NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 14 febbraio 2017

Il Canto degli Italiani

Questo è il testo della conferenza tenuta il 28 gennaio all'Accademia Musicale Romana,  dal nostro Gian Luigi Chiaserotti.
Lo ringraziamo di cuore!


Signore e Signori,
è per me, storiografo ed amante della Storia, indegnamente un onore essere qui, questa sera, per celebrare con Voi il 20° anniversario dell’Accademia Musicale Romana, e di ciò ringrazio l’artefice di questi momenti di cultura e di arte, il Professor Maestro Giuseppe Martone.
Ma per me l’onore più grande è essere qui, al “Colle de La Salle”, la scuola che frequenta mio figlio.
Scuola di un livello assai raro ai giorni d’oggi.
Con il Professor Martone abbiamo pensato che per codesto anniversario sia giusto ricordare, dal punto di vista storico, il nostro Inno Nazionale, scritto da Goffredo Mameli, anche e soprattutto nei 220 anni della nascita del Tricolore in quel di Reggio dell’Emilia il 7 gennaio 1797.
Ma chi era costui?
Goffredo Mameli dei Mannelli, meglio noto semplicemente come Goffredo Mameli (1827-1849), è stato un poeta, patriota e scrittore italiano nato nel Regno di Sardegna.
Annoverato tra le figure più famose del Risorgimento italiano, morì, a soli 21 anni, a seguito di una ferita infetta che si procurò durante la difesa della Repubblica Romana.
Goffredo Mameli nacque di nobile famiglia sarda (per la precisione di Lanusei, nella regione dell'Ogliastra) nel 1827.
Il Suo trisavolo, Giommaria Mameli, divenne notaio presso Tortolì; l'Imperatore Carlo VI d'Asburgo (1685-1740) lo elevò poi al rango di nobile, lo creò suo console alla Corte Sabauda di Torino, poi Ufficiale della Segreteria di Stato e di Guerra del Regno di Sicilia a Palermo e poi suo segretario particolare onorario. Morì a Cagliari dopo che, sposato con una nobile spagnola, divenne padre di sette figli. Di questi Antonio Vincenzo fu Archivista del Viceré a Cagliari, Avvocato Fiscale Patrimoniale Regio dell'Insinuazione del capo di Cagliari ed Intendente economo delle miniere.
Egli ebbe a sua volta undici figli, tra cui Raimondo Mameli, avo paterno di Goffredo.  
Infatti il Nostro era figlio di Giorgio Giovanni (1798-1871), anch'egli Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, contrammiraglio della Regia Marina Sarda, per via della passione del padre aveva percorso tutta la carriera nella marina stessa , distinguendosi in spedizioni contro i pirati barbareschi e durante la Prima Guerra di Indipendenza (1848-49), venendo poi messo a terra a causa del proprio carattere indipendente e dell'impegno repubblicano del figlio, per essere poi eletto parlamentare a Torino. La madre era Adelaide (Adele) Zoagli, della famiglia aristocratica genovese degli Zoagli figlia a sua volta del Marchese Nicolò Zoagli e di Angela dei Marchesi Lomellini.
Di questa famiglia, fecero parte anche Cristoforo Mameli ed Eva Mameli Calvino.
Nato nell'allora Regno di Sardegna, Goffredo Mameli, alunno nelle Scuole Pie di Genova, docente nel collegio di Carcare in provincia di Savona, fu autore, all'età di quasi 20 anni, delle parole del “Canto degl'Italiani” (1847), più noto in seguito come “Inno di Mameli”.
 Ma già ai tempi della scuola, Goffredo dimostrò il suo talento letterario componendo versi d'ispirazione romantica, intitolati “Il giovane crociato”, “L'ultimo canto” e “La vergine e l'amante” di cui però non si conoscono recensioni come opere d'arte.
Mameli venne presto conquistato dallo spirito patriottico e, durante i pochi anni della sua giovinezza, riuscì a far parte attiva in alcune memorabili gesta che ancor oggi vengono ricordate, come ad esempio l'esposizione del tricolore per festeggiare la cacciata da Genova degli Austriaci del 1846.
Nel marzo 1848, il Nostro organizzò una spedizione di trecento volontari per andare in aiuto a Nino Bixio (1821-1873) nel corso dei moti di Milano e, in virtù di questa impresa coronata da successo, venne arruolato nell'esercito di Giuseppe Garibaldi (1807-1882) con il grado di capitano.
In questo periodo il Poeta compose un secondo canto patriottico, intitolato l'”Inno militare”, poscia musicato da Giuseppe Verdi (1813-1901).
Dopo l'armistizio, Mameli, tornato a Genova, riuscì a dedicarsi alla composizione musicale diventando contemporaneamente direttore del giornale “Diario del Popolo”,  senza mai dimenticare di pubblicizzare le sue idee irredentiste nei confronti dell'Austria.
La sua opera di patriota si svolse anche  a Roma, nell'aiuto a Pellegrino Rossi (1787-1848), anch’esso ex alunno degli Scolopi e precursore dell’Europa Unita, per la proclamazione del 9 febbraio 1849 della Repubblica romana di Giuseppe Mazzini (1805-1872), Carlo Armellini (1777-1863) ed Aurelio Saffi (1819-1890); ed   anche in una campagna, svolta a Firenze, per la fondazione di uno stato unitario tra Lazio e Toscana.
Nel continuo vagabondaggio il Nostro si trovò nuovamente a Genova, sempre al fianco di Nino Bixio nel movimento irredentista fronteggiato dal generale Alberto Ferrero de La Marmora (1789-1863), quindi, nuovamente a Roma, nella lotta contro le truppe francesi venute in soccorso del Papa Pio IX [Giovanni Maria Mastai-Ferretti (nato nel 1792), 1846-1878], anch’esso ex alunno degli Scolopi, (che nel frattempo aveva lasciato la città).
L'ultimo atto della breve Repubblica romana del 1849 fu che Goffredo Mameli, tornato nuovamente capitano nell'esercito di Garibaldi, combatté al suo fianco nella difesa della Villa del Vascello sul colle del Gianicolo. Fu ferito alla gamba sinistra durante l'ultimo assalto del 3 giugno alla Villa Corsini, occupata dai francesi.
Di questo episodio sono note due versioni, una secondo la quale il Nostro sia stato ferito per sbaglio dalla baionetta di un commilitone, l'altra, più diffusa e accreditata, sostiene invece che sia stato raggiunto da una fucilata francese.
In ogni caso, fu trasportato dai compagni all'ospizio della Trinità dei Pellegrini dove Goffredo venne visitato e curato dal medico Pietro Maestri e dove tuttora una lapide ricorda il fatto storico.
Le condizioni apparvero immediatamente molto gravi, come si capisce dalle parole del Maestri ad Agostino Bertani, che visitò Mameli alcuni giorni dopo.
Il padre, il contrammiraglio Giorgio Giovanni, accorse da Genova al capezzale del figlio ma giunse troppo tardi.
Nino Bixio in un suo diario scrive:
«[…] Alle sette e mezzo antimeridiane del 6 luglio 1849, spirava in Roma all'Ospedale della Trinità dei Pellegrini la grande anima di Goffredo Mameli […] ».
Ma prima parlare dell’Inno di Mameli, vorrei necessariamente accennare a Giuseppe Verdi  in quanto ispiratore di musiche patriottiche nonché al Romanticismo, di cui è figlio il Nostro.
Infatti  Verdi partecipò anche attivamente alla vita pubblica del suo tempo. Fu un patriota convinto, anche se nell’ultima parte della sua vita traspare, dall’epistolario e dalle testimonianze dei suoi contemporanei, una disillusione, un disincanto, nei confronti della nuova Italia Unita, che forse non si era rivelata all’altezza delle proprie aspettative.
In occasione delle celebrazioni del CL Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, nell’articolo “I motivi che portarono all’Unità d’Italia”, tra l’altro, scrissi:
«[…] Ma la “Restaurazione” fu l’inizio di una nuova stagione per la nostra Penisola, che, culminerà, come più volte abbiamo detto, nell’Unità d’Italia.
Agli ideali illuministici, razionali, che portarono alla Rivoluzione Francese, si comincia a contrapporre quel nuovo movimento culturale che è il Romanticismo.
Fra tutti gli avversari  della Restaurazione, gli ex-ufficiali napoleonici, formati alla scuola ardimentosa dell’esercito imperiale ed impazienti dell’inerzia cui son ridotti, costituiranno, non di rado l’elemento più combattivo e pronto a passare all’azione rivoluzionaria contro i governi restaurati. Ed accanto a loro  un grosso contingente di oppositori è dato dalla borghesia dei commerci e delle industrie, danneggiata, nei propri interessi, ed esasperata dal risorto predominio dell’aristocrazia, oppure  da nobili di idee progressiste, ma soprattutto dagli intellettuali, influenzati dall’ormai irresistibile diffusione del Romanticismo dalla Germania verso il resto dell’Europa.
Da principio puo’ apparire che il Romanticismo, predicando il ritorno alla tradizione od esaltando il sentimento, in netta antitesi al razionalismo illuministico, sia alleato alla Restaurazione. Ma si vede che la rievocazione della storia, l’esaltazione delle tradizioni nazionali, il richiamo alla coscienza popolare significano solo l’alimento del patriottismo. Fare appello, come i romantici, al sentimento individuale, alla libera espressione del cuore e della fantasia, in antitesi alle regole del classicismo, significa alimentare la battaglia per la libertà contro lo spirito autoritario della Restaurazione.
Romantico diviene sinonimo ovunque di liberale e patriota.
Non dimentichiamoci che il Romanticismo nasce in Germania da quel movimento (pre-romantico) denominato “Sturm und Drang”, “impeto ed assalto”.
La cultura del Romanticismo, infatti, non vive isolata in una sua “turris eburnea”, (la torre d’avorio), ma partecipa caldamente alla battaglia politica che attorno a lei si svolge.
In ogni paese, le università con i loro studenti e docenti costituiscono altrettanti focolai di agitazione liberale e di cospirazioni. Il poeta, il dotto, il musicista [Vincenzo Bellini (1801-1835), Giuseppe Verdi (1813-1901)] si sentono investiti di una specie di missione morale e, come tali, non ascoltati dai loro contemporanei. […]».   
Nel corso della vita di Verdi, lunga quasi un secolo, l’Italia si trasforma appunto da paese soggiogato al dominio straniero in uno stato unificato indipendente, desideroso di far parte delle grandi Potenze Europee.
Il Risorgimento, le lotte per l’unificazione d’Italia, non potevano lasciare indifferente l'animo del compositore. “Nabucco” (con il famoso coro “Va’ pensiero, sull’ali dorate”), “I Lombardi alla prima crociata” (famoso è “O Signore dal tetto natio”) e  “Don Carlo” esprimono il sincero amore patriottico di Verdi  ed il suo dolore per un popolo oppresso.
A Milano frequentò i salotti intellettuali della città, primo tra tutti quello dell'amica Chiarina Maffei,  dove fervevano sentimenti ed iniziative anti-austriache.
I moti del 1848 lo portarono sicuramente ed apertamente a manifestare i di lui ideali patriottici.
Il nome del Maestro rimarrà per sempre legato agli ideali del Risorgimento, trasformandosi in un acrostico rivoluzionario, “Viva Verdi!”, da leggersi "Viva Vittorio Emanuele re d’Italia!", scritto per la prima volta sulle mura di Roma all’epoca di “Un ballo in maschera”. Il graffito alludeva ad un’aspirazione che con gli anni stava diventando sempre più popolare e condivisa.
Lo stesso Verdi finisce per credere in questo progetto quando soprattutto comprende che l’unità del paese si potè concretizzare non tanto attraverso l’insurrezione popolare e l’inutile e fuori luogo utopia repubblicana di Giuseppe Mazzini, ma esclusivamente con un paziente lavoro diplomatico.
Il Secolo XIX, nell’aspetto musicale italiano, è stato quindi dominato, come abbiamo visto, dall’opera verdiana e dal repertorio lirico nazionale.
Tutte le canzoni, gli inni, le marce composte nella stagione risorgimentale riflettono lo stile allora in voga, che avrebbe continuato a difendere la propria identità stilistica per ancora mezzo secolo.
“Fratelli d’Italia” non fa assolutamente eccezione, perché tecnicamente  è sostanzialmente assimilabile alla “cabaletta” (nel melodramma il momento dell’azione, della presa di coscienza, dell’incitamento) caratterizzata da una facile orecchiabilità, da un testo semplice e diretto, da una costante ripetizione della formula ritmica.
Il nostro inno, quindi, non è ne una marcia né un brano da concerto, ma è un pezzo d’opera.
E poiché l’opera costituiva uno dei rari momenti di compartecipazione di una società divisa in classi, il suo linguaggio doveva raggiungere allo stesso modo gli eleganti palchetti, ma anche le dure panche della platea dei teatri.
Modellati sullo stile del melodramma, i canti patriottici hanno avuto grande merito di propagandare le nuove idee, di raccontare fatti e personaggi, di chiamare all’impegno ed alla lotta.
Sotto codesta luce, i luoghi comuni di cui essi erano infarciti, la semplicità di testi e partiture, talvolta la mancanza  di un’ispirazione veramente sincera devono essere letti in chiave di indici di ascolto.
Quel genere di composizioni aveva la capacità di passare velocemente di bocca in bocca, di uscire dai teatri e dilagare nelle piazze, di essere appresi senza sforzo e magari di sparire in poche settimane, superati da nuovi avvenimenti e nuove canzoni.
Goffredo Mameli compose “Fratelli d’Italia” tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno 1847, quindi molto probabilmente nei primi giorni di settembre.
L’occasione fu data da una delle tante manifestazioni patriottiche organizzate in quei mesi a Genova in favore delle auspicate riforme civili.
La prima stesura autografa presso l’Istituto Mazziniano non è datata, mentre l’altro manoscritto di Mameli, conservato nel Museo Nazionale del Risorgimento di Torino, riporta “Genova 10 9bre” [novembre].
Si tratta però di una redazione più tarda – forse destinata alla pubblicazione – in cui un’altra mano aggiunse la strofa dell’aquila austriaca, all’epoca proibita dalla censura piemontese.
Sulla composizione dell’inno, da ex alunno dei Padri Scolopi, non posso non ricordare un  grande Educatore ligure, il padre Atanasio Canata (1811-1867), nato nella bella e ridente città di Lerici.
Di lui fu scritto che aveva l’animo ricco di tre grandi ideali ed amori: “Dio – Patria – i Giovani”.
Egli ebbe come alunno sicuramente Goffredo Mameli i cui versi del nostro inno “Fratelli d’Italia” sorsero tra i banchi del collegio scolopico di Genova, e quindi nella casa torinese dell’amico, del filantropo, del giornalista, dell’organizzatore della cultura liberale in Torino, Lorenzo Valerio (1810-1865), futuro senatore del Regno d’Italia, e musicato dal maestro Michele Novaro (1822-1885).
Ma sicuramente, senza alcuna ombra di dubbio, gli attuali versi dell’inno furono rivisti ed ampliati dal padre Canata medesimo.
“Il Canto degli Italiani” è uno fra gli  inni del secolo XIX più originali e più interessanti, l’unico a mettere in scena due protagonisti ed ad avere un andamento, oserei dire, quasi cinematografico, come limpidamente scrisse nel 1961 su “Il Tempo” il grande critico Gian Luigi Rondi (1921-2016).
C’è dialogo, c’è tensione, ci sono i fermenti e le speranze della stagione di vigilia, che porterà alla proclamazione del Regno d’Italia nella suggestiva cornice dell’Aula del Parlamento Subalpino di Palazzo Carignano in Torino il 17 marzo 1861.
C’è l’atmosfera carica di sospensione che precede la battaglia.
C’è, soprattutto, la “risoluzione” di una massa indistinta, «calpesta e derisa», che diviene finalmente popolo.
Se la partitura autografa del Novaro tornasse ad essere la sola fonte autentica, il nostro inno apparirebbe diverso, certamente più nobile, e le sedici battute del primo tema – normalmente eseguite nelle cerimonie – riacquisterebbero maestosità inedita.
Non abbiamo necessità di un nuovo inno, piuttosto di un inno nuovo nel carattere e nell’espressione: basterebbe suonarlo come lo immaginò il suo Autore.


Gianluigi Chiaserotti

sabato 11 febbraio 2017

La scomparsa di Gian Nicola Amoretti

Il Presidente Amoretti con S.A.R. la Principessa Maria Gabriella
Mercoledì 8 febbraio, dopo lunga e dolorosa malattia, è mancato Gian Nicola Amoretti, storico Presidente dell'Unione Monarchica Italiana, ex sindaco di Rapallo ed ex consigliere provinciale.
Alla famiglia ed all'Unione Monarchica Italiana le nostre sentite condoglianze!


Comunicato del Presidente della Consulta dei 

Senatori del Regno

Professor Aldo Alessandro Mola

“VIVA L'TALIA, VIVA CASA SAVOIA!” IL MESSAGGIO ETERNO DI GIAN NICOLA AMORETTI.

Al termine di lungo crepuscolo, oggi il Collega professore avvocato Gian Nicola Amoretti ci ha lasciati.

La Consulta dei Senatori del Regno esprime il proprio profondo cordoglio alla Famiglia e alla Casa Reale di Savoia, che Lo ebbe sempre a fianco.
Storico di alto sentire,  “vir bonus dicendi peritus”, unì pacatezza a principi incrollabili, sia alla presidenza dell'Unione Monarchica Italiana sia in seno alla Consulta dei Senatori del Regno. 
Per noi tutti è stato e rimarrà Maestro di fede adamantina nel destino unitario dell'Italia e di Casa Savoia.
Mentre le istituzioni si sfarinano e lo Stato vacilla, Gian Nicola Amoretti si aggiunge alle  Stelle  che ci indicano la via: a noi proseguirne il cammino, anche nel nome Suo, per la  Patria.

Torre San Giorgio, h. 16 addì 8 febbraio 2017


                                                           Aldo Alessandro Mola

                                            Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

giovedì 9 febbraio 2017

10 Febbraio. Le radici profonde non gelano


E ti pareva...

A scanso di equivoci: pubblichiamo l'ennesima presa di posizione che cerca di salvare tutto tranne che l’opera della Monarchia. . La pubblichiamo, con vivo sarcasmo, perché i nostri lettori sappiano cosa si dice anche quando si dicono fesserie molto grosse come questa.


Il progetto federalista di Cavour fu distorto dalle baionette dei Savoia

Signor Direttore,

ho letto con grande interesse il «Commento» di Luigi Chiarello pubblicato ieri su ItaliaOggi sotto il titolo «Il bottino è il risparmio italiano». Nel commento leggo in particolare quanto segue: «Oggi il bottino sarebbe il risparmio privato degli italiani.

a) nel ramo cadorino della mia famiglia sono evidenti le tracce storiche della partecipazione al 1848 di Venezia contro l'Austria («Il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca»);Peccato che il pavese Tremonti dimentichi che anche i lombardi si associarono ai piemontesi. E che gran parte dei famosi mille di Garibaldi erano bergamaschi. Ma tant'è. Il fatto è che c'è sempre qualcuno più a Nord di te». Grato per i riferimenti storiografici, etnici e personali fatti come sopra dal Chiarello, al riguardo confesso quanto segue:

b) nel ramo valtellinese della mia famiglia parimenti si rilevano tracce di un passato garibaldino;
c) in effetti anche a Pavia ci sono importanti prove di iniziative garibaldine;
d) l'altra parte della mia famiglia veniva invece dal «meridione»;
e) il disegno unitario di Cavour era «federalista». Dopo la sua scomparsa fu sviluppato un disegno diverso, basato sulle baionette dei Savoia. In un solo giorno Napoli, grande capitale europea, fu trasformata in una prefettura sabauda. La privatizzazione (tanto per cambiare, allora come ora) dell'asse ecclesiastico, operata a favore dei latifondisti divenuti per convenienza «Regnicoli», distrusse l'elementare ma fondamentale «Welfare» del meridione, causa questa non ultima delle successive imponenti migrazioni;
f) la storia non si ripete per identità perfette, ma non si ricostruisce nemmeno in base ad incolpazioni imperfette;
g) tutto quanto sopra l'ho sempre e pubblicamente sostenuto e mi è così grata l'occasione per ripeterlo.
Grato anche per l'attenzione, Suo

  di Giulio Tremonti 


mercoledì 8 febbraio 2017

I Savoia in Valle Gesso

Un volume di testi e immagini inedite

Venerdì 17 febbraio
, alle ore 17.30, presso il salone d’onore del Comune di Cuneo sarà presentato il libro di Walter Cesana «I Savoia in Valle Gesso. Diario dei soggiorni reali e cronistoria del distretto delle Alpi Marittime dal 1855 al 1955», edizioni Primalpe. 
La ricerca storica e la pubblicazione sono state promosse dall’Ente di gestione Aree protette Alpi Marittime e dall’Ecomuseo della Segale con il patrocinio del Centro Studi Piemontesi.
 
Per circa un secolo, tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, la Valle Gesso ospitò nel periodo estivo e, a volte, anche in autunno la famiglia reale. 
Il testo a cura dello storico Walter Cesana offre, per la prima volta, una ricostruzione cronologica precisa e dettagliata dei soggiorni sabaudi nelle Alpi Marittime.
 
Perché i Savoia scelsero la Valle Gesso per i loro soggiorni? Oltre al re quali altri componenti la famiglia reale, la corte e l’entourage nazionale ed internazionale furono presenti a Sant’Anna di Valdieri e in Valle Gesso? Quando e come si svolgeva il soggiorno reale? Quali erano le attività quotidiane? Qual era il rapporto con la popolazione? Qual era il contesto ambientale naturale e antropico locale? Quale ricaduta ha avuto sul territorio la presenza dei Savoia? Come si chiuse la vicenda della riserva reale, dalla quale nacque il Parco Naturale Alpi Marittime? Quale memoria è rimasta oggi?

[...]

 Salone d’onore del Comune di Cuneo, ore 17.30

martedì 7 febbraio 2017

Europa a due velocità, il monarchico Sacchi a Tremonti: "La piemontesizzazione fu positiva"

Un'Europa a due velocità. Ammesso che ne sia mai esistita una versione ad una velocità sola. La proposta di Angela Merkel fa discutere, anche perché si moltiplicano le voci secondo le quali la stessa potrebbe essere presentata proprio in Italia il prossimo 25 marzo, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma. Una strategia criticata duramente da Giulio Tremonti: "Se questa è l'Europa, dove si affidano poteri assoluti a entità sovranazionali opache non trasparenti è il tradimento dello spirito di Roma fatto dai cosiddetti europeisti. Ci vogliono far fare la fine che i piemontesi hanno fatto fare al Regno delle Due Sicilie". Di parere totalmente opposto Romano Prodi: "L'idea di Merkel è benvenuta". IntelligoNews ha sentito a proposito l'avvocato Alessandro Sacchi, Presidente Nazionale dell'Unione Monarchica Italiana...

Tremonti contro Merkel e nel farlo ipotizza una nuova piemontesizzazione. Ha ragione?
"Tremonti per me ha detto una stupidaggine grande quanto una casa parlando, come ormai è consuetudine di quasi tutti gli uomini politici, alla pancia degli italiani e non alla testa. La piemontesizzazione, come la definisce lui, significò l'allargamento a tutte le province della nuova Italia di un sistema legislativo e di uno Statuto di cui non si aveva proprio idea. Se Tremonti avesse letto i testimoni oculari del tempo, ed io spero lo abbia fatto, ovvero Settembrini ed Imbriani, avrebbe chiara l'idea di che cosa era il Regno delle Due Sicilie. Tremonti sarà anche uno stimato economista, ma stavolta ha fatto uno scivolone. La grandezza della nazione italiana fu l'estensione dello Statuto. Oggi è facile fare delle dichiarazioni, incontrarsi, riunirsi, sostenere un'idea. Per molto poco prima si veniva sbattuti nel carcere o si saliva sul patibolo". 


[...]

La residenza reale di Racconigi si prepara ad una stagione ricca di eventi

Dopo un anno record di visitatori, il castello di Racconigi apre il 2017 con numerose iniziative in programma per la prossima primavera.  
Martedì 14 febbraio in occasione di San Valentino, gita in carrozza con aperitivo nella Dacia Russa. 
Nell’ambito dell’iniziativa “Residenze Reali, Reali Sensi” promosso per scoprire le dimore di casa Savoia attraverso l’utilizzo dei cinque sensi, dal 7 febbraio fino a maggio verranno proposti due progetti tematici: "Visti da vicino" per conoscere in maniera approfondita alcuni capolavori delle collezioni del castello, di volta in volta adeguatamente illuminati e collocati a distanza ravvicinata per il pubblico e "Orizzonti" per scoprire le meraviglie del Castello viste dall'alto, in un percorso al terzo piano che porta fin sulle torri guariniane.
Sabato 8 aprile la residenza reale ospiterà "Artisti per un giorno", iniziativa inserita nell’ambito della quarta edizione del progetto "Disegniamo l'arte", il programma di attività per le famiglie promosso da Abbonamento Musei in collaborazione con Faber Castell.  

[...]

La linea dei Savoia Duchi di Genova (1831-1996) seconda parte



Filiberto Ludovico di Savoia-Genova nacque a Torino il 10 marzo 1895.
Il 22 settembre 1904 il re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di Duca di Pistoia.
Filiberto partecipò alla Prima Guerra Mondiale nel 1º Reggimento “Nizza Cavalleria”, e prese parte ad alcuni combattimenti a Monfalcone e sull’Isonzo.
Il 4 novembre 1918, con uno squadrone del suo reggimento, il Duca di Pistoia fu tra i primi a entrare nella città di Trento.
Dopo il conflitto la sua residenza venne fissata a Bolzano allo scopo di aumentare il sentimento di unità nazionale fra la popolazione.
Il 30 aprile 1928 Filiberto sposò a Torino Lydia (1905-1977), figlia di Engelberto Maria, Duca d’Arenberg (1872-1959).
La coppia non ebbe figli e, successivamente, la carriera militare di Filberto si svolse fra l’Italia e l’Etiopia.
Queste le sue promozioni: 1929, colonnello; 1932-1933, comandante del 232º Reggimento di Fanteria; 1933-1934,  comandante della 11ª Brigata di Fanteria; 1934, Generale di Brigata; 1935-1937, comandante generale della 1ª divisione CC. NN. “23 marzo” della M.V. S. N. (in Etiopia); 1936, Generale di Divisione; 1937-1938, comandante generale della 11ª divisione fanteria “Brennero”; 1938-1939, comandante generale delle truppe alpine; 1940, Comandante Generale della 7ª Armata e, quindi, 1942, ispettore delle truppe mobili.
La divisione del Principe Sabaudo fu la prima ad issare la bandiera italiana all’Amba Aradam, operazione che gli valse una Medaglia d’Argento al Valore Militare e il cavalierato dell’Ordine Militare di Savoia.
Nel 1941, quando l’uomo politico croato Ante Pavelić (1889-1959) offrì a Casa Savoia la corona del neocostituito Stato Indipendente di Croazia, il re Vittorio Emanuele III prese in esame i principi maschi dei rami Savoia-Aosta e Savoia-Genova per scegliere chi avrebbe dovuto essere il nuovo sovrano di tale stato.
Dopo che Vittorio Emanuele III ebbe scartato il Duca d’Aosta Amedeo di Savoia (1898-1942) (in quanto si trovava prigioniero degli inglesi in Africa), il Conte di Torino, Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta (anziano, celibe e senza figli) (1870-1946) e Ferdinando di Savoia-Genova (anziano e senza figli), Galeazzo Ciano (1903-1944) annotò nel suo diario che: «Nelle condizioni attuali non rimane che scegliere fra il Duca di Spoleto e il Duca di Pistoia. Il Re propende per il primo per ragioni di prestanza fisica (…)».
Alla fine, infatti, la corona venne affidata al Duca di Spoleto, Aimone di Savoia-Aosta (1900-1948), che ascese al trono con il nome di Tomislao II.
Dopo l’invasione della Francia nel 1940 e l’occupazione di Nizza nel 1942, il governo italiano pensò di ricostruire l’antica Contea di Nizza, sulla quale avrebbe dovuto regnare proprio Filiberto Ludovico.
Il progetto, però, non ebbe alcun seguito.
A seguito del mutamento istituzionale del 1946 Filiberto e Lydia d’Arenberg si trasferirono nel Cantone del Vaud, in Losanna, in una proprietà di Lydia.
Dopo pochissimi anni, però, i due si separarono.
Tornato in Italia, Filiberto visse per trent’anni all’Hotel Ligure di piazza Carlo Felice a Torino insieme a suo fratello minore Adalberto, Duca di Bergamo.
Nel 1963, dopo la morte di suo fratello maggiore Ferdinando, scomparso senza eredi, Filiberto assunse il titolo di Duca di Genova.
Nel 1981, a seguito della chiusura dell’albergo nel quale risiedeva, il Duca di Genova si trasferì prima all’Hotel Concorde di via Lagrange, e poi tornò a Losanna e si stabilì nella casa lasciatagli in eredità dalla moglie Lydia, scomparsa nel 1977.
Morì il 7 settembre 1990.
Filiberto di Savoia-Genova fu autore di due libri: “La prima divisione Camicie Nere “23 marzo” - “Implacabile” (Milano, Bompiani, 1938) e “La nostra guerra. Discorso tenuto dall’Altezza Reale Filiberto di Savoia-Genova duca di Pistoia” (Torino, Montrucchio, 1940).



Adalberto Luitpoldo di Savoia-Genova nacque Torino il 19 marzo 1898.
Il 22 settembre 1904 il re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di Duca di Bergamo.
Adalberto di Savoia partecipò alla Prima Guerra Mondiale e combatté con il suo reparto sul Montello nell’ottobre 1917 ed in Valgarina nel febbraio 1918. 
Successivamente la sua carriera militare si svolse fra l’Italia e l’Etiopia: 1927-1930, attendente alla scuola militare; 1931-1934, comandante del Reggimento “Savoia Cavalleria”; 1934, promozione a Generale di Brigata; 1934-1935, comandante della 6ª Brigata di Fanteria; 1935, promozione a vice-comandante di divisione; 1935-1936: vice-comandante generale della 24ª Divisione di Fanteria “Gran Sasso” (in Etiopia); 1936,  promozione a Generale di Divisione, comandante generale della 24ª Divisione di Fanteria “Gran Sasso” e  comandante generale della 58ª divisione di fanteria “Legnano”, comandante generale del terzo corpo; 1940-1942, Comandante generale della 8ª armata; 1943, Comandante generale della 7ª armata.
Dopo l’occupazione italiana dell’Albania per Adalberto si parlò della nomina a luogotenente generale del re, in quanto aveva rappresentato Casa Savoia al matrimonio di re Zog (1895-1961) suscitando molte simpatie fra gli albanesi, ma la cosa non ebbe alcun seguito.
Guidò a Sofia la delegazione ufficiale italiana ai funerali del re Boris III  di Bulgaria (nato nel 1894), deceduto, in circostanze misteriose, il 28 agosto 1943.
Il Duca di Bergamo, tuttavia, intrattenne una lunghissima relazione con una nobile piemontese, che, però, non si concluse con il matrimonio per via dell’opposizione di Umberto II (1904-1983).
Dopo il mutamento istituzionale del 1946 visse, come di già detto, per trent’anni, insieme a suo fratello maggiore Filiberto, allo Hotel Ligure di Piazza Carlo Felice in Torino.
Nel 1977, dopo che alcuni malviventi avevano assaltato l’albergo e trafugato il contenuto di alcune cassette di sicurezza, fra le quali la sua, il solo Adalberto si trasferì in una villetta pre collinare di amici, dove morì il 16 dicembre 1982.

Eugenio Alfonso nacque a Torino il 13 marzo 1906.
Il 31 maggio 1906 il re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di Duca di Ancona.
Arruolatosi nella Regia Marina nel 1927, il Duca di Ancona partecipò alla guerra di Etiopia con il Battaglione “San Marco”  e, dopo il conflitto, venne nominato commissario governativo del Seraè nell’Africa Orientale Italiana.
Il 29 ottobre 1938 sposò, a Nymphenburg, in Germania, Lucia (1908-2003), figlia di Ferdinando Pio di Borbone-Due Sicilie, Duca di Calabria (1869-1960).
Eugenio e Lucia ebbero una sola figlia, Maria Isabella di Savoia-Genova (1943- ),  sposata, nel 1971 con l’armatore Alberto Frioli (1943- ).
Il matrimonio fu autorizzato da Umberto II, che conferì a Guido Aldo Frioli, padre di Alberto, il titolo di conte di Rezzano.
A seguito del mutamento istituzionale del 1946 Eugenio di Savoia-Genova si trasferì in Brasile, dove aprì un’industria agraria.
Nel 1990, alla morte del fratello maggiore Filiberto, scomparso senza eredi, assunse il titolo di Duca di Genova.
Eugenio morì a San Paolo del Brasile il 12 agosto 1996.
Pur vivendo in anni così importanti per la storia dell’Italia, i componenti della Linea di Genova si tennero sempre lontani dalla politica e dalla Corte, dediti solo alle loro passioni e conducendo delle vite abbastanza anonime e riservate.
Nel corso del lungo esilio del Re Umberto II però non vennero mai meno ai loro doveri di Principi della Casa Reale Italiana e spesso rappresentarono il Re nel corso di manifestazioni monarchiche e patriottiche celebratesi in questo periodo. Ferdinando Alberto, Filiberto Ludovico, ma soprattutto Adalberto Luitpoldo sistematicamente intervennero ad alcune sedute della Consulta dei Senatori del Regno, come quella del 4 marzo 1961 in Torino per il Centenario del Regno d’Italia. Adalberto rappresentò il Re anche il 26 ottobre 1960 per la rievocazione dell’incontro di Teano, e, nel 1963, in Vienna per i trecento anni della nascita del Principe Eugenio di Savoia (1663-1736).
Maria Bona Margherita di Savoia-Genova nacque nel castello ducale di Agliè il giorno 1 agosto 1896.
Presso il castello di Agliè, il giorno 8 gennaio 1921, Maria Bona sposò Corrado (1883-1969), figlio di Leopoldo di Baviera (1846-1930).
La cerimonia religiosa venne celebrata dal cardinale Agostino Richelmy (1850-1823), arcivescovo di Torino, e vide la partecipazione, fra gli altri, del re Vittorio Emanuele III, del principe ereditario Umberto e dei principi delle Linee Savoia-Genova e Savoia-Aosta.
Il matrimonio è noto per essere stato il primo fra due casate storicamente nemiche dalla fine della Prima Guerra Mondiale e per aver riunito membri delle Case Savoia, Wittelsbach ed Absburgo.
Dalla loro unione nacquero: Amalia di Baviera (1921-1985), sposata con Umberto Poletti ed Eugenio di Baviera (1925-1997), sposato con la contessa Helena von Khevenhüller-Metsch.
Alla fine della seconda guerra mondiale il principe Corrado fu arrestato dai militari francesi, portato a Lindau e internato all’hotel Bayerischer-Hof insieme a Guglielmo di Prussia (1882-1951), principe ereditario dell’Impero tedesco, ed ad un diplomatico nazista.
La Principessa Maria Bona, che durante la guerra aveva prestato servizio come infermiera, rimase in Savoia, dato che le era stato proibito entrare in Germania.
La famiglia si riunì solo dopo il 1947.
Maria Bona, che durante la sua vita fu anche un eccellente scultrice, morì il 2 febbraio 1971 a Roma.
La sua tomba, insieme a quella del marito Corrado, si trova nel cimitero della chiesa di Andechs, in Germania.
Maria Adelaide di Savoia-Genova nacque in Torino il 25 aprile 1904.
Visse i primi anni della sua vita nel Palazzo Chiablese di Torino, dove compì gli studi adeguati al suo rango, distinguendosi – nella fanciullezza – per la sua straordinaria vivacità che si modificò, negli anni, con il suo straordinario controllo di sé, in una soave dolcezza di tratto.
Perse la mamma a 20 anni ed il padre a 27 e fu la Regina Elena ad avere cura di lei, e ciò con affetto materno, di cui Maria Adelaide fu sempre immensamente grata.
Il 15 luglio 1935, la principessa sposò Don Leone Massimo, Principe di Arsoli e Duca di Anticoli Corrado (1896-1978), da quale ebbe sei figli: Isabella (1936- ), Filippo (1938- ), Ferdinando (1940- ), Carlo (1942- ), Eleonora (1944- ) e Francesco (1946- ).
Tra le molteplici attività a cui la Principessa Maria Adelaide prese parte fu quella di guardare con simpatia al Circolo di Cultura e di Educazione Politica “Rex”, e ciò sin dalla sua fondazione del 1948, compiacendosi di intervenire alle riunioni con crescente e sistematico interesse.
Tanto che il Consiglio Direttivo del Circolo, nell’autunno 1972, osò chiederle di esserne la presidente onoraria.
La Principessa Massimo, con indimenticabile benevolenza, accettò, colmando i cuori dei soci del Circolo di legittimo orgoglio e di riconoscenza.
Maria Adelaide di Savoia-Genova morì il 2 agosto 1979.
I componenti in linea maschile della Linea dei Savoia, Duchi di Genova, e le loro consorti, riposano tutti nella Cappella a loro dedicata nella Reale Basilica di Superga.
Come abbiamo visto, con la scomparsa (1996) di Eugenio Alfonso di Savoia-Genova, Quinto Duca di Genova, avendo lui avuto solo una figlia femmina si estinse questa Linea ducale.
Anche questa parte della Dinastia Sabauda ha dato illustri esempi di militari sia di terra, sia che di mare sempre nello spirito e nell’esempio del servizio verso l’Italia.  

Il loro esempio sia il nostro esempio. Un esempio di unità, guidati sempre da quella “Bianca Croce di Savoia” che ci ha dato, attraverso i secoli, illuminati esempi di vita, di civiltà, di libertà, di prosperità, una Patria unita, in un’Europa libera.

giovedì 2 febbraio 2017

La linea dei Savoia Duchi di Genova (1831-1996) prima parte

di Gianluigi Chiaserotti





L’ispirazione per questo articolo mi è venuta dalla  pubblicazione, in questi giorni, di un quadro sul sito “The mad monarchist”. 

Tale quadro ritrae Tommaso di Savoia-Genova con il suoi sei figli.
La Linea di Genova, pur essendo all'ombra del trono, fu molto ma molto importante, ed i suoi membri tutti degni di una doverosa menzione, nonché ricordo.
Il titolo di Duca di Genova venne attribuito, per la prima volta, nel 1815, al principe Carlo Felice di Savoia (1765-1831), futuro Re di Sardegna ed ultimo rappresentante della linea principale del Casato.  
Però la Linea dei Savoia, Duchi di Genova, fu effettivamente inaugurata da Ferdinando Maria Alberto di Savoia [secondogenito del Re Carlo Alberto (1798-1849) e di Maria Teresa di Asburgo-Lorena (1801-1855)], creato, nel 1831, appunto Duca di Genova.
Ciò avvenne appena Carlo Alberto ascese al trono in modo da far sentire maggiormente legati i genovesi alla Dinastia Sabauda, che era entrata in possesso della città ligure solo da pochi anni.



Ferdinando Maria Alberto (nato il 15 novembre 1822),  quale comandante di Artiglieria (1846),  nel corso della Prima Guerra d’Indipendenza, combatté a Pastrengo e Santa Lucia; diresse,  l’assedio di Peschiera del Garda (18/30 maggio 1848), e quindi si distinse a Villafranca, Sommacampagna e Novara. 
Il Duca di Genova rifiutò la corona di Sicilia, offertagli dai sollevati isolani e quindi dal loro parlamento.
Durante la guerra di Crimea del 1853, Ferdinando venne nominato al comando dell’esercito ma la sua salute in declino non gli permise di accettare l’incarico.
La sua salute purtroppo non migliorò e morì a Torino il 10 febbraio 1855. 
A lui è dedicata una delle due statue ottocentesche che affiancano l’ingresso del Palazzo Civico a Torino ed il ponte di Corso Giulio Cesare che attraversa il fiume Stura di Lanzo.
Fino alla fine della seconda guerra mondiale, Torino gli aveva dedicato un corso nel quartiere Crocetta, l’attuale corso Stati Uniti.
A Palermo è intitolata a lui una via con il nome che avrebbe dovuto prendere come re di Sicilia, Alberto Amedeo.
Ferdinando sposò in Dresda (22 aprile 1850) Elisabetta (1830-1912), figlia di Giovanni di Sassonia (1801-1873).
Dal loro matrimonio sono nati Margherita (1851-1926), la prima Regina d’Italia, e Tommaso, secondo Duca di Genova.  
Quest’ultimo fu  un ammiraglio italiano.



Tommaso nacque nel Palazzo Chiablese di Torino il 6 febbraio 1854.
Orfano di padre a solo un anno e succedutogli nel titolo di Duca di Genova, Tommaso venne posto sotto la tutela dello zio Vittorio Emanuele II (1820-1878), che ne seguì l’educazione mandandolo alla Harrow School di Londra.
Il Duca di Genova, dal 31 marzo 1879 al 20 settembre 1881, fece il giro del mondo al comando della corvetta ”Vittor Pisani“, nave da guerra italiana alla sua terza campagna oceanica nei mari della Cina e del Giappone.
Salpò con il grado di capitano di fregata, quindi fu promosso capitano di vascello nel corso della traversata, di cui il Nostro stese un’interessante e dettagliata relazione, pubblicata nel 1881.
Tommaso quindi (1901) divenne ammiraglio e quindi comandò la squadra che visitò la città di Tolone.
Ciò fu al fine di confermare il riavvicinamento dell’Italia alla nazione francese  e la mancanza (nella Triplice Alleanza) di qualunque carattere ostile nei confronti della stessa.
Nel maggio 1915, all’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, Vittorio Emanuele III (1869-1947) decise si trasferirsi da Roma al fronte, affidando parte delle sue funzioni regali a Tommaso,  nominandolo Luogotenente Generale del Re.
La carica, però, fu quasi esclusivamente onorifica e non comportò un effettivo esercizio del potere. Tuttavia, in quel periodo, i regi decreti furono chiamati decreti luogotenenziali e portavano, anziché la sottoscrizione del re, quella del principe Tommaso.
Il luogotenente fu anche chiamato ad affrontare direttamente l’emergenza causata nell’Italia centrale dal terremoto di Avezzano del 13 gennaio 1915.
Nel 1870 al Duca di Genova fu offerta la Corona Spagnola. Ma, non essendo maggiorenne, la decisione spettò  alla madre Elisabetta, la quale rifiutò sia appunto per la giovane età, sia anche per l’incertezza dell’avventura.
Tale Corona la prese un altro membro della Real Casa di Savoia, il Primo Duca d’Aosta, Amedeo (1845-1890), che regnò in Spagna fino al 1873.  
Tommaso morì a Torino nel 15 aprile 1931.
Il Duca di Genova sposò (Castello di Nymphenburg 14 aprile 1883) la principessa Isabella (1863-1924), figlia di Adalberto di Baviera (1828-1875).
Dal loro matrimonio sono nati sei figli, Ferdinando Alberto, Principe di Udine, Filiberto Lodovico, Duca di Pistoia, Maria Bona Margherita, Adalberto Luitpoldo, Duca di Bergamo, Maria Adelaide  ed Eugenio Alfonso, Duca di Ancona.



Ferdinando Alberto di Savoia-Genova nacque a Torino il 21 aprile 1884.
Entrato (1901) all’Accademia Navale,  ne uscì, nel 1904, con il grado di guardiamarina. 
Nello stesso anno, il Re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di Principe di Udine.
L’addestramento militare del principe si svolse a bordo degli incrociatori protetti ”Vespucci“ e ”Calabria“, con i quali salpò da Venezia il 4 febbraio 1905 e vi riapprodò il 3 febbraio 1907 dopo aver compiuto il giro del mondo. A Ferdinando venne dato l’incarico, sui due incrociatori, di redigere il giornale ufficiale di bordo. Sul ”Calabria” visitò il Venezuela, il Brasile, l’Uruguay, l’Argentina, passò lo Stretto di Magellano, risalì il continente americano fino a San Francisco, poi affrontò l’Oceano Pacifico toccando le Hawaii, la Polinesia, l’Australia, la Nuova Zelanda, le Isole della Sonda, le Filippine, il Giappone e la Cina.
Infine Ferdinando navigò nell’Oceano Indiano toccando Somalia ed Eritrea, per poi rientrare nel Mediterraneo e tornare in quel di Venezia.
Prese parte alla guerra italo-turca nel 1912, e, come capitano, combatté durante la Prima Guerra Mondiale, comandando un cacciatorpediniere.
Venne quindi decorato con l’Ordine Militare di Savoia per aver occupato le isole Echinadi (in lingua greca “Εκινάδες”) con due Medaglie d’Argento al Valor Militare.
Nel maggio 1917 Ferdinando fu scelto per guidare la commissione di guerra italiana inviata negli Stati Uniti d’America.
La commissione, che includeva anche lo scienziato Guglielmo Marconi (1874-1937) e parecchie figure politiche italiane dell’epoca, fra cui Francesco Saverio Nitti (1868-1953), visitò gli Stati Uniti discutendo i futuri rapporti fra le nazioni al termine del conflitto.
Nel novembre 1930 il Principe di Udine rappresentò il Re Vittorio Emanuele III all’incoronazione dell’imperatore Hailé Selassié d’Etiopia (1892-1975).
Ferdinando quindi divenne Terzo Duca di Genova alla morte di suo padre Tommaso.
Raggiunto il grado di contrammiraglio nel 1927, e di ammiraglio nel 1934, il Duca di Genova divenne comandante dell’Alto Adriatico e, in ambito sportivo, fu tra i fondatori della Federazione Italiana Motonautica, istituita a Milano nel 1923, della quale fu anche il primo presidente.
Il 28 febbraio 1938, Ferdinando sposò, a Torino, Maria Luisa Alliaga Gandolfi dei conti di Ricaldone (1899-1986), figlia di Carlo Alliaga Gandolfi di Ricaldone, conte di Borghetto, Montegrosso e Pornassio (1851-1920).
Dopo il mutamento istituzionale del 1946 il Duca soggiornò brevemente in Portogallo presso il Re Umberto II in esilio.
Successivamente tornò in Italia e si stabilì in quel di Bordighera, in Liguria, dove condusse sempre  una vita ritirata e dove morì il 24 giugno 1963.






mercoledì 1 febbraio 2017

Sarà come nuovo l’appartamento del Re a Stupinigi

TORINO, RESTAURO COMPLETO ENTRO GIUGNO PER L’OPERA DI JUVARRA

di Francesca Grego

Torino - È una gemma incastonata nel gioiello della Palazzina di Caccia di Stupinigi l’Appartamento del Re, realizzato per Carlo Emanuele III di Savoia negli anni Trenta del Settecento e rimodernato già nella seconda metà del secolo per volere di Vittorio Amedeo III. Un tripudio di lacche, ori, dipinti, porcellane, stucchi, specchi, radiche, che giocano con le forme e con la luce.

In quattro mesi un intervento di restauro a 360 gradi riporterà ai fasti originari la camera da letto, l’anticamera, il salotto, la piccola galleria e il gabinetto da toletta riservati ai sovrani sabaudi che si recavano a caccia o in cerca di relax nella tenuta a Sud Ovest di Torino, oggi parco naturale.


L’operazione interesserà tutto il complesso apparato decorativo fisso degli ambienti rococò progettati da Filippo Juvarra e Giovanni Tommaso Prunotto, che nella Real Fabrica riunirono i migliori artisti del tempo: dagli arredi alle boiserie, dai dipinti murali alle sovrapporte istoriate, per arrivare a serramenti, camini e al seminato alla veneziana dei pavimenti. In particolare, a partire da giugno saranno visibili in tutta la loro magnificenza gli affreschi dei miti di Diana di Michele Antonio Milocco, il pregaddio del celebre ebanista Pietro Piffetti, le decorazioni a grottesche con intrecci vegetali, figure cinesi e putti di Giovanni Francesco Fariano e i trompe-l’oeil di Pietro Antonio Pozzo.  

[...]

"I Savoia a Fossano": presentati gli atti del Convegno del 13 novembre scorso

Ad appena 2 mesi, dal convegno tenutosi a Fossano, presso il Museo Diocesano di Fossano, il 13 novembre scorso, casualmente data fausta e coincidente con il 444° anniversario della fondazione dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, convegno dal titolo "I Savoia a Fossano: un legame oltre il tempo (1314-2016)", sono stati presentati a Fossano, dai rispettivi relatori, tutti ormai noti per la puntuale attività documentale sulla città ed il suo territorio, gli atti pertinenti gli interventi effettuati nell’occasione.

[...]