NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 15 aprile 2013

Proposta interessante e doverosa premessa

I nostri lettori se ne saranno accorti: su questo blog non si parla in nessun modo della questione dinastica. 
Non siamo stupidi né abbiamo bistecche fiorentine sugli occhi e sappiamo perfettamente che questa esiste e trova ampia trattazione su svariati siti, forum etc.

I componenti dello Staff hanno le loro precise idee in merito ma ritengono molto più importante battersi per la Monarchia che fare il tifo per un pretendente o l'altro. I pretendenti passano, le Istituzioni ed i loro significati no.

L'intenzione dichiarata del nostro blog, che pure ci sta dando discrete soddisfazioni, è quella di parlare ai monarchici sulle giuste ragioni della Monarchia, tenerli informati su quanto di interessante vi è sul web o sui libri introvabili o dimenticati ed essere punto di riferimento culturale ed eventualmente, una vota raggiunta una maggiore coesione, anche politico.

Con tale premessa vi portiamo a conoscenza dell'Iniziativa di cui si parla oggi su Affari Italiani:


Avanti Savoia, Amedeo al Quirinale. “Uomo onesto, fa l'agricoltore”
Il dibattito sulla Presidenza della Repubblica. Antonio Maulu, Luigi Marucci e Antonio Parisi, del direttivo del Movimento Popolare Italia Innanzitutto, scrivono ai presidenti di Camera e Senato e a tutti i parlamentari, proponendo come “garante delle istituzioni” il figlio di Irene di Grecia e Aimone di Savoia. “Si tratta di una persona con un prestigio personale in tutta Europa, è un uomo semplice. Vive facendo l’agricoltore in Toscana. E’ persona equilibrata. Ha servito l’Italia Repubblicana da Ufficiale della Marina Militare. Il suo ramo dinastico familiare ha onorato il nostro Paese in tutte le evenienze, senza disonore”. 




di Claudio Roma

Ci risiamo. Ad ogni appuntamento col caos istituzionale, rispuntano i monarchici. Segno, questo, che l'Italia del Re non è mai sopita e che dietro quella passione irrefrenabile per il ritorno al passato, si nasconde una voglia di certezze anche per il futuro.
E allora, se c'è l'esigenza di individuare un uomo al di sopra delle parti per la carica di presidente della Repubblica, perché non pensare “ad Amedeo Savoia Aosta?”. Se lo chiedono – e articolano la candidatura con una lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato, nonché a tutti gli eletti (compresi quelli del Movimento Cinque Stelle), i “tre” del Movimento Popolare Italia Innanzitutto, Antonio Maulu, Luigi Marucci e Antonio Parisi.
Scrive il Comitato: “Perché non provare con Amedeo di Savoia? Si tratta di una persona con un prestigio personale in tutta Europa, è un uomo semplice. Vive facendo l’agricoltore in Toscana. E’ persona equilibrata. Ha servito l’Italia Repubblicana da Ufficiale della Marina Militare. Il suo ramo dinastico familiare ha onorato il nostro Paese in tutte le evenienze, senza disonore.  E’ un democratico sincero rispettato ed amato a destra come a sinistra  per i principi di tolleranza e di attenzione alle tematiche dell’ambiente. E’ un uomo onesto : quello di cui il Paese ha bisogno con urgenza. Qui va tutto a rotoli. Ci vuole una persona che rappresenti  veramente l’unità del Paese. Altrimenti è tutto inutile. Qui ci vuole Amedeo. Si chiami Amedeo al Quirinale. Peggio dei partiti non potrà fare”.
E per chi ha poca memoria della storia del Paese, i monarchici ricordano: “La nostra Italia già una volta chiamò un uomo che rispondeva a queste caratteristiche. Agli albori della vita della Repubblica fu scelto Enrico De Nicola, monarchico che seppe da galantuomo rappresentare realmente tutti. In Europa la Spagna uscita dal franchismo non si affidò ad una persona proveniente dai partiti o da una fazione vincente, si affidò  invece ad un giovane capace ed ancora una volta rappresentativo di tutti: la Spagna si affidò a Juan Carlos. In altre parti del nostro continente ci sono state crisi serie come quella Belga prolungatasi per anni. Lì però ai vertici dello Stato vi è una persona rappresentativa non di una sola parte ma di tutti, facendo sentire garantiti tutti i cittadini”.
[...]

Brutte notizie dalla Spagna


Spagna:Madrid, migliaia in piazza per chiedere fine monarchia
(ANSA) - MADRID, 14 APR - Piu' di 8mila manifestanti hanno marciato oggi nel centro di Madrid per chiedere la fine della monarchia, investita in Spagna da uno scandalo che ha coinvolto la famiglia regnante mentre il Paese si trova ad affrontare una grave crisi economica con un record di disoccupati del 26%. Sventolando bandiere repubblicane, rosse oro e viola, i manifestanti hanno gridato ''La Spagna domani sara' repubblicana'' e ''Borboni, a lavorare!'', riferendosi al casato di re Juan Carlos.



http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-04-14/madrid-migliaia-persone-piazza-165702.shtml?uuid=AbFaOBnH

http://www.polisblog.it/post/75475/monarchia-corrotta-in-spagna-la-marcia-di-madrid-per-chiederne-labolizione

http://www.lapresse.it/mondo/europa/spagna-migliaia-in-marcia-a-madrid-contro-la-monarchia-1.316273

http://www.articolotre.com/2013/04/madrid-migliaia-in-piazza-chiedono-la-fine-della-monarchia/160069

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2013/04/14/APnC8dGF-monarchia_contro_piazza.shtml

http://it.euronews.com/2013/04/14/repubblicani-spagnoli-in-piazza-contro-la-monarchia/

http://www.corriere.it/esteri/foto/04-2013/spagna/anti-monarchia/spagna-migliaia-contro-monarchia_2185d30c-a518-11e2-9ee4-532c6d76e49d.shtml#1

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/04/14/Madrid-migliaia-piazza-chiedere-fine-monarchia_8550841.html

http://www.polisblog.it/post/75475/monarchia-corrotta-in-spagna-la-marcia-di-madrid-per-chiederne-labolizione?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+polisblog%2Fit+(polisblog)

Se non fossimo innamorati della Spagna e del popolo Spagnolo, quasi gliela augureremmo una repubblica. 
Una bella repubblica come la nostra. 
Usato a garanzia di fallimento.

sabato 13 aprile 2013

La Monarchia e il Fascismo - secondo capitolo - II

Giolitti torna al potere coi suoi avversari. La sanguinosa rivolta anarchico repubblicana di Ancona.


Manifesto anarchico che ricorda la rivolta
Torna al potere Giovanni Giolitti (1) designato alla Corona dalla volontà popolare. E' lo stesso Giornale d'Italia, l'organo personale di Sonnino che è stato per per 20 anni l'avversario spietato e sistematico, a designarlo come naturale successore. Contrariamente alle aspettative ed alle previsioni, il vecchio uomo di Stato compone un ministero nel quale chiama a farne parte esponenti delle fazioni contrarie. Interventisti e neutralisti non hanno più ragione di essere e devono sparire le asprezze e le intolleranze scatenatesi nel dopo guerra. Entra nel Ministero a rappresentare la corrente interventista che per tanti anni aveva avversato il Giolitti, l'on. Luigi Fera il quale sei mesi prima dichiarava: «Nessun contatto, nessun avvicinamento è possibile con quanti avversarono la guerra, non seppero intenderne la fatale necessità, ne ostacolarono l'esito vittorioso, ne denigrano o sminuiscono il risultato, cercano di speculare sul dolore e sul disagio che essa ha recato ». « Necessità per tutti i cittadini di sventare la manovra di un accerchiamento che il « bolscevismo dell'Annunziata », (2) il disfattismo nittiano tentano ancora sul corpo sano del nostro gran popolo, combattendo un'altra e più santa battaglia per la Patria ».

L'on. Meda. il capo dei cattolici ed esponente di quel P.P. che tanta avversione ha scatenato contro il liberalismo, entra come il più eminente esponente del Governo, dopo Giolitti, in un ministero schiettamente liberale, con qualche espressione di massoneria, nel quale con Benedetto Croce neutralista siedono esponenti dell'interventismo come Bonomi, Fera e Labriola.

La vita del nuovo ministero si delinea tuttavia molto difficile, poiché estrema sinistra ed estrema destra non disarmano e la confusione parlamentare è al colmo. Si era dimesso l'on. Orlando da Presidente della Camera ed alla seduta del 9 giugno non si trovava un vice presidente: assenti o... riluttanti i candidati. Vi è in costoro un senso di incertezza, i politicanti non hanno i nervi a posto, nemmeno il Corriere della Sera sa assumere una linea di conciliazione, limitandosi a chiedere una politica di energica reazione, e ciò gli procura un’attacco dell'Avanti!: « E l'autorità dello Stato? Finchè è stato necessario, il Corriere con la banda o le bande dei suoi pescicani, dei suoi profittatori dei suoi demagoghi di guerra, l'ha messa bellamente sotto i piedi del suo Albertini, del suo Barrere e del suo Cadorna; adesso che si tratta di invocarla contro i lavoratori, eccolo pronto a resuscitarla e a fare di essa una bandiera di guerra civile».
A pochi giorni dalla sua composizione un grave avvenimento mette il ministero in serio imbarazzo: nelle prime ore del 26 doveva partire da An     cona per l'Albania un battaglione di bersaglieri di rinforzo al piccolo presidio di Valona quando durante la notte dei soldati facinorosi incitando anche altri arrestavano l'ufficiale di picchetto poi armati si riunivano in cortile montando le mitragliatrici nei punti strategici della caserma Villarey nella quale lasciavano entrare elementi esterni che vi si asserragliavano coi soldati sparando dalle finestre. Immediatamente carabinieri e guardie regie accorsi, presa posizione contro gli ammutinati iniziano un vivo fuoco di fucileria.

Nel pomeriggio la sommossa divampa. Nei pressi di Borgaccio sobborgo di Ancona un treno carico di uomini donne e bambini in fuga è mitragliato. La insurrezione dura due giorni. Vi sono 24 morti fra soldati e rivoltosi e moltissimi feriti. Fra i morti è trovato all'ospedale un certo Schneider di Fiume capo del Partito Comunista di quella città che era in rapporto con gli anarchici di Ancona, il che comprova l'accordo del partito di Malatesta con agenti provocatori assoldati dalla Jugoslavia. La sera del 28 la città ritorna tranquilla e la popolazione acclama vivamente la forza pubblica che ha affrontato la rivolta degli anarchici mirante a un movimento rivoluzionario. Si sospende però l'invio di truppe in Albania ma i nostri soldati laggiù sono attaccati, in campi trincerati, dai ribelli, in attesa di soccorsi che non possono arrivare.

Questi fatti dolorosi sono la prova tangibile e sanguinosa di una profonda perturbazione dello spirito pubblico, perturbazione determinata soprattutto da una quotidiana predicazione irresponsabile di odi e distruzioni così dissennata ed anche in mala fede perché imperniata tutta sulla faziosità politica senza alcuna preoccupazione delle conseguenze nazionali, che non dà nemmeno ai predicatori il diritto di reagire quando gli eccessi avvengono e tanto meno quando la reazione dei cittadini incomincia ad accusare una certa stanchezza. Lo stato d'animo della piazza è un poco il riflesso della condotta dei politicanti alla Camera dove quando qualche oratore difende l'italianità di Fiume della Dalmazia e delle sponde adriatiche socialisti e repubblicani non lo lasciano proseguire: «Non deve parlare! Non deve parlare!» Guai poi a chi osa accennare ai torti jugoslavi contro di noi; sono invettive, tumulti, aggressioni. E se mai qualcuno dell'estrema sinistra viene interrotto quando parla, allora invocano la democrazia, la libertà di parola, il diritto di esporre la propria opinione e si protestano vittime della bieca reazione.
Giolitti dichiara che lo Stato deve essere forte per poter tutelare all'interno l'ordine e il rispetto alla legge e per difendersi dai nemici esterni; e poiché questa forza poggia sull'esercito, le sinistre intensificano ovunque una caccia selvaggia agli ufficiali. Gli aggrediti si difendono sparando, e lasciano talvolta morti e feriti sul terreno. Per reazione a Roma gli arditi assaltano la tipografia dell'Avanti! e qualche deputato viene malmenato. Alla Camera i tumulti si susseguono ai tumulti, lo Stato è sempre in una situazione precaria e Giolitti decide di abbandonare l'Albania: si sgombera Valona e teniamo solo l'isolotto di Saseno che la fronteggia. Socialisti e repubblicani si dichiarano orgogliosi di questa decisione che reputano un loro trionfo (3).

Nelle officine e nei servizi pubblici la situazione risente dello stato d'animo del paese. L'on. Montemartini, deputato socialista, solo perché nel gennaio precedente si era dichiarato contrario allo sciopero ferroviario è scacciato dal treno dal personale di servizio quando a Milano infierivano fatti sanguinosi durante le proteste per i fatti di Ancona; in quei giorni le dimostrazioni assunsero in Via Dante l'aspetto di una vera battaglia civile con morti e feriti. In Puglia continua la caccia ai proprietari culminante in alcuni assassini. E' lo scatenamento del socialismo anarchico ammantato dalla bandiera della Repubblica sociale dei repubblicani storici, e questa situazione incomincia ad influire sui nostri rapporti internazionali e lo Stato è in carenza. Non può essere forte all'esterno una nazione in dissolvimento all'interno. I fatti di Ancona rivelano chiaramente che la propaganda bolscevica e repubblicana incomincia ad investire la disciplina dell'esercito.

(1) Giolitti era caduto il 9 marzo 1911 dopo un voto sul progetto di legge per le spese dell'impresa libica, voto nel quale egli non aveva chiesto la fiducia e che gli dette una strapotente maggioranza: 361 voti contro 83 Improvvisamente i radicali - che pure erano al governo - decisero di togliergli il loro appoggio: essi pretendevano che Giolitti facesse una politica di favore per il loro partito distaccandosi dai liberali. Si dimisero i ministri ed i sottosegretari dissidenti e Giolitti presentava al Re le dimissioni malgrado potesse disporre di una grande maggioranza. Crisi extra parlamentare che - data l'impotenza dei radicali - sboccava nella soluzione Salandra con un ministero liberale confortato dall'appoggio della maggioranza giolittiana.

(2) Giolitti era stato soprannominato « bolscevico dell'Annunziata » perché decorato del Gran Collare omonimo e per avere assecondato il programma della Monarchia che tendeva all'assorbimento delle sinistre.

(3) Il 10 luglio Ala Camera Giolitti aveva dichiarato: «Più volte ho parlato dell'Albania, ed ho sempre detto che vogliamo l'indipendenza assoluta di quel paese. lo ho sempre sostenuto che l'indipendenza dell'Albania è un interesse italiano, e tornando a questo posto non ho fatto altro che riprendere una linea di condotta già da molti anni sostenuta con fervore ».

venerdì 12 aprile 2013

Rifinanziare le nostre missioni militari all'estero?

Siamo decisamente orgogliosi dei nostri connazionali in divisa che adempiono al loro dovere in terre lontane spesso anche dimenticati dall'opinione pubblica.

Siamo fieri che tengano alto il nome d'Italia e la Sua bandiera.



Siamo tuttavia convinti, lo abbiamo già detto, che è ora che ritornino a casa.
I motivi sono molteplici:

  • l'assoluto disinteresse internazionale nei confronti della grave violazione del diritto nei confronti della nostra nazione ed in quelli dei nostri fucilieri di Marina del San Marco. Se mandiamo migliaia di uomini (e mezzi) a rischiare la vita in capo al mondo per non avere alla prova dei fatti alcun peso a livello internazionale non si capisce cui prodest cotanto rischio di vite umane;
  • i nostri alleati, USA, UE, pare si siano lavati le mani di questo problema che crea umiliazione alla nostra Nazione;
  • i costi di queste missioni incidono su delle finanze nazionali che in questo momento sono esauste: tra poco, così continuando, ci sarà bisogno di mantenere l'ordine nel nostro Paese piuttosto che in quelli altrui.
  • se il mondo si disinteressa di noi è bene che a noi ci si pensi da soli.
lo staff

giovedì 11 aprile 2013

La Monarchia e il Fascismo - secondo capitolo - I


La corsa al più rosso (1920)


Repubblicani anarcoidi e bolscevizzanti,  repubblicani mazziniani e  filo fascisti comunisti, anarchici e democristiani in gara per sovvertire lo Stato, la morale e l'ordine sociale.
Degenerazione socialista:  si guarda a Mosca, si bestemmia la Patria e si grida Viva Lenin! Mussolini parla di autorità dello Stato ma  invoca lo spirito rivoluzionario che ne è l'antitesi.



I repubblicani storici alleati del santone Wilson contro l'Italia.

Wilson
Lo scambio delle ratifiche del trattato di Versaglia nel gennaio del 1920 apre l'era che dovrebbe essere di pace politica e di pace sociale, ma questa è insidiata dal perpetuarsi di agitazioni frutto della propaganda sovversiva seminatrice di malcontento e di indisciplina fra le masse. Wilson, non pago d'aver ispirato il memorandum del 9 dicembre del 1919 che ha messo in discussione i frutti della nostra Vittoria ancora una volta con tenace, sadica avversione alla Italia interviene nel febbraio ad intralciare ogni sistemazione mettendo il governo di Nitti nella impossibilità di liquidare la questione adriatica, non fosse che attraverso il compromesso proposto da Lloyd George, cioè lo Stato autonomo di Fiume con poco più di quello concessoci da lui. Egli non vuol darci nemmeno quanto è stato concordato nel Patto di Londra nel 1914 poiché i confini da lui assegnatici sono posti molto al di qua di Fiume. Il nefasto autocrate democratico è diventato l'avvocato difensore della Jugoslavia. Abbattute l'Austria e la Germania, la democrazia crea questo nuovo Stato altrettanto pericoloso: uno Stato che ha ereditato dagli Asburgo la funzione imperialista ed anti-italiana nell'Adriatico e nella Venezia Giulia. Quale il motivo dì questa tenace ed ingiusta, impolitica avversione? Si sostiene da taluni che l'ostilità di Wilson contro l'Italia sia determinata, dal fatto che era stato tenuto all'oscuro della esistenza del Patto di Londra: per questo rifiuta di riconoscerlo.

Questa situazione internazionale indebolisce il Governo all'interno; i moti insurrezionali di marca politica all'interno lo indeboliscono all'esterno. E' un circolo vizioso. Nella dura lotta fra il Governo italiano e lo straniero che ci nega i diritti sacrosanti della Vittoria socialisti e repubblicani si schierano dalla parte dello straniero. Fra il partito politico e la Nazione, si preoccupano del trionfo del primo e sacrificano questa. I politicanti agitano le folle così per agitarle, senza un programma chiaro di responsabilità. Il Re, preoccupato di questo stato anormale, vorrebbe avviare le sinistre nell'orbita di una politica costruttiva. Lo dice lo stesso Nitti nel suo volume La disgregazione dell'Europa (pag. 238): «Il Re mi espresse più d'una volta il desiderio di vedere i socialisti con me al governo, perché sperava di trasformarli, così, in elementi d'ordine e di condurli a incanalare la loro azione in un movimento di riforme democratiche. Ma i socialisti rivaleggiavano in demagogia coi comunisti e i loro capi più seri, come Turati e Treves non sapevano né poterono trovare il modo di  staccarseli». Nitti fa ai socialisti l'esplicito invito, ma ne ha un netto rifiuto. Tanto le estreme sinistre che le estreme destre non vogliono rendersi conto che fuori del socialismo vi sono correnti intellettuali e morali decise a realizzare ogni possibile riforma sociale purché siano convinte della sua bontà. E i bisogni delle classi proletarie sono soddisfatti meglio assai da chi assume tale posizione che da coloro i quali predicano il vangelo rivoluzionario.

Quando nel gennaio Nitti - erede del terribile peso del dopo-guerra - parte per Parigi e Londra, proprio nel momento più delicato delle intese per il trattato di pace, scoppia lo sciopero dei ferrovieri che paralizza la nazione e la pone in stato di inferiorità nelle trattative alle conferenze dei Capi di governo. Al Senato il ministro Scialoja parlando delle transazioni tentate a Parigi dice delle difficoltà incontrate, poiché «il trattato di Londra è, stato continuamente insidiato non soltanto da stranieri, ma da italiani». La Jugoslavia la quale forte della quinta colonna che tiene presso di noi sotto le insegne del Partito Repubblicano e del Partito Socialista non vuol nemmeno sottostare alle decisioni del Consiglio Supremo degli Alleati, e sostiene che l'Italia non è una grande potenza, se per grande potenza si intende lo Stato capace di influenzare all'esterno perché compatto ed organico all'interno. «Non la Jugoslavia - si scrive a Belgrado - ma l'Italia è un paese balcanico».
I cittadini chiedono dal governo questo e quello, si chiedono dallo Stato atti di forza, ma non è che una gara a renderlo ridicolo ed impotente. E così il Ministero stenta a reggersi.
Nitti fa continuamente appello alla calma ed alla moderazione, «poiché il prestigio parlamentare e la libertà di discussione sono presidio di ogni democrazia». Ma il Parlamento è diventato oramai un circo equestre, e nemmeno il Presidente del Consiglio può liberamente parlare. «Per la prima volta crediamo, scrive la Perseveranza il 26 marzo, il Capo del Governo è stato fatto segno a manifestazioni così irose e volgari da parte di un gruppo politico, di quello socialista ufficiale, e per la prima volta un Presidente del Consiglio ha dovuto interrompere frequentemente la lettura delle comunicazioni del Governo. Spettacolo indegno e ammonitore, insieme, sul quale va richiamata tutta l'attenzione dei partiti, dei gruppi e degli uomini politici che hanno vigile e netto il senso di responsabilità ».

Poi il Ministero cade perché, improvvisamente, i popolari sono passati all'opposizione; e lo fanno cadere sopra una questione di procedura: si vuole discutere l'indomani le mozioni sui postelegrafonici, mentre il Governo respinge la proposta ponendo la questione di fiducia. Il Partito Popolare determina la crisi sopra una questione procedurale che pochi giorni prima si era detto di non volere, e si colpisce il Ministero, accusato di arrendevolezza e partigianeria verso i sovvertitori dell'ordine, proprio per un atto di energia e di rigore compiuto contro questi sovvertitori. E ciò avviene alla vigilia di convegni internazionali, quello di Spa, ed all'inizio di quello di Pallanza, mentre si era ripetutamente approvato ed encomiato l'indirizzo politico seguito dall'on. Nitti. Il Corriere della Sera giudica che, se il Partito Popolare ha fatto cadere il Ministero l'ha fatto col consenso se non per ispirazione del Vaticano nel momento che esso agiva con energia e fermezza contro gli ostruzionisti postelegrafonici. Desume il Corriere la possibilità che il Vaticano voglia far fallire l'imminente accordo italo-jugoslavo: «Teme forse il Vaticano che l'Italia rafforzi il giovine Stato slavo e renda così sempre più difficile Il ricostituirsi di quell'Austria Ungheria che forma il rimpianto di tanta gente e di cui invece la distruzione fu il segno più tangibile ed il premio più ambito della nostra  Vittoria?».

Forse perché rinsaviti o perché don Sturzo ottiene finalmente il numero richiesto di dicasteri che gli erano stati rifiutati nelle precedenti formazioni, i popolari si associano a Nitti per ricomporre il ministero così detto della Croce e del Triangolo perché      composto di cattolici e di massoni.  Buon quadro di osservazione questa terza incarnazione nittiana per misurare la disinvoltura e la elasticità di coscienza dei nostri politicanti Sotto le ali di Nitti economista liberale a fondo       conservatore , si riparano i popolari col dicastero dell’Agricoltura ad agitare la spartizione delle terre. I serpenti verdi La Pegna e Meuccio Ruini di Palazzo Giustiniani a braccetto con i cattolici Rodinò e Micheli... Il curioso stridente connubio non turba evidentemente la coscienza di don Sturzo, ma suscita scalpore nel Grande Oriente il quale protesta e deferisce al giudizio di un tribunale straordinario istituito dal Gran Maestro tutti quei «fratelli» che hanno accettato di far parte dell'attuale Gabinetto. Il Gran Maestro pertanto li sospende, dall'esercizio dei diritti massonici «per la conservazione e lo sviluppo del carattere laico dello Stato».

Questo avvenimento fa dimenticare all'Avanti! la sua propaganda disgregatrice e pare cerchi una briciola di verginità con una lezione di patriottismo: «La politica cattolica in Italia ha sempre significato, fatalmente, politica della Chiesa a danno del popolo italiano. Il veleno temporalista ha impedito come tuttora impedisce al cattolicesimo italiano di essere nazionalista come ad esempio quello francese, poiché in Italia la Chiesa rappresenta una forza antinazionale per eccellenza, non riuscendo ad asservire ai suoi scopi politici l'intera nazione». Il Ministero regge fin verso la metà di giugno aggredito da tutte le parti con violenza inconcepibile. C'è bisogno di serenità e non si eccita che alla rivolta. L'on. Pirolini, oratore di parte repubblicana, per far concorrenza ai socialisti auspica addirittura una nuova guerra: «la guerra dei popoli contro i loro oppressori, la guerra del proletariato contro la borghesia; guerra in favore della quale non può non schierarsi il Partito Repubblicano». E' la corsa al più rosso, la gara a chi promette di più, anche se è risaputo che quello che si promette è irraggiungibile perché nessuno lo può dare.

Alla ripresa delle sedute il Ministero si presenta alla Camera dimissionario e ciò a causa del decreto sul prezzo del pane reso necessario per la restaurazione del bilancio. L'opposizione dell'estrema e dimostrazioni di piazza obbligano il Governo a ritirarlo ponendo questo in una situazione di tale disagio che preferisce dimettersi. Tipica espressione della condotta dei socialisti è il discorso dell’on. Modigliani che si chiede «A chi a successione? Non a noi di certo ». E continua a demolire partiti e persone che possono eventualmente mente essere designate alla successione. Così Nitti non riesce nemmeno ad esporre il suo programma e fallisce il di lui tentativo di staccare dal Partito Socialista l'ala moderata per condurla al potere in modo da inserirla nella vita costituzionale dello Stato. Sarebbe questa forse la salvezza del P.S. ed un formidabile argine alle future follie tanto degli estremisti rossi che delle camicie nere il cui sorgere si profilava già all'orizzonte.  Ma siamo in pieno periodo di «delirio», o di «forme manicomiali» di propaganda, sia nell'identificare le sinistre che le destre.

mercoledì 10 aprile 2013

Aldo Alessandro Mola e Sergio Romano sul Corriere della Sera


COME RICONGIUNGERE I SAVOIA ALLA STORIA NAZIONALE

Caro Mola (?, crediamo sia caro Romano verosimile errore di stampa del Corriere, nota dello staff),
Umberto II di Savoia (Racconigi,15 settembre 1904-Ginevra,18 marzo 1983) fu Luogotenente del Regno dal 5 maggio 1944 al 9 maggio 1946 e quarto re d’Italia sino alla proclamazione della repubblica (18 giugno 1946). Partì da re, come riconobbe la Costituzione che infatti gli vietò il rientro in patria. Quale profondo conoscitore delle relazioni internazionali e storico, trova Ella normale che nessuna istituzione nazionale lo abbia ricordato nel trentennale della morte? In un secolo Casa Savoia contò due re abdicatari (Carlo Alberto e Vittorio Emanuele III), uno assassinato (Umberto I) e un terzo condannato all’esilio per trentasette anni. Pensa che l'omaggio del presidente Giorgio Napolitano alla tomba di Vittorio Emanuele II «Padre della Patria» al Pantheon nel 150˚del regno abbia pareggiato il conto della memoria storica? Ed è normale che le salme di Vittorio Emanuele III e della regina Elena giacciano in due diversi continenti mentre tutti gli Stati dell’Europa centro-orientale (Russia, Serbia, Albania, Montenegro…) hanno tributato onori ai sovrani di un tempo, sentendoli parte della propria storia? L’oblio dei re d’Italia (1861-1946) da parte delle istituzioni nazionali è segno di forza della repubblica?

Aldo A. Mola , 
COME RICONGIUNGERE I SAVOIA ALLA STORIA NAZIONALE
Caro Mola, Umberto di Savoia ebbe la cattiva sorte di crescere nel momento sbagliato e, forse, nella famiglia sbagliata. Il regime lo detestava e sfogava contro la sua persona i mai spenti furori repubblicani del primo fascismo. Il padre non lo stimava ed era comunque deciso ad applicare la vecchia regola di famiglia secondo cui «in casa Savoia si regna uno alla volta». La madre lo amava morbosamente e gli impedì d’imporsi alla guida delle forze amate, se necessario anche contro la volontà degli gli Alleati, negli ultimi due anni del conflitto. La moglie si era progressivamente allontanata e aveva deciso di recitare, con grande dispetto di Vittorio Emanuele III, la parte della principessa ribelle. L’apprendistato del principe ereditario non poteva aver luogo in condizioni peggiori. Eppure, se gli italiani avessero scelto la monarchia, Umberto sarebbe stato probabilmente un re «normale», rispettoso della Costituzione e poco incline a rivendicare poteri che non avrebbe saputo o potuto esercitare. Ne dette una prova quando decise di lasciare l’Italia il 13 giugno 1946 senza persistere in un braccio di ferro che avrebbe diviso ancora una volta il sud dal nord. Anch’io penso, caro Mola, che sia giunto il momento di chiudere alcuni capitoli ancora aperti della storia nazionale. Mi è difficile capire perché la Repubblica abbia autorizzato il ritorno del figlio e del nipote di Umberto (due figure prive di qualsiasi interesse), ma si ostini a non consentire il rimpatrio di tre salme che appartengono alla storia del Paese. Piaccia a no, lo Stato nazionale esiste grazie al contributo di una dinastia che è, oltre a tutto, la più antica d’Europa. Possiamo davvero celebrare l’unità, come è accaduto due anni fa, senza dare una tomba ai due ultimi re d’Italia? I monarchici, d’altro canto, dovrebbero dare un contributo alla soluzione del problema rinunciando a quel tanto di legittimismo frustrato che ancora traspare da certe loro cerimonie. Il ritorno deve essere interpretato come un segno di maturità repubblicana, non di nostalgia monarchica.


Ancora sulla giustizia


di Tommaso Francavilla

Ho smesso da tempo di avere fiducia nella Magistratura italiana, sempre più pervasa da un delirio di onnipotenza tanto più inquietante in quanto coniugato con un altissimo tasso di politicizzazione, ivi compresa la Corte Costituzionale, nella quel quel delirio e quel tasso sono addirittura istituzionalizzati e sistematici.Ma se dovessimo credere ancora a tale apparato giudiziario, a fronte della sentenza di tale Suprema Corte che respinge i ricorsi della Procura di Taranto contro le leggi cosiddette “salva-ILVA” giudicandole pienamente costituzionali, dovremmo domandarci chi paga oggi i danni gravissimi inferti attraverso i provvedimenti successivi a tali leggi della suddetta Procura a carico non soltanto di una grande azienda, peraltro realizzata dallo Stato e da questi venduta evidentemente con la garanzia di poter continuare ad operare, ma anche dell’intera economia italiana, di cui l’ILVA –producendo il 40% dell’acciaio nazionale- costituisce ( costituiva?) un autentico pilastro, nonché di un intero territorio il cui reddito è in buona parte connesso alla grande fabbrica tarantina, e di migliaia di lavoratori, costretti alla Cassa Integrazione e con il futuro reso a grave repentaglio dalle conseguenze inevitabili sull’azienda stessa di queste vicende. Tanto più tale domanda è legittima ove si consideri che il secondo intervento legislativo del Parlamento si è reso necessario perché, quasi a mò di ritorsione nei confronti del primo che sanciva la ripresa della produzione nelle more della realizzazione degli interventi di ambientalizzazione previsti da due AIA, il suddetto delirio di onnipotenza si era spinto fino a sequestrare non già più siti inquinanti, ma innocui prodotti finiti per il valore di un miliardo di euro, di per sé sufficiente a stendere anche la più grande e florida delle aziende per di più in una fase di crescita economica invece che dell’attuale grave recessione, con pesanti conseguenze anche nei confronti di innocenti clientele private di materiali ordinati e sovente anche pagati in assoluta buona fede.
A ciò si aggiungano le gravi lacerazioni, con l’esplosione di opposti sentimenti, inferte ad una comunità tarantina che soltanto pochi mesi prima aveva votato alle Amministrative sconfessando platealmente tutti i movimenti catastrofistici che se ne erano auto-assegnata la rappresentanza, per cavalcare i quali si era impavidamente paracadutato, per lucrarne un’improbabile riesumazione, l’ultimo Segretario del fulgido Partito di Pecoraro Scanio, che ci ha riprovato anche alle recentissime politiche, riscuotendone analogo, cocente insuccesso. Due convergenti responsi democratici- quelli delle Amministrative e delle Politiche- che non possono certo essere surrogati da un fantomatico Referendum in cui molto probabilmente voteranno le solite minoranze fanatizzate, a gloria delle vanità dei soliti magniloquenti portavoce di sé stessi, professionisti o aspiranti tali del catastrofismo oscurantista. Mentre non si può sottacere il silenziamento della politica tarantina, su cui incombe l’annuncio reiterato quanto datato di imminenti provvedimenti giudiziario in cui qualche malpensante potrebbe immaginare un sapore vagamente intimidatorio. 
Questa di Taranto è in sostanza una brutta ed emblematica storia di mala-giustizia, in cui il delirio di onnipotenza di cui sopra ha rasentato l’eversione. Speriamo questa volta che l’argine opposto dalla Suprema Corte, giudicata infallibile quando conviene alla sinistra, faccia scuola.

Purché sia in politica

Siamo sempre stati perplessi davanti alla costante transumanza tra magistratura e  politica. 
E' fatto decisamente abituale in regime repubblicano, troppo, che vi siano magistrati, di cui anche la costituzione della repubblica garantisce l'indipendenza, che si prendono pause dalla loro naturale attività per andare a fare i parlamentari, i sottosegretari, i ministri, etc etc.

E' prassi contestabile. Il Magistrato è intuitivamente persona che deve essere "terza" nelle contese di qualsiasi tipo. Non si potrebbe accettare di avere come giudice l'amico di un imputato, il parente di un denunciante, un sodale di qualsiasi tipo con una delle parti in causa. 
Fatto di cui neanche si dovrebbe discutere.

In Italia invece assistiamo ad uno splendido fine carriera, o talvolta digressione, sui banchi del parlamento. Non li stiamo più a contare i magistrati che hanno smesso il loro ruolo di persone "terze", super partes, per essere persone seconde o prime.

Anche l'attuale presidente del Senato, Piero Grasso, persona cui va, senza ironia alcuna, tutta la nostra stima (per essersi perlomeno dimesso dalla magistratura prima di schierarsi con un partito), proviene dalle file della Magistratura. A lui rendiamo atto di uno stile impeccabile, sia da magistrato che da novello politico.

Non si può dire parimenti del magistrato Ingroia, persona che da magistrato criticava l'operato del Parlamento, espressione della sovranità del popolo secondo repubblicana costituzione, si recava ai congressi o sventolavano le bandiere rosse con le falci e i martelli, invitava la gente a cambiare il parlamento, faceva per qualche decina di minuti l'inviato dell'ONU in Guatemala, inquisiva persone casualmente vicine a quelle che sarebbero diventati in maniera conclamata i suoi avversari politici, si candidava addirittura a presidente del consiglio (anche nello stesso luogo ove aveva esercitato le sue mansioni di magistrato). 
Magistratura militante.

Il buon Ingroia, trombato grazie a Dio, alle elezioni in cui faceva lo specchietto per comunisti dichiarati ed altri ex magistrati, indeciso sul suo futuro in Val d'Aosta, riceve l'incarico di gabelliere per la Regione Sicilia ove governa un altro esponente della Sinistra. 

Mettersi a lavorare onestamente proprio no?

Se la magistratura è questa non ci meravigliamo che l'Italia versi nelle sue attuali condizioni. La corruzione diffusa e la lentezza della giustizia insieme alla asfissiante burocrazia sono i fattori che maggiormente scoraggiano gli investitori dal realizzare proprio in Italia progetti che nascono in mezzo a mille difficoltà e muoiono soffocate da tasse, delocalizzazioni e criminalità.

Se i magistrati invece di censurare chi viola le leggi si mettono a criticare o ad ostacolare quelli che hanno ricevuto dal popolo il mandato per farle è tutto chiaro. Una parte dello stato lavora contro lo stato e la democrazia. 

Perfino il Fascismo, quando volle dei tribunali politicizzati, ne fece di speciali e non si avvalse dei magistrati del Regno la cui reputazione era infinitamente al di sopra di qualsiasi sospetto. 
Tragico dover constatare come si siano persi certi nobili retaggi.

Lo staff

martedì 9 aprile 2013

Della povertà

Pochi giorni fa, commentando l'elezione al Soglio Pontificio di Papa Francesco  dicevamo di apprezzare molto i segnali di austerità, semplicità e rigore che in pochi giorni aveva saputo dare.

Per la sua intronazione il Pontefice aveva raccomandato ai suoi concittadini di Buenos Aires di non andare a Roma a festeggiarlo ma di restare lì e di devolvere quanto risparmiato ai poveri. Tutto bello e lineare. Troppo.

Qualche giorno fa la povertà estrema di molte famiglie italiane si è manifestata nella Marche con un triplice suicidio. Persone che, dignitose, non avevano accettato di andare a mendicare e che, "esodati", avevano contratto debiti per ricevere la loro pensione. Un mostro chiamato Equitalia incombeva su di loro minacciando la confisca di una Fiat Panda di almeno 20 anni. Hanno tolto il disturbo. In tre.

Scioccante il commento della presidente della Camera: "Io non sapevo che gli italiani fossero in queste condizioni". 
Scusi, Signora, dove vive Lei?

Ancora più scioccante l'apprendere che il Partito Democratico, quello che a dispetto di un referendum popolare continua a sostenere la necessità del finanziamento pubblico a se stesso, che intascherà diverse decine di milioni di euro, intende combattere contro la povertà facendo una manifestazione contro la stessa.
Non destinando ai poveri le decine di milioni che prenderà o ha già preso, non facendo una qualsiasi colletta, non agendo concretamente ma manifestando contro una povertà che nei fatti contribuisce a determinare.

Ritorniamo al nostro Papa Francesco. 
Prendetene esempio, asini! 

La povertà si combatte iniziando a far fare a voi, classe politica, non solo del PD, usurpatori della volontà popolare, una cura dimagrante da farvi uscire dimezzati nel peso e nelle ambizioni.

Mentre voi discettate di governissimi, di presidenti che già prendono 30.000 euro al mese, di veti incrociati, c'è la gente d'Italia che si suicida per la disperazione.

Asini!

Il Pannunzio ad Alassio ricorda Umberto II di Savoia -

Alassio. 
Domenica prossima alle 17, all’Hotel Savoia di Alassio, in via Milano 14, la sezione del ponente ligure del Centro Pannunzio, in collaborazione con l’Associazione Internazionale Regina Elena o.n.l.u.s., organizzerà un incontro storico dedicato al ricordo di Umberto II di Savoia, ultimo Re d’Italia, morto trent’anni fa in esilio.

Sono in programma interventi del generale di Corpo d’Armata Franco Cavarezza, già comandante della Regione Militare Nord e del prof. Pier Franco Quaglieni, storico contemporaneista e direttore generale del Centro Pannunzio. L’attrice Milli Conte leggerà un racconto di Giovannino Guareschi sull’esilio del sovrano. L’introduzione ed il coordinamento saranno a cura di Marco Servetto.
L’evento realizzato con il contributo della Fondazione De Mari e in collaborazione con l’Hotel Savoia di Alassio.
Afferma Pier Franco Quaglieni: ”Ho conosciuto personalmente in più occasioni Umberto ed ho avuto modo, pur giovanissimo, di apprezzarne la signorilità, il distacco storico, il realismo politico. Era un uomo che ebbe dalla vita grandi dolori che seppe affrontare con dignità. Ricordarlo a 30 anni dalla sua morte consentirà di trarre un bilancio storico distaccato, “senza servo encomio e senza codardo oltraggio”, per dirla con Manzoni. Il Generale Cravarezza nel corso del suo intervento presenterà fotografie rare, ripercorrendo la sua vita militare dall’Accademia di Modena alla partecipazione alla Guerra di Liberazione, dove si distinse a Montelungo.

A parere unanime di quasi tutti i protagonisti politici del 44 - 46, Umberto seppe dimostrare capacità di mediazione e volontà di dialogo, dimostrate anche dalla scelta di Falcone Lucifero come suo ministro. Lucifero proveniva dal partito socialista di Matteotti e Umberto II scelse come suo motto “L’Italia innanzitutto” e “Autogoverno di popolo e giustizia sociale”, indicando quale sarebbe potuta essere la sua concezione della nuova monarchia dopo le vicende terribili del fascismo e della guerra.

Luigi Barzini Jr., che gli fu amico nei giorni arroventati del referendum, scrisse: ”Umberto sarebbe stato un ottimo presidente della Repubblica”. 
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G.D. 03-04-2013

lunedì 8 aprile 2013

La Monarchia e il Fascismo - VIII

Con la proporzionale ha inizio la decadenza del Parlamento.

I Sovrani acclamati mentre si recano all'inaugurazione della legislatura
La  proporzionale ha sconvolto tutta la struttura politica sia nel parlamento che nel paese. Il collegio uninominale è sostituito col concetto proporzionalista. La  democrazia, il liberalismo parlamentare, scompaiono e subentra la « partitocrazia ». La libertà personale dei deputati è sostituita dalla tirannia dei partiti. Così nel paese l'elettore è alla mercé dei partiti o meglio dei loro esponenti che sono dei veri despota.

La giornata elettorale si è svolta in un clima a tensione rivoluzionaria, fra ondate giacobine: giacobinismo socialista, fascista, repubblicano e popolare (1). Le masse intossicate da una propaganda colpevole mirano a deprimere l'autorità dello Stato che va man mano decadendo, insidiata da tutte le parti. La guerra aveva dato al popolo italiano il respiro della grande storia ma si tenterà di sommergere questo respiro nelle contese fratricide delle parole redditizie e nelle agitazioni di piazza, poiché gli estremisti di sinistra rinnegano la guerra; rinnegano quattro anni di sofferenza e di martirio, rinnegano la gioia del combattimento e il sublime patire per un ideale. Rinnegano persino la angosciosa tristezza del dolore ed il diritto socratico del lirico morire. Di fronte a questo spasimare di rinuncie e di rivolte i difensori della fede nazionale non fanno che agitare un'altra bandiera di rivolta. Concordi così tutti nel tentativo di abbattere lo Stato e le istituzioni, gli unici strumenti di solidarietà, per cercare di sostituirvi le aspirazioni del proprio partito.

Col nuovo sistema la vecchia Camera del 1913 ne esce completamente trasfigurata: i liberali democratici e costituzionali da 319 scendono a 179, i radicali da 73 a 39, i repubblicani da 17 a 8, mentre i popolari da 29 passarono a 100 ed i socialisti ufficiali da 52 balzarono a 155. Il 1° di Dicembre ha luogo l'inaugurazione della nuova legislatura, e la Regina e il Re nell'aula della Camera sono entusiasticamente applauditi. I socialisti ufficiali ed i repubblicani non presenziano alla manifestazione. Le cronache del tempo narrano come lungo tutto il percorso dal Quirinale a piazza Montecitorio e viceversa, i Sovrani siano accolti da acclamazioni che divengono deliranti quando rientrati alla Reggia sono costretti ad affacciarsi più volte al balcone per ringraziare la folla che agita cappelli e fazzoletti e intona l'inno al Piave. In seguito a tali dimostrazioni gli estremisti scatenano scioperi in tutta Italia con episodi di violenza, e alla Camera i loro rappresentanti iniziano un'azione di ostruzionismo a qualunque iniziativa così che i giornali sono concordi nel rilevare il disorientamento in cui è costretto il governo per questa indecorosa condotta. Scrive il socialista Garzia Cassola sul Secolo del 15 dicembre: «Ci pareva di essere non davanti ad una assemblea legislativa, ma nel bel mezzo del più tumultuoso comizio di piazza. Tutti fanno la voce grossa, tutti si industriano di apparire più audaci, anzi più rivoluzionari. E' un mercato, è una fiera, è la confusione delle lingue. Coloro che per tradizione e per abito mentale rappresentano meglio il principio di conservazione danno dei punti ai socialisti infatti oggi i cattolici hanno data intera la misura della loro demagogia, generando il tumulto e togliendo a se stessi ogni credito».

In mezzo a tanta confusione l'on. Modigliani, spalleggiato dall'estrema sinistra termina un lungo discorso auspicando il rinnovamento di tutte le finalità, rinnovamento che secondo il deputato toscano si chiama in quest'ora storica la Repubblica, oggi borghese, domani socialista». Ma l'on. Nitti Presidente del Consiglio ha buon gioco per chiamare a raccolta la maggioranza e costringere l'estrema sinistra nel suo rifugio settario.

Al di fuori e al di sopra di noi, al di fuori e al di sopra delle tre competizioni, è Colui il quale ha avuto durante la guerra una tale virtù, una tale probità, che sì è messo lo ripeto, al di fuori e al di sopra di tutti noi. A Lui che ha sempre considerato ogni trionfo della democrazia come la forza stessa delle patrie istituzioni, alla Maestà del Re mando, in nome del Parlamento e del Paese, un saluto riconoscente e riverente: Viva il Re! ».

il Vivissimi generali e reiterati applausi e grida di Viva il Re!, da tutte le parti della Camera ad eccezione dell'estrema sinistra che risponde con grida di Viva la repubblica.

Da ogni settore della Camera moltissimi deputati si affollano al banco del Governo e plaudono ripetutamente al Presidente del Consiglio. Alcuni deputati dell'estrema sinistra rispondono con canti e grida di Viva il socialismo! Clamori e proteste da altre parti e grida di Viva il Re, Viva l’ltalia! (2).
E' Presidente della Camera l'on. Orlando il quale si guarda bene dall’intervenire per protestare - come suo dovere - contro le parole dell'on. Modigliani.

L'on. Nitti ottiene la fiducia. Nella compilazione della riposta al discorso della Corona i repubblicani dichiarano di non aderire, e l'Avanti! nel riferire il fatto così commenta: « Come è noto costoro rispondono alla Corona soltanto quando vengono chiamati al potere. E allora rispondono di sì ».


(1) Al paganesimo politico socialista bolscevizzante del Partito Popolare contrasta la struttura dei quadri dirigenti. Nelle elezioni del 16 novembre 1919 i candidati sono così classificati:

Conti, marchesi, principi . . . .   . N. 23
Cavalieri, commendatori … > 45
Avvocati . . . .   > 138
Altri professionisti . . . .> 136
Senza professione . . . . . .> 35
Operai . . . . . . . . . .     > 36

N. 413

L'Avanti! commenta: Non c'è male davvero; la causa di Cristo è in buone mani, fra principi, commendatori ed avvocati il Vangelo corre pericolo di diventare un... manuale per fare le monete false!.

(2) Atti parlamentari - Camera dei deputati.

sabato 6 aprile 2013

“DA NAPOLEONE A UMBERTO II – STORIA DEL REGNO D’ITALIA”





VAREDO, 20 APRILE – 19 MAGGIO 2013: 

VILLA BAGATTI VALSECCHI OSPITA LA MOSTRA “DA NAPOLEONE A UMBERTO II – STORIA DEL REGNO D’ITALIA”

mostra a varese
La Fondazione “La Versiera 1718” e l’Associazione “V.V.V. – Volontari Versiera Varedo” presentano la Mostra “Da Napoleone a Umberto II – Storia del Regno d’Italia”. Dal 20 aprile al 19 maggio 2013, la prestigiosa dimora storica varedese accoglierà nelle sue sale un rilevante numero di autentici reperti storici (dipinti, sculture, uniformi, decorazioni, documenti, arredi) che quattro amici hanno raccolto, condividendo la passione e la competenza per uno dei più interessanti periodi della nostra Storia. In anni di ricerche hanno acquisito e “costruito” quella che è forse la più importante collezione privata di cimeli che rivelano 150 anni di storia d’Italia, dal periodo pre-risorgimentale all’esilio dell’ultimo Re d’Italia.
LA MOSTRA L’obiettivo della mostra è raccontare, attraverso un percorso tematico organizzato in stretto ordine cronologico, la storia del Regno d’Italia. L’esposizione, partendo dall’egemonia del Regno Napoleonico, prosegue attraverso il Risorgimento e l’Unità, percorre quindi la storia del Regno d’Italia riportando le vicende dei quattro Re che si sono succeduti, e si conclude con la proclamazione della Repubblica il 2 Giugno 1946.
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venerdì 29 marzo 2013

La validità dell'Istituto Monarchico

Ne siamo più che mai convinti, è ovvio.
Ma lo spettacolo cui assistiamo periodicamente, ogni 7 anni più o meno, dovrebbe convincere anche i più scettici,  quelli più cocciutamente convinti della supposta superiorità della repubblica.

Il capo dello stato è super partes, secondo repubblicana costituzione, ma tutti si affannano a volerne uno che un po' di parte lo sia ed inevitabilmente sarà così: ci sarà qualcuno contento e qualcuno che lo sarà meno o non lo sarà per niente.

La tradizione recente vuole che i capi di stato siano di ferrea osservanza democristiano-azionista-comunista. Un po' meglio andava all'inizio della storia repubblicana, quando i presidenti li sceglievano monarchici e qualcosa pure significava.

Ma lo scempio dell'Italia (che passa attraverso lo sfacelo dell'istituzione repubblicana scritto a lettere di granito nella costituzione, che non è la più bella del mondo se non, forse,  nei primi articoli, ove si elencano alcune dichiarazioni di principio puntualmente disattese nei restanti articoli e nella pratica civile) è al suo apice.

Al Quirinale torni il legittimo titolare. Torni colui che è capo dello stato per aver incarnato nella sua storia la storia della Nazione. Non l'espressione di una parte/partito.

Al Quirinale torni il Re!




giovedì 28 marzo 2013

Ministro Giuliomaria Terzi di Sant'Agata

Stavolta questo nobiluomo ci è piaciuto.

Ha mantenuto la schiena dritta ed ha presentato le dimissioni coram populo spiegando e sottolineando che lui non era il responsabile di questa gestione.
Sicuramente ci sono mille cose che non sappiamo e non sapremo mai.
Ci fa piacere però ogni tanto vedere che qualcuno parli dell'Onore dell'Italia e delle Sue Forze armate. 

Lo staff

mercoledì 27 marzo 2013

Le Repubbliche sono vecchie, le monarchie ringiovaniscono


di Franco Ceccarelli

Se nella Repubblica italiana ci è voluta, con le elezioni del 2013, una mezza rivoluzione (avvenuta in gran parte grazie al web) per “svecchiare”, finalmente, un parlamento ormai gerontocratico che, di conseguenza, garantiva l’elezione di capi dello Stato già gravati da un’età altrettanto veneranda (fatta l’eccezione dell’appena 57enne Francesco Cossiga) stride, in tale contesto, il contrasto con quel che accade nelle non poche monarchie europee oggi esistenti.

Anche nel Regno Unito, in Spagna, in Belgio, in Danimarca, in Svezia, in Norvegia, per dirne solo alcune, i rispettivi sovrani iniziano a sentire i loro annetti (partendo dalla ormai 87enne Elisabetta II, per giungere al “giovane” 66enne Carlo Gustavo XVI di Svezia) .

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