NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 14 marzo 2017

“La guerra 1915 – 18”, di U. D’Andrea, V. Tur, E. Avallone, R. Lucifero, con prefazione di Gioacchino Volpe


di Salvatore Sfrecola

Nei giorni scorsi è tornato in libreria, edito da Pagine nella collana “I libri del Borghese”, la casa editrice diretta da Luciano Lucarini, “La guerra 1915-18”, (pp-171, € 17,00), un volume che pubblica i testi delle conversazioni tenute presso il Circolo di Cultura ed Educazione Politica Rex nelle domeniche del 1965, per illustrare le vicende della Grande Guerra, secondo un organico programma indicato da Gioacchino Volpe, il grande storico che del libro ha scritto la prolusione, e che introduce agli scritti di Ugo d’Andrea, “l’Italia del 1915 e le ragioni del nostro intervento in guerra”, Enzo Avallone, “L’Esercito italiano nella guerra 1915 – 1918”, Vittorio Tur, “La Marina italiana nella guerra 1915 – 1918”, e Roberto Lucifero, “La vittoria e il Re soldato”.
Osserva Gioacchino Volpe che “l’Italia ufficiale non sembra si riscaldi troppo per questo evento. Forse perché esso fu nazionale o irredentista, laddove oggi, per chi ci governa, tutto è o dovrebbe essere internazionale, europeo, atlantico, cosmopolita? e la parola “Nazione” viene quasi cancellata dal vocabolario politico, come che i due concetti siano contraddittori? O perché si teme di urtare partiti di Sinistra e del Centro-Sinistra che, nei mesi fra il 1914 e il ‘15 furono e poi si mantennero avversi alla guerra e fecero quel che poterono per insidiarla o svigorirla? O perché, quando si parla di quei fatti, non è sempre possibile, neppure ricorrendo a ridicole circonlocuzioni o al silenzio, come si suole, nascondere certi nomi e innanzitutto un nome di Re? O perché oggi penne e lingue sono tutte affaccendatissime a parlare di “Resistenza”, a glorificare la “Resistenza” di cui ricorre il ventennale?”
Per Volpe la Grande Guerra è la “prova dell’Italia unificata, conclusione o consacrazione del Risorgimento”. E ricorda le parole del Re “siate un Esercito solo”. E “prima resistettero alle poderose offensive austroungariche: poi presero essi l’iniziativa dell’azione, ripassarono il Piave, liberarono le province invase, giunsero a Trieste e Gorizia e Trento e Fiume e Zara, cioè ai “confini che natura pose”. Giornate inebrianti per chi le visse”. Fu la prima occasione di un popolo finalmente unificato nel Regno consacrato dal voto popolare nei plebisciti che lungo gli anni si tennero nei territori già sotto dominio straniero, nei regni e nei principati confluiti nello Stato nazionale. Per poi venire a parlare del tempo presente, della democrazia sociale che “con la sua scarsa sensibilità nazionale, con le sue solidarietà ideologiche oltre i confini, con suo regionalismo, non ci dà molto affidamento”. Valutazioni valide anche per l’oggi.
Il testo della prima conversazione è di Ugo d’Andrea, giornalista, scrittore (sua la voce Nazionalismo nell’Enciclopedia Italiana), parlamentare: “L’Italia nel 1915 e le ragioni del nostro intervento in guerra”, una ricostruzione approfondita dell’evoluzione della storia politica e sociale del nostro Paese a partire dai primi anni del regno di Vittorio Emanuele III, con l’azione sociale di Giolitti, il suffragio allargato, il monopolio delle assicurazioni, la guerra di Libia nel 1911 ampiamente condivisa. Ricorda l’azione politica fortemente innovativa, spesso ardita, dello statista di Dronero, la sua apertura ai radicali con Credaro, Nitti, Ettore Sacchi, il dibattito politico con Gaetano Mosca, il ruolo del Corriere della Sera di Albertini. D’Andrea ripercorre le tensioni politiche ideali di quegli anni il nazionalismo nato 1910, i similari movimenti francesi, con l’Action Française e Maurras. C’è una ricognizione importante del pensiero e delle opere di quanti operarono in questo momento straordinario dalla parte dell’irredentismo. E racconta le iniziative politiche diplomatiche del Marchese di San Giuliano e la preparazione dell’intervento, la difficile ma determinata modifica dell’equilibrio internazionale con l’abbandono della Triplice Alleanza per puntare su un’intesa che, definita a Londra in un trattato firmato il 26 aprile, alla vigilia dell’ingresso in guerra, avrebbe riportato l’Italia in una alleanza con le potenze marittime, già in passato ritenuta necessaria, “perché abbiamo 8.000 Km di coste da difendere”  che ci farà vincere, come, invece, avendola abbandonata, perderemo nella guerra 1940 - 45.
“L’Esercito italiano nella guerra 1915-1918” è di Enzo Avallone e si sofferma sulle difficili condizioni dell’Esercito italiano all’inizio della guerra che già aveva impegnato le potenze europee nel 1914. Per descrivere le condizioni dell’arduo amalgama di forze prive di un autentico passato militare, se si esclude l’esercito piemontese e quello napoletano. Al di fuori di questi ambienti non c’era una “tendenza militare delle famiglie, che trasmettesse l’abitudine all’esercizio delle armi di padre in figlio”, quella tradizione che era stata sempre, ricorda, una forza dell’esercito germanico. Le condizioni dei mezzi, degli armamenti, oltre che dell’addestramento vengono analizzate con dovizia di particolari ricordando l’opera di rammodernamento degli armamenti del generale Pollio ed in particolare dell’artiglieria che si rivelerà essenziale nel corso di un conflitto nel quale un ruolo speciale ebbero le posizioni fortificate del nemico sulle montagne del Trentino che si dovettero smantellare, una dopo l’altra, con l’impiego di grossi obici. Avallone richiama anche quello che ha scritto Salandra, il Presidente del consiglio all’atto dell’intervento in un volume di recente ripubblicato in anastatica, sulle insufficienze delle Forze Armate che avevano consumato ingenti risorse nella recente guerra di Libia. E dà conto dell’impegno di quanti erano tenuti a provvedere, comprese le incertezze negli approvvigionamenti a causa della posizione politica di neutralità che l’Italia aveva assunto. Significativo il caso delle mitragliatrici. Erano state ordinate già da due anni alle industrie inglesi che tuttavia tardavano a consegnarle per ragioni politiche, non essendo certo il Regno Unito, nel 1914, della scelta che l’Italia, impegnata a fianco degli imperi centrali dal 1882, avrebbe fatto. Si dovete pertanto provvedere a progettare una mitragliatrice italiana, la Fiat 14, con la conseguenza che, entrato in guerra, l’Esercito italiano disponeva di quell’arma, già da tempo ritenuta sempre più importante nella guerra moderna, in quantità nettamente inferiore al necessario.
L’Autore segnala una serie di errori delle autorità di governo, dovute in primo luogo all’incertezza della scelta del campo nel quale schierarsi e della segretezza della decisione di abbandonare la Triplice Alleanza per schierarsi a fianco del Regno Unito e della Francia, a seguito del Trattato di Londra, rimasto a lungo segreto, tanto che Sonnino non volle darne una copia a Salandra finché non lo poté trascrivere di proprio pugno e il Capo di stato maggiore italiano fu tenuto all’oscuro della firma del patto e di una clausola importantissima di esso, cioè che entro 30 giorni dalla firma (26 aprile) l’Italia doveva entrare in guerra. E fu, infatti, il 24 maggio, il passaggio del Piave. Racconta Avallone che “Cadorna venne a conoscenza di questa clausola per vie secondarie, quando un colonnello del Comando supremo, a Parigi, ne ebbe notizia dai francesi”. “Il Governo evidentemente – scrive Avallone – non si rendeva conto del tempo necessario a una mobilitazione, a una radunata, all’apprestamento delle Forze armate; il Governo credeva bastasse premere un bottone perché l’esercito e la marina si potessero scagliare oltre le frontiere o fuori dai porti”. Una mentalità formatasi sull’esperienza delle guerre dell’800.
Il testo ricorda vari aspetti della conduzione della guerra, ben noti ma ricostruiti con molta precisione sicché il lettore viene guidato lungo gli eventi, con particolare riferimento a quelli drammatici, delle battaglie sull’Isonzo, od a Caporetto quando emerse l’intollerabile insufficienza organizzativa e di comando del nostro esercito, con le conseguenze anche psicologiche che avrebbero creato un grave sbandamento militare, politico e psicologico in un Paese costretto dagli immani sacrifici dell’economia di guerra. Una crisi politico militare riscattata a Peschiera quando il Sovrano, alla prospettiva del nuovo schieramento arretrato proposto dagli Stati maggiori alleati, li convinse sulla base di una appassionata rivendicazione del valore del soldato italiano del cui impegno di faceva garante, certo che l’Esercito avrebbe saputo fermare il nemico, riconquistare le posizioni perdute e riprendere l’avanzata verso Trento e Trieste. Poi l’impegno del nuovo Capo di Stato maggiore, generale Armando Diaz, e l’offensiva trionfale di Vittorio Veneto dopo la battaglia difensiva del giugno in pianura.
Si legge tutto d’un fiato questo capitolo nel quale sono descritte le operazioni militari, l’impegno dei Corpi d’armata, delle divisioni, dei reggimenti, e dell’Aeronautica, che pure vantava una storia recente, avendo esordito soltanto nella campagna di Libia nel 1911. C’è, poi, la pagina degli eroi della Grande Guerra, da Cesare Battisti a Fabio Filzi, da Damiano Chiesa a Enrico Toti. In concomitanza alle operazioni militari ed in ragione di esse Avallone ricorda come la “Famiglia Reale, con tutti i suoi componenti, sia stata in primissimo piano nel lavoro, nel sacrificio, nell’esempio. La Regina trasformò il Quirinale in ospedale per feriti e mutilati (1915-1919) e se stessa in materna infermiera; con lei la Duchessa d’Aosta. Il Re, lasciata la direzione dello Stato, per quanto atteneva alle attività interne, a Tommaso duca di Genova nominato luogotenente generale del Regno, partì fin dal primo giorno per il fronte rientrò solo a guerra finita; né al fronte, si limitò al controllo diretto della situazione e a visitare quotidianamente le truppe di linea e i comandi (una volta, rovesciatosi il berretto e imbracciato all’improvviso il fucile d’un soldato, volle sparare anche lui contro un aeroplano nemico che sorvolava le prime linee) contribuendo con la sua onnipresenza a mantenere elevato il morale; ma, quando necessario, seppe intervenire con energia assumendosi anche responsabilità che andavano al di là dei Suoi doveri costituzionali”, come a Peschiera, lo abbiamo già ricordato, nel corso della riunione degli Stati maggiori degli eserciti dell’alleanza che lui stesso aveva convocato.
Il capitolo si chiude con il bollettino della vittoria.
“La Marina italiana nella guerra 1915 1918”si deve alla penna di Vittorio Tur, ammiraglio, che descrive innanzitutto i compiti della Forza Armata, in particolare quello di bloccare efficacemente l’Adriatico, di proteggere l’avanzata dell’esercito verso Trieste e di impedire qualsiasi sbarco alle sue spalle. Inoltre la Marina doveva proteggere i nostri convogli militari il vettovagliamento e i rifornimenti alla Nazione provenienti da Gibilterra e da Suez.
Tra le forze armate la Marina certamente aveva per tempo provveduto a un rafforzamento e ad un ammodernamento delle unità sotto la direzione dell’ammiraglio Paolo Thaon di Revel che “aveva anche provveduto ad assicurare efficienza e protezione alle basi navali, agli approvvigionamenti di combustibili, alle armi e, avendo sempre sostenuto la grande importanza in guerra di siluranti, sommergibili e aviazione, disdisse - per poter provvedere alla loro costruzione - quella delle grandi corazzate da 30.000 tonnellate in progetto, contro il parere dei sostenitori di esse, tanto più che i piani non garantivano loro la incolumità dalle offese subacquee”. In particolare, ricorda Tur, Thaon di Revel era stato sempre un sostenitore dell’aviazione e “grazie a lui, la Marina poté avere, al principio della guerra degli idrovolanti, seppure in numero minimo rispetto ai 150 iniziali da lui richiesti e che riteneva rispondenti alle necessità, numero che poté però, sempre grazie a lui, essere accresciuto in seguito. Infatti durante la guerra arrivammo al 1.645 idrovolanti e aeroplani e a 49 dirigibili di vario tipo”.
Anche questo capitolo sulle operazioni in mare è una lettura appassionante delle imprese dei nostri marinari che, abilmente guidati resero praticamente inerte, incapace di operare la marina austriaca che anzi perse per l’aggressione dei nostri mas prestigiose unità come la corazzata Santo Stefano e la Viribus Unitis. Il testo dà conto delle nostre unità, della loro dislocazione, delle operazioni nelle quali sono state impegnate. Il lettore troverà anche i nomi di valorosi ufficiali e marinari e delle loro straordinarie imprese, dalla “beffa di Buccari” alla vittoria di Premuda, l’affondamento delle corazzate Wien nella rada di Trieste ad opera di Luigi Rizzo, Tegetthoff e Szent Istvàn (Santo Stefano). In tutti questi avvenimenti emerge il nome di Luigi Rizzo il quale sarà decorato di medaglia d’oro e insignito dell’Ordine Militare di Savoia e Conte di Grado. Altro insigne marinaio, l’Ammiraglio Umberto Cagni di Bu Meliana, Comandante delle forze navali destinate a Pola.
Il volume si chiude con una conversazione di Roberto Lucifero intitolato “La vittoria e il Re soldato”, pagine che sottolineano il ruolo e l’impegno del Sovrano nella fase precedente l’entrata in guerra e nella sua presenza al fronte nel corso dell’intero conflitto. Ricorda, in particolare, quanto gli aveva riferito il padre a proposito di una serie di colloqui con Vittorio Emanuele III, già nell’estate del 1914. Il Re aveva chiara l’idea che per motivi storici era inevitabile che fosse giunto il momento della completamento dell’unità d’Italia che non si era potuta raggiungere prima. Inoltre era consapevole dello sviluppo del conflitto e dell’inevitabile impegno degli Stati Uniti d’America che sarebbe avvenuto soltanto nel 1917, ma che lui ben tre anni prima riteneva certo.
“Il Re, dunque, volle la guerra. E, io credo, possiamo dire che in certo senso la impose perché, a un determinato punto, se il governo non avesse avuto lo stimolo e l’appoggio del Re di fronte alle resistenze del Parlamento e di gran parte del Paese, con le minacce del socialismo sempre pronto a crear disordini ogni volta che il Paese avesse particolare bisogno d’ordine, probabilmente a quella decisione non si sarebbe venuti”.
In conseguenza di ciò scrive Lucifero: “il 24 maggio si chiama Vittorio Emanuele III. Ma anche la guerra si chiama Vittorio Emanuele III sotto tutti gli aspetti multiformi del Re: del Re il quale sapeva di esser Lui mallevadore di quella battaglia condotta dal suo popolo; dell’uomo, che si accompagnava ai soldati nei luoghi più rischiosi giorno per giorno, ora per ora, che in mezzo agli scoppi delle granate mangiava il suo fagottino seduto sopra un sasso; del capo di una Famiglia, il quale ha voluto che tutti i Principi di Casa Savoia partecipassero alla guerra (e uno c’è morto, il Conte di Salemi); ha voluto che tutte le donne della Sua famiglia partecipassero alla guerra. E le avete viste nella uniforme gloriosa della Croce Rossa, con alla testa quella Regina di cui, nel Suo ultimo viaggio, ebbero tanta paura da non consentirLe di passare alcune ore in cabina nel porto di Napoli, quando dall’Egitto doveva trasferirsi a Montpellier”. Una sosta per incontrare un medico che si sperava potesse alleviare le sue sofferenze, una sosta che le fu impedita dalle autorità della repubblica.
La figura del Sovrano e della Regina Elena riempiono con il ricordo di episodi significativi della loro vita questo capitolo conclusivo, come in un modo diverso non sarebbe stato possibile, per sottolineare, nel centenario della Grande Guerra, che per il Regno d’Italia, fu la Quarta guerra d’indipendenza, come fu portata a completamento l’unità nazionale. Un impegno del Circolo di cultura ed educazione politica Rex, istituzione culturale che risale al  1948, indipendente, sostenuta esclusivamente dai soci, e che ha visto alla presidenza e nel Consiglio direttivo personalità della cultura, della politica delle Forze Armate e dell’Amministrazione dello Stato, per ricordare eventi ed approfondire momenti salienti della storia italiana, sempre con la serenità di chi crede nei valori e nella identità nazionale.

12 marzo 2017

sabato 11 marzo 2017

Circolo Rex: conferenza del 12 Marzo

Circolo di Cultura ed Educazione Politica
REX

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Sala Uno, Roma Via Marsala 42

12 marzo

 amb. Giuseppe CALVETTA

“Fenomeni del nuovo millennio: globalizzazione e terrorismo "

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sarà possibile acquistare la ristampa del volume del Circolo REX dedicato alla Grande Guerra, già pubblicato nel 1968 in occasione del Cinquantenario ed ora nuovamente pubblicato nei “ Libri del Borghese”, stampato dalla Casa Editrice “ Pagine” di Roma 

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La S.V. è invitata

venerdì 10 marzo 2017

L’élite dimenticata del nostro Risorgimento

Aldo Cazzullo, Corriere della sera


Caro Aldo,
lei scrive che l’Italia di oggi è un Paese senza élite. Ma non è sempre stato così?
Lorenzo Giacobino, Torino


Ciro  Menotti
Caro Lorenzo,
No, non è sempre stato così. Pensi solo alla sua terra. Silvio Pellico esce dallo Spielberg dopo dieci anni di carcere duro e pubblica Le mie prigioni, caso letterario in tutta Europa. Vincenzo Gioberti scrive Del primato morale e civile degli italiani e lo dedica a Pellico. Cesare Balbo lo legge ad alta voce a suo cugino, Massimo D’Azeglio, che lo incoraggia a scrivere Delle speranze d’Italia, dedicato a Gioberti. D’Azeglio a sua volta pubblica Degli ultimi casi di Romagna, sul fallimento dei moti nazionali, e lo dedica a Balbo. Tutti e tre i libri sono best-seller dell’epoca. E gli autori non sono intellettuali chiusi nella torre d’avorio: tutti e tre diventano presidenti del Consiglio. I Savoia saranno stati pure conservatori, ma sapevano affidarsi ai migliori, anche se non li amavano. Quando D’Azeglio insistette per chiamare nel suo governo il giovane conte di Cavour, Vittorio Emanuele II lo avvertì: «Va bene, ma sappia che ce lo metterà in quel posto a tutti». Prima di accettare, Cavour andò a trovare Antonio Rosmini, che gli presentò uno scrittore suo ospite: Alessandro Manzoni (la figlia, che si chiamava Giulia come la nonna, Giulia Beccaria, aveva sposato D’Azeglio). Dopo l’incontro Manzoni scrisse di Cavour a un amico, Giovanni Berchet: «È un omino che promette bene assai».

Questi uomini dalla statura intellettuale e umana impressionante erano amici tra loro, a volte parenti. Talora erano rivali; ma sapevano riconoscere la grandezza l’uno dell’altro. Erano insomma un’élite. Non definita dall’origine municipale: il Risorgimento non fu certo fatto solo dai piemontesi. Mazzini, Garibaldi, Mameli erano liguri; Confalonieri, Manara, Cattaneo milanesi; Tito Speri bresciano, Ciro Menotti modenese, Maroncelli di Forlì, Manin veneziano, Settembrini e Poerio di Napoli, Pilo e La Farina siciliani. Avevano tutto da perdere, alcuni salirono sulla forca, altri furono messi al muro. Guglielmo Pepe portò i volontari napoletani a difendere Venezia, D’Azeglio fu ferito a una gamba sotto le mura di Vicenza assediata, gli studenti toscani guidati da Giuseppe Montanelli — ferito alla spalla sinistra — si fecero massacrare a Curtatone. Non andavano tutti d’accordo, spesso si odiarono, come Cavour e Garibaldi, eppure il conte scrisse del generale: «Garibaldi ha reso agli italiani il più grande dei servigi che un uomo potesse rendergli: ha dato agli italiani fiducia in se stessi, ha provato all’Europa che gli italiani sapevano battersi e morire sui campi di battaglia per riconquistarsi una patria». Purtroppo, questa epopea è quasi del tutto assente dalla memoria nazionale. Oggi vanno di moda i briganti.

http://www.corriere.it/lodicoalcorriere/index/09-03-2017/index.shtml

giovedì 9 marzo 2017

Il Re soldato


di Emilio Del Bel Belluz  


Sono molti gli episodi che sono stati scritti per raccontare la grande Guerra, ma spesso ho constatato che i nostri storici e i nostri uomini di cultura abbiano avuto la tendenza a dimenticare certe piccole schegge di grande eroismo per esaltare solo una parte della storia. In questi mesi di rievocazione si sente parlare poco del ruolo che ebbe il Re Vittorio Emanuele III, il cui fondamentale contributo non viene spesso valorizzato come si dovrebbe.
Ogni atto di eroismo non viene ricordato come meriterebbe.
La storia che i soldati hanno tracciato con il loro eroismo è una storia vera e senza macchia. Non ci possono essere delle macchie per coloro che hanno dato per la patria i migliori anni della loro vita.
Questo Paese così aperto a ogni contributo dovrebbe ricordare questi fanti d’Italia che non  arretrarono per dare al Paese gloria e onore. Studiando la grande guerra ho sempre cercato di valorizzare qualsiasi ricordo; forse perché ho avuto per maestro uno zio che era stato bersagliere nella Grande Guerra.
Uno zio che visse gli ultimi anni della sua vita in una stanza da letto e fino all’ultimo istante osservava un quadro appeso alla parete vicino al crocifisso. In questo quadro, dalla cornice di legno, raffigurava lo zio in uniforme e il cappello da bersagliere, accanto alla sua amata moglie.
Questo zio diceva spesso che chi aveva prestato giuramento alla patria l’avrebbe onorata per tutta la vita e per essa sarebbe morto. L’altra promessa di fedeltà eterna l’aveva fatta quel giorno che si era sposato. Lo zio Gaetano era fiero di essersi comportato in un certo modo e per questo la sua esistenza era stata davvero una storia pulita. Dalla vita aveva ricevuto alcuni dispiaceri, ma il Signore gli aveva dato la forza per superarli e andare avanti. Forse era come suo padre, che quando perdette sua moglie, era sempre in cimitero a pregare. Aveva passato la sua vita con i suoi nipoti e con la cognata.  La moglie Rosa era mancata nel 1952, alcuni anni dopo la fine della guerra. Rosa era stata l’amore della sua vita, quell’amore che non si cancella. Lui morì vent’anni dopo la morte della moglie e fece in tempo a ricevere la medaglia che lo Stato dava a quelli che avevano combattuto nella Grande Guerra.
Gaetano aveva fatto incorniciare quella medaglia assieme all’attestato. Riceveva pure una pensione di guerra dell’importo di trentamila lire e con quei soldi si poteva comperare i toscani. Negli ultimi anni sapeva misurare le sue forze e ogni giorno combatteva per la vita. Suo padre aveva vissuto una esistenza più difficile, combattendo undici anni con Garibaldi. Tante volte lo zio Gaetano aveva sentito raccontare le sue storie di guerra a coloro che venivano a trovarlo.  Il vecchio zio Gaetano aveva trovato in un libro di scuola di suo nipote un racconto di guerra che lo aveva interessato molto. Questo racconto lo aveva talmente commosso che spesso chiedeva a suo nipote di leggerlo a voce alta.

Il racconto s’intitolava: “ L’inno Reale a Montesanto”. “ Nel Monte Santo è avvenuto ieri sera qualche cosa d’incredibile. Erano le dieci. Stava per nascere la luna. Qualche proiettile passava sibilando dall’Isonzo sull’altipiano di Ternova : qualche altro sibilava in partenza da Ternova. Colpi di fucile si sgranavano appena sotto il Santo, verso il San Gabriele, dove italiani ed austriaci stavano ad una quarantina di metri di distanza tra le due linee, con l’ordine di non parlare per non farsi sentire. All’improvviso echeggiarono trionfalmente nel buio le note della Marcia Reale, intonate da una banda con uno slancio straordinario. Venivano dal Monte Santo. Sulla vetta suprema della montagna vinta, la sera dopo la conquista, con la battaglia ancora vicinissima, una banda italiana teneva concerto sullo spiazzo dominante, fra le macerie del convento. 

Era la banda divisionale dei quattro reggimenti che vi avevano combattuto. Sui fianchi del monte, sulle nuove linee a valle, sulle trincee sgretolate a mezza costa del San Gabriele, gli Italiani urlavano di gioia. L’insolenza in faccia al nemico era veramente, supremamente italiana. Lì, sotto la sella di Dol, stava in linea contro il nemico a quaranta metri dalle trincee austriache, un reggimento nostro. Il colonnello si levò e urlò nel fuoco: - Soldati: in piedi! At…tenti ! I soldati elettrizzati si drizzarono, si rimpettirono nelle trincee. La musica continuava. Il colonnello gridò ancora : - Miei soldati gridiamo forte in faccia al nemico: Viva L’Italia!, Viva il RE! Viva la Fanteria! I soldati gridarono forte i tre evviva. Una scarica di cannonate austriache si avventò contro il Monte Santo. La musica continuò tranquillamente. Suonò la Marcia Reale. Il ghigno dei cannoni austriaci inveleniti riprese. La banda suonò l’inno di Mameli. molti occhi italiani, che non hanno mai pianto per le sofferenze atroci di questa guerra, molti occhi italiani piangevano di gioia. E l’ultima nota dell’inno si affievolì in un clamore di “ Evviva” Urlato da tutte le nostre linee al di là … Poi la battaglia continuò”. (Arnaldo Fraccaroli)  

mercoledì 8 marzo 2017

Italia Sabauda. L'attualità della Monarchia in Italia

Con questo breve saggio storico, l'autore ha cercato di restituire una visione di insieme della monarchia sabauda analizzando - in maniera specifica - gli eventi che ne hanno contraddistinto la fuoriuscita dal campo istituzionale italiano. Questo tomo si pone come mezzo di riflessione e proposta per una eventuale riproposizione della casata sabauda, che rimane una delle monarchie più antiche d'Europa. Il saggio è impreziosito dai racconti di veri e propri eroi italiani - di estrazione monarchica - vissuti negli anni cruciali del secondo conflitto mondiale che ha visto la figura dell'ultimo re d'Italia Umberto II protagonista, rendendo il giusto merito a questo straordinario personaggio storico che ha evitato all'Italia una seconda guerra civile.


martedì 7 marzo 2017

8 marzo, La regina Elena di Savoia invita tutte le donne a visitare Palazzo Reale

In occasione della festa della donna i Musei Reali propongono alle visitatrici l'ingresso gratuito e aprono, in via straordinaria, le stanze della regina Elena, moglie di Re Vittorio Emanuele III




TORINO -  I Musei Reali hanno pensato davvero a un bel regalo per la festa della donna: mercoledì 8 marzo l'ingresso a Palazzo Reale sarà gratuito per tutte le visitatrici. Non solo, in via del tutto eccezionale, le stanze della regina Elena, una delle sovrane più amate dal popolo, saranno aperte.  

[...]

domenica 5 marzo 2017

5 giugno 1944 – 9 maggio 1946: due anni difficili – La Luogotenenza del Principe Umberto - terza parte


Il  Quirinale  non  era  però  solo  sede  di  incontri  politici, ma  per  precisa  volontà  del  Principe  Umberto, anche  sede  di  iniziative  assistenziali  e benefiche  o  simili, quale  ad  esempio  il  21  gennaio  1945, un  pranzo  offerto  a  50  soldati  del  Battaglione  “San  Marco”, con  il  suo  personale  intervento, o  il  giorno  di  Pasqua del  1945, un  pranzo  per  ben  500  bambini poveri  e  100  soldati. 
Il Sovrano con i piccoli mutilatini
 E  sempre  in  questa  data   viene  aperto  un  ambulatorio  per bambini  mutilati civili  di  guerra, intitolato  “Maria Gabriella”, come pure  saranno  aperti  la  casa  “Maria Beatrice”  per bambini  mutilati  di  guerra, la colonia  elioterapico  “Maria  Pia”  per  bambini  dei  quartieri  operai, e  una  cucina  per  gli  indigenti  “Mafalda  di  Savoia” e varie  altre  iniziative  per  chiudere  con  un  Ufficio  di  Assistenza, che  solo  nel  1945, distribuì  10  milioni  di  contributi, cifra  rappresentante  il  90%  degli  emolumenti del  Luogotenente.  Ed  a  proposito  di  queste  attività  è  interessante  un  dialogo  tra   De  Gasperi, che  essendone  venuto  a  conoscenza, ed  evidentemente  apprezzandole, si  rivolge  a  Lucifero, quasi  incitandolo: “le  rendete  note  queste  cose?”  e  Lucifero  che  rimane  interdetto, quasi non pensando  all’effetto  propagandistico  che  avrebbero  avuto. E  queste  azioni  benefiche  sarebbero  proseguite  particolarmente  dopo  il  rientro  a  Roma, della  Principessa  Maria Josè, il  7  giugno  1945, e  quello  successivo  dei  giovani  principi, con  il  pranzo  di  Natale  per  100 bambini  poveri, un  altro  analogo  per  il  Capodanno ed un ulteriore per  l’ Epifania,  dove  appunto  i  principini  più  grandi  aiutavano  nel  servizio.
Quella  solitudine  del  Principe, cui  accennammo  all’inizio, si  era  notevolmente  attenuata  perché  oltre, logicamente  al  Ministro  della  Real  Casa, ed  agli  aiutanti  di  campo, generale  Adolfo  Infante  e  l’ammiraglio  Franco  Garofalo, si  erano  riavvicinati  alla  Corona, Vittorio  Emanuele  Orlando, al cui  parere   venivano  sottoposti  numerosi  problemi giuridici, Francesco  Saverio  Nitti, che  rientrato  dall’esilio, aveva  pronunciato  un  importante  discorso  al  San  Carlo  di  Napoli  sottolineando  la  funzione  stabilizzatrice   e  moderatrice  della  Monarchia, e  persone  più  giovani  quali  Carlo  Scialoja, esperto  di  diritto, e   per  la  politica  estera, Giovanni  Visconti  Venosta, diplomatico, entrambi  discendenti da famiglie che già avevano  dato  importanti  contributi  nel  Risorgimento  e  nel  successivo Regno, nonché  alcuni  giornalisti  fra  i  quali  Luigi  Barzini jr.,  Ugo  D’Andrea  ed  il  liberale Manlio Lupinacci, che troveremo  nel  gruppo  che  salutò  il  Principe, divenuto  Re,  quel  triste  pomeriggio del  13  giugno  1946  a  Ciampino.  Ebbene  tutte  queste  attività  del  Principe, di  cui ricorderemo  fra  l’altro  il  messaggio  di  Capodanno  del  1946, letto  alla radio, indirizzato ai  nostri  prigionieri  di  guerra, e  l’accoglienza, il  17  novembre  1945, a  reduci  dalla  Russia, presente  anche la  Principessa, che, a  sua  volta, aveva  ripreso  diversi  contatti  con  personalità  della  cultura, in primo  luogo  Zanotti  Bianco, non  mutavano  la  propensione  repubblicana  anche  di  personalità  lontane  dai  comunisti, il  cui  atteggiamento  è  perfettamente  descritto  dal  conte  Carandini  in  questa  frase: “La  Monarchia  è  una  causa  perdente  e  non  vale  sciuparsi  in  combattimenti  di  retroguardia” o  in  quella, ancor  più  cinica, di  Meuccio  Ruini: “Dobbiamo  schierarci  per  la  repubblica, giacché  se  vince  la  Monarchia, questa  ci  perdonerà e  saremo  sempre lo  stesso  ministri, consiglieri  di  stato….”. In  realtà  nessuno  di  questi  politici appartenenti  alla  nobiltà  ed  all’alta  borghesia, aveva  effettivi  contatti  con  il  popolo, ed  ignorava  quanto  invece  la  Monarchia, come si  vide  nel  successivo  referendum, malgrado  la  propaganda  contraria, la  quasi  totale  impossibilità  di  una  propaganda  monarchica in  tutto  l’Italia  Centro settentrionale, gli  scarsi  mezzi  finanziari  a  disposizione, avesse  radici  ben   profonde, ed  anche, specie  da  parte  delle  donne, alle  quali  era  stata  finalmente  concesso  il  diritto  di  voto,  un  attaccamento, se  non  affetto, per  la  famiglia  reale, e  particolarmente  per le  sue  Regine, che  erano  state  esempio  per  i   costumi  morigerati ed  il tenore di  vita.
Quanto  alla  situazione  politica, riunitasi  finalmente  la  già  citata  Consulta  Nazionale, il  25  settembre,  con  l’elezione  di  Sforza  a  Presidente, nel  governo  Parri si  erano  accentuate  le  spinte  demagogiche, specie  per  una  epurazione  ancor  più  radicale, per  cui  da  parte  liberale  cresceva  l’insofferenza  per  questo  modo  di  agire,  così  dopo  un  acceso  dibattito  interno, i  liberali  provocarono  la  crisi  del  governo, anche  se  Parri, stranamente  attaccato  alla  poltrona  avrebbe  voluto  continuare  a  governare  senza  i  liberali , ma  è  la  Democrazia  Cristiana  a  dargli  il  “colpo di  grazia”, costringendolo  a  presentare  le  dimissioni  al  Luogotenente il  24  novembre  del  ’45. In  questa  occasione  Parri  tenne  un  infelice  discorso, criticato  dallo  stesso  Nenni,  dove  aveva  spiegato  le  sue  dimissioni come  frutto  di  un  “colpo  di  stato” (sic), anche  se  poi  si  corresse  chiamandolo  “colpo  di  mano”. E  queste  infelici  espressioni  oratorie  erano  presenti  anche  nel  suo  discorso  del  precedente  26  settembre, alla  Consulta, dove aveva  pronunciato  la frase, storicamente  falsa, come  lo  rimbeccò  Benedetto  Croce, che  “neppure  prima  del  fascismo, vi  era  stata  in  Italia, una  vera  democrazia”.
Ripresa  così  delle  consultazioni, con  i  tentativi, non  riusciti, di  inserire  nel  governo  gli  esponenti  del  liberalismo  storico, affiorò  il  nome  come  possibile  nuovo  Presidente  del  Consiglio, del  leader   democristiano, De  Gasperi, ed  il Luogotenente gli  affidò  l’incarico  di  formare  il  nuovo  governo  con  tutti  e  sei  partiti  dell’Esarchia, che  era  divenuto  il  termine  per  definire  il  potere del CLN. La  costituzione  di  questo governo  non  si  rivelò  facile  per  le  pur  giuste  richieste  liberali  che  non  trovavano  accoglimento  negli altri  partiti, tanto  che  sembrava  essere   orientato  De  Gasperi  ad  un  governo  senza  i  liberali  se  non  fosse  stato  proprio  richiamato  dal  Luogotenente  al  rispetto  dell’incarico  conferitogli  di  un  governo  a  sei, che, costituitosi,  giurò  con  la  solita  formula, il  10  dicembre. Purtroppo  in tali  trattative  quel  Ministero  dell’Interno, che  in  precedenza  era  stato  negato  ai  socialisti  da  liberali  e  democristiani, fu  concesso  loro  con una  incredibile  leggerezza, particolarmente  grave  specie  da  parte  della  DC  che  ebbe, oltre  agli  Esteri, confermati  a  De Gasperi, due  ministeri  minori, e  per  questo  incarico  i  socialisti  indicarono  Romita, notoriamente  repubblicano. E  tale  nome non  trovò  opposizione  neanche  nel  Ministro  Lucifero, che  sottovalutò  l’importanza  che  i  due  ministeri  chiave, giustizia  ed  interni, fossero  in  mani  socialcomuniste, e  quindi  repubblicani, ed  anzi, riferendosi  proprio  a  Romita, in  un  successivo  incontro  del  12  dicembre, lo  definì  “un  galantuomo”, per  cui  riteneva  sufficiente questa  qualifica  a tranquillizzare  il  Luogotenente. Forse  sia  lui  che  il  Principe, ignoravano  non  solo  il  repubblicanesimo  del  Romita, ma  proprio  l’avversione  a  Casa  Savoia, che  sarebbe  venuta  fuori  anni  dopo  nel  libro  di  memorie, dove  Romita  la  definisce  come  “la  più  inetta  dinastia  europea”, con  una   incredibile  malafede, frutto  di  ignoranza  storica, ingiustificabile  in  un  piemontese  che, almeno, avrebbe  dovuto  conoscere  la  storia  della  propria  regione. Romita  infatti, fin  dal  primo  giorno  del  suo  incarico  lavorò, e  lo  confessa  nelle  memorie, per  il  trionfo  della  repubblica, con  ipocrisia, sempre  acquiescente  stranamente  la  DC, come  nel  caso  delle  prime  elezioni  amministrative  del  successivo marzo  del  1946  per  cui  uno  storico, Andrea  Ungari ,  afferma, e non  mi  sento  di  dargli  torto, che  la  “repubblica  era  già  fatta  il  martedì  11 dicembre  1945”. Così  per  l’eterogenesi  dei  fini  la  crisi  aperta  dai  liberali  per  evitare  lo  scivolamento  a  sinistra  del  governo  Parri, portava  ad  un  governo, salvo  il  Presidente  del  Consiglio, maggiormente  squilibrato  a  sinistra  e  per  la  repubblica.
In  questi  mesi  che  separano  la  nascita  del  primo  governo, presieduto  da  un  cattolico, nella  storia  del  Regno  d’Italia, il  fatto  più  importante   ed anche  l’unica  vittoria  luogotenenziale, fu  l’affidamento  ad  un  referendum  la  soluzione  della  questione  istituzionale, con  il  Decreto    del  16  marzo  1946, n.98, la  cui  firma  fu  accompagnata  da  una  lettera  personale  del  Principe  al  Presidente  del  Consiglio, che  trascriviamo  integralmente, rappresentando  la  sintesi  del  pensiero  politico del  Luogotenente  e  della  Sua  correttezza  costituzionale:
“Signor  Presidente,
Le  restituisco, muniti  della  mia  sanzione, i  provvedimenti  con  i  quali  si indice  il  “referendum” sulla  forma  istituzionale  dello  Stato e  si  convoca  l’Assemblea  Costituente  che  dovrà decidere  sulla  nuova  Costituzione.
Nel  compiere  quest’atto sento di  ricongiungermi  alle  gloriose  tradizioni  del  Risorgimento  nazionale, quando, attraverso  eventi memorabili  indissolubilmente  legati  alla  storia  d’Italia, la  Monarchia  poté  suggellare l’unità  della  Patria  e  i  plebisciti  furono  l’espressione  della  volontà  popolare  ed  il  fondamento  del  nuovo  stato  unitario.
Questo  ossequio  alla  volontà  popolare  dettò  anche  la  decisione  del  mio  Augusto  Genitore  di  ritirarsi  irrevocabilmente  dalla  vita  pubblica  per  facilitare. Come  Egli  stesso  affermò, l’unità  nazionale. Il  medesimo  pensiero  mi  indusse  a  sanzionare  il  Decreto  del  24 giugno  1944, che  rimetteva  al  popolo  italiano  la  scelta  delle forme  istituzionali.
La  sanzione  di  oggi  è  dunque  il  coronamento  di  una  tradizione  che  sta  a  base  del  patto  fra  Popolo e  Monarchia, patto  che, se riconfermato, dovrà  costituire  il fondamento  di  una  Monarchia rinnovata, la  quale attui  pienamente  l’autogoverno  popolare e la giustizia sociale.
In  questo  solenne momento non posso  fare  a meno  di rivolgere  un commosso  pensiero  ai nostri fratelli  ancora  prigionieri  e  internati, ai  cittadini  tutti  di  ogni  terra  italiana, i quali – per  ragioni  indipendenti  dalla  nostra  volontà  e  che per  rispetto  della  giustizia  devono   considerarsi  contingenti – non  potranno  partecipare  alla  consultazione  che dovrà  decidere  anche del  loro  avvenire.
Confido  che  il Governo  saprà  provvedere  affinché  le  elezioni  si  svolgano  nella massima  libertà  degli  individui  e  delle  coscienze,  per  assicurare  quest’ultima, ho  dato, con le disposizioni  testé  sanzionate, libertà  di  voto  a  quanti  sono  legati  dal  giuramento.
Io, profondamente  unito  alle  vicende  del  Paese, rispetterò  come ogni  italiano  le  libere  determinazioni  del  popolo, che, sono  certo, saranno  ispirate  al migliore  avvenire  della  Patria.
Voglia, signor  Presidente, comunicare  ai  signori  Ministri  questa  mia  lettera, che  considero  un doveroso  contributo  alla  serenità  della  consultazione  popolare.
Roma, 16  marzo  1946                         Aff.mo   Umberto  di  Savoia


CONCLUSIONE
                                                                             
A  questo  punto  necessita  una  riflessione: cosa  aveva  giovato al Luogotenente, con  la  sua  innata  signorilità, l’ aver esercitato  con  competenza, in  forma  discreta, formalmente   ineccepibile, la  funzione  di  Capo  dello  Stato, come  osserva Ludovico  Incisa, quando  dalla  parte  dei  ministri e dei  partiti  repubblicani, nessuno  si  era  mosso  dalle sue  posizioni  e  convinzioni  aprioristiche, contrarie al mantenimento della Monarchia, pur  rappresentata da questo Principe? Sempre  Incisa  definisce  “evanescente e patetica, politicamente  rassegnata”  la  Sua  figura, dimenticando  e  sottovalutando  quanto  aveva  fatto  in  quei  mesi  il  Luogotenente, attività  che  abbiamo  seguito  e  descritto. Non  pensava  che  Umberto  di  Savoia  era  stato  educato  a  fare  il  Re, e  non  poteva  quindi  trasformarsi  in  capo  di  un  partito  o  di  una  fazione, quando  il  ruolo  di  un  Re, e  lo  avevano  ampiamente  dimostrato  i  suoi  predecessori, era  quello  di  essere  al  di  sopra delle  parti  e  di  rappresentare  il  vertice  dello  Stato, in  cui  tutti  i cittadini  potessero  riconoscersi. O  come  scrivono  altri storici, pure   non  avversi  alla  Monarchia, c‘era  in  Lui una propensione  ad  espiare  colpe  non  sue, ammesso che  fossero  colpe? Eppure  la  risposta, la  motivazione del  suo  modo  di  agire,  esisteva  e  ne  dette  prova  quando  partì  dall’ Italia, ed  era  quella  di  non  acuire  le  tensioni  tra  gli  italiani, di  arrivare  quanto  prima  alla  pacificazione  tra  gli  stessi,  ancor  oggi  non  raggiunta  dopo  71 anni (vedi  la  proposta  di  amnistia, dopo  la  Sua elevazione al Trono, amnistia  che  Togliatti, ministro  della  Giustizia,  ed il Governo non  concessero), e  sopra  tutto  di   evitare  lo  scorrere  ulteriore di  sangue  fraterno. Il  pensiero   regale   per  gli  umili, come  da  carità  cristiana, l’amore  per  la  Patria, per  il  mantenimento, ad  ogni  costo, della  unità  della  stessa, raggiunta  per  merito  della  sua  Casa, sentimenti e valori  ereditati  dal  Padre, Vittorio  Emanuele, definito  da  Domenico Fisichella  “l’ultimo  uomo  del  Risorgimento”, che  quando, forse  tardi, abdicò, il  9  maggio  1946, prendendo  la  strada  dell’esilio, nella  sua  agenda, il  successivo  primo  gennaio  1947, scrisse “Viva  l’ Italia , ora  più  che  mai”,  avrebbero  fatto  dire  al  Principe, divenuto  Re, in  un  messaggio  alla  vigilia  del  Referendum, che  se  la  Monarchia  avesse  prevalso  per  pochi  voti, era  disponibile  ad  un  secondo  referendum, perché  intendeva  governare  con  un  vasto  consenso  popolare  e  non  con il  51%. Questo  atteggiamento  da  Re, mantenuto  per  tutta  la  vita, anche in  esilio,  spiega  perché  per  decenni, fino  al  termine  della  Sua vita  terrena, 18  marzo  1983, tantissimi  italiani  si  recassero a  visitarlo  in  Portogallo, altri  numerosi  seguissero con  affetto   in  Italia  la  sua  vita, leggessero  con  interesse le  sue  interviste, ancora scrittori, giornalisti  e  storici  rivalutassero  la  sua figura  riconoscendo  il  sacrificio  della  sua  partenza  dall’Italia, altri  ancora   combattessero  democraticamente  ed  a  viso  aperto  la  battaglia  monarchica, così  che  tanti   volgessero  lo  sguardo verso Cascais, sperando, forse, in un Suo ritorno.

Domenico Giglio



Appendice



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Bibliografia:
1) Falcone  LUCIFERO: “L’ultimo  RE- diari  del  Ministro  della  Real  Casa - 1944 - 1946” - editore  Mondadori- collana  “Le  Scie” - 2002
2) Giovanni  ARTIERI: “ Umberto  II  e  la  crisi  della  Monarchia “- editore  Mondadori – collana  “Le  scie”-1983
3) Luciano  REGOLO: “ Il  Re  Signore” – editore  Simonelli – 1998
4) Gianni  OLIVA: “Umberto  II - L’ultimo  Re - editore  Mondadori – 2000
5) Domenico  FISICHELLA: “Dittatura  e  Monarchia “ - editore  Carocci - collana  Sfere - 2014
6) Ludovico  INCISA di  CAMERANA : “Umberto  II  e  l’Italia  della  Luogotenenza  “- editore  Garzanti- 2016
7) Andrea  UNGARI: “In  nome  del  RE - i  monarchici  italiani  dal  1943  al  1948 “-editore  “Le  lettere”- 2004
8) Gianni  OLIVA : “I  vinti  e i  liberati - 8  settembre  1943-25  aprile  1945-Storia  di  due  anni “ editore  Mondadori - collana  “Le  Scie”- 1994
9) Aldo A. MOLA : “Declino  e  crollo  della  Monarchia  in  Italia - I  Savoia  dall’unità  al  referendum  del  2  giugno  1946 “ - editore  Mondadori - collana  “Le Scie “- 2006
10) Giovanni  ARTIERI: “Cronaca  del  Regno  d’Italia “ - volume  secondo - editore  Mondadori – 1978
11) Aldo  A. MOLA: “Umberto II di  Savoia “- editore  Giunti - 1996
12) Niccolò  RODOLICO - Vittorio PRUNAS TOLA: “ Libro  Azzurro  sul  Referendum “ – editore  “Superga” - 1963
13) Enrica  LODOLO: “Savoia “ - editore  Piemme -1998
14) Silvio  BERTOLDI : “Savoia - Album  dei  Re  d’Italia “  -editore  Rizzoli - 1996
15) Vincenzo  STALTARI: “Umberto  II “- editore  Istituto  Teano  di  Cultura – 2003
16) Oreste  GENTA: “S.M. Umberto  II  durante  il  periodo  della  Guerra  di  Liberazione “-  edito  da  INGORTP - conferenza  tenuta  al  Circolo  REX  - 29  gennaio 1989
17) Oreste  GENTA: “S.M. Umberto  II  nei  due  anni  di  Regno “ – edito  da  Ingortp  - conferenza  tenuta  al  Circolo  REX - 21  gennaio  1990
18) Franco  GAROFALO: “Pennello  nero - La  Marina  Italiana  dopo  l’ 8  settembre  1943 .” edizioni  della  Bussola - 1945
19) Giovanni SEMERANO e Camillo ZUCCOLI: "La verità sul Referendum"  - edizioni "Monarchia Nuova", Roma 1996.

sabato 4 marzo 2017

"La leggenda dei Granatieri al Cengio".




" Per l'onore di Savoia,
Su la Guardia, avanti in vetta!"
Treman gli Unni!-Evviva il Re!
Da Cesuna al monte Cengio
Sta la rossa invitta schiera:
Pugna e vince! È primavera,
Canta Italia! Evviva il Re!
"Qui si vince o qui si muore,
Qui non passan gli stranieri!"
L'han giurato i Granatieri:
Non si passa! Evviva il Re!



Gen. Giuseppe Pennella, 
"La leggenda dei Granatieri al Cengio".

Vita eroica di Amedeo di Savoia - prima parte

Commemorazione tenuta a Firenze - dalla Medaglia d’Oro, Prof. Raffaele Paolucci  il 1° marzo 1953, nella ricorrenza dell’XI anniversario della morte dell’Augusto Principe Sabaudo.

Opuscolo donato dall'Ingegnere Giglio, Presidente del Circolo Rex


Compiranno poi domani undici anni da quel giorno triste nel quale a Nairobi, in prigionia, su un piccolo lettino di ferro di un misero ospedale, mentre tante nuvole nere si addensavano sul cielo della Patria lontana, esalò il Suo ultimo respiro Amedeo di Savoia Duca di Aosta.
Gli amici Fiorentini della Unione Monarchica Italiana hanno voluto, in tale anniversario, che io rievochi la figura leggendaria dell’Eroe; pur essendo piena e dura la mia giornata, ho accettato, subito, e con animo profondamente grato, perché parlare di Lui vuol dire elevarsi fino a Lui, staccarsi sia pure per un attimo solo dalla bassura nella quale siamo piombati, ritrovarsi vecchi ed onorati soldati di questa Patria umiliata, ed illuderci ancora che non invano credemmo, non invano sperammo, non invano versammo, in Suo nome, sangue e sudore.
E nulla importa, nulla importa se qualcuno che mai ci comprese e mai ci comprenderà, ci chiamerà spregiando, nostalgici.
Sì, abbiamo la nostalgia della bellezza, della poesia, della fedeltà, siamo i nostalgici dell’onore e della virtù militare, senza di che non esistono grandezze di popoli; ed in questa bassura nella quale siamo costretti a vivere e ci sentiamo di essere, siamo, e vogliamo rimanere, i superstiti di un grande mondo perduto, aneliamo alle alture da cui siamo discesi, e cui abbiamo fede di ritornare, e ritorneremo.
E perciò parliamo di Lui.
Amedeo di Savoia nacque il 21 ottobre 1898 nel palazzo della Cisterna, a Torino. Ed in quella casa rimase per sette anni fino a quando il Padre, Emanuele Filiberto, non fu trasferito a Napoli, al comando di quel Corpo di Armata.
Quegli anni della prima fanciullezza non erano stati lieti per il piccolo principe, che certo non era lieto l’ambiente familiare quando Egli nacque.
Da due anni appena si era infatti svolta la tragedia di Adua, e la gazzarra antinazionale già si adunava nella piazza allorché Egli cominciava i primi passi; e Suo Zio, il buon Re Umberto I era stato assassinato quando Egli cominciava a balbettare le prime parole.
Iniziava allora in Italia lo strano e ben doloroso fenomeno per il quale, a somiglianza di un solo altro paese, la Francia, la istanza sociale e la necessità materiale delle folle sembrava dovessero essere inscindibili da una furibonda, iconoclasta volontà distruggitrice delle tradizioni patrie e della virtù militare.
A Napoli l’ambiente era più sereno: quella Reggia di Capodimonte era più sorridente con il suo magnifico parco, il cielo era più mite, l'anima popolare meno intristita dalla propaganda dei negatori.
In quell'ambiente crebbero Amedeo ed il Suo fratellino minore, Aimone, sopraggiunto dopo di Lui, e quel vasto palazzo e quel parco senza fine videro disfrenarsi le loro fanciullezze.
Fu un ragazzo terribile Amedeo, di quelli le cui ragazzate lasciano il cuore sospeso.
Bleriot aveva attraversato la Manica, Chavez aveva sorvolato le Alpi, l’aviazione, con l’opera ed il sacrificio dei pionieri, faceva le sue prime, asperrime prove, ed Amedeo aveva una voglia pazza di volare.
Volle volare, ma macchine non ne aveva; trovò due vecchi ombrelli in un solaio ne irrobustì le stecche con spago e filo di ferro, ed ecco i nostri due argonauti lanciarsi con questi ombrelli aperti, attaccati al manico, dal primo ma pur altissimo piano della Reggia. Videro dal basso, col cuore sospeso, discendere precipitosamente i due ragazzi e fu un accorrere di gente: non si erano fatti quasi niente in quel volo precipitoso di otto metri, solo qualche ammaccatura. «Volare mi piace» annunciò serissimo Amedeo, strizzando un occhio alla gente accorsa ansiosa e trepidante a raccattare i due argonauti.
Sempre in tema di ragazzate terribili eccone un’altra, di cui fece le spese il Colonnello Montasini, aiutante di campo del Padre. Questi era un bravo colonnello di artiglieria, ed Amedeo, da promesso artigliere, volle rendergli onore.
Vi erano nel parco della reggia alcuni vecchi cannoni di bronzo del ’700 ad avancarica. Amedeo prese la polvere di molte cartucce da fucile, caricò il vecchio cannone, pose una lunga miccia, mise Aimone a far da palo per annunciare l’arrivo del Colonnello e quando questi apparve al cancello ed Egli ebbe il segnale diede fuoco alla miccia. Il vecchio palazzo tremò, il boato si udì per tutta Napoli. Pallido, emozionato il Colonnello accorse.
Questa volta era stata troppo grossa, ed i due colpevoli furono trascinati davanti ai genitori per avere la giusta sanzione. Ma, nel salire la grande scalea, Amedeo diceva al fratello: « Hai inteso che colpo? Io di artiglieria me ne intendo! » .
Questo spirito avventuroso, questo sorridente arditismo spericolante lo accompagnarono per tutta la vita.
Ma una, grossa assai, la fece a Madrid: era un giovinetto, allo e lungo, ed un po’ buffo anche, con quelle gambe interminabili, come un cucciolo cresciuto troppo presto. Si trovavano a Madrid, Egli ed il Fratello accompagnati dall’istitutore, in viaggio di istruzione. Andarono un giorno a vedere una corrida, ed era la prima volta che assisteva ad un simile spettacolo. Era ospite nel palco di una nobile dama; ma quando vide entrare nell’arena i toreros, i picadores, i caballeros nelle loro ricche gualdrappe, e poi sopraggiungere il toro, e ed attorno a questo sballonzare gli uomini in atteggiamenti strani, un riso incontenibile lo dominò, cui faceva eco il fratello. E più si sviluppava l’azione tra l’ansia fervida ed attenta degli spettatori, più Egli rideva, finché la nobile dama non poté contenersi e Gli disse, un po’ brusca «non so in verità, Altezza Reale, cosa ci sia da ridere».
«Ma non trova che ciò è buffo? Non vede come sono buffi quegli uomini che saltellano davanti al toro? Ma che forse è una prodezza quella lì? ».
« Ah sì? E perchè non ci prova Lei » rispose la dama?
Ora Amedeo era punto sul vivo. Provare?
Ecco fatto: due mani sulla balaustra, e con un salto era giù nell’arena.
Il toro era piuttosto vicino, vide il nuovo venuto, prima titubante, poi caricando. Ahimè! Amedeo alzò le gambe e cominciò la Sua corrida tra la gente che urlava, divertita all’inatteso spettacolo, mentre i toreros ed i piccadores guardavano con dispregio quell’intruso, che doveva essere un pazzo.
Con quelle lunghe gambe attraversò di un baleno tutta l’arena, ma il toro stava per atterrarlo, mentre la folla urlava in subbuglio, e la nobile dama stava per svenire, ed Aimone e l’istitutore avevano le mani nei capelli, pallidi, anelanti, tremanti di angoscia e di sgomento. Amedeo si fermò col cuore in gola, il toro gli stava quasi sopra, si voltò, riprese la corsa, riattraversò diagonalmente l'arena in un baleno, arrivò, trafelato sotto la balaustra, spiccò un salto, si ritrovò nel palco, mentre il toro puntava li, dove Egli era un attimo prima.
L’arena fu in tumulto tra applausi ed urla di entusiasmo e lanci di cappelli. I giornali Madrileni ne fecero un gran parlare e dissero chi era il protagonista: il figlio del figlio dell’ex Re di Spagna: i giornali Italiani si imposero il silenzio.
Ce lo ricordava un giorno, dietro mia richiesta, questo episodio, lo stesso Principe Amedeo su un autobus che ci portava lungo il lago di Carezza, in Alto Adige. Insisteva sulla paura tremenda che aveva provato quando il toro stava per infilarlo. Egli era seduto ad una delle ultime poltrone dell’autobus.
Finita la storia ci voltammo a vedere il paesaggio incantevole, ma quando cercammo il Duca, non c’era più! Ma dove era andato? Scomparso? Volatilizzato?

Facemmo fermare la macchina: era fuoriuscito dal finestrino, si era, come uno scoiattolo, arrampicato sul tetto dell’autobus, ed ora se ne stava lassù, disteso, e sorrideva, c strizzava l’occhio come per dire: ve l’ho fatta!

domenica 26 febbraio 2017

venerdì 24 febbraio 2017

Il libro del nostro Chiaserotti

Per anni si è annidato nella mente dell’autore il desiderio di raccogliere i ricordi del periodo che vanno dal 1960 al 1986, momento in cui ha raggiunto uno dei primi traguardi della vita. Ma solo nel 2013, approfittando della quiete di Alfedena, borgo di montagna in provincia de L’Aquila, l’idea si è concretizzata nel volume che adesso stringete tra le mani. 
Ricordi vari è un testo autobiografico dal sapore narrativo. Gianluigi Chiaserotti qui mette in scena le sue memorie utilizzando la penna e l’inchiostro come fossero burattini cui dar vita sul foglio, offrendoci un racconto piacevole alla lettura e dal gusto originale. Un libro che guarda con affetto al passato e che riconosce alla storia la possibilità di definire il destino degli uomini semplicemente col suo lento procedere.
Gianluigi Chiaserotti nasce a Roma nel 1960.
Laureato in Giurisprudenza con una tesi in Storia del Diritto Italiano, oggi collabora anche con docenti universitari.

Oltre all’attività di consulente legale e notarile pubblica studi storiografici e ricerche intorno a personaggi o epoche storiche.