NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 26 febbraio 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XIV


Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon,
 il quadrumviro monarchico
L'intransigenza di Mussolini, le minacce di De Vecchi e il servilismo dei Popolari.

Solo Mussolini non tollera queste riserve, e convoca ad udienza i ministri ed i sottosegretari aderenti al P.P. mentre don Sturzo esprime ad alcuni giornalisti il suo stupore davanti all'atteggiamento di Mussolini; non si rende conto della decisione del Presidente del Consiglio tanto più che il voto del congresso è stato - egli dice - sinceramente, chiaramente, esplicitamente favorevole ad una fiduciosa collaborazione col governo fascista. Al convegno Mussolini legge una dichiarazione con la quale restituisce ai ministri ed ai sottosegretari popolari la loro libertà di azione, e Cavazzoni mette a disposizione del Presidente del Consiglio i portafogli, aggiungendo che dentro e fuori del Governo il Partito Popolare nella sua grande maggioranza intende continuare l'atteggiamento di collaborazione assunto all'indomani della Marcia su Roma. Ma vi sono anche fra i popolari degli scontenti dell'atteggiamento equivoco del congresso, e già alla vigilia di esso uomini eminenti del partito si erano dichiarati favorevoli alla «formazione di un gruppo con tutto il programma di sincera intesa col nazional - fascismo qualora nel congresso dovesse prevalere  la tendenza di sinistra e trionfi l'equivoco che si maschera sotto la formula del centrismo». Gli on. Cornaggia, Nava, Padulli e Martire rivolgono ai cattolici un appello per la costituzione di un nuovo Partito cattolico nazionale che congiunga la fede all'amore della Patria e che sia agguerrito specialmente contro la demagogia ed il bolscevismo, e così dichiarano la loro professione di fede: «Convinti che oggi le nostre, direttive ci affiancano ai partiti nazionali che hanno dato al Paese un governo forte, sostegno e tutela delle più alte idealità italiane, noi aderiamo ad essi lealmente».
Don Sturzo reagisce con toni da dittatore, e si proclama collaboratore del governo e ne predica l'appoggio, ma dimette d'autorità l'on. Aroca ed espelle dal partito l'on. Tovini mentre l'on. Paolo Cappa è costretto a dimettersi per solidarietà da membro del Direttorio e da direttore dell'Avvenire d’Italia con questa dichiarazione: «Il Partito Popolare si rende conto dello sforzo ricostruttivo del governo di Mussolini; noi comprendiamo a quale tremendo travaglio andrebbe incontro la Nazione quando questo tentativo dovesse fallire o il fascismo esaurirsi comunque senza essersi inserito ordinatamente nella vita del Paese e aver tracciato la via alle possibilità delle sue fatali trasformazioni».
Anche Il Popolo vuole dimostrare come il congresso di Torino non abbia affatto avuto uno spirito antifascista ed esprime la certezza che il gruppo parlamentare del partito confermerà l'attitudine di solidarietà col governo. Dal canto suo l'Osservatore Romano assicura che il voto del congresso doveva essere inteso come una leale e franca cooperazione col potere costituito. Mussolini non è contento e don Sturzo si affanna nella ricerca di una formula conciliativa che non trova. Si riunisce l'assemblea del gruppo parlamentare con l’intervento di 91 deputati e si vota un ordine del giorno compilato dall'on. Gronchi nel quale è detto: «In seguito al colloquio del 17 aprile tra il Presidente del Consiglio e i membri popolari del governo, il gruppo parlamentare del P.P., assumendo la propria responsabilità nel valutare in modo inequivocabile il significato della collaborazione del gruppo popolare al governo fascista: « approva la politica del governo Mussolini e il riconoscimento dei valori etici e spirituali nella vita pubblica e per la lotta contro il socialismo di Stato e contro la dittatura del proletariato e per la formazione di una nuova coscienza nazionale;
«afferma che la collaborazione dei popolari al governo è attinta al pensiero e alla tradizione religiosa, sociale, patriottica cui il P.P. si inspira e anche al sentimento di piena fiducia nel Capo del governo che vuole essere collaborazione sincera e leale nel gruppo popolare, nel parlamento e nel partito;
«delibera infine di impegnare tutti i popolari del gruppo parlamentare ad inspirare la loro condotta alle direttive politiche segnate in questo ordine del giorno».
Il documento di eccezionale importanza e che dimostra l'inverosimile servilismo dei popolari davanti a Mussolini, è votato in senso favorevole da 80 deputati, dieci si sono astenuti ed uno solo si è dichiarato contrario. I popolari lasciano pertanto intravedere la eventualità di rinunciare persino alla lotta contro la proporzionale, base programmatica del partito. In un articolo dal titolo «L'olio di ricino a don Sturzo», l’Avanti! così commenta - «Dinanzi alla imposizione del duce gli invertebrati del Gruppo popolare si sono piegati sino a lambirgli i piedi. Non è forse questa una delle prove di devozione senza limiti così bene accetta al duce?».

L’on. Gronchi esponente con don Sturzo De Gasperi e Cingolani della tattica collaborazionista e della dedizione al Partito Fascista, sarà poi anche lui, come i suoi tre compari, accanito accusatore di Vittorio Emanuele III quale responsabile di aver creato il fascismo.
Mentre la crisi continua tutto l'ambiente del P.P. è in trepidazione. Il Corriere d’Italia richiamandosi alla «manifestazione di lealtà» del gruppo parlamentare, invoca l'on. Mussolini perché non si voglia privare della collaborazione dei popolari, mentre il ministro De Vecchi da Torino lancia loro terribili minacce: «Se occorre, ed occorrerà certamente, io credo, per instaurare l'ordine nuovo appieno... sapremo creare mezz'ora di stato d'assedio e un minuto di fuoco. Questo io penso che basterà. Hanno tutti paura. Basta comparire con lo zucchetto nero e la camicia nera perché ovunque si vedano schiene prostrate, delle ginocchia a terra, e delle mani in alto, in atto di resa».
Intanto Mussolini si irrigidisce e risponde a Cavazzoni accettando le dimissioni dei due ministri e dei quattro sottosegretari, e li mette alla porta in malo modo dopo averli umiliati. Tuttavia l'uscita dei popolari dal governo avviene quando le responsabilità della loro collaborazione sono già più che sufficienti perché possano essere identificati fra i protagonisti di quelle premesse legislative e tattiche che portarono più tardi il Paese alla catastrofe. Le affannose loro dichiarazioni di solidarietà e di viva insistenza alla collaborazione coincidono col discorso di De Vecchi loro collega al governo, con le parate e il linguaggio coreografico e le minacce e le persecuzioni degli avversari che si riassumono nella proibizione della festa del primo maggio, e con la dichiarazione che la rivoluzione fascista è soltanto al suo inizio. Il Gran Consiglio dispone che tutti gli appartenenti ai fasci di combattimento siano inscritti d'ufficio nella Milizia, in modo da fare un corpo armato a disposizione del partito, e malgrado questo il giorno dopo il Direttorio del gruppo parlamentare popolare emana un comunicato nel quale si dice essere tutti «concordi nel pensiero che sia mantenuto l'atteggiamento di sincera collaborazione». Le ripetute dichiarazioni di lealismo verso il governo dimostrano che se il partito non dipende dal Vaticano è per lo meno a questi gradito per la sua politica. Del resto il Partito Popolare venne autorizzato da Benedetto XV nel 1919, e per l'articolo 149 del nuovo codice del diritto canonico nessun ecclesiastico può accettare cariche pubbliche senza l'autorizzazione delle autorità superiori. Quindi la presenza di don Sturzo alla segreteria significa se non fossero sufficienti altri avvenimenti a dimostrarlo - che la politica di adesione e collaborazione al fascismo è gradita al Vaticano.


Infatti monsignor Pucci, intimo e devoto del Cardinale Gasparri, Segretario di Stato, in un articolo di critica agli atteggiamenti del P.P. pubblicato sul Corriere d’Italia, pur sostenendo il diritto dei sacerdoti di occuparsi di politica, ammonisce don Sturzo a non creare imbarazzi al governo. Polemizzando in seguito, monsignor Pucci nega bensì di avere scritto per ordine del Vaticano, ma ammette di aver rispecchiato il pensiero della Santa Sede: «E' puerile - egli scrive - voler trovare tali mie idee in contrasto con quelle della Santa Sede».

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