NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 4 giugno 2017

Con incolpevole ritardo....



...Riportiamo questa vignetta sui famosi brogli del Nostro Giovannino Guareschi, a cui non tributeremo mai sufficienti lodi.
Era nostra intenzione pubblicarla per il 2 giugno ma non c'è stato il tempo.

sabato 3 giugno 2017

Rassegna stampa delle notizie del 2 giugno


Di seguito un elenco di articoli che hanno attirato la nostra attenzione: perché riportano verità storiche incontrovertibili, perché stimolano l'approfondimento, per alcuni scricchiolii sinistri che emette l'edificio repubblicano imposto alla Nazione, perché palesemente ridicoli.
Aggiorneremo ancora.



I punti oscuri


Il 2 giugno del 1946 la maggioranza degli italiani scelse la forma repubblicana, liquidando la dinastia dei Savoia. Ma nel Sud le cose andarono diversamente

(dal blog di un Generale dell'Esercito)

Una canzone goliardica universitaria degli anni '70 diceva " il 2 giugno è nata una puttana e le hanno messo il nome di repubblica italiana"...
Sarà vero?...
Se avesse vinto la Monarchia, che perse a causa del primo broglio del dopo fascismo, a quest'ora si sarebbe avuto a capo dello stato un Re... E non una serie di presidenti della Repubblica...  Alcuni di dubbia provenienza...
Del Re si sa sempre l'origine..



I Sardi votarono per la monarchia.


Nel giorno della festa della Repubblica, il coordinatore comunale di Forza Italia a Viareggio Alessandro Santini tesse le lodi della monarchia: "Non mi vergogno - dice -: sono e resto monarchico".


Referendum Monarchia-Repubblica: i brogli e le denunce per il risultato che portò alla nascita della Repubblica Italiana il 2 giugno 1946. Il risultato delle urne, 12,6 milioni di voti per il nuovo assetto istituzionale contro i 10,6 milioni di preferenze per il Re, è sempre stato oggetto di critiche, attacchi e strali da parte dei rappresentanti della Monarchia.



Bisogna sempre e comunque essere conformi alla storia, poiché come disciplina ferrea non deve essere confusa con la propaganda.

Il sindaco di Rovigo, Massimo Bergamin infatti, ha deciso di non partecipare, in segno di protesta contro il Governo.



"Il 2 giugno sento il dovere di dedicarlo alla mia terra e alla mia gente"



No alla repubblica che deporta gli sfollati.




2 Giugno 1946, L’Italia è chiamata al voto con un referendum per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Per la prima volta le “elezioni politiche” conoscono il suffragio universale. Lo scrutinio dipinge un’Italia spaccata, quasi tutte le province del Nord votano per la Repubblica mentre un forte sostegno alla Monarchia arriva centro-sud.  In un clima molto teso i risultati iniziali sembrano dare ragione ai Monarchici, in seguito la situazione si capovolge. Questo repentino capovolgimento insinua dubbi tra le fila dei monarchici sulla regolarità delle elezioni. Pare infatti che anche i ferventi repubblicani tra la notte del 3 Giugno e l’alba del 4 Giugno prevedessero un’imminente vittoria della Monarchia.


Il singolare primato del capoluogo siciliano, che fu il Comune dove il Referendum del 1942 si risolse con percentuali bulgare per Casa Savoia. Complici anche le forze politiche che trionfarono alla Costituente


Oggi ricorre il 71° anno della fondazione della Repubblica.
E’ davvero una festa?
Per quanto mi riguarda, sicuramente no!
E non perché sia di fede monarchica, anzi. Ma la monarchia (Casa Savoia), può almeno vantare il merito di aver unificato l’Italia. La Repubblica, invece, ha dato e sta dando pessima prova.


Oggi siamo tutti repubblicani. Non possiamo però non leggere nella genesi della Repubblica alcuni dei mali attuali. A cominciare da brogli elettorali non da poco: è possibile che i monarchici siano stati i veri vincitori del referendum.


SARONNO – “Davanti alle vicende che hanno visto coinvolto il Sindaco circa il rifiuto di celebrare pubblicamente il 2 giugno mi sento di dover esprimere la posizione dei monarchici, che ebbene si ci sono nel nostro Paese e anche nella nostra città, e sono molti”.





Segnaliamo anche, per chi avesse voglia di scompisciarsi dalla risate, l'articolo il cui titolo è un capolavoro di ilarità:




L’esilio dei morti


di Salvatore Sfrecola

La Festa Nazionale ovunque nel mondo è una gioiosa occasione per ricordare la data nella quale lo Stato si è formato, assumendo una autonoma configurazione territoriale, con propri confini e un autonomo ordinamento, spesso distaccandosi da un precedente contesto più ampio. In Italia, invece, noi festeggiamo il 2 giugno, un episodio nella storia italiana, tra l’altro notoriamente controverso, avvenuto in un contesto politico particolare con l’Italia divisa dalla guerra e con le armate di Tito minacciose al confine orientale omogenee ai reparti partigiani comunisti ancora in armi. Dimenticando che lo Stato unitario non è nato quel giorno ma molto prima, il 17 marzo 1861, quando fu proclamato il Regno d’Italia, per l’impegno di uomini di pensiero e di azione i quali, lungo buona parte dell’800, hanno immaginato, scritto ed operato perché l’Italia, la penisola che uno straordinario disegno della natura ha identificato come uno stivale nel Mare Mediterraneo. Così cessando di essere, come con disprezzo era stata qualificata dal Cancelliere austriaco Clemente di Metternich, “una espressione geografica” per divenire uno Stato moderno, costituzionale, che ha riunito le tante preziose realtà di questo meraviglioso paese, ricco di storia, di arte e di straordinarie intelligenze anche politiche, come il Presidente del Consiglio dell’unità d’Italia per “certificazione” proprio del Metternich: “in Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi: il Conte di Cavour”.
A distanza di 71 anni, la Repubblica, che si è accanita contro la Famiglia reale prevedendo alla 13^ disposizione transitoria che “agli ex re di casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale”, di fatto ha sancito anche l’esilio dei morti del re Vittorio Emanuele III, della regina Elena e del re Umberto II, uomo di straordinaria lealtà che ha saputo evitare una possibile guerra civile dopo il contestato esito del referendum. Meritava un monumento, lo hanno fatto morire fuori d’Italia.

venerdì 2 giugno 2017

Guareschi e la Repubblica: riflessioni sul 2 giugno

“Perché sono monarchico? Per ragioni storiche, per ragioni sentimentali, per ragioni pratiche. Per me, un presidente di Repubblica è sempre una persona espressa da un partito e non riuscirò mai a considerarlo al di sopra delle parti. Non potrò mai ascoltare la sua voce come quella della Patria” (Giovannino Guareschi).


Ero riuscito a superare indenne il 25 aprile, una festa che ogni anno mi ricorda che «per un italiano combattere contro avversari politici italiani è sempre una cosa più simpatica”, ma ecco che, anche quest’anno – puntuale come l’influenza in inverno –spunta il 2 giugno, festa della Repubblica.
                La logica di queste due feste laiche è sempre la stessa: dividere il popolo italiano. E lasciatemelo dire: chi ha pensato di festeggiare queste ricorrenze doveva essere un fesso. Il popolo di una Nazione, se vuol combinare qualcosa, deve essere unito per puntare ad un obiettivo comune. Condiviso da tutti.
È il 2 giugno e, come ogni anno, non festeggerò perché la mia bandiera è un’altra. È quella di Giovannino Guareschi e della maestra Cristina: quella verde, bianca e rossa, ma con i quattro quadratini rossi in mezzo, che formano una croce.
[...]
https://www.radiospada.org/2013/06/guareschi-e-la-repubblica-riflessioni-sul-2-giugno/

martedì 30 maggio 2017

Il Potere dei Savoia. Regalità e sovranità in una monarchia composita

Venaria Reale (Torino)
Per secoli i sovrani sabaudi - conti, duchi e, infine, Re - dominarono un insieme di territori molto diversi fra loro per caratteristiche linguistiche, geografiche, culturali, economiche e politiche.
 - Fra Medioevo ed Età Moderna gli Stati sabaudi si configurarono come una «monarchia composita», formalmente parte del Sacro Romano Impero. Fra Sette ed Ottocento essi assunsero un carattere via via più unitario e centralizzato, ma fu solo con il regno di Carlo Alberto che divennero una vera propria monarchia nazionale. Si aprì, allora, quella vicenda risorgimentale, che portò nel 1861 alla nascita del Regno d’Italia.
Venaria Reale (Torino) -Il quinto Convegno internazionale dei Sabaudian Studies intende, quindi, essere una riflessione sulle forme della sovranità e della regalità della dinastia dal XV al XIX secolo, ponendosi in dialogo sia con la mostra Dalle regge d’Italia. Tesori e simboli della regalità sabauda, in corso presso la Reggia di Venaria (che affronta gli anni in cui i Savoia furono re d’Italia), sia con gli studi che nell’ultimo ventennio hanno profondamente rinnovato la storiografia su questi spazi.

L’ingresso al convegno è libero. Durante il convegno sarà attivo un servizio di traduzione simultanea per la lingua inglese. In collaborazione con Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino e Centro Studi Piemontesi.

Il primo soldato d'Italia - II parte

Il salvataggio delle tende.
Il cuciniere fu messo subito in valore, ma c’era ben poco da fare. Bisognava soprattutto trattenere le tende che il vento voleva portare in... territorio austriaco. Tutti gli uomini erano lì, sotto la pioggia, a legare agli alberi ed agli arbusti le funi delle grosse tele. Era una lotta disperata e allegra con la natura. Niente di tragico, ma restar tutti allo scoperto sarebbe stata una bella noia. Il Re mangiò della carne in conserva, bevve del marsala e volle uscir fuori. Un ufficiale gli offrì il suo mantello, il Sovrano vi si avvolse e sotto la pioggia scrosciante e il vento impetuoso accorse fra i soldati.
Li vide intenti alla strana opera di salvataggio. Un alpino s’era abbracciato con comica desolazione ad una tenda già mezzo scossa e ridendo come un matto, gridava : - O te o la morte!
Prima di lasciarti scappare farò qualunque sacrificio! Ohè, ragazzi, acchiappatele per i pioli! - Un altro alpino aveva ficcato le braccia nelle feritoie della sua minuscola tenda ed aveva incrociato le braccia sul resto, cosi che appariva avvolto nell'enorme tonaca improvvisata, come uno stranissimo frate guerriero. Scene di questo genere si svolgevano dovunque, su uno spazio di trecento metri. Il Re vide e scoppiò in una bella risata. Poi volto ai soldati:
- Ragazzi, non ne deve scappareuna! E se una sola ne vola, andremoa riprenderla in Austria!
Si voltarono e videro il Re. Tuttala compagnia si schierò in un inverosimile saluto: una mano al berrettoed una... alle tende! Non si sapevafare a meno di tener l’attenti davantial Re; ma non si potevano lasciar fuggire lo tele. Fu il Re stesso che disse :
- Avanti, lavorate!
La lotta durò ancora per poco, finchéil grosso del temporale passò e rimasesolo una pioggerella fine e noiosa, cheperò impedì al Re di ritornar giù.
L’oscurità era completa o gli ufficialidovettero mostrare al Sovrano il pericolo cui sarebbe andato incontroavventurandosi per la strada rovinatadal temporale. Fu così che VittorioEmanuele III passò una rigida nottein un accampamento alpino, su unlettuccio da campo, avvolto in un mantello da ufficiale, soldato fra soldati.
L’alba lo trovò già sveglio, in piedi.Grida di entusiasmo altissimo si levarono dalla truppa schierata sulla piattaforma della montagna! soldati eranocommossi davanti al loro Re che avevadormito accanto ad essi, per poche ore,nell’attendamento alpino, come un modesto tenente.
Se a questi ragazzi domani un ufficiale davanti al nemico, griderà : Innome del Re, avanti! - essi si precipiteranno nella lotta con ardore invincibile e con fede centuplicata.

La colezione con i bersaglieri.

E giunto stamane improvvisamentea cavallo su un’altura fortificata. Ilfiume scorre, ingrossato dalle tempesterecenti, a cinquecento metri, su unletto petroso e giallo, visibile nel riflesso della luce anche a distanza.
Pare che le acque corrano sopra unletto di ossa bianche, arrotondandolesempre più.
L'accampamento dei bersaglieri ha accolto il Re con l’entusiasmo solito. Il Sovrano è giunto allenove: fra mezz’ora, rancio. Ha saggiatoprima la carne, poi ha dato gli ordiniper la mensa.
Sotto il magnifico sole mattutinonon ancora cocente, su un gran pratomorbido, un intero battaglione di bersaglieri, su per giù un migliaio diuomini, s’è schierato sull’attenti. Poi,quando il Re è arrivato, tutti si sonoseduti in un larghissimo circolo, intorno a Lui. La mensa ed il menu,uguali per tutti, il Sovrano in mezzo,gli altri intorno, ufficiali e soldati. La conversazione s’è fatta subito animata.
Il Re ha incominciato a parlare coni più vicini Per rispondere alle domande un caporalotto s’è alzato inpiedi, sull’attenti. Ed il Re : - Stabuono. Siedi e rispondi. Pensa a provvedere allo stomaco. Occorre esser fortitutti i momenti. Capitano, si puòavere qualcuna di quelle vostre scatoledi biscotti ?
Le scatole sono arrivate in numerodi dodici. Una delizia, un profumo squisito. I denti giovanili hanno maciullato con molta rapidità. La colezioneera per finire, quando un grosso largoboato vicino s’è fatto sentire : il cannone. Un altro, un altro. Un duellod’artiglieria incominciava, serrato enutrito. Un cannoneggiamento fittos’annunziava.
I soldati sono rimasti un momentoincerti, con l’orecchio teso e i biscottiin mano. Il Re ha chiamato un ufficiale e ha parlato con lui pochi minuti. Poi s’è rivolto ai bersaglieri :
- E il cannone che lavora oltre l’Isonzo. Bene! Preparatevi a muovervi.
Il Comando ha bisogno fra un’oradelle vostre baionette.
La colezione è terminata. Con larapidità che solo i nostri hanno, indieci minuti oltre mille bersaglierierano completamente armati, su unalarga distesa di terreno, pronti a marciare. Bisognava mettersi in riga. Unmovimento vivissimo s’è fatto, ufficiali e graduati subalterni correvanodi qua e di là, ordini brevi e rapidivolavano nell’aria. I soldati caricavano sulle spalle gli zaini, imbracciavano i fucili. Un soldato chiede:
- Ohè, dov’è Sua Maestà?
Una voce oramai nota a tutti i combattenti gli risponde, alle' spalle :- Eccomi. - Il ragazzo, rigido sull’attenti, s’è fatto rosso come un bambino colto in fallo. E il Sovrano: Chiedete del Re sempre che sentiteil bisogno di vederlo.

Il Re comanda: Avanti!

Allora s’è svolta una scena profondamente commovente. Il battaglione sapeva che si andava «alla baionetta».
Prima di partire per la carica, ognuno ha voluto presentare le armi al Re.
Questi, moltiplicandosi con inesauribile energia giovanile, era accanto atutti, a ciascuno diceva una parola d’incoraggiamento e di lode.
- Avanti, ragazzi! Andiamo a dare un’altra lezione agli austriaci! Mostriamo loro che cosa sono le baionette che combattono nel nome di Savoia! In riga!
Il Re stesso ha dato gli ordini. Un colonnello che ha già dato belle provedi valore aspettava l’ordine di marciare. I soldati presi da un entusiasmo frenetico a stento trattenuto aspettavano la parola. Il Re era salito a cavallo e si era messo di lato, inpiedi sulle staffe, solo, col busto eretto e gli occhi scintillanti. Il battaglione era lì, pronto a scattare, come una formidabile molla trattenuta da una forza invisibile, allineato e scintillante di lame brunite e di piume violacee. Quando non un piede era fuori diriga, non una baionetta fuori posto,quattro bersaglieri hanno dato uno squillo di tromba ch’è parso un grido.
Una voce - quella del Re - ha detto:
- Avanti!
Non è stata una partenza, ma uno scatto. La massa stupenda degli uomini s’è mossa tutta insieme, la marcia è incominciata veloce e regolare.
Di lì ad un chilometro o due, la marcia si sarebbe mutata in corsa, lo slancio sarebbe diventato assalto, la baionetta avrebbe fatto miracoli.
Tutto il battaglione è sfilato davanti al Re. Evviva e grida d’entusiasmo arrivavano a Lui da ogni fila:-Maestà, vinceremo e torneremo tutti! - Viva la Regina! - Arriveremo a Vienna! - Viva Savoia! -Viva il Principe di Piemonte! -Avanti, bersaglieri del Re!
Fino a che l’ultimo bersagliere sorridente non è passato, il Re è rimasto in piedi sulle staffe del suo cavallo,facendo segni affettuosi di saluto colcapo, portando spesso la mano al berretto. Il battaglione si è dileguato nella polvere, rapidamente, tra una musica di armi e di canti di guerra.


Il Re aveva gli occhi fissi sui suoi soldati che si allontanavano. Sul volto gli si leggeva una gioia ansiosa e virile, una fiducia illimitata nelle armi e nel diritto d’Italia, una felicità maschia e non celata, una forza indomabile e tenace, che lotterà per la vittoria, fino a che non sia completamente nostra, primo fra i soldati d’Italia, con lo stesso ardore e con lo stesso slancio che tutti i combattenti hanno nell’anima.

domenica 28 maggio 2017

1867: STATO E CHIESA UNITI CONTRO IL BRIGANTAGGIO


di Aldo A. Mola
Centocinquant'anni orsono Regno d'Italia e Stato Pontificio concordarono nella lotta contro il brigantaggio. Il 24 febbraio 1867 Leopoldo Lauri, comandante dei papalini per la zona di Frosinone, e il maggior generale Luigi Fontana dell'Esercito italiano siglarono a Cassino la “convenzione” che autorizzò i propri militari a inseguire i briganti oltre i confini dei rispettivi Stati. Scese la spada di Dàmocle sui delinquenti che da anni sfruttavano il terreno favorevole per le loro imprese. Senza enfasi e in tono sommesso il governo di Pio IX riconobbe il diritto dell'Italia ad annientare il banditismo, dal 1860 spacciato come opposizione legittimista all'annessione del Mezzogiorno alla corona sabauda. L'accordo fu preceduto dai bandi del delegato apostolico, monsignor Luigi Pericoli, per “la più efficace e pronta repressione del flagello brigantaggio che infesta le province di Velletri e Frosinone”.
Esso maturò in un contesto preciso: in forza della Convenzione italo-francese del 15 settembre 1864 (che comportò anche il trasferimento della capitale da Torino a Firenze), Vittorio Emanuele II garantiva l'incolumità dello Stato pontificio, dal quale Napoleone III ritirò le sue truppe, ma Pio IX era tenuto a mantenere l'ordine al proprio interno. Il via-vai di “bande” (fossero briganti, fossero insorgenti politici, magari anche mazziniani, protocialisti e anarchici) sul confine tra i due Stati avrebbe legittimato l'intervento italiano. Il papa non aveva riconosciuto il re d'Italia, ai suoi occhi usurpatore, anzi aveva scomunicato lui, il suo governo e parlamentari e tutti gli “agenti” del sovrano, ma non aveva mai “benedetto” il “grande brigantaggio”, ormai privo di supporti internazionali mentre l'Italia si accingeva a sedere per la prima volta nella Comunità internazionale (Londra, aprile 1867). Neppure Pio IX aveva mai pensato di classificare il banditismo come “guerra civile”.
In effetti, per sua fortuna, l'Italia non ha mai vissuto una vera guerra civile. Meno che meno nel Mezzogiorno, che, con il plebiscito del 21 ottobre1860, dichiarò anzi di volere “l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale e suoi legittimi discendenti”: una scelta senza alternative, una prima grande “festa nazionale”. Il Paese è stato ed è teatro di lotte tra bande (e tante banderuole), ma neppure nell'antichità conobbe guerre civili. Le parole hanno un significato preciso: “guerra civile” è quella combattuta tra cittadini di uno stesso Stato per l'avvento di un regime diverso. Fu Teodoro Mommsen a classificare “guerre civili” quelle dell'antica Roma, tra Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, tra Cesare e Pompeo: una formula generica, posticcia e anacronistica. La successiva contrapposizione tra Caio Ottaviano Augusto e Marco Antonio fu tra due modelli di Impero: fra l'Egitto di Cleopatra e Roma, tra Potere Sacro e potere elettivo, tra Oriente e Occidente. A suo modo “guerra di religione”, semmai.
Crollato l'Impero Romano, dopo secoli durante i quali fu ridotta a preda di vari potentati e di diverse etnie e dopo la greve età franco-napoleonica (1796-1815), l'Italia risorse con due generazioni di patrioti e di guerre per l'indipendenza, l'unità e la libertà. Ora Fabio Andriola, saggista autorevole, afferma che “il tema del Risorgimento e del Regno delle Due Sicilie è dettata (sic) anche da una semplice constatazione: fu una guerra civile perché combattuta da italiani...” (“Storia in rete”, maggio 2017, p. 38). Avvalora questa interpretazione aggiungendo che nelle vene dei Borbone di Napoli “scorreva sangue italiano (…) come sono italiani quanti guardano oggi a quel regno con nostalgia e rimpianto”.
Lasciati dove sono gli alberi genealogici delle varie dinastie europee (solo da Carlo Alberto i Savoia predilessero la propria “italianità” rispetto a precedenti opzioni: tutt'uno con la sostituzione dell'“azzurra coccarda sabauda” col “tricolore italiano” ideato da Luigi Zamboni e Gianbattista De Rolandis), occorrono alcune precisazioni di metodo e di merito per evitare che dilaghino nuove fiabe nella “narrazione” della storia d'Italia.
Richiederebbe molto spazio ma basta un rigo per ricordare la separazione logico-cronologica fra “italici” (abitanti del luogo geografico detto Italia) e“italiani” (cittadini del regno d'Italia dal marzo 1861). Persino i fautori delle leggi razziali proposero di considerare “italiani” quanti documentassero di avere antenati residenti in Italia dall'inizio dell'Ottocento. Per secoli gli abitanti dello “spazio Italia” si scannarono a vicenda, sia per conto dei dominatori di turno sia per appetiti propri. Ma le loro erano lotte di fazioni, non “guerre civili”. Certo, anche Alighieri e Petrarca invocarono l'“'Italia”. Ma Dante se l'aspettava dall'imperatore Arrigo VII; Petrarca la sognava mentre era ad Avignone, alla corte del papa “captivo”. Come detto, seguirono secoli di dominazioni straniere e di umiliazioni. Gli “italiani” servirono i potenti di passo. Succubi.
Tra il 1859 e il 1860, grazie alla sequenza di eventi, parte preparati da tempo parte fortuiti, ed anche con patenti violazioni del diritto internazionale (che del resto era agli albori ed è tuttora un cerotto sulle ferite aperte dal braccio di ferro tra potenze grandi e/o piccole, basta che siano armate e temibili), Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Sardegna, acquisì gran parte dell'Italia Centro-settentrionale e le Due Sicilie.
Fu una guerra “tra italiani”? Fu una “guerra civile”? No.
Anche se è ben noto, va ricordato che nel 1859 l'Italia era frantumata in sette diversi Stati. Il  “Lombardo-Veneto” era parte dell'Impero d'Austria. Il ducato di Modena e Reggio e il Granducato di Toscana avevano sovrani due Asburgo. Il ducato di Parma e Piacenza, “a noleggio”, era tornato a un Borbone, la stessa Casa che ancora regnava sulle Due Sicilie: re spergiuri, usi a promulgare e a revocare costituzioni.  Loro unica sponda era rimasta Isabella II di Borbone, regina di una Spagna da decenni insanguinata dalla lotta dei fautori di don Carlos contro cristinisti e isabellini: non guerra civile, ma dinastica. Altrettanto era avvenuto in Portogallo. L'intera Europa era un groviglio di lotte di potere spacciate per “nazionali”, sulle cui pulsioni vennero catapultati, per imbrigliarle, sovrani eterodiretti: Saxe-Coburgo, Hohenzollern... Nel 1870 Amedeo di Savoia, duca d'Aosta, fu eletto re di Spagna dalle Cortes di Madrid, per meditata pressione del generale Prim, vittima di un attentato mortale proprio mentre il nuovo sovrano vi metteva piede (l'evento è stato ricordato ieri a Reano, vicino a Torino, che ha conferito la cittadinanza onoraria al Principe Amedeo, Duca d'Aosta, capo della Real Casa di Savoia, e a suo figlio, Aimone, Duca delle Puglie, presente il presidente della Consulta dei Senatori del Regno).
Il “riassetto” dell'Europa orientale andò avanti per secoli nelle terre già soggette ai turco-ottomani. Meglio un qualunque euro-occidentale che un “governatore” del Sultano. Lì non ci furono “guerre civili” ma d’indipendenza, con il sostegno estero e pattuizioni internazionali, pilotate dalle Grandi Potenze - Francia, Russia, Prussia - e infine accettate obtorto collo dalla Sublime Porta di Istanbul.
L'unione del Mezzogiorno alla corona di Vittorio Emanuele II nel 1860 fu tutt'altra cosa, anche se coeva. Ricordiamo i fatti, fondamento di ogni valutazione. Il 6 settembre Francesco II di Borbone, abbandonato da gran parte dei sudditi (a cominciare da molti ufficiali) lasciò Napoli e si asserragliò tra Capua e Gaeta per organizzare l'offensiva contro Giuseppe Garibaldi, che l'indomani arrivò in treno nella capitale con appena sei persone al seguito e ne prese possesso, come ricorda Aldo G. Ricci in “Obbedisco” (Ed. Palombi). L'autorità del re era evaporata da quando, assunto il controllo della Sicilia, passato in Calabria e spezzata l'ultima resistenza borbonica a Soveria Mannelli, Garibaldi mostrò di rappresentare l'Ordine Nuovo. La sua impresa non era “guerra civile” ma detonatore dell'insorgenza della Sicilia contro il Borbone, come nel 1820 e nel 1848, quando l'Assemblea dell'Isola del Sole conferì la corona a Ferdinando di Savoia, secondogenito di Carlo Alberto. memore che Vittorio Amedeo II ne era stato Re dal 1713.
Il 2 ottobre Garibaldi sconfisse i borbonici al Volturno: una battaglia vera, campale e di manovra. Il Borbone rimase assediato in attesa di aiuti dall'estero: Napoleone III? La Spagna? Un Congresso europeo? In settembre, previa dichiarazione di guerra, l'esercito di Vittorio Emanuele II avanzò nell'Umbria e nelle Marche e travolse l'esercito pontificio a Castelfidardo col viatico di Napoleone III che aveva raccomandato “fate, ma fate in fretta”. Fra Terra del Lavoro, Molise e Abruzzi bande di borbonici e di popolani aggredirono i “liberali”. Il 30 settembre ne massacrarono molti a Isernia. Il 3 ottobre Vittorio Emanuele assunse il comando dell'Esercito ad Ancona e avanzò verso Sulmona-Isernia. Con aspri combattimenti, il 20 ottobre un corpo dell'Armata sarda agli ordini di Enrico Cialdini sbaragliò i borbonici comandati da Luigi Scotti-Douglas e sorretti da “bande” contadine, forzò il passo del Macerone e irruppe verso Gaeta. Il 26 Garibaldi, a Vairano Catena, presso Teano, salutò “il primo re d'Italia” e gli “passò le consegne”. Giunto a cavallo, Vittorio Emanuele II, proseguì verso Napoli per assicurare ordine e stabilità. L'Eroe si ritirò a Caprera. La sua “missione” era conclusa.
Francesco II di Borbone ordinò la resistenza. Quel conflitto può essere classificato in vari modi: un re contro un altro, il Borbone contro i patrioti, anche meridionali, che da decenni chiedevano l'unità nazionale. Nessuno, però, né allora né poi, parlò di “guerra civile”. Arroccato a Gaeta, Francesco II non si arrese. Dopo un lungo assedio e il pesante bombardamento della città fortificata, il 15 febbraio ne partì con la consorte, Maria Sofia di Wittelsbach, sorella dell'imperatrice d'Austria, Elisabetta (“Sisi”, erroneamente detta Sissi), sul vascello inviato da Napoleone III: alla volta di Terracina, donde proseguì per Roma, accolto dal papa come sovrano. Non abdicò mai. In suo nome ufficiali e volontari accorsi da vari paesi europei (Spagna, Francia, Austria, Svizzera...) organizzarono l'opposizione armata contro il regime avallato dal plebiscito, proclamato dal Parlamento nazionale il 14 marzo 1861 e via via riconosciuto da potenze estere.
Dunque l'insorgenza armata, presto degenerata nel “grande brigantaggio, non fu “guerra civile”: semmai fu la coda del conflitto iniziato con lo sbarco di Garibaldi a Marsala l'11 maggio e proseguito con l'irruzione di Cialdini. Il rifiuto di Francesco II di accettare la debellatio ebbe due conseguenze: anzitutto i militari borbonici catturati e refrattari alla nuova legittimità rimasero prigionieri di guerra, nelle condizioni dell'epoca; in secondo luogo, l'opposizione fu alimentata da tre componenti: nuclei di militari sguinzagliati e finanziati dal sovrano sconfitto in vista di possibile riscossa; antico malessere socio-economico di vaste plaghe oggettivamente arretrate (non certo per colpa dei Savoia), aggravato dal collasso del regime borbonico; clero terrorizzato dalla statizzazione dei beni ecclesiastici e forte di vasto seguito popolano, oscurantista e illiberale,  in terre ove persino la Costituzione del 1848 aveva “vietato” qualunque culto diverso dal cattolico, ai danni di ortodossi, evangelici, riformati e israeliti. Nel Mezzogiorno accorsero inoltre volontari, parte idealisti parte venturieri, taluni fanatici, con le spalle volte alla modernità, per alzare insieme la bandiera del Borbone e quella del papa.
Messo alle strette, il regno d'Italia dovette cauterizzare la piaga del brigantaggio mentre la maggior parte degli Stati stava a guardare, dubbioso che reggesse alla prova. A tutti faceva comodo che l'Italia rimanesse lacerata e sanguinante. Sarebbe stata condannata per sempre al rango di ultima potenza, perpetuamente debole. Tanto valeva sconfessare Risorgimento e unità nazionale. Alcuni, delusi, lo scrissero. Il governo seguì invece la linea dettata dal generale Manfredo Fanti sin dal bando di Isernia del 23 ottobre 1860: applicazione del codice penale militare contro quanti si opponessero alle autorità legalmente costituite. Il 15 agosto 1863 il Parlamento approvò la legge proposta del deputato abruzzese Giuseppe Pica: più attento accertamento della colpevolezza di ribelli e malavitosi, assegnazione dei sospetti a domicilio coatto e mano tesa a quanti volessero rientrare nei ranghi. Pur riconosciuto da importanti Stati (ma non ancora dalla borbonica Spagna), il regno rimaneva in ansia. Non aveva ancora né codici unitari, né una sola banca di emissione della moneta (questa per decenni rimase un sogno). Però dal 1866, dopo l'annessione di Venezia e la fallita insurrezione repubblicana di Palermo, fu chiaro che lo Stato avrebbe retto. Perciò anche Pio IX concluse che i monasteri non dovessero più fare da base o rifugio di criminali e che bisognava trovare un modus vivendi con lo “scomunicato” Monsù Savoia.
Nel 1869 il brigantaggio meridionale risultò praticamente estinto: proprio mentre iniziavano rivolte nell'Italia settentrionale contro la tassa sulla macinazione delle farine e, per una delle tante svolte della Storia (che procede a zig-zag, anziché secondo linee rette), grazie alla sconfitta di Napoleone III a Sedan il governo italiano decise di irrompere nel Lazio e annettere Roma (previo plebiscito) prima che qualcuno vi proclamasse una terza repubblica. Era il Venti Settembre 1870: una data da festeggiare. Neppure Porta Pia fu un capitolo di “guerra civile”: quel giorno venne realizzato il sogno di Camillo Cavour e di due generazioni di patrioti. Vide il coronamento del “miracolo” del Risorgimento, ricostruito da Domenico Fisichella, politologo e storico designato Premio alla Carriera nel 50° del Premio Acqui Storia.
Molto più che di presunte “guerre civili” tempo è venuto di scrivere la storia della cosiddetta“zona grigia”, cioè di quella stragrande maggioranza di Italiani che rimasero spettatori delle tenzoni ideologiche e partitiche e che allo Stato chiesero sicurezza e servizi in cambio dell'esosa fiscalità che li opprime. E' quanto chiedono anche oggi al di là del baccano di tanti “movimentisti” e  “marciatori” senza meta. Occorre fare: in direzione dell'Italia. Anche la chiesa è chiamata a fare la sua parte, come al tempo del resipiscente Pio IX.  

Aldo A. Mola

venerdì 26 maggio 2017

Pivetti, Presidente monarchici siciliani, redarguisce Giorgia Meloni

L’On. Giorgia Meloni è riuscita in un sol colpo ad offendere ed ad inimicarsi i milioni di monarchici presenti in Italia, asserisce in una nota Michele Pivetti Gagliardi, Presidente Regionale Unione Monarchica Italiana.  “Parla di “arretratezza culturale della Monarchia”: non spenderò più di un minuto per ricordarle che è stata capace, da vero fenomeno, di offendere anche i milioni di monarchici inglesi, spagnoli, svedesi, norvegesi, danesi, lussemburghesi, monegaschi, olandesi, belgi nonché i cittadini vaticani, di Andorra o per uscire fuori Europa, ad esempio giapponesi o marocchini (ma l’elenco è lungo).
“Le sue insulse parole, prosegue Pivetti, effettivamente potrebbero ben essere accoppiati alla sua persona, quando parla di arretratezza culturale, ecco, studiare un pò, male non le farebbe di certo. Di cultura non è mai morto nessuno, forse di ignoranza si. La fortuna è che la deputata rappresenta poche persone in Italia, a ben vedere una sparuta minoranza a rischio estinzione. Invito tutti i monarchici siciliani ad abbandonare ogni tipo di supporto al movimento Fratelli d’Italia fin quando sarà capeggiato dalla signorina Meloni. Invito altresì la signorina Meloni a scusarsi per le parole offensive utilizzate. Si può non condividere una idea, qualsiasi essa sia, conclude Pivetti, giammai si potranno condividere parole di scherno ed offesa per quelle altrui.”

mercoledì 24 maggio 2017

Il primo soldato d'Italia - I parte

Dal Corriere d'Italia
Corrispondenza di ROBERTO CANTALUPO

IL PRIMO SOLDATO D’ITALIA
Il  primo soldato d’Italia : quello che non ha lasciato inesplorato un solo settore della vasta frontiera che avanza, che dovunque è passato coraggioso e sereno, che non ha un’ora per il suo riposo, non una tregua per la sua ansia, non una casa per le sue notti; che passa dal campo di battaglia all’ospedale, stringe le mani con gratitudine ai cappellani e, fiero e commosso, bacia sulla fronte i soldati che hanno il corpo sanguinante per essersi valorosamente battuti; quello che è avanti a tutti i generali, che assiste al guado di tutti i fiumi, alle scalate di tutti i monti, all’avanzata su tutte le pianure; che ha per i combattenti le parole più ferme e più paterne, che ama ugualmente tutti i soldati fin l’ultimo fantaccino, che non permette che essi abbiano un disagio o una sofferenza non necessaria; quello che conosce ogni cannone e ch’è il primo a porre piede in una posizione occupata, su un forte smantellato, e che è a cinquanta metri dal campo dove si combatte, e che mai si ferma e non d’altro vive che per i soldati o con i soldati; quello che per le truppe è il padre, per gli ufficiali il fratello, per tutti quelli che nel nome benedetto d’Italia sono armati è l’esempio mirabile e stupendo del coraggio, del sacrificio, dell’eroismo; che ha già la sua tenda in ogni accampamento, il suo cavallo dove un reggimento passa, la sua mensa modesta dove un bersagliere vuota la sua gamella; quello è il primo soldato d’Italia: il Re.

Dovunque.

Egli è veramente dovunque.
Questa lettera non ha data. Viene da ogni settore del fronte, da tutti gli attendamenti, da tutte le cime. Dovunque l’ho visto durante questo primo mese di guerra vittoriosa. La sua figura agile mi apparve una prima volta oltre Cormòns, nella stupenda pianura che conduce all’ Isonzo più basso. Fermo su un poggiuolo, rigido e immobile in posizione d’attenti. Il profilo netto della sua persona si disegnava preciso contro il cielo. Un reggimento d’artiglieria da campagna passava. Il Re assisteva alla corsa dei suoi uomini e dei suoi cannoni. Per mezz’ora la sua mano rimase ferma e immobile al berretto. Ufficiali e soldati lo riconoscevano solo quando erano a pochi passi; poiché il polverone era denso. Grida improvvise di sorpresa e di entusiasmo si levavano dal convoglio fragoroso. V’era chi vedeva per la prima volta il Sovrano. Viva il Re! Savoia! La guerra friulana echeggiò a lungo dei magnifici evviva. Il reggimento andò alla vittoria con l’augurale saluto del Re.
Lo rividi ai primi di giugno, su un altro campo della stessa guerra: tra i monti acuminati od armati del Trentino. La piccola automobile grigia s’era fermata alla fine di una villetta ai piedi di un erto monte. Non poteva proseguire. L’ascesa era ripida. Dopo due minuti di osservazione del terreno, il Re discese. Un bersagliere ciclista si precipitò sulla sua macchina per la valle, e ritornò poco dopo su un bel cavallo. Un generale che accompagnava il Sovrano riuscì a procurarsi in pochi minuti un altro cavallo da un carabiniere che perlustrava la zona. E per l’erta cresta del monte il Re spronò il suo cavallo, seguito dal generale. Rimasi giù, finché le due figure scomparvero fra gli alberi. Era indicibile la commozione dei soldati ch’erano accanto a me, vedendo il Re d’Italia che correva, correva verso l’altissimo accampamento alpino per andare a trovare i suoi soldati.

Sotto il temporale.
Ancora una volta l'ho visto al confine carnico-cadorino. Veniva da Belluno in automobile, col desiderio di proseguire per l’alta montagna. Una breve sosta fu fatta in un piccolissimo villaggio delizioso, al principio del costone del monte. Ma i contadini consigliarono al « Signor Generale » di fermarsi in paese, se non voleva restare a mezza via: un grosso temporale estivo si precipitava velocemente sul monte. Avanzava dall’opposta pianura, aveva già dato al cielo il tono cupo della minaccia che non manca al suo scopo, ed era lì lì per rovesciarsi. Il Re si spinse a piedi fin dove poteva vedere più ampia la distesa del cielo: un temporale, null’altro. Erano le cinque. Si poteva proseguire. A 1500 metri c’erano gli alpini, un grosso reparto isolato col suo dovere faticoso fra le cime ancora nevose.
Il desiderio di correre a confortare quei ragazzi era troppo forte.
A cavallo, accompagnato dal suo generale, il Re si slanciò a galoppo, per la magnifica strada alpina, incontro alla tempesta imminente ed ai suoi soldati che non conoscono la stanchezza. Il Sovrano era nella sua semplice tenuta grigio-verde e senza mantello. Il freddo montanino si faceva sentire penetrante e molesto. Ma i due cavalli, spronati, continuavano ansimanti la galoppata sulla pendice.
Per fortuna la via, per quanto stretta, era assai ben battuta e, per i suoi larghi giri, più lunga ma meno ripida.
Riuscì possibile così mantenere un passo veloce e costante. Aizzati ed eccitati dalla temperatura notturna della montagna, con l’istinto che li guidava al riposo, i cavalli non si fermarono un momento. Alle otto della sera, mentre la cima del monte era ancora chiara per gli ultimi riflessi, il Re si fermò in mezzo agli alpini ed il temporale scoppiò con tutta la violenza con cui s’era annunziato. La pioggia scrosciò turbinosa, il vento ululava con rabbia, la grandine cadde a picchiare con furia ostinata sulle tende o sullo casse da campo. Una musica fantastica o irregolare segnava il tempo all’uragano in montagna.


Il capitano comandante della compagnia cercò per il Re un rifugio al sicuro dalla tempesta. Ma non c’era altroché una tenda, una semplice tenda come le altre. Il Re vi entrò subito e chiese di cenare.

Cinque luoghi comuni sulla Grande Guerra e sul Regio Esercito


























ANDREA CIONCI

Ufficiali ottusi e incompetenti che mandavano inutilmente a morire i loro uomini; diserzioni di massa e fucilazioni spietate; Caporetto archetipo universale della disfatta … Sono diversi i luoghi comuni sulla Grande Guerra oggi sedimentati nella coscienza collettiva. Tuttavia, ad un’analisi attenta dei dati e dei documenti, emerge una realtà più complessa, in certi casi del tutto opposta e, di sicuro, meno pessimisticamente oleografica. In pochi sanno, ad esempio, che l’Esercito italiano, fu l’unico, tra quelli dell’Intesa, a rimanere costantemente all’offensiva fin dall’inizio della guerra. Ancor meno noto, il fatto che produsse le maggiori conquiste territoriali, così come si ignora che i Caduti italiani furono meno di quelli francesi, russi, inglesi, tedeschi, austro-ungheresi e ottomani. 
Le origini di una vulgata storica  
«Il cinema è l’arma più forte» recitava un motto del Ventennio, scolpito a lettere cubitali sulla facciata degli studi di Cinecittà. Paradossale è notare che proprio il cinema, negli anni ’70, avrebbe fatto a brandelli la visione eroica di una delle pagine di storia italiana cavalcata con più entusiasmo dalla propaganda fascista: la Prima Guerra mondiale, la guerra vinta.  
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http://www.lastampa.it/2017/05/22/cultura/cinque-luoghi-comuni-sulla-grande-guerra-e-sul-regio-esercito-lWRrlhAKht7aAiDfDr9djM/pagina.html