NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 6 maggio 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - V

Benedetto Croce afferma essere un «dovere» riconoscere i benefici del fascismo.

Benedetto Croce, interrogato sulla polemica dal Giornale d'Italia (27 ottobre) spiega come le forme degli Stati e dei Governi vengano dissipate e sostituite non da una critica teorica, che si eserciti su di loro, ma dalla presenza e dall'azione di altri gruppi che rappresentano o fanno sperare una maggiore utilità sociale. « Se volete mettere ciò in forma negativa spiega il Croce - ricordatevi di Matteo Visconti che, scacciato da Milano, se ne stava tranquillo a pescare sul lago di Garda, e a un milanese che gli domandava quando avrebbe ripreso il dominio di Milano rispose serenamente: Quando la somma delle bestialità di coloro che ora governano avrà superata quella delle bestialità compiute da me.
«Fate voi l'applicazione ai casi presenti, e lasciate che aggiunga che non mi sembra tanto facile superare presto la somma delle bestialità commesse, in Italia, nei primi anni del dopo guerra!
«Nel fatto, dunque, non esiste ora una questione di liberalismo e di fascismo ma solo una questione di forze politiche. Dove sono le forze che possano, ora, fronteggiare o prendere la successione del governo presente? Io non le vedo. Noto invece grande paura di un eventuale ritorno all'anarchia del 1922. Per un tale effetto nessuno che abbia senno augura un cambiamento».
Dopo avere espresso la necessità di instaurare in Italia il Partito Liberale, e avendogli l'intervistatore chiesto se non vi era una contraddizione fra questa sua fede liberale e l'accettazione e giustificazione da lui fatta del fascismo, testualmente Croce risponde:

«Nessuna contraddizione. Se i liberali non hanno avuta la forza e la virtù di salvare essi l'Italia dall'anarchia in cui si dibatteva, debbono dolersi di se medesimi, recitare il «mea culpa» e intanto accettare e riconoscere il bene da qualunque parte sia sorto e prepararsi per l’avvenire. Questo è il loro dovere».
Contemporaneamente la segreteria del P.L. «ricorda alle sezioni, a proposito della commemorazione della marcia su Roma, che l'avvenuta restaurazione dello Stato e dei valori nazionali si compì col consentimento e con l'opera di quanti liberali trassero dalla degenerazione dei costumi parlamentari la volontà di un rinnovamento che restituisse la lotta politica e le istituzioni fondamentali dello Stato alle migliori tradizioni nazionali. Tale consentimento il P.L rinnova anche oggi partecipando alla celebrazione dall'avvenimento storico, nella ferma fiducia che l'opera dei partiti nazionali assicurerà le maggiori fortune alla Patria ». Il presidente Bozzino manda a Mussolini un telegramma di solidarietà «in quest'ora nella quale si commemorano, con la marcia su Roma, i martiri tutti della Rivoluzione Nazionale». Ferdinando Martini, luminare del liberalismo nostrano, parlando a Monsummano si duole di avere un tempo votato a favore dal suffragio universale, ed approva in pieno la rivoluzione fascista e la conseguente dittatura, in nome del vecchio liberalismo.
In quanto al Partito Socialista è sempre in piena babele, dilaniato dalle lotte intestine, mentre la Confederazione del Lavoro - nella quale Bruno Buozzi e D'Aragona difendono la collaborazione col fascismo - è in continuo attrito coi massimalisti che puntano sulla più assoluta intransigenza. Essa fa dichiarare a mezzo del suo organo Battaglie Sindacali che bisogna considerare il fascismo come «un fenomeno di singolare eccezione che tiene il potere ben saldo nelle mani, disposto a difenderlo con ogni mezzo», e conclude sulla necessità di coadiuvare le forze che convergono alla pacificazione. Infatti si tentano e si stringono qua e là accordi fra socialisti e fascisti, il che non evita il ripetersi di fatti dolorosi, come l'uccisione selvaggia di don Minzoni a Ferrara, l'assalto al villino di Nitti, e a fine d'anno l'aggressione a Roma di Amendola, bastonato e ferito in pieno giorno nel centro della città.

Nel seno stesso del fascismo imperversano le scissioni e le beghe personali tra intransigenti e revisionisti, e fra i primi i più accesi sono Farinacci e Curzio Malaparte, mentre Massimo Rocca invoca l'abbandono della violenza, sostenuto fino a un certo punto da Mussolini che è discusso dai suoi stessi seguaci. Circa i rapporti fra il Duce ed il fascismo sono significative queste osservazioni della Voce Repubblicana: «La devastazione della casa di Nitti è stata compiuta non solo a insaputa dell'on. Mussolini (il che è ovvio), ma anche contro i suoi sentimenti, tanto è vero che l'on. Nitti era venuto a Roma munito di una lettera assicuratoria di lui, Mussolini. Avvenuto il fatto l'on. Mussolini ritenne suo dovere deplorarlo pubblicamente; ma, prima di essere licenziato alla Stefani, il suo pensiero fu incarcerato, non sappiamo personalmente da chi». Dopo avere accennato ad un discorso tenuto dal Duce a Monterotondo e ad un'altro nella redazione del Popolo d’Italia nei quali erano chiare le allusioni per un riavvicinamento all'opposizione, il giornale così conclude: «E' certo, intanto, che l'aggressione contro l'on. Amendola, avvenuta dopo il discorso di Monterotondo e prima della pubblicazione della nota conciliativa nei giornali ufficiosi, ha un suo riposto significato. L’on. Mussolini dunque è prigioniero».

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