NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 12 aprile 2017

1867 - IL VERO 150° DELLO STATO . L'ITALIA TRA LE GRANDI POTENZE


di Aldo A. Mola

Lo Stato d'Italia compie tra poco il vero 150° del suo ingresso nella Comunità internazionale. Oggi il Paese è in affanno, disorientato, quasi sfarinato. Perciò va ricordata quella data. L'11 maggio 1867 il marchese Emanuele Tapparelli d'Azeglio rappresentò il Regno alla firma del Trattato di Londra che chiuse il contenzioso sul Lussemburgo: una vertenza apparentemente minima, in realtà gravida di storia. Il Granducato era “la Gibilterra del Nord”: un ammasso di fortificazioni erette nei secoli per sbarrare la strada all'invasione dall'una o dall'altra sua parte. Napoleone III aveva tentato di comperarlo dal regno dei Paesi Bassi, come nel 1768 la Francia di Luigi XV aveva fatto con la Corsica, venduta a Parigi dal genovese Banco di San Giorgio. Ma la Prussia gli tagliò la strada. La frizione sprigionò scintille. L'Europa era appena uscita dalla guerra del 1866 tra l'impero d'Austria e la coalizione italo-prussiana che all'Italia fruttò il Veneto. La diplomazia ebbe la meglio sulle armi, che - aveva insegnato Clausewitz - ne sono la prosecuzione. Era il “secolo della pace” che, tra l'una e l'altra “guerra di teatro”, tutte circoscritte per territorio e numero di vittime, durò dal Congresso di Vienna del 1815 alla conflagrazione europea del 1914.
Giocando d'iniziativa e di sponda tra il 1859 e il 1860 Vittorio Emanuele II di Savoia coronò il sogno di tanti patrioti: un regno unitario dalle Alpi alla Sicilia. Non era tutto. Mancavano il Triveneto e Roma. Ma anche ai più audaci l'elezione di una Camera nazionale nel febbraio 1861 parve un miracolo, come in opere magistrali ricorda Domenico Fisichella, storico e politologo insigne, designato Premio alla Carriera dal 50° Premio Acqui Storia. Il 14 marzo 1861 il Parlamento proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia. Dunque era fatta? No, perché sia per le persone sia per gli Stati non basta “dirsi” qualcosa, bisogna “esserlo”, occorre ottenere il riconoscimento: battesimo, iniziazione, consacrazione...
La demolizione del Sacro Romano Impero da parte di Napoleone I abbatté nell'Europa centro-occidentale il principio in forza del quale il potere regio discende da quello imperiale: ora erano le Nazioni a dare corpo agli Stati. La Russia continuò a fare storia a sé, perché, come Terza Roma, non riconosceva alcuna autorità al vescovo di Roma che per un millennio aveva benedetto Pipino e consacrato Carlo Magno e i suoi successori. Il 17 aprile 1861 il Parlamento deliberò che il sovrano avrebbe firmato leggi e decreti come “re d'Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione”: la Tradizione venne fusa con la “rivoluzione”, del resto già alla base dello Statuto promulgato nel regno di Sardegna il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia, che proclamò i cittadini uguali dinnanzi alle leggi e la libertà dei culti, caso unico nell'Italia dell'epoca, mentre nel regno delle Due Sicilie (rimpianto da Pino Aprile, da Fabio Andriola inopinatamente elevato a paladino della “verità”, quasi sia lo scopritore della plurisecolare “questione meridionale”) vietava ogni religione diversa dalla cattolica apostolica romana, là praticata in forme superstiziose: e non per caso l'abate di Montecassino, Luigi Tosti, si schierò per l'unità d'Italia, come Carlo Passaglia e tanti insigni teologi ed ecclesiastici.
Ma, appunto, nella storia non basta dirsi, bisogna farsi accettare. Dopo la proclamazione, il Regno d'Italia venne riconosciuto dalla Gran Bretagna (che così lo sottrasse all'abbraccio di chi lo confondeva con una qualunque contessa di Castiglione), dalla Svizzera, dalla Grecia (che fu sul punto di avere re il secondogenito di “Monsù Savoia”, Amedeo, duca d'Aosta) e dagli Stati Uniti d'America. Gli altri Paesi, spocchiosi, rimasero a guardare. Quasi nessuno credeva che l'Italia sarebbe divenuta uno Stato vero. A tarparne il volo erano mazziniani, federalisti (pochi e irrilevanti), papisti e nostalgici dei regimi abbattuti e sconfessati dai plebisciti che nel 1860 unirono col voto l'adesione alla corona sabauda di Ducati padani, Granducato di Toscana, Emilia e Romagna, Umbria, Marche, Sicilia e Province napoletane. In alcune di queste divampò il “grande brigantaggio”, alimentato da carenza di senso dello Stato, sorretto dall'estero e direttamente dallo Stato pontificio che gli parò le spalle. Fu una partita tanto difficile e dura quanto necessaria. Checché ne capiscano i nostalgici del trapassato remoto, appunto alla Pino Aprile, l'Italia era il ponte tra la Gran Bretagna, l'India e l'Estremo Oriente. Potate per linee ferrate dal Mare del Nord al Mediterraneo settentrionale, dai suoi porti (Genova, anzitutto) le merci avrebbero puntato, via nave, verso il Canale di Suez ormai in costruzione. Il mondo cambiava celermente nell'età dei cavi telegrafici sottomarini, del gioco di borsa, dei grandi traffici e della seconda età coloniale che in pochi decenni portò l'Europa a dominare l'80% dell'Africa e, con metodi sbrigativi, la Cina (anche tramite la guerra dell'oppio), l'India, l'Afghanistan, per trarne risorse e senza la pretesa infantile di esportarvi la democrazia. Era l'età studiata da Karl Marx, secondo il quale senza ammodernamento (industrializzazione e accumulazione del capitale) non sarebbe mai giunta la liberazione del lavoro dalla mercificazione. Rispetto ai Paesi da più tempo uniti, organizzati e dotati di una dirigenza capace di pensare “in grande”, l'Italia era arretrata, malgrado i Congressi degli scienziati (1839-1847), la prima statistica del regno (1861) e le ancora balbettanti Esposizioni nazionali. Ben vennero quindi i riconoscimenti del neonato Regno da parte del Portogallo (il cui re aveva sposato Maria Pia, figlia di Vittorio Emanuele II), dell'impero ottomano e dell'Olanda (1861). L'impero di Russia e il regno di Prussia lo riconobbero solo nel luglio del 1862, proprio quando Garibaldi organizzò la spedizione contro il papa (“Roma o morte”), rischiando di far annientare la credibilità di uno Stato sorto non per suscitare disordini ma per concorrere alla pace europea. Il 25 giugno 1863 la Danimarca accreditò il suo rappresentante presso il re d'Italia. La Spagna si decise solo il 12 luglio 1865, quando capì che era del tutto vana la speranza di restaurare l'evanescente Francesco II di Borbone. Vittorio Emanuele II, di gran lunga superiore al ritratto che ne fa Adriano Viarengo nella biografia ora edita da Salerno, per unire l'Italia aveva generosamente sacrificato non solo la Savoia e l'italiana Nizza ma anche Torino quale capitale: meritava credito. Lo stesso anno il regno fu riconosciuto da Brasile, Messico e dal cattolico Belgio. Mancava il tassello finale. Con la pace di Vienna (3 ottobre 1866) l'Austria aveva sì ceduto il Veneto, ma a Napoleone III, che a sua volta lo “trasferì” alla Corona d'
Italia: accordo ratificato dal Parlamento italiano il 13-16 aprile 1867.
Il corpo diplomatico italiano, guidato da patrioti di alto talento quali Alfonso La Marmora e Pompeo di Campello e da ambasciatori di prim'ordine come Costantino Nigra e Isacco Artom, cresciuti alla scuola di Cavour, raggiunsero la meta: l'Italia fu accolta alla Conferenza di Londra del maggio 1867. Fu la sua prima volta: “ultima fra le grandi potenze” si disse con sorriso ironico. Ma le sue potenzialità erano chiare agli osservatori stranieri. Volente o nolente il Mondo Nuovo doveva passare per l'Italia. Perciò non le erano più consentiti colpi di testa, come la spedizione garibaldina dell'ottobre-novembre 1867 contro il papa-re. Del resto, pochi giorni dopo la Conferenza di Londra lo sfortunato Massimiliano d'Asburgo, aspirante imperatore del Messico, mandato allo sbaraglio da Napoleone III, fu arrestato a Querétaro dagli sgherri di Benito Juárez, che lo fece fucilare, su procura degli USA.
I veri frutti dell'ingresso del Regno d'Italia nella Comunità internazionale si colsero tre anni dopo, quando il governo Lanza-Visconti Venosta-Sella-Castagnola frenò ogni tentazione di scendere in guerra contro la Prussia a fianco di Napoleone III e, nella “finestra” aperta con la sconfitta dell'imperatore a Sedan, corse a Roma per chiudere la “questione” che teneva inquieto il Paese e l'Europa intera. Nei giorni fatali del 19-20 settembre 1870 Pio IX venne “vegliato” dagli ambasciatori di Paesi luterani ancor più che da quelli cattolici, perché era in gioco il coronamento del Risorgimento sognato da Cavour quando, il 17 marzo 1861, aveva fatto proclamare Roma capitale d'Italia: una data da mettere in calendario sin d'ora, in vista del suo 150°. Lasceremo dove sono i nostalgici degli antichi regimi e i visionari d'ogni genere e ricorderemo Vittorio Emanuele II padre della Patria: egli, sì, “uomo della provvidenza” come nel 2011 convenne il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, e come scrive “La Civiltà Cattolica” che nel suo n. 4000 plaude all' “ideale unitario” che la animava “prima ancora che si concepisse l'Italia una e indivisa sul piano politico”. In realtà quello stesso ideale, molto prima che dai gesuiti, anzi contro la loro Compagnia, era stato coltivato da Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Camillo Cavour, Vincenzo Gioberti, dal carbonaro Silvio Pellico a da una schiera di patrioti, in gran parte massoni, che ebbero per vessillo il tricolore con lo scudo sabaudo: l'11 maggio 1867 accolto a Londra tra le bandiere del Mondo Nuovo, mentre gli zuavi di Napoleone III facevano quadrato attorno a Pio IX, nemico acerrimo dell'unità d'Italia.


Aldo A. Mola

martedì 11 aprile 2017

Il libro azzurro sul referendum - V cap. - 1-2

La legge per il referendum

Il Luogotenente Generale del Re, sanzionando i due decreti legislativi con i quali rispettivamente si indisse il «referendum» e si fissò la convocazione della Costituente, scrisse al Presidente del Consiglio la seguente lettera:

Signor Presidente,
Le restituisco, muniti della mia sanzione, i provvedimenti con i quali si indice il referendum sulla forma istituzionale dello Stato e si convoca l'assemblea Costituente che dovrà decidere della nuova Costituzione.
Nel compiere quest'atto sento di ricongiungermi alle gloriose tradizioni del Risorgimento nazionale, quando attraverso eventi memorabili indissolubilmente legati alla storia d'Italia, la Monarchia poté suggellare l'unità della Patria e i plebisciti furono l'espressione della volontà popolare ed il fondamento del nuovo Stato unitario.
Questo ossequio alla volontà popolare dettò anche la decisione del mio Augusto Genitore di ritirarsi irrevocabilmente dalla vira pubblica per facilitare - come Egli stesso affermò l'unità nazionale.
Il medesimo pensiero mi indusse a sanzionare il decreto del 24 giugno 1944, che rimetteva al popolo italiano la scelta delle forme istituzionali.
La sanzione di oggi è dunque il coronamento di una tradizione che sta a base del patto tra popolo e monarchia, patto, che, se confermato, dovrà costituire il fondamento di una monarchia rinnovata, la quale attui pienamente l'autogoverno popolare e la giustizia sociale.
In questo solenne momento non posso fare a meno di rivolgere un commosso pensiero ai nostri fratelli ancora prigionieri e internati, ai cittadini tutti di ogni terra italiana, i quali - per ragioni indipendenti dalla nostra volontà e che per rispetto della giustizia devono considerarsi contingenti - non potranno partecipare alla consultazione che dovrà decidere anche del loro avvenire.
Confido che il Governo saprà provvedere affinché le elezioni si svolgano nella massima libertà degli individui e delle coscienze: per assicurare quest'ultima, ho dato con le disposizioni testé sanzionate, libertà di voto a quanti sono legati dal giuramento.
lo, profondamente unito alle vicende del Paese, rispetterò come ogni italiano le libere determinazioni del popolo, che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della Patria.
Voglia, signor Presidente, comunicare ai signori Ministri questa mia lettera, che considero un doveroso contributo alla serenità della consultazione popolare.

Roma 16 marzo 1946.                                                    Aff.mo  UMBERTO DI SAVOIA



Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 98 (16 marzo 1946)

Integrazioni e modifiche ai decreto legge Luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, relativo all'Assemblea per la nuova costituzione dello Stato, al giuramento dei membri del Governo ed alla facoltà del Governo di emanare norme giuridiche.

UMBERTO DI SAVOIA

Principe di Piemonte - Luogotenente Generale del Regno
In virtù dell'autorità a Noi delegata;
Visto il decreto legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, relativo all'Assemblea per la nuova costituzione dello Stato, al giuramento dei Membri del Governo ed alla facoltà del Governo di emanare norme giuridiche;

Visto il decreto legislativo luogotenenziale lo febbraio 1945, n. 58 concernente nuove norme sull'emanazione, promulgazione e pubblicazione dei decreti luogotenenziali e di altri provvedimenti;

Ritenuta la necessità di apportare integrazioni e modifiche al sopracitato decreto-legge luogotenenziale 25 giugno 19A4, n. 151;
Udito il parere della Consulta Nazionale;
Vista la deliberazione dei Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, Primo Ministro Segretario di Stato, e del Ministro per la Costituente di concerto con tutti i Ministri;
Abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Art. 1. - Contemporaneamente alle elezioni per l'Assemblea Costituente il popolo sarà chiamato a decidere mediante «referendum» sulla forma istituzionale dello Stato (Repubblica o Monarchia).

Art. 2. - Qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci a favore dalla Repubblica, l'Assemblea, dopo la sua costituzione, come suo primo atto, eleggerà il Capo provvisorio dello Stato, che eserciterà le sue funzioni, fino a quando sarà nominato il Capo dello Stato a norma della Costituzione deliberata dall'Assemblea.
Per l'elezione del Capo provvisorio dello Stato è richiesta la maggioranza dei tre quinti dei membri dell’Assemblea. Se al terzo scrutinio non sarà raggiunta tale maggioranza, basterà la maggioranza assoluta.
Avvenuta l'elezione del Capo provvisorio dello Stato, il Governo in carica gli presenterà le sue dimissioni e il Capo provvisorio dello Stato darà l'incarico per la formazione del nuovo Governo.
Nella ipotesi prevista dal primo comma, dal giorno della proclamazione dei risultati del referendum e fino alla elezione del Capo provvisorio dello Stato, le relative funzioni saranno escrcitate dal Presidente del Consiglio dei Ministri in carica nel giorno delle elezioni.
Qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci in favore della Monarchia, continuerà l'attuale regime luogotenenziale fino all'entrata in vigore delle deliberazioni dell'Assemblea sulla nuova Costituzione e sul Capo dello Stato.

Art. 3. - Durante il periodo della Costituente e fino alla convocazione del Parlamento a norma della nuova Costituzione il potere legislativo resta delegato, salvo la materia costituzionale, al Governo, ad eccezione delle leggi elettorali e delle leggi di approvazione dei trattati internazionali, le quali saranno deliberate dall'Assemblea. 
Il Governo è responsabile verso l'Assemblea Costituente.
Il rigetto di una proposta governativa da parte dell'Assemblea non porta come conseguenza le dimissioni del Governo. Queste sono obbligatorie soltanto in seguito alla votazione di una apposita mozione di sfiducia, intervenuta non prima di due giorni dalla sua presentazione e adottata a maggioranza assoluta dai Membri dell'Assemblea.

Art. 4. - L'Assemblea Costituente terrà la sua prima riunione in Roma, nel Palazzo di Montecitorio, il ventiduesimo giorno successivo a quello  in cui si saranno svolte le elezioni. 
L'Assemblea è sciolta di diritto il giorno dell'entrata in vigore della nuova Costituzione e comunque non, oltre l'ottavo mese dalla sua prima riunione, Essa può prorogare questo termine per non più di quattro mesi.
Finché non avrà deliberato il proprio regolamento interno, l'Assemblea Costituente applicherà il regolamento interno della Camera dei deputati in data 1° luglio 1900 e successive modificazioni fino al 1922.

Art. 5. - Fino a quando non sia entrata in funzione, la nuova Costituzione le attribuzioni del Capo dello Stato sono regolate dalle norme finora vigenti, in quanto applicabili.

Ari. 6. - I provvedimenti legislativi che non siano di competenza dell'Assemblea Costituente ai sensi dei primo comma dell'art. 3, deliberati nel periodo ivi indicato, devono essere sottoposti a ratifica del nuovo Parlamento entro un anno dalla sua entrata in funzione.

Art. 7. - Entro il termine di trenta giorni dalla data del decreto Luogotenenziale che indice le elezioni dell'Assemblea Costituente, i dipendenti civili e militari dello Stato devono impegnarsi sul loro onore, a rispettare, far rispettare nell'adempimento dei doveri del loro stato, il risultato del referendum istituzionale e le relative decisioni dell'Assemblea Costituente.
Nessuno degli impegni da essi precedentemente assunti, anche con giuramento, limita la libertà di opinione e di voto dei dipendenti civili e militari dello Stato.

Art, 8. - Con decreto del Presidente del Consiglio di Ministri, sentito il Consiglio dei Ministri, saranno emanate le norme relative allo svolgimento del referendum, alla proclamazione dei risultati di esso e al giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste ed i reclami relativi alle operazioni del referendum, con facoltà di variare e integrare, a tali fini, le disposizioni del decreto legislativo Luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74, per l'elezione dei Deputali all'Assemblea Costituente e di disporre che alla scheda di Stato, prevista dal decreto anzidetto, siano apportate le modifiche eventualmente necessarie.
Per la risposta al referendum dovranno essere indicati due distinti contrassegni.

Art. 9. - Il presente decreto entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno.

Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare come legge dello Stato.

Dato a Roma, addì 16 marzo 1946.

UMBERTO DI SAVOIA

De Gasperi - Nenni - Cianca - Romita - Togliatti - Scoccimarro - Corbino Brosio De Courten - Cevolotto - Molé - Cattani - Gullo - Lombardi Scelba - Gronchi – Barbareschi - Bracci - Gasparotto.

Visto, il Guardasigilli: Togliatti.

Registrato alla Corte dei conti, addì 22 marzo 1946.


Atti del Governo, registro n. 9, foglio n. 73 - Frasca.

venerdì 7 aprile 2017

UN NUOVO BELLISSIMO SITO!

Salutiamo con gioia la nascita del nuovo portale monarchico






Il nuovo sito, che si presenta nuovo, fresco, gradevole, di facile consultazione ci riempie di soddisfazione in quanto è, probabilmente, quello che auspicavamo avvenisse quando abbiamo iniziato con questo blog che pure, nel suo piccolo, ci dà la soddisfazione di 15.000 pagine lette ogni mese.

Le idee subito messe in pratica e l'entusiasmo del nostro giovane amico Giuseppe Baiocchi hanno portato, oltre ad un saggio sui valori e gli uomini che hanno fatto la storia delle nostre idee, ad un bel risultato, che veicolerà ancor meglio la cultura monarchica, cui auguriamo ogni migliore fortuna.

Sul sito si troveranno anche i pezzi migliori restituiti alla pubblica consultazione dal nostro blog che avranno ulteriore cassa di risonanza.

Dove c'è la volontà c'è il modo. Questo nuovo portale ne è la prova

I nostri più affettuosi auguri!
Lo staff

giovedì 6 aprile 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

Mozione della corrente di Sinistra Sociale al II Congresso Nazionale del  Partito Nazionale Monarchico

POLITICA DEL CREDITO


B) Nel settore creditizio occorre che le Stato, attraverso i suoi molteplici controlli, al fine di determinare sui mercati monetari una richiesta di lire costantemente superiore alla offerta, cessi di trarre vantaggio per convogliare capitali alle sue casse così da sopperire a esigenze di tesoreria, preoccupandosi invece di combattere con maggior impegno, energia e tempestività la speculazione monetaria che vulnera il potere di acquisto e abbassa ognora il livello del salario reale. 
Occorre annullare le restrizioni del credito imposte dall'Istituto di Emissione a tutto il sistema bancario poiché esse - ormai è dimostrato - non hanno tanto per obbiettivo l'effettiva sanità delle imprese private, quanto invece l'assorbimento di ingenti aliquote di risparmio dì nuova formazione per le esigenze più pressanti della finanza pubblica. 
Occorre che cessino i trasferimenti considerevoli dalle Banche all'Istituto di Emissione, che finisca il congelamento di cospicui capitali privati immobilizzati dai residui passivi e dal ritardo che lo Stato e gli enti pubblici frappongono alla liquidazione dei loro impegni. 
Se quanto precede non si verificherà, il Paese arriverà alla progressiva disgregazione o liquidazione della piccola e media industria, ne seguirà la decadenza dello spirito concorrenziale col che saluteremo lo avvento dei cartelli dei prezzi e della concentrazione produttiva che demagogicamente si afferma di voler combattere. 
D'altra parte occorre che il Comitato del Credito agisca con sincero rispetto della privata iniziativa e che eviti di continuare sotto banco nello smantellamento progressivo degli istituti a medio e lungo termine che non siano nazionali o dichiarati di pubblico interesse; e gli istituti bancari, nel loro insieme, senza alcuna eccezione, debbono modernizzare i criteri che presiedono agli investimenti ed alla garanzia dei crediti concessi sicché si verifica l'assurdo che le banche prestano sulla base della consistenza patrimoniale con l'inevitabile conseguenza che beneficiano del credito soltanto le grosse formazioni patrimoniali, il che approfondisce sempre più l'abisso esistente tra la ricchezza e la miseria.

RIFORMA PREVIDENZIALE

C) Nel settore previdenziale è necessario che la riforma della Previdenza e della Assistenza si effettui al più presto non soltanto per coordinare ed uniformare gli organismi ma per meglio disciplinare le norme ed i regolamenti, onde: eliminare doppioni di istituzioni e conflitti di competenza o di giurisdizione; snellire l'impalcatura burocratica; rendere accessibile e tempestiva e sollecita la tutela e l'assistenza con una più organica distribuzione capillare degli uffici periferici sì da raggiungere nel piccolo Comune la unificazione di tutti gli istituti in unico ma efficiente servizio.

Sopratutto la riforma deve:

1° - Provvedere alla redazione ed approvazione di testi unici, aggiornati e perfezionati, delle leggi, leggine, decreti, regolamenti e norme interpretative della materia oggi così caoticamente predisposta.

2° - Estendere le provvidenze così migliorate al maggior numero di categorie, provocando in questa opera un coordinamento mutualistico che tenda sempre alla unificazione dell'assistenza pur nel rispetto delle esigenze delle categorie stesse.

3° - Eliminare ogni concetto di prescrizione, o quanto meno portarlo al massimo consentito dalla legge in fatto di adempimenti assistenziali o di versamenti di contributi.

4° - Cercare una maggiore e responsabile coscienza mutualistica e solidaristica si da raggiungere le mete cui si deve giungere per una reale politica di « sicurezza sociale ».

5° - Rivedere i compiti dei grandi Istituti previdenziali e soprattutto ridimensionarne entità e funzioni, onde evitare il costituirsi ed il permanere di una speciale ed abnorme manomorta previdenziale. 
A questo fine si potrebbe partire dalle proposte, meditatamente studiate e sviluppate nei dettagli, formulate di recente dal Vice Segretario Generale del P.N.M. Dott. Antonio Cremisini, nell'opuscolo «Oltre la sicurezza sociale».

6° - Realizzare un sistema di «sicurezza sociale» che attui sistematicamente, anche se gradualmente, i precetti dell'art. 38 della carta costituzionale, coordinando le istituzioni e le organizzazioni della sicurezza sociale con quelle della pubblica assistenza in base al principio che, se è differente il titolo che dà al cittadino, nelle determinate condizioni previste dalla norma costituzionale, il diritto di ripetere direttamente dalla Comunità nazionale il proprio congruo minimo vitale, unica è la fonte delle erogazioni: lo Stato. In tale campo ha particolare urgenza economico-sociale non meno che di Giustizia lo stabilimento di un sistema di sicurezza sociale il quale - trasformando la pensione di vecchiaia così da trasferirla, come deve, dal campo della previdenza individuale e diretta a quello della sicurezza sociale per pubblica iniziativa, cui essa compete - assicuri il congruo minimo vitale ad ogni cittadino che abbia compiuto il 65' anno di età. E' appena necessario osservare, tra l’altro, quale diretta immediata influenza favorevole ciò avrebbe sui problemi della disoccupazione, e sulle possibilità di risolverli.

Alla rapida effettuazione di quelle riforme di struttura - così costituzionali conte economiche - dello assetto sociale della Comunità nazionale italiana le quali urgono non meno per debito di Giustizia che per assicurare quella collaborazione di tutte le classi nell'interesse unitario della Nazione la cui origine può soltanto riposare nella comune coscienza dell'attuato, diritto di ciascuno nel rispetto del diritto altrui e delle funzioni e dei doveri propri a ciascuno, sotto l'egida della libertà assicurata per tutti e per ciascuno dalla legge.

martedì 4 aprile 2017

MONARCHISMO E MASS MEDIA: TECNICHE DI COMUNICAZIONE TELEVISIVA

Giovedì 6 aprile presso la Sede Nazionale dell'UMI in via Riccardo Grazioli Lante 15/a, alle ore 18.00,  il dott. Adriano Monti Buzzetti terrà la conversazione:

 MONARCHISMO E MASS MEDIA:  
TECNICHE DI COMUNICAZIONE TELEVISIVA 


Adriano Monti Buzzetti 
Romano, giornalista professionista.Vice Caporedattore in RAI, già vaticanista presso la Radio Vaticana, è nel Comitato di Redazione della Rivista del Collegio Araldico Italiano e collaboratore di lungo corso delle riviste Mondadori Focus, Focus Storia, e Focus Wars, nonché in passato con vari quotidiani nazionali e locali. Scrittore e saggista. s’interessa d’arte, esoterismo, storia della Chiesa e del costume, letteratura fantastica.

Vita eroica di Amedeo di Savoia - terza parte

Cinque anni Egli passò, assegnato a Gorizia, e dimorante con Sua Altezza Reale Anna e le sue due figliuole nel malinconico castello di Miramare: cinque anni, quale comandante, prima di stormo, poi di brigata aerea, indi di divisione.
Le Sue squadriglie erano ragione di orgoglio per l’ala Italiana, per precisione di volo, per disciplina e coraggio ed allenamento di piloti.
Ma intanto si era svolta la conquista dell’Etiopia. In uno slancio concorde di volontà l’Italia aveva conquistato un Impero; ed Egli, andati via i due primi Vice-Re manifestò, per la prima volta nella vita, il desiderio di un comando.
Era un poco rischioso, specie dopo un ultimo e grave attentato al Governatore del tempo, ed il Re era titubante, ma Egli insistette, ed eccolo infine partire il 21 Dicembre 1937 da Napoli, Vice-Re dell’Etiopia.
Queste sono vicende recenti, ogni Italiano le conosce, ed io non ho che da riassumere solo qualche dato, qualche fatto saliente che aiuti a mettere in rilievo la figura del nostro Principe.
Egli sbarcò a Massaua, e la prima sosta fu al cimitero di Dogali, a salutare i cinquecento, i morti di De Cristoforis, ancora allineati in ordine di battaglia, sotto la terra arsa.
Arrivato ad Addis Abeba si accorse subito che tra i veri pionieri si era mescolato un piccolo mondo di profittatori, e non esitò a buttarsi a corpo perduto per eliminare le inframettenze, per punire le iniquità, per mettere ovunque ordine e pulizia; non esitò a dire ai Suoi funzionari: se non mi chiamassi Savoia vorrei fare a cazzotti con certa gente!
Memore degli insegnamenti dello Zio indimenticabile Egli cominciò subito a realizzare un vasto piano di sfruttamento agricolo e minerario del vastissimo Impero.
Spesso Egli diceva: gli Italiani non sanno quale immensa ricchezza essi hanno conquistato. Nell’Amara vi erano i giacimenti immensi di lignite e di torba, cave di marmo e di argilla, e c’era da sviluppare la industria del baco da seta. Nel Calla Sidama vi erano miniere di ematite e di limmite ed i grandi fiumi auriferi e le immense foreste ove già erano state catalogate 84 specie di legno pregiato. La foresta di Belleltà, non tutta ancora esplorata dall’uomo, poteva rivelare incredibili sorprese, sgominante quale era per la sua vastità, intersecata da fiumi torrenti e ruscelli, sbarrata da alberi secolari, intrecciata da liane, fauna favolosa di scimmie, di leopardi neri, di pitoni e bufali ed elefanti e rinoceronti. Nell’Harrarino le foreste degli Arussi, piene  di podacarpi ed eucalipti gonfi di cellulosa, e le piantagioni di caffè e le miniere di mica.
Nella Eritrea e nella Somalia il cotone, i semi oleosi, nella Migiurtinia l’incenso, la mirra, lo stagno.
Né aveva trascurato con sotterfugi ingegnosissimi che dalle Indie Olandesi Gli fossero inviati i semi del caucciù per svincolare la Patria da questo gravoso tributo allo straniero. Era un mondo favoloso che si apriva al lavoro degli Italiani, già da secoli dispersi per tutto l’orbe terraqueo in cerca di pane: colà milioni e milioni di lavoratori avrebbero trovato sfogo e ricchezza!
Questa era la Sua opera dunque, grandiosa opera, alla quale si accinse con tutto il fervore dell’anima.
Ogni domenica, libero dai fardelli burocratici, dagli incartamenti e dai ricevimenti, Egli la dedicava alle visite nei punti più lontani dell’Impero. Ed eccolo un giorno scendere col Suo apparecchio ad Elolo, su una pista di fortuna tra il Kenia Italiano e quello Inglese, ove c’era un presidio con un solo Tenente bianco ed una banda di Dubat.
Quel povero tenente non vedeva un bianco da sette mesi, rimase confuso e quasi singhiozzava quando riconobbe il Vice-Re che scendeva dall’aeroplano su quel campo di fortuna. In quell'angolo sperduto di mondo il Duca, sotto una tenda, divise con quell’ufficiale un piatto di pasta preparato dai Dubat.
In qualunque parte della terra, se è scampato al naufragio, si trovi oggi quell’ufficiale, noi sappiamo di certo che egli non ha potuto tradire la sua vecchia bandiera.
Amedeo, nel viaggio di ritorno, ricordando gli occhi umidi, la voce trepida di quel tenente, diceva ai Suoi compagni di volo: ci vuole tanto poco a fare contenti gli uomini!
Un’altra domenica, a Ricchiè, un vecchio centenario, saputo dell’arrivo del Vice-Re in quella sperduta località, si fece portare alla Sua presenza in barella da due servi. Si prosternò nella polvere, disse: io ho perduto un figlio in battaglia per l’Italia, io sono fiero di avere perduto mio figlio per te.
Ed Amedeo concludeva, nel viaggio di ritorno: la poesia è la sola regola della vita.
Un’altra domenica a Debra Sina, davanti ad una banda di 600 uomini ve n’era uno, alto quasi come Lui, Basciai Uoldié, che era stato il più acre nemico degli Italiani, che aveva tagliato a suo tempo il ponte di Termaber per ritardare la marcia nostra su Addis Abeba, che era considerato, ed a giusto titolo, un eroe nazionale Abissino. Basciai Uoldié aveva dichiarato che non avrebbe fatto atto di sottomissione ad altri clic al Vice-Re in persona, ed il Vice-Re non aveva atteso che andasse da Lui ; volle Egli stesso andare davanti al Suo valoroso avversario, e, pur tra la perplessità di molti, stabilì che tutti gli uomini della banda e non solo il capo avrebbero conservato le armi. Ecco Amedeo che avanza, alto e diritto, davanti alla banda armata, in attesa, fino a raggiungere Basciai Uoldié. Questi pose un ginocchio in terra e disse: giuro di servirti, fino alla morte. E mantenne la parola, perchè tre anni dopo morì da prode, combattendo per l’Italia.
Alla inaugurazione della strada Dancala tra Dessié ed Assab lunga 1000 chilometri, un’opera romana costruita sotto il sole ardente dai nostri operai.
Egli vide ogni tanto lungo la strada stessa dei tumuli con delle croci, e talvolta dei piccoli, semplici, ingenui monumenti: erano le tombe degli operai morti sul lavoro e sepolti dai compagni là dove erano caduti. Egli si fermò davanti a ciascuno di essi, con un senso di raccoglimento religioso che commosse fino alle lagrime tutti gli operai lungo la grande arteria nata dal loro sangue e dal loro sudore: «Questi tumuli», disse Amedeo, «che si snodano lungo questa strada grandiosa sono come gli acini di un rosario, il rosario del lavoratore Italiano ».
L’ultima o una delle ultime Sue visite, sulla fine del 1939 fu a Bonga, nel Galla Sidamo, tra i pigmei. Tutta la popolazione dei pigmei era schierata lungo la strada, tutti nudi, uomini e donne, sì e no coperti da poche foglie verdi, quei pigmei che ancora accendevano il fuoco fregando due pezzi di legno, e le cui armi erano ancora fatte di pietra, quei popoli che noi avremmo portato alla civiltà ed ora sono ricaduti nella barbarie.
• • •
Ma oramai oscure nuvole si addensavano sull’orizzonte di Europa. La Germania aveva invaso la Polonia, la guerra Europea era scoppiata, ma noi eravamo ancora fuori. Dovevamo rimanere fuori! Il Vice-Re partì per l’Italia, voleva parlare con Mussolini, ma non riuscì a farlo da solo. Però disse egualmente il Suo pensiero, e ne troviamo traccia nel diario di Ciano, nelle affermazioni dei sopravvissuti, nonché nella risposta scritta che Egli inviò alle precise domande che Gli furono rivolte al principio del 1940 e delle quali non si tenne, purtroppo, alcun conto: le condizioni militari dell’Impero erano tali che non solo un’offensiva non sarebbe stata possibile, ma neppure una difensiva. Avrebbe potuto, sì, esserci una resistenza più o meno lunga, avrebbe potuto l’esiguo corpo di spedizione, sprovvisto di armi per una guerra moderna, sacrificarsi, scrivendo pagine ardenti di gloria militare, ma l’Impero sarebbe stato perduto!
Che vale riepilogare avvenimenti di cui siamo stati testimoni angosciati ed ansiosi! Il primo anno si chiuse all’attivo con la spedizione del Somaliland, ma quando cominciarono ad affluire le armi, le munizioni, i viveri del Commonwealth e le truppe inglesi passarono alla offensiva mentre che le nostre poche armi si deterioravano e le munizioni diminuivano ogni giorno, altro non poterono fare le truppe del Vice-Re che sacrificarsi.
In questi tempi amari, pagine che farebbero l’onore e la gloria di ogni popolo del mondo sono pressoché ignorate dagli Italiani quando non sono calpestate ed irrise. Le pagine di Cheren, fulgide, non meno di quelle delle Termopili, le pagine di Culquabert che vide ad ondate sacrificarsi i Carabinieri del Re, sono oggi come in un libro chiuso. Chiuso sembra il libro immortale di Amba Alagi, ma ben si riaprirà un giorno se è vero che la Patria è una verità eterna e che, nel nostro breve cammino mortale, la gloria illumina il cuore degli uomini.
L’ultimo consiglio di governo al ghebì di Addis Abeba fu tenuto il 3 aprile del 1941. Con 3800 uomini (e non i 30.000 di cui farneticarono le gazzette inglesi per rendere più lucente la loro facile vittoria e più ingloriosa la nostra inevitabile sconfitta) con 3800 uomini e con la Sua bandiera il Vice Re salì i 3400 metri dell’Amba Alagi.

sabato 1 aprile 2017

“A 70 anni dal trattato di pace di Parigi: il destino delle terre istriane e dalmate, tra storia e futuro”

Un percorso tra passato e futuro 

a cura del dr. Marino Micich ( Direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume)

Esposta per l’occasione  la bandiera fiumana con firma autografa di Re Umberto II conservata all’Archivio Museo storico di Fiume. 


Il Presidente del Circolo REX l’ing. Domenico Giglio ha introdotto la conferenza del dr. Marino Micich ricordando il sacrificio di migliaia di italiani uccisi nelle foibe, durante e dopo la Seconda guerra mondiale dai partigiani jugoslavi di Tito. Le foibe strumento del terrore che furono tra le cause principali che spinsero nel giro di alcuni anni oltre 300.000 italiani ad abbandonare le proprie terre. 
Una storia taciuta, se non proibita, che solo da alcuni anni, a partire dalla Legge del Giorno del Ricordo del 2004 approvata dal Parlamento, ha reso possibile una divulgazione più strutturata nelle scuole e nei media. Ma molto rimane da fare secondo l’ing. Giglio perché tale storia sia veramente condivisa, esistendo purtroppo in Italia ancora dei circoli politici o pseudo storici che mettono in dubbio tale scomoda verità. 
L’Ing. Giglio ringrazia sentitamente il dr. Micich, figlio di esuli dalmati, per aver voluto portare in esposizione in  occasione della conferenza un cimelio  conservato presso il Museo fiumano di Roma, vale a dire la bandiera di Fiume firmata di suo pugno dal Re Umberto II.  Dopo aver ricordato le attività promosse quest’anno dal Circolo Rex l’ing. Giglio passa la parola al dr. Marino Micich che ringrazia e informa il pubblico convenuto che tale bandiera fiumana, firmata da Re Umebrto, è conservata presso l’Archivio Museo di Fiume nel fondo Paolo Venanzi. Paolo Venanzi, esule da Fiume dopo il 1945, ricorda Micich, era di fede monarchica, tanto da costituire a Milano negli anni “60 l’Unione dei Monarchici Irredenti. Venanzi assieme ad altri monarchici fiumani si recò più volte a visitare il re Umberto II in esilio, sia in Portogallo sia in Francia. 
La bandiera esposta fu firmata nel 1970 a Cap Ferrat dove il Re si trovava per una breve vacanza estiva. Micich ricorda che altri cimeli riguardanti Casa Savoia sono conservati presso l’archivio-museo fiumano. Il tema della conferenza è stato quello di ricordare la lunga storia di italianità degli esuli istriani, fiumani e dalmati che spesso è stata confusa con il periodo fascista per tornaconto politico e ideologico di parte. 
Il Re fifma la bandiera di Fiume Cap Ferrat 1970
Le città istriane come anche Fiume erano da sempre caratterizzate da una forte identità culturale italiana che superava l’identità slava tradizionalmente più consistente nei territori interni dell’Istria o in altre vaste zone della Dalmazia. Dante Alighieri nel IX Canto dell’Inferno citava Pola come luogo di italianità “..sì come a Pola presso del Quarnaro che Italia chide e i suoi termini bagna..”. Dante è solo un esempio, ha affermato Micich, di come sin dai secoli più remoti la civiltà italiana avesse caratterizzato quelle terre. 
Successivamente avvenne l’espansione di Venezia che nel corso di alcuni secoli caratterizzò permanentemente gli usi, i costumi e i dialetti parlati dagli istriani e dai dalmati. Molte figure di letterati e uomini di cultura provengono da quelle terre, tra cui lo scienziato Ruggero Boscovich, l’autore della prima grammatica italiana Giandomenico Fortunio, l’illuminista Gian Rinaldo Carlo, il letterato Nicolò Tommaseo e lo stesso Ugo Foscolo, ricorda Micich, amava ricordare che fu educato tra dalmati, poiché frequentò gli studi ginnasiali a Spalato. Innumerevoli gli scrittori della frontiera giuliana che hanno lasciato il segno nelle antologie letterarie Giani Stuparich, Scipio Slataper, Enrico Morovich, Fulvio Tomizza e tanti altri. Molti gli istriani e i dalmati, ancora sotto la Casa d’Austria, parteciparono nell’800 alle guerre d’indipendenza per la costituzione del Regno d’Italia.

Dopo la Prima guerra mondiale (1915-18) con la vittoria dell’Italia sull’Austria-Ungheria fu acquisita la Venezia Giulia, ma per avere Fiume all’Italia ci volle l’Impresa dannunziana e poi un lungo contenzioso diplomatico tra Italia e allora Jugoslavia che terminò solo il 27 gennaio 1924 con la firma del Trattato di Roma, attraverso il quale la città quarnerina passò definitivamente al Regno d’Italia. Il 16 marzo di quello stesso anno il Re Vittorio Emanuele III fece visita a Fiume accolto da una folla esultante.
Ci furono poi gli anni caratterizzati dal regime fascista che suscitarono nelle terre giuliane nuove tensioni, già sorte nell’Ottocento, tra italiani e minoranza slava ma non produssero un esodo epocale di popolazione slava come invece avvenne dopo la Seconda guerra mondiale in seguito all’occupazione jugoslava. Micich ricorda poi gli antefatti del secondo conflitto mondiale e le nefaste conclusioni  per le armi italiane. 
L’8 settembre 1943, data memorabile, vede l’Istria abbandonata a se stessa e quindi sottoposta all’attacco dei partigiani comunisti jugoslavi, coadiuvati da quelli italiani, che danno avvio alla triste pratica degli infoibamenti. L’arrivo dei tedeschi verso la metà di settembre portò all’ instaurazione della zona militare del Litorale Adriatico e la loro azione armata spinse i partigiani jugoslavi a ritirarsi dall’Istria. Gli anni 1943 e 1944 non saranno favorevoli agli italiani come ai tedeschi e nei primi giorni di maggio 1945 vengono occupate Trieste, Fiume, Gorizia, Pola e altre cittadine giuliane. 
Zara in Dalmazia era invece caduta in mano jugoslava già il 31 ottobre 1944, dopo 54 bombardamenti a tappeto che uccisero oltre il 20% della popolazione. Nel secondo dopoguerra ripresero su larga scala gli infoibamenti da parte comunista jugoslava e prese grande consistenza, per via di altri conseguenza ad altri soprusi, l’Esodo degli italiani. Si trattò di una vera e propria pulizia etnica ed ideologica che non lasciò scampo alla componente storica italiana della Venezia Giulia della Dalmazia. Il 10 febbraio 1947 a Parigi fu firmato il vessatorio Trattato di Pace con il quale l’Italia dovete cedere supinamente alla Jugoslavia comunista di Tito tutta la Venezia Giulia, Fiume e Zara. 
L’Italia fu trattata in tutto e per tutto come Paese sconfitto e il prezzo più alto dovettero pagarlo i giuliano-dalmati con l’esodo e la perdita dei propri beni, con i quali l’Italia pagò i debiti di guerra alla Jugoslavia. Non ci fu nessun riconoscimento da parte Alleata ai meriti della cobelligeranza, ma solo amputazioni territoriali gravissime. 
Gli esuli istriani non sempre furono accolti bene nel resto della Penisola, dovettero affrontare lunghi anni nei campi profughi prima di ricostruirsi una vita dignitosa. 
Ebbene tutta questa storia è stata per lungi decenni taciuta e osteggiata dalla propaganda cultura di sinistra ma dopo il crollo del Comunismo internazionale nel 1989 le scomode verità sono riapparse. Marino Micich continua il suo intervento sottolineando che nonostante una storia tragica e costellata da ingiustizie subite i giuliano-dalmati hanno mantenuto sempre vivo il loro associazionismo e dopo il disfacimento violento dell’ex Jugoslavia avvenuto tra il 1991 e il 1996 c’è stato un movimento teso a dialogare con le nuove repubbliche di Slovenia e di Croazia. Il Governo italiano, in virtù di una piccola ma consistente minoranza italiana superstite esistente soprattutto in Istria e a Fiume (circa 21.000 connazionali) ha inteso favorire la riunione di un popolo disperso dietro accordi con la Croazia e la Slovenia. 
La bandiera di Fiume sventolata all'incontro di Beaulieu sur Mer
Oggi alcune cose sono cambiate e la Società di Studi Fiumani la prima a promuovere un dialogo articolato con la città di Fiume (oggi Rijeka –Croazia) ha ottenuto dalla autorità cittadine croate il permesso di promuovere cultura e prendere contatti con le scuole della minoranza italiana. Ogni anno quindi ci sono iniziative congiunte che sono improntate a ricordare l’identità culturale italiana di Fiume con spirito europeo moderno di apertura e collaborazione. Micich ha concluso ricordando che nel giugno 2016 la Città di Fiume-Rijeka ha voluto premiare il Presidente della Società di Studi Fiumani l’esule fiumano Amleto Ballarini per il dialogo culturale instaurato sin dal 1990. Sono atti importanti che danno la possibilità di operare in futuro per far conoscere e divulgare la cultura italiana nelle proprie terre di origine. 
A questo riguardo i governi italiani sin dal 2001 con una legge finanzia progetti culturali delle associazioni degli esuli indirizzati sia in Italia che nelle terre d’Oltreconfine. Non si tratta più di un confine chiuso come tanti anni fa ma di un confine permeabile visto che la Croazia nel 2013 è diventato Stato membro dell’Unione Europea. Anche il mondo della scuola si è aperto a queste vicende dimenticate e ogni anno dal 2006 il

Ministero dell’istruzione, in accordo con la Federazione degli Esuli promuove un seminario di studi per docenti sulle vicende storiche del Confine orientale italiano. 

Con questi segnali di speranza si è concluso l’intervento del dr. Micich  che ha letto in finale alcune passi del messaggio del Sen. Lucio Toth, esule zaratino, che non è potuto intervenire per motivi di salute.                    
“Desidero che giunga il mio saluto a questa importante iniziativa degli amici del Circolo “Rex”, che sono stati vicini a noi, esuli istriani, fiumani e dalmati, nelle battaglie culturali per riportare nella memoria della nazione la tormentata vicenda del nostro confine orientale nelle due guerre mondiali e della perdita il 10 febbraio di settanta anni fa delle province della Venezia Giulia e della Dalmazia “redente” nell’ottobre 1918.  L’egemonia culturale di una sola parte politica ha distorto la narrazione delle vicende italiane del Novecento…  Fra le vittime di questa egemonia ci fu anche la nostra vicenda di italiani dell’Adriatico orientale, gli eccidi delle Foibe e l’Esodo di massa dalle terre natali, italiane da secoli. Fiume, Pola. Zara, Capodistria, Parenzo, Rovigno e altre belle città affacciate sul mare andarono perdute e deserte di gran parte della loro popolazione autoctona italiana.. Sen  Lucio Toth”.
                 

La Grande guerra di carta dalle vignette alle fake news

C'è una macchina cyclostyle originale, allora si chiamava velocigrafo, per stampare i fogli per la trincea: un quartino in carta scadente, inchiostro lilla, disegni stilizzati e poche parole: per tenere alto il morale, far ridere e passare qualche consiglio utile ai soldati.

C'è un'intera sala dedicata alle direttive ufficiali diramate dallo Stato Maggiore italiano su come si dovessero realizzate le riviste per le truppe: colori vivaci, espressioni «piane e accessibili a tutti», mai usare il verbo RESISTERE ma piuttosto VINCERE e niente disegni di mutilati, che destabilizzano. E c'è il primo filmato di animazione dell'Esercito americano, con vignette satiriche a passo-uno, 15 anni prima di Disney: avanguardia tecnologica e sociale dell'aiuto Alleato all'Italia. C'è tutto ciò che serve per scatenare la prima micidiale guerra di propaganda della Storia, quella della guerra 1915- 1918, nella grande mostra L'Offensiva di carta che apre domani a Udine (la città capitale di guerra del Regno d'Italia) proprio dentro quel Castello che fu uno dei centri del Comando Supremo del Generale Luigi Cadorna: due anni di lavoro, tre curatori (Giovanna Durì, Luca Giuliani e Anna Villari), la straordinaria collezione di Augusto Luxardo, un celebre medico amico di Italo Balbo, donata negli anni Trenta al comune di Udine (oltre 5600 tra giornali, riviste, opuscoli, bollettini e documenti stampati su tutti i fronti del conflitto mondiale, in oltre 35 Paesi in 15 lingue diverse), undici sale perfettamente allestite tra materiale originale e supporti multimediali, e un percorso scientificamente inappuntabile per raccontare - come mai è stato fatto fino a oggi - la guerra parallela, quella non combattuta in trincea ma raccontata dentro le trincee.
Raccontata sia dal potentissimo Servizio P. (ossia Propaganda) voluto dallo Stato Maggiore dopo Caporetto, sia dagli stessi soldati che stampavano in proprio il giornale, sia dalla controinformazione nemica. E tra i fogli austro-ungarici (laconici nella loro rigidità formale Jugendstil rispetto ai vivacissimi concorrenti italiani) spicca anche una fantomatica La Domenica della Gazzetta che faceva il verso, ribaltando la verità delle informazioni sull'andamento del conflitto in Europa, alla nostra popolarissima La Domenica del Corriere, in un italiano perfetto ma a tradire sono sempre i dettagli con le virgolette caporali invertite, secondo l'uso tedesco È la guerra di carta, dai volantini alle fake news. La propaganda politica non inventa nulla. Aggiorna solo vecchi schemi, adattandoli alle nuove tecnologie.
La guerra, prima di tutto, è quella delle cifre: nel 1918, quando la censura militare imponeva ai corrispondenti di guerra l'invio alla propria redazione di un solo telegramma con massimo 500 parole, furono stampati 15 milioni di volantini al mese, cioè mezzo milione al giorno!, da lanciare, infiltrare, distribuire in territorio nemico. All'epoca erano attive la Commissione interalleata per la Propaganda diretta da Ugo Ojetti, rivolta al nemico. E il Servizio P., alle dirette dipendenze dello Stato Maggiore, che si occupava invece del fronte interno. La prima doveva abbattere il morale e la resistenza dell'invasore straniero, il secondo rafforzare lo spirito patriottico del soldato italiano. Sangue e fango, carta e inchiostro. Più dei cannoni poterono gli slogan.
[...]

L'Offensiva di carta. La Grande Guerra dalla collezione Luxardo al fumetto contemporaneo, Castello di Udine (fino al 7 gennaio), a cura di Giovanna Duri, Luca Giuliani e Anna Villari.

martedì 28 marzo 2017

Tour esclusivi al castello reale ma non solo: tutte le iniziative a Racconigi per le Giornate Fai di Primavera

di Alessandra Longo

A Racconigi si visita la "Capitale segreta" in occasione delle Giornate Fai di Primavera. Tour esclusivi al castello reale per i soci del Fai, ma tutta la città sarà coinvolta grazie all'Ufficio Turistico e agli studenti dell'Arimondi Eula. Torna anche il mercatino dell'usato "Il Trovarobe"
Sabato 25 e domenica 26 marzo, oltre alle visite alla residenza reale in luoghi speciali per i soci del Fai, i volontari del Gruppo Fai di Savigliano, in collaborazione con il Comune di Racconigi, l'Ufficio Turistico e gli studenti dell'Istituto di Istruzione Superiore "Arimondi-Eula" faranno rivivere i monumenti più significativi della storia di Racconigi, dando voce ai personaggi che ne hanno lasciato un segno. I personaggi storici prenderanno vita per narrare gli episodi più significativi e raccontare curiosità e aneddoti della città.
Il percorso farà scoprire la storia della città attraverso la visita di alcuni dei suoi luoghi più significativi: la barocca e scenografica chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, la Confraternita di Santa Croce, la chiesa più antica della città con il suo bellissimo coro ligneo, il Santuario reale della Madonna delle Grazie, chiamato il piccolo Pantheon perché ospita le tombe di alcuni esponenti di casa Savoia, per finire con il palazzo comunale.
Si andrà così alla scoperta di personaggi come il priore Cambiani di Ruffia, il principe Filippo d'Assia, il Re Vittorio Emanuele III e la Beata Caterina Mattei.

[...]

lunedì 27 marzo 2017

domenica 26 marzo 2017

5 giugno 1944 – 9 maggio 1946: due anni difficili – La Luogotenenza del Principe Umberto

La conferenza del 29 gennaio 2017 è la prosecuzione della precedente conferenza, tenuta  sempre al  Circolo  REX dal suo Presidente, Ingegnere Giglio, dal  titolo  "Il  Regno  d'Italia  da  Brindisi  a  Salerno", che si  trova  nel  nostro  blog.










La Monarchia ha realizzato le libertà più autentiche


La Monarchia ha realizzato le libertà più autentiche, di Pierre Pujo:







Tradizionalmente raccogliamo in un unico post gli articoli più lunghi comparsi in diverse parti e che hanno motivo di maggiore evidenza e facile reperibilità.
Anche questo articolo sarà riportato sulla barra laterale con un'immagine.
Buona rilettura.