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| Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, il quadrumviro monarchico |
L'intransigenza di Mussolini, le
minacce di De Vecchi e il servilismo dei Popolari.
Solo Mussolini non tollera queste
riserve, e convoca ad udienza i ministri ed i sottosegretari aderenti al P.P.
mentre don Sturzo esprime ad alcuni giornalisti il suo stupore davanti
all'atteggiamento di Mussolini; non si rende conto della decisione del Presidente
del Consiglio tanto più che il voto del congresso è stato - egli dice -
sinceramente, chiaramente, esplicitamente favorevole ad una fiduciosa collaborazione
col governo fascista. Al convegno Mussolini legge una dichiarazione con la
quale restituisce ai ministri ed ai sottosegretari popolari la loro libertà di
azione, e Cavazzoni mette a disposizione del Presidente del Consiglio i portafogli,
aggiungendo che dentro e fuori del Governo il Partito Popolare nella sua grande
maggioranza intende continuare l'atteggiamento di collaborazione assunto
all'indomani della Marcia su Roma. Ma vi sono anche fra i popolari degli scontenti
dell'atteggiamento equivoco del congresso, e già alla vigilia di esso uomini
eminenti del partito si erano dichiarati favorevoli alla «formazione di un gruppo
con tutto il programma di sincera intesa col nazional - fascismo qualora nel
congresso dovesse prevalere la tendenza
di sinistra e trionfi l'equivoco che si maschera sotto la formula del centrismo».
Gli on. Cornaggia, Nava, Padulli e Martire rivolgono ai cattolici un appello
per la costituzione di un nuovo Partito cattolico nazionale che congiunga la
fede all'amore della Patria e che sia agguerrito specialmente contro la
demagogia ed il bolscevismo, e così dichiarano la loro professione di fede: «Convinti
che oggi le nostre, direttive ci affiancano ai partiti nazionali che hanno dato
al Paese un governo forte, sostegno e tutela delle più alte idealità italiane,
noi aderiamo ad essi lealmente».
Don Sturzo reagisce con toni da
dittatore, e si proclama collaboratore del governo e ne predica l'appoggio, ma
dimette d'autorità l'on. Aroca ed espelle dal partito l'on. Tovini mentre l'on.
Paolo Cappa è costretto a dimettersi per solidarietà da membro del Direttorio e
da direttore dell'Avvenire d’Italia con questa dichiarazione: «Il Partito
Popolare si rende conto dello sforzo ricostruttivo del governo di Mussolini;
noi comprendiamo a quale tremendo travaglio andrebbe incontro la Nazione quando
questo tentativo dovesse fallire o il fascismo esaurirsi comunque senza essersi
inserito ordinatamente nella vita del Paese e aver tracciato la via alle
possibilità delle sue fatali trasformazioni».
Anche Il Popolo vuole dimostrare
come il congresso di Torino non abbia affatto avuto uno spirito antifascista ed
esprime la certezza che il gruppo parlamentare del partito confermerà
l'attitudine di solidarietà col governo. Dal canto suo l'Osservatore Romano
assicura che il voto del congresso doveva essere inteso come una leale e franca
cooperazione col potere costituito. Mussolini non è contento e don Sturzo si
affanna nella ricerca di una formula conciliativa che non trova. Si riunisce
l'assemblea del gruppo parlamentare con l’intervento di 91 deputati e si vota un
ordine del giorno compilato dall'on. Gronchi nel quale è detto: «In seguito al
colloquio del 17 aprile tra il Presidente del Consiglio e i membri popolari del
governo, il gruppo parlamentare del P.P., assumendo la propria responsabilità
nel valutare in modo inequivocabile il significato della collaborazione del
gruppo popolare al governo fascista: « approva la politica del governo
Mussolini e il riconoscimento dei valori etici e spirituali nella vita pubblica
e per la lotta contro il socialismo di Stato e contro la dittatura del
proletariato e per la formazione di una nuova coscienza nazionale;
«afferma che la collaborazione dei
popolari al governo è attinta al pensiero e alla tradizione religiosa, sociale,
patriottica cui il P.P. si inspira e anche al sentimento di piena fiducia nel
Capo del governo che vuole essere collaborazione sincera e leale nel gruppo
popolare, nel parlamento e nel partito;
«delibera infine di impegnare tutti
i popolari del gruppo parlamentare ad inspirare la loro condotta alle direttive
politiche segnate in questo ordine del giorno».
Il documento di eccezionale
importanza e che dimostra l'inverosimile servilismo dei popolari davanti a
Mussolini, è votato in senso favorevole da 80 deputati, dieci si sono astenuti
ed uno solo si è dichiarato contrario. I popolari lasciano pertanto intravedere
la eventualità di rinunciare persino alla lotta contro la proporzionale, base
programmatica del partito. In un articolo dal titolo «L'olio di ricino a don
Sturzo», l’Avanti! così commenta - «Dinanzi alla imposizione del duce gli
invertebrati del Gruppo popolare si sono piegati sino a lambirgli i piedi. Non
è forse questa una delle prove di devozione senza limiti così bene accetta al
duce?».
L’on. Gronchi esponente con don
Sturzo De Gasperi e Cingolani della tattica collaborazionista e della dedizione
al Partito Fascista, sarà poi anche lui, come i suoi tre compari, accanito
accusatore di Vittorio Emanuele III quale responsabile di aver creato il fascismo.
Mentre la crisi continua tutto
l'ambiente del P.P. è in trepidazione. Il Corriere d’Italia richiamandosi alla
«manifestazione di lealtà» del gruppo parlamentare, invoca l'on. Mussolini perché
non si voglia privare della collaborazione dei popolari, mentre il ministro De
Vecchi da Torino lancia loro terribili minacce: «Se occorre, ed occorrerà
certamente, io credo, per instaurare l'ordine nuovo appieno... sapremo creare
mezz'ora di stato d'assedio e un minuto di fuoco. Questo io penso che basterà.
Hanno tutti paura. Basta comparire con lo zucchetto nero e la camicia nera perché
ovunque si vedano schiene prostrate, delle ginocchia a terra, e delle mani in
alto, in atto di resa».
Intanto Mussolini si irrigidisce e
risponde a Cavazzoni accettando le dimissioni dei due ministri e dei quattro
sottosegretari, e li mette alla porta in malo modo dopo averli umiliati.
Tuttavia l'uscita dei popolari dal governo avviene quando le responsabilità
della loro collaborazione sono già più che sufficienti perché possano essere identificati
fra i protagonisti di quelle premesse legislative e tattiche che portarono più
tardi il Paese alla catastrofe. Le affannose loro dichiarazioni di solidarietà
e di viva insistenza alla collaborazione coincidono col discorso di De Vecchi
loro collega al governo, con le parate e il linguaggio coreografico e le
minacce e le persecuzioni degli avversari che si riassumono nella proibizione
della festa del primo maggio, e con la dichiarazione che la rivoluzione
fascista è soltanto al suo inizio. Il Gran Consiglio dispone che tutti gli
appartenenti ai fasci di combattimento siano inscritti d'ufficio nella Milizia,
in modo da fare un corpo armato a disposizione del partito, e malgrado questo
il giorno dopo il Direttorio del gruppo parlamentare popolare emana un
comunicato nel quale si dice essere tutti «concordi nel pensiero che sia
mantenuto l'atteggiamento di sincera collaborazione». Le ripetute dichiarazioni
di lealismo verso il governo dimostrano che se il partito non dipende dal
Vaticano è per lo meno a questi gradito per la sua politica. Del resto il
Partito Popolare venne autorizzato da Benedetto XV nel 1919, e per l'articolo
149 del nuovo codice del diritto canonico nessun ecclesiastico può accettare
cariche pubbliche senza l'autorizzazione delle autorità superiori. Quindi la
presenza di don Sturzo alla segreteria significa se non fossero sufficienti
altri avvenimenti a dimostrarlo - che la politica di adesione e collaborazione
al fascismo è gradita al Vaticano.
Infatti monsignor Pucci, intimo e
devoto del Cardinale Gasparri, Segretario di Stato, in un articolo di critica
agli atteggiamenti del P.P. pubblicato sul Corriere d’Italia, pur sostenendo il
diritto dei sacerdoti di occuparsi di politica, ammonisce don Sturzo a non
creare imbarazzi al governo. Polemizzando in seguito, monsignor Pucci nega
bensì di avere scritto per ordine del Vaticano, ma ammette di aver rispecchiato
il pensiero della Santa Sede: «E' puerile - egli scrive - voler trovare tali
mie idee in contrasto con quelle della Santa Sede».

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