NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 29 giugno 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - VIII

Acclamazioni al Re per il nuovo regime.

Le Madri e le Vedove dei Caduti salutano il Re il 31 ottobre del 1923
Nell'estate e nell'autunno di questo 1923, anno di orientamento del fascismo verso l'assorbimento dello Stato, si sono svolte ovunque cerimonie religiose al campo, funzioni propiziatrici si susseguono nelle città, paesi e villaggi, numerosi sacerdoti partecipano agli schieramenti e spesso fanno da alfieri dei gagliardetti. Il Re va a Cremona, il feudo, di Miglioli, a Biella, città rossa per eccellenza, ed è acclamato. A Novara, che ebbe in passato sette deputati socialisti nei sette collegi della provincia passa 4 ore attraverso un vero trionfo. Sfila davanti a Lui un interminabile corteo di braccianti e di mondariso venuti dai paesi vicini. Finita la cerimonia Egli è costretto recarsi a piedi alla stazione circondato dalla folla delirante dai combattenti e dai mutilati nelle carrozzelle. A Peschiera si inaugura una lapide a ricordo della tenace fermezza del Re per la resistenza sul Piave: vi aderiscono Sforza e Orlando. Questi, intervistato dal Giornale d'Italia fa le seguenti importanti dichiarazioni che innalzano il Re ad una posizione di vera grandezza:
«Il Re fu il principale oratore di tale convegno. Con assoluta padronanza dell'argomento, egli espresse la sua ferma fede nella nostra resistenza. Come sempre avviene, data la forza di propagazione dei grandi sentimenti, questa serena e ferma fiducia, nutrita di dati positivi e di una lucida argomentazione, finì col conquistare tutti coloro che lo ascoltavano, compresi quelli che erano giunti a Peschiera con opposti criteri.
«A questo punto devo avvertire che, fin da quando pervennero le sinistre e catastrofiche notizie sulle condizioni del nostro esercito, il Re oppose sempre una fede incrollabile in esso. E' bene che il popolo sappia che l'umile soldato italiano quello che poi doveva essere glorificato come Milite Ignoto ebbe nel Sovrano un difensore tenace e commosso, anche quando era di moda far gravare su di esso le cause del rovescio militare.

«Il Re, come tutti gli spiriti superiori, non credette mai utile di soffermarsi sulle vane recriminazioni intorno al passato, e che non amava attardarsi nella ricerca della colpa, trovava note di concitata protesta quando la colpa si voleva far risalire ai soldati. A Peschiera una tale profonda convinzione doveva avere, ed ebbe, un'influenza risolutiva, dappoichè - diciamolo pure - la maggiore e la più grave obbiezione che si opponeva all'invio delle truppe Alleate, derivava dalla preoccupazione del preteso sfacelo morale delle nostre truppe fino a rendere possibile di pensare che il contagio potesse propagarsi fra quelle straniere che fossero inviate a fianco delle nostre truppe ».
Gli Alleati scesi in Italia con un pugno di uomini a far da mosche cocchiere atteggiandosi a salvatori, furono tenuti al loro posto con dignità e fermezza da Re Vittorio Emanuele III che piegava l’ultramontana tracotanza assumendo ogni garanzia per il comportamento dell'Esercito e del Paese. Ed ebbe ragione.

Ovunque il Re si rechi, nelle provincie, che già furono feudi del sovversivismo rosso o bianco, riceve accoglienze ed acclamazioni dal popolo autentico.
Non un grido, non un rimprovero, non una recriminazione, non una obbiezione contro il fascismo; si direbbe anzi che gli italiani manifestino la loro riconoscenza per avere chiamato Mussolini al potere. Altrettanto entusiastiche sono le accoglienze ai membri di Casa Reale ovunque si presentino.

Al Sovrano non pervengono che approvazioni da tutte le classi e da tutti i ceti per il nuovo regime.

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