NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 11 febbraio 2017

La scomparsa di Gian Nicola Amoretti

Il Presidente Amoretti con S.A.R. la Principessa Maria Gabriella
Mercoledì 8 febbraio, dopo lunga e dolorosa malattia, è mancato Gian Nicola Amoretti, storico Presidente dell'Unione Monarchica Italiana, ex sindaco di Rapallo ed ex consigliere provinciale.
Alla famiglia ed all'Unione Monarchica Italiana le nostre sentite condoglianze!


Comunicato del Presidente della Consulta dei 

Senatori del Regno

Professor Aldo Alessandro Mola

“VIVA L'TALIA, VIVA CASA SAVOIA!” IL MESSAGGIO ETERNO DI GIAN NICOLA AMORETTI.

Al termine di lungo crepuscolo, oggi il Collega professore avvocato Gian Nicola Amoretti ci ha lasciati.

La Consulta dei Senatori del Regno esprime il proprio profondo cordoglio alla Famiglia e alla Casa Reale di Savoia, che Lo ebbe sempre a fianco.
Storico di alto sentire,  “vir bonus dicendi peritus”, unì pacatezza a principi incrollabili, sia alla presidenza dell'Unione Monarchica Italiana sia in seno alla Consulta dei Senatori del Regno. 
Per noi tutti è stato e rimarrà Maestro di fede adamantina nel destino unitario dell'Italia e di Casa Savoia.
Mentre le istituzioni si sfarinano e lo Stato vacilla, Gian Nicola Amoretti si aggiunge alle  Stelle  che ci indicano la via: a noi proseguirne il cammino, anche nel nome Suo, per la  Patria.

Torre San Giorgio, h. 16 addì 8 febbraio 2017


                                                           Aldo Alessandro Mola

                                            Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

giovedì 9 febbraio 2017

10 Febbraio. Le radici profonde non gelano


E ti pareva...

A scanso di equivoci: pubblichiamo l'ennesima presa di posizione che cerca di salvare tutto tranne che l’opera della Monarchia. . La pubblichiamo, con vivo sarcasmo, perché i nostri lettori sappiano cosa si dice anche quando si dicono fesserie molto grosse come questa.


Il progetto federalista di Cavour fu distorto dalle baionette dei Savoia

Signor Direttore,

ho letto con grande interesse il «Commento» di Luigi Chiarello pubblicato ieri su ItaliaOggi sotto il titolo «Il bottino è il risparmio italiano». Nel commento leggo in particolare quanto segue: «Oggi il bottino sarebbe il risparmio privato degli italiani.

a) nel ramo cadorino della mia famiglia sono evidenti le tracce storiche della partecipazione al 1848 di Venezia contro l'Austria («Il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca»);Peccato che il pavese Tremonti dimentichi che anche i lombardi si associarono ai piemontesi. E che gran parte dei famosi mille di Garibaldi erano bergamaschi. Ma tant'è. Il fatto è che c'è sempre qualcuno più a Nord di te». Grato per i riferimenti storiografici, etnici e personali fatti come sopra dal Chiarello, al riguardo confesso quanto segue:

b) nel ramo valtellinese della mia famiglia parimenti si rilevano tracce di un passato garibaldino;
c) in effetti anche a Pavia ci sono importanti prove di iniziative garibaldine;
d) l'altra parte della mia famiglia veniva invece dal «meridione»;
e) il disegno unitario di Cavour era «federalista». Dopo la sua scomparsa fu sviluppato un disegno diverso, basato sulle baionette dei Savoia. In un solo giorno Napoli, grande capitale europea, fu trasformata in una prefettura sabauda. La privatizzazione (tanto per cambiare, allora come ora) dell'asse ecclesiastico, operata a favore dei latifondisti divenuti per convenienza «Regnicoli», distrusse l'elementare ma fondamentale «Welfare» del meridione, causa questa non ultima delle successive imponenti migrazioni;
f) la storia non si ripete per identità perfette, ma non si ricostruisce nemmeno in base ad incolpazioni imperfette;
g) tutto quanto sopra l'ho sempre e pubblicamente sostenuto e mi è così grata l'occasione per ripeterlo.
Grato anche per l'attenzione, Suo

  di Giulio Tremonti 


mercoledì 8 febbraio 2017

I Savoia in Valle Gesso

Un volume di testi e immagini inedite

Venerdì 17 febbraio
, alle ore 17.30, presso il salone d’onore del Comune di Cuneo sarà presentato il libro di Walter Cesana «I Savoia in Valle Gesso. Diario dei soggiorni reali e cronistoria del distretto delle Alpi Marittime dal 1855 al 1955», edizioni Primalpe. 
La ricerca storica e la pubblicazione sono state promosse dall’Ente di gestione Aree protette Alpi Marittime e dall’Ecomuseo della Segale con il patrocinio del Centro Studi Piemontesi.
 
Per circa un secolo, tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, la Valle Gesso ospitò nel periodo estivo e, a volte, anche in autunno la famiglia reale. 
Il testo a cura dello storico Walter Cesana offre, per la prima volta, una ricostruzione cronologica precisa e dettagliata dei soggiorni sabaudi nelle Alpi Marittime.
 
Perché i Savoia scelsero la Valle Gesso per i loro soggiorni? Oltre al re quali altri componenti la famiglia reale, la corte e l’entourage nazionale ed internazionale furono presenti a Sant’Anna di Valdieri e in Valle Gesso? Quando e come si svolgeva il soggiorno reale? Quali erano le attività quotidiane? Qual era il rapporto con la popolazione? Qual era il contesto ambientale naturale e antropico locale? Quale ricaduta ha avuto sul territorio la presenza dei Savoia? Come si chiuse la vicenda della riserva reale, dalla quale nacque il Parco Naturale Alpi Marittime? Quale memoria è rimasta oggi?

[...]

 Salone d’onore del Comune di Cuneo, ore 17.30

martedì 7 febbraio 2017

Europa a due velocità, il monarchico Sacchi a Tremonti: "La piemontesizzazione fu positiva"

Un'Europa a due velocità. Ammesso che ne sia mai esistita una versione ad una velocità sola. La proposta di Angela Merkel fa discutere, anche perché si moltiplicano le voci secondo le quali la stessa potrebbe essere presentata proprio in Italia il prossimo 25 marzo, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma. Una strategia criticata duramente da Giulio Tremonti: "Se questa è l'Europa, dove si affidano poteri assoluti a entità sovranazionali opache non trasparenti è il tradimento dello spirito di Roma fatto dai cosiddetti europeisti. Ci vogliono far fare la fine che i piemontesi hanno fatto fare al Regno delle Due Sicilie". Di parere totalmente opposto Romano Prodi: "L'idea di Merkel è benvenuta". IntelligoNews ha sentito a proposito l'avvocato Alessandro Sacchi, Presidente Nazionale dell'Unione Monarchica Italiana...

Tremonti contro Merkel e nel farlo ipotizza una nuova piemontesizzazione. Ha ragione?
"Tremonti per me ha detto una stupidaggine grande quanto una casa parlando, come ormai è consuetudine di quasi tutti gli uomini politici, alla pancia degli italiani e non alla testa. La piemontesizzazione, come la definisce lui, significò l'allargamento a tutte le province della nuova Italia di un sistema legislativo e di uno Statuto di cui non si aveva proprio idea. Se Tremonti avesse letto i testimoni oculari del tempo, ed io spero lo abbia fatto, ovvero Settembrini ed Imbriani, avrebbe chiara l'idea di che cosa era il Regno delle Due Sicilie. Tremonti sarà anche uno stimato economista, ma stavolta ha fatto uno scivolone. La grandezza della nazione italiana fu l'estensione dello Statuto. Oggi è facile fare delle dichiarazioni, incontrarsi, riunirsi, sostenere un'idea. Per molto poco prima si veniva sbattuti nel carcere o si saliva sul patibolo". 


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La residenza reale di Racconigi si prepara ad una stagione ricca di eventi

Dopo un anno record di visitatori, il castello di Racconigi apre il 2017 con numerose iniziative in programma per la prossima primavera.  
Martedì 14 febbraio in occasione di San Valentino, gita in carrozza con aperitivo nella Dacia Russa. 
Nell’ambito dell’iniziativa “Residenze Reali, Reali Sensi” promosso per scoprire le dimore di casa Savoia attraverso l’utilizzo dei cinque sensi, dal 7 febbraio fino a maggio verranno proposti due progetti tematici: "Visti da vicino" per conoscere in maniera approfondita alcuni capolavori delle collezioni del castello, di volta in volta adeguatamente illuminati e collocati a distanza ravvicinata per il pubblico e "Orizzonti" per scoprire le meraviglie del Castello viste dall'alto, in un percorso al terzo piano che porta fin sulle torri guariniane.
Sabato 8 aprile la residenza reale ospiterà "Artisti per un giorno", iniziativa inserita nell’ambito della quarta edizione del progetto "Disegniamo l'arte", il programma di attività per le famiglie promosso da Abbonamento Musei in collaborazione con Faber Castell.  

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La linea dei Savoia Duchi di Genova (1831-1996) seconda parte



Filiberto Ludovico di Savoia-Genova nacque a Torino il 10 marzo 1895.
Il 22 settembre 1904 il re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di Duca di Pistoia.
Filiberto partecipò alla Prima Guerra Mondiale nel 1º Reggimento “Nizza Cavalleria”, e prese parte ad alcuni combattimenti a Monfalcone e sull’Isonzo.
Il 4 novembre 1918, con uno squadrone del suo reggimento, il Duca di Pistoia fu tra i primi a entrare nella città di Trento.
Dopo il conflitto la sua residenza venne fissata a Bolzano allo scopo di aumentare il sentimento di unità nazionale fra la popolazione.
Il 30 aprile 1928 Filiberto sposò a Torino Lydia (1905-1977), figlia di Engelberto Maria, Duca d’Arenberg (1872-1959).
La coppia non ebbe figli e, successivamente, la carriera militare di Filberto si svolse fra l’Italia e l’Etiopia.
Queste le sue promozioni: 1929, colonnello; 1932-1933, comandante del 232º Reggimento di Fanteria; 1933-1934,  comandante della 11ª Brigata di Fanteria; 1934, Generale di Brigata; 1935-1937, comandante generale della 1ª divisione CC. NN. “23 marzo” della M.V. S. N. (in Etiopia); 1936, Generale di Divisione; 1937-1938, comandante generale della 11ª divisione fanteria “Brennero”; 1938-1939, comandante generale delle truppe alpine; 1940, Comandante Generale della 7ª Armata e, quindi, 1942, ispettore delle truppe mobili.
La divisione del Principe Sabaudo fu la prima ad issare la bandiera italiana all’Amba Aradam, operazione che gli valse una Medaglia d’Argento al Valore Militare e il cavalierato dell’Ordine Militare di Savoia.
Nel 1941, quando l’uomo politico croato Ante Pavelić (1889-1959) offrì a Casa Savoia la corona del neocostituito Stato Indipendente di Croazia, il re Vittorio Emanuele III prese in esame i principi maschi dei rami Savoia-Aosta e Savoia-Genova per scegliere chi avrebbe dovuto essere il nuovo sovrano di tale stato.
Dopo che Vittorio Emanuele III ebbe scartato il Duca d’Aosta Amedeo di Savoia (1898-1942) (in quanto si trovava prigioniero degli inglesi in Africa), il Conte di Torino, Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta (anziano, celibe e senza figli) (1870-1946) e Ferdinando di Savoia-Genova (anziano e senza figli), Galeazzo Ciano (1903-1944) annotò nel suo diario che: «Nelle condizioni attuali non rimane che scegliere fra il Duca di Spoleto e il Duca di Pistoia. Il Re propende per il primo per ragioni di prestanza fisica (…)».
Alla fine, infatti, la corona venne affidata al Duca di Spoleto, Aimone di Savoia-Aosta (1900-1948), che ascese al trono con il nome di Tomislao II.
Dopo l’invasione della Francia nel 1940 e l’occupazione di Nizza nel 1942, il governo italiano pensò di ricostruire l’antica Contea di Nizza, sulla quale avrebbe dovuto regnare proprio Filiberto Ludovico.
Il progetto, però, non ebbe alcun seguito.
A seguito del mutamento istituzionale del 1946 Filiberto e Lydia d’Arenberg si trasferirono nel Cantone del Vaud, in Losanna, in una proprietà di Lydia.
Dopo pochissimi anni, però, i due si separarono.
Tornato in Italia, Filiberto visse per trent’anni all’Hotel Ligure di piazza Carlo Felice a Torino insieme a suo fratello minore Adalberto, Duca di Bergamo.
Nel 1963, dopo la morte di suo fratello maggiore Ferdinando, scomparso senza eredi, Filiberto assunse il titolo di Duca di Genova.
Nel 1981, a seguito della chiusura dell’albergo nel quale risiedeva, il Duca di Genova si trasferì prima all’Hotel Concorde di via Lagrange, e poi tornò a Losanna e si stabilì nella casa lasciatagli in eredità dalla moglie Lydia, scomparsa nel 1977.
Morì il 7 settembre 1990.
Filiberto di Savoia-Genova fu autore di due libri: “La prima divisione Camicie Nere “23 marzo” - “Implacabile” (Milano, Bompiani, 1938) e “La nostra guerra. Discorso tenuto dall’Altezza Reale Filiberto di Savoia-Genova duca di Pistoia” (Torino, Montrucchio, 1940).



Adalberto Luitpoldo di Savoia-Genova nacque Torino il 19 marzo 1898.
Il 22 settembre 1904 il re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di Duca di Bergamo.
Adalberto di Savoia partecipò alla Prima Guerra Mondiale e combatté con il suo reparto sul Montello nell’ottobre 1917 ed in Valgarina nel febbraio 1918. 
Successivamente la sua carriera militare si svolse fra l’Italia e l’Etiopia: 1927-1930, attendente alla scuola militare; 1931-1934, comandante del Reggimento “Savoia Cavalleria”; 1934, promozione a Generale di Brigata; 1934-1935, comandante della 6ª Brigata di Fanteria; 1935, promozione a vice-comandante di divisione; 1935-1936: vice-comandante generale della 24ª Divisione di Fanteria “Gran Sasso” (in Etiopia); 1936,  promozione a Generale di Divisione, comandante generale della 24ª Divisione di Fanteria “Gran Sasso” e  comandante generale della 58ª divisione di fanteria “Legnano”, comandante generale del terzo corpo; 1940-1942, Comandante generale della 8ª armata; 1943, Comandante generale della 7ª armata.
Dopo l’occupazione italiana dell’Albania per Adalberto si parlò della nomina a luogotenente generale del re, in quanto aveva rappresentato Casa Savoia al matrimonio di re Zog (1895-1961) suscitando molte simpatie fra gli albanesi, ma la cosa non ebbe alcun seguito.
Guidò a Sofia la delegazione ufficiale italiana ai funerali del re Boris III  di Bulgaria (nato nel 1894), deceduto, in circostanze misteriose, il 28 agosto 1943.
Il Duca di Bergamo, tuttavia, intrattenne una lunghissima relazione con una nobile piemontese, che, però, non si concluse con il matrimonio per via dell’opposizione di Umberto II (1904-1983).
Dopo il mutamento istituzionale del 1946 visse, come di già detto, per trent’anni, insieme a suo fratello maggiore Filiberto, allo Hotel Ligure di Piazza Carlo Felice in Torino.
Nel 1977, dopo che alcuni malviventi avevano assaltato l’albergo e trafugato il contenuto di alcune cassette di sicurezza, fra le quali la sua, il solo Adalberto si trasferì in una villetta pre collinare di amici, dove morì il 16 dicembre 1982.

Eugenio Alfonso nacque a Torino il 13 marzo 1906.
Il 31 maggio 1906 il re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di Duca di Ancona.
Arruolatosi nella Regia Marina nel 1927, il Duca di Ancona partecipò alla guerra di Etiopia con il Battaglione “San Marco”  e, dopo il conflitto, venne nominato commissario governativo del Seraè nell’Africa Orientale Italiana.
Il 29 ottobre 1938 sposò, a Nymphenburg, in Germania, Lucia (1908-2003), figlia di Ferdinando Pio di Borbone-Due Sicilie, Duca di Calabria (1869-1960).
Eugenio e Lucia ebbero una sola figlia, Maria Isabella di Savoia-Genova (1943- ),  sposata, nel 1971 con l’armatore Alberto Frioli (1943- ).
Il matrimonio fu autorizzato da Umberto II, che conferì a Guido Aldo Frioli, padre di Alberto, il titolo di conte di Rezzano.
A seguito del mutamento istituzionale del 1946 Eugenio di Savoia-Genova si trasferì in Brasile, dove aprì un’industria agraria.
Nel 1990, alla morte del fratello maggiore Filiberto, scomparso senza eredi, assunse il titolo di Duca di Genova.
Eugenio morì a San Paolo del Brasile il 12 agosto 1996.
Pur vivendo in anni così importanti per la storia dell’Italia, i componenti della Linea di Genova si tennero sempre lontani dalla politica e dalla Corte, dediti solo alle loro passioni e conducendo delle vite abbastanza anonime e riservate.
Nel corso del lungo esilio del Re Umberto II però non vennero mai meno ai loro doveri di Principi della Casa Reale Italiana e spesso rappresentarono il Re nel corso di manifestazioni monarchiche e patriottiche celebratesi in questo periodo. Ferdinando Alberto, Filiberto Ludovico, ma soprattutto Adalberto Luitpoldo sistematicamente intervennero ad alcune sedute della Consulta dei Senatori del Regno, come quella del 4 marzo 1961 in Torino per il Centenario del Regno d’Italia. Adalberto rappresentò il Re anche il 26 ottobre 1960 per la rievocazione dell’incontro di Teano, e, nel 1963, in Vienna per i trecento anni della nascita del Principe Eugenio di Savoia (1663-1736).
Maria Bona Margherita di Savoia-Genova nacque nel castello ducale di Agliè il giorno 1 agosto 1896.
Presso il castello di Agliè, il giorno 8 gennaio 1921, Maria Bona sposò Corrado (1883-1969), figlio di Leopoldo di Baviera (1846-1930).
La cerimonia religiosa venne celebrata dal cardinale Agostino Richelmy (1850-1823), arcivescovo di Torino, e vide la partecipazione, fra gli altri, del re Vittorio Emanuele III, del principe ereditario Umberto e dei principi delle Linee Savoia-Genova e Savoia-Aosta.
Il matrimonio è noto per essere stato il primo fra due casate storicamente nemiche dalla fine della Prima Guerra Mondiale e per aver riunito membri delle Case Savoia, Wittelsbach ed Absburgo.
Dalla loro unione nacquero: Amalia di Baviera (1921-1985), sposata con Umberto Poletti ed Eugenio di Baviera (1925-1997), sposato con la contessa Helena von Khevenhüller-Metsch.
Alla fine della seconda guerra mondiale il principe Corrado fu arrestato dai militari francesi, portato a Lindau e internato all’hotel Bayerischer-Hof insieme a Guglielmo di Prussia (1882-1951), principe ereditario dell’Impero tedesco, ed ad un diplomatico nazista.
La Principessa Maria Bona, che durante la guerra aveva prestato servizio come infermiera, rimase in Savoia, dato che le era stato proibito entrare in Germania.
La famiglia si riunì solo dopo il 1947.
Maria Bona, che durante la sua vita fu anche un eccellente scultrice, morì il 2 febbraio 1971 a Roma.
La sua tomba, insieme a quella del marito Corrado, si trova nel cimitero della chiesa di Andechs, in Germania.
Maria Adelaide di Savoia-Genova nacque in Torino il 25 aprile 1904.
Visse i primi anni della sua vita nel Palazzo Chiablese di Torino, dove compì gli studi adeguati al suo rango, distinguendosi – nella fanciullezza – per la sua straordinaria vivacità che si modificò, negli anni, con il suo straordinario controllo di sé, in una soave dolcezza di tratto.
Perse la mamma a 20 anni ed il padre a 27 e fu la Regina Elena ad avere cura di lei, e ciò con affetto materno, di cui Maria Adelaide fu sempre immensamente grata.
Il 15 luglio 1935, la principessa sposò Don Leone Massimo, Principe di Arsoli e Duca di Anticoli Corrado (1896-1978), da quale ebbe sei figli: Isabella (1936- ), Filippo (1938- ), Ferdinando (1940- ), Carlo (1942- ), Eleonora (1944- ) e Francesco (1946- ).
Tra le molteplici attività a cui la Principessa Maria Adelaide prese parte fu quella di guardare con simpatia al Circolo di Cultura e di Educazione Politica “Rex”, e ciò sin dalla sua fondazione del 1948, compiacendosi di intervenire alle riunioni con crescente e sistematico interesse.
Tanto che il Consiglio Direttivo del Circolo, nell’autunno 1972, osò chiederle di esserne la presidente onoraria.
La Principessa Massimo, con indimenticabile benevolenza, accettò, colmando i cuori dei soci del Circolo di legittimo orgoglio e di riconoscenza.
Maria Adelaide di Savoia-Genova morì il 2 agosto 1979.
I componenti in linea maschile della Linea dei Savoia, Duchi di Genova, e le loro consorti, riposano tutti nella Cappella a loro dedicata nella Reale Basilica di Superga.
Come abbiamo visto, con la scomparsa (1996) di Eugenio Alfonso di Savoia-Genova, Quinto Duca di Genova, avendo lui avuto solo una figlia femmina si estinse questa Linea ducale.
Anche questa parte della Dinastia Sabauda ha dato illustri esempi di militari sia di terra, sia che di mare sempre nello spirito e nell’esempio del servizio verso l’Italia.  

Il loro esempio sia il nostro esempio. Un esempio di unità, guidati sempre da quella “Bianca Croce di Savoia” che ci ha dato, attraverso i secoli, illuminati esempi di vita, di civiltà, di libertà, di prosperità, una Patria unita, in un’Europa libera.

giovedì 2 febbraio 2017

La linea dei Savoia Duchi di Genova (1831-1996) prima parte

di Gianluigi Chiaserotti





L’ispirazione per questo articolo mi è venuta dalla  pubblicazione, in questi giorni, di un quadro sul sito “The mad monarchist”. 

Tale quadro ritrae Tommaso di Savoia-Genova con il suoi sei figli.
La Linea di Genova, pur essendo all'ombra del trono, fu molto ma molto importante, ed i suoi membri tutti degni di una doverosa menzione, nonché ricordo.
Il titolo di Duca di Genova venne attribuito, per la prima volta, nel 1815, al principe Carlo Felice di Savoia (1765-1831), futuro Re di Sardegna ed ultimo rappresentante della linea principale del Casato.  
Però la Linea dei Savoia, Duchi di Genova, fu effettivamente inaugurata da Ferdinando Maria Alberto di Savoia [secondogenito del Re Carlo Alberto (1798-1849) e di Maria Teresa di Asburgo-Lorena (1801-1855)], creato, nel 1831, appunto Duca di Genova.
Ciò avvenne appena Carlo Alberto ascese al trono in modo da far sentire maggiormente legati i genovesi alla Dinastia Sabauda, che era entrata in possesso della città ligure solo da pochi anni.



Ferdinando Maria Alberto (nato il 15 novembre 1822),  quale comandante di Artiglieria (1846),  nel corso della Prima Guerra d’Indipendenza, combatté a Pastrengo e Santa Lucia; diresse,  l’assedio di Peschiera del Garda (18/30 maggio 1848), e quindi si distinse a Villafranca, Sommacampagna e Novara. 
Il Duca di Genova rifiutò la corona di Sicilia, offertagli dai sollevati isolani e quindi dal loro parlamento.
Durante la guerra di Crimea del 1853, Ferdinando venne nominato al comando dell’esercito ma la sua salute in declino non gli permise di accettare l’incarico.
La sua salute purtroppo non migliorò e morì a Torino il 10 febbraio 1855. 
A lui è dedicata una delle due statue ottocentesche che affiancano l’ingresso del Palazzo Civico a Torino ed il ponte di Corso Giulio Cesare che attraversa il fiume Stura di Lanzo.
Fino alla fine della seconda guerra mondiale, Torino gli aveva dedicato un corso nel quartiere Crocetta, l’attuale corso Stati Uniti.
A Palermo è intitolata a lui una via con il nome che avrebbe dovuto prendere come re di Sicilia, Alberto Amedeo.
Ferdinando sposò in Dresda (22 aprile 1850) Elisabetta (1830-1912), figlia di Giovanni di Sassonia (1801-1873).
Dal loro matrimonio sono nati Margherita (1851-1926), la prima Regina d’Italia, e Tommaso, secondo Duca di Genova.  
Quest’ultimo fu  un ammiraglio italiano.



Tommaso nacque nel Palazzo Chiablese di Torino il 6 febbraio 1854.
Orfano di padre a solo un anno e succedutogli nel titolo di Duca di Genova, Tommaso venne posto sotto la tutela dello zio Vittorio Emanuele II (1820-1878), che ne seguì l’educazione mandandolo alla Harrow School di Londra.
Il Duca di Genova, dal 31 marzo 1879 al 20 settembre 1881, fece il giro del mondo al comando della corvetta ”Vittor Pisani“, nave da guerra italiana alla sua terza campagna oceanica nei mari della Cina e del Giappone.
Salpò con il grado di capitano di fregata, quindi fu promosso capitano di vascello nel corso della traversata, di cui il Nostro stese un’interessante e dettagliata relazione, pubblicata nel 1881.
Tommaso quindi (1901) divenne ammiraglio e quindi comandò la squadra che visitò la città di Tolone.
Ciò fu al fine di confermare il riavvicinamento dell’Italia alla nazione francese  e la mancanza (nella Triplice Alleanza) di qualunque carattere ostile nei confronti della stessa.
Nel maggio 1915, all’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, Vittorio Emanuele III (1869-1947) decise si trasferirsi da Roma al fronte, affidando parte delle sue funzioni regali a Tommaso,  nominandolo Luogotenente Generale del Re.
La carica, però, fu quasi esclusivamente onorifica e non comportò un effettivo esercizio del potere. Tuttavia, in quel periodo, i regi decreti furono chiamati decreti luogotenenziali e portavano, anziché la sottoscrizione del re, quella del principe Tommaso.
Il luogotenente fu anche chiamato ad affrontare direttamente l’emergenza causata nell’Italia centrale dal terremoto di Avezzano del 13 gennaio 1915.
Nel 1870 al Duca di Genova fu offerta la Corona Spagnola. Ma, non essendo maggiorenne, la decisione spettò  alla madre Elisabetta, la quale rifiutò sia appunto per la giovane età, sia anche per l’incertezza dell’avventura.
Tale Corona la prese un altro membro della Real Casa di Savoia, il Primo Duca d’Aosta, Amedeo (1845-1890), che regnò in Spagna fino al 1873.  
Tommaso morì a Torino nel 15 aprile 1931.
Il Duca di Genova sposò (Castello di Nymphenburg 14 aprile 1883) la principessa Isabella (1863-1924), figlia di Adalberto di Baviera (1828-1875).
Dal loro matrimonio sono nati sei figli, Ferdinando Alberto, Principe di Udine, Filiberto Lodovico, Duca di Pistoia, Maria Bona Margherita, Adalberto Luitpoldo, Duca di Bergamo, Maria Adelaide  ed Eugenio Alfonso, Duca di Ancona.



Ferdinando Alberto di Savoia-Genova nacque a Torino il 21 aprile 1884.
Entrato (1901) all’Accademia Navale,  ne uscì, nel 1904, con il grado di guardiamarina. 
Nello stesso anno, il Re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di Principe di Udine.
L’addestramento militare del principe si svolse a bordo degli incrociatori protetti ”Vespucci“ e ”Calabria“, con i quali salpò da Venezia il 4 febbraio 1905 e vi riapprodò il 3 febbraio 1907 dopo aver compiuto il giro del mondo. A Ferdinando venne dato l’incarico, sui due incrociatori, di redigere il giornale ufficiale di bordo. Sul ”Calabria” visitò il Venezuela, il Brasile, l’Uruguay, l’Argentina, passò lo Stretto di Magellano, risalì il continente americano fino a San Francisco, poi affrontò l’Oceano Pacifico toccando le Hawaii, la Polinesia, l’Australia, la Nuova Zelanda, le Isole della Sonda, le Filippine, il Giappone e la Cina.
Infine Ferdinando navigò nell’Oceano Indiano toccando Somalia ed Eritrea, per poi rientrare nel Mediterraneo e tornare in quel di Venezia.
Prese parte alla guerra italo-turca nel 1912, e, come capitano, combatté durante la Prima Guerra Mondiale, comandando un cacciatorpediniere.
Venne quindi decorato con l’Ordine Militare di Savoia per aver occupato le isole Echinadi (in lingua greca “Εκινάδες”) con due Medaglie d’Argento al Valor Militare.
Nel maggio 1917 Ferdinando fu scelto per guidare la commissione di guerra italiana inviata negli Stati Uniti d’America.
La commissione, che includeva anche lo scienziato Guglielmo Marconi (1874-1937) e parecchie figure politiche italiane dell’epoca, fra cui Francesco Saverio Nitti (1868-1953), visitò gli Stati Uniti discutendo i futuri rapporti fra le nazioni al termine del conflitto.
Nel novembre 1930 il Principe di Udine rappresentò il Re Vittorio Emanuele III all’incoronazione dell’imperatore Hailé Selassié d’Etiopia (1892-1975).
Ferdinando quindi divenne Terzo Duca di Genova alla morte di suo padre Tommaso.
Raggiunto il grado di contrammiraglio nel 1927, e di ammiraglio nel 1934, il Duca di Genova divenne comandante dell’Alto Adriatico e, in ambito sportivo, fu tra i fondatori della Federazione Italiana Motonautica, istituita a Milano nel 1923, della quale fu anche il primo presidente.
Il 28 febbraio 1938, Ferdinando sposò, a Torino, Maria Luisa Alliaga Gandolfi dei conti di Ricaldone (1899-1986), figlia di Carlo Alliaga Gandolfi di Ricaldone, conte di Borghetto, Montegrosso e Pornassio (1851-1920).
Dopo il mutamento istituzionale del 1946 il Duca soggiornò brevemente in Portogallo presso il Re Umberto II in esilio.
Successivamente tornò in Italia e si stabilì in quel di Bordighera, in Liguria, dove condusse sempre  una vita ritirata e dove morì il 24 giugno 1963.






mercoledì 1 febbraio 2017

Sarà come nuovo l’appartamento del Re a Stupinigi

TORINO, RESTAURO COMPLETO ENTRO GIUGNO PER L’OPERA DI JUVARRA

di Francesca Grego

Torino - È una gemma incastonata nel gioiello della Palazzina di Caccia di Stupinigi l’Appartamento del Re, realizzato per Carlo Emanuele III di Savoia negli anni Trenta del Settecento e rimodernato già nella seconda metà del secolo per volere di Vittorio Amedeo III. Un tripudio di lacche, ori, dipinti, porcellane, stucchi, specchi, radiche, che giocano con le forme e con la luce.

In quattro mesi un intervento di restauro a 360 gradi riporterà ai fasti originari la camera da letto, l’anticamera, il salotto, la piccola galleria e il gabinetto da toletta riservati ai sovrani sabaudi che si recavano a caccia o in cerca di relax nella tenuta a Sud Ovest di Torino, oggi parco naturale.


L’operazione interesserà tutto il complesso apparato decorativo fisso degli ambienti rococò progettati da Filippo Juvarra e Giovanni Tommaso Prunotto, che nella Real Fabrica riunirono i migliori artisti del tempo: dagli arredi alle boiserie, dai dipinti murali alle sovrapporte istoriate, per arrivare a serramenti, camini e al seminato alla veneziana dei pavimenti. In particolare, a partire da giugno saranno visibili in tutta la loro magnificenza gli affreschi dei miti di Diana di Michele Antonio Milocco, il pregaddio del celebre ebanista Pietro Piffetti, le decorazioni a grottesche con intrecci vegetali, figure cinesi e putti di Giovanni Francesco Fariano e i trompe-l’oeil di Pietro Antonio Pozzo.  

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"I Savoia a Fossano": presentati gli atti del Convegno del 13 novembre scorso

Ad appena 2 mesi, dal convegno tenutosi a Fossano, presso il Museo Diocesano di Fossano, il 13 novembre scorso, casualmente data fausta e coincidente con il 444° anniversario della fondazione dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, convegno dal titolo "I Savoia a Fossano: un legame oltre il tempo (1314-2016)", sono stati presentati a Fossano, dai rispettivi relatori, tutti ormai noti per la puntuale attività documentale sulla città ed il suo territorio, gli atti pertinenti gli interventi effettuati nell’occasione.

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lunedì 30 gennaio 2017

La Monarchia ha realizzato le libertà più autentiche - quarta parte

Action Française
Si sente il bisogno di un uomo che sia veramente al di sopra dei partiti, indipendente da essi. E questo non può essere che il Re. E' certamente un bene, mi si dirà, restaurare l'autorità dello Stato aa, che succederebbe della libertà, delle libertà?
Ebbene, proprio la Monarchia risponderebbe alla esigenza che soprattutto oggi si fa sentire di restaurare e proteggere le libertà.
La dottrina ufficiale repubblicana pretende che non vi fossero libertà, né in Francia né altrove, prima della rivoluzione francese del 1789. Niente di più falso. Ci si può semmai domandare se la rivoluzione francese non segni l'avvento dei regimi totalitari.
Nella vecchia Francia, il sentimento di libertà era molto sentito - Alessio di Tocqueville ce ne ha lasciato ampia testimonianza.
L'autorità del Re non era affatto in contraddizione con le libertà dei francesi. Essa era, al contrario, protettrice contro gli abusi dei grandi e dell'amministrazione.
E' contrario alla verità storica parlare d'una dialettica tra il Re ed il Popolo. E' piuttosto contro la feudalità che il Re si è opposto. Le libertà si sono sviluppate a mano a mano che si è rafforzata l’autorità regale.
Lo libertà di cui godevano i francesi nell’antico regime erano innanzitutto libertà collettive. L'antico sistema era una società di ordini e di corporazioni. Questi ordini e corporazioni costituivano di per se stesse delle garanzie per l'individuo, che vi trovava la propria valorizzazione.
La rivoluzione ha sostituito una Libertà astratta, con una Elle maiuscola, alle libertà concrete dell'antico sistema. Essa ha soppresso le prerogative di innumerevoli comunità ed ha lasciato l'individuo disarmato dinanzi al potere del denaro e della Stato. Così la rivoluzione francese ha permesso lo sviluppo del capitalismo liberale con il seguito di ingiustizie, in attesa di introdurre lo Stato tecnocratico e totalitario da cui noi siamo oggi minacciati. La sovranità popolare non è affatto una garanzia di libertà. Del resto la sovranità del popolo è qualcosa di diverso da un mito, di una impostura che escogitano i  detentori del potere?
La Monarchia era, invece strumento di tutela, di rinascita e di sviluppo delle libertà. In effetti, la     repubblica è talmente presa da preoccupazioni di carattere  elettorale e di tipo ideologico, da non voler     lasciare sfuggire nulla del controllo degli elettori. Pertanto, considera le libertà come una minaccia al sistema.
In Monarchia, per contro, il potere, essendo affrancato dalla servitù dell'elezione, non ha nulla da temere per il nascere di opposizioni se consente, ad esempio, più autonomia alle comunità locali.

La Monarchia ha una naturale propensione a disimpegnarsi di molti dei compiti che lo Stato si è accaparrato, cui adempie male e che normalmente non gli competono.
Inoltre, la Monarchia non ha ideologie da far prevalere. Essa può accettare il pluralismo ideologico dei Francesi, dal momento che questo pluralismo non costituisce minaccia al potere della Monarchia, che si fonda soprattutto su una naturale autorità morale.
La Monarchia, pertanto, potrebbe permettere anche un rafforzamento delle autorità locali e professionali in rapporto alla propria forza. Solo un Potere forte può decentrare. Oggi lo stato, per quanto possa essere persino tentacolare, è eminentemente fragile, ciò che lo rende diffidente nei confronti dei corpi intermedi.

Tra il Re e le collettività territoriali o professionali, le molteplici associazioni di interesse si istituirebbe naturalmente un dialogo, il dialogo dell’interesse generale e degli interessi particolari, con il Sovrano in funzione di estrema istanza.

E così come vi possono essere conflitti tra l'interesse generale e gli interessi particolari, altrettanto si possono manifestare conflitti tra le diverse collettività. Il Re eserciterebbe, in tal caso, il suo arbitrato. In repubblica, non esiste un arbitro dotato della sufficiente credibilità; non vi sono che partiti e classi in lotta gli uni contro gli altri.
Nel concludere questo capitolo sulle libertà reputo opportuno sottolineare lo sviluppo che ha assunto, ai giorni nostri, il concetto di decentramento, sia che si tratti di un decentramento comunale o che riguardi quello provinciale, universitario o culturale. Si constata ugualmente conte si diffonda l'idea della necessità di una collaborazione tra i    partners sociali e di una partecipazione nelle relazioni di lavoro. Idee eccellenti che corrispondono senza dubbio alle aspirazioni dei Francesi.
C’é tuttavia, da rilevare come, in repubblica queste idee, lungi dal procurare innanzitutto la pace sociale, sono deviate e divengono segni di contraddizione.
Lo stesso Ente Regione, di recente creazione, appare come un’istanza supplementare di contestazione politica e, per parere il colpo in questa maniera corso, patere in carica cerca di assicurarsene il controllo. Questo non impedisce il regionalismo, che, in alcune zone, sconfina nel separatismo, contro il quale si leva il giacobinismo.
La cooperazione e, la partecipazione, dal conto loro, non sono considerati dai sindacati che si ispirano alla lotta di classe che come dei mezzi per rendere intensa la guerra  la  sociale, Gli stessi accordi conclusi con lo Stato e con la con la parte datoriale non sono, nella loro considerazione, che degli armistizi assolutamente effimeri. Quanto alla    partecipazione essi non  lo concepiscono che come un mezzo per imporre un potere sindacale irresponsabile nelle aziende.
Ci si rende, dunque, conto come la repubblica, avvelenando i rapporti sociali crea ostacolo alla rinascita dei corpi intermedi ossia alle autentiche e più importanti libertà.
La terza esigenza politica  della Francia è costituita dalla necessità della interpretazione del potere reale presso il potere. Ed è, infatti,  un grosso problema, quello delle relazioni tra governanti e governati.
Come    può il potere far conoscere le sue idee, il suo programma, le sue intenzioni, la sua politica ai francesi? Come può venire a conoscenza delle aspirazioni e delle esigenze del popolo?

Si sa, al riguardo, il ruolo importante che gioca la televisione, ma si tratta, purtroppo, di un veicolo di informazione a senso unico. Vi sono anche le conferenze stampa, cui  De Gaulle conferiva l'aureola di una grande messa solenne e che, con Pompidou, è divenuta una sorta di messa delle ore 11, avendo parte riservata al dialogo rivestito un po' più di importanza.
Vi è di certo che la rappresentanza parlamentare, ma ogni giorno di più si deve prendere atto del deperimento del suo ruolo e della sua inefficacia. Vale la pena deplorarlo? In fondo, il Parlamento  non rappresenta che delle opinioni, o , piuttosto, la geografia delle opinioni in un determinato momento. Quale valore accordare a questa opinione male informata, intrisa di pregiudizi passionali, fluttuante, manipolata da ogni sorta di propaganda e nella cui formazione il danaro ha un ruolo così importante?  Non è la Francia che vive e che lavora. Non è la Francia reale.
D'altra parte, questa rappresentazione detta «nazionale», cumula le funzioni di rappresentanza e di potere, dal momento che nella attuale costituzione oltre a fare il governo si preoccupa anche di farlo cadere.
Ed in effetti, il parlamento rappresenta male  i Francesi. Esso è solamente un nido di intrighi, nel quale i partiti si affrontano per impadronirsi del potere.

Ora, se è vero che la Monarchia non consentirebbe il predominio dei partiti attraverso il Parlamento sarebbe peraltro in grado di garantire ad una autentica Rappresentanza delle forze vive del Paese reale di esercitare pienamente il proprio ruolo. Poiché questo è conforme alla sua tradizione.
L'antico sistema ha conosciuto gli Stati Generali e gli stati provinciali. Alla vigilia della rivoluzione Luigi XVI prese a creare assemblee provinciali in tutta la Francia. E' questa tradizione che è andata perduta, dal momento in cui si è attribuito a delle Assemblee nazionali un potere sovrano.
La Monarchia permetterebbe  la messa in pratica della distinzione tra potere a rappresentanza. Ed i rapporti fra l'autorità della Corona e gli organi rappresentativi non si fonderebbero sulla reciproca diffidenza,  come accade attualmente per i rapporti tra governo ed assemblea.
Perché in Monarchia i deputati, pur se i diversi punti di vista possono non collimare, non esaspererebbero le divergenze sino alla lotta senza quartiere perché la ragione della disputa noti sarebbe l'impadronimento del potere, come accade normalmente oggigiorno. In altri termini , non  si tratterebbe di un confronto competitivo ma semplicemente mente collaborativo.
Ed, in effetti, il potere reale ricercherebbe la collaborazione della Rappresentanza del Paese dal fine di non porsi contro la volontà della Nazione e per evitare esplosioni di rivolta.
Ne, d'altro canto, la Rappresentanza  - ossia gli Sfati Generali - avrebbero difficoltà a collaborare   in un fruttuoso rispetto dei ruoli e delle funzioni. Così si otterrebbe quella società più raccolta ad unita che evocava il 18 gennaio 1974 su « Le Monde. Questa maggiore coesione nazionale non sarebbe frutto della sottomissione totale e cieca ad un capo, ma sarebbe il risultato di una reale partecipazione di tutte le forze vive delle Nazione.
Una partecipazione che la repubblica, quale essa sia,  è incapace di assicurare.

Come voi vedete, dunque non si può considerare   la restaurazione della Monarchia un ritorno al passato.
Essa non significherebbe che il rinnovamento delle tradizioni politiche feconde che hanno fatto la grandezza del Paese.


Poiché la Monarchia rappresenterebbe, infine, un nuovo sistema. Un Sistema moderno. Come affermava all'inizio di questo secolo Filippo  VIII, Duca d'Orleans:   La Monarchia,  tradizionale per principio, sarà moderna nelle sue istituzioni.

domenica 29 gennaio 2017

MARGINALMENTE n. 117 del 28.gen.2016

di A. Biella
La dignità della monarchia                                      
Prima di leggere questa rubrica dovete guardare bene la foto che questa settimana vi propongo perché ancora una volta è lì la notizia. Guardata? Bene, quella signora che porta i suoi due  bambini in bici nella neve è “semplicemente” la Principessa Mary , moglie del Principe Frederik di Danimarca, erede al trono di quell’avanzato Paese del Nord Europa. E la foto non è stata scattata durante una vacanza sulla neve, ma è “semplice” quotidianità. Ogni mattina, infatti, la Principessa Mary accompagna  i suoi due gemelli con quel  triciclo a pedali, percorrendo la strada da Palazzo Reale alla scuola d’appartenenza. Così, semplicemente: senza auto blu, senza scorta, senza bambinaie, ecc. 

Forse dobbiamo renderci conto che nel mondo, di principesco, sono rimaste solo le caste della nostra malata Italia  dove l’ex premier Renzi aveva preso in leasing da Etihad un aereo da 168 milioni di euro, così grande che non poteva neanche atterrare a Fiumicino. Ogni tanto mi chiedo se la Corte dei Conti esiste solo per chiedere ragione del malaccorto uso del denaro pubblico a un assessore del comune di Vattelapesca o se può “sbirciare” anche qualche conticino un po’ più imbarazzante.
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