NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 16 luglio 2015

Non lasciamo all'ISIS la tomba del Re Soldato


Lettera di S.A.R. la Principessa Maria Gabriella pubblicata su Il Giornale di oggi.
Le preoccupazioni della Principessa le avevamo già espresse diverso tempo fa. 
Se l'Italia della repubblica non riconosce la naturale destinazione del Pantheon, aggiungiamo noi, si riuniscano le salme dei Sovrani ad Hautecombe. 
Ringraziamo dal profondo del cuore la Principessa per l'iniziativa.

 
Risposta di Granzotto
 
 
Trasmettiamo il suo appello al Presidente Sergio Mattarella, gentile Principessa, certi che da risoluto e generoso rappresentate dell'unità nazionale qual è, non ne resterà sordo.
D'altronde quello che lei chiede è un atto di carità, di rispetto e di giustizia: Vittorio Emanuele III lasciò l'Italia senza che ne fosse obbligato da una ordinanza di esilio (lo stesso può dirsi, del resto, per Umberto II). Quattro ore dopo aver abdicato era già a bordo del Duca degli Abruzzi diretto verso l'Egitto. Re Farouk gli aveva offerto ospitalità nel suo palazzo di Qubbè Sarayi, al Cairo, ma Vittorio Emanuele, anzi il conte di Pollenzo, la sua nuova identità, scelse per sé e per la moglie Elena una anonima villetta a Shuma, sobborgo di Alessandria d'Egitto.
Partito con le tasche vuote, senza poter accedere al patrimonio personale - che con la XIII Disposizione finale della Costituzione lo Stato avrebbe poi avocato a sé - poté contare solo sulla generosità del monarca egiziano. Conducendo una vita ritirata, passeggiando, ricevendo i parenti che saltuariamente gli facevano visita, leggendo, pescando lungo il Delta.
Morì il 28 dicembre del 1947, il giorno seguente alla promulgazione della Costituzione repubblicana. Essendo esclusa la possibilità di seppellirlo in Italia, rifiutata l'offerta di Farouk per una sontuosa cappella nel cimitero latino, la Regina Elena, non smentendo la sua inclinazione per la semplicità e la riservatezza, scelse la piccola chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d'Egitto, dove la salma fu tumulata dietro l'altare maggiore, in un loculo sovrastato dalla scritta: «Vittorio Emanuele di Savoia 1869-1947».
Elena morì qualche anno dopo, nel novembre del 1952. Affetta da un tumore si era da poco trasferita a Montpellier, in Francia, per affidarsi alle cure del professor Lamarque, nel quale riponeva le sue ultime speranze. In quella città fu molto amata - une grande dame discrète, così la ricordano - perché col poco che disponeva prese subito a dedicarsi ad opere caritatevoli, a far del bene al prossimo, virtù che era nella sua natura. I montpelliérains glie ne furono sempre riconoscenti.
Quando morì, l'intera città francese partecipò alle esequie e le dedicò un viale al cui imbocco posero un suo busto marmoreo.
«L'Italia è il solo Paese al mondo nel quale non potrei entrare per deporre un fiore sulla tomba dei miei genitori, ma continuerò a battermi perché possano riposarvi: quel che accadrà a me non ha importanza», ebbe a rammaricarsi da Cascais Umberto II. In verità qualcosa parve muoversi quando il governo Andreotti sembrò prendere in considerazione l'ipotesi di una traslazione delle salme (anche quella di Elena cadeva sotto i vincoli della XIII Disposizione), ma alla fine non se ne fece nulla. Elena riposa a Montpellier, Vittorio Emanuele in una tomba malamente coperta da un groviglio di impolverati fiori di plastica, dimenticata dietro all'altare di Santa Caterina. Ed è ora, questo è l'appello rivolto al Capo dello Stato, che quelle spoglie tornino in Italia. Le spoglie di una donna la cui colpa risiederebbe nell'essersi unita in matrimonio a un Savoia. Di un uomo che agli inizi del secolo scorso favorì la svolta democratica di Giolitti, che per aver trascorso al fronte gli anni della Grande Guerra si meritò il titolo di Re Soldato, che congedò Mussolini col quale collaborò, certo, ma da monarca costituzionale fedele alle leggi, sostenendo di avere nelle Camere, come puntigliosamente soleva ripetere, «i miei occhi e le mie orecchie». E che comunque, in ogni modo, nel bene o nel male è un capitolo della storia d'Italia, della nostra storia.

lunedì 13 luglio 2015

Scomparso a Roma il Marchese Fausto Solaro del Borgo


Il compianto Marchese Fausto Solaro del Borgo, seduto dietro alla Principessa Maria Gabriella di Savoia, durante la manifestazione dell'Unione Monarchica Italiana a Roma, nel 2011, per celebrare i 150 anni dalla fondazione del Regno d'Italia.
E' scomparso a Roma il Marchese Fausto Solaro del Borgo, devoto collaboratore e fedele amico del Re Umberto, come tradizione della sua Famiglia che ebbe numerosi Collari della SS. Annunziata, ultimo suo padre Alfredo che la ricevette dal Re nel Natale 1982.

Al Marchese Fausto il Re affidò importanti e delicati incarichi di fiducia tra i quali quello della consegna allo Stato italiano, all'inizio del 1983, delle ultime due casse di monete della imponente collezione numismatica del Re Vittorio Emanuele III donata dal Re all'Italia, al momento della partenza da Napoli per l'Egitto il 10 maggio 1946, con una lettera al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.

Con quell'incarico affidato a Fausto Solaro, e da lui con successo eseguito in collaborazione con l'allora Presidente del Consiglio Amintore Fanfani, Re Umberto assicurò così l'unità e la completezza - evitando ogni possibile pericolo di dispersione - della più importante collezione numismatica al mondo.

Purtroppo il Marchese Solaro non riusci, con suo grande dispiacere, a vedere rispettata - come è noto - la volontà del Re di depositare presso il Museo del Risorgimento, al Vittoriano di Roma, i Collari storici e numerati della SS. Annunziata.



Il Marchese Solaro del Borgo alle spalle della LL AA RR la Principessa Maria Gabriella ed il Principe Ajmone.

 
Fausto Solaro del Borgo


Febbraio 1983:


Consegna al Governo italiano
della parte della collezione delle monete
del Re Vittorio Emanuele III
rimasta in possesso del Re Umberto II

            In occasione di uno dei miei incontri con S.M. il Re Umberto II a Ginevra, nel febbraio del 1982, il Re mi accennò al problema delle monete della collezione donata da Suo Padre, il Re Vittorio Emanuele III, al Popolo Italiano (con lettera al Presidente del Consiglio, On. Alcide De Gasperi, scritta a Napoli il 9 maggio 1946), rimaste in Suo possesso dopo la morte del Genitore. Si trattava di due cassette contenenti i pezzi più preziosi, in quanto  più antichi, che il vecchio Re, partendo per l’esilio in Egitto, portò con se (rilasciandone regolare ricevuta alla Presidenza del Consiglio) al fine di riordinarne la catalogazione. Queste monete si trovavano ad Alessandria d’Egitto al momento della morte del Re Vittorio Emanuele III, avvenuta il 28 dicembre 1947, quattro giorni prima della entrata in vigore della nuova Costituzione che prevedeva l’avocazione dei beni dell’ex Sovrano. Esse rappresentavano l’unico bene patrimoniale importante su cui la Famiglia Reale, che rischiava di restare senza mezzi di sostentamento, potesse contare sicché fu  deciso di non procedere alla restituzione. 
            Il Re Umberto mi precisò che intendeva affidare a me l’incarico di concordare con il Governo Italiano la restituzione delle due cassette conservate nel caveau del Credit Suisse di Losanna, che doveva essere effettuata in via riservata senza coinvolgere alcuno dei Suoi Consiglieri e Familiari, tutti ancora contrari a restituire un bene di così rilevante importanza patrimoniale al Paese che aveva espropriato l’intero patrimonio del Sovrano.
            All’inizio dell’estate 1982, in occasione della mia visita a Cascais del 27 luglio, fu deciso che avrei avviato in autunno i contatti con il Governo Italiano per individuare le procedure per la restituzione. L’aggravamento della malattia del Re ai primi di agosto e il Suo ricovero a Londra provocò, come tutti ricorderanno, un’ondata di simpatia per il Malato in esilio, sicché da molte parti si invocava un provvedimento del Parlamento che consentisse ad Umberto II di morire in Italia. In relazione a ciò, con la signorilità, la sensibilità e la bontà che hanno sempre caratterizzato le Sue azioni, il Re mi invitò ad astenermi dall’avanzare proposte di restituzione delle monete,  perché non voleva che un tale Suo spontaneo gesto venisse interpretato come una forma di “do ut des”.
            Nei mesi dell’autunno 1982 non parlammo della questione nei nostri incontri alla clinica londinese, se non saltuariamente, sempre sentendomi confermare la preoccupazione per una possibile interpretazione che il gesto fosse legato all’ipotetico rientro in Italia. Da parte mia continuavo a notare un peggioramento delle condizioni di salute del Re con il rischio conseguente che, con la Sua scomparsa, le monete per le quali  non avevo disposizioni scritte non venissero, dagli Eredi, più restituite all’Italia. Il 23 gennaio 1983, in occasione di una delle mie visite alla London Clinic, presi il coraggio a due mani e feci capire al Re che, date le circostanze ed i rischi connessi ad ulteriori rinvii, occorreva procedere e quindi aprire il negoziato con il Governo.
L’amor di Patria e la grande delicatezza del Re Umberto II si manifestarono ancora una volta quando volle suggerirmi di contattare, per un consiglio sulla procedura da seguire, il Sen. Giovanni Spadolini, all’epoca  Ministro della Difesa del Governo Fanfani, dicendomi “Ė il presidente del partito repubblicano, ma sono certo che, da uomo di cultura, metterà da parte in questa occasione  le sue idee politiche”. Mi diede anche la precisa disposizione che unica condizione da porre era che nessuna notizia in merito alla riconsegna fosse data prima della Sua morte.   Tornato a Roma, tramite un’amica che lo conosceva molto bene,  chiesi un incontro con il Ministro della Difesa. Il Sen. Spadolini, per incontrarmi, mi fece chiedere di che cosa intendevo parlargli e, saputolo, mi fece dire che “non vedeva la ragione perché ci si rivolgesse a lui per una questione che riguardava Casa Savoia”. Chiusa questa porta, non avendo rapporti con il mondo politico, mi rivolsi all’amico Marcello Sacchetti che mi propose di incontrare l’On. Nicola Signorello, Ministro del Turismo e Spettacolo. Eravamo intanto arrivati al 18 febbraio e l’On. Signorello, che mi ricevette subito, udito quello di cui si trattava mi disse che ne avrebbe parlato in via confidenziale con il Presidente del Consiglio Sen. Fanfani che doveva incontrare, di lì a poco, in Consiglio dei Ministri. Questo avveniva intorno alle ore 16 del venerdì 18 febbraio.
       Descrivo sinteticamente la cronologia degli avvenimenti che portarono al rientro in Italia delle monete mancanti alla collezione donata al Popolo Italiano dal  Re Vittorio Emanuele III.

Sabato 19 febbraio.

-          Ore 9,00: mi chiama al telefono il Professor Damiano Nocilla, Capo dell’Ufficio Legislativo della Presidenza  del Consiglio dei Ministri, pregandomi di recarmi a Palazzo Chigi.
-          Ore 10,30: incontro il Prof. Nocilla, il quale mi comunica di aver avuto incarico dal Presidente Fanfani di chiedermi chiarimenti su quanto a lui comunicato, il pomeriggio precedente, dal Ministro Signorello. Dopo avermi ascoltato mi chiese - essendo completamente all’oscuro su quanto concerneva la donazione del Re Vittorio Emanuele III che risaliva al 1946 - qualche ora di tempo per aggiornarsi sulla pratica.
-          Ore 15,00: seconda convocazione a Palazzo Chigi da parte del Prof. Nocilla, il quale nel frattempo aveva trovato gli incartamenti originali della donazione, compresa la ricevuta con la quale il Re Vittorio Emanuele dichiarava di portare con se le due cassette per l’aggiornamento della catalogazione, sicché  potemmo finalmente affrontare nei dettagli l’esame della procedura da seguire per la riconsegna. Durante il colloquio mi chiese di allontanarsi per andare a riferire al Presidente Fanfani che, indisposto, era a letto nell’ appartamento di Palazzo Chigi riservato al Presidente del Consiglio.
-          dopo circa mezz’ora il Prof. Nocilla mi informa che il Presidente Fanfani, pur febbricitante,  era sceso nel suo studio e desiderava parlare con me.
-          Ore 16: il Presidente, che da anni era in rapporti molto amichevoli con mio Padre Alfredo, mi accoglie nel suo ufficio con grande cordialità, esprimendo tutta la sua ammirazione per il gesto che il Re morente intendeva fare nei confronti del Popolo Italiano e, dopo essersi fatto esporre in dettaglio la situazione, con la mia richiesta di riservatezza sul mantenimento della quale mi diede la sua personale assicurazione, mi comunicò che intendeva assentarsi e mi pregava di attendere il suo rientro.
-          Intorno alle 17 il Presidente Fanfani rientra a Palazzo Chigi e mi informa che il Presidente della Repubblica Pertini, dal quale si era nel frattempo recato, anche lui riconoscente per il gesto di Umberto II,  aveva disposto che la riconsegna delle  monete avvenisse nel più breve tempo possibile, mettendo a mia disposizione l’aereo presidenziale per il loro trasporto a Roma.
-          Da questo momento in poi, seduto davanti alla sua scrivania, ho l’occasione di sperimentare l’efficienza dell’uomo Fanfani:              
§  Siamo ormai nel tardo pomeriggio, ed il Presidente del Consiglio chiama alla Farnesina l’Ambasciatore Malfatti, Segretario Generale del Ministero Affari Esteri, il quale arriva nel giro di un quarto d’ora.
§  Nel frattempo concorda con il Prof. Nocilla le modalità legali per la consegna da farsi, a Losanna, attraverso l’Ambasciatore d’Italia a Berna.
§  Chiede che l’Ambasciatore a Berna, Rinieri Paulucci di Calboli Barone, venga convocato a Roma e, a seguito dell’osservazione dell’Amb. Malfatti che si poteva parlargli per telefono, saputo che io lo conoscevo bene, lo chiama direttamente e, senza fornirgli spiegazioni, gli da disposizioni di recarsi a Losanna con il suo Cancelliere il martedì  successivo per incontrarsi con me e fare quanto gli avrei indicato.
§  Concorda con i presenti, per salvaguardare le disposizioni di massima segretezza dell’intera operazione, fino alla morte di Umberto II, di rivolgersi ai Carabinieri: il Presidente Fanfani chiama al telefono il Comandante Generale dell’Arma e gli chiede di organizzare il deposito a Roma.
-          Intorno alle 19,30 mi congedo dal Presidente Fanfani assicurandogli che avrei fatto il possibile per concludere l’operazione entro il martedì successivo e ricordo bene che lo stesso, avendo appreso da me delle gravissime condizioni in cui versava il Re Umberto, mi disse “Caro Solaro, faccia in modo che il tutto avvenga prima della morte di Umberto II e si ricordi che, se questo non dovesse avvenire, sarà solo colpa sua”.
-          Dopo aver definito meglio con il Prof. Nocilla gli aspetti legali da osservare, e predisposta una bozza di verbale di riconsegna, lascio Palazzo Chigi intorno alle 22. Viene deciso che, per garantire la massima regolarità, non avendo io alcun mandato scritto del Re, la parte formale sarebbe stata svolta da mio Padre nella sua qualità di Procuratore Generale di Umberto II, ed anche perché, non volendo coinvolgere l’Amministratore del Sovrano, era l’unico ad avere accesso al caveau del Credit Suisse dove si trovavano le cassette.

Domenica 20 febbraio.

Il Presidente Fanfani mi fa pervenire una lettera indirizzata a mio Padre, quale Procuratore Generale del Re, confermando l’accettazione delle monete ed esprimendo la riconoscenza del Governo e del Paese per il gesto del Sovrano morente.

 Martedì 22.

Alle nove mi incontro all’Hotel Palace di Losanna con l’Ambasciatore d’Italia a Berna, Rinieri Paulucci de Calboli Barone, che trovo abbastanza seccato per il modo in cui era stato trattato dal Presidente del Consiglio e, senza mezzi termini, mi dichiara che mai durante la sua carriera gli era stato chiesto di mettersi a disposizione di un “laico”, portando con se il Cancelliere Capo dell’Ambasciata, il sigillo e la ceralacca. Gli spiego tutto quanto era stato concordato a Roma ed i motivi, purtroppo molto tristi, che avevano richiesto l’adozione di una procedura di particolare urgenza con tempi brevissimi a disposizione.
Con lui e con il Cancelliere mi reco al Credit Suisse, dove incontriamo mio Padre e l’Avvocato dello Stato addetto alla Presidenza del Consiglio, Raffaele Tamiozzo, accompagnato dal Colonnello dei Carabinieri Giovanni Danese, arrivati da Roma con l’aereo presidenziale. La consegna non richiede molto tempo in quanto io avevo preteso ed ottenuto a Roma che le cassette  venissero aperte solo dopo la morte del Re, in mia presenza. 
Terminata l’apposizione dei sigilli ai due contenitori e la sottoscrizione del verbale da parte di mio Padre per la consegna, dell’Ambasciatore d’Italia per il ritiro, e dei due funzionari presenti, le cassette sono caricate sulla macchina dell’Ambasciata, vengono trasportate all’aeroporto di Ginevra e imbarcate sul DC9 presidenziale. All’arrivo a Ciampino le cassette vengono prese in consegna dal Colonnello Comandante della Legione Carabinieri di Roma e portate nella Caserma del Reparto Operativo di Via Garibaldi, dove concludono il loro periglioso peregrinare durato 37 anni da Roma ad Alessandria d’Egitto, a Cascais,  a Ginevra e, finalmente, di nuovo a Roma.
Il 25 febbraio, vedendo avvicinarsi la fine, i Figli organizzarono il trasporto del Genitore  in Svizzera all’Hôpital Cantonal di Ginevra, e  il 13 marzo  i medici  mi permisero di entrare nella Sua stanza per comunicargli l’avvenuta riconsegna delle monete; ricordo le poche parole che riuscii ad udire  “Grazie… è la più bella notizia che potevi darmi”  che mi confermarono, ancora una volta, che gli unici pensieri di quell’Uomo in fin di vita erano per il Suo Paese.
Il Re Umberto II muore a Ginevra il 18 marzo 1983. La Sua ultima parola percepita è stata “Italia”.
Il 21 dello stesso mese il Governo Italiano emette un comunicato ufficiale con il quale, dando notizia dell’avvenuta consegna delle  due cassette di monete, ricorda la generosità del gesto compiuto dal Re prima della Sua morte.
Il giorno 28 vengo convocato per l’apertura delle due cassette, che avviene alla presenza del Colonnello Ivo Sassi, Comandante della Legione Carabinieri di Roma, del Professor Damiano Nocilla, Capo dell’Ufficio Legislativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Dottoressa Silvana Balbi de Caro, Direttrice del Museo Nazionale Romano, Museo delle Terme, e di altri Funzionari del Ministero degli Esteri e dell’Avvocatura dello Stato.
La storia non finisce ancora in quanto, una volta aperte le due cassette dalla Direttrice del Museo, Dottoressa Balbi de Caro, comincia l’esame delle monete seguendo il vecchio catalogo del Re Vittorio Emanuele III (Corpus Nummorum Italicorum) e, dove dovevano esservi delle monete d’oro, si trovavano solo delle bustine vuote. Dopo circa mezz’ora in cui, proseguendo nella ricerca, si continuavano a trovare bustine vuote, nell’imbarazzo generale, si decide di sospendere il trasferimento delle cassette dalla Caserma dei Carabinieri al Museo delle Terme, per riferire al Presidente del Consiglio. Io non potevo nemmeno considerare l’ipotesi che il Re Umberto avesse trattenuto le monete d’oro senza farmene cenno; comunque, dovevo arrendermi all’evidenza. Alcuni giorni  dopo mi chiama personalmente al telefono il Presidente Fanfani, che aveva saputo del mio dramma da Nocilla, e mi informa che tutte le monete erano state trovate  in una parte della cassetta dove, evidentemente, il Re Vittorio Emanuele le aveva  raggruppate per la nuova catalogazione.
Finalmente, con la sottoscrizione di un ultimo verbale e con il trasferimento delle monete al Museo delle Terme, dove era conservato il resto della collezione donata dal Re Vittorio Emanuele III, finisce il mio coinvolgimento in una operazione fortemente voluta dal Re Umberto che mai aveva pensato di appropriarsi di quanto donato da Suo Padre al popolo italiano.

Una decina di giorni dopo ricevetti una telefonata da Palazzo Chigi: il Presidente del Consiglio Fanfani mi comunicava che, a seguito di una valutazione del complesso dei beni da me riportati in Italia per conto di un Signore a cui la Repubblica aveva confiscato tutto il patrimonio, era stato appurato che il loro valore  superava i venti miliardi di lire. Alla mia domanda se si conosceva il valore dell’intera collezione, il Presidente Fanfani mi disse che lo stesso superava i cento miliardi (anno 1983).  



sabato 11 luglio 2015

Buone vacanze!

Quest'anno sono arrivate a Luglio.
Ci vediamo tra una settimanella!

giovedì 9 luglio 2015

MOSTRE: 'Una principessa sul Cervino', il Breuil celebra Marià José di Savoia

Volle salire in vetta alla Gran Becca e ci riuscì. Oggi un volume e una mostra celebrano l'impresa della principessa Maria José di Savoia: è stata inaugurata oggi e sarà visitabile sino al 9 settembre, al ristorante Alpage di Cervinia, l'esposizione fotografica 'Una principessa sul Cervino', immagini che ritraggono Maria José di Savoia nei due giorni di ascensione alla vetta, nel settembre del 1941.
Giovedì 9 luglio, alle ore 17, sarà presentato il catalogo della mostra, curato da Mirko Fresia Paparazzo, delegato per la Valle d'Aosta degli Ordini Dinastici di Casa Savoia. Racconta Fresia Paparazzo, nella prefazione del catalogo, che alla fine del mese di agosto del 1941 Maria José di Savoia era ad Aosta per far visita ad amici e qualcuno le domandò quale avventura avrebbe desiderato realizzare in Valle. La Principessa rispose senza esitazioni: “Scalare il Cervino!”.
Al colloquio era presente anche Albert Deffeyes il quale consigliò un po’ più di allenamento e ulteriori ascensioni preparatorie. Maria José iniziò l’addestramento alpino e il 9 settembre raggiunse senza difficoltà le placche Rey, poi conquistò la Punta Tzan: si poteva dir pronta al cimento più difficile: la Gran Becca. La mostra narra i due giorni trascorsi tra Cervinia e la conquista della vetta, con immagini inedite di quelle giornate.

martedì 30 giugno 2015

Felipe VI, un anno di regno alla riconquista della fiducia



Spagna – Colpiscono l’aplomb e la calma che mostra Felipe VI. E quando scopriamo le difficoltà alle quali deve continuamente  far fronte, non possiamo che ammirare questa sua forza interiore. Come consolidare una Monarchia recente, fragile, screditata, e iniettare al Paese un nuovo anelito federatore e moderno,  di fronte alle velleità secessioniste dei catalani, di fronte a una classe dirigente screditata dalla corruzione e spintonata daPodemos, di fronte ad una gioventù che non riesce a dare il giusto valore al ruolo giocato dalla Corona nella democratizzazione del Paese e che può solo fare i conti con la disoccupazione? Questo Re alle prime armi, dallo stile serio e compito, deve legittimare la sua presenza a capo dello Stato. Finora non ha mai vacillato davanti alle prove alle quali è stato sottoposto. Suo padre un anno fa, al passaggio delle consegne,  glielo aveva detto: “Questo posto te lo devi guadagnare giorno dopo giorno”.
[...]

Racconigi: in mostra la collezione sindonica del Real Castello

In occasione dell’ostensione torinese della SS. Sindone, a prosecuzione dell’importante evento, anche il Real Castello di Racconigi ha organizzato una mostra sul tema: La collezione sindonica del Real Castello di Racconigi.
La mostra, collocata nella zona espositiva del castello al piano terra, presenta oltre novanta opere di cui alcune mai esposte, aventi ad oggetto la SS. Sindone nelle sue diverse rappresentazioni ed ostensioni, secondo un affascinante excursus storico e iconografico che si sviluppa nei secoli.

L’importante raccolta a tema sindonico, che si compone di oli, tempere, incisioni, acquerelli, ricami, lastre metalliche, è approdata al Real Castello di Racconigi per volontà del principe di Piemonte Umberto, appassionato collezionista di opere sindoniche. Durante l’ostensione del 1931, in occasione del matrimonio del principe di Piemonte con la principessa Maria José del Belgio, fu parzialmente esposta (cinquanta opere) nelle sale di Palazzo Madama a Torino.

Il principe ereditario Umberto, poi re Umberto II, appassionato collezionista di opere sindoniche, lasciando l’Italia per il suo esilio in Portogallo, affidò la SS. Sindone al Cardinal Fossati, pur rivendicandone la proprietà a Casa Savoia. Alla sua morte, avvenuta il 18 marzo 1983, dopo 531 anni di proprietà sabauda, la reliquia, pur rimanendo conservata a Torino nella cappella del Guarini, diventò proprietà del Sommo Pontefice. Nel 1998, dopo diversi anni dedicati allo studio, ai restauri ed alla catalogazione, il Real Castello ospitò la prima mostra avente ad oggetto parte delle opere sindoniche ivi depositate: La collezione sindonica e la Cappella reale a curadi Bruno Ciliento e Mirella Macera.

Così come avvenuto in passato, oggi, in occasione dell’ostensione sindonica e cogliendo l’opportunità rappresentata da Expo 2015, Racconigi può offrire al pubblico la mostra “La collezione sindonica del Real Castello di Racconigi”, nonché una serie di visite tematiche alle cucine ottocentesche seguite da momenti e cicli di degustazione nelle cucine stesse.

Le cucine, volute da Carlo Alberto, furono realizzate nell’ambito di un più ampio progetto di rifunzionalizzazione del Castello quale Residenza reale estiva; furono restaurate sotto la direzione di Mirella Macera e costituiscono il primo esempio, tra le residenze sabaude piemontesi, di recupero di ambienti aventi tale destinazione, a cui seguirono quelle di Palazzo Reale a Torino e del Castello Ducale di Agliè. I due eventi, la mostra sindonica e le visite tematiche presso le cucine, costituiscono un’occasione di “riscoperta” del Castello, nonché di ricaduta turistica sul territorio circostante.
La Mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione, al fattivo aiuto e contributo di quanti amano il Castello di Racconigi ed in particolare, la Banca di Cherasco (CN) e la IN.AL.PI S.p.a. di Moretta (CN); due realtà che credono nel territorio e nell’investire sul suo sviluppo.
In tal senso, la Mostra costituisce il punto di partenza di una più ampia attività sinergica tra Castello ed imprenditoria locale. La mostra inaugura giovedì 2 luglio alle ore 17.30 e sarà visitabile il sabato e la domenica dalle 14.30 alle 17.30 fino al 30 ottobre 2015.

http://www.targatocn.it/2015/06/29/leggi-notizia/argomenti/eventi/articolo/racconigi-in-mostra-la-collezione-sindoca-del-real-castello.html

giovedì 25 giugno 2015

Firenze. Mafalda di Savoia: «Spostiamo il Re in piazza Repubblica, con coraggio»

Principessa Mafalda


La principessa, figlia di Amedeo D'Aosta scrive al Corriere Fiorentino per sostenere il ritorno del monumento nella sua piazza d’origine, ma cambiando i bassorilievi sul basamento.





Gentilissimo direttore, 
dal suo giornale ho appreso con piacere che è intenzione dell’Amministrazione Comunale di Firenze, e in particolare del sindaco Dario Nardella, riqualificare con importanti interventi piazza Repubblica, per le celebrazioni di Firenze Capitale d’Italia, con un eventuale ritorno del monumento equestre di Vittorio Emanuele II. La statua fu commissionata dal Re ad Emilio Zocchi ed era nata per stare al centro di piazza Repubblica, allora chiamata proprio «piazza Vittorio Emanuele II», il 20 settembre 1890. Ritengo che il primo punto della pregevole iniziativa sia di qualche importanza. Mi riferisco quindi ai lavori di riqualificazione necessari alla piazza e ai vari restauri estetici altrettanto necessari in quel contesto.
[...]

mercoledì 24 giugno 2015

E intanto grazie a Waldimaro Fiorentino


Al rientro dalla prima parte delle vacanze abbiamo trovato nella cassetta delle lettere, graditissima sorpresa, due pubblicazioni del dottor Waldimaro Fiorentino, bandiera monarchica dell'Alto Adige.
Potremmo limitarci a ringraziarlo ma non sarebbe sufficiente e soprattutto non sarebbe giusto.

Abbiamo letteralmente divorato il libro sulla Grande Guerra per diversi motivi: il primo è perché l'argomento è di fondamentale importanza nella storia d'Italia e particolarmente in quella del Regno d'Italia che, giovanissima istituzione di poco più di 50 anni, seppe portare all'unità ed alla grandezza le genti di lingua italiana.
Il secondo è perché, pur se si tratta di una visione panoramica di un argomento di enorme portata, il libro è ricco di informazioni che anche ad appassionati di storia, quali riteniamo di essere, risultano nuove e spalancano ampie finestre di luce su un periodo che viene bistrattato a forza di luoghi comuni, ignorando invece quanto elevate fossero le menti che gestirono un così difficile periodo della storia patria e soprattutto anche tanti coerenti, logici, sinceri gesti per salvare la pace (fin quando si potette) e l'onore.

Il tentativo, ad esempio, di acquistare dall'Austria Ungheria porzioni di territorio nazionale pagandole in oro (come potremmo mai fare una cosa del genere adesso?).
Nel libro viene posta in risalto, ed offre importanti spunti di approfondimento, anche la grande figura del Re Vittorio Emanuele III, che da vincitore seppe pronunciare parole che solo i grandi uomini possono pronunciare nel momento della Vittoria:

"Nel Discorso della Corona del 1° dicembre 1919, Vittorio Emanuele III disse: 

«L'Italia non voleva la guerra né era disposta ad averla. Accettò la guerra come un terribile dovere per il trionfo della giustizia... All'infuori di ogni atto diplomatico di ogni accordo, di ogni trattato, al di sopra di ogni situazione, al di sopra della vittoria stessa è la giustizia. L'Italia, che partecipò alla guerra e soffrì nella guerra per senso di giustizia, vuole rappresentare una forza viva di progresso, una garanzia sicura di pace. 
La pace non è solo nei trattati e nelle sistemazioni territoriali: la pace è soprattutto nella coscienza del diritto. Vincitori e vinti hanno tutti lo stesso bisogno di lavoro e tutti hanno la necessità di rasserenare gli animi. Non vi può essere una pace per i vincitori ed una per i vinti; ma lo stesso senso di umana clemenza e di umana virtù deve essere in ogni paese»."

Questo il Sovrano che la Nazione si è onorata di avere per 46 anni.

Ancora va ricordato ciò che viene descritto nel finale del libro: il personale interessamento del Re per il sostentamento delle famiglie che avessero avuto soldati arruolati per l'Austria Ungheria che ancora non avevano fatto ritorno alle loro case, prescindendo dalle nazionalità.

E altro ancora.

Ringraziamo il dottor Fiorentino per l'onore fattoci e per aver condiviso con noi il frutto delle sue fatiche.
Ai nostri amici ne raccomandiamo la lettura.

"La prima Guerra Mondiale", Waldimaro Fiorentino, Edizioni Catinaccio Bolzano, Via Cesare Battisti 46, 39100 Bolzano


La Resistenza oltre i partigiani Per una lettura non solo «rossa»

di Aldo Cazzullo

Risposta a Giampaolo Pansa sul libro «Possa il mio sangue servire» (Rizzoli).

«Bisogna superare l’idea che tra gli antifascisti quelli che contavano erano solo i comunisti»

Attendevo con curiosità, avendo scritto un libro in difesa della Resistenza, la replica di Giampaolo Pansa, arrivata domenica dal suo Bestiario su «Libero». Curiosità dovuta al fatto che le critiche sono sempre più utili degli elogi, a maggior ragione quando provengono da un maestro di giornalismo. Oltretutto Pansa, cavallerescamente, ricorda la sera a Reggio Emilia in cui ci trovammo a fronteggiare gli energumeni venuti a impedire la presentazione del suo libro (Giampaolo tace i nomi dei colleghi che se la diedero a gambe; e anch’io taccio). Sulla Resistenza restiamo però in dissenso.


Il punto non è Piazzale Loreto. Fu un crimine: il corpo del nemico ucciso va sempre rispettato. La tesi su cui Pansa ironizza - il corpo di Mussolini fu esposto anche per comunicare a tutti, in epoca pre-televisiva, che il Duce era morto davvero e il fascismo davvero finito - non è mia, la cita Umberto Eco nel suo ultimo libro. Personalmente la trovo persuasiva. Tentare di capire il motivo di un fatto non significa giustificarlo; tanto meno può essere giustificato lo scempio che del corpo fu fatto.

[...]

Intendiamoci: molti partigiani erano comunisti. Liquidarli come fanatici che volevano solo «fare dell’Italia un satellite di Mosca» è un’argomentazione perfetta per la polemica di oggi; ma all’epoca l’urgenza era scegliere da quale parte stare, con o contro i nazisti invasori. Molti comunisti diedero la vita. Molti tacquero sotto le torture. Altri ancora si macchiarono di crimini. In Possa il mio sangue servire ho dedicato un capitolo a Porzûs, dove partigiani comunisti uccidono partigiani «bianchi» delle brigate Osoppo: tra loro c’era Francesco De Gregori, lo zio del cantautore che ne porta il nome; e c’era Guido Pasolini, che prima di essere ammazzato scrive al fratello Pier Paolo per farsi mandare dalla madre un fazzoletto tricolore, perché vuole indossare quello e non «lo straccio rosso» (divenuto pudicamente in altri libri «lo straccio russo»); nel post-scriptum Guido chiede scusa al fratello, che sa essere bravissimo scrittore, perché non ha avuto tempo di rileggere la lettera, in quanto deve «salire in montagna immediatamente».

martedì 23 giugno 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - X

Mussolini com'io lo conobbi

Mi sia qui permessa una divagazione. Si è sempre     abbondato, specie dall'antifascismo, a descrivere il tribuno romagnolo come un terribile sanguinario prepotente e intollerante. Per una certa consuetudine di   vita con lui nel 1913 e 14, quando dirigeva l'Avanti! credo di conoscere l'uomo meglio di altri che hanno giudicato solo per averlo avvicinato quando già era al governo ed all'apogeo del trionfo. Mussolini non era affatto l'infallibile come lo facevano apparire i suoi adulatori, e, nemmeno il criminale od il feroce aguzzino descritto dai suoi avversari. Soprattutto non era un ipocrita. Era, anzi un romantico ed il suo romanticismo aveva derivato dalle letture di Carlo Marx e soprattutto da Blanqui, il suo autore prediletto. Egli credeva a quello che proclamava. Era un uomo generoso. Pur essendo di idee opposte, si discuteva e mai vi fu fra di noi il minimo screzio, nemmeno quando sortiva in qualche sua bravata. Gli chiesi un giorno durante i nostri animati conversari a Milano od a Bologna dalla Marianna in Corte dei Galluzzi - alla tavola dei colleghi del Resto del Carlino: Alberto Caroncini, Nello Quilici, Pippo Naldi, Pio Gardenghi, Eugenio Giovannetti, Albini, Cavicchioli, Lucarini, Somazzi ed altri - gli chiesi a bruciapelo: «Ma insomma, qual è il tuo programma? ». Rispose risoluto: «Me a vui cmandè», io voglio comandare.

Ma era nello stesso tempo docile, timido qualche volta quasi pauroso. Sempre riflessivo ma dubbioso, e per questo ammiratore della teoria paretiana del «dubbio ».

Aveva un grande disprezzo del danaro e non manifestava mai preoccupazioni di genere finanziario. E quando un amico gli fece procurare 10 sconto di una cambiale di L. 100.000 da una Piccola banca cooperativa di Meldola, accettò sì l'avallo degli agrari reazionari, degli zuccherieri, ma il denaro servì per raddrizzare la baracca rivoluzionaria dei catoni dell'Avanti! Soprattutto era patriota: lo era a modo suo, ma lo era. Egli vedeva la Patria nella redenzione delle masse operaie, ed esprimeva un grande orrore per tutto quanto aveva carattere ufficiale. 

«Nella stessa avversione alla guerra libica - mi diceva - sta il mio patriottismo ». E sovente si vantava di essere stato espulso dall'Austria quando, redattore del Popolo di Trento diretto da Cesare Battisti, ammoniva i governanti di Vienna: «Il confine d'Italia non termina ad Ala». Certamente Cesare Battisti esercitò su di lui grande, influenza e se anche dopo la sua residenza trentina sortì o meno in espressioni di apparente antipatriottismo queste ebbero soprattutto valore di ritorsione e di effetto polemico dirette a colpire le classi dirigenti. Impressionante oratore, grande tribuno (lo ricordo al congresso socialista di Reggio Emilia del 1912), la sua parola turbava alle volte anche gli avversari. 

Ora si vorrebbe sostenere che era un  uomo mediocre pieno soltanto di presunzione Mentre invece aveva molte qualità politiche di primo ordine e, sarebbe diventato un ottimo primo ministro se gli uomini dì tutti i partiti, esponenti e gregari, non gli avessero facilitato con le loro adesioni ma soprattutto con le, adulazioni e la cortigianeria, l'ascesa alla dittatura.

La stessa sua concezione rivoluzionaria non aveva affatto visioni di rivolgimenti e sconvolgimenti apocalittici della società. Se non temessi di cadere nel paradosso vorrei chiamare la passione rivoluzionaria di Mussolini «rivoluzione riformista». Rammento, subito dopo la famosa settimana rossa del 1913 una sua curiosa espressione. Avevamo fatto assieme ad altri redattori del Resto del Carlino di Bologna un viaggio lungo la via Emilia. Mussolini era tutto contento del suo successo: «la mobilitazione è riuscita ma ci mancarono le armi». Mentre noi, nel mezzo della piazza di Ravenna eravamo divertiti davanti all'albero della libertà, discorrendo della insostenibile situazione creatasi - si vendevano polli a 50 centesimi e, si distribuiva vino gratis - egli uscì in questa affermazione: «Datemi tanto così di potere (ed indicava la punta del dito mignolo) ed io vi liquido la borghesia con le sue stesse leggi». Parole di sapore legalitario senza dubbio: niente sovvertimento catastrofico alla Carlo Marx, ma modifica della struttura sociale attraverso la legge attuale. La predicazione rivoluzionaria si riferiva soltanto alla conquista del potere: «Chi ha del ferro ha del pane » (Blanqui). «La rivoluzione è un'idea che ha trovato delle baionette » (Napoleone). Erano i suoi motti prediletti che poi collocò sulla testata del Popolo d'Italia nella sua prima maniera. Conquistato il potere sarebbe passato al riformismo metodico e realizzatore, sia pure a carattere antiborghese.

Era insomma un temperamento complesso e soprattutto insoddisfatto e contradditorio. E non è nemmeno vero che fosse sempre cocciuto e irremovibile nelle sue decisioni. Se commise errori è anche vero che nessuno osò suggerirgli altra via o non fu capace di convincerlo a fare diversamente. Tutti avevano paura di contraddirlo, nessuno osava esprimere il proprio parere. Può anche darsi che, impulsivo com'era, facesse poi a modo suo; la verità è che la paura di incorrere in richiami del segretario del partito li faceva mentire tutti; anche quelli che oggi sentiamo ripetere: «Ogni volta che andavo da lui io glie le cantavo in musica, gli spifferavo tutta la verità». Non è vero niente. Tutti erano preoccupati a superarsi negli elogi e nella cortigianeria. Era diventata una malattia, una vera epidemia. Cortigianeria dei gerarchi, cortigianeria del popolo, cortigianeria della borghesia e dell'aristocrazia, ma soprattutto quella del giornalismo. Fu questa epidemia di battimani, di esaltazione popolare, di approvazioni incondizionate che lo spinsero alla follia della guerra.

Una volta imbarcato in un'impresa non vi era più nulla da fare. Si poteva discutere e, ragionare, si poteva anche - mi diceva un giovane ministro che, gli fu accanto per parecchi anni - contrastare qualsiasi sua proposta, ma una volta presa una decisione per la quale egli cercava sempre, sicuro di ottenerlo, il favore popolare, nessuno lo smuoveva più nemmeno se i fatti gli dimostravano di avere torto. Anzi. è proprio quando aveva torto che si accaniva a voler aver ragione.

Ricordo un'episodio. Si era alle elezioni del 1921 ed i fascisti di Bologna e di Verona si erano opposti alla inclusione di due ministri nelle liste concordate. Un amico, pregato da Giolitti, mi spedisce d’urgenza a Milano a porre a Mussolini il dilemma: Accettare i due ministri nella lista o tutto il blocco nazionale va all'aria. Mi reco al Popolo d'Italia a prospettargli la situazione e dopo la prima sua sfuriata ci mettiamo a ragionare. Nel frattempo viene annunciata una commissione elettorale di Verona con a capo il generale Zamboni, che avevo conosciuto quando era comandante di brigata sul Pasubio: veniva a perorare la esclusione del ministro Luigi Rossi dalla lista. Mussolini li interroga, io espongo il mio pensiero ed i pericoli che potrebbero incorrere al blocco da questa esclusione e, la impossibilità per il Presidente, del Consiglio di correre il pericolo di lasciare a terra due ministri in carica. «Va bene - dice Mussolini rivolto ai veronesi - il ministro Rossi entrerà nella lista» Poi dispose altrettanto per quella di Bologna, dove si voleva escludere l'on. Sitta.

Rimasti soli, continuammo a chiacchierare: mi ero seduto sull'angolo della scrivania (nel suo studio non vi erano sedie) mentre egli continuava lo spoglio di una montagna (una vera montagna) di lettere. «Vedi, sono tutti candidati, tutti eroi, tutti sentono il fuoco sacro della deputazione, tutti hanno meriti speciali ed eccezionali; un esibizionismo soffocante, è la gara, la fiera delle vanità». Poi stette qualche istante come preso dallo sconforto. In quel momento entrò un giovane; lo guarda stupito: «Come? Voi siete il nuovo fattorino?». Abbassò la testa prese a fare con la penna dei ghirigori sulla cartella e soggiunse: «Ma dovevate venire jeri mattina e non vi siete fatto vivo e stamane arrivate tardi...» continuò un dolce e pacato rimprovero concludendo: «Guardate di far bene». Ma non alzò mai lo sguardo, sembrava avesse paura di rimproverarlo.

Del resto mi raccontava Ugo Clerici, il quale gli fu vicino per alcuni anni al Popolo d'Italia, che dovendo licenziare un impiegato della direzione del giornale, Mussolini non volle assolutamente farlo, pur essendo di sua spettanza: «Licenzialo tu». Strano temperamento! Infatti, non osò mai licenziare un ministro od un sottosegretario. Li dimetteva facendo loro apprendere la notizia dai giornali...


Da allora non vidi Mussolini che una sola volta di sfuggita, nel 1923 e vi scambiai poche parole: egli era come stupito che non fossi fra i suoi seguaci.

domenica 21 giugno 2015

La Grande Guerra. Conferenza di Ugo D'Andrea. Prima parte

Cari amici  ringrazio vivamente l'ing. Banti che, coi suoi collaboratori dà vita nuova a questo Circolo, ringrazio l'insigne, antico Maestro Volpe il quale mi ha fatto l'onore di una introduzione alle cose che sono per dirvi, ringrazio voi tutti di essere venuti numerosi a questa riunione per dare significato e vigore al gesto che noi compiamo.
            
Compiamo un gesto doveroso nel ricordare primi il cinquantenario dell'intervento nostro in guerra, e compiamo un atto di protesta contro l'ignoranza ufficiale d'una data che noi reputiamo fra le più gloriose per l'Italia moderna.

Abbiamo domandato, con altri senatori, al Presidente del Consiglio come il Governo si preparasse a celebrare la ricorrenza cinquantenaria dell'intervento. Attendiamo ancora risposta. Perché il Governo risponde sempre e immediatamente ai comunisti, che pretende di isolare; non si occupa degli altri partiti di opposizione.

E in tutto ciò vi è una logica; perché i comunisti non sono l'opposizione, sono invece uno stimolo per operare il peggio e per impedire il meglio.

Abbiamo saputo ufficiosamente che si commemora, per ora, la «resistenza»; si ricorderà la guerra del 1915-18 in occasione della Vittoria, e cioè nel novembre prossimo o in quello del 1968... Ma noi non sappiamo quale resistenza si possa commemorare, o celebrare, senza il retaggio glorioso di una guerra vinta. Intendiamo di una guerra combattuta contro eserciti stranieri, non di una guerra civile contro Italiani e in presenza dello straniero!

Non vi può essere spirito di italianità, non vi può essere alcun senso di patriottismo nella guerra civile, e noi pensiamo che la guerra del '45 sia da annoverate tra le lotte civili.
Cari amici, forse io non arriverò in tempo a sviluppare l'affascinante ma complesso argomento dell'intervento italiano nel '15.

A volte sembra facile affrontare certi argomenti, perché il tema è lì davanti a noi nella sua schietta sostanza; ma è poi difficile riordinare la trama del nostro dire. Mi sarebbe stato facile, come io speravo, se il nostro Gioacchino Volpe non si fosse fermato, nella sua meravigliosa storia dell'Italia moderna, esattamente al 1915 e cioè al punto dal quale io devo cominciare.
Questo significa che tutta la materia che abbiamo sotto gli occhi o serbiamo nella memoria è una materia fortemente controversa dalla quale lo storico rifugge ancora, respingendo la tentazione di affrontare le ricerche e le soluzioni necessarie.

La guerra del 1915 non si comprende senza dare uno sguardo approfondito al 1911 e alla impresa di Libia. E’ dall'impresa di Libia che la nostra generazione ha cominciato a vedere il nuovo Risorgimento d'Italia: quello del 1911 e non quello del 1945-46, manifestazione dell'antico dissolvimento d'Italia sotto le opposte influenze delle invasioni straniere.

Nel 1911 nacque appunto il nuovo Risorgimento d'Italia. Tornò al potere Gíolitti e tornò con un programma vigoroso e difforme in cui si mescolavano le esigenze della Sinistra e quelle nazionali; il suffragio allargato, anche agli analfabeti; il monopolio delle Assicurazioni e la guerra di Libia.
E’ uscito recentemente un volume di Giampiero Carocci sul
«Parlamento italiano nella storia d'Italia». Vi si riassume una discussione del 1911 alla Camera tra due eminenti uomini del passato: Antonio Salandra e Giovanni Giolitti. Giovanni Giolitti difendeva, d'accordo con Nítti, il monopolio delle Assicurazioni e Salandra lo osteggiava. Vediamo anticipati in quel dialogo molti contrasti del momento attuale tra la politica socialista e il liberalismo.

Giolitti aveva ripetuto, nel costituire il suo quarto ministero il gesto di invitare un socialista a entrare nel Governo. Il gesto era desiderato da Vittorio Emanuele che nutriva grande simpatia per Bissolati e fin dal 1902 aveva manifestato il desiderio di ottenere la collaborazione dei socialisti.

Allora era stato invitato Turati, ma Turati aveva declinato l'offerta. Nel 1911 fu invitato al Quirinale il Bissolati il quale chiese di presentarsi al Re in giacchetta e con il cap pello floscio.
Il Re fu felicissimo di riceverlo in giacchetta e con il cappello floscio. Ma anche Bissolati non poté accettare, non perché non lo volesse ma perché temeva di arrivare solo e senza alcun seguito di compagni.

Giolitti accolse nel Governo i radicali: Credaro, Nitti, Ettore Sacchi.  E  dette così al suo Ministero un programma più accentuato di sinistra. Contro il suffragio allargato ricordo un saggio di Gaetano Mosca e l'atteggiamento del «Corriere della Sera» di Albertini, che prevedeva il fatto da me ripetuto molte altre volte senza ricordare quanto aveva scritto Albertini: che il suffragio universale avrebbe messo fuori gioco, o relegato alla opposizione il vecchio Partito Liberale, il quale aveva compiuto il Risorgimento e governava il Paese dal 1848, o quanto meno dal 1861, sia pure nelle sue varie espressioni.

Ma Giolitti serbava nella manica una carta inattesa, quella della guerra di Tripoli. Fu questa una grossa benemerenza dello statista piemontese. Da dieci anni noi avevamo acceso una ipoteca sulla Libia con il consenso di tutte le Potenze: Francia, Inghilterra e Russia oltre l'Austria e la Germania nostre alleate. Era passato un decennio e questa nostra ipoteca si andava logorando, perché non si possono lasciare dei vuoti geografici, per troppo tempo, senza che ad altri nasca il desiderio di occuparli. Osservatori politici e giornalisti notavano che Inglesi, Francesi e Tedeschi si facevano vivi, da qualche anno, sulle coste libiche per ottenere dal Governo ottomano concessioni innocue: per esempio, la pesca delle spugne, o il permesso di collocare impianti radiotelegrafici, oppure di utilizzare dei porti di appoggio alle linee di navigazione; e persino di compiere scavi e ricerche. Insomma Francesi, Inglesi, Tedeschi si interessavano ai porti e alle ferrovie.
Anche l'Austria progettava di creare nuovi Consolati su tutto il territorio della Libia. Non solo ma la Francia in Tunisia e nel Sahara, l'Inghilterra in Egitto, cercavano di limare i margini del territorio libico a proprio vantaggio.


Giolitti pensò giustamente che era venuto il tempo di sciogliere questo nodo, se non si volevano perdere i diritti faticosamente acquisiti. Egli ebbe anche l'occhio a un fenomeno interno, ottimamente descritto nel terzo volume della citata opera di Gioacchino Volpe: il fenomeno del nazionalismo. 
Io speravo di vedere oggi fra noi uno dei maggiori attori, un protagonista dei nazionalismo: Luigi Federzoni*, al quale mando, a nome di tutti voi, un saluto molto cordiale.

Il nazionalismo era nato nel 1910 con una concezione totalmente nuova della vita italiana, rispetto a quella che era la posizione dei partiti e dei gruppi democratici o liberali, senza dire, naturalmente del socialismo.

Non era la riproduzione, in Italia, del nazionalismo francese, come è stato detto più volte dai suoi critici. Enrico Corradini, che ne fu certamente l'uomo più notevole, non conosceva a abbastanza il francese. Veniva da studi e scuole classiche, dove voi sapete che il francese si insegnava male o non si insegnava affatto. Comunque Corradini non leggeva l'« Action Française » e non leggeva né Maurras, né Daudet, né Bainville. E’ inutile aggiungere che quando io nel 1928 mi recai a Parigi a intervistare Maurras mi accorsi subito che egli non aveva mai letto nulla di Enrico Corradini.

Il nazionalismo francese era un movimento che si ispirava alle regole della antica Monarchia, e conduceva una lotta di tutti i giorni contro il sistema democratico della Terza Repubblica; non si può negare che esso anticipasse i tempi, se si considera quello che è avvenuto della III e della IV Repubblica e quello che avviene ora con il gollismo e la V Repubblica.

Il nazionalismo francese era per la pace e non aveva nessuno slancio verso l'avvenire. Maurras finì a Vichy con Pétaín e con i tedeschi: terribile ironia del destino.

* Mancato in Roma, alla sua eletta famiglia e all'Italia, il 24 gennaio 1967.

sabato 20 giugno 2015

Giudizio positivo su Re Felipe: la sorella coinvolta in uno scandalo: i sondaggi leniscono il dolore

A Palazzo Reale sembrerà una giornata come le altre. Re Felipe si dedicherà alle attività in calendario, presenzierà all'annuale assegnazione delle medaglie al merito civile. La Zarzuela non sarà vestita a festa, nessuna celebrazione è prevista per ricordare l'evento epocale di cui oggi ricorre l'anniversario: la sua successione a Juan Carlos nel trono di Spagna. Alla cerimonia che premia i cittadini spagnoli e stranieri distintisi per le loro attività, il sovrano pronuncerà un breve discorso per ricordare quel giorno di un anno fa in cui giurò sulla Costituzione promettendo «una monarchia rinnovata per un tempo nuovo». Niente di più.
Una scelta in linea con l'impronta che il sovrano 46enne sta dando alla Casa reale: niente fasti - in un momento in cui il Paese è ancora in crisi irriterebbero i sudditi - e un profilo sobrio, disciplinato, il più specchiato possibile. Che ha conquistato gli spagnoli: secondo il sondaggio dell'istituto Sigma Dos quasi otto su dieci lo considerano un buon re, persino all'interno di un partito non certo tradizionalista come Podemos il 55,5% esprime un giudizio positivo. E la metà dei sudditi gli attribuisce il merito di aver restituito prestigio alla Corona. Con decisioni che hanno smentito chi, all'inizio, ne paventava la debolezza caratteriale: ha stabilito un rigoroso codice di comportamento per i funzionari del Palazzo, ha vietato ai componenti della famiglia reale di fare affari e sfruttare economicamente il proprio status . Una pomata sulla bruciatura dello scandalo per corruzione che vede imputati il cognato Iñaki Urdangarin e la moglie, l'infanta Cristina. A sua sorella Felipe VI ha, solo pochi giorni fa, clamorosamente revocato il titolo di duchessa di Palma, regalo di nozze del padre Juan Carlos. L'ex sovrano aveva provato a convincere la figlia a rinunciarvi, lei aveva fatto orecchie da mercante. «Serve un patto di solidarietà con la società», è l'invito rivolto dal re, pochi giorni dopo la decisione, a una platea in cui sedeva la crème della grande nobiltà iberica.
Se Juan Carlos aveva bollato le istanze autonomiste come «chimere», Felipe pochi giorni dopo la proclamazione aveva invocato «collaborazione per il raggiungimento di mete collettive che vadano a beneficio dell'interesse generale». Diplomazia, forse fumosa, di chi sa che la questione, in Catalogna come nei paesi baschi, comunque resiste. Lo dimostra la contestazione cui il 30 maggio scorso, nell'ultimo dei numerosi viaggi a Barcellona, il sovrano ha assistito: finale della Copa del Rey, Barcellona contro Athletic Bilbao, le due tifoserie si sono messe d'accordo per coprire coi loro fischi l'inno nazionale spagnolo. Il governo ha condannato il gesto, la Casa reale ha tenuto un profilo basso.
Re Felipe è così: osserva e sta attento a non commettere errori. È elegante e secchione, così preciso da risultare a tratti noioso. Anni luce dalle intemperanze di Juan Carlos – ricordate il «Por qué no te callas?» rivolto a Ugo Chavez nel corso del vertice iberoamericano del 2007? Del resto è per questo che, come ha svelato il libro della giornalista Ana Romero Final de partida , già nel 2013 l' entourage della Zarzuela lavorava affinché l'ex sovrano, isolato e fiaccato dai problemi fisici, cedesse il posto. A un figlio che, paradossalmente, è più vecchio stile: somiglia di più alla madre Sofia di Grecia, quella con più sangue blu di tutti. E che, non a caso, resta la più amata dagli spagnoli.
Twitter @giulianadevivo