La speculazione sull'inchiesta di Caporetto e la saggezza del Re
Ottenuta la vittoria della proporzionale
nella quale, tutti, anche i contrari ed ì non convinti sono uniti nella colpa e
nell'errore, i partiti riprendono a combattersi a vicenda. La pubblicazione dei
risultati dell'inchiesta di Caporetto porge il destro e abbondante materia. Se
i socialisti ufficiali ed i popolari infieriscono senza nascondere la loro
intima gioia per la sconfitta subita e che con sadismo gettano sul viso ai
patrioti, questi non piegano e passano audacemente al contrattacco. Scrive De
Ambris sul Popolo d'Italia: « E' vero o non è vero che alla vigilia di
Caporetto il deputato socialista Claudio Treves lanciò la parola d'ordine il
prossimo inverno non più in trincea? E' vero o non è vero che alla vigilia di
Caporetto il Papa deprecò l'inutile strage?» e termina: «Se i governanti
meritano di essere fucilati nel petto per non avere saputo evitare il disastro
i disfattisti meritano di essere fucilati alla schiena come rei di tradimento
voluto e consapevole». Anche Ardengo Soffici in un lungo articolo sullo stesso
giornale descrive l'effetto disastroso prodotto fra le truppe per il discorso
del Papa, in un momento in cui si faticava a tenere alto il loro morale. E
Guido Podrecca ammonisce: «Si vuol creare l'equivoco di Caporetto ma noi,
perdio, non lo permettiamo! Cadorna ha certo dei torti militari che solo i
tecnici possono esattamente valutare, ma Caporetto non è suo se non
indirettamente in quanto esso è un episodio assai meno militare che politico e
di esso la responsabilità grava sui neutralisti di tutti i colori».
L'iniziativa nella sua insaziabile settarietà dettata dal livore antidinastico
soffia nel fuoco della congiura sentenziando che Caporetto investe «le
istituzioni» cioè la Monarchia. La tesi repubblicana è questa: Il Re è
colpevole perché «non volle» la guerra; egli sapeva che una eventuale sconfitta
gli avrebbe fatto perdere la Corona. Il Re è colpevole anche perché « fece di
tutto » per determinare la politica della sconfitta; e la sconfitta, cioè
Caporetto. venne. Venne anche Vittorio Veneto, venne cioè la Vittoria, ma
questa ci arrise perché « la volle il popolo », nonostante l'avversione della
dinastia dei Savoia - Sembra di sognare leggendo questo capolavoro di logica.
Secondo la tesi repubblicana dunque bisognerebbe concludere: La dinastia
Sabauda sapendo che perdendo la guerra avrebbe perduto la Corona faceva di per
travolgere il paese nella sconfitta!
E' triste rilevare come, in questo
palleggiamento
di responsabilità , in questo
scambio di accuse e di denuncie nessuno pensi a ricercare se alla disfatta di
Caporetto abbia contribuito un elemento che nulla ha a che vedere con
l'atteggiamento e la condotta dei soldati (1).
Accanto alla speculazione su
questo angoscioso episodio - gli eserciti stranieri ne ebbero in più grande
stile e non ne fecero capo di imputazione a nessuno - emerge un atto di
saggezza compiuto dal Sovrano, atto col quale Vittorio Emanuele III ritorna
allo Stato la quasi totalità dei beni costituenti la dotazione della Corona,
escluse le reggie di Roma e di Torino. Sono ceduti i palazzi reali, castelli,
parchi e ville, e beni agrari che comprendono grandi tenute per una estensione
complessiva di 8.547 ettari in grandissima parte molto redditizi, i quali
passano in proprietà all'Opera Nazionale Combattenti. Inoltre il Sovrano chiede
che la lista civile venga ridotta dalla cifra di L. 14.250.000 a quella di L.
11.250.000.
Lettera di S. M. il Re al Presidente del
Consiglio Francesco Saverio Nitti:
«Caro Presidente,
«dopo la nostra grande guerra che ha
riuniti tutti gli italiani in un solo sforzo tenace, dopo le vittorie che hanno
dato all'Italia più grande sicurezza e dignità nel mondo, dobbiamo ora
riprendere con rinvigorita lena il nostro pacifico lavoro.
«Un più modesto tenore di vita deve
coincidere con un più grande fervore di opere. E' mio desiderio che parte dei
beni fin qui di godimento della Corona ritorni al demanio dello Stato, e quanti
costituiscano fondo di rendita siano ceduti all'Opera Nazionale Combattenti.
L'antico voto di sistemare nel modo più conveniente il patrimonio artistico
nazionale, che è tanta gloria italiana dovrebbe compiersi in questa occasione.
«I tesori dell'arte nostra potrebbero
essere, degnamente raccolti in palazzi dei quali ha fin qui goduto la Corona e
che potrebbero essere devoluti all'amministrazione delle Antichità o delle
Belle Arti.
«Vorrei infine che la lista civile fosse
nello stesso tempo ridotta di tre milioni ferma mantenendo
la restituzione allo Stato, che sarà da me, operata in avvenire come
nel passato, del
milione rappresentante il dovario della mia Genitrice.
«Le sarò tenuto se Ella vorrà formulare
questo mio desiderio in un disegno di legge.
«La ringrazio fin da ora e le stringo
cordialmente la mano
VITTORIO EMANUELE
Roma 11 settembre 1919.
Ma tanta generosità e saggezza se sono
accolte con simpatia dalla nazione e dai combattenti non disarmano i socialisti
nè i repubblicani che cercano ogni cavillo per svalutare la nobile donazione.
L'Iniziativa, dopo aver tolto ogni
valore alla cessione, arriva, in malafede, ad affermare che i cittadini di
Caserta sono «sdegnati contro il Re perché ha donato tesori artistici »!
(1) Nel libro di un ufficiale austriaco,
Frìtz Weber: Le tappe della disfatta, 359 pagine, editore A. Corticelli,
Milano,
che tutti gli italiani dovrebbero
leggere, poiché in esso l'autore innalza un monumento al valore, all'audacia,
allo spirito di sacrificio del soldato italiano, è rilevata l'importanza del
contributo che l'impiego dei gas asfissianti ha apportato nell'offensiva
sferrata contro di noi nell’autunno del 1917. All'offensiva prese parte la 141
Armata tedesca dotata di battaglioni lanciagas. Ognuno di questi battaglioni
poteva in una sola volta lanciare 1000 bombole di gas avvelenato e compresso
nelle posizioni italiane. Non vi è dubbio che la sua opera micidiale abbia
creato quelle zone di silenzio attraverso le quali gli austro-tedeschi hanno
potuto insinuarsi creando nei reparti colti di sorpresa un tragico
disorientamento.
Scrive Fritz Weber, pagina 131: «Non ho
mai veduto un ufficiale italiano che sia venuto meno alla sua dignità. Essi
erano e sono tutti degli avversari assolutamente
cavallereschi, valorosi, implacabili ».
A pagine 156 è descritta la fine del
reparto italiano al quale era stata affidata la difesa del lato meridionale nel
fondo valle della conca di Tolmino: «Ottocento uomini erano morti in
silenzio, come se fossero stati colpiti dal pugno di un fantasma...».
E ancora: «Il silenzio di morte che
regnò nel fondo valle della conca di Tolmino fu opera del battaglione lanciagas
tedesco ».
Pagina 166: «Gli italiani si sono
rimessi dalla sorpresa e rispondono con un rabbioso fuoco di controbatteria.
Nutriamo però la fondata speranza che il gas debba rapidamente far tacere i
loro pezzi. In principio abbiamo l'impressione di sparare nel vuoto e nel nulla
in quanto il fuoco degli italiani sì fa sempre più violento. Ma a poco a poco
esso diminuisce, fino a cessare del tutto. Il gas «Croce Azzurra» comincia
dunque ad agire. La valle, fino a Saga, nuota nelle sue nubi mortali. Anche le
tanto temute batterie delle caverne tacciono ».
Pagina 167: « Il bombardamento si fa
sempre più intenso. Laggiù, attorno alle batterie italiane della seconda e
della terza linea, nessuno deve essere più in vita ».
« ... Dei razzi si alzano dalle
posizioni di sbarramento nemiche., tre... quattro... Nella loro luce si
distendono nubi biancastre, come se la terra si fosse aperta emanando potenti
soffioni. Il battaglione lanciagas ha compiuto la sua opera ».
«Un silenzio terribile. E' l'inferno
dopo una vertiginosa e discesa nell'abisso la morte sicura, per opera del gas,
di coloro che finora erano riusciti a sfuggirla. E’ la fine per i quelli che
stanno avanzando per turare le falle aperte nelle linee. i La nebbia in mezzo
alla quale essi corrono divora i loro polmoni. I disgraziati crollano a terra o
sono costretti a fuggire ».

Nessun commento:
Posta un commento