NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 13 marzo 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XVI

Chiarimenti coi liberali

Il Partito Liberale non è meno aderente al Governo fascista; soltanto lo è con più sincerità e con più lealtà. L'organo del partito, il Giornale d'Italia, in un editoriale del 30 gennaio su I liberali ed il fascismo» scrive: «Il Partito Liberale ha preso lodevolmente l'iniziativa di una intesa col Partito Fascista ed ha lealmente offerto al Presidente del Consiglio e Capo del fascismo la propria collaborazione, che è tanto più sincera in quanto è assai affine l'essenza dei due partiti nazionali. L'on. Mussolini ha risposto a questo amichevole passo prendendo atto « con molta soddisfazione della rinnovata ed aperta professione di fede nel governo, » e persuaso della necessità di stabilire saldi e schietti rapporti tra fascisti e liberali ed ha accennato all'opportunità di fondarli su una forma federativa, come per i rapporti fra fascisti e nazionalisti. Uguale accordo viene stipulato  con la democrazia sociale mediante uno scambio di lettere fra Mussolini e l'on. di Cesarò. Ma un mese dopo, alla fine di febbraio, avviene la fusione fra fascismo e nazionalismo e l'accordo diventa impossibile data la innata istintiva programmatica avversione del nazionalismo al liberalismo, avversione ispirata tutta dalle dottrine economiche antitetiche dei due partiti: al liberismo dei liberali i nazionalisti oppongono il  protezionismo ad oltranza e lo Stato nazionale, l'economia chiusa, l'autarchia. All'italiano Camillo Cavour contrappongono il tedesco List.

Il fascismo si avvia verso il metodo antidemocratico, e Michele Bianchi in un discorso al Lirico di Milano ne fa i primi accenni: «Il governo fascista da cinque mesi regge le redini dello Stato e, salvo pochi inaciditi politicanti e salvo la turpe masnada dei bestemmiatori della Patria, non vi è chi non senta come il governo fascista abbia risollevato le sorti della Patria». Il discorso può considerarsi come un « j'accuse » ai partiti democratici, più ancora che ai liberali, poiché soprattutto propone la incompatibilità fra regime e metodo democratico. Ma alla fine di marzo su Gerarchia, rivista diretta da Mussolini compare un suo articolo, «Forza e Consenso», che è tutto un attacco a fondo del liberalismo: «In Russia e in Italia si è dimostrato che si può governare al di fuori, al di sopra e contro tutta la ideologia liberale. Il comunismo ed il fascismo sono al di fuori del liberalismo»... «La libertà non è un fine; è un mezzo. Come mezzo deve essere controllato e dominato. Qui cade il discorso della forza». Proclama il fascismo illiberale e anti-liberale e conclude: «Il fascismo è già passato e, se sarà necessario, tornerà ancora tranquillamente a passare sul corpo più o meno decomposto della Dea Libertà».
L’articolo suscita profondo stupore e disagio dopo le precedenti dichiarazioni nelle quali Mussolini si diceva persuaso della necessità di stabilire saldi e schietti rapporti fra fascisti e liberali. Il Mondo protesta difendendo il liberalismo e il Giornale d'Italia loda praticamente l'articolo, ma dimostra che esso non riguarda affatto il suo liberalismo, cioè il vero liberalismo, ma la degenerazione social democratica e clericaloide di questo; e si augura che Mussolini «attui col proprio mirabile dinamismo i capisaldi della dottrina liberale». La Stampa e il Corriere della Sera proclamano la necessità di ritornare veramente alle fonti e di contrastare il campo alla completa soppressione di ogni libertà, alla insaturazione vera e propria della dittatura e del Primo Consolato.
I deputati liberali si riuniscono per costituire il Gruppo parlamentare, ma senza opposizione al Governo, e più tardi il Consiglio Nazionale del partito, riaffermata la fiducia e la solidarietà con Mussolini, dichiara che «il Partito Liberale fedele allo spirito di illuminata dedizione alla Patria che la gioventù italiana prodigò nelle trincee debba realmente sostenere col consenso e con l'opera il Governo di Benito Mussolini, mentre con mano ferma attende alla ricostruzione morale, economica e finanziaria della Nazione». E poiché continuano le intolleranze contro le sezioni del partito, la Giunta esecutiva di questo invia a Mussolini una lettera nella quale, pur chiedendogli un suo diretto intervento, così si esprime: «Il Partito Liberale è stato unanime nel suo recente C.N. di Milano nel riconoscere la necessità di sostenere col consenso e con l'opera il governo presieduto da V.E. E' implicita in questo voto la volontà della collaborazione, quando ciò possa giovare a raggiungere quei fini di ricostruzione nazionale a cui anche nella vigilia diedero opera comune in tanti luoghi fascisti e liberali. Il Partito Liberale si compiace quindi che i voti di Milano abbiano avuto il consentimento di V.E. verso cui oggi si rivolgono le speranze di quanti italiani non dimenticano i pericoli che ieri minacciavano la Nazione».
Il 3 maggio si inaugura in Roma il Congresso delle donne italiane con un discorso del ministro liberale dell'istruzione Giovanni Gentile il quale dopo aver messo in rilievo che « gli italiani stanno iniziando una nuova storia per sé e per il mondo», constata come «il decadimento del sentimento dell’autorità che - scaduto e massacrato nella tristezza di questi ultimi infelicissimi anni - vada ora invece riprendendo la sua dignità e la sua importanza civile: è questo uno dei veri e maggiori meriti del governo che ci regge». Il Congresso, nel quale aleggia il nascente spirito fascista, manda un caloroso saluto a Mussolini «per la sua missione di nazionale  restaurazione».
Nel Comitato d'onore siede Benedetto Croce accanto al Capo del Governo ed ai più bei nomi maschili e femminili del fascismo militante.
Il Mondo invece mette in evidenza la «sovrapposizione dell'organizzazione fascista all'organizzazione statale che ha dato luogo in tutta Italia ad un disordine giuridico così dannoso per il normale svolgimento della vita nazionale, nella svalutazione degli organi statali, dovuta al prevalere incomposto dell'iniziativa fascista». A Torino, Pietro Gorgolini e Mario Gobbi si ribellano a De Vecchi, ma questi li espelle dal fascio proclamando che l'unico mezzo di propaganda per il popolo è quello di «legnare, legnare, legnare»; e quando Mario Gioda, l'ex anarchico patriota ammalato e povero protesta, il dittatore piemontese ammonisce: «Lo tengo con la fame».
L'on. Misuri, già comandante di squadre, insorge contro il fascismo umbro e contro la direzione del partito, denunciando una situazione che non è particolare soltanto in Umbria, e che dimostra che si è già alle degenerazioni proprie e caratteristiche di ogni oligarchia. Egli scrive ai giornali: «Sarà definitivamente consolidata la restaurazione della Patria il giorno in cui il Duce si sarà deciso di far raddrizzare a scudiscio tutte le schiene curve dei servi per leggere ad essi negli occhi e molto in fondo il loro pensiero».
In varie provincie le camicie nere si azzuffano fra loro, e Mussolini al Gran Consiglio «constata l'attuale fase del fascismo delicata e non scevra per il fascismo stesso di qualche pericolo». A Firenze gli imputati dell'uccisione del giovane fascista conte Foscari sono assaliti dal pubblico: i difensori rinunciano al mandato ed il Consiglio dell'Ordine degli Avvocatirifiuta la nomina di difensori d’Ufficio. Le sedi del Partito Repubblicano vengono mano mano occupate e chiuse. Poco più tardi il ministro Gentile, dottrinario del liberalismo italiano, si iscrive al Partito Fascista con una lettera al Duce nella quale è detto che «il liberalismo che guidò l'Italia del Risorgimento non è oggi rappresentato dai liberali, ma da Mussolini». E si appella ai suoi ex colleghi perché si schierino al sito fianco.
Luigi Albertini è posto nella condizione di dover rinunciare alla direzione del Corriere della Sera - i cui proprietari fratelli Crespi assumono, l'impegno di affiancare la propaganda fascista - scrive a Mussolini (10 maggio) per fargli sapere che non intacca il suo liberalismo il fatto di avere, in occasione dell'occupazione delle fabbriche, visitato l'on. Turati per indurlo ad assumere il potere; e rivendica a sé ed al quotidiano milanese il merito di avere preparato il trionfo del fascismo: «Certo, se si doveva andare avanti così, era da preferire che l'on. Turati l'on. D'Aragona e i loro amici assumessero la responsabilità del potere»; altrimenti «lo sbocco fatale di un regime che non funziona più, che si corrompe in tutti i suoi organi, che si sgretola per impotenza sarebbe stato il comunismo. Ma sopra ogni altra cosa mi sorrideva la speranza di una profonda reazione della borghesia, di quella reazione che fortunatamente si è avverata e di cui l'on. Mussolini è stato l'organizzatore».
Anche se il fascismo attraversa un periodo critico per la baraonda che regna in certi centri come a Napoli per la questione Padovani, per le prepotenze di certi ras, per le aggressioni, duelli ed espulsioni, tuttavia qualunque tentativo di reazione è prontamente represso. A Palermo i cittadini girano col soldino portante la testa del Re fermato all'occhiello, ma la dimostrazione dura pochi giorni. A Messina vi sono violente dimostrazioni contro il governo e viene arrestato l'on. Lombardo Pellegrino per avere inneggiato al Re e a Casa Savoia. I deputati dell'estrema sinistra non possono recarsi in provincia e non riescono ad ottenere che un debole richiamo del Presidente della Camera De Nicola presso il governo affinché sia tutelata l'immunità parlamentare.

Nonostante questa situazione il Consiglio Nazionale del Partito Popolare riunito a Roma «conferma il dovere dì continuare a cooperare, superando anche le difficoltà locali, alla normalizzazione e restaurazione della vita nazionale». Nessuna protesta ai disordini ed alle violenze che si abbattono sui partiti e sugli uomini di opposizione dichiarata.

giovedì 6 marzo 2014

Il Regno d'Italia da Brindisi a Salerno: 8 Settembre 1943 - 4 Giugno 1944

Il   Governo  dei  “ Sottosegretari  di  Stato”

Se  questo  era  il  difficile  panorama  politico Badoglio, d’ accordo  con  il  Re, si  muoveva  egualmente  per  ridare  una  struttura  al  suo  governo, che  privo  dei  ministri, che  non  si  erano  potuti  trasferire  a  Brindisi, aveva  potuto   contare  solo  sui  ministri  militari  e  per  i  problemi  interni  sul  Prefetto  Innocenti, richiamato  dalla  sua  sede  di  Taranto e  per  gli  affari  esteri  sul  diplomatico  Prunas, fatto  rientrare  da  Lisbona, rivelatisi  entrambi  energici, fattivi  e  competenti. Nasceva  così , il  16  novembre  il  governo  detto  “dei  Sottosegretari” in  quanto, nominalmente  si  ritenevano  ancora  in  carica   i  Ministri  del  Governo  del  25  luglio, dopo  che  il  Re, nei  giorni  precedenti  si  era  recato  a  Napoli  e  ad  Avellino, dove  aveva  passato  in  rassegna  i  militari  italiani  del   “Primo  Raggruppamento  Motorizzato”, fatto  oggetto  anche  qui  da  manifestazioni  di  entusiasmo  e  di  affetto  della  popolazione, e l’11 novembre, suo  giorno  genetliaco, i  palazzi  di  Bari  erano  apparsi  imbandierati, confermando  la  divaricazione  tra  l’ effettivo  sentimento  della  popolazione, che  ebbe  la  sua  conferma  due  anni  dopo, nel  referendum  istituzionale  dove  il  Sud  dette   una  schiacciante  maggioranza  alla  Monarchia, e  la  presunta  rappresentanza  popolare  dei  sei  partiti  riuniti  nel  Comitato  di  Liberazione.
I  sei  partiti  erano  il  Partito Liberale, la  Democrazia  Cristiana, la  Democrazia  del Lavoro, il  Partito  Socialista, il  Partito  Comunista  ed  il  Partito  d’ Azione, il  quale  ultimo  riuniva  numerosi  intellettuali  antifascisti, anche  nobili, come  un Caracciolo, (progenitore  dei  “radical  chic”) che  si  autoqualificavano  come  coscienza  critica  rivoluzionaria, ed  era  il  più  accanito  contro  il Re, la  Monarchia e  Badoglio, anche  se  poi  nella  verifica  elettorale  della  elezione  della  Costituente  nel  1946, avrebbe  dimostrato  la  sua  misera  base  elettorale, partito  però  in  quel  periodo  tra  i  più  attivi  ed  il  cui  spirito  giacobino, l’ azionismo, trasmigrò  successivamente  nei  partiti  socialista  e  repubblicano, spirito  che  oggi  possiamo  ancora  ritrovare  in  persone  come  Rodotà  e  Flores  d’  Arcais.
Con  il  governo  dei  “sottosegretari”  veniva  a  sentirsi  maggiormente  la  necessità  di  uffici  adeguati, sia  pure  disseminati  nelle  località  più  disparate  della  Puglia. Quanto  ai nomi, oltre  ai  militari  e  ad  alcuni  tecnici, vi  erano  anche  diversi  uomini  politici, al  di  fuori  dell’ Esarchia, termine  con  il  quale  venivano  chiamati  i  sei  partiti  del  CLN, quali  gli  ex  deputati  Vito  Reale, agli  Interni, Raffaele  De  Caro, ai  Lavori  Pubblici, con  a  capo  della  sua  segreteria, un  giovane  professore  ed  ufficiale  di aviazione, Alfredo  Covelli, Giovanni  Cuomo  alla  Pubblica  Istruzione  ed  un  noto  economista, il  prof. Epicarmo  Corbino, all’ Industria  e  Commercio, ed  un  industriale , di  origini  ebraiche, l’ing. Mario  Fano, alle  Poste  e  Telegrafi. Si  rafforzava  anche  la  struttura  di  Radio  Bari, con  alcuni  giornalisti  e  scrittori  noti  come  Alba  De  Cespedes, Diego  Calcagno, che  nel  dopoguerra  collaborò  con  “Il  Tempo” , di Renato  Angiolillo, firmandosi  don  Diego, Antonietta  Drago, il  conte  Boccabianca, che  usavano  tutti  dei  soprannomi  o  dei  nomi  fittizi, per  non  creare  problemi  ai  loro  parenti  e familiari, rimasti  a  Roma  o  in  altre  località  occupate  dai  tedeschi, ed  un  giovane  Ludovico  Greco, che ritroveremo  poi  nel  Partito  Nazionale  Monarchico, di  cui  fu  pure  senatore,   e  dalla  Radio  veniva  lanciata  una  nuova  trasmissione  serale, alle  23, chiamata  “ Italia  combatte “, che  dava  notizie  quotidiane  sulle  operazioni  militari. Veniva  anche  strutturato  un  Ufficio  Stampa, con  a   capo  un  giornalista  ed  uomo  politico  spregiudicato  e  pieno  di  iniziative, Filippo  Naldi.
Così  ristrutturati  alcuni  servizi  ed  il  Governo, riprendevano  i  Consigli  dei  Ministri, dopo  aver  conferito  ai  Sottosegretari  la  potestà  di  partecipare, in  prima persona, al  Consiglio  ed  effettuate  altre  modifiche  formali, ma  indispensabili, per  consentire  il  funzionamento  degli  uffici  ministeriali  e  la  validità  degli  atti. Nella  prima  riunione  di  carattere  programmatico, del  24  novembre, venivano  definiti  i  punti  relativi  alla  “defascistizzazione“  dello  Stato,   dopo  i  già  importantissimi  Decreti   che  erano   stati  emanati  tra  il  25  luglio  e  l’ 8  settembre,  per  cui  via  via  seguivano  i  decreti  di  soppressione  della  Milizia (6 dicembre), la  riammissione  in   servizio  degli  impiegati  licenziati  per  motivi  politici (6  gennaio  1944), l’ importantissima  abrogazione  di  tutta  la  legislazione  razziale, con  la  conseguente  reintegrazione  degli  ebrei  in  tutti  i  diritti  civili, politici  e  patrimoniali (20  gennaio 1944)  e  la  istituzione  di  una  Commissione  per  l’ Epurazione (23  gennaio 1944), alla  quale  fu  preposto  dopo  alcuni  giorni, come  Alto  Commissario , l’ ex  deputato  Tito  Zaniboni, socialista , che  fu  messo  “all’ indice“  dal  suo  partito per  aver   accettato  di collaborare  con  il  governo  del  Re!
Tutta  questa  attività  legislativa  e  la  presenza  di  personalità  notoriamente  antifasciste, non  soddisfacevano  i  partiti  dell’ esarchia, vedi  il  caso  Zaniboni, i  quali  proseguivano  la  loro  virulenta  campagna  per  l’ abdicazione , se  non  addirittura  per  il  “suicidio“ ( sic ) del  Re , con  una  inaudita  violenza  verbale  ed  una  sguaiataggine  tale  che  lo  stesso  Capo  dell’ Ufficio  Stampa  Interalleato, colonnello  Munro, ritenne  opportuno  intervenire, inviando  una  circolare  ai  direttori  dei  giornali, dove  si  diceva: “…non  saranno  più  permesse  le  incitazioni  all’ odio  di  classe, gli  epiteti  volgari, le  accuse  anonime, le  insinuazioni, i  malevoli  sottintesi, le denigrazioni  personali, le  accuse  in  malafede, le  minacce... Non  sarà  consentita  alcuna  critica  lesiva  dell’ onore  e  della  buona  fede  dei  militari  italiani  di  qualsiasi  grado, che  combattono  e  cooperano  con  le  forze  alleate. Circolare  che  non  era  un  attacco  alla  libertà  di  stampa, provenendo   da  un  uomo  rappresentante  di  un  paese  dove  la  libertà  di  stampa  era  sacra, ma  uno  schiaffo  a  questi  giornalisti  italiani, dispiace  doverli  così  nominare , che  non  avevano  rispetto  per  la  dignità  e  libertà  altrui, costume  perpretatosi  negli  anni  successivi   particolarmente  ad  opera  della  stampa  social comunista, essendosi  dissolta  poco  dopo  il  1946  la  stampa  azionista, che  fino  ad  allora  era  stata  la  prima nella  violenza  degli  attacchi .
Nel  frattempo  anche  nelle  Forze  Amate,  erano  intervenuti  due  importanti  cambiamenti  ai  vertici, con  l’uscita  di  scena  dei  generali  Ambrosio   e  Roatta,  e  l’insediamento  del  Maresciallo  Messe, fatto rientrare  appositamente  dalla  prigionia,  come  Capo  di  Stato  Maggiore  Generale, e  del  generale  Berardi, quale  Capo  di  Stato  Maggiore  dell’ Esercito, esercito  che, con  il  Primo  Raggruppamento  Motorizzato  aveva  avuto  il  suo  battesimo  del fuoco, a  fianco  degli  angloamericani,  con  l’ attacco   l’ 8  dicembre, alla  posizioni  tedesche  di  Monte  Lungo.
Di  fronte  all’ atteggiamento  fazioso  e  non  collaborativo, in  un  momento  così  delicato  per  le  future  sorti  dell’Italia, degli  uomini  politici  del  CLN, vi  era  stata  invece  la  ferma  presa  di  posizione  dell’ Episcopato  Pugliese, il  25  novembre, che  invitava  alla  concordia  ed  alla  accettazione  di  posti  di  responsabilità  “più  per  sentimento  del  dovere  che  di  ambizione ( personale )”.
E  sempre  negli  ultimi  due  mesi  del  1943, il  Principe  Umberto, che  fin  dal  suo  primo  incontro  con  Mac Millan  e  Murphy, aveva  suscitato  l’ apprezzamento  degli  stessi  per  “tatto  e  dignità“, intensificava   la  sua  attività, visitando  i  Comandi  Alleati, e  le  nostre  truppe  vicino  al  fronte,  per cui  in uno  di  questi  spostamenti, recandosi  il  20  novembre  con  la  sua  automobile  ad  Aversa, e  trovandosi  confuso  con  una autocolonna  americana, fatta  segno  ad  un  mitragliamento  di  velivoli  germanici, trasportava  sulla  sua  auto, al  più vicino   posto  di  Pronto  Soccorso, quattro  militari  americani  gravemente  feriti. Veniva  pochi  giorni  dopo  il  7  dicembre  il  volo  sulle  linee  tedesche  a  Monte  Lungo, il  9  la  visita  ai  militari  feriti, nell’Ospedale  da  Campo  244 ,  ed  il  23  una  nuova  visita  al  nostro  Raggruppamento, il  24  la  consegna  di  pacchi  natalizi  ai  feriti  ricoverati  nell’Ospedale  Militare  di  Maddaloni  ed  il successivo  giorno  di  Natale, consegna  di  altri  pacchi  agli  operai  dell’ Italia  Centrale  e  Settentrionale, rimasti  bloccati  al  Sud, lontani  dalle  loro  famiglie  di  cui  non  avevano  notizie.
Nel  mentre  le  forze  politiche  antifasciste  ed  anche  in  gran  parte  antimonarchiche, preparavano  la  loro  maggiore  manifestazione  unitaria,  cioè  il  Congresso  che  si  sarebbe  tenuto  a  Bari  il  28  e  29  gennaio 1944, il  Governo  Badoglio  otteneva  il   27  gennaio  il  ritorno  sotto  la  sua  giurisdizione  di  tutte  le  province  dell’ Itala  Meridionale  ed  Insulare, esclusa  ancora  Napoli, per cui  si  poneva  il  problema  del  trasferimento  della  “capitale”,  da  Brindisi  ad  una  località  più  centrale, per  cui  la  scelta  cadde  su  Salerno, dove, l‘11   febbraio   all’arrivo  del  Maresciallo  Badoglio, “si  raccolse  una  grande  folla  davanti  al  Municipio  e  Badoglio, lungamente  applaudito  si  affacciò  al  balcone  del  Palazzo  di  Città   e  tenne  un  breve  discorso “.  Per  questa  importante  e  significativa  retrocessione  da  parte  angloamericana, all’ amministrazione  italiana, di  una  così  notevole  parte  del  territorio  nazionale, ormai  libero,  vi  fu uno  scambio  di  cortesi  messaggi  tra  i  generali  Maitland  Wilson, comandante  in  capo  delle  forze  alleate  del  Mediterraneo, succeduto  in  tale  incarico  ad  Eisenhover, chiamato  a  preparare  e  dirigere  lo  sbarco  in  Normandia, avvenuto nel  giugno  successivo, ed  Alexander  da  una  parte   e  dall’altra  il  Governo  Italiano, e  lo  stesso  Badoglio, che, con  un  suo  proclama  affermava: “…. A  nessuno  sfuggirà  l’importanza  e  la  portata  dell’ avvenimento. E’  questa  la  prima  tappa  verso  la  rinnovata  unità  della  Patria… In  nome  della  libertà  che  c’ è  cara, ma  non  della  licenza… E’  questo  dopo  molte  dolorose  e  tormentose  giornate, un  primo  giorno  fausto… Perchè  sarà  il  primo  della  rinascita  che  può  venire  solo  dallo  sforzo  risoluto  e  concorde…”

Giovanni Messe e la rinascita del Regio Esercito Italiano dopo l'8 Settembre

Domenica  9  marzo  p.v., ore  10,45 , in  Roma , via  Marsala  42, per  il  66°  ciclo  di  conferenze  del  Circolo  di  Cultura  ed  Educazione  Politica  Rex , il  generale  Enrico  Boscardi, uno  dei  maggiori  studiosi  e  storici  delle  nostre  Forze  Armate nella  Guerra  di  Liberazione, parlerà  di  

"Giovanni  Messe, Maresciallo  d' Italia, Capo  di  Stato  Maggiore  Generale  e  la  rinascita  del  Regio  Esercito  dopo  l' 8 Settembre  1943".

Ing.Domenico  Giglio 
Presidente  Circolo  Rex

mercoledì 5 marzo 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XV

Don Sturzo cacciato dal Vaticano, da una vignetta dell'epoca.
Don Sturzo silurato dal Vaticano

Sul Giornale d'Italia (26 giugno 1923) De Gasperi assumendo le difese di don Sturzo conferma ancora: «Abbiamo sostenuto il governo di Mussolini fino dalla marcia su Roma. Crediamo oggi che sia l'unico governo possibile e non sogniamo nemmeno di volergli sbarrare la via con abili barricate parlamentari». Ma mentre fa dire questo dal suo sostituto (De Gasperi è presidente del gruppo parlamentare) don Sturzo - vista l'impossibilità di tornare al governo - manovra sott'acqua e poi passa all'opposizione puntando improvvisamente i piedi sulla proporzionale e scrive sul Popolo: «Per noi la rivoluzione fascista non può ricercare il titolo della sua legittimità se non nella forma del voto di tutto il corpo elettorale che la proporzionale assicura come conseguenza diretta del suffragio universale. Indietro non è possibile ritornare se non rinnegando questo e togliendo ogni possibilità di «manifestazione concreta del consenso del popolo». E' una presa di posizione in contrasto alla deliberazione del gruppo parlamentare nell'ordine del giorno Gronchi di otto giorni prima, nel quale è detto: «Da tale punto di vista (al di sopra delle vedute di parte) il gruppo popolare intende valutare anche il problema della riforma elettorale coordinandola alle supreme esigenze del Paese». Don Sturzo dimentica che due giorni prima, riunitosi il Direttorio, presenti i maggiorenti del partito, fra i quali si notavano lo stesso don Sturzo, Mattei - Gentili, Cingolani, Bresciani, De Gasperi, Guarienti e Bertone votavano compatti, un ordine del giorno nel quale si riconfermava «la fiducia al governo fascista ripetendo i concetti di leale collaborazione già espressi nell'adunanza del gruppo parlamentare a palazzo Soderini».
Insiste il Corriere d'Italia: «La nostra collaborazione dovrà continuare anche se non saranno più al governo i nostri amici: perché siamo convinti che tutte le forze sane della Nazione devono proporsi oggi, più che mai, di guardare prima che al partito al Paese. Questo è il nostro pensiero; questo sarà il nostro atteggiamento».
Altro linguaggio tiene il Popolo che arriva al punto di fare richiami alla situazione internazionale, richiami che provocano un severo ammonimento del Popolo d'Italia: «Che cosa significa questo tortuoso giro di parole? Forse l'argano donsturziano tende a richiamare o minaccia di richiamare l'attenzione dei governi alleati sul regime fascista? Dobbiamo dunque, credere che don Sturzo si appelli allo straniero o tenda ad appellarsi allo straniero per una questione interna nella quale noi e solo noi intendiamo essere arbitri?».
L'on. Aroca, dimesso d'autorità dal partito così si esprime in una intervista: «Il compito dei deputati popolari è uno solo: obbedire. Quello di obbedire e votare secondo gli ordini ricevuti. Al principio della legislatura ci è stata consegnata una circolare che vieta nel modo più assoluto ai deputati di concedere interviste, scrivere articoli, prendere la parola alla Camera o in riunioni, presentare interrogazioni, interpellanze, mozioni, o soltanto firmarle, senza preventiva approvazione scritta della direzione del gruppo, direzione che ci fa imposto di votarla senza che neppure ne conoscessimo i componenti, posta com'è alle dirette dipendenze di don Sturzo, il quale poi chiama spesso anche i deputati a render conto durante lo svolgersi delle sedute e nei locali stessi di Montecitorio. Il partito si regge su questa strana struttura: Sturzo domina, comanda, decide, valendosi dei suoi spauracchi, da lui stesso fabbricati: i deliberati dei Congressi, il Consiglio Nazionale, la Direzione del Gruppo Parlamentare ».
Così don Sturzo esercita la dittatura. Ed il Popolo d'Italia lo mette alle strette: «O con noi o contro di noi», e sottolinea come il prete siciliano persista «a voler essere nello stesso tempo nostro amico e nostro nemico, nostro collaboratore e nostro oppositore, nostro compagno di lotta e domani forse nostro legittimo erede. Non si dice con questo che il P.P. debba scomparire. Si dice che non è possibile che esso continui a vivere nell'agguato, nell'equivoco, al riparo di quelle diocesi che ben altra luce sono chiamate a diffondere per paesi e città».

Stretto nella morsa della opposizione dei suoi e degli ammonimenti del governo, colpito dal siluro lanciatogli molto abilmente dal Vaticano a mezzo di monsignor Pucci, don Sturzo si dimette da segretario del partito motivando le dimissioni quale protesta contro la legge a sistema maggioritario, ma in realtà per la insostenibilità della sua politica ambigua. Politica che finisce di logorare quelle forze che avrebbero potuto fin dal principio portare un argine al fascismo, mentre invece rese inutile ed impotente la sua tardiva sfida. Non è concepibile che un sacerdote si eriga ad alfiere di una improvvisa ribellione contro un governo ch'egli aveva fino al giorno prima protetto e col quale il suo partito aveva collaborato nello stesso ministero. Fu una ribellione determinata soltanto per difendere posizioni elettorali e per non voler cedere la chiave strategica del Parlamento. Questo solo, e nulla più.

martedì 4 marzo 2014

4 Marzo, ricorrenza del Beato Umberto III Conte di Savoia


Umberto III, conte di Savoia, primo beato della celebre dinastia omonima, è un personaggio di assoluto rilievo nel grande quadro della società medievale come della storia sabauda, di cui possiede le fondamentali caratteristiche: mistico, portato per vocazione e tradizione alla vita contemplativa, reso dalle vicende del suo tempo guerriero e politico, sposo esclusivamente per ragioni dinastiche. Umberto nacque verso il 1136 nel castello di Avigliana, nei pressi di Torino, figlio del conte Amedeo III e di Matilde d’Albon. Ereditò dal padre come dal nonno Umberto II il sogno unitario di ricostituire il disciolto regno di Borgogna, in netto contrasto con la politica accentratrice dei sovrani francesi e con l’affermazione universalistica di Federico I Barbarossa, e si trovò indotto a svolgere un’accorta politica di assoggettamento delle signorie feudali confinanti o insediate fra i suoi beni.

Non dissimili furono i suoi inizi da quelli paterni: Umberto II, morendo infatti giovane, aveva lasciato erede il primogenito Amedeo III ancora minorenne. Questi affidò l’educazione di suo figlio a Sant’Amedeo di Losanna, già abate di Hautecombe, e sotto la sua guida il piccolo Umberto fece grandi progressi negli studi e nella formazione spirituale, disprezzando l’apparente splendore delle cose mondane per darsi alla preghiera, alla meditazione ed alla penitenza. Per meglio conseguire i suoi alti scopi, si ritirava spesso proprio nell'abbazia di Hautecombe, sulle rive del lago di Bourget in Savoia, fondata dal padre: egli lasciava sempre con rincrescimento questo luogo ogni volta che la famiglia e la nobiltà savoiarda lo richiamavano per occuparsi di questioni politiche. Amedeo III fu pellegrino in Terra Santa nel 1122 circa per gratitudine verso il papa Callisto II, e dal 1146 partecipò alla Seconda Crociata, morendo sull'isola di Cipro presso Nicosia il 1° aprile 1148, ove fu sepolto, lasciando quale erede il piccolo Umberto III appena dodicenne.

Seppur ancora in tenera età, nel 1151 Umberto convolò a nozze con Fedica, figlia del conte Alfonso-Giordano di Tolosa, che morirà presto senza figli. Il genealogista Carrone ha dubitato sulla nascita del conte nel 1136, già affermata dal Guichenon che aveva pubblicato un documento con la data del matrimonio all'anno 1151, quindi in un'età giovanissima di quattordici o quindici anni, ed antepose quindi la nascita verso il 1132. Bisogna però tener conto che la vita umana allora era assai più breve ed i costumi medievali non disdegnavano impegni matrimoniali fra nascituri o fanciulli. Più tardi Umberto sposò una cugina, Gertrude figlia del conte Teodorico di Fiandra e di Clemenza di Borgogna, sua parente per essere sorella di papa Callisto II e di Gisella madre di Amedeo III. Purtroppo questo secondo matrimonio venne annullato per sterilità. 
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lunedì 3 marzo 2014

Se l'Europa e l'Italia sono queste..

Non passa giorno senza che restiamo sgomenti, senza parole di fronte al completo sovvertimento della funzione dello Stato Nazionale e di quello sovranazionale cui ci siamo consegnati legati mani e piedi.
Sia chiaro che con queste parole non intendiamo rappresentare il pensiero dei monarchici ma il nostro pensiero di monarchici sì.
Siamo saliti sul carro che ci portava nel Paese dei Balocchi convinti, parole di Romano Prodi, che avremmo guadagnato due giorni di lavoro: uno guadagnando in più e l'altro non lavorando.

Ci siamo ritrovati a rispettare, forse giustamente, forse no, delle regole ferree che hanno messo in ginocchio un'economia non solida, con troppi fattori avversi come la nostra.

Prigionieri come siamo di una costituzione, con la "c" minuscola, che rende di fatto impossibile qualsiasi riforma dell'organizzazione statale ci troviamo a mantenere due camere legislative con identiche funzioni, popolate non già dagli eminenti di questo paese ma da semianalfabeti che non sanno neanche di cosa parlano ed intascano gli stipendi più alti d'Europa, a dispetto gravissimo del fatto che l'Italia ha il debito pubblico più alto d'Europa. In questa Europa dove i Popoli e gli Stati sono al servizio della banche e non il contrario. La demonìa dell'Economia diceva Julius Evola.


Ci ostiniamo in atteggiamenti da Grande Potenza mantenendo migliaia di militari italiani in ben 27 diversi posti del mondo a spese nostre, per il bene di non si sa chi e l'India ne sequestra un paio senza che si riesca ad uscire dal timido balbettante piagnisteo sterile che ha fatto già trascorrere due anni. Due anni di umiliazioni e vergogna.

Si badi che da parte nostra non c'è alcun livore della nostre Forze Armate unico residuo di dignità di questo stato repubblicano con lunghi tempi d'aborto ( 70 anni circa).
Si comprano aerei bellissimi ma la gente muore di fame.
Quale buon padre di famiglia comprerebbe una baionetta invece di un chilo di pane per un figlio affamato? Eppure noi questo lo facciamo.

Le scene di quotidiana disperazione ci hanno tristemente assuefatto: famiglie impoverite, sfrattate, imprenditori che si uccidono, che diventano rapinatori, che smettono di lottare mentre il ministro dell'integrazione sociale spende 53000 e rotti euro in cene e viaggi.

Il sindaco di Roma che spende milioni in consulenze esterne che piange miseria per avere i soldi necessari ai servizi minimi della capitale d'Italia e della Cristianità.

Si condonano alle ditte che gestiscono il gioco d'azzardo ben 98 miliardi di euro ( il 5% del debito pubblico nazionale), si tollerano intere fabbriche abusive dove operai cinesi lavorano in schiavitù ma non si perdona ad un pizzaiolo napoletano di far lavorare la moglie "in nero" nella minuscola azienda di famiglia, che si suicida.

E così come gli sprovveduti che chiedono soldi agli usurai noi siamo finiti a lavorare solo per pagare gli interessi dei nostri precedenti prestiti. 
Continuiamo ad alzare le tasse facendo finire nelle mani degli stranieri le fatiche di generazioni.
Se non ritroviamo un po' di amore di Patria e di dignità nazionale tra un po' saremo amministrati da tedeschi e cinesi.

Per questo invochiamo un Re, il nostro Re, ché questo non lo avrebbe consentito, ne siamo sicuri, perché avrebbe avuto la lungimiranza di chiedere da subito conti a posto. Perché il Re è il buon padre della Famiglia italiana che fa i passi solo secondo la lunghezza delle proprie gambe per non finire nelle mani degli usurai, come ben fece Vittorio Emanuele III all'inizio del secolo scorso.

Ma intanto ridiscutere i termini della nostra presenza nell'Euro e nell'Europa crediamo sia cosa buona e giusta.

sabato 1 marzo 2014

Il Regno d'Italia da Brindisi a Salerno: 8 Settembre 1943 - 4 Giugno 1944

Prima parte della conferenza tenuta dall'Ingegnere Domenico Giglio per il circolo REX il 23 Febbraio 2014


L ‘arrivo  a  Brindisi - 10  settembre  1943

La  corvetta  “Baionetta”, della  Regia  Marina, scortata  dall’ incrociatore  “Scipione  Africano”, gettando  l’ancora  alle  15  del  10  settembre  1943, nel  porto  di  Brindisi, portava  con  il  Re  Vittorio  Emanuele  III  ed  il  Capo  del  Governo, Maresciallo   d’ Italia  Pietro  Badoglio, la  legittimità  dello  Stato  Italiano, assicurandone  la  continuità e  l’Ammiraglio  Rubartelli, comandante  della  Piazza, che  sul  molo  attendeva  sugli  attenti  e  salutava  militarmente  il  Re, rappresentava  a  sua  volta  la  fedeltà  al  giuramento  per  il  “bene  inseparabile  del  Re  e   della  Patria“, che  la  Regia  Marina, sulle  cui  navi  non  fu  mai  ammainata  la  bandiera  tricolore  con  scudo  sabaudo  e  corona   reale, aveva  osservato  dimostrando   che  lo  Stato  esisteva  e  resisteva,  e  pagando  per  questo  un  prezzo  altissimo  con  l’affondamento da  parte  di  un  bombardiere  tedesco, della  nave  ammiraglia  della  “Flotta  da  Battaglia”, la  corazzata  “ Roma “, con  tutto  lo  Stato  Maggiore, il  suo  Comandante  Del  Cima  ed  il  Comandante  in  Capo  della  Flotta, ammiraglio  Carlo  Bergamini.
Iniziava  così  quello  che  impropriamente  è  stato  chiamato  “Regno  del  Sud”, dal  titolo  dell’ omonimo  libro, uscito  a  Roma , alla  vigilia  del  Referendum, nel  1946, editore  Migliaresi,   con  prefazione  di  Manlio  Lupinacci, liberale  e  monarchico, autore  Agostino  degli  Espinosa, testimone  oculare  degli  avvenimenti  narrati, libro  ancor  oggi  fondamentale  per  chi  voglia  conoscere  gli  eventi  di  quei  mesi, fino  al  4  giugno  1944, data  della  Liberazione  di  Roma, ricco  di  documenti  volutamente  ignorati  da  quasi  tutte  le  pubblicazioni  successive, perché,  come  ha  giustamente  osservato  Fabio  Andriola, giornalista  e  storico, in  un  articolo nel  settantesimo  anniversario  di  questi  eventi, mentre  sempre  più  numerose  sono  le  pubblicazioni  sul  movimento  partigiano  e  sulla  repubblica  sociale , vi  è  “..una  striminzita  pattuglia  di  volumi, alcuni  dei  quali  nemmeno  molto  recenti, su  quello  che  è  stato  il  Regno  del  Sud …”, che  in  realtà  era  sempre  il  Regno  d’Italia, sia  pure  ridotto  inizialmente  a  quattro  provincie  pugliesi, auspicando  che  “…sarebbe  tempo  che  anche  chi  militò  al  Sud  possa  ritrovare  chi  gli  restituisca  voce  e  dignità.”
Ebbene  grazie  ad  Espinosa  ed  a  pochi  altri  testi  noi  possiamo  seguire  quasi  giornalmente  il  lavoro  lento, ma  costante  svolto  in  mezzo  ad  ostacoli  nazionali  ed  internazionali, politici  e  militari, interni  ed  esterni, del  governo  installatosi  a  Brindisi   “con  un lapis  ed  un pezzo  di carta”, e della  presenza  operosa  del  Re, che  già  all’indomani, 11  settembre, dalla  Stazione  Radio  di  Bari, purtroppo   poco potente  e  soprattutto  poco  conosciuta  nel  resto  dell‘Italia, poteva  precisare  in  un  Suo  breve  messaggio  agli  italiani  i  motivi  del  suo  trasferimento, e  non  fuga, in  una  zona  libera  del  territorio  nazionale, “…per  la  salvezza  della  Capitale  e  per  potere  pienamente  assolvere  i  miei  doveri  di  Re” terminando …”che  Dio  assista  l‘Italia in  questa  ora  grave  della  sua  storia!“.
Questo  dopo  che  la  mattina  dello  stesso  giorno  il  Re  si  era  recato  a  visitare  le  fortificazioni  della  città, accolto  con  affetto  da  soldati  ed  operai  e  dalla  popolazione  che  aveva  appreso  del  Suo  arrivo. E  queste  visite  ed  incontri  su  alcuni  dei  quali  ritorneremo  successivamente  furono  una  attività  costante  del  Sovrano   e  delle  quali  esiste  pure  una  modesta  documentazione  fotografica, particolarmente  significativa  perché  oltre  ai  militari, si  vedono  finestre  delle  abitazioni  imbandierate, come  a  Trani, il  7  ottobre, ed  insieme  con  il  Re, anche  le  autorità  religiose. Ed  il  fatto  che  la  stessa  documentazione  fosse   scarsa  e  poco  conosciuta  è  la  prova  della  parzialità  di  tante  ricostruzioni  storiche, tese  a  denigrare  la  figura  del  Sovrano  ed  a  sminuire  l’ azione  per  costituire  nuove  unità  regolari  del  Regio  Esercito  che  partecipassero  alla  liberazione  del  territorio  nazionale   dalle  truppe  germaniche. E  proprio  quella  stessa  mattina  dell’ 11,  il  Comando  Supremo  dell’Esercito  dava  l’ ordine  a  tutti  i  comandi  di  respingere  con  le  armi  i  tedeschi  e  “…a  Brindisi, nella  pineta  del  Collegio  Navale, venne  celebrata  una  Messa  al  campo, per  gli  allievi  dell’ Accademia  Navale, giunti  il  giorno  prima   (10  settembre ) …da  Venezia   sul  piroscafo   “Saturnia “… ed   al  termine  della  funzione  gli  allievi…. intonarono  l’ Inno  Sardo , che  implorava  da  Dio  la  salvezza  del  Re…”    
Così  Radio  Bari  diventava  l’ unico  mezzo  per  raggiungere  il  resto  dell’ Italia  per  cui  era  Badoglio, che  a  sua  volta  aveva  ricevuto  un  caloroso   messaggio  del  Primo  Ministro  inglese  Churchill  e  del  presidente  degli  Stati  Uniti  Roosevelt, incitante  gli  italiani  a  “dare  il  loro  aiuto  in  questa  ondata  di  liberazione”  ad   avere  “fede  nell’ avvenire”  ed  a  marciare “a  fianco  dei  vostri  amici  americani  ed  inglesi  nel  movimento  mondiale  verso  la  libertà.” , a  rivolgersi  il  successivo  13  settembre  agli  italiani    per  una  prima  spiegazione  delle  vicende  che  avevano  portato  all’ armistizio, temi  che  Badoglio  stesso  avrebbe  illustrato  più  dettagliatamente  nel  successivo  messaggio  trasmesso  il  15  settembre  e  pubblicato  il  giorno  successivo  sulla  “Gazzetta  del  mezzogiorno”, di  Bari, unico  giornale  esistente, dalla  necessità  dell’ armistizio, alle  responsabilità  germaniche, riaffermando  la  legittimità  del  nostro  atteggiamento  e  del  Governo, che  proprio  in  quei  giorni  riceveva  le  dichiarazioni  di  fedeltà, di  tutte  le  rappresentanze  diplomatiche  italiane  all’ estero, escluso  logicamente  quella  di Berlino, prova  anche  questa  della  vitalità  dello  Stato, della  legittimità  del  Governo  del  Re, il  cui  riconoscimento  internazionale veniva  confermato  dai  pochi  paesi  rimasti  neutrali, quali  l’ Argentina, il  Portogallo, la  Spagna, la  Svezia, la  Svizzera  e  la  Turchia, dato  che  erano  state  interrotte  precedentemente  al  25  luglio  le  relazioni  diplomatiche  od  eravamo  in  stato  di  guerra  con  ben  44  paesi.
Nel  frattempo  arrivavano  a  Brindisi, i  componenti  della  Missione  Militare  angloamericana, fra  cui  era  già  Stone, che  poi  ne  divenne  capo  all’epoca  del  referendum, con  i  politici  Murphy, americano, e  Mac  Millan, britannico, futuro  Primo  Ministro  conservatore, con  i  loro  primi  incontri  con  il  Re  e  Badoglio, la  loro  iniziale  arroganza  che  nel  tempo  sarebbe  andata  modificandosi  in  rispetto, per  cui  il  Mac  Millan poteva  dichiarare, un  anno  e  mezzo  dopo, alla stampa  italiana, il  25  febbraio  1945, quasi  a  consuntivo: “…anche  in  quei  primi  giorni ( settembre  1943 ) , il  concetto  di  un  governo  italiano  indipendente  fu  tenuto  in essere  e  da  quel  momento  tutti  i  nostri  pensieri  furono  diretti  a  ricostruire  per  mezzo  di  quel  governo, l’Italia  come  una  nazione  democratica. “   
Purtroppo,  le  accuse  violente  di  “tradimento” della  Corona, lanciate  il  18  settembre  da  Monaco   di  Baviera, richiedevano  una  immediata  articolata  risposta  del  Maresciallo  Badoglio che, da  Radio  Bari, il  successivo  19  settembre  effettuava  una  sintesi  storica  di  tutti  gli  eventi  della  guerra  dal  10  giugno  1940  al  25  luglio   1943, riaffermando  la  necessità  dell’ armistizio, di  cui, in  fondo, era  convinto  lo  stesso  Mussolini, dopo  il  Convegno  con  Hitler  a  Feltre, del  18  luglio 1943, e  ricordando  la  lettera  rispettosa  che  lo  stesso  gli  aveva  indirizzato  nella  notte  tra  il  25  ed  il  26  luglio, Badoglio  dovette  anche  tenere  un  discorso  esplicativo  sugli  avvenimenti  del  25  luglio, agli  ufficiali  del  Regio  Esercito, a  San  Pietro  Vernotico  ed  il  Re  volle  indirizzare  il  25  settembre  un  proclama  ai  “Marinai  d’ Italia“  dove  dava  atto  agli  stessi  di  aver  eseguito  “…in  perfetta  disciplina , alle  condizioni  dell’armistizio, chiesto  ed  accettato  per  il  supremo  interesse  del  paese..”  ed  aggiungeva  “..Ho  condiviso  tutta  la  profonda  amarezza  della  vostra  partenza  ed  ho  offerto   con   voi  alla  Patria  questa  nuova  dura  prova  di  dedizione  e  sacrificio..”  terminando:  “Marinai  d’ Italia, dimostrate  a  tutti, quanto  ogni  italiano  può e  sa  dare  per  la  libertà  e  la  salvezza   della  Patria. “Il  Re   avrebbe  poi, l’ 11 ottobre, a  Taranto, passato  in  rivista  la  flotta  ivi  presente.
Si  avvicinava  intanto  la  data, il  29  settembre,  di  un  incontro  molto  importante, per  la  sottoscrizione  del “Lungo  armistizio“. Infatti  a  Cassibile, il  3  settembre, era  stato  firmato, dal  generale  Castellano,  in  nome  del  Governo  il  “corto”  armistizio  contenente  le clausole  militari, per  cui  incombeva  come  una  “spada  di  Damocle“ la  firma  di  questo  secondo  documento  con  una  serie  di  articoli  impositivi. In  questo  periodo  il  Re  aveva  nuovamente  parlato  agli  italiani  da  Radio  Bari, il  24  settembre, questa  volta  molto  più  a  lungo, ricordando  nuovamente  i  motivi  del  trasferimento  per  “…evitare  più  gravi  offese  a  Roma, città  eterna, centro  e culla  della cristianità  ed  intangibile  capitale  della  Patria”, esaltando  l’ azione  e  la fedeltà  delle  Forze  Armate, aprendo  il  Governo  alle  forze  politiche  ricostituitesi, rivendicando  i  valori  del  Risorgimento   con  queste  frasi: ”…facciamo  che  la  Patria  viva  e  risorga… seguitemi, il  vostro  Re  è  oggi, come  ieri, come  sempre  con  voi, indissolubilmente  legato  al  destino  della  nostra  Patria  immortale.“
Così  il  28  settembre  il   Maresciallo  Badoglio, insieme  con  il  ministro  della  Marina, ammiraglio  De Courten, entrambi  in  uniforme, si  imbarcavano  sull’ incrociatore   “Scipione  Africano”, con  la  nostra  bandiera  al  vento, con  meta  Malta, dove  erano  attesi  dai  generali   Eisenhover  ed Alexander  e  dall’ammiraglio Cunningham, che  il  precedente  23  settembre, a Taranto  aveva   già  concluso  con  De  Courten,  il  “gentlemen’s   agreement”, sull’ impiego  della  flotta  italiana, che  permetteva  alla  stessa  di  riprendere  il  mare  con  la  fierezza  di  un  tempo. A  questo  incontro  parteciparono  anche  il  Ministro  dell’Aeronautica, gen. Sandalli  ed  altri  nostri  capi  militari  giunti  invece  con  un  “S.79”.
Lasciamo   il  racconto  dell’ incontro   ad  Espinosa  : “…Verso  le  dieci  (del  mattino)  tutti  insieme  (Badoglio  e  gli  altri  capi  militari) si  imbarcarono  su  di  un  motoscafo” che  li  portò  sotto  il  bordo  della  corazzata  inglese  “Nelson”. “ Il  maresciallo (Badoglio) così, mise  piede  sulla  nave (per  primo), mentre  i  compagni  cominciavano  a  salire  ( la  scaletta ). Una compagnia  di  “marines”  rese  gli  onori e  i capi  militari  inglesi  ed  americani  gli  vennero incontro  solennemente … al  centro  stava  il  generale  Eisenhover…. Il  maresciallo  Badoglio  si  rivolse  dignitosamente  ai  vincitori… e  tutti  si incamminarono  verso  il  quadrato  della  grande  nave, il  maresciallo  Badoglio  alla  destra  di  Eisenhover, gli  altri  distribuiti  secondo  le  norme  dell’etichetta, ma  la  perfetta  cortesia  non  diminuiva  l’apprensione  degli  italiani”, che  ne  avevano  buoni  e  giustificati  motivi. Gli  articoli  del  “lungo  armistizio”, sottoposti  per  la firma  a  Badoglio, erano  numerosi  e  pesanti, più  di  quanto  potesse  essere  preventivato, ma  alla  fine, dato  che  alcuni  articoli  in  quei  venti  giorni  erano  già  da  considerarsi  superati, ed  altri articoli  erano  ineseguibili, l’armistizio  lungo  fu  firmato, accompagnato  però  da  una  impegnativa  lettera  di  Eisenhover  nella  quale  veniva  precisato  che  tutti  gli  articoli  potevano  essere  modificati  con l’intensificarsi  della  collaborazione  e  cooperazione  italiana   alla  guerra  di  liberazione, come  meglio  precisato  e  definito  nel  successivo  incontro  delle  due  delegazioni  al completo. Al  termine  dell’incontro  Eisenhover  richiese  che  per  meglio  definire  la  nostra  collaborazione  l’Italia  dichiarasse  guerra  alla  Germania  al  che  Badoglio  rispose  correttamente  essere  la  dichiarazione  prerogativa  esclusiva  del  Re,  al  quale  Egli  avrebbe  riferito  al  ritorno  a Brindisi, che  avvenne, sempre  con  lo  “Scipione”  la  mattina  del  30, dopo  che, nel  pomeriggio  del  29, Badoglio  aveva  passato  in  rivista  la  Flotta  Italiana  all’ ormeggio  fuori  di  Marsa  Scirocco, il  che  è  particolarmente  significativo  come  lo  fu  il  comunicato  ufficiale  del  Quartier  Generale  Alleato  che, dopo  aver  elencato  i  nomi  dei  partecipanti  all’ incontro, concludeva: “…il  principale  argomento  di  discussione  è  stato  il  metodo  per  rendere  più  efficienti  gli  sforzi  militari  italiani  contro  il  comune  nemico  tedesco. Alcune  unità  delle  forze   militari  italiane  di terra, di mare  e dell’aria  sono  già  impegnate  attivamente  contro  il  comune  nemico“.
Del  resto  Eisenhover  aveva  personalmente, già  in  precedenza, contestato  le  condizioni  punitive del  “lungo  armistizio”, definendole  “accordo  disonesto”, come  scrive  Mac  Millan  nelle  sue  memorie, ma  le  stesse  gli  furono  praticamente  imposte  da  quel  “Gabinetto  di  Guerra”, inglese, che  era  sì  presieduto  da  Churchill, ma  che  aveva  come  vice  il  leader  laburista  Attlee , che  sarebbe  diventato  “premier” nel  1945, e  come  Ministro  degli  Esteri, il  conservatore  Eden, la  cui  acredine  verso  l’ Italia  era  nota. Questa  presenza  laburista  al  governo  e  gli  interventi  alla  Camera  dei  Comuni   di  numerosi  deputati  laburisti, sia  contro  Badoglio  ed  i  suoi  collaboratori, ritenuti  non  sufficientemente  antifascisti, sia  a  favore  di  Sforza, rientrato  dall’ USA, costringevano   Churchill  ad  intervenire  per  riconfermare  la  fiducia  nel  Re  e  nel  governo  Badoglio  e ad   esprimere  invece  la  propria  sfiducia  nello  Sforza, che  vantava  i  suoi  anni  di  esilio  dorato  prima  in  Francia   e  poi  negli  Stati  Uniti. Significativo  a  tale  proposito, anche  perché  tipico  di  quel  sottile  umorismo  inglese  è  questo  scambio  di  battute  tra  il  deputato  laburista  Thomas, uno  dei  più  accaniti  avversari  del  Governo  di  Brindisi, che  lodava  la  lotta  del  conte  Sforza  contro  il  fascismo, al  quale  Eden  risponde: ”Il  conte  Sforza   durante  tutto  quel  periodo  si  trovava  negli  Stati  Uniti. Deve  aver  trovato  molto  dura  la  battaglia  contro  Mussolini.”  Ed  alla  replica  del  Thomas  che  lo  Sforza  era stato  anche  in   Francia, Eden  replicava: ”La  battaglia  contro  Mussolini  deve  essere  stata  altrettanto  dura da  lì”.
Pure  altalenanti  erano  gli  articoli   ed  i  commenti  della  stampa  angloamericana  sulle  vicende  italiane, anche  se  il  “The  Times”, all’epoca  il  più  prestigioso  giornale  inglese, dava  atto  al  Re  ed  a Badoglio  della  loro  azione  ed  il  9  ottobre  scriveva: “Il  Re  suscita  un  grande  lealismo  verso  la  sua  persona  dalle  truppe  e  dalla  popolazione  contadina (sic). Egli  ha  ricevuto  manifestazioni  d’affetto  nelle  città  e  nei  villaggi (sic)  dell’ Italia  Meridionale  e  dalle  truppe  presso  la  zona  di  combattimento  dove  si  è  mostrato  di  sua  iniziativa.”
Si    giungeva  così  finalmente, il  13  ottobre, alla  dichiarazione  di  guerra  alla  Germania, consegnata  rocambolescamente  a  Madrid  dalla  nostra  Ambasciata  alla  Ambasciata  Tedesca  e  si  entrava  così  ufficialmente  nella  “cobelligeranza“  con  gli  angloamericani, cobelligeranza  che si  cercò  più  volte, senza  riuscirvi, di  trasformare  in  una  vera  ed  anche  formale  “alleanza”, anche  perché  contro  l’ Italia, si  erano  cominciati  a  muovere  francesi  de gaullisti, jugoslavi  e  greci, che  non  erano  stati  tenuti  informati  dagli  angloamericani  su  tutte  le nostre  vicende, come  pure, fino  a  quel  momento  l’ Unione  Sovietica  era  stata  semplice  spettatrice.
In  precedenza, e  precisamente  il  21  settembre, si  era  mosso  personalmente  il  Re, quel  Re  che secondo  i  politicanti  antifascisti  pensava  solo  ai  suoi  interessi  ed  a  quelli  della  Monarchia, con  una  lunga  lettera  personale  al  Re  d’Inghilterra  ed  al  Presidente  degli  Stati  Uniti, per  chiedere  un  miglioramento  nel  “cambio”  della  moneta, a  favore  delle  condizioni  di vita  della  nostra  popolazione  ed  il ritorno  del  potere  civile  del  governo, oltre  alle  provincie  pugliesi  e sarde, alle  altre  provincie  meridionali  già  liberate, lettera  nella  quale  riaffermava  la  volontà  Sua e  del  Governo  di  ritornare  al  regime  parlamentare,  non  appena  ciò  fosse  stato  possibile  e  di  intensificare  il  nostro  impegno  militare  per  “raggiungere  al più  presto  Roma“  e  spingersi  anche  con  le  nostre  truppe  verso  l’ Italia  settentrionale. Le  lettere  ricevettero  risposte  entrambe  cortesi, forse  di  più  quella  di  Roosevelt, ma  in  parte  elusive, e negativa, sul  fatto  di  una  possibile  alleanza, quella  di  Giorgio  VI. In  ogni  caso  è significativo  il tono  rispettoso  nei  confronti  del  Capo  di  uno  Stato, purtroppo  vinto.
 Torniamo  al  13  ottobre : l’annuncio  ufficiale  della  dichiarazione  di  guerra  alla  Germania  veniva  dato  con  un  discorso  di  Badoglio  ed  il  successivo  18, il  Re, a  sua  volta  dirigeva  un  proclama  ai  soldati, ed  intensificava  le  sue  visite  nei  centri  della  Puglia, da  Trani   a  Foggia, a  Manduria  ed  a  Lecce, mentre  il  principe  Umberto  si  recava  il  19  a  Napoli, accolto  con  entusiasmo  dalla  popolazione  ed  il  successivo  20  ottobre  in  Sardegna. A  sua  volta  il  Ministro  della  Marina, De  Courten, riteneva  opportuno  riunire  tutti  gli  ufficiali  della  Regia  Marina, rivolgendo  agli  stessi  un  discorso  molto  ampio  ed  articolato  che  toccava  tutti  i  punti  sui  quali  potevano  essere  sorti  dei  dubbi, dalla  assoluta  necessità   “… di  deporre  le  armi  quando  tutte  le  possibilità  di  difendersi  siano  esaurite  ed  il  paese  minaccia  di  precipitare  in  una  irreparabile  rovina..”, per  cui  “…la  richiesta  e  la  conclusione  dell’armistizio  da  parte  dell’Italia  sono  quindi   pienamente  giustificati, e  rispondono  alla  più  esigente  morale  e  non  possono  essere  contestati  da  nessuno, anche  se  è stato  alleato” . Aggiungeva  la  sua  sorpresa  per  la  comunicazione  dell’ 8  settembre, per  cui  si  prospettavano  la  soluzione  di  attenersi  lealmente  alle  clausole  dell’ armistizio  che  prevedevano  il  trasferimento  della  flotta o  la  soluzione  dell’ autoaffondamento. De  Courten  precisava  che  nella  scelta  di  eseguire  le  clausole  armistiziali, perché  l’autoaffondamento  non  avrebbe  fatto  altro  che  peggiorare  la  sorte  futura  dell’ Italia, gli  era  stato  di  conforto  il  colloquio  nelle  prime  ore  della  notte  del  9  settembre  con  il  Grande  Ammiraglio  Thaon  di  Revel, che  gli  aveva  confermato  che  “ questa ( dell’ accettazione ) è  la  via  da  seguire“, e  così  pure  si  era  pronunciato  in  un  colloquio  telefonico  l’ammiraglio  Bergamini , che, dice  sempre  De  Courten  “stimavo  altamente  per  il  suo  senso  di  abnegazione  e  per  la  sua  capacità  di  assumere  ogni  più  alta  responsabilità”. All’ ammiraglio  si  deve  infatti  un  messaggio  alla flotta  prima  della  partenza   da  La  Spezia  di  una  elevatezza  morale  e  di  un   valore  storico  assoluto ,  forse  ineguagliato: “…questa  via  noi  dobbiamo  prendere  ora  senza  esitare, perché  ciò  che  conta  nella  storia  dei  popoli  non  sono  i  sogni  e  le  speranze  e  le  negazioni  della realtà, ma  la  coscienza  del  dovere  compiuto  fino  in  fondo , costi  quello  che  costi..”  ed  a  Lui  costò  la  vita! Da  queste  parole  potete  valutare  l’ abisso  che  separa  l’ onore  militare  da  quello  di  certi  politici  nello  stesso  periodo storico! De  Courten, che, come  già  detto,  aveva  raggiunto  un  accordo  di  collaborazione  con  l’ ammiraglio  Cunningham, riportava  agli  ufficiali l’apprezzamento  che  lo  stesso  ammiraglio  aveva  avuto  nei  confronti  della  Regia  Marina, concludendo  il  suo  discorso  con  la  necessità  della  recente  dichiarazione  di  guerra e  con  un  appello  agli  ufficiali  “..che  pensino  solamente  all’ adempimento  del  proprio  dovere”  e  “ ..stiano  a  fianco  dei  propri  equipaggi“  che  hanno bisogno  di  sentirli  vicini “ e  che questo  doveva  essere  il  loro  “più  alto  dovere “.
Accenti  invece  più  politici  aveva   avuto  Badoglio  parlando  agli  ufficiali  del  Regio  Esercito, il  15  ottobre  in  agro  di  San  Giorgio  Jonico , anche  per  controbattere  le  accuse  che  pervenivano  dal  Nord, e  per  preparare  le  basi  per  la  partecipazione  di  un  primo  nucleo  dell’ esercito   alla  battaglia  d’Italia  a  fianco  delle  armate  angloamericane.

Nel  frattempo  si  risvegliava  anche  la  vita  politica, con  la libertà  di  stampa  decretata  il  30  ottobre, e  si  aprivano  le  cataratte  delle  polemiche  nei  confronti  del  Re, “complice  del  fascismo” ( dimenticando  il  25  luglio), di  cui  si richiedeva  l’ immediata  abdicazione , insieme  con  la  rinuncia  alla  successione  del  Principe  Umberto, ed  addirittura  il  passaggio  della  corona  al  Principe  di  Napoli, di  sei  anni, con  una  reggenza. Polemiche  che  avrebbero  toccato  il  loro  culmine  nel  Congresso  di  Bari ,del  gennaio  1944, e di  cui  tratteremo  più  avanti, e  su  queste  posizioni  abdicatarie  troveremo  purtroppo  anche  Benedetto  Croce , forse  dimentico  del  voto  di  fiducia  dato  al  Senato , al  governo  Mussolini ,dopo il  delitto  Matteotti  ed  il  discorso  del  3  gennaio  1925.

mercoledì 26 febbraio 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XIV


Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon,
 il quadrumviro monarchico
L'intransigenza di Mussolini, le minacce di De Vecchi e il servilismo dei Popolari.

Solo Mussolini non tollera queste riserve, e convoca ad udienza i ministri ed i sottosegretari aderenti al P.P. mentre don Sturzo esprime ad alcuni giornalisti il suo stupore davanti all'atteggiamento di Mussolini; non si rende conto della decisione del Presidente del Consiglio tanto più che il voto del congresso è stato - egli dice - sinceramente, chiaramente, esplicitamente favorevole ad una fiduciosa collaborazione col governo fascista. Al convegno Mussolini legge una dichiarazione con la quale restituisce ai ministri ed ai sottosegretari popolari la loro libertà di azione, e Cavazzoni mette a disposizione del Presidente del Consiglio i portafogli, aggiungendo che dentro e fuori del Governo il Partito Popolare nella sua grande maggioranza intende continuare l'atteggiamento di collaborazione assunto all'indomani della Marcia su Roma. Ma vi sono anche fra i popolari degli scontenti dell'atteggiamento equivoco del congresso, e già alla vigilia di esso uomini eminenti del partito si erano dichiarati favorevoli alla «formazione di un gruppo con tutto il programma di sincera intesa col nazional - fascismo qualora nel congresso dovesse prevalere  la tendenza di sinistra e trionfi l'equivoco che si maschera sotto la formula del centrismo». Gli on. Cornaggia, Nava, Padulli e Martire rivolgono ai cattolici un appello per la costituzione di un nuovo Partito cattolico nazionale che congiunga la fede all'amore della Patria e che sia agguerrito specialmente contro la demagogia ed il bolscevismo, e così dichiarano la loro professione di fede: «Convinti che oggi le nostre, direttive ci affiancano ai partiti nazionali che hanno dato al Paese un governo forte, sostegno e tutela delle più alte idealità italiane, noi aderiamo ad essi lealmente».
Don Sturzo reagisce con toni da dittatore, e si proclama collaboratore del governo e ne predica l'appoggio, ma dimette d'autorità l'on. Aroca ed espelle dal partito l'on. Tovini mentre l'on. Paolo Cappa è costretto a dimettersi per solidarietà da membro del Direttorio e da direttore dell'Avvenire d’Italia con questa dichiarazione: «Il Partito Popolare si rende conto dello sforzo ricostruttivo del governo di Mussolini; noi comprendiamo a quale tremendo travaglio andrebbe incontro la Nazione quando questo tentativo dovesse fallire o il fascismo esaurirsi comunque senza essersi inserito ordinatamente nella vita del Paese e aver tracciato la via alle possibilità delle sue fatali trasformazioni».
Anche Il Popolo vuole dimostrare come il congresso di Torino non abbia affatto avuto uno spirito antifascista ed esprime la certezza che il gruppo parlamentare del partito confermerà l'attitudine di solidarietà col governo. Dal canto suo l'Osservatore Romano assicura che il voto del congresso doveva essere inteso come una leale e franca cooperazione col potere costituito. Mussolini non è contento e don Sturzo si affanna nella ricerca di una formula conciliativa che non trova. Si riunisce l'assemblea del gruppo parlamentare con l’intervento di 91 deputati e si vota un ordine del giorno compilato dall'on. Gronchi nel quale è detto: «In seguito al colloquio del 17 aprile tra il Presidente del Consiglio e i membri popolari del governo, il gruppo parlamentare del P.P., assumendo la propria responsabilità nel valutare in modo inequivocabile il significato della collaborazione del gruppo popolare al governo fascista: « approva la politica del governo Mussolini e il riconoscimento dei valori etici e spirituali nella vita pubblica e per la lotta contro il socialismo di Stato e contro la dittatura del proletariato e per la formazione di una nuova coscienza nazionale;
«afferma che la collaborazione dei popolari al governo è attinta al pensiero e alla tradizione religiosa, sociale, patriottica cui il P.P. si inspira e anche al sentimento di piena fiducia nel Capo del governo che vuole essere collaborazione sincera e leale nel gruppo popolare, nel parlamento e nel partito;
«delibera infine di impegnare tutti i popolari del gruppo parlamentare ad inspirare la loro condotta alle direttive politiche segnate in questo ordine del giorno».
Il documento di eccezionale importanza e che dimostra l'inverosimile servilismo dei popolari davanti a Mussolini, è votato in senso favorevole da 80 deputati, dieci si sono astenuti ed uno solo si è dichiarato contrario. I popolari lasciano pertanto intravedere la eventualità di rinunciare persino alla lotta contro la proporzionale, base programmatica del partito. In un articolo dal titolo «L'olio di ricino a don Sturzo», l’Avanti! così commenta - «Dinanzi alla imposizione del duce gli invertebrati del Gruppo popolare si sono piegati sino a lambirgli i piedi. Non è forse questa una delle prove di devozione senza limiti così bene accetta al duce?».

L’on. Gronchi esponente con don Sturzo De Gasperi e Cingolani della tattica collaborazionista e della dedizione al Partito Fascista, sarà poi anche lui, come i suoi tre compari, accanito accusatore di Vittorio Emanuele III quale responsabile di aver creato il fascismo.
Mentre la crisi continua tutto l'ambiente del P.P. è in trepidazione. Il Corriere d’Italia richiamandosi alla «manifestazione di lealtà» del gruppo parlamentare, invoca l'on. Mussolini perché non si voglia privare della collaborazione dei popolari, mentre il ministro De Vecchi da Torino lancia loro terribili minacce: «Se occorre, ed occorrerà certamente, io credo, per instaurare l'ordine nuovo appieno... sapremo creare mezz'ora di stato d'assedio e un minuto di fuoco. Questo io penso che basterà. Hanno tutti paura. Basta comparire con lo zucchetto nero e la camicia nera perché ovunque si vedano schiene prostrate, delle ginocchia a terra, e delle mani in alto, in atto di resa».
Intanto Mussolini si irrigidisce e risponde a Cavazzoni accettando le dimissioni dei due ministri e dei quattro sottosegretari, e li mette alla porta in malo modo dopo averli umiliati. Tuttavia l'uscita dei popolari dal governo avviene quando le responsabilità della loro collaborazione sono già più che sufficienti perché possano essere identificati fra i protagonisti di quelle premesse legislative e tattiche che portarono più tardi il Paese alla catastrofe. Le affannose loro dichiarazioni di solidarietà e di viva insistenza alla collaborazione coincidono col discorso di De Vecchi loro collega al governo, con le parate e il linguaggio coreografico e le minacce e le persecuzioni degli avversari che si riassumono nella proibizione della festa del primo maggio, e con la dichiarazione che la rivoluzione fascista è soltanto al suo inizio. Il Gran Consiglio dispone che tutti gli appartenenti ai fasci di combattimento siano inscritti d'ufficio nella Milizia, in modo da fare un corpo armato a disposizione del partito, e malgrado questo il giorno dopo il Direttorio del gruppo parlamentare popolare emana un comunicato nel quale si dice essere tutti «concordi nel pensiero che sia mantenuto l'atteggiamento di sincera collaborazione». Le ripetute dichiarazioni di lealismo verso il governo dimostrano che se il partito non dipende dal Vaticano è per lo meno a questi gradito per la sua politica. Del resto il Partito Popolare venne autorizzato da Benedetto XV nel 1919, e per l'articolo 149 del nuovo codice del diritto canonico nessun ecclesiastico può accettare cariche pubbliche senza l'autorizzazione delle autorità superiori. Quindi la presenza di don Sturzo alla segreteria significa se non fossero sufficienti altri avvenimenti a dimostrarlo - che la politica di adesione e collaborazione al fascismo è gradita al Vaticano.


Infatti monsignor Pucci, intimo e devoto del Cardinale Gasparri, Segretario di Stato, in un articolo di critica agli atteggiamenti del P.P. pubblicato sul Corriere d’Italia, pur sostenendo il diritto dei sacerdoti di occuparsi di politica, ammonisce don Sturzo a non creare imbarazzi al governo. Polemizzando in seguito, monsignor Pucci nega bensì di avere scritto per ordine del Vaticano, ma ammette di aver rispecchiato il pensiero della Santa Sede: «E' puerile - egli scrive - voler trovare tali mie idee in contrasto con quelle della Santa Sede».