NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 20 maggio 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - VII

Anche il Senato approva la riforma elettorale

Al Senato il 14 novembre la nuova legge elettorale trova una accoglienza favorevole quasi unanime. Il repubblicano Clemente Caldesi ed i socialisti Alfredo Bertesi e Gerolamo Gatti sono fra i più entusiasti. Il Gatti fa addirittura risalire le ragioni della legge ai principii fondamentali del 1779, ai diritti dell'uomo, alla formula liberté, egalité, fraternité «che per un intero secolo ha orientato l'opinione pubblica e i partiti politici nel nostro come negli altri paesi». Rimprovera al Partito Socialista di avere degenerato nel bolscevismo specialmente alla vigilia della guerra quando più necessitava una solidarietà fra le classi. A questo punto - prosegue - sorse un'altro partito, il popolare, il quale pareva dapprima opporsi alla degenerazione del bolscevismo, e che per contrario adottò metodi di concorrenza al bolscevismo dominante, cosicché lo si vide, soprattutto nelle sue punte più estreme che arrivarono al così detto migliolismo, adottare del bolscevismo tutte le forme più illegali e violente». Il discorso del Socialista Gatti si può dire che rifletta l'atmosfera del Senato, lo stato d'animo dei senatori. Egli aggiunge ancora: «Il fascismo, che oggi è al governo, è sorto a portare, diciamolo pure con sentimento di sincera riconoscenza, la salvezza al Paese, nella sua fase rivoluzionaria, come oggi opera per dare al Paese la ricostruzione desiderata... ». « lo ricordo la difficoltà in cui lo stesso Ministero Giolitti, il più forte ministero che noi avemmo dopo la guerra, si trovava di fronte alla invasione delle fabbriche, alla invasione dei negozi, agli arresti frequenti dei treni, alla impossibilità persino di far viaggiare i carabinieri; ricordo che l'on. Giolitti è stato persino costretto dalla ribellione in una caserma d'Italia a rinunciare al possedimento di Valona, sul quale, durante la guerra, lo Stato italiano aveva fissato i suoi diritti storici». Il Gatti invoca dai colleghi l'approvazione della nuova legge elettorale senza timore dell'origine rivoluzionaria del governo mussoliniano, poiché «la dittatura non era assolutamente evitabile quando il fascismo aveva dovuto salvare il Paese con la rivoluzione; non si fa una rivoluzione senza la dittatura! Si voti quindi la nuova legge così come è stata votata quella dei pieni poteri, anche se la dittatura continua ancora». Egli giustifica la dittatura come una necessità storica e per il suo carattere democratico. Ma qualunque siano le giustificazioni, sta il fatto indiscutibile che l'organismo dello Stato con la nuova riforma viene impregnato di spirito repubblicano. Togliendo ogni potere alla Corona, subentra in pieno nelle responsabilità future la Repubblica la cui potenzialità nefasta è ormai in atto.

Non meno esplicito è il democristiano Filippo Crispoli il quale, come il Gatti, nella esaltazione del progetto di legge contesta le dichiarazioni contrarie alla legge stessa, fatte dal liberale per eccellenza senatore Gaetano Mosca. Del resto, anche i contrari alla legge limitano - come alla Camera dei deputati - la loro avversione non al principio in sé, quanto alla percentuale del quorum; essi vorrebbero che il premio di maggioranza venisse dato alla lista che riporterà non il 25 % ma almeno un terzo dei votanti, cioè il 33%.
La Commissione del Senato relatrice del disegno di legge ne proponeva l’integrale approvazione per “ ragioni inerenti alle condizioni politiche del Paese, nella gravità di quest’ora che l’Italia vive, uscita appena da un pericolo mortale”. Ed affermava ancora “tra l’approvazione di questo disegno e la fiducia del Governo c’è un nesso inscindibile.”

Un solo oratore, il senatore Marioo Abbiate parla chiaro ed energico contro :
“Viene meno con la riforma il governo parlamentare e neppure si fa ritorno al governo costituzionale di scelta del Re.
La designazione del governo si trasferisce dal Parlamento autonomo dinnzi al corpo elettorale, ai comizi elettorali, ai comitati elettorali, ai comitati elettorali irresponsabili sostenuti da una minoranza degli elettori che può essere del 25 per cento dei votanti corrispondente al 16% per cento degli iscritti. La scelta della Corona, che può essere moderatrice ed arbitra tra i vari partiti, viene effettivamente annullata. Il malcostume parlamentare viene aggravato dal malcostume dei partiti ».

Votazione a scrutinio segreto del siegno di legge per la modifica della legge elettorale:
Senatori votanti: 206; favorevoli: 165; contrari: 41. (14 novembre 1923).
Per la cronaca e per la storia di domani rileviamo che alla votazione non presero parte alcuni senatori il cui dovere imprescindibile sarebbe stato quello di intervenire, opporsi al progetto di legge e votare contro.

Pochi giorni dopo ha luogo la votazione per la nomina di un vice presidente. Sono candidati il senatore Perla per la maggioranza devota al governo ed al fascismo, ed il senatore Quarta. Riesce il primo. L'oppositore Quarta, la cui elezione poteva essere interpretata come un monito per il ritorno alla normalità e per la fine dell'arbitrio imperante, ottiene soltanto 78 voti. Ma la responsabilità più grave delle due Camere risalta dal fatto che la dimostrazione di fiducia nel governo avvenga proprio nei giorni in cui al Consiglio dei Ministri Mussolini fa approvare il regolamento capestro contro la stampa, regolamento che con la istituzione della «diffida» mette i giornali dell'opposizione nella impossibilità di vivere. Ma va rilevato che alle minacce mussoliniane non fanno contrasto opposizioni di liberali né di demosociali né di popolari.

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