NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 6 aprile 2014

A Piacenza la Regina d'Olanda, misure di sicurezza intorno al Duomo

Piacenza - Oggi, sabato 5 aprile, Piacenza sarà teatro di una visita d’eccezione. La nostra città,  infatti, ospiterà la regina Beatrice dei Paesi Bassi. Beatrice parteciperà al battesimo della figlia del Duca di Parma e Piacenza, cerimonia che sarà celebrata in Cattedrale. La presenza della regina d’Olanda prevede imponenti misure di sicurezza. Fino alle 17 resteranno chiusi il passaggio da piazza Duomo a via Vescovado e il cancello del cortile della vicina curia. Interdetto anche il cortile che ospita l’ingresso del Duomo sul cortile di Pio IX.
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sabato 5 aprile 2014

La mostra Prigionieri dimenticati a Iseo (BS), 4-6 aprile 2014


da venerdì 4 aprile a domenica 6 aprile 2014


Iseo (Brescia), Castello Oldofredi (viale Rampa Cappuccini 3)
Mostra    Prigionieri Dimenticati Italiani nei lager della grande guerraa cura di Rolando Anni, Mirco Carrattieri, James Garimberti e Carlo Perucchetti
Filo spinato Grande GuerraIngresso libero
Visite guidate
Prenotazioni per gruppi e scolareschePer informazioni:
- Biblioteca Comunale di Iseo, tel. 030 980035, biblioteca@comune.iseo.bs.it
- Carlo Perucchetti, tel. 0522 672272, carlo.perucchetti@tin.it

http://musicaegrandeguerra.wordpress.com/2014/04/01/la-mostra-prigionieri-dimenticati-a-iseo-bs-4-6-aprile-2014/

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - I

CON LA RIFORMA ELETTORALE LE CAMERE PERFEZIONANO LA DITTATURA E TRASFERISCONO OGNI RESPONSABILITA' ALLA FUTURA REPUBBLICA

(Seconda metà del 1923)

L'on. Giacomo Acerbo
- Camera e Senato confermano la fiducia a Mussolini, disposte a prolungargli i pieni poteri. 
- I liberali sempre solidali col Governo; i popolari desiderosi che l'esperimento fascista «si compia     e riesca». 
- Deliranti accoglienze al Sovrano in tutta Italia confortano gli sviluppi del nuovo         indirizzo politico.

La Camera approva la riforma elettorale già negata dal Re a Mussolini.

La riforma elettorale fu una delle prime aspirazioni dell'on. Mussolini appena arrivato al potere. Fin dal 6 dicembre del 1922 l'Agenzia Italiana in una nota di evidente intonazione ufficiosa dichiarava che il Governo, forte della massima fiducia ottenuta dalle due Camere, era più che mai deciso ad attuare la riforma a base maggioritaria, ed aggiungeva che tale argomento «portato dinanzi alla Camera si risolverebbe in un dibattito alimentato da interessi partigiani ed individuali, mettendo in chiara luce la impossibilità di una serena e disinteressata discussione parlamentare». E concludeva annunziando che erano allo studio le modalità secondarie di applicazione della riforma secondo i propositi del governo. Dal tono di questa comunicazione si rileva come fosse intenzione di Mussolini di promulgare la riforma elettorale per Decreto Reale ma il Re rifiutò la firma e la legge dovette andare in discussione alla Camera. Contro questo progetto (che porta il nome dell'on. Acerbo) si schiera agguerrita l'estrema sinistra, mentre i popolari che avevano fatto della proporzionale il loro punto d'onore, ripiegano su posizioni intermedie, ed il Corriere d’Italia esce dall'agnosticismo in materia di legge elettorale ed annuncia che i popolari «pure essendo proporzionalisti in senso assoluto, non si rifiuteranno a fare un ragionevole sacrificio delle loro convinzioni nell'interesse del paese». I popolari infatti sono già venuti ad una transazione in seno alla Commissione dei 18 (1) e propongono «l'attribuzione dei tre quinti alla lista prevalente ». Anche il Popolo assume un tono conciliativo, e De Gasperi in una intervista fa sapere che «i popolari sono disposti a discutere un espediente il quale garantisca all'attuale partito di governo lo sbocco in una sicura maggioranza parlamentare purché dimostri - ciò che lo stato delle cose non mette in dubbio - che sa raccogliere i suffragi di una parte notevole del paese».
La democrazia sociale a sua volta, composta dei residui del radicalismo cavallottiano, approva il principio politico informatore del progetto di riforma. Solo la destra liberale a mezzo del Giornale d'Italia esprime qualche debole riserva critica di dettaglio, nel dubbio che, facendo giuocare la proporzionale e le preferenze nella lista di maggioranza si possa avere uno squilibrio politico e regionale insieme. Giolitti dichiara tutto il suo favore per il ritorno al collegio uninominale, l'avversione alla proporzionale ed accenna ad alcuni difetti del nuovo sistema maggioritario che spingerà fatalmente tutti i candidati esclusi dalla lista che si ritiene di maggioranza, a formare un blocco delle loro forze. In fondo i liberali e i democratici anelano tutti al ritorno del collegio uninominale, e commettono un gravissimo errore nell'approvare il sistema maggioritario dopo avere approvato l'infausta proporzionale senza essersi battuti in favore delle loro convinzioni. L'uninominale è ancora abolito in un momento di smarrimento e senza seri tentativi di difesa.
Si è venuti a discutere la nuova legge elettorale a sistema maggioritario proposta da Mussolini, il cui spirito paradossale si può esprimere così: «chi possiede la minoranza più forte ha diritto di dare il Governo a tutto il Paese». La discussione non assume il tono drammatico di quelle per i pieni poteri, per quanto si tratti ora di una questione che potrà portare al paese fatali conseguenze, in quanto che viene a consegnare nelle mani del Capo del Governo lo strumento definitivo della sua funzione dittatoriale: la maggioranza che dovrà legalizzare la dittatura stessa.

Pochi gli interventi e blanda l'opposizione: l'on. Girardini (soc. rif.) giustifica il fascismo col Risorgimento, e critica la proporzionale la quale « non potrà permettere mai la stabilità di un governo; si spiega con questo perché i socialisti sieno legati a tale sistema ». « Certo è - continua - che l'on. Mussolini è accolto come un trionfatore da un capo all'altro d'Italia, dovunque egli porta la sua calda parola di fede patriottica. Oggi la pubblica opinione sente in Mussolini e nel fascismo gli interpreti del suo intimo bisogno, e sente la necessità di affidarsi a questa energia. Quando dopo la vittoria della Patria le forze, disgregatrici della Nazione si allearono per ridurre la Vittoria ad una disfatta, allora sorse il nuovo partito a difenderla: il fascismo».

Filippo Turati ammonisce i liberali perché abbandonano i municipi al solo invito da parte dei fasci; si arrendono - come quello di Torino - dietro una semplice lettera: «Egli è, o signori, che le libertà sono tutte solidali. Non se ne offende una senza offenderle tutte, non si uccide quella di un partito senza uccidere quella di tutti. Invano il senatore Albertini la rivendica -unicamente e tardivamente per il suo Corriere della Sera, ed in ciò è una suprema giustizia, sebbene sia insieme una suprema condanna per gli offensori come per gli offesi».
L'on. Celesia polemizza con l'on. Paolo Cappa che chiama Bruto il quale «difende la libertà contro Cesare, che non esiste, e anche contro un Bonaparte, che non vedo sorgere da nessuna parte, né sui banchi della Camera, né da quelli del governo: noi non vediamo oggi affatto il pericolo del cesarismo in Italia». L'on. De Gasperi dichiara di approvare la prima parte dell'ordine del giorno Larussa che conferma la fiducia al governo, ma si riserva di votare contro la legge qualora gli emendamenti proposti dal Partito Popolare non trovassero una adeguata considerazione; emendamenti che si possono trovare riassunti nel seguente ordine del giorno:
«La Camera confermando la fiducia già data coi voti per la concessione dei pieni poteri e dell'esercizio provvisorio;
«riconosce che per agevolare l'opera del Governo diretta a ricostituire la compagine economica e sociale della Nazione e ad inserire le forze fasciste nella costituzione, si possa consentire che la legge elettorale politica venga modificata con l'introduzione del premio di maggioranza da assegnarsi però nella misura dei tre quinti dei mandati e qualora la lista prevalente abbia raggiunto i due quinti dei voti validi, e passa alla discussione degli articoli del progetto di legge.
Cingolani, Gronchi ».

Svolge l'ordine del giorno l'on. Cingolani il quale polemizza con l'on. Turati e riafferma la solidarietà del Partito Popolare con l'on. Mussolini. Il P.P., sottolinea il Cingolani, appoggia il Governo «malgrado le notizie di violenze subite da istituzioni care a noi, non del nostro, partito, ma quelle istituzioni cattoliche nelle quali noi abbiamo formato la nostra coscienza religiosa». L'on. Gronchi, pur dichiarandosi contrario alla legge, offre ancora una volta una «collaborazione di convenienza»; quella che Mussolini chiamò «collaborazione piena di sottintesi ».

L'opposizione, dei popolari alla nuova legge elettorale non è una lotta aperta quale si converrebbe alla gravità del momento; non investe il governo ed il suo sistema, non ha cioè carattere politico; essa è soltanto una lotta di dettaglio poiché si impernia sopra un punto di valutazione numerica, cioè si tratta di determinare quale massimo di voti dovrà ottenere un partito sopra gli altri per avere il diritto di attribuirsi un premio che la ponga al di sopra di tutti. I popolari, dichiara il Cingolani, voteranno lo art. 40 che sanziona il principio del collegio unico nazionale e che contiene uno dei principi fondamentali della legge. Essi chiedono soltanto di ridurre i seggi della maggioranza da 456 a 321, ossia dei tre quinti dei mandati alla lista più forte la quale abbia però conseguito il 40 per cento quorum - degli elettori votanti. E cioè, dare sì un premio al partito che raggiunga anche una maggioranza relativa, ma che questo premio sia proporzionato al numero di voti raggiunto dalla lista, incominciando a stabilire che merita premio solo la lista la quale, per il numero cospicuo di voti raggiunti si possa davvero chiamare la lista predominante nella nazione. Mancando questo minimo, far funzionare la proporzionale per tutte le liste. Questa la tesi dei popolari i quali poi ripiegano sul 33 % proposto dalla Commissione di minoranza. E' un ponte di passaggio e di riavvicinamento al governo proposto dai due parlamentari.

La Commissione di minoranza propone in via conciliativa il 33 per cento come quorum ed a mezzo dell'on. Bonomi mette in evidenza come questa legge possa consentire ad un partito anche piccolo di dominare (la solo la grande maggioranza dell'Assemblea legislativa, e non mette alcun freno, alcun limite, alcuna remora alla conquista dello Stato da parte di minoranze anche esigue, e potrebbe essere una legge pericolosa a causa del frazionamento del corpo elettorale.
Si sospende la seduta, e alla ripresa il presidente della Commissione di maggioranza on. Giolitti dichiara che questa, esaminata la proposta deferitale dalla Camera e sentito il governo ritiene a maggioranza che il quorum debba essere rappresentato dal quarto dei votanti. Mussolini accetta questa tesi della Commissione di maggioranza che ha proposto il 25 per cento, ma vi pone inaspettatamente la questione di fiducia, mentre giorni prima aveva dichiarato di considerare la riforma dal punto di vista tecnico e non da quello politico, e che non intendeva irrigidirsi sul progetto; di più aveva fatto dire dall'on. Acerbo che «Il Governo non eserciterà verso la Camera lusinghe, premure, pressioni di nessuna specie. La Camera sarà libera, veramente e completamente libera di approvare o respingere la riforma».

La votazione si svolge sull'ordine del giorno Larussa che suona così:

I parte: « La Camera confermando la sua fiducia al Governo;

Il parte: « approva i principi della riforma elettorale e passa alla discussione degli articoli ».

Anche sulla seconda parte il governo pone la questione di fiducia. I' Parte
Presenti 450; astenuti 7; votanti 443; maggioranza 222.
Hanno risposto Si, cioè in favore del Governo: 303; Hanno risposto No 140. (15 luglio 1923).

La Camera approva la prima parte dell'ordine del giorno Larussa.

II Parte
Presenti 451; astenuti 77; votanti 374; maggioranza 188.
Hanno votato Si, cioè a favore del Governo 235; Hanno votato No 139. (16 luglio 1923).

La Camera approva la seconda parte dell'ordine del giorno Larussa.

Messa ai voti la proposta della Commissione di minoranza (emendamento Bonomi: 33% invece del 25 come quorum) si hanno questi risultati:

Presenti 336; astenuti I; votano No 178; votano Si 157. (16 luglio 1923).

Hanno votato Si, cioè contro il governo, alcuni popolari, i socialisti, i comunisti, gli allogeni, i nittiani e l'on. Cocco-Ortu. L'esito della votazione viene accolto al grido di Viva Mussolini! (1). Il Governo ottiene soltanto 21 voti di maggioranza, ma ciò dà modo a Mussolini di dichiarare sul Popolo d'Italia che «il voto ha dato alla Camera il suo diritto alla vita e forse potrà giungere a vedere qualche altra stagione».

In virtù della nuova legge elettorale, alla lista che avrà più voti verranno assegnati due terzi dei seggi purché abbia ottenuto una maggioranza che superi il 25 % dei votanti. Questo così detto premio di maggioranza viene assegnato non sul computo per circoscrizione, ma su quello della lista nazionale, il che vuol dire che in certe circoscrizioni potranno venire eletti candidati che hanno avuto meno voti in confronto con quelli di altre liste. Con la nuova legge si seppellisce la proporzionale dopo le pessime prove fatte, ed il paese viene liberato dalla degenerazione parlamentare, ma lo consegna nelle mani di Mussolini e del suo partito. li Journal di Parigi così commenta l'avvenimento: « Il Dittatore italiano ha riportato, uno dietro l'altro, due successi così importanti come quello che lo ha condotto in Campidoglio, che gli assicurano la durata al potere nel limite delle previsioni umane. L'on. Mussolini compie un esperimento che sarà seguito da tutti i paesi con il più grande interesse ».

giovedì 3 aprile 2014

Maria Cristina Albertina di Sassonia Curlandia a Racconigi

La Madre di Re Carlo Alberto 

Reale Castello di Racconigi, Via Morosini 3, 
12035 Racconigi CN
tel. Castello 0172-84005 - tel. Direzione-0115220418
email: sbap-to.racconigi@beniculturali.it

I Savoia al Museo di Arte Antica di Lisbona

Un connubio artistico italo-portoghese totalmente nuovo e sui generis, quello che verrà a breve inaugurato a Lisbona.


Nella giornata di martedì 1 aprile il Museo Nazionale di Arte Antica ha annunciato il rinnovamento della collaborazione con l’azienda “Everything is New” e con cui presenterà, nel prossimo mese di marzo, una nuova esposizione chiamata “Os Saboias”, i Savoia.
Questa nuova esposizione sull’arte italiana del XVIII secolo aprirà le porte agli spettatori il 17 maggio, e sarà mirata soprattutto alla presentazione di opere – pitture, sculture, mobilia, suppellettili – provenienti da veri musei e residenze reali italiane, in particolar modo del territorio piemontese, essendo la mostra concentrata sul panorama savoiardo (sabaudo? n.d.staff.
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IMMAGINI DI CASA SAVOIA - VERSO LA GRANDE GUERRA


(Venaria Reale, 02 Apr 14)

PRESSO SALA DEGLI SCUDIERI DEL CASTELLO DE LA MANDRIA

SABATO 12 APRILE 2014 ORE 15,30

inaugurazione dell'esposizione

"IMMAGINI DI CASA SAVOIA - VERSO LA GRANDE GUERRA"

immagini d'epoca legate a Casa Savoia nel periodo compreso tra fine Ottocento e Grande Guerra, allestite nella Galleria delle Carrozze in collaborazione con il gruppo "Amici del Passato" di Volpiano (To)
L'esposizione è visibile fino all'11 maggio nei consueti orari di apertura degli Appartamenti Reali del Castello de La Mandria, con ingresso gratuito: dal martedì alla domenica dalle ore 10,30 alle ore 17,30.

SABATO 12 APRILE alle ore 16,00
presentazione dei volumi "Ritratti sabaudi e virtù di Casa Savoia" e "Amori e selvaggina vita privata di Vittorio Emanuele II" (Edizioni Ananke - Torino) dello scrittore grugliaschese Dino Ramella  con la partecipazione del gruppo storico "Principi dal Pozzo della Cisterna" di Reano (To)

ingresso libero e gratuito 


SABATO 10 MAGGIO 2014 alle ore 15,30

presentazione del volume "Convivio da Re La cucina dei rimasugli " (Edizioni del Graffio)  della scrittrice collegnese Marisa Torello.

Ingresso Libero e Gratuito




Per Informazioni:

Punto Informativo Ponte Verde
Viale Carlo Emanuele II 256
10078 Venaria Reale (To)
tel. 011.4993381
risposta telefonica ore : 11.00-13.00/14.00-16.00 

mercoledì 2 aprile 2014

Il Regno d'Italia da Brindisi a Salerno: 8 Settembre 1943 - 4 Giugno 1944

Il Principe Umberto a Roma, il 5 Giugno del 44, con il Generale Infante
L ‘ ultimo  Governo  del  Re 

Badoglio  a  questo  punto  presentò  al  Re, logicamente  le  sue  dimissioni, avendo  dal  Re  il  reincarico  per  la  formazione  del  nuovo  governo, che  veniva  formato  il  22  aprile  successivo, dopo  che  erano  state  vinte  le  ultime  resistenze  del  solito  Partito  d ‘ Azione, i  cui  rappresentanti  entrarono  nel  governo, della  cui  composizione  facevano  parte  come  “Ministri  senza  portafoglio”, Croce, Sforza, Rodinò,Togliatti  e  Mancini.  Il  successivo  24  aprile, il  nuovo  Governo  veniva  presentato  al  Re, e, per  la  prima  volta, dalla  nascita  del  Regno, i  Ministri  non  giurarono  nelle  mani  del  Sovrano  ed  il  Maresciallo  Badoglio  fece  questa  presentazione:
“Maestà,  ho  l’onore  di  presentarLe  le  loro  Eccellenze  i  Ministri  componenti  il  nuovo  Governo. Essi, ad  eccezione  dei  Ministri  militari  e  di  quello  tecnico (Quinto  Quintieri  alle  Finanze), provengono  dai  sei  partiti  rappresentati  nel  Comitato  di  Liberazione. Ognuno  di  essi  ha  le  sue  opinioni  politiche  alle  quali  non  rinuncia, ma  sulle  quali  fa  prevalere  oggi  la  necessità  della  concordia  per  l’ interesse  supremo  del  Paese.”
Il  Re  così  rispose: “Signor  Presidente  del  Consiglio, sono  particolarmente  lieto  di  sentire  che  le  eminenti  personalità  che  oggi  entrano  a  far  parte  del  Governo, e  che  rappresentano  le  diverse   tendenze  politiche  della  Nazione, a  tutto  antepongono  il  supremo  interesse  del  Paese. Lei , caro  Maresciallo  ed  io, ascriviamo  a  nostro  onore  di  avere  sempre  posto  l’ Italia  in  cima  ad  ogni nostro  pensiero.”
Seguì  il  primo  Consiglio  dei  Ministri  ed  un  altro  il  successivo  27  aprile, dove  fu  approvata  una  lunga  dichiarazione  programmatica  nella  quale  si  precisava    che  permanendo  lo  stato  di  guerra , non  doveva  essere  discusso  né  la  questione  istituzionale , la  cosiddetta  “tregua“   che   i  partiti  repubblicaneggianti   si  guardarono  bene  dal  rispettare, né  l’assetto  dell’ ordinamento  statale, politico, amministrativo  ed  economico, ed  invece  doveva  essere  accresciuto  il  contributo  degli  uomini  combattenti, ripresa   un’attività  industriale, favorita  la  produzione  agricola, agevolati  gli  scambi  commerciali  e  combattuta  la  speculazione “….chiamando  a  raccolta  le  energie  di  tutto  il  popolo, senza  distinzione  di  classe  e  di  partito, perché  l’ Italia  possa  risorgere  a  nuova  vita.”
Per  il  Degli  Espinosa  con  questo  governo  finiva  quello  che  lui  stesso  aveva  definito  “il  Regno  del  Sud”  ed  iniziava  il  governo  dell’ esarchia  che  avrebbe  condotto  alla  repubblica. In  realtà  per  40  giorni  fu  invece  in  atto  una  formula  governativa, la  cui  esperienza  avrebbe  potuto  essere  ancora  più  interessante, se  il  4  giugno  non  fosse  intervenuta  la  liberazione  di  Roma, con  l’ entrata  in  vigore  della  Luogotenenza. Il Re, infatti  in  quei  quaranta  giorni, non  interruppe  da   “ Re  Soldato”, quale  era  sempre  stato, le  sue  visite  nella  zona  del  fronte, ancora  il  18  e  23  maggio, nella  zona  di  Cassino, ed  addirittura  il  primo  giugno  a  Terracina.
Firmato  il  5  giugno  a  Ravello, l’atto  di  trasmissione  di  ogni  suo  potere   al  Principe  Umberto, Vittorio  Emanuele  III, si  ritirava  a  vita  privata, dismettendo  la  divisa  militare  ed  indossando  abiti  civili. Badoglio, secondo  le  consuetudini  costituzionali, presentava  al  Luogotenente, le  dimissioni  del  governo, ottenendo  il  reincarico. A  Roma, però  l’ 8  giugno, al  Grand  Hotel, i  rappresentanti  romani  del  CLN   comunicavano  senza  possibilità  di  modifica, la  loro volontà  che  il  nuovo  governo  fosse  presieduto  da  Ivanoe  Bonomi, che  era  stato  già a  suo  tempo ,nel  1921, Presidente  del  Consiglio, per  cui  Badoglio, correttamente  ritornò  dal  Principe  Umberto, riferendogli  quanto  sopra, e  di  convocare  a  questo  punto  il  Bonomi, perché  formasse  il  nuovo  Governo, che  sarebbe  entrato  in funzione, ancora   nella  “capitale “  Salerno, il  22  giugno, prima  di  ritrasferirsi  a  Roma  nel  mese  di  luglio, per  cui  i  vecchi  ministri  di  Badoglio  rimasero  al  loro  posto  fino  a  tale  data.
In  occasione  dell’incontro  di  Roma, Badoglio, accommiatandosi, volle  però  precisare  un  fatto  storico  incontrovertibile  e  cioè  di  avere  consegnato  a  Bonomi  una  Italia  ormai  in  piedi, concludendo: “Mi   sia  concessa  una  dichiarazione. Voi  siete  riuniti  intorno  a  questo  tavolo  in  Roma  liberata, non  perché  voi  che  eravate  nascosti  e chiusi  in  conventi, abbiate  potuto  fare  qualcosa: chi  ha  lavorato  finora, assumendo  le  più  gravi  responsabilità, è  quel  militare  che, come  ha detto  Ruini, non  appartiene  ad  alcun  partito.”
Così, quasi  contemporaneamente, uscivano  di  scena  Vittorio  Emanuele III  ed  il  Maresciallo  d’ Italia  Pietro  Badoglio  e  gli  “Alleati”, che  avevano  firmato  una  “cambiale“  a  favore  dell’ Italia  del  Re  e  del  Maresciallo, eliminati  gli  stessi, non  si  sentirono  più  obbligati  ad  “onorarla”, e  l’Italia  ne  pagò  l’amaro  scotto  con  il  trattato  di  pace  del  1947, contro  l’ accettazione  del  quale  parlò  con  nobilissimo, elevato  linguaggio  quel  Benedetto  Croce, tardivamente, forse, pentito  della  sua  azione  in  quei  nove  mesi  dall’ 8  settembre  1943  al  4  giugno  1944.


Domenico   Giglio


B I B L I O G R A F I A
  • Agostino  degli  Espinosa: “Il  Regno   del   Sud“    Editore  Migliaresi -  aprile  1946  Editori  Riuniti – 1973 /Rizzoli Editore-1995.
  • Pietro  Badoglio: L’ Italia  nella  seconda  guerra  mondiale“ Editore  Mondadori- 1946 
  • Mario  Roatta:  “Otto  milioni  di  baionette”      Editore  Mondadori – giugno  1946
  • Giuseppe  Castellano: “Come  firmai     l’armistizio”  Editore   Mondadori – ottobre  1945
  • Giuseppe  Castellano: “ La  guerra  continua”       Editore  Rizzoli – settembre  1963
  • Nino  Bolla:  “ Colloqui  con  Umberto II”      Editore  Fantera – aprile  1949
  • Vanna  Vailati: “L’ armistizio  ed  il  Regno  del  Sud”  Editore  Palazzi –novembre  1969
  • Massimo  Mazzetti: “Salerno  Capitale d’ Italia”      Editore  Beta Salerno –settembre  1971
  • Antonio  Ricchezza:“La   resistenza  dietro  le  quinte” Editore  De  Vecchi- febbraio 1967
  • Domenico  Bartoli:  “L’ Italia  si  arrende “  Editoriale  Nuova –settembre  1983
  • Roberto   Ciuni:  “L’ Italia  di  Badoglio”    Editore  Rizzoli – 1993 -  (vedi  nota  1)
  • Gianni  Oliva:   I  vinti  e  i  liberati “  Editore  Mondadori – 1994 (vedi  nota 1)
  • Giovanni  Artieri:  “Cronaca  del  Regno  d’ Italia” vol. II° - Editore  1978
  • AA: VV:  “Il  secondo  Risorgimento”      Edito  Centro  Studi  e  Ricerche  Storiche  Sulla  Guerra  di  Liberazione -1996
  • AA.  VV:  “La  riscossa  dell’  esercito”   Edito  Centro  Studi  e  Ricerche  Storiche        sulla  Guerra  di  liberazione – 1994

  • Nota  1)  Ciuni   ed  Oliva  sono  decisamente  schierati  contro  Re  e  Badoglio, ma i  loro  libri  sono  ricchissimi  di  fatti  e  nominativi risalenti  al  periodo  Settembre  1943 – Giugno  1944

lunedì 31 marzo 2014

Amedeo IX di Savoia Il Re che servì i poveri per costruire la pace

Da www.avvenire.it
Il santo del 30 Marzo

Amate i poveri e Dio vi garantirà la pace: è questa l'eredità spirituale lasciata dal beato Amedeo IX di Savoia. Un testimone della fede nobile, un sovrano che non disdegnò nemmeno da duca la compagnia degli ultimi, degli affamati, che alle volte sedevano alla sua mensa.
Era nato nel 1435 in Alta Savoia, il padre era Ludovico I di Savoia, dal quale nel 1464 ereditò il ducato. Nel 1452 sposò in un matrimonio combinato Jolanda di Valois, figlia del re di Francia: i due trovarono profonda affinità soprattutto nella scelta di vivere secondo il Vangelo, ma senza per questo rinunciare alle responsabilità di governo, ed ebbero otto figli.
Amedeo condusse una vita austera e, segnato dall'epilessia, morì nel 1472 a Vercelli.

domenica 30 marzo 2014

Intervista del 1947 a Re Umberto II

Famiglia Reale in esilio. Estoril. Umberto II e i principini osservano un pescatore che aggiusta le reti. 
Foto di Patellani Federico. www.lombardiabeniculturali.it 
















Un'intervista del 1947 sul sito dedicato a Re Umberto II. Il Re non ancora a Cascais, la famiglia Reale ancora sotto lo stesso tetto, la Regina che prepara il suo trasferimento. Giudizi poco lusinghieri nei confronti di Badoglio.

Varese, Guardie del Pantheon a Villa Mirabello

Il comandante D'Atri in un momento della cerimonia
Una cerimonia che si è svolta a Villa Mirabello, ora sede dei Civici Musei di Varese. Sul muro esterno una vecchia lapide scolorita, dimenticata, che evoca l’arrivo di Vittorio Emanuele II nella città giardino: questa mattina è stata scoperta una targa esplicativa che riproduce il testo della lapide rendendolo leggibile. Una cerimonia che ha visto, su insegne, sulle divise, sui distintivi, il simbolo dei Savoia.
Protagoniste della cerimonia i rappresentanti dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’onore alle reali tombe del Pantheon. Delegazioni di Bergamo, di Milano e, soprattutto, di Varese. Poi garibaldini in armi, fanfara dei bersaglieri di Vergiate, rappresentanti delle associazioni d’arma. A rappresentare il Comune di Varese, che ha patrocinato l’iniziativa, l’assessore di Forza Italia, Simone Longhini.
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http://www.varesereport.it/2014/03/29/varese-guardie-del-pantheon-a-villa-mirabello-gonfalone-del-comune/

sabato 29 marzo 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XVII

L'on Alfredo Misuri
L'on. Misuri è bastonato a sangue dai fascisti ma la Camera vota ugualmente il giorno dopo la fiducia a Mussolini.

L'on. Misuri, nella seduta del 29 maggio, in un discorso benché intonato alla difesa del fascismo ed alla sua opera redentrice, osa affermare: «Gli apologisti dell'on. Presidente del Consiglio ricorrono spesso a paralleli biografici. Per una volta tanto mi permetterò di seguirli. Con l'insistenza dei ricordi dell'infanzia mi sovviene un trattatello elementarissimo di storia, un capitolo del quale era intitolato Bonaparte abbatte l'inetto Direttorio, e al capitolo seguente si leggevano le buone e grandi opere compiute dal Bonaparte dopo liberatosi dall'inetto Direttorio ». La sera stessa il Misuri viene aggredito in un vespasiano nei     pressi della Camera e bastonato a sangue. All’apertura  della seduta seguente l'on. De Nicola così annuncia il fatto che avrebbe potuto essere mortale: Onorevoli colleghi!Ieri sera l’on. Misuri, in seguito al discorso pronunciato in quest’aula, fu vittima di una vile aggressione che io, interprete della vostra unanime indignazione solennemente deploro, non solo per la violenza esercitata sulla persona di un deputato, ma anche per la violazione di una delle più sacre guarentigie parlamentari, la libertà di parola che è assicurata a tutti i rappresentanti della Nazione ».
Si associa alla protesta l'on. Acerbo a nome del governo e nessun altro fiata. Subito dopo viene presentato un ordine del giorno sulla libertà sindacale e contro il monopolio delle corporazioni fasciste fatto con minacce ai singoli e con violenze esercitate contro le sedi di altri sindacati, ma nessuno prende la parola, all'infuori del presentatore dell'ordine del giorno on. Mastracchi che lo illustra in un discorso ad intonazione drammatica ed accusatrice contro il governo. Solo l'on. Conti interrompe investendo Mussolini per avere accolto come collaboratori «questi ex bolscevichi che sono i colleghi popolari». Alcuni colleghi fascisti di Misuri che si erano congratulati con lui per lo scampato pericolo, Chiostri, Paolucci, Di Trabia, Benni, Mattoli sono da Mussolini minacciati di punizione e più tardi il Misuri sarà inviato al confino, quale atto di solidarietà del governo con gli aggressori.

Nello stesso giorno a Torino Piero Gobetti direttore di Rivoluzione Liberale è arrestato per la seconda volta per attentato contro la sicurezza dello Stato. La rivista è di pura cultura, ma si contesta al Gobetti il diritto alla critica poiché questa è considerata un reato.
All'indomani a Montecitorio si vota l'ordine del giorno Renda: «La Camera conferma la sua fiducia nel Governo e passa alla discussione dell'articolo unico della legge sull'esercizio provvisorio per l'anno finanziario 1923-1924 ». Votano la fiducia al governo tutti i deputati dei gruppi nazionali, da destra a sinistra e cioè: fascisti, nazionalisti, popolari, democrazia sociale, liberali di tutte le tendenze, socialisti riformisti.
Voti favorevoli al Governo: 238; contrari: 83. (31 maggio 1923).
Senza discussione poi, si approva l'articolo unico della legge che a scrutinio segreto dà il seguente risultato:
Voti favorevoli al Governo: 188; Contrari: 62.
Con l'approvazione dell'esercizio provvisorio la Camera ripete la sua fiducia al governo, poiché se il voto contrario su di un bilancio solo è atto di sfiducia verso il titolare di un dicastero, quello contrario all'esercizio provvisorio suonerebbe invece sfiducia a tutto il governo che verrebbe così a trovarsi nella necessità di rassegnare le dimissioni.
Nell’atmosfera di contrasti, di equivoci e di ipocrisia il governo annuncia, attraverso il Gran Consiglio, che intende portare a termine la riforma elettorale introducendo il sistema « maggioritario », seppellendo così la proporzionale che aveva tanto contribuito a trasformare il governo parlamentare in “Direttorio di gruppi”, ossia di partiti.

La tirannia delle fazioni non può trovare altro rimedio all’infuori della dittatura, nel quale la farà sfociare la riforma elettorale.