presidente della commissione parlamentare  antimafia Rosy Bindi e magari anche al suo successore.

   Il Risorgimento non è la salma di Patroclo da contendere a strattonate tra scugnizzi. E' l'Italia.    Perciò la sede dell'Isri e il Museo Centrale del Risorgimento non  possono rimanere sbarrati, come oggi accade. Sono patrimonio nazionale. Il Risorgimento va riscoperto e attualizzato a duecento anni dalla morte di Napoleone (al quale tanto deve l'unificazione nazionale) e nel settimo centenario della morte di Dante, che ne fu alimento dall'età di Vittorio Alfieri e di Ugo Foscolo a quando l'Esercito Italiano nel 1921 rese omaggio al Divino Poeta nel Sacello di Ravenna. Da lì arriva l'Italia odierna e ventura. E da lì deve ripartire se vuol rimanere universale quale la vollero i suoi Padri fondatori nella lunga sofferta età del Risorgimento.  

 

Aldo A. Mola

 

DIDASCALIA:

 

L'Altare della Patria: non una “coppa giratoria” ma il Monumento degli Italiani.

lunedì 30 novembre 2020

Puntualizzazioni opportune e necessarie

Pubblicato  il 27  novembre  su  "Un sogno  italiano" diretto  da Salvatore Sfrecola


Superando il disgusto per le vergognose dichiarazioni di ministri e sottosegretari in merito alle chiusure sciistiche ed al coprifuoco anche per il Santo Natale, da veri “sepolcri imbiancati” quali sono, cerchiamo di diffondere alcune importanti statistiche, di cui non vi è traccia nella stampa di “regime”. Cominciamo dal dato più importante e cioè che i 1.509.875 colpiti, rappresentano poco più del 2,50% rispetto alla popolazione “ufficiale” di 60 milioni, per cui, anche ulteriori incrementi, prima della vaccinazione della popolazione ben difficilmente potranno portare il dato dei colpiti dal virus a percentuali più preoccupanti. Il secondo dato, altrettanto importante è il numero dei decessi di 52.250 cioè il 3,46% rispetto al totale delle persone colpite, mentre imponente è il numero dei guariti di cui la maggioranza è guarita rimanendo in casa, curandosi normalmente, con sistemi che avrebbero dovuto essere maggiormente segnalati nei famosi giornali, evidenziandone le modalità ed i medicinali adeguati, alleggerendo così il carico ospedaliero, che è la maggiore preoccupazione governativa. 

Tornando al numero dei decessi allo stesso è stato dato grande rilievo, ( un giornalista del grande Corriere lo ha definito “strage”, forse non conoscendo il significato di questo termine ) per cui vediamo qual è il numero dei decessi in Italia, ante Covid :nel 2015 sono stati 653.000, poi nel 2016, furono 613.000, nel 2017 risalirono a 650.614, nel 2018 calarono lievemente a 636.000 e nel 2019 ritornarono a 647.000. Come si nota il numero è sempre intorno ai 650.000 tranne il 2016, per cui l’aumento di quest’anno rappresenta meno del 10%, rispetto al passato, dato non trascurabile, ma neanche tragico, come è invece il tono catastrofista del governo. 

E di questi decessi qual è la loto composizione ? Il dato disaggregato ( tutti i dati citati sono ufficiali ISTAT ), più recente si riferisce al 2017 e vede il 35,8% dei decessi per malattie cardiocircolatorie,l’8,20% per malattie respiratorie, ed il 27,7% per cause tumorali, in cifra 180.081, cioè più di tre volte le attuali vittime del corona virus. E’ quindi il caso di farne una tragedia, con gravissime conseguenze economiche e sociali alle quali le formule assistenziali, oltre al loro costo non indifferente, non danno che risposte temporanee ed assistere alla ulteriore diminuzione delle nascite, ( gravissimo problema per il nostro futuro di italiani), all’aumento degli squilibri mentali, degli atti autolesivi e suicidari dei giovani e giovanissimi, con possibili future conseguenze, alle violenze contro le donne. 

Tutto questo per aver seguito gli estremisti del rigore, dimenticando che sempre ed ovunque l’estremismo, anche ispirato alle migliori intenzioni, è anch’esso una malattia, il cui rimedio è nella moderazione dei toni, nell’enunciare le precauzioni da adottare ed i pochi e chiari obblighi, e farli eseguire dando il tempo ragionevole per verificarne i risultati senza il ridicolo balletto, “oggi sì, e domani chissà”.

Domenico Giglio



domenica 29 novembre 2020

La Regina Elena: “ Iddio non ci abbandonerà”


di Emilio Del Bel Belluz

In questi giorni penso alla figura di San Leopoldo Mandic’ e alla Regina d’Italia, Elena, entrambi nati nel Montenegro. Tutti e due questi grandi personaggi hanno contribuito a scrivere la storia del nostro Paese. Quello che univa queste due grandi persone era la fede nel buon Dio. 

Il padre Leopoldo é sempre stato un servo devoto che sacrificò tutta la sua vita al buon Dio. La Regina Elena aveva conosciuto la povertà del Montenegro, aveva respirato l’aria della sua terra che aveva dovuto lasciare per sposare il principe Vittorio Emanuele III, ma non dimenticò mai le sue origini. Lo stesso dicasi per San Leopoldo Mandic’, che pur venendo a vivere in Italia, non volle mai rinunciare alla sua nazionalità. 

La Regina Elena era una donna molto legata alla famiglia, ma nello stesso tempo si prodigò moltissimo verso i poveri, a cui dedicò parte della sua vita. Nella Grande Guerra fu anche crocerossina e madre di tutti i soldati che avevano bisogno del conforto di una mano amorevole. Nella mia mente ho immaginato che la Regina e San Leopoldo si fossero incontrati a Padova, dove la Madre degli italiani si fosse recata per andare a salutare Sant’ Antonio e, saputo che vicino c’era il convento dove viveva San Leopoldo, aveva deciso di andarlo a trovare. 

La Regina era una donna che amava essere vicina agli umili, e il buon frate lo era. Quando arrivò al convento i frati rimasero sorpresi, il padre guardiano venne subito chiamato. Era l’ora del pranzo, una fila di poveri stava aspettando. Questi la riconobbero e si inchinarono, altri seguirono il loro esempio. La Sovrana si avvicinò ai poveri, chiedendo da dove venissero, e si intrattenne con loro. Quello che accadde dopo fu curioso. La sovrana era molto capace in cucina e chiese di vedere dove facevano da mangiare. Il padre cuciniere, intanto, era stato chiamato d’urgenza, e le volle parlare di cosa si sarebbe mangiato in quel giorno. La cesta del pane traboccava di pagnotte appena sfornate, e il loro profumo si diffondeva ovunque. 

La Regina chiese un pezzettino di pane, non troppo, per non togliere il pane ai poveri, e mangiando quel piccolo frammento chiese scusa. Il pane è il re della tavola, e i poveri ne conoscevano molto bene il profumo e la fragranza. Il frate che lo sfornava ne era felice. La Regina d’Italia aveva assaggiato il suo pane, ora lo si poteva chiamare il pane della Regina Elena. Nel frattempo giunse San Leopoldo che non aveva finito di confessare, ma non poteva non accogliere la Regina, e per questo si scusò con la gente che aspettava per la confessione. Al convento era giunta la notizia che la Regina era presente e molti volevano vederla, incontrarla. Quando il piccolo frate giunse, la Regina lo salutò nella loro lingua, e furono poche parole, ma capaci di risvegliare la nostalgia della loro terra. Il frate disse che aveva conosciuto il Re del Montenegro, lo aveva visto qualche volta. Il sovrano era morto da qualche anno. 

La Regina si commosse, e continuò ancora un po’ a conversare con il frate. Volle andare a vedere la sua celletta, dove passava le ore a confessare, e ne rimase felice, perché il frate le consegnò una piccola immagine della Madonna. La sovrana lasciò il convento con il cuore pieno d’amore verso la Madonna e non poteva essere più felice di così, avendo conosciuto il piccolo San Leopoldo del Montenegro. Aveva pensato molte volte a lui, alla sua fama di buon servo di Dio. Gli piaceva anche il fatto che il frate non avesse dimenticato la sua terra, quel mondo dal quale anche lei proveniva.

Alla Sovrana sarebbe piaciuto rimanere di più al piccolo convento, ma non ne ebbe il tempo. In questi anni qualcuno ha messo assieme queste due straordinarie persone, per l’amore immenso che avevano per i più deboli e i sofferenti. 


La Regina aveva un cuore grande e traboccante di bontà. In questi giorni verrà proiettato il film sulla figura di S. Leopoldo e
mi piacerebbe che il regista avesse messo la scena dell’incontro di questi due grandi, pur nella loro umiltà.

venerdì 27 novembre 2020

Il libro azzurro sul referendum - XXI cap - 2

 


Il. - Critica dei metodi di indagine statistica

Nell'accingermi al mio lavoro, mi è sembrato più logico partire dai dati, certi del censimento 1936, che la stessa Legge aveva adottati, agli effetti elettorali, per stabilire la «popolazione legale», anziché riferirmi ad uno qualsiasi dei dati successivamente «calcolati» dall'Istituto Centrale di Statistica, anche i più vicini possibile al 1946, perché suscettibili, per varie cause, di più rilevanti errori; in ogni modo, se li avessi adottati per i miei calcoli, sarei partito da un dato «calcolato», e quindi incerto. Il problema che il mio modesto studio doveva affrontare era complesso, perché anzitutto si proponeva di determinare la più probabile popolazione reale alla data del 31 dicembre 1945; quindi determinare la più probabile cifra di popolazione elettorale a quella data. Ma a questo ultimo fine soccorrevano ancor meno «elementi certi a su cui operare, tanto più che, dagli «Annuari Statistici» del Regno, si rileva che per «calcolare» la distribuzione della popolazione «per sesso e per classi di età» erano stati, nel tempo adottati criteri non del tutto uniformi.

Partendo, in ogni modo, dai dati del censimento 21 aprile 1936, per calcolare la popolazione «probabile a al 31 dicembre 1945 potevano seguirsi vari metodi. Più agevole, in un certo senso, fra questi, il calcolare il numero dei sopravviventi, per classi di età, dei «nati negli anni precedenti al 1925 e censiti nel 1936», e depurarlo del numero dei morti dal 1936 in poi, usando a tale fine delle «statistiche» della mortalità per classi di età. Poiché però tali statistiche non sono pubblicate al completo, poteva farsi ricorso alle a tavole di mortalità».

Senonché l'uso delle «tavole di mortalità», che pongono in rilievo una tendenza «ottimistica» alla longevità, inducono ad errori a per eccesso», i quali si vanno sommando — con identico «segno» e quindi senza compensi né variazioni in meno — anno per anno, e fanno correre il rischio di scoprire di aver calcolato una cifra di popolazione notevolmente più elevata della reale.

Mi soccorreva un altro metodo — e l'ho preferito ritenendolo suscettibile di errori meno rilevanti — e cioè calcolare l'accrescimento probabile della popolazione dal 1936 al 1945, valendosi degli «indici di accrescimento naturale », e rettificando poi il risultato con l'applicazione degli a indici di diminuzione naturale a per il periodo bellico 1941-1945, determinata questa dalla diminuzione delle nascite, e dei matrimoni, e dall'aumento più sensibile delle morti, esclusi i morti in zona di operazioni, per cause dovute alla guerra.

Per calcolare poi la probabile «popolazione elettorale», ho ritenuto più attendibile l'applicazione dell'«indice di maggiore età», che indica la proporzione percentuale rappresentata dai cittadini di ambo i sessi che hanno compiuta «l'età elettorale» di anni 21.

Qui pure, un solo dato certo, — anzi, un solo dato, perché i successivi mancavano — fornito dal censimento 21 aprile 1936: il 60,30%. In compenso, esistono, o sono comunque facilmente calcolabili, i dati correlativi per gli anni antecedenti al 1936.

Applicare anche per questo problema le «tavole di mortalità», avrebbe fatto correre il rischio — dì fronte alla accertata tendenza della popolazione italiana alla longevità — di determinare per il 1946 un «indice» pari al 63,70%, e per il 195° al 66-67%. L'Istituto Centrale di Statistica, evidentemente tenendo conto dei risultati provvisori del censimento 4 novembre 1951, ha determinato tale «indice», per il 195o, nel 63,30%.

Teoricamente, con l'accrescimento della longevità, aumenta di pari passo «l’invecchiamento» della popolazione — fenomeno tipico dei periodi che presentano una «diminuzione proporzionale, costante a nel numero delle nascite e nel numero delle morti — e quindi diviene più alta la cifra dell'indice di maggiore età».

Nella realtà, la natura, e le guerre, provvedono a correggere la corsa degli uomini all'a invecchiamento » della popolazione, a causa del quale a un dato momento i a giovani a si ridurrebbero ad una percentuale « insufficiente alla vita dell'umanità », posto che, se le nascite diminuiscano e in pari tempo gli uomini vivano sempre più a lungo — come starebbero a indicare le «tavole di mortalità» — questa sarebbe « la morte dell'umanità».

Per calcolare dunque, l'indice di maggiore età — lungi logicamente dal presupposto di un «indice costante» — ho ritenuto metodo efficace di raffrontare fra loro, analizzandone le variazioni annuali, gli indici di maggiore età rilevabili dai dati pubblicati negli Annuari dell'Istituto Centrale di Statistica, per gli anni dal 1910 al 194o, e quindi raffrontar particolarmente fra loro le variazioni dei periodi bellici 1915-1920, e 1941-1945, determinate dalla diminuzione delle nascite e dall'aumento contemporaneo delle morti.

Tali raffronti, mentre consentivano di seguire agevolmente l'andamento dell'«invecchiamento costante» - e quindi del graduale elevarsi dell'indice di maggiore età - ponevano in rilievo l'incidenza della « diminuzione naturale della popolazione nei periodi bellici», che determina una forte flessione del fenomeno dell'« invecchiamento » inducendo ad un « ringio­vanimento » ed al contemporaneo « abbassamento dell'indice di maggiore età », riferibile al periodo bellico, fino a riportarlo al livello in cui era all'inizio del quinquennio precedente.

Cosicché, di fatto, come si verificò per il periodo bellico 1915-1920 -che riportò l'indice ad un livello ancora inferiore a quello del 1911 - così doveva avvenire, e necessariamente avvenne, che l'aumento nell'indice di maggiore età verificatosi nel quinquennio 1936-1940, si annullasse, per le stesse cause determinanti la «flessione» di cui si è accennato, nel pe­riodo bellico 1941-1945.

A tranquillizzare tuttavia chi paventi, per le vie della statistica, la fine dell'umanità, resta fermo il presupposto dell’«aumento costante della popolazione», determinato dalla «eccedenza costante delle nascite sulle morti». L'andamento delle nascite e delle morti, solo «apparentemente» può porre in evidenza «momentanee» diminuzioni annuali, se vengano conteggiati, e riferiti all'anno rispettivo, i morti in zona di operazioni. Ma poiché questi geni, normalmente, conteggiati negli elaborati statistici soltanto successivamente alla guerra, e quindi sono «riassorbiti» nel nu­mero dei morti considerati nel periodo successivo, avviene che, conside­rando «per quinquenni» il movimento della popolazione, se ne riscontra la costanza dell'aumento.

domenica 22 novembre 2020

Capitolo VI : L’ Incontro con l’uomo del circo


di Emilio Del  Bel Belluz

Il circo lo aveva sempre attratto, come gli piacevano le giostre che arrivavano a Sequals, ma grande e grosso com’ era, non aveva mai potuto gareggiare. La giostra che girava non aveva un seggiolino adatto alla sua misura. Allora si era abituato a guardare gli altri che giravano, cercando di buttare giù il premio che era attaccato al palo.   C’era un gioco dove era imbattibile, si trattava dei tiri con il guantone, vi metteva tutta la sua potenza ed era capace di fargli fare alcuni giri senza difficoltà. Raccontava queste cose a Rosalba con le poche parole che aveva imparato e con i gesti: la faceva sorridere. La vita presentava anche dei momenti giocosi e bisogna approfittarne. Carnera portò Rosalba al circo e non essendo alta come lui, aveva scelto un posto tra le prime fila, da cui sarebbe riuscita  a vedere tutto. L’uomo che uscì per primo era il padrone del circo, un ometto piccolo e grasso, che parlava troppo veloce perché lo si capisse. Carnera si accorse che l’uomo lo stava osservando, e se ne stupì. Lo spettacolo comprendeva delle esibizioni con dei leoni e degli elefanti; a Primo e Rosalba piacquero molto gli acrobati che sembravano che volassero nel cielo come uccelli. Le rappresentazioni li aveva soddisfatti. Quando uscirono, il proprietario, quell’uomo piccoletto che aveva presenziato allo spettacolo, si avvicinò a Primo e gli parlò con la sua solita velocità. Carnera in quei mesi aveva incominciato a parlare il francese, ma non era in grado di comprenderlo se qualcuno parlava troppo velocemente. Rosalba disse che l’uomo aveva proposto a Carnera di lavorare nel circo, come lottatore.  Avrebbe fatto la parte di chi è dotato di una forza erculea e diventa per cui imbattibile. Quelli che volevano sfidarlo, in caso di vittoria, si sarebbero guadagnati mille franchi.  Rosalba aveva detto che il suo amico era un italiano di Sequals, che lavorava nella falegnameria dello zio. L’uomo chiese a Carnera di pensarci su, avrebbe avuto alcuni giorni prima di decidere. Per lavorare al circo avrebbe avuto un compenso con vitto e alloggio gratis. Quella sera mentre andava a casa con Rosalba le disse che forse non sarebbe stato male se avesse accettato il nuovo lavoro, dallo zio guadagnava poco e non era sufficiente per mandare dei soldi a casa. Rosalba non disse nulla, ma in cuor suo le sarebbe dispiaciuto se Primo fosse andato via, ma nello stesso tempo, gli voleva troppo bene per fargli rinunciare a una possibilità di guadagno. La vita in quei tempi era troppo difficile per tutti. L’indomani mattina Primo si recò da solo a parlare con il proprietario del circo, avrebbe accettato di lavorare a condizione che potesse mangiare fino a sazietà. La fame non lo abbandonava mai, dalla zia si mangiava bene ma non era sufficiente per un giovane tutto muscoli che pesava 120 chili. L’uomo accettò le sue condizioni e poi chiamò il nano, Antonio che lavorava con lui, e che era d’origine italiana. Nello spettacolo aveva il ruolo di clown e faceva sorridere gli spettatori. Antonio fraternizzò subito con Carnera. Da alcuni anni si trovava in Francia, era scappato da casa per unirsi al circo. In quel mondo aveva trovato una sua dimensione dignitosa, non gli importava se la natura lo aveva creato in questo modo, lui era fatto per essere felice e con il circo ci era riuscito. In questo mondo, Primo avrebbe lavorato con il suo numero che lo rappresentava come un lottatore. Al di fuori delle esibizioni avrebbe dovuto provvedere alla manutenzione del circo e ad altre incombenze; non sarebbe stata una vita facile. Gli sarebbe stata data una carovana dove dormire, con un letto più grande, e avrebbe mangiato in compagnia degli altri circensi.  L’uomo del circo era stato molto chiaro, non voleva che ci fossero, in seguito, delle incomprensioni. C’erano altri italiani, oltre ad Antonio, che l’avrebbero fatto sentire meno lontano dalla sua patria.  La vita che lo aspettava non sarebbe stata facile, ma lavorando sodo, i risultati si sarebbe visti. Primo sarebbe diventato l’attrazione principale del circo, perché la gente amava assistere alle sfide tra due colossi. La stessa sera ne parlò con lo zio, dicendogli che aveva trovato un posto di lavoro che gli avrebbe permesso di guadagnare qualcosa di più, perché i suoi familiari avevano bisogno di denaro. La mamma glielo aveva scritto in una lettera che aveva ricevuto in quei giorni. Lo zio non disse nulla, perché aveva compreso che non sarebbe riuscito a fargli cambiare idea. L’indomani mattina partì con il circo, aveva salutato Rosalba che era dispiaciuta della sua scelta, perché avrebbe posto fine al loro amore appena nato.  La ragazza aveva sognato di farsi una vita con lui, lo amava perché le dava fiducia e la faceva sentire protetta. Aveva immaginato di sposarsi e d’avere dei figli che sarebbero diventati forti come il padre, ma, talvolta, i sogni muoiono all’alba. Davanti alla casa dove abitava si abbracciarono, non si sarebbero più rivisti, questo era certo, un bacio fu l’ultimo sigillo del loro amore. La sua casa ora diventava il circo, incominciava una nuova avventura e una nuova vita. Partì lo stesso giorno, e Primo lavorò sodo con gli altri per smontarne le strutture. Successivamente i suoi compagni di spettacolo incominciarono a conoscerlo e a capire che possedeva un cuore d’oro.  Una delle prime cose che fece, fu quella di allenarsi come lottatore: ad insegnargli la tecnica e i trucchi del mestiere fu un vecchio atleta nella stessa disciplina che ora non si esibiva più, ma dava una mano al circo. Seppur vecchio aveva deciso che non avrebbe mai abbandonato il mondo dello spettacolo. Bastarono poche lezioni e Primo fu pronto per la prima sfida. La sarta del circo  gli fece dei vestiti, che avrebbe dovuto indossare in scena. La donna non era molto alta, e chiese, pertanto, a Primo di sedersi per prendergli le misure, e dovette lavorare alacremente affinché tutto fosse pronto in tempo. Il direttore del circo aveva chiamato un fotografo, che immortalò il gigante in molte pose, e vennero stampati dei manifesti che propagandavano il numero del lottatore chiamato, Juan lo spagnolo. La sera dell’esordio il direttore era felice, da tanto tempo non erano presenti così tante persone. La gente voleva vedere la montagna di muscoli. Primo era diventato imbattibile, nonostante arrivassero sfidanti sempre più forti, da vari paesi della Francia. Nel paese di Béziers dovette fare due esibizioni aggiuntive, perché le persone non si stancavano mai nel vedere all’opera questo italiano. Un giornalista locale pubblicò una foto, mentre stava combattendo. Nonostante la sua abilità, anche a Carnera succedeva d’ incassare qualche colpo che faceva male. Alla sera le persone del circo mangiavano davanti a un fuoco, era bello stare insieme. Primo aveva migliorato la conoscenza del suo francese e, così, si sentiva meno isolato. Divenne amico inseparabile del nano Antonio, nelle loro chiacchierate condividevano i lori sogni per il futuro e si soffermavano a parlare della loro cara Italia. Aveva conosciuto delle ragazze del circo, ma nel suo cuore era rimasta Rosalba, lasciandola gli pareva d’essersi comportato male, ma la sua scelta era stata determinata dalle necessità. Con il circo Primo si doveva spostare di paese in paese, e dopo un anno rivedeva le persone conosciute l’anno prima ed era sempre una festa il ritrovarsi. Quando arrivava in un nuovo posto, cercava sempre la chiesa, perché era abituato ad assistere alla S. messa. La gente lo osservava, perché era alto e grosso, e lo riconosceva dai manifesti che erano stati affissi. Gli capitò pure una ragazza che amava disegnare e gli chiese di posare per lei. Primo era sempre stato una persona timida, però questa volta le domandò che gli fosse fatto dei ritratti anche per lui.  La giovane accettò di buon grado, aveva la passione del disegno con la quale si guadagnava da vivere: si può dire che fosse nata con la matita in mano. Questo lo dimostrò subito, volle fare alcuni ritratti per sé stessa, e poi  in un quaderno li fece per Carnera, che li avrebbe mandati alla sua famiglia. Il quadernetto nero aveva 20 pagine e le volle riempire tutte.  La giovane si sentiva felice di poter fare qualcosa per un gigante che lavorava duramente per la famiglia. La disegnatrice era orfana di padre, caduto durante la Grande Guerra, e aveva ereditato da lui la passione della pittura. Le sembrava che dedicandosi a quest’arte, potesse in qualche modo far rivivere suo padre. Il papà era un pittore, aveva dipinto molti ritratti di personaggi francesi e tante delle sue opere erano esposte nei musei.  Un giorno questa pittrice mostrò una tela di suo padre: si trattava di un ritratto di un generale francese, e Carnera lo apprezzò molto. La sera stessa la ragazza volle assistere ad una esibizione del gigante buono, e con la sua matita approfittò per fare ulteriori disegni, uno dei quali  arrivò nelle mani del direttore del circo che lo volle acquistare, per inserirlo nei manifesti. Nei giorni che seguirono, Carnera volle scrivere una lettera a casa e nella busta vi mise il quadernetto con i disegni, sperando che arrivassero presto. La sua famiglia era la cosa più importante della vita, spesso pensava alla mamma e ai tanti sacrifici che stava facendo, per allevare i figli. Ogni tanto, alla sera, non riusciva a prendere sonno, non perché avesse fame, ma perché pensava a casa, e si domandava se la maestra era ancora viva. Il paese natio rimane sempre dentro al cuore, ogni piccolo avvenimento fa parte della propria vita e i momenti passati hanno il sapore di ciò che non tornerà, e potranno vivere solo nei nostri ricordi. Non aveva portato in Francia alcun libro e spesso riviveva i momenti belli della lettura in classe del libro Cuore. Apprezzava moltissimo la figura di Garrone, il gigante, figlio di un ferroviere, che aiutava gli altri, un paladino delle ingiustizie, fino a dimenticare sé stesso. In Francia, Primo si sentiva come Garrone. Il libro Cuore era stato il suo primo libro di lettura. Quella sera ricordò le pagine imparate a memoria, dedicate alla patria. “ Io amo l’Italia perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è italiano, perché è italiana la terra dove sono sepolti i morti che mia madre piange e che mio padre venera, perché la città dove sono nato, la lingua che parlo, i libri che m’educano, perché mio fratello, mia sorella, i miei compagni, e il grande popolo in mezzo a cui vivo, e la bella natura che mi circonda, e tutto ciò che vedo, che amo, che studio, che ammiro, è italiano. Oh tu non puoi ancora sentirlo intero quest’affetto! Lo sentirai quando sarai un uomo, quando ritornando da un viaggio lungo, dopo una lunga assenza, e affacciandoti una mattina al parapetto del bastimento, vedrai all’orizzonte le grandi montagne azzurre del tuo paese; lo sentirai allora nell’onda impetuosa di tenerezza che t’empirà gli occhi di lacrime e ti strapperà un grido dal cuore. Lo sentirai in qualche grande città lontana, nell’impulso dell’anima che ti spingerà tra la folla sconosciuta verso un operaio sconosciuto, dal quale avrai inteso, passandogli accanto, una parola della tua lingua. Lo sentirai nello sdegno doloroso e superbo che ti getterà il sangue alla fronte, quando udrai ingiuriare il tuo paese dalla bocca di uno straniero. Lo sentirai più violento e più altero il giorno in cui la minaccia d’un popolo nemico solleverà una tempesta di fuoco sulla tua patria, e vedrai fremere armi da ogni parte, i giovani a correre a legioni, i padri baciare i figli, dicendo: – Coraggio ! – e le madri dire addio ai giovanetti, gridando : – Vincete! – Lo sentirai come una gioia divina se avrai la fortuna di veder rientrare nella tua città i reggimenti diradati, stanchi, cenciosi, terribili, con lo splendore della vittoria negli occhi e le bandiere lacerate dalle palle, seguiti da un convoglio sterminato di valorosi che leveranno in alto le teste bendate e i moncherini, in mezzo a una folla pazza che li coprirà di fiori, di benedizioni e di baci. Tu comprenderai allora l’amor di patria, sentirai la patria allora, Enrico. Ella è una così grande e sacra cosa, che se un giorno io vedessi te tornar salvo da una battaglia combattuta per essa, salvo te, che sei la carne e l’anima mia, e sapessi che hai conservato la vita perché ti sei nascosto alla morte, io tuo padre, che t’accolgo con un grido di gioia quando torni dalla scuola, io t’accoglierei con un singhiozzo d’angoscia, e non potrei amarti mai più e morirei con quel pugnale nel cuore”. (Tuo padre)

sabato 21 novembre 2020

Re Vittorio Emanuele III, prolusione del Ministro Lucifero

 


PROLUSIONE

del Cavaliere Falcone Lucifero Ministro della Real Casa

Sono altamente onorato di portare a questa solenne riu­nione il saluto cordiale, affettuoso, memore di Sua Maestà il Re.

Il saluto va al nostro caro Presidente avv. Carlo d'Amelio, il quale ha saputo portare a questo Circolo quell'attività rea­lizzatrice che lo distingue nel campo professionale e nella vita civile.

Egli ha così seguito l'esempio dei suoi predecessori, ai quali pure va il saluto memore e riconoscente di Sua Maestà il Re. Vorrei ricordare in modo particolare il caro prof. Mancuso, che non vedo qui presente perché ammalato. A lui vada l'augurio più fervido di Sua Maestà il Re e di tutti noi.

Il saluto va al Consiglio Direttivo del Circolo; a tutti i suoi assidui frequentatori, che hanno così dimostrato, con la loro presenza in questi anni, l'interesse e l'utilità dell'istituzione.

Il saluto del Re va a tutti i presenti che hanno voluto ren­dere oggi più solenne e più significativa questa rievocazione del Suo Augusto Genitore.

Un saluto alle gentili signore che nel Parlamento, nell'Unio­ne Monarchica Italiana, nei partiti, nella vita civile, nell'assi­stenza, hanno ognora dimostrato la fedeltà al Re e la certezza nei destini della Patria.

Il saluto va agli onorevoli componenti della Consulta dei Senatori del Regno, qui degnamente rappresentati dal suo illu­stre Presidente, il Magnifico Prof. Giuseppe Ugo Papi, dal nostro amatissimo, illustre prof. Gioacchino Volpe e da tutti gli altri degni colleghi.

Il saluto del Re va in modo particolare alle Medaglie d'oro, che rappresentano la continuità meravigliosa del valore militare dell'esercito italiano in tutte le guerre; va ai mutilati ed invalidi, qui degnamente rappresentati dal nostro Carlo Delcroix, il quale, se ha saputo dare in guerra l'olocausto della sua vista e, quel che è ancora più duro, l'olocausto delle sue mani, ha fatto del suo sacrificio e della sua mutilazione un altare.

Il saluto del Re va a tutti gli eminenti uomini politici, dal carissimo onorevole Alfredo Covelli, agli altri parlamentari del suo e di altri partiti, i quali hanno affrontato in questi anni la dura battaglia politica al servizio del Re e della Patria; va a tutti i dirigenti dell'Unione Monarchica Italiana e del Partito Monarchico, i quali, anch'essi, hanno dato sicura prova di quello che può significare nelle situazioni più difficili la ferma deter­minazione e la certezza che riusciremo a vincere ogni ostacolo e a riportare l'Italia ai suoi anni più belli.

Il saluto del Re va a tutti i monarchici d'Italia, i quali sono qui oggi presenti o di persona o in ispirito, e va a voi, giovani, che rappresentate l'avvenire dell'Italia, che giustamente oggi perseguite ideali e mete forse diverse da quelle nostre, ma le basate ugualmente sugli alti valori dello spirito, della morale, del­la Patria, senza i quali nulla di duraturo si costruisce.

L'altissimo onore che Sua Maestà ha voluto concedermi con l'Ordine della Santissima Annunziata, e che io so bene di non meritare, vuole essere riconoscimento per tutti i monarchici che, da alte o da modeste posizioni, in questi lunghissimi venticinque anni, si sono prodigati nella democratica lotta al servizio della Patria e del Re.

L'amico d'Amelio mi ha invitato a dire anche io qualche cosa sulla figura del Re Soldato, di cui ho avuto l'onore d'essere prima Prefetto del Regno e poi Ministro dell'Agricoltura e Alto Commissario per l'alimentazione, in tempi assai duri. Ma penso che attarderei la vostra ansia di ascoltare l'oratore e all'oratore designato toglierei materia del suo dire.

Ho molti ricordi dei rapporti che ebbi col Re in quelle tri­stissime giornate di Salerno, in cui vedere la Patria divisa in due, vedere tante sventure che si erano su di essa addensate non ci toglieva quell'ansia di volerla al più presto uscire da quelle ambascie e da quelle sventure in cui immeritatamente era preci­pitata e di volerla ricostruire più bella e più prospera di prima.

Il nostro Re era lì, anch'Egli affranto, anche Egli addolorato e triste, ma sempre animatore di queste nostre energie e di questo nostro proposito.

Ricordo che, quando ebbi l'onore di andare a giurare come Ministro dell'Agricoltura, solo, perché giunto in ritardo dalla pro­vincia in cui ero Prefetto, Egli mi disse parole gentili e gene­rose e io, sommesso, mi permisi di ricordarGli — antico ricordo scolastico — un verso di Orazio che Gli piacque tanto. Quel verso di Orazio, su Roma dopo Canne: «Merses profundo, pulchrior evenit!», (« precipitata nella più dura delle disfatte, risorse più grande e più bella di prima »), doveva essere la nostra insegna, di noi modesti uomini politici di quel gabinetto Badoglio, che cercò di gettare allora le basi dell'Italia del domani: una mo­narchia costituzionale, saldamente democratica, al riparo da nuo­ve insidie e pericoli.

Questa era l'ansia di ognuno di noi dopo le tristi esperienze del fascismo e la disfatta.

E dei ricordi che nel mio animo in questo momento rivivono di fronte all'immagine del Re Soldato, dirò solo questo.

Egli ascese al trono, dopo il regicidio, e portò l'anelito pro­fondo di creare un'Italia libera e evoluta, in cui le classi più umili, che allora veramente soffrivano, potessero elevarsi con una legislazione avanzata che consentisse a tutti il miglioramen­to delle condizioni sociali ed economiche, senza far correre peri­coli agli istituti democratici.

Quale fu invece il fato di questo Re?

Egli tentò, soprattutto coi ministeri Zanardelli e Giolitti, sif­fatta politica e il cammino fu avviato e conquiste si raggiunsero. Ma costantemente il massimalismo e l'estremismo irresponsabili scesero nelle piazze, crearono disordini, spesso seminarono morti e feriti, ostacolarono il cammino, danneggiarono la Patria e ritar­darono il progresso stesso dei lavoratori.

Vorrei che i nostri avversari, di fronte a quello che sta avve­nendo, riconoscessero negli eventi di oggi la difesa obiettiva e veritiera del Re Vittorio Emanuele III.

Se essi, in buona fede, hanno il proposito di creare un regime sicuramente democratico e socialmente avanzato, vedono quel che oggi anche a loro accade e quali ostacoli vengono frapposti dallo stesso estremismo e massimalismo irresponsabili che prendono il sopravvento nelle agitazioni sindacali, o falsamente sin­dacali, in atto.

E non aggiungo altro, giacché, seguendo l'esempio e l'ammonimento del nostro attuale Sovrano, non voglio dire nulla che possa rendere più difficile il compito di quegli uomini che si sono assunti la responsabilità di reggere il paese in un regime contrario alle tradizioni nazionali, nato in un momento di gene­rale disorientamento degli animi, con la più esigua delle mag­gioranze — neppure duecentocinquantamila voti — mentre al­cuni milioni di italiani non poterono partecipare al referendum istituzionale.

Ora, amici, vi leggerò il messaggio di S.M. il Re Umberto II, non senza dire alto e forte, che avrei il diritto di leggerlo a quella Rai e a quella Televisione che ci sono antidemocratica­mente precluse, perché i dirigenti considerano questo ente di Stato, pagato da tutti i cittadini, come organo del regime in atto, e perché non amano ricordare quel che or ora dicevo e cioè che la Repubblica è stata creata dalla più esigua delle maggioranze, anche se si accettano, — noi mai li abbiamo accettati, né mai li accetteremo, — i dati del ministro dell'Interno dell'epoca, Giu­seppe Romita.

Ed ora vi leggo, amici, il messaggio del Re, che ho già letto il 4 novembre a Torino, nella magnifica manifestazione ivi orga­nizzata, al teatro Carignano, dal Fronte Monarchico Giovanile dell'Unione Monarchica Italiana. E vi farà piacere di apprendere che, subito dopo, abbiamo attraversato in corteo alcune delle vie principali della città, con centinaia di bandiere tricolori e sabaude, tra il delirante entusiasmo dei partecipanti e il più largo consenso della cittadinanza.

Le benemerite Forze dell'Ordine e le Forze Armate, di cui si faceva sfoggio, ed alle quali va sempre il nostro saluto, possono essere utilmente utilizzate altrove, giacché nulla vi è da temere da noi monarchici; anzi su di noi si può sempre contare per la difesa della Patria e della libertà.

Ecco dunque il messaggio del Re:

ITALIANI!

Siete oggi riuniti a Torino, così legata alla storia della mia Casa e vostra, per rinnovare il giuramento di fedeltà alla Patria, nel ricordo del la più splendida delle nostre vittorie, che segnò, sotto la guida del mio Augusto Genitore, la conclusione del nostro risorgimento.

E siete anche riuniti per celebrare il centenario della nascita di quel Re che combattenti e popolo chiamarono il Re Soldato.

Divenuto Re all'inizio del secolo che vedeva i lavoratori aprirsi faticosamente la strada per la conquista di maggiori diritti, Egli seppe essere l'interprete ansioso di tali aneliti, sì che il nuovo regno portò grandi pro­gressi sociali ed economici.

Nella presente crisi dello Stato, deplorevoli violenze da parte di ele­menti che rifiutano il sistema democratico mettono in pericolo anche giuste rivendicazioni, consentite dall'incremento del reddito nazionale e della produttività, e paralizzano l'attività economica della Nazione con danno indistintamente per tutti.

Nella figura del Re Soldato si ritrovi l'immagine di una Italia sana e unita e si condanni apertamente ogni estremismo, da qualunque parte esso venga. I giovani soprattutto, ai quali vanno ognora le nostre attese per il domani della Patria, si ispirino a quella esperienza per vincere le presenti suggestioni e insidie.

Italiani di ogni idea e di ogni parte!

Mentre vi ripeto l'augurio che è sempre vivo nel mio animo per cia­scuno di voi, vi ripeto del pari l'esortazione più solenne e più attenta alla difesa della libertà, che è legittima, doverosa e irrinunciabile tanto più quando è saldamente fondata sulla giustizia.

Ricordate quello che tante volte vi ho detto in questi anni e che voglio ripetervi oggi a voce più alta: con la libertà tutto è possibile, senza libertà tutto è perduto.

Cascais, 4 novembre 1969

UMBERTO

Il discorso, frequentemente interrotto da applausi, è stato alla fine accolto da una prolungata ovazione all'indirizzo di S.M. il Re.