NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 18 maggio 2014

Umberto e Maria José. Ultimi principi al Palazzo

16 APRILE - 15 GIUGNO

Il Palazzo Reale di Torino dal 16 aprile riapre al pubblico il percorso completo dell'Appartamento dei Principi di Piemonte in cui è allestito il percorso di mostra Umberto e Maria José. Ultimi Principi a Palazzo. 

A Torino la presenza del "principe charmant" - sin dal 1925 - e poi della sua bellissima consorte - dal 1930 - aveva portato una ventata d'aria nuova in Palazzo, dove si susseguivano ricevimenti, udienze, funzioni religiose ufficiali e private, balli, viaggi.
Tutto veniva annotato dai prefetti di Palazzo nelle loro agende che fungono oggi da fil rouge della mostra che vuole ricordare i momenti della vita dei principi: il fidanzamento e il fastoso matrimonio, l'arrivo del corteo a Torino, la vita a corte, gli sport e i viaggi, le nascite dei quattro principini...
Una storia lunga venti anni: dalla vita solare degli inizi e alla conclusione a Cascais, dove Umberto resterà in esilio per oltre un trentennio. Nel 1976, ad un giornalista che gli chiedeva che cosa gli mancasse di più nella vita, rispose con la consueta sobrietà "Il mio Paese".

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Orario: 8.30 – 19.30 (chiusura biglietteria ore 18.00) – Visite guidate in orari prestabiliti in biglietteria
Biglietto:
intero € 6,50
ridotto € 3,25 (18 – 25 anni)
Gratuito (minori 18 anni / maggiori 65 anni / insegnanti con scolaresche / guide turistiche / personale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali /membri ICOM / portatori di handicap e accompagnatori)
Martedì, mercoledì, giovedì e domenica visite guidate da personale ministeriali
Venerdì e sabato visite guidate dai volontari dell'Associazione "Amici di Palazzo Reale " onlus

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sabato 17 maggio 2014

I monarchici scrivono a Renzi per riportare i Savoia in Italia

Carlantonio Solimene c.solimene@iltempo.it Da qualche giorno sulla scrivania del presidente del Consiglio Matteo Renzi, accanto agli spinosi dossier economici, c’è anche la lettera dell’Unione...


Da qualche giorno sulla scrivania del presidente del Consiglio Matteo Renzi, accanto agli spinosi dossier economici, c’è anche la lettera dell’Unione Monarchica Italiana che reclama il ritorno in Italia delle salme dei Savoia ancora sepolte all’estero.
«Dopo quasi settant’anni - si legge nella lettera scritta dal presidente dell’Umi Alessandro Sacchi - il Re Vittorio Emanuele III riposa ad Alessandria d’Egitto; la Regina Elena, Sua consorte, riposa a Montpellier. Nello stesso Paese, in Savoia, nell’Abbazia di Hautecombe, sono sepolti Umberto II e la Regina Maria Josè».
«In nome di una comunità silenziosa della quale fanno parte molti milioni di italiani che guardano l’Istituto monarchico come possibile soluzione di molte incognite nei percorsi costituzionali, ma anche in nome di una ritrovata concordia nazionale che forse la mia e la Sua generazione potrà raggiungere - continua Sacchi - Le rivolgo istanza affinché le spoglie dei due ultimi due Re d’Italia e delle Loro Consorti siano finalmente traslate in Patria, al Pantheon di Roma».
Adesso si attende un riscontro da parte di Renzi che, stando a quanto si vocifera da settimane in ambienti monarchici sarebbe pronto a prendere almeno in considerazione le possibilità tecnico giuridiche di una simile operazione. «Sono maturi i tempi per far terminare serpeggiante guerra civile che dura da 70 anni - spiega a Il Tempo Alessandro Sacchi - poiché sono venute meno le ragioni di fondo di quelle scelte, ovvero l’esilio dei vivi. È un dovere morale della Repubblica riprendersi salme con tutti onori al Pantheon». Ma Sacchi va oltre, mettendo in discussione tutto l’impianto repubblicano dello Stato. «Ritengo che Italia sia matura per discutere della revisione dell’articolo 139 della Costituzione - spiega – era una scelta comprensibile nel 1948, quando il margine tra repubblicani e monarchici era esiguo. Ma ora una norma che comprime fortemente la sovranità popolare va ridiscussa».
[...]

giovedì 15 maggio 2014

Castello ducale di Aglié: “Un’ora di storia” Re Carlo Felice


Tutti invitati all'incontro che si terrà al Castello Ducale di Agliévenerdì 23 Maggio 2014 alle ore 17.00, nel Salone di S.Massimo.
Sarà ospite il Prof. Michele Ruggiero, docente dell'UNItre di Rivoli, e parlerà dell'importante figura storica dell'ultimo re dei Savoia, Carlo Felice, importante per la residenza alladiese nella quale risiedette e trasformò insieme alla consorte Maria Cristina di Borbone Napoli a partire dal 1824 quando Carlo Felice la ricevette in dono da sua sorella Marianna, vedova di Benedetto Maurizio duca del Chiablese.
Carlo Felice, …"altezzoso distacco che rivelò per la borghesia, diffidenza verso gli intellettuali e il rancore verso nobili liberali gli alienarono le simpatie dei sudditi, gli atteggiamenti perentori lo resero inviso persino alle corti straniere…questo e molto altro ci racconta il Prof. Ruggiero anche nel suo ultimo libro dal titolo: "La Storia Ritrovata" - Carlo Felice Re di Sardegna - di Michele Ruggiero Neos ed. Storia che a partire dal 23 maggio sarà presente anche presso la Proloco di Agliè.

Presso Castello Ducale di Agliè23/05/2014

I Collari dell'Annunziata dei Savoia erano in comodato: andavano restituiti alla morte dell'insignito. Hanno fatto fuori anche questi

di Riccardo Ruggeri  
A Torino, al fondo della via Po, a poche decine di metri dal civico 9 di piazza Vittorio dove c'era la nostra portineria, dominava il palazzo dell'antiquario Pietro Accorsi. Mio papà ne parlava con grande rispetto per come si era opposto a Benito Mussolini. Nel '35 aveva comprato, avendo come sponsor addirittura il Principe di Piemonte Umberto di Savoia, la grande collezione Trivulzio-Belgioioso, in quel di Milano, con l'idea di portarla a Torino. Irato, Mussolini non lo permise, ma Accorsi, grande mercante, ottenne, in cambio della rescissione del contratto, il “Ritratto d'uomo” (1476) di Antonello da Messina, che ora è a Palazzo Madama (l'affare della vita per Torino). Luigi Einaudi gli affiderà il riordino dell'arredamento del Palazzo del Quirinale: ne uscirà un capolavoro.
La sua immensa collezione personale di raffinatissimi arredi del '700 italiano ed europeo, e il palazzo al civico 55 di via Po che la contiene sono parte della Fondazione Accorsi-Ometto. Una Fondazione che ha, per me, lo stesso fascino di quella di Yves Saint Laurent-Bergé, pur così diverse, per la capacità che hanno entrambe di trasferirti sensazioni e sensibilità di un'altra epoca, di uomini colti e sensibili rivolti all'arte. Solo in questo luogo poteva tenersi una mostra (“I cugini del Re”, fino al 29 giugno) dei celebri Collari dell'Annunziata, la più antica e alta onorificenza di Casa Savoia, che equiparava l'insignito al rango di cugino del Re. All'inizio, non potevano essere più di 22, e nobili da almeno 5 generazioni, poi le regole divennero più lasche.
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http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1888425&codiciTestate=1

martedì 13 maggio 2014

Le salme dei Savoia dividono i monarchici

Il Partito Real Democratico contro l’Umi: «Riportarle in Italia? Lo chieda la famiglia»





Il ritorno delle salme dei Savoia in Italia riaccende vecchi rancori. E il fronte dei monarchici si spacca anche per motivi di successione. Persino un’operazione gradita a tutti i rami della famiglia, la sepoltura al Pantheon delle spoglie dei quattro sovrani attualmente tumulati all'estero, rischia di trasformarsi in un duello tra i «fan» di Vittorio Emanuele IV e quelli di Amedeo di Savoia.
I fatti. Nelle ultime settimane in ambienti monarchici si è fatta insistente la voce di un impegno del governo Renzi per favorire la sepoltura in Italia degli eredi dei Savoia. Così l’Unione Monarchica Italiana, per voce del presidente Alessandro Sacchi, ha deciso di cogliere la palla al balzo annunciando una lettera al premier (ancora non inviata) per sollecitarlo a stringere i tempi. Nel frattempo, dalle colonne del Tempo si sono uniti all'appello i rappresentanti dei due rami della famiglia reale: Emanuele Filiberto e Amedeo di Savoia.
[...]
http://www.iltempo.it/politica/2014/05/12/le-salme-dei-savoia-dividono-i-monarchici-1.1248946

Nota dello Staff
Nulla di nuovo: siamo sicuri che tra un po' ci saranno monarchici che non vorranno la monarchia. Pur di farsi dispetti.

lunedì 12 maggio 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - VI

Cittadini, mutilati, combattenti, festeggiano il primo anniversario della marcia su Roma.

Sbarco di truppe Italiane a Corfù
Fra tanto imperversare di ire e rancori giunge la tragica notizia dell'eccidio della Missione italiana a Janina che ha indotto Mussolini all'impulsivo e pericoloso gesto dell'occupazione di Corfù e fa convergere l'attenzione del mondo e la simpatia anche di molti dissidenti italiani verso di lui, quale reazione alla campagna denigratoria del Foreign Office e della stampa britannica. 



Gli onori alle salme dei Caduti Italiani
L'atto espiatorio della Grecia davanti alle navi d'Italia mentre i morti di Janina salpano verso la Patria tocca i cuori e le anime anche meno sensibili le quali vedono in Mussolini il difensore della dignità nazionale. Vi è tale entusiasmo all'estero che il governo di Poincarè premuto dall'opinione pubblica francese fa di tutto per salvare Mussolini quando è costretto dall'Inghilterra ad abbandonare l'isola. Persino il Corriere della Sera si rammarica della condotta dei giornali stranieri e aggiunge: «Ora è impegnata l'azione. Opportunamente il governo chiede che la piazza sia calma, che l'opinione pubblica sia silenziosa ed aspetti. Del governo sono la direzione e la responsabilità. Il Paese è disciplinato e fedele all'onore».
La flotta greca rende omaggio alla Bandiera Italiana nella rada di Falero

Per la celebrazione del primo anniversario della marcia su Roma il Comitato dell'Associazione fra Mutilati dirama precise istruzioni dove fra l'altro è detto: «La nostra partecipazione sarà, non nel rango degli spettatori abulici che accettano il fatto compiuto, ma nel ruolo degli attori, di quelli che delle gesta furono i lontani profeti e furono i primi martiri, che la predissero e la prepararono nel sacrificio delle trincee».
 L'Associazione, Combattenti solidarizza con questo comunicato: «In tutte le località l'intervento dei combattenti dovrà essere uguale a quello dei mutilati di guerra, in guisa che alla luce della più perfetta armonia l'Italia di Vittorio Veneto rechi il suo saluto alla giovinezza che compì la marcia su Roma e attinse il fremito del rinnovamento nazionale dalla gloria indistruttibile della trincea. I combattenti attenderanno il corteo fascista per salutare, in nome dell'Italia vittoriosa in guerra, l'Italia redenta nella pace e per formulare, nella composta eloquenza dei silenzio, il voto fervidissimo che le forze due volte vittoriose diano alla Patria che attende, il suo fulgido destino di concordia e di grandezza. Tale è il significato della partecipazione che il Comitato Nazionale ha indetto nella sua qualità di rappresentante della moltitudine dei grigio-verdi, moltissimi dei quali sotto la camicia nera lottarono, sanguinarono morirono per la rivoluzione nazionale ».
A capo scoperto il popolo di Roma saluta i suoi Caduti

Il Partito Mazziniano pubblica a sua volta un manifesto nel quale si legge. «Ricordiamo! Un'ondata di follia demagogica infuriava in Italia: tutti i partiti bolscevizzanti dal repubblicano ufficiale all'anarchico cantavano Bandiera Rossa con voci rauche di odio a lungo represso, di devastatrici visioni e di orribili sopraffazioni a lungo accarezzate».
Il Presidente del Consiglio va a Torino ed il corrispondente del Corriere della Sera, dopo avere descritto l'arrivo alla stazione e la rivista passata alla Milizia ed ai «moschettieri», così narra: «La folla che in piazza Carlo Felice si è addensata più fitta che altrove prorompe in un lungo applauso, sventolando cappelli e fazzoletti. Dai balconi sono lanciati fiori. Echeggiano grida di evviva. Le fanfare intonano gli inni patriottici e fascisti. Il corteo si ordina faticosamente. La vettura che porta l'on. Mussolini si può muovere solo lentamente, a passo d'uomo. Il Presidente passa sotto un nutrito lancio di fiori; gli applausi e gli evviva al suo indirizzo sono incessanti». Alla sera grande fiaccolata in piazza Castello dove dal palazzo della Prefettura Mussolini parla alla folla. Riceve poi una commissione di liberali piemontesi i quali lo «ringraziano dell'opera possente compiuta, intesa ad ottenere la riaffermazione dell'autorità statale e la ricostruzione nazionale».

Alla Fiat - scrive il cronista dello stesso giornale - «la grande massa delle maestranze ha ascoltato con la più deferente attenzione il discorso del duce».

A Milano alla folla adunata a piazza Belgioioso Mussolini chiede se sia disposta a continuare la marcia ed a spingerla a fondo «verso altre direzioni». E la folla urla: «Si!».
A pochi giorni di distanza è celebrato con grande solennità fra cortei e manifestazioni popolari l'anniversario della Vittoria. A Roma la manifestazione dura tre giorni. Il Corriere della Sera, scrive che «la ricerca di alloggi è stata affannosa; nei giardini, nelle piazze, stalle, gradinate delle chiese, nei caffè, ovunque si è bivaccato; le fanfare hanno riempito di marcie e di inni le vie cittadine». Mussolini è in testa al grande corteo che passa per corso Umberto fra due fitte ali di folla e si avvia alla tomba del Milite Ignoto. «Applausi e fiori - continua il giornale - ai mutilati e alle medaglie d'oro; applausi ai fascisti di Zara, Fiume e della Venezia Giulia; acclamazioni particolarmente nutrite alle note della marcia reale e della Leggenda del Piave. Terminata la cerimonia i dimostranti, sempre con Mussolini in testa, si recano al Quirinale a rendere omaggio al Sovrano. La piazza è gremita. Il Re riceve le rappresentanze e queste sono in tal numero e si succedono così rapidamente che Egli è costretto a rimanere per interi minuti nella posizione di saluto. Ad un certo momento la folla che si pigiava dietro i cordoni in piazza del Quirinale e in via 24 Maggio «è riuscita a romperli e si è riversata fin sotto il balcone reale plaudendo freneticamente».

In questa circostanza Piero Gobetti così critica gli avvenimenti su Rivoluzione Liberale: «II recente tentativo di creare il mussolinismo accanto al fascismo è stata la prova più pietosa della mancanza di dignità degli italiani non fascisti. La gara nel servilismo non poteva svelarsi più   ripugnante. Dopo un anno di esperimenti gli italiani non hanno imparato nulla. Il signor Giovannini continua ad offrire la sua collaborazione; i combattenti conie Arangio Ruiz e Savelli non chiedono che di ubbidire lealmente al Duce, di sostituire i ras in tutti i servizi; i socialisti unitari e i confederali non rifiuteranno la collaborazione tecnica: essi si dispongono al sacrificio solenne per salvare le organizzazioni e il proletariato Chi dice di resistere parla a sproposito di Italia libera e con metodi perfettamente fascisti si nasconde dietro l'equivoco simbolo della medaglia d'oro di Rossetti. Ma la cosa più buffa sarà la lega democratica di Bonomi. Anche Bonomi dichiara di non essere aprioristicamente antifascista. Sul terreno della libertà e del consenso anche Bonomi tratterà per la collaborazione. Se queste nostalgie per il potere nascondono un calcolo macchiavellico, bisogna sorridere per l'ingenuità di Bonomi e dei suoi amici. La loro vanità si direbbe proprio allegra se non hanno ancora capito di essere dei vinti. Essi sperano di giocare Mussolini sul terreno parlamentare e con le astuzie della politica. Essi non si sono accorti che Mussolini li vale tutti, che la ricchezza dei suoi espedienti è addirittura fantastica, che devono confessarsi novellini di fronte al nuovo domatore e alle sue capacità di non tener fede ai patti, di guadagnare la popolarità ad ogni costo, di asservire abbagliando e lusingando ». E così conclude: «Dopo dodici mesi di esperienza noi ripetiamo l'esortazione dell'intransigenza: e questo per la nostra forza».


Ma l'opinione pubblica è sempre più che mai orientata verso Mussolini. Egli ne approfitta per iniziare la costituzione dello Stato-Partito e della dittatura personale. Al primo anniversario della marcia su Roma ha fatto dare carattere di festa nazionale confondendolo con quello prossimo della Vittoria; ordina le dimissioni della Giunta esecutiva del partito e contesta ai «ras» provinciali il diritto di porsi al di sopra dei Prefetti, che devono rimanere la massima autorità alla quale debbono obbedienza assoluta tutti i cittadini. Mussolini intende ora governare lo Stato coi suoi organi statutari.

giovedì 8 maggio 2014

CONVEGNO SALERNO CAPITALE D'ITALA E GLI AVVENIMENTI 1943/44

ISTITUTO NAZIONALE PER LA GUARDIA D'ONORE ALLE REALI TOMBE DEL PANTHEON

      PROVINCIA DI SALERNO


CONVEGNO   
Salerno Capitale d'Italia e gli eventi del 1943/44






Lunedi 12 Maggio 2014 Palazzo della Provincia


Ore 15:00 Saluto del Presidente della Provincia On. Antonio Iannone

Ore 15:15 " Salerno Capitale d'Italia", Prof. Massimo Mazzetti, professore emerito dell'Università di Salerno

Ore 15:45 " Le Forze Armate nella Guerra di Liberazione", Gen. Enrico Boscardi, Prof. Ciro Romano

Ore 16.30 "Alfredo Covelli nel Centenario della nascita" Ing. Domenico Giglio, presidente del Circolo Rex

Ore 17:00 Dibattito e conclusioni

Il Presidente dell'Istituto Capitano di Vascello Ugo d'Atri
Il  Presidente della Provincia On. Antonio lannone

martedì 6 maggio 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - V

Benedetto Croce afferma essere un «dovere» riconoscere i benefici del fascismo.

Benedetto Croce, interrogato sulla polemica dal Giornale d'Italia (27 ottobre) spiega come le forme degli Stati e dei Governi vengano dissipate e sostituite non da una critica teorica, che si eserciti su di loro, ma dalla presenza e dall'azione di altri gruppi che rappresentano o fanno sperare una maggiore utilità sociale. « Se volete mettere ciò in forma negativa spiega il Croce - ricordatevi di Matteo Visconti che, scacciato da Milano, se ne stava tranquillo a pescare sul lago di Garda, e a un milanese che gli domandava quando avrebbe ripreso il dominio di Milano rispose serenamente: Quando la somma delle bestialità di coloro che ora governano avrà superata quella delle bestialità compiute da me.
«Fate voi l'applicazione ai casi presenti, e lasciate che aggiunga che non mi sembra tanto facile superare presto la somma delle bestialità commesse, in Italia, nei primi anni del dopo guerra!
«Nel fatto, dunque, non esiste ora una questione di liberalismo e di fascismo ma solo una questione di forze politiche. Dove sono le forze che possano, ora, fronteggiare o prendere la successione del governo presente? Io non le vedo. Noto invece grande paura di un eventuale ritorno all'anarchia del 1922. Per un tale effetto nessuno che abbia senno augura un cambiamento».
Dopo avere espresso la necessità di instaurare in Italia il Partito Liberale, e avendogli l'intervistatore chiesto se non vi era una contraddizione fra questa sua fede liberale e l'accettazione e giustificazione da lui fatta del fascismo, testualmente Croce risponde:

«Nessuna contraddizione. Se i liberali non hanno avuta la forza e la virtù di salvare essi l'Italia dall'anarchia in cui si dibatteva, debbono dolersi di se medesimi, recitare il «mea culpa» e intanto accettare e riconoscere il bene da qualunque parte sia sorto e prepararsi per l’avvenire. Questo è il loro dovere».
Contemporaneamente la segreteria del P.L. «ricorda alle sezioni, a proposito della commemorazione della marcia su Roma, che l'avvenuta restaurazione dello Stato e dei valori nazionali si compì col consentimento e con l'opera di quanti liberali trassero dalla degenerazione dei costumi parlamentari la volontà di un rinnovamento che restituisse la lotta politica e le istituzioni fondamentali dello Stato alle migliori tradizioni nazionali. Tale consentimento il P.L rinnova anche oggi partecipando alla celebrazione dall'avvenimento storico, nella ferma fiducia che l'opera dei partiti nazionali assicurerà le maggiori fortune alla Patria ». Il presidente Bozzino manda a Mussolini un telegramma di solidarietà «in quest'ora nella quale si commemorano, con la marcia su Roma, i martiri tutti della Rivoluzione Nazionale». Ferdinando Martini, luminare del liberalismo nostrano, parlando a Monsummano si duole di avere un tempo votato a favore dal suffragio universale, ed approva in pieno la rivoluzione fascista e la conseguente dittatura, in nome del vecchio liberalismo.
In quanto al Partito Socialista è sempre in piena babele, dilaniato dalle lotte intestine, mentre la Confederazione del Lavoro - nella quale Bruno Buozzi e D'Aragona difendono la collaborazione col fascismo - è in continuo attrito coi massimalisti che puntano sulla più assoluta intransigenza. Essa fa dichiarare a mezzo del suo organo Battaglie Sindacali che bisogna considerare il fascismo come «un fenomeno di singolare eccezione che tiene il potere ben saldo nelle mani, disposto a difenderlo con ogni mezzo», e conclude sulla necessità di coadiuvare le forze che convergono alla pacificazione. Infatti si tentano e si stringono qua e là accordi fra socialisti e fascisti, il che non evita il ripetersi di fatti dolorosi, come l'uccisione selvaggia di don Minzoni a Ferrara, l'assalto al villino di Nitti, e a fine d'anno l'aggressione a Roma di Amendola, bastonato e ferito in pieno giorno nel centro della città.

Nel seno stesso del fascismo imperversano le scissioni e le beghe personali tra intransigenti e revisionisti, e fra i primi i più accesi sono Farinacci e Curzio Malaparte, mentre Massimo Rocca invoca l'abbandono della violenza, sostenuto fino a un certo punto da Mussolini che è discusso dai suoi stessi seguaci. Circa i rapporti fra il Duce ed il fascismo sono significative queste osservazioni della Voce Repubblicana: «La devastazione della casa di Nitti è stata compiuta non solo a insaputa dell'on. Mussolini (il che è ovvio), ma anche contro i suoi sentimenti, tanto è vero che l'on. Nitti era venuto a Roma munito di una lettera assicuratoria di lui, Mussolini. Avvenuto il fatto l'on. Mussolini ritenne suo dovere deplorarlo pubblicamente; ma, prima di essere licenziato alla Stefani, il suo pensiero fu incarcerato, non sappiamo personalmente da chi». Dopo avere accennato ad un discorso tenuto dal Duce a Monterotondo e ad un'altro nella redazione del Popolo d’Italia nei quali erano chiare le allusioni per un riavvicinamento all'opposizione, il giornale così conclude: «E' certo, intanto, che l'aggressione contro l'on. Amendola, avvenuta dopo il discorso di Monterotondo e prima della pubblicazione della nota conciliativa nei giornali ufficiosi, ha un suo riposto significato. L’on. Mussolini dunque è prigioniero».

domenica 4 maggio 2014

Appello dei monarchici a re Matteo

Pronta la lettera dell’Umi per chiedere il rientro delle salme reali in Italia. Già con Letta questione valutata. Sblocco dopo le anticipazioni de Il Tempo





Apparentemente tutto nasce da un invito. Quello spedito dall’Umi, Unione Monarchica Italiana, al presidente del Consiglio Matteo Renzi, con il quale si chiedeva al premier di partecipare ai festeggiamenti per il settantesimo compleanno dell’associazione, tenutisi ieri a Roma. La risposta di Renzi, costretto a disertare la manifestazione non per motivi «ideologici» ma semplicemente per un’agenda troppo intasata, ha rappresentato per l’Umi la conferma di quanto in ambienti monarchici si vocifera da tempo. E cioè che l’attuale inquilino di Palazzo Chigi non sarebbe del tutto ostile a portare avanti una pratica da troppo tempo aperta sui banchi dei vari governi succedutisi nel corso degli ultimi anni: quella del rientro in Italia dei Savoia sepolti all’estero. E così, nei prossimi giorni, il presidente dell’Umi Alessandro Sacchi dovrebbe prendere carta e penna per sollecitare ulteriormente l’esecutivo a prendere posizione in una querelle che, da qualsiasi ottica la si guardi, mette in gioco il destino delle spoglie di un capo di Stato italiano.
In realtà, però, la questione del rientro delle salme dei Savoia non si è riaperta solo negli ultimi giorni. Basta riavvolgere il naso di qualche mese. Siamo alla fine del 2013, in Egitto infuria la rivolta e Ugo D’Atri, presidente della Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon decide di sensibilizzare l’allora premier Enrico Letta al destino delle spoglie di Vittorio Emanuele III, custodite ad Alessandria. Nella missiva, come rivela ai primi di dicembre il settimanale Oggi, la Guardia d’Onore si dice anche «disponibile a coprire l’onere finanziario dell’operazione». Come? Grazie a un lascito ereditario di Umberto II che il «re di maggio» avrebbe vincolato proprio al trasferimento in Italia della salma del padre.
[...]

sabato 3 maggio 2014

I nostalgici del Re fanno festa. E Renzi pensa a un bel regalo

Fra i monarchici voci sul rimpatrio dei Savoia sepolti all’estero. A Roma il settantesimo anniversario dell'Unione Monarchica


Negli ambienti monarchici la voce si fa sempre più insistente. Qualcuno alza gli occhi al cielo e sospira: «Magari, sarebbe un bel gesto, il primo vero atto di pacificazione nazionale». Qualcun altro è più scettico: «Se ne è parlato tante volte, ma alla fine non se ne farà nulla». Di cosa si tratta? Per adesso solo di un’idea, o di un progetto che è ancora nella fase embrionale. Il governo Renzi starebbe valutando l’opportunità di far rientrare in Patria le salme dei Reali attualmente sepolte all’estero. Proviamo a chiederne conferma all’avvocato Alessandro Sacchi, presidente dell’Unione Monarchica Italiana che oggi, a Roma, festeggia i primi 70 anni di vita. «Sì - conferma Sacchi - qualche voce è arrivata anche alle mie orecchie». E poi si scioglie in un sorriso che sembra sottintendere qualcosa di più di un semplice sentito dire.
Le salme «espatriate» dei reali sono diverse. Vittorio Emanuele III, ad esempio, riposa ad Alessandria d’Egitto. «L’Italia è il solo Paese al mondo nel quale non potrei entrare per deporre un fiore sulla tomba dei miei genitori - raccontò anni fa Umberto di Savoia al Corriere della Sera - ma continuerò a battermi perché possano riposare al Pantheon». Sua madre, la Regina Elena del Montenegro, dal 1952 è sepolta invece in una tomba comune del cimitero cittadino a Montpellier. Lo stesso Umberto II, con la moglie Maria Josè, è stato tumulato nell’Abbazia di Altacolomba, nella Savoia francese.
Perché Renzi dovrebbe interessarsi al destino di queste salme. Oltre ai motivi più «nobili», ce ne sono altri di opportunità. Il mondo monarchico italiano, per anni vissuto quasi in clandestinità, in realtà rappresenta un settore della società in crescita, con tanti insospettabili ammiratori anche tra i più giovani. «Alla nostra associazione - spiega l’avvocato Sacchi - sono iscritti persino alcuni militanti del M5S».
[...]

giovedì 1 maggio 2014

Dichiarazioni di Re Umberto sul Fascismo e sulla guerra.


Sul sito dedicato a Re Umberto II un'intervista "giovane" del Re in esilio, rilasciata in Egitto pochi giorni dopo la scomparsa di Re Vittorio Emanuele III.

Stringata, è interessante per valutare anche l'evoluzione e la maggiore "diplomazia" acquisita in seguito dal nostro Sovrano al trattare certi argomenti.
Buona lettura.

mercoledì 30 aprile 2014

L'ingegnere Domenico Giglio su "Sette" del Corriere della Sera

La presa del potere da parte di Mussolini


Alcune settimane fa, rispondendo, su Sette, a un lettore che aveva definito legale e parlamentare l'avvento al potere di Mussolini, lei aveva invece definito violenta la conquista del potere da parte fascista con la Marcia su Roma Mi spiace dover replicare che era esatta l’affermazione del lettore in quanto le squadre fasciste furono fermate a decine di chilometri dalla Capitale, ed entrarono pacificamente a Roma, a Governo già costituito, il 31 ottobre, sfilando da Piazza dei Popolo al Quirinale, e ripartendo nella serata con i treni speciali appositamente organizzati. La crisi di governo apertasi con le dimissioni dell'on. Facta il 27 ottobre, era stata risolta con l'incarico di formare il nuovo Governo, affidato dal Re, sentiti i
Presidenti Camera e Senato e altre personalità, all'on. Mussolini dopo che era fallito il tentativo di Salandra ed essendo Giolitti osteggiato dal Partito Popolare di Don Sturzo. Cosi ottenuto regolarmente il mandato Mussolini formò un governo di larga coalizione, dove erano presenti ministri e sottosegretari dei Partito popolare, fra i quali l’allora giovane Giovanni Gronchi, demosociali, liberali e indipendenti, per cui presentatosi alla Camera dei Deputati, presieduta da Enrico De Nicola, dopo il consueto dibattito ottenne la fiducia con 306 voti favorevoli, 116 contrari e 7 astenuti. Questa è storia inconfutabile. Il mito della marcia fu creato a posteriori dal fascismo già affermatosi per dare una immagine gloriosa della sua nascita e di questo vi è testimonianza e documentazione autorevole in un libro uscito nel 2012 dal titolo Mussolini a pieni voti , di Aldo Mola (edizioni del Capricorno), e anche nel recentissimo volume Dittatura e Monarchia, di Domenico Fisichella (editore Carocci). Ho citato questi due libri per chi voglia approfondire l'argomento e non voglia supinamente accettare la “vulgata" della presa dei potere di Mussolini.

 dr. ing. Domenico Giglio


Gentile Domenico, non le citerò la bibliografia che sostiene la presa del potere da parte di Mussolini non democratica: occorrerebbero tre numeri di Sette. Seguendo il suo discorso, le faccio notare che una pistola puntata alla tempia, anche se non spara, è sempre una minaccia. E non bastasse, la invito a leggere un qualsiasi storico serio che ricostruisca il delitto Matteotti (1924) e ciò che è avvenuto subito dopo.

Nota dello staff
Risposta non pertinente ci permettiamo di commentare: davanti ai numeri si risponde con i numeri e non con i paragoni.
Bravo Ingegnere!

martedì 29 aprile 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - IV

I partiti in crisi - Benedetto Croce contro le opposizioni ed in difesa del fascismo così come i  popolari ne vogliono  il trionfo

Alle minacce mussoliniane liberali, demosociali e popolari rispondono con atti di sottomissione  ione. Anzi, l'on. Luigi Fera, personalità spiccata della democrazia massonica afferma che «i democratici trovano nel fascismo i principii fondamentali su cui si ispira la dottrina democratica». Di Cesarò e Salandra, Orlando e Gasparotto si trovano l'uno accanto all'altro nella difesa di uno stesso indirizzo, di uno stesso sistema di governo. Enrico Ferri, il vecchio tribuno socialista dominatore delle folle nell'ante guerra, in una intervista all'Echo de Paris dichiara: «Durante quest'anno Mussolini ha compiuto il lavoro - malgrado la mancanza di collaborazione dei comunisti, dei socialisti, e dei repubblicani - che il nostro Parlamento non avrebbe potuto compiere in dodici anni ».
Vilfredo Pareto - che non fu mai favorevole allo Stato etico e che nel suo Trattato prevedeva la necessità per i governi di ricorrere all'occorrenza all'uso della forza - già nell'aprile scriveva: «Poiché l'ordinamento parlamentare si dimostra incapace di sistemare, economicamente e finanziariamente il paese, deve sorgere un nuovo ordinamento che si provi a compiere l'impresa. Tale bisogno non si sente solo in Italia... ».
Tutte le direzioni dei partiti fiancheggiatori ed i loro gruppi parlamentari che ne sono l'espressione dichiarano di essere favorevoli alla proroga dei pieni poteri. Eppure questi in materia finanziaria possono togliere molte occasioni e possibilità di discussioni sulla politica interna e quindi minori occasioni di critica al governo e maggiore possibilità di tener chiuse le Camere.

La reazione contro la stampa coincide con i rigori eccezionali disposti dal governo contro gli studenti. Mentre si rende ai giornali la vita impossibile polizia e camicie nere infieriscono davanti alle Università dove si protesta contro la riforma Gentile. La scuola viene ridotta ad una caserma, ciò che autorizza Mussolini a definirla «la più fascista delle riforme». La imposizione del giuramento ai professori - giuramento di sottomissione e fedeltà ad un partito - ed una infinità di disposizioni rendono la riforma perfettamente intonata alla politica generale del fascismo.       Avvengono dimostrazioni a Torino, a Napoli, a Genova, a Bologna, e contro gli studenti di questa interviene Mussolini che telegrafa ad Arpinati: «E’ ora di finirla»; e lo elogia per il rigore usato nella    repressione. A Napoli le dimostrazioni sono fra le più violente ed è ordinata la chiusura dell'Università.       Vengono bastonati studenti, combattenti e mutilati, mentre l'on. Giunta, segretario del Partito Fascista telegrafa al fascio di Genova: « Picchiate sodo contro studenti provocatori agitazioni e scioperi». La riforma Gentile è il bersaglio delle opposizioni. Benedetto Croce si schiera contro di queste con una lettera  al Giornale d'Italia nella quale insinua come nella campagna vi sia qualche cosa di «non naturale», di «artificiale», malgrado un suo amico acerrimo   antifascista - egli dice - gli abbia spiegato che  con queste agitazioni si sperava di aprire «una prima breccia nel fascismo».
Il Gran Consiglio, forte della solidarietà data al governo dalla presenza di ministri liberali e democratico-sociali, lancia il proclama nel quale le camicie nere della Milizia da 300.000 sono portate a 500.000 onde costruire «l'armata formidabile ed invisibile destinata a garantire la continuità del Governo fascista». Dopo avere affermato che la «rissa civile è terminata», così continua il proclama: «La paralisi attuale delle opposizioni non deve attenuare la combattività dei fascisti. Le maschere che cadono ci rivelano la grinta di altri nemici, che finalmente si dichiarano tali. Il torbido ed imbelle prete siciliano ed il partito che fa capo a lui devono essere considerati come nemici del governo e del Fascismo; altrettanto dicasi del socialismo unitario, raggruppato attorno ai vecchi fantocci deteriorati dal riformismo ».

Paralisi e crisi si determinano in tutti i partiti, ed un particolare travaglio tormenta i democristiani la cui crisi si accentua con le dimissioni del senatore conte Grosoli, già presidente dell'Azione Cattolica. Il disagio ha origine dal dissidio eminentemente politico esistente fra i cattolici italiani, dissidio nato prima ancora della costituzione del partito, quando cioè un congresso di Giunte diocesane nel 1919 radunate per concretare certe attività religiose, assunse un aspetto politico definito e si rivelò la tendenza di Miglioli. Mentre Longinotti evocava i martiri di Belfiore e Meda esaltava la Vittoria, Miglioli rispondeva che la nuova storia d'Italia cominciava a Caporetto. Questo dissidio permarrà fino al 2 giugno 1946 con il trionfo della frazione anti-patriottica, anti-Risorgimento, anti-unitaria, che sfocerà nella tesi repubblicana e tanto poco cristiana, ispirata ad addossare alla Monarchia errori e colpe che furono esclusivamente del partito popolare democristiano.
Si intensificano le polemiche per la discordanza nei rapporti col fascismo e si scatena una violenta campagna fra le due tendenze, e qualcuno solleva la necessità di una revisione del programma. Risponde l'on. Cingolani, segretario del gruppo parlamentare, in una intervista al Corriere della Sera: «Una revisione del programma? Ritengo siano sufficienti le nostre dichiarazioni ed i nostri atti favorevoli alla collaborazione col Governo, perché noi vogliamo che l'esperimento fascista si compia e riesca ». Il Cingolani rafforza la sua tesi nel far presente come egli e don Sturzo abbiano votato contro l'ammissione nel partito di Miglioli, l'indomabile accanito nemico del fascismo. Al Congresso provinciale di Torino convocato per discutere i rapporti fra fascisti e popolari questi mandano un telegramma al Re che in quel momento assume il significato di approvazione..al nuovo esperimento politico. Il gruppo parlamentare presieduto da De Gasperi approva un ordine del giorno nel quale si delibera di «consentire la proroga dei pieni poteri straordinari al Governo». In sostanza i popolari si dibattono fra Miglioli demagogo bolscevico, don Sturzo riformatore confusionario, e Luigi Meda pacato conciliatore.
La direzione del Partito Liberale che ha oramai un organo ufficiale proprio nel Giornale d’Italia, dichiara di solidarizzare col governo «sorretto dal consentimento nazionale» e ammonisce il Paese a «non intralciare l'opera con manifestazioni anche generose». Ma intanto si sta svolgendo un'aspra polemica fra liberali e fascisti, alla quale partecipano i grandi quotidiani: Il Mondo, l'Epoca, L'Idea Nazionale, L'Azione, La Tribuna, La Stampa, Il Giornale d'Italia. Questo osserva come essa sia perfettamente inutile in quanto che serve solo a dare la sensazione di un profondo dissenso che c’è fra le due principali correnti d'opinione che appoggiano l'opera di ricostruzione nazionale: cioè la fascista e, quella che tradizionalmente si chiama liberale e nient'altro è se non l'opinione della quasi totalità della borghesia italiana più laboriosa e fattiva. E continua affermando che la diversità fra fascisti e liberali è di temperamento e di forma, non di sostanza. I convegni provinciali del partito tacciono in proposito, o per lo meno mancano di indicazioni precise circa determinati atteggiamenti. Vi sono in lizza due concezioni liberali del fascismo: quella che subordina il partito allo Stato e l'altra che invece identifica il fascismo con lo Stato e col governo, e questo modo di valutare il fascismo è oramai in atto quasi ovunque. I liberali non dicono quale concezione preferiscano ma collaborano con la seconda, che è la sintesi dall'anti-liberalismo, la pratica distruzione del concetto liberale. La polemica si inasprisce e le denigrazioni fasciste sono sanguinose ed ingiuste. Si falsa anche la storia: «Tutti sanno che l'Italia è stata governata per alcuni decenni dai liberali e che, come risultato del lungo reggimento, è stata ridotta all'agonia ed è stata raccolta moribonda dal movimento fascista». Evidentemente si vuole ignorare il Risorgimento, il progresso economico, l'espansione coloniale e Vittorio Veneto, avvenimenti maturati in clima liberale.

La critica è tutta sulla dottrina, nell'opera passata del liberalismo, sul «metodo liberale». I grandi quotidiani danno eccezionale sviluppo alla polemica con distese intestazioni in prima pagina. Ma l'idea liberale non ha trovato il difensore delle grandi realizzazioni del cinquantennio, il tribuno degno di tanta grandezza. Oramai fra i liberali non si parla che di collaborazione, anzi di dedizione, malgrado si tenti, parallelamente alla polemica, di mettere il bavaglio alla stampa con le elezioni all'Associazione della Stampa di Roma dove i fascisti non vogliono riconoscere la nomina del senatore Bergamini passato definitivamente all'opposizione.

sabato 26 aprile 2014

Le carte scomparse dei Savoia sarebbero a Madrid

L'ex ambasciatore Bondioli Osio avrebbe scoperto il destino dei faldoni più scottanti
Le carte dell'archivio che Re Umberto II (1904-1983), durante l'esilio, custodiva nella sua residenza portoghese a Cascais, «relative al periodo 1915-45 e destinate all'Archivio di Stato di Torino», sarebbero «scomparse».
Questa rivelazione si trova in un articolo che l'ambasciatore a riposo Mario Bondioli Osio, dal 1995 al 2003 presidente della Commissione Interministeriale per il recupero delle opere d'arte, ha scritto per il nuovo numero di Nuova Storia Contemporanea, diretta da Francesco Perfetti. Non solo. «Un armadio pieno di faldoni» relative al '900, al fascismo, alla luogotenenza di Umberto II e ai rapporti tra Vittorio Emanuele III e Mussolini «sarebbe stato visto a Madrid in casa di un amico dei figli dell'ultimo re d'Italia», scrive sempre l'ex ambasciatore. Poche righe, ma sufficienti a riaprire il giallo sulle carte dei Savoia, o meglio su quei faldoni che dopo il 1993 non sarebbero mai arrivati all'Archivio di Stato di Torino.
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http://www.ilgiornale.it/news/cultura/carte-scomparse-dei-savoia-sarebbero-madridlarchivio-umberto-1014070.html

venerdì 25 aprile 2014

I gioielli di Casa Savoia



Le gioie in dotazione alla real casa sono un gruppo di gioielli ufficiali utilizzati dalle regine di casa Savoia nelle cerimonie e negli eventi importanti. Furono smontati e riordinati per volere della prima sovrana d’Italia Margherita. Infatti per il suo matrimonio furono creati i primi pezzi che vennero integrati negli anni fino alla creazione, per i 15 anni di matrimonio, del gran diadema nel 1883. Da questa data non furono più sottoposti a modifiche e il loro numero non fu più incrementato, come è dimostrato dall’inventario fatto dalla ditta Musy in quell’occasione e da quello effettuato nel 1946. Questi gioielli, come quasi tutti quelli più importanti della famiglia, vennero ideati e creati dalla gioielleria Musy, fondata nel 1706 e attiva ancora oggi, ditta fornitrice di casa Savoia dalla metà del XVIII secolo. La sovrana era solita indossare molti gioielli contemporaneamente tanto da essere paragonata, più di volta, a una madonna votiva nel giorno della processione.

La regina Margherita li portò fino al regicidio di Monza (29 luglio 1900), dopodiché scrisse di suo pugno: “le Gioie della Corona sono state consegnate a Sua Maestà la regina Elena, mia nuora, il giorno 2 Agosto 1900 in Monza”. Da questo momento i gioielli furono conservati nella cassaforte numero 3 del Quirinale e affidati alla custodia del ministro della real casa, al quale quando la regina doveva indossarne un pezzo, bisognava inoltrare una richiesta e una volta avuto il gioiello Vittorio Emanuele III doveva firmare una ricevuta. Dopo l’8 settembre 1943 e la cosiddetta fuga, il re lasciò a Roma i gioielli e al ministero della real casa il compito di tenerli al sicuro dagli invasori. Infatti uno degli ordini di Hitler era di recuperarli e spedirli a Berlino. I tedeschi li cercarono prima nella capitale, poi a Torino e a Milano senza però riuscire a trovarli. Infatti subito prima dell’occupazione erano stati depositati in una cassetta di sicurezza della banca d’Italia, in seguito prelevati e murati in una nicchia dei sotterranei del Quirinale.

Dopo il referendum istituzionale, il 5 giugno del 1946 l’avv. Falcone Lucifero, reggente del ministero della real casa, si presentò alla banca d’Italia con il cofanetto a tre piani in cui erano custoditi i gioielli della corona e l’ordine di re Umberto II di riconsegnarli alla nazione ad uso di chi di dovere. Venne stilato un inventario con la descrizione dei pezzi, furono scattate delle fotografie e il cofanetto venne chiuso con 12 sigilli. In teoria oggi i gioielli dovrebbero essere ancora sigillati e il cofanetto può essere aperto solo in presenza del presidente della repubblica e del governatore della banca d’Italia. Il loro valore oggi, secondo alcune stime, si aggira sui 1.5 miliardi di euro e in totale ci sono pietre per più di 1200 carati.

La Corona Ferrea utilizzata come corona reale del Regno d'Italia perché legata sacramentalmente al territorio della penisola e perché già utilizzata in passato dagli Imperatori tedeschi per essere incoronati come re d'Italia nel medioevo. Essa venne inoltre usata anche da Napoleone nel suo regno sull'Italia settentrionale ed in seguito da tutti i re del Regno Lombardo-Veneto. Quando Vittorio Emanuele II unificò l'Italia essa venne assunta come corona reale con l'obbligo però di non essere rimossa dal Duomo di Monza dove veniva custodita da secoli e dove ancora oggi si trova. La corona è uno dei pezzi più importanti al mondo in fatto di corone non solo per la fabbricazione longobarda risalente all'VIII secolo, ma anche perché la tradizione vuole che contenga una lamina circolare ricavata dalla fusione di uno dei chiodi della croce di Cristo. In realtà il gioiello non fece mai effettivamente parte della collezione dei gioielli di Casa Savoia, ma rappresentò un simbolo della nazione italiana unita e non venne mai utilizzato durante le incoronazioni dei re d'Italia.
La Corona del Regno di Sardegna fu una corona fatta costruire nel settecento e rappresentava il simbolo politico del potere regale nel regno di Sardegna. La corona era realizzata in oro, diamanti e pietre preziose, era ricoperta di velluto rosso sul medesimo. Essa era caratterizzata dalla base in oro decorata a nodi di Savoia ed alla sommità era sormontata da una croce di San Maurizio, che si rifaceva all'omonimo ordine cavalleresco di collazione sabauda. Utilizzata per l'incoronazione di Vittorio Amedeo III di Savoia, venne trafugata come bottino di guerra nel 1795, durante l'invasione francese del Piemonte, trasportata a Rotterdam venne smontata e i suoi materiali fusi o venduti separatamente. Successivamente la corona continuò ad essere utilizzata simbolicamente nei ritratti dei re sabaudi e nei loro stemmi anche se nessuno di loro ne fece realizzare più una nuova fisicamente.

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