NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 10 agosto 2017

Vittorio Emanuele II il "Re galantuomo" che sedusse l'Europa


di Francesco Perfetti

La Regina Vittoria d'Inghilterra annotò nel suo diario la morte di Vittorio Emanuele II con parole commosse: «Oggi è l'anniversario della morte dell'imperatore Napoleone. Ho cantato un poco con miss Ferrari, e mentre stavo cantando ho ricevuto la notizia della morte del povero Re d'Italia, avvenuta alle 2 di oggi.

Molto colpita; e per di più il giorno di questo anniversario! Ambedue i miei fedeli alleati nella guerra di Crimea!». Era il 9 gennaio 1878 e Vittorio Emanuele II stava per compiere cinquantotto anni essendo nato a Torino il 14 marzo 1820.
Il ricordo della regina prosegue: «Era uno strano uomo, sregolato e spesso sfrenato nelle passioni (specialmente per le donne), ma un coraggioso, prode soldato, con un cuore generoso, onesto, e con molta energia e grande forza». Lei lo aveva conosciuto ventitré anni prima, nel 1855, in occasione di un viaggio che il conte Camillo Benso di Cavour, in un momento di stasi della guerra di Crimea, aveva organizzato a Parigi e a Londra, ufficialmente per sollevare lo spirito di Vittorio Emanuele II colpito dalla morte della moglie, ma, più probabilmente e realisticamente, per rafforzare i legami del Piemonte con la Francia e la Gran Bretagna.
In quella occasione Vittorio Emanuele fece colpo sulla sovrana malgrado i modi poco ortodossi rispetto alla rigida etichetta tradizionale. I giudizi di Vittoria, consegnati al suo diario o alla sua corrispondenza privata, sono significativi: «È un uomo rozzo. Balla come un orso, parla in modo sconveniente: ma, se entrasse il drago, sono sicura che tutti fuggirebbero, tranne lui. Sguainerebbe la spada e mi difenderebbe. È un cavaliere medievale, un soldato, questo Savoia». E ancora: «Quando lo si conosce bene, non si può fare a meno di amarlo. Egli è così franco, aperto, retto, giusto, liberale e tollerante e ha molto buon senso profondo. Non manca mai alla sua parola e si può fare assegnamento su di lui».
Nelle parole della regina del più potente Stato dell'epoca sono evidenziati alcuni motivi che concorsero a creare il mito del «re galantuomo». Quelle parole, però, spiegano, al tempo stesso, la funzione che ebbe il primo re d'Italia nel far accettare alle diffidenti corti europee il nuovo regno. Il contributo effettivo di Vittorio Emanuele II al Risorgimento un contributo troppo spesso messo in ombra o ignorato da una letteratura faziosa e pregiudizialmente antisabauda fu, soprattutto, quello di rassicurare il «concerto delle potenze» europee sul fatto che la «rivoluzione nazionale» italiana non avrebbe provocato scosse telluriche nell'equilibrio internazionale. Non è affatto un caso che, come ha sottolineato Gioacchino Volpe, egli, in particolar modo quando non ebbe più un Cavour a contenerlo e guidarlo, abbia potuto offrire il meglio di sé cimentandosi nel campo della politica estera con un protagonismo che in diverse occasioni lasciò meravigliati diplomatici e statisti.
Vittorio Emanuele II fu «accreditassimo», per usare ancora un'espressione di Volpe, nelle Corti europee, ma fu anche, si può aggiungere, popolarissimo in patria, proprio per la sua capacità di sapersi cattivare le simpatie di tutti. Era e si sentiva un re, anzi un re che governa. Orgoglioso del passato millenario della dinastia, si poneva su un gradino superiore a quello dei suoi interlocutori, ma al tempo stesso con la bonomia e il tratto anticonformista, riusciva a dare la sensazione di mettersi sul loro stesso piano. Un grande storico, Federico Chabod, ha osservato in proposito: «Qui era in gran parte il segreto del fascino ch'egli esercitò, indubbiamente, e non solo sui piccoli borghesi e sui contadini incantati dalla sua speditezza di modi, ma anche sigli uomini politici: qui era una delle sue doti vere di capo di Stato, che poté dunque agire personalmente, e non solo per imposizione ma per consenso».
Proprio al primo re d'Italia, lo storico piemontese Adriano Viarengo ha dedicato una nuova e approfondita biografia, Vittorio Emanuele II (Salerno Editrice, pp. 504, Euro 29), che riserva, al contrario di molte altre, largo spazio agli anni giovanili del futuro sovrano per indagare il tipo di educazione che questi ebbe e fino a che punto tale educazione, tanto sotto il profilo culturale quanto sotto il profilo religioso, fosse stata davvero da erede al trono. Il padre, Carlo Alberto, il re che aveva concesso lo Statuto, si era formato una solida cultura economica e di scienza dello Stato che il figlio certamente non ebbe ma cui supplì con la consapevolezza di dover «gestire un ruolo», quello di sovrano, cui attribuiva «un valore straordinario» anche in quella «sorta di vacuum che è il regime costituzionale».
Vittorio Emanuele II non dimenticò mai di essere un re con vocazione certo di governo, ma un re costituzionale che aveva a che fare con le istituzioni rappresentative: una Camera non docile e un Senato, pur di nomina regia, non privo di qualche asperità. Esercitò, secondo la lettera dello Statuto, tutti i poteri che gli erano riservati, dall'individuazione dei presidenti del Consiglio alla nomina e revoca dei ministri e, persino, in qualche caso, dei governi. Ma è probabile che sia stata proprio la consapevolezza di essere, come si leggeva nella intitolazione dei suoi atti pubblici, «per grazia di Dio e volontà della Nazione, re d'Italia» a consentirgli di sviluppare quei tratti di bonomia, umanità e affabilità che lo resero amato e popolare al di là delle distinzioni sociali.
Ci furono, certo, anche alcuni «miti fondanti» che accompagnarono lo sviluppo e la storia del regno, prima di Sardegna e poi d'Italia. Viarengo ne ricorda due: l'immagine iconica del «re galantuomo» e la «leggenda di Vignale», quando, appena asceso al trono, dopo la sconfitta di Novara, Vittorio Emanuele minacciò di usare le maniere forti durante le trattative per l'armistizio. Ma altri ancora se ne potrebbero individuare, come, per esempio, quello di voler essere, secondo le parole di un celebre discorso, «il primo soldato dell'indipendenza italiana». Sempre, i «miti fondanti», per quanto suscettibili di revisioni critiche e ridimensionabili, hanno una consistenza reale che non può essere messa in discussione. Nel caso di Vittorio Emanuele II essi nacquero e acquistarono forma, al di sopra e al di fuori della politica, nella caldissima stagione risorgimentale diventando elementi simbolici per i sudditi contemporanei e le generazioni successive. Vennero percepiti, insomma, come «verità storiche». E questo, alla fin fine, è davvero quel che conta tramandando l'immagine di un sovrano che, raccogliendone l'eredità, riuscì a completare l'opera iniziata dal padre Carlo Alberto e a realizzare l'unificazione spirituale e politica del paese in un momento storico particolarmente delicato e turbolento a livello internazionale.

mercoledì 9 agosto 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

IMMISSIONE DEI GIOVANI AL LAVORO
2) Sul problema dell’apprendistato, l’immissione dei giovani al lavoro, e le scuole professionali, e da osservare che la disciplina legislativa sull’apprendistato, pui considerando il progetto di legge in esame al Parlamento, è superata. L’apprendistato non può essere risolto come un «fatto» circoscritto alle esigenze economiche, produttive, sociali dell’azienda. Esso è un « fatto » che interessa tutta la Comunità nazionale, ed ha inizio nella Famiglia e primo conseguimento nella Scuola; e deve trovare armonica disciplina nei problemi di carattere morale, pedagogico e psicologico da cui è possibile una realistica preparazione del fanciullo che lo metta in condizione di affrontare il primo contatto con la vita sociale.

Pertanto prima di provvedere a disciplinare l’apprendistato nei campi, nelle officine, nei commerci, negli uffici, bisogna provvedere ad una riforma completa della Scuola, primaria e secondaria, sviluppando nell’una e nell’altra un programma di istruzione e sperimentazione di avviamento al lavoro, oggi troppo superficialmente svolto da Scuole non idoneamente attrezzate (AVVIAMENTO) o limitate a singole discipline, spesse volte non rispondenti alle necessità del luogo ove sono dislocate per la limitatezza dei programmi. La Scuola primaria e secondaria deve essere la « palestra prioria » in cui i giovanetti, unitamente alle teorie debbono apprendere realistiche e pratiche cognizioni di « quel lavoro » verso cui la naturale inclinazione e predisposizione del fanciullo è più orientata.

Così riallacciato il problema dell’apprendistato a quello della Scuola, e provveduto alla riforma dell’Assistenza e della Previdenza nel senso in cui i nuovi indirizzi sociali vanno orientandosi, il problema contrattuale, salariale, previdenziale dell’apprendistato può essere risolto senza alterare eccessivamente l’economia delle aziende, dell’ occupazione, della produzione ; e quindi assegnando a ciascun apprendista categoria e retribuzione che saranno stabilite dai contratti di lavoro, e non da ima legge coercitiva che ignorerà sempre le vere condizioni culturali, le capacità, la preparazione tecnica dell’aspirante apprendista.

Di conseguenza la legge sull’apprendistato dovrebbe predisporre l’assunzione obbligatoria, in qualità di apprendisti, dei diplomati usciti dalle scuole di avviamento al lavoro. Nel qual caso la ripartizione numerica fra le varie categorie di aziende dovrebbe essere concordata ed eventualmente graduata nel tempo fra le associazioni professionali e le autorità scolastiche. E quindi si dovrebbe, secondo le richieste di mercato, predisporre possibilmente già nelle scuole la ripartizione per specializzazione dell’alunno. Tutto ciò anche per impedire lo sfruttamento dei giovani, prelevati dalla strada, da piccole aziende o da artigiani, i quali, con la scusa dell’apprendistato, ne approfittano per fini non sempre giustificabili.

venerdì 4 agosto 2017

Estate al castello di Racconigi

Tra le bellezze cuneesi di cui spesso ci dimentichiamo


di Fiorella Avalle Nemolis

Una giornata agostana: un viaggio nel tempo tra i fasti del castello reale di Racconigi, in provincia di Cuneo.
Marzio ed io, quest'anno, optiamo per vacanze “nostrane” con piccoli spostamenti in giornata. La nostra provincia Granda, tra borghi e castelli, offre bellezze e arte di cui spesso ci dimentichiamo. Il Castello reale di Racconigi è un'eccellenza tra questi. Ad attrarci è il suo Parco, premiato nel 2010 come il più bello d'Italia.
Riserviamo la visita al parco per il pomeriggio. Alle nove la biglietteria apre, non perdiamo tempo. L'ingresso principale al castello è un grandissimo piazzale di ghiaia fine e curatissima, con lo scalone che conduce al primo piano nobile. Il sole picchia e ci affrettiamo a percorrelo per raggiungere l'immenso e maestoso ingresso.
Alzo il naso all'insù e avvisto una curiosa attrazione: i nidi delle cicogne in bilico sui tetti. E' nota alle spalle del Castello reale l'oasi di questi inconfondibili uccelli. E' un premio, all'ingresso del salone d'Ercole, al piano nobile, lasciarsi alle spalle luce accecante e calura, per la gradevole sensazione di fresco e penombra.
Già si percepisce l'importanza degli ambienti, ampi e lussuosi, con funzione di rappresentanza. Nel castello, anche se luogo di villeggiatura della famiglia reale, si svolgeva anche un'intensa vita di relazione. Quindi, fasto prestigio e potere, per momenti pubblici della vita di corte. Incontri per questioni di stato, con ospiti illustri, ministri, ambasciatori e importanti dignitari.
Non mancavano pranzi di gala e feste da ballo, a cui davano vita i nobili di corte, e anche cerimonie importanti: vi nacque nel 1904 l'ultimo re d'Italia, Umberto II; nel 1909 ci fu la vista in Italia dello zar di Russia Nicola II; nel 1925 si svolsero le nozze della principessa Mafalda; e nel 1930, quelle del principe Umberto II, che ricevette in dono la residenza.

Impossibile e riduttivo descrivere ogni ambiente. E' un mondo così lontano dal nostro! Immagino e sento il fruscio delle sete che avvolgono le dame, strizzate in crudeli corsetti, da cui esplodono audaci décolleté, che ben poco lasciano all'immaginazione, ma perfetti per ostentare preziosissimi gioielli, simbolo di opulenza. Curioso, però, fosse scandalo mostrare le caviglie... E le acconciature elaboratissime che ondeggiavano nel loro incedere, cauto, ma elegante. Ammirevole destrezza nel scendere e salire infiniti scaloni con vesti pari a un'armatura.
[...]
http://www.cuneocronaca.it/un-giorno-al-castello-di-racconigi-tra-le-bellezze-di-cui-spesso-ci-dimentichiamo

giovedì 3 agosto 2017

IL PERICOLO NUMERO UNO IN ITALIA E‘ L’INCAPACITA’ A RISOLVERE RAPIDAMENTE LA CRITICITÀ DEL MOMENTO STORICO

Segnaliamo questo articolo (meritevole a nostro giudizio di qualche correzione per una migliore comprensione) di Michele Frattallone, Presidente del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo, di cui estrapoliamo il seguente brano:

[...]
Dopo quella data Mussolini intraprese una linea diversa e organizzò il partito nazionale fascista che poi si evolve in regime totalitario, al tempo stesso si crearono dissensi, contrasti e pericolosa competizione fra monarchia e fascismo con tutte le conseguenze che seguirono e il finale con la caduta del fascismo il 25 luglio 1943 e successivamente il referendum del 2 giugno 1946. Re Umberto II scelse l’esilio nel territorio dello Stato Portoghese e tutto per una guerra perduta ma dalla gerarchia militare non voluta.
Non credo sia errato potere rispolverare il passato che distrattamente i politici hanno voluto sorvolare  il tempo che fu, perché’ credettero e credono che gli episodi storici non siano utili per confrontarsi con il presente.

Seguo da giorni molti dibattiti trasmessi dalla televisione italiana e percepisco che mai come in questo periodo, il partito che si esprime di centro-sinistra e altri di estrema sinistra, dopo trascorsi settantadue anni, tale partito di centro-sinistra e movimenti di sinistra, con i loro membri e dirigenti che sono al vertice della loro politica a vitalizzare l’odio permanente contro il partito o movimenti di destra. Il clima che si respira non aiuta a condizionare gli effetti dell’inaspettata recrudescenza della cultura fascista, descrivendola tale come un demone pericoloso per il popolo italiano.

Questo comportamento politico espresso dai partiti di centro-sinistra, non crede che la storia sia storia e va rispettata integralmente perché’ in ognuno di noi cittadini italiani, percorrono il corso della nostra vita e poi come si potrebbe negare che da sempre nel nostro io, alloggiano una porzione del male e una porzione del bene.

Poi decidiamo come gestire le tali due porzioni che maturano il carattere di ogni persona individuale e cittadina. Per motivi culturali, da cittadino italiano non sono mai stato iscritto ad alcun partito politico, ma eccezionalmente sono stato iscritto al Partito Nazionale Monarchico, nel ruolo di dirigente giovanile di tale partito ed ho avuto l’opportunità e l’onore di conoscere personalmente Sua Maestà Umberto II, Re d’Italia, e ricordo che mi salutò con due semplici parole: l’Italia innanzitutto!
[...]

mercoledì 2 agosto 2017

Intervista alla Regina Maria José

Sul sito dedicato a Re Umberto la terza parte dell'intervista del 1958.
L'arrivo in Italia ed i primi tempi a Firenze.

martedì 1 agosto 2017

Sport ed Italia unita

I pesisti Pierino Gabetti, Carlo Galimberti e Giuseppe Tonani,
medaglie d'oro all'Olimpiade del 1924, con l'allenatore Enrico Taliani,
Già  in  occasione  delle  recenti  Olimpiadi  di  Rio, del  2016, avevo  scritto  compiacendomi  per  il  risultato  raggiunto, come  numero  di  medaglie, dalla  rappresentativa  italiana, confermando  un  andamento  positivo  che  può  farsi  risalire  al  record  di  30  medaglie, ottenuto alle  Olimpiadi del  1932, tenute  a  Los  Angeles  ( che  dopo  il  bis  del  1984  farà  il  tris  nel  2028!), ed  avevo  sottolineato  che  questo  risultato  era  uno  dei  frutti  della  unità  nazionale, in  quanto  il  medagliere  aveva  premiato  atleti  di  tutte  le  regioni  italiane.
Adesso, luglio  2017,  i  campionati  mondiali  di  nuoto  e  di  scherma  hanno  confermato l’Italia  nei  primi  posti  di  queste  specialità  per  cui  non  posso  che  confermare  il  precedente  giudizio  altamente  positivo, che  riguardava  inoltre  la  presenza  di  numerose  donne  campioni. E   questo  apprezzamento  delle  nostre  atlete  si  rinnova  per  questi  campionati  mondiali  e  quale  maggiore  soddisfazione  vedere  le  vittorie  nella  scherma  della  squadra  femminile , sport  dove  l’Italia  aveva  sempre  primeggiato, a livello  maschile, con  schermitori  di  livello  mondiali  che  sono  entrati  nella  leggenda   dai  Nedo  Nadi  ai  Mangiarotti.
Fortunatamente da anni le ipotesi secessioniste  che  erano  state  avanzate qui  in Italia, per  il  Nord, sono  rientrate, ma  ancora  oggi  vi  sono invece  scrittori  che  scavano  fossati  ed  incitano  a  sentimenti quasi  di  rivolta, questa  volta nel  Sud, ed  ai  quali  invio  queste  considerazioni  sportive, pensando  cosa  sarebbe  stato  il  medagliere  di  un’Italia  divisa, in  più  stati  e  staterelli, quale  era  prima  del  17  marzo  1861 .

Domenico  Giglio

lunedì 31 luglio 2017

Il libro azzurro sul referendum - VI cap. 7

Ricorso all’Amm. Stone degli esponenti dei raggruppamenti monarchici romani per ottenere il rinvio del Referendum
A S. E. l’Ammiraglio Ellery Stone, Capo della Commissione Alleata

ROMA
I partiti politici e le associazioni cd organizzazioni sottoscritte, si onorano sottoporre all'E.V. le seguenti considerazioni:
1. - La natura stessa del referendum istituzionale, che deve decidere delle fondamenta dello Stato sulle quali costruire una costituzione duratura, esige:
a) che la volontà del popolo sia manifestata da tutti i cittadini che hanno diritto di voto, nessuno escluso, quale presupposto giuridico;
b) che la volontà del popolo sia manifestata in piena libertà di voto c di coscienza, quale presupposto morale.
2. - I presupposti giuridici e morali sovraindicati, che sono requisiti essenziali per la validità delle consultazioni popolari, sono di fatto annullati dalla situazione che si è determinata in Italia nella fase preelettorale, come è dimostrato dalle constatazioni che seguono.
3. - In ordine al presupposto giuridico della partecipazione al voto di tutti i cittadini che vi hanno diritto, sta di fatto che: non tutti i cittadini italiani voteranno nei comizi elettorali del 2 giugno p. v., indetti con l’art. 1 del decreto Luogotenenziale in data 16-3-1946 n. 74 perché sono esclusi :
a) i cittadini di cinque provincie della Venezia Giulia e della provincia di Bolzano;
b) i cittadini delle 4 provincie libiche, delle quali la legge elettorale (decreto legislativo luogotenenziale 16-3-1946 n. 98) non ha tenuto conto;
c) i prigionieri non ancora rimpatriati;
d) i reduci per i quali i comuni non hanno provveduto alle iscrizioni nelle liste elettorali;
e) i profughi, gli sfollati, i senza tetto che per cambiamento di residenza o instabilità di residenza non risultano iscritti nei registri di popolazione o non hanno ricevuto i certificati elettorali o il cui certificato è disperso (fra questi, sono da tenersi presenti i 2.000 cittadini italiani espulsi dalla Tunisia, ai quali i Comuni di loro nuova residenza rifiutano l’iscrizione nelle liste elettorali);
f) i cittadini per i quali i Comuni non hanno completato gli accertamenti anagrafici e quindi non hanno provveduto, in molti casi per trascuratezza degli uffici, ad emettere i certificati elettorali;
g) i cittadini sospesi dal diritto elettorale in conseguenza di sommarie decisioni di epurazione, contro le quali hanno ricorso o possono ricorrere al Consiglio di Stato;
h) i cittadini per i quali pressioni di partiti, di Comitati, di persone irresponsabili, arbitrariamente esercitate sugli uffici comunali, hanno fatto omettere l’emissione del certificato elettorale;
i) i cittadini i cui certificati risultano errati, per i quali i necessari accertamenti di rettifica richiedono in molti casi uno spazio di tempo che non consentirà l’emissione del certificato elettorale prima dei comizi del 2 giugno.
4. - Non è errato calcolare che non meno di 4 milioni e mezzo di elettori in tutta Italia, saranno «contro la loro volontà », esclusi dal voto: vale a dire 1/6 e cioè oltre il 16 per cento, percentuale tanto elevata da inficiare in ogni caso la validità delle votazioni. Ciò perché non si tratta di una astensione volontaria, ma di una astensione forzata, arbitrariamente imposta o causata da fatti imputabili alle stesse autorità dello Stato o agli organi delegati alle operazioni elettorali.
5. - In ordine al presupposto morale che esige la garanzia assoluta della piena libertà di voto e di coscienza, tale garanzia non esiste di fatto perché:
a) permane e si va aggravando il clima delle minacce, delle intimidazioni, delle violenze, esercitate sulle persone e sulle coscienze da elementi irresponsabili dei partiti di estrema sinistra, decisi a conseguire una votazione favorevole alla Repubblica attraverso ogni specie di sopraffazioni e di imposizioni e di brogli elettorali, del che si sono avuti innumeri esempi nelle recenti elezioni amministrative;
b) non si è verificato il disarmo delle formazioni armate di partito, non soltanto, ma si continuano le incette di armi, come è stato apertamente dichiarato dallo stesso Presidente del Consiglio S. E. De Gasperi, al congresso del partito della Democrazia Cristiana, mentre si prepara per il caso di vittoria monarchica lo scatenamento di una guerra civile, la cui minaccia si tenta subdolamente di mascherare con gli atteggiamenti e gli sforzi apparenti dei partiti di estrema sinistra di tenere quiete le folle rivoluzionarie fino al giorno delle consultazioni popolari;
c) nonostante che i partiti di estrema sinistra si trattengano apparentemente da violenze, si alimenta il clima tipico della guerra dei nervi per influire sulla psiche degli elettori con una propaganda demagogica senza freno, che si risolve in una aperta coercizione morale;
d) si continua a tollerare ogni forma di ostruzionismo alla propaganda monarchica, da un governo dominato dalla faziosità delle estreme sinistre, che durante la lunga tregua istituzionale — che doveva essere rispettata rigidamente — ha consentito, fomentato, ed esasperato ogni forma di propaganda unicamente in favore della repubblica, mentre ha impedito qualsiasi reazione ai sistematici insulti ed alle settarie calunnie contro l’istituto monarchico e la dinastia regnante.
6. - Conseguentemente, ragioni giuridiche c morali impongono il rinvio del referendum ad epoca nella quale tutti i cittadini siano posti in grado di manifestare col voto la loro volontà, e di manifestarla liberamente, in un clima di disarmo e di pacificazione materiale e morale.^ ^ vanno Elevate l’incongruenza e la contraddizione della legge (decreto Luogotenenziale 16 marzo 1946 n. 98) come di seguito si dimostra:
a) mentre all’art. 1 (primo capoverso) la legge dispone la convocazione dei Comizi per il 2 giugno sia per il referendum sia per le elezioni alla Costituente, dispone con lo stessoan. 1 (secondo capoverso) il rinvio di entrambe le consultazioni, non soltanto di quella relativa alla Costituente, per il collegio elettorale della Venezia Giulia e per la provincia di Bolzano;                      ....    . , ,
b) infatti, la lettera del 1° c del 2° capoverso e identica, perché nel primo capoverso si parla di convocazione dei «comizi elettorali »... per il referendum e la Costituente, nel secondo capoverso si fa eccezione « per la convocazione dei comizi elettorali » da disporsi successivamente, nei territori su indicati. La dizione del secondo capoverso c generica: «convocazione dei comizi elettorali», c quindi deve essere interpretata letteralmente come comprensiva dei comizi elettorali tanto per la Costituente quanto per il referendum;
c) ne consegue, che i cittadini della Venezia Giulia e della Provincia di Bolzano, saranno convocati successivamente non solo per eleggere i deputati della Costituente, ma anche per il referendum.
8. - Dalla incongruenza e contraddizione della legge deriva che:
a) giuridicamente, il risultato del referendum, il quale per essere valido deve essere completo, non potrà essere proclamato se non dopo che le votazioni del 2 giugno siano state integrate da quelle che si faranno successivamente nella Venezia Giulia e nella provincia di Bolzano;                           .           „  .
b) dovrà quindi la Suprema Corte di Cassazione tenere in sospeso hno ad allora la proclamazione dei risultati del referendum del 2 giugno;
c) quanto meno, questi non avranno alcun effetto giuridico fino a quando si sarà verificata la necessaria integrazione con la votazione del referendum nelle provincie suindicate;
d) tale integrazione è necessaria comunque, perché gli elettori delle provincie giuliane e di Bolzano costituiscono il 3 per cento della massa elettorale italiana.
Questa percentuale è enormemente sufficiente a spostare, se non anche capovolgere, i termini del risultato del referendum del 2 giugno,  in quanto è paradossalmente sancito  dall’art. 2 del decreto legislativo Luogotenenziale 16-3-46 n. 98 che è sufficiente un solo voto per determinare la maggioranza.
9. - Sospesa necessariamente la proclamazione del referendum, la Costituente che sia eletta il 2 giugno non avrà ancora l’indicazione giuridicamente certa della forma istituzionale, in rapporto alla quale è chiamata a deliberare la nuova costituzione dello Stato, e dovrà quindi tenere in sospeso deliberazioni essenziali, venendo così a trovarsi nella impossibilità di assolvere al suo mandato.
10. - La situazione che si determinerà in seguito alle inevitabili incertezze e manchevolezze nel funzionamento della Costituente, aggraverà la tensione degli animi nel paese, fino alle consultazioni delle provincie giuliane e di Bolzano; ciò specialmente se i risultati del referendum del 2 giugno, che indubbiamente saranno comunque conosciuti, riveleranno che in fatto, il referendum delle provincie oggi escluse   sarà determinante nei confronti delle votazioni del 2 giugno.
11. - Per le ragioni sopra esposte, si rende necessario non soltanto il rinvio della data del referendum istituzionale, ma anche il rinvio delle elezioni dei candidati alla Costituente.
Infatti :                      .
a) La situazione di disordine, di tensione, di coercizione delle coscienze, di minacce,di parzialità faziosa nei riguardi della libertà di propaganda elettorale, illustrata ai punti 3, 4 e 5 del presente esposto, riguarda direttamente le elezioni per la Costituente;
b) Le liste dei candidati alla Costituente, sono state compilate dagli organi direttivi dei partiti cosiddetti di massa, spesso senza tener conto delle designazioni spontanee e dirette dei candidati stessi da parte degli inscritti ai partiti con  evidente sopraffazione della libertà democratica, e risultano costituite quasi totalmente  di   candidati dichiaratisi repubblicani, perché ne sono stati volutamente esclusi molti nomi di candidati         monarchici nonostante la diversa volontà manifestata dagli inscritti ai partiti;
c) Conseguentemente, in caso di vittoria monarchica nel referendum istituzionale, la Costituente risulterà composta in grande prevalenza di deputati repubblicani, che non potranno dare alcuna garanzia di legiferare conformemente alla volontà del popolo. Questo assurdo contrasto non potrà essere eliminato se non procedendo allo scioglimento della Costituente e a nuove elezioni.
12. - Poiché la vastità del movimento di popolo che già si manifesta in favore della monarchia, rivelata anche da una petizione attualmente in corso per chiedere il rinvio della data del referendum e dei comizi elettorali, per cui già affluiscono centinaia di migliaia di schede, consente di essere certi fin d’ora della vittoria monarchica, è necessario evitare che con le elezioni del 2 giugno si determini l’assurda situazione sopraccennata.
Per evitare questa situazione è necessario rinviare la data già fissata per il 2 giugno, come nel frattempo è necessario: ristabilire l’ordine nel Paese - pacificare gli animi - disarmare qualsiasi formazione di partito o comunque illegale - completare la emissione e la consegna dei edificati elettorali - porre in condizione di partecipare ai comizi elettorali tutti i cittadini che ne hanno diritto, e che oggi sono esclusi dal voto, come è specificato al punto 3 -  imporre il rispetto assoluto delle libertà democratiche, sia nello svolgimento della campagna elettorale, sia nella formazione di nuove liste di candidati alla Costituente che tengano conto delle designazioni espresse direttamente quanto meno dagli iscritti ai partiti.
13. - Le condizioni su esposte, che sole consentirebbero il rispetto dei presupposti giuridico e morale su cui si basa la validità dei comizi elettorali, come accennato al punto 1, non possono per altro essere conseguite permanendo al potere un governo che è direttamente responsabile del disordine materiale e morale della situazione su esposta. L’attuale governonon dà al Paese nessuna garanzia né di equità né di autorità, per lo spirito fazioso dei partiti di estrema sinistra che vi esercitano un prepotere ricattatorio, e che hanno impedito anche quell’allargamento di governo per il quale il Presidente del Consiglio S. E. De Gasperi,si era formalmente impegnato, escludendone la partecipazione di esponenti  di altri partiti e di altre correnti politiche, oggi ufficialmente presenti nelle competizioni elettorali.
14. - Conseguentemente è necessario che l’attuale governo  sia sostituito da    un governo che non sia emanazione di partiti politici in aperto contrasto fra loro, ma   da un governo di funzionari e comunque di persone estranee c superiori ai partiti, che da non altra preoccupazione siano guidate se non da quella di amministrare il Paese con imparzialità ed equità.
15. - Perché la pace interna sia conservata e si possa procedere all'elaborazione di una nuova costituzione, che sia saldo e duraturo fondamento della vita dello Stato, è necessario che la forma istituzionale prescelta ottenga nel referendum una grande maggioranza, che non lasci alcun dubbio sulla prevalente volontà del popolo.
Il popolo italiano è nella sua stragrande maggioranza fedele per tradizione e sentimento alla Monarchia. Perciò anche nella situazione attuale è prevedibile che il referendum del 2 giugno darà una prevalenza monarchica.
Ma oggi il popolo italiano è disorientato ed intimorito da una faziosa pressione repubblicana delle sinistre rivoluzionarie, e conseguentemente, nel referendum del 2 giugno, la prevalenza monarchica non potrà essere che una lieve maggioranza. Ciò costituirà l’occasione immediata di uno scatenamento della guerra civile, da parte delle estreme sinistre repubblicane, che si sentiranno abbastanza forti per tentare con la violenza il rovesciamento della situazione.
Se invece il popolo italiano sarà chiamato a votare dopo che nel paese sia ristabilito l’ordine ed il rispetto delle libertà democratiche, c sia quindi liberato da ogni timore è certo che esso manifesterà con una maggioranza schiacciante la sua volontà di conservare la Monarchia.
A conclusione del presente esposto, i sottoscritti si rivolgono all’alto senso di responsabilità dell’E. V. quale Capo della Commissione Alleata, c per le stesse responsabilità che alla Commissione Alleata medesima competono in dipendenza delle sue funzioni e dei suoi poteri nei riguardi dell’Italia tuttora in stato di armistizio, affinché:
1. - sia rinviata la data della convocazione dei comizi elettorali, tanto per il referendum quanto per la elezione dei candidati alla Costituente;
2. - sia costituito un «governo di affari » il quale provveda:
a) a riformare la legislazione elettorale;
b) a creare le condizioni perché tutti i cittadini che hanno diritto al veto, senza esclusione alcuna, possano esercitare nello stesso giorno il loro diritto;
c) a ristabilire l’ordine, con l’effettivo disarmo delle formazioni illegali c la pacificazione degli animi;
d) a riconvocare i comizi elettorali per la data che sarà consentita dalla ristabilita normalità della situazione del Paese.
Roma, 7 maggio 1946.
In originale firmati:



Gli esponenti dei raggruppamenti monarchici.

venerdì 28 luglio 2017

HANNO UCCISO CHARLIE GARD


di Mario Adinolfi

Tutto quel che c'è da dire è nel fatto nudo e crudo: hanno ucciso Charlie Gard. No, non oggi staccando il respiratore e lasciando che restasse senz'aria nei polmoni, soffocandolo (e a poco valgono le immagini palliative che rendiamo a noi stessi, pensandolo sedato e sereno, la morte non è mai faccenda indolore anche quando vogliamo farla sembrare tale per l'impossibilità di sopportarne la dura verità). Hanno ucciso Charlie a gennaio, quando i genitori hanno cominciato a parlare di cura sperimentale possibile negli Stati Uniti organizzandosi per rendergliela praticabile e i medici del Great Ormond Street Hospital si sono opposti dicendo fin da allora che non c'era nulla da fare e portando la questione in tribunale e trovando 'sto giudice Francis dell'Alta Corte britannica a dar ragione ai medici e poi la Corte d'Appello e poi la Corte Suprema e poi la Corte Europea dei Diritti Umani e poi di nuovo il giudice Francis, in un tragico gioco dell'oca che aveva un solo traguardo prefissato: l'uccisione di Charlie Gard, per la quale tutti unanimemente si sono pronunciati per mesi, medici del GOSH e giudici di ogni corte.

Sono loro ad aver ucciso il piccolo e ad averlo voluto uccidere per una ragione molto semplice: i disabili gravi inguaribili ma curabili sono un costo pesantissimo per la sanità britannica, che ai costi è estremamente attenta, e Charlie era un caso perfetto perché non poteva parlare e non aveva un passato. Uccidevano un bambino senza amici, senza mogli, senza figli che soffriva di una malattia devastante che subiva in maniera silente e così potevano costruire un precedente giuridico che in un sistema di Common Law come quello britannico tornerà utile vedrete in quanti altri casi. Pensavano che i genitori non avrebbero lottato più di tanto, questo ormai è il mondo in cui i bambini vengono abortiti e centinaia di migliaia l'anno in ogni nazione "civile", praticamente quasi sempre in caso di malanni riscontrati dalle varie forme di diagnosi prenatale, se poi nasce un bambino "handicappato" la società lo dipinge come "una disgrazia" e fior di accademici ne teorizzano la soppressione in vita in una moderna edizione della Rupe Tarpea.

Invece Chris e Connie hanno resistito, hanno lottato con le unghie e con i denti, si sono battuti come genitori che verrebbe da definire "d'altri tempi", con le loro grida e il loro dolore non esibito ma evidente. Poi s'è mobilitato il mondo e forse chi poteva fare tanto ha fatto poco, ci siamo innamorati delle solite inutili petizioni on line e davanti al Great Ormond Street Hospital a protestare erano in trenta, anche dalle autorità politiche e religiose ci si poteva attendere altro che non fosse un paio di frasi (comunque utili a far piombare il caso in prima pagina). Magari il poco, che comunque ha coinvolto l'anima e la commozione sincera di milioni di persone prevalentemente in Italia e negli Stati Uniti, sarebbe stato sufficiente in un tempo normale, ma questo è il tempo in cui gli assassini hanno un'ostinazione fuori dal comune, il parallelo con i nazisti che ogni volta ripeto davvero non è forzato. Non si potevano sfidare le SS con le petizioni on line, prima o poi dovremmo arrivare a capirlo: serve organizzazione, presenza di piazza, forza politica, rappresentanza nelle istituzioni e nei luoghi dove si decide. Altrimenti decideranno sempre contro la vita e la prova è nel cadavere di Charlie su cui noi oggi piangiamo.

Alla fine, di tutto questo, resta la forza di una mamma e di un papà a cui noi oggi rendiamo omaggio nel momento del massimo dolore. A Chris e Connie, che avevano capito quel che i medici non avevano capito e che cioè una cura sperimentale per Charlie poteva esserci, non l'hanno perdonata e hanno davvero fatto di tutto fino a negare loro l'ultimo desiderio di far morire loro figlio a casa sua, dopo averlo stretto tra le braccia e avergli "fatto il bagnetto". Questo dettaglio commuove davvero (anche chi ne scrive, ora) e solo la disumanità degli assassini ostinati ha potuto negare a quella mamma e a quel papà almeno questo ultimo momento di vita familiare insieme.

Il caso Charlie Gard è un punto di non ritorno, ma anche un punto di partenza se vogliamo rendere efficace la difesa di un diritto alla vita che altrimenti sarà sempre più circoscritto al campo opinabile dei "sani e produttivi". Ma ci sarà occasione per parlare e scrivere di questo. Oggi non possiamo che pregare Dio di accogliere questo bambino innocente ucciso da mani che sapevano quel che facevano e che Maria gli canti materna la ninna nanna, facendolo dormire libero, ora che sicuramente libero è.

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mercoledì 26 luglio 2017

Il Re da Roma a Brindisi non fu vigliaccheria

da "Il Giornale"  21 luglio 2017



TEMPO DI GUERRA

Spesso al Re Vittorio Emanuele viene rivolta l’accusa di aver lasciato l'esercito senza ordini alla data dell'armistizio e gli viene contestato il fatto di aver lasciato Roma, con un atto di vigliaccheria, il 9 settembre '43.

In realtà, le cose andarono diversamente. 

Era ben nota a tutti i militari italiani, la possibilità che, subito dopo la proclamazione dell'armistizio, i tedeschi aggredissero l’Italia. D’altra parte, in virtù del Patto di alleanza del 22/5/'39, è evidente che l'Italia non potesse voltare i propri cannoni contro i tedeschi per il sol fatto di aver chiesto un armistizio agli anglo-americani. Alla lettura del proclama del Maresciallo Badoglio, dunque, ci si rese subito conto che non si poteva ordinare di attaccare i tedeschi: bisognava invece impartire ordini per il caso in cui fossero questi ultimi ad attaccare per primi. 

Ed ecco il significato della frase chiave del proclama: «le forze armate Italiane reagiranno ad attacchi di qualunque altra provenienza». Quale avrebbe potuto essere questa «altra provenienza», se non quella tedesca? Gli ordini, perciò, c'erano ed erano chiari ma vi fu chi
preferì non eseguirli, inventando la favola della mancanza, ben presto sfruttata dalla propaganda anti-monarchica, perpetuata nei decenni seguenti dagli storici conformisti, che di fatto hanno contribuito a coprire chi aveva preferito non compiere il proprio dovere. Al terzo Re d'Italia viene poi contestato di essere fuggito da Roma. 

Ma in un momento così delicato, il Re aveva il dovere di evitare che l'Italia cadesse in balia dei tedeschi o degli anglomericani, creando un governo fantoccio ai propri ordini, come accaduto in altri paesi d'Europa. Per dare continuità alle istituzioni italiane legittime era indispensabile quindi formare un nuovo governo e metterlo in grado di agire, evitando la cattura da parte dei nazisti (che avevano progettato di deportare l'intera Famiglia Reale già dal luglio 1943, come accaduto alla Principessa Mafalda) ma restando in Italia: così il Re si trasferì con il governo a Brindisi, portando con sé il Principe ereditario Umberto, che inizialmente chiese di poter rima-nere a Roma. 

Lo stesso presidente della Repubblica Ciampi ha affermato che così facendo «il Re ha salvato la continuità dello stato». Nella situazione confusa di quei giorni il Re sapeva bene che i suoi avversari politici avrebbero potuto accusarlo di vigliaccheria, ma scelse di sacrificare la sua immagine per il bene dell'Italia perché, come la storia ha sempre dimostrato, la salvezza della Corona avrebbe significato la salvezza della Patria.

Santino Giorgio Slongo


Busto Arsizio (Varese)

lunedì 24 luglio 2017

I monarchici siciliani (dell'UMI ) scelgono Musumeci "L'unico che può salvare la Sicilia

PALERMO - "Assistiamo in questi giorni al solito noioso 'balletto delle alleanze'. 
Il centrosinistra, su cui occorre stendere un velo pietoso vista la amministrazione degli ultimi 9 anni della Sicilia, tramortito dalla ricandidatura del governatore uscente ed il centrodestra imbalsamato dalle dichiarazioni di partiti che non hanno saputo esprimere seggi al consiglio comunale del capoluogo o che, ancor peggio, hanno sostenuto l’esecutivo uscente. 
Il candidato di centrodestra autorevole c'è già, ed ancora aspettiamo che qualcuno spieghi il perché di tanto indugiare da parte di Forza Italia, primo partito della coalizione. 
L’Unione Monarchica Italiana, in questo senso, invita tutti i monarchici siciliani, iscritti e simpatizzanti, a sostenere la candidatura dell'onorevole Nello Musumeci, quale unico politico in grado di potere offrire alla Sicilia una via d’uscita dal tunnel senza fine nel quale l'Isola sembra stazionare all’infinito a causa degli anni del governo Crocetta". 
Lo dice in una nota Michele Pivetti Gagliardi, presidente dell'Unione Monarchica Italiana (UMI) Sicilia.

http://livesicilia.it/2017/07/23/i-monarchici-scelgono-musumeci-lunico-che-puo-salvare-la-sicilia_874593/

domenica 23 luglio 2017

La Contea di Nizza Sabauda e le sue specificità

La sua posizione geografica aveva reso possibile nei secoli scambi fittissimi tra Italia e Francia, di modo ché una parte della Contea nizzarda era di lingua ligure (quella lingua ligure che, anche attraverso il retaggio del figòn, dialetto di influenza albenganese, conserva tuttora alcune tracce da Grasse a Saint Tropez) nella zona di Mentone e della Val Roya.


Se la Savoia, patria originaria della Real Casa, era divisa dal resto dei territori sabaudi dai massicci alpini ed era di lingua franco-provenzale, diversa fu la situazione di Nizza e della sua Contea. La sua posizione geografica aveva reso possibile nei secoli scambi fittissimi tra Italia e Francia, di modo ché una parte della Contea nizzarda era di lingua ligure (quella lingua ligure che, anche attraverso il retaggio del figòn, dialetto di influenza albenganese, conserva tuttora alcune tracce da Grasse a Saint Tropez) nella zona di Mentone e della Val Roya, mentre il capoluogo, seppure di lingua occitana (il nizzardo era una variante arcaica della lingua provenzale) era legato fortemente e tradizionalmente alla dinastia sabauda e al Piemonte.
Circostanza quest'ultima, che non trovò conferma nei dati addomesticati (anche dallo stesso Piemonte) del referendum che sancì il definitivo passaggio alla Francia nel 1861. Ma quando, dopo il Congresso di Vienna, nel 1815, il Regno di Sardegna ritornò in possesso della Contea di Nizza, tutta la stima e la riconoscenza dei nizzardi verso i Savoia fu evidente. La specificità sabauda di Nizza trovò molti elementi di riferimento nella generosa e illuminata relazione che proprio i Savoia intrattenevano con la città, la cui fortuna venne di volta e volta esaltata nei secoli precedenti da parte della Casa Regnante. Non solo: l'affermarsi della cultura italiana a Nizza deve le proprie origini proprio al clima sabaudo (e non solo ligure) di un territorio e di una cultura che trovano maggiori aderenze nel contesto dei rapporti transfrontalieri in dinamico interagire. La specificità più importante di Nizza poggia su una civiltà della libertà delle idee. Ma anche su una sana amministrazione.

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GLI ANNIVERSARI REPUBBLICANI


Domenico   Giglio  

E’ incredibile che le repubbliche non abbiano migliori date per  celebrare la loro nascita, date che andrebbero invece  dimenticate per il loro intrinseco carattere partigiano, se non  addirittura contrario ai principi che vorrebbero esaltare.
Cominciamo dalla Francia che celebra il 14 luglio un eccidio  quale  fu la cosiddetta “presa della Bastiglia”. La  storia dice che nella  famosa Bastiglia, assunta  dai  repubblicani  come  simbolo  del  potere  monarchico, in  quel  famoso  giorno, non  vi  erano  che  alcuni  detenuti   comuni  ed  una  modesta  guarnigione, che  fu  quasi  del tutto  trucidata , per  cui  richiamare  libertà  e  fraternità  è  offensivo  per  entrambi  i  termini  dal  momento  che  trattata  la  resa  della  fortezza , con  salvezza  della  vita  dei  superstiti, la  stessa  resa  fu  disattesa  ed  il comandante  della  Bastiglia, De  Launay, fu  decapitato  e  la  sua  testa  mozza  innalzata  su  una  picca!
Inoltre, sempre per la storia, la Francia rimase Regno ancora  per  diversi anni e ben altre date potevano essere ricordate, come, ad  esempio quando fu approvata la dichiarazione dei diritti  dell’uomo, che aveva un ben  diverso valore  e  significato  e  che  avvenne ancora sotto Luigi  XVI, quando sembrò  che  si  potesse arrivare  ad una Monarchia Costituzionale.
Venendo  poi  all’Italia  ricordare  il  2  giugno  quale  “festa”  della  repubblica, suona  offesa  a  quella, quasi  metà, degli  elettori  che  avevano  votato  per  la  Monarchia  dei  Savoia e  anche  sul  25  aprile  “festa  nazionale”, molto ci sarebbe da discutere. Anche  qui  potevano  essere  scelte  altre  date , come  il  famoso, oggi  dimenticato, 4  novembre  che  aveva  vista  la  sola  grande  vittoria dell’Italia unita ed a proposito delle ricorrenze  ricordiamoci  che  la  grande  festività  dell’Italia  Monarchica, era  la prima domenica di  giugno, “Festa  dello  Statuto”, cioè  di  quella  Carta  Costituzionale  che  dal  1848, aveva  accompagnato  e  guidato  la  nostra  storia  unitaria.


Trecento anni fa la prima pietra del mito Superga

È tra le mete turistiche più visitate del Piemonte

La corona per re Umberto
Oggi, alle 15,30 sarà deposta una corona di alloro alla statua di re Umberto I nel piazzale della Basilica, restaurata in occasione dell’anniversario

È tra le mete turistiche più visitate del Piemonte con il Museo Egizio, la Reggia di Venaria e il santuario di Oropa. Dai turisti, soprattutto, perché i torinesi la osservano dal basso, pensano di esserci già stati da bambini e ci vanno poco. Così, un’occasione per ritrovare la Basilica di Superga, per scoprire che negli ultimi decenni lavori per milioni l’hanno ormai interamente restituita all’antica bellezza, sono gli appuntamenti che in questo weekend celebrano il 300° anniversario della posa della prima pietra della «Real Basilica», frutto di un voto fatto nella Torino sotto assedio del 1706. La città è invasa dall’esercito franco-spagnolo di Luigi XIV e le milizie piemontesi, insieme alle truppe alleate austriache, sono in difficoltà. «Il duca Vittorio Amedeo II e il principe Eugenio di Savoia-Soissons - ricorda Giovanni Seia, che oggi dalle 15 coordinerà la sessione storica del convegno dell’anniversario - salgono sul colle per osservare dall’alto il campo di battaglia e in una piccola chiesa fanno il voto: in caso di vittoria faranno costruire in quello luogo una basilica in onore della Madonna». Dopo una dura battaglia e il sacrificio di Pietro Micca la città è liberata. «I morti sono 3000 tra gli austriaci, 8000 tra i francesi. Dopo il Te Deum di ringraziamento in Duomo, Vittorio Amedeo II tiene fede al voto. La prima pietra viene posata il 20 luglio 1717, l’inaugurazione avverrà nel 1731». 
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domenica 16 luglio 2017

Denis Mack Smith, amico dell'Italia?

La recente scomparsa, l’11 luglio scorso, dello  storico inglese ha dato logicamente occasione ad articoli che ne ricordassero le sue opere, grande parte delle stesse dedicate alla storia dell’Italia e che ebbero anche una notevole diffusione, nel trentennio dal 1960 al 1990, riempendo un vuoto sulla storia della nostra  Unità, che dopo Benedetto Croce e Gioacchino Volpe, la cui “Italia  Moderna” si fermava al 1914, non aveva avuto per decenni alcuna opera di valore, vuoto che solo in occasione del centociquantesimo del Regno, ha  trovato in Domenico  Fisichella l’autore  che  in una trilogia  da  “Il miracolo  del Risorgimento”, “Dal Risorgimento al fascismo” e  infine “Dittatura e  Monarchia” ha  realizzato finalmente una  storia completa e leggibile dell'Italia Unita.
Da questo interesse  dello   Smith  per  la nostra storia,  farlo  passare  ad  amore  per l’Italia o  ad  amico  della  stessa , c’è  una notevole differenza, perché specie nell’opera  principale, “Storia  d’Italia- 1861-1958”, le sue simpatie, senza  dubbio giustificate, furono  solo per  Garibaldi , mentre su Cavour  il  giudizio  non  fu benevolo, tanto  che  Rosario  Romeo, il  più accreditato  tra  gli  studiosi  dell’opera  del Cavour dovette replicargli, ottenendo, successivamente una qualche ritrattazione. Egualmente  acre  fu  pure  il suo giudizio sui Re di Casa  Savoia, ”I Savoia re d’Italia”, arricchendo anche qui i suoi studi  di  aneddoti che stimolano la curiosità del lettore, ma non rappresentano il vero  quadro storico nel quale si erano svolti  i  fatti.
Senza dubbio in questa sua visuale era determinante la sua formazione ideologica, democratica radicale, così che anche per quanto  riguarda il fascismo lo Smith ne trova possibili origini addirittura nel Risorgimento e nel patriottismo liberale e successivamente in un Crispi , ma  non ricorda che senza il troppo spesso dimenticato ”biennio rosso”, dal 1919 al 1921, e la altrettanto famosa “rivoluzione d’ottobre” in Russia, di cui, fra l’altro, ricorre quest’anno il centenario, con le sue successive rivolte in Prussia, Baviera ed Ungheria, il fascismo non avrebbe  trovato il terreno fertile per la sua azione e successiva affermazione. E come  per Cavour, Smith aveva trovato le repliche di Romeo, così  per  il  fascismo le  trovò in De Felice, che partendo da una giovanile militanza comunista, era arrivato ad una visione globale, veramente storica, del fenomeno Mussolini, visione che a tutt’oggi rimane insuperata, provocando travasi di bile negli antifascisti  di “professione”, che non possono perdonargli di avere sottolineato gli anni del consenso al regime, di cui pure tanti e qualificati compatrioti del Mack  Smith erano stati pure ammiratori.


Domenico  Giglio

giovedì 13 luglio 2017

Un Paese in retromarcia


di Marcello Veneziani
Sono riusciti a rendere serie le cose ridicole e a ridicolizzare le cose serie. Dico i media, la Boldrini, Fiano, Sala, Renzi e compagnia cantante. Sono riusciti a ritenere un pericolo per la democrazia qualche bischerata da spiaggia, il mercatino web sul fascismo, il vintage e perfino i vini, le battute, i busti del duce.
E in questo modo sono riusciti a ridicolizzare e sputtanare, le istituzioni, le leggi, oltre che il fascismo storico e l’antifascismo storico, che furono cose serie.
Bel risultato, complimenti. Ed è bastato un tweet infelice del deputato Corsaro contro Fiano, il firmatario della legge fasciofoba per far dire: visto, avevamo ragione, ci vuole la legge.
Come se ci volessero leggi speciali per punire le battute infami. Lo “scritto Corsaro” dimostra che una legge liberticida avvelena gli animi e oscura le menti.
Proviamo a fare un bilancio di questa grottesca polemica nata da Insolazione & Desolazione, anzi di questa folle corsa a marcia indietro nella storia.
La retromarcia su Roma. Nell’anno in cui si dovrebbe parlare del comunismo, che nacque giusto cent’anni fa, il comunismo sembra archeologia e il fascismo sembra ancora in piedi, benché morto e sepolto molti decenni prima.
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Intervista alla Regina Maria José

Con la seconda parte continua l'intervista rilasciata dalla Regina nel 1958. Nei suoi ricordi lo scoppio della Grande Guerra ed il primo incontro con Re Vittorio Emanuele III.



P.S. E' stato reinserito il link alla prima parte, che non era stato correttamente inserito il mese precedente.