NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 10 luglio 2022

Capitolo XII: La vita cambia ancora una volta.


di Emilio Del Bel Belluz

 

   Erano giorni che non vedevo Genoveffa, e temevo che stesse male. Pertanto decisi di andare a trovarla, e con mia grande sorpresa incontrai Silvana, la maestra di cui avevo sentito parlare tante volte. Si presentò sorridendomi, era una bella giovane e provai subito simpatia per lei. In casa non c’era Genoveffa, era andata a Motta dal medico, nulla di grave disse subito Silvana. Le raccontai chi ero, ma sapeva già tutto di me. Genoveffa le aveva detto che si occupava di un giovane al quale erano mancati i genitori, e sottolineò che mi voleva molto bene, quasi come una mamma. La maestra volle subito annunciarmi che da qualche giorno aveva iniziato ad insegnare nella scuola del paese, e il primo impatto era stato positivo. Gli studenti erano tanti, ma la sua passione di insegnare era inesauribile. Raccontò che veniva da un paese che costeggiava il fiume più grande d’Italia: il Po ed era nata sentendo il suo profumo. 

La sua famiglia era piuttosto povera, i suoi genitori lavoravano dei campi che avevano avuto in affitto, e quel poco che guadagnavano le aveva permesso di studiare. Il loro sacrificio era stato incommensurabile, e non avrebbe mai potuto in nessun modo dimenticarlo. La maestra volle offrirmi una limonata, come era d’uso nelle giornate calde ed afose. La nostra conversazione continuò finché non giunse a casa Genoveffa.  La donna si stupì nel trovarmi e disse che il medico l’aveva in qualche modo rasserenata, non trattandosi nulla di grave. Le chiesi che ero preoccupato per non averla più sentita. Genoveffa fece una grande risata, dicendo che troppe cose erano successe e che aveva dovuto far conoscere la maestra ai genitori degli scolari. Genoveffa l’aveva pure aiutata a riordinare dei libri della piccola biblioteca della scuola che da troppo tempo non venivano utilizzati e si presentavano pieni di polvere. La vecchia maestra aveva trascurato i libri e molti erano stati rovinati.  Alcuni dovettero essere buttai via. Entrambe avevano cercato di sistemare la scuola, facendo delle pulizie a fondo, essendo assente in quei giorni la bidella.  

Qualcuno, mentre la scuola era stata chiusa, aveva rubato alcuni oggetti indispensabili per l’insegnamento e Genoveffa era dovuta andare in paese a comperarli a sue spese. Silvana non aveva perso tempo e le lezioni erano iniziate con regolarità. Poi il parroco le aveva parlato di alcuni bambini che appartenevano a delle famiglie molto povere e che avevano delle difficoltà d’apprendimento. Costoro necessitavano d’essere seguiti con maggior attenzione. Allora Genoveffa decise di ospitarli alcuni giorni alla settimana a casa sua, per delle ripetizioni che Silvana li avrebbe dato. I bambini non avevano un posto dove andare dopo la scuola e la buona Genoveffa li invitava a mangiare da lei. Tutti quegli impegni le avevano impedito di venire a trovarmi. Allora dissi che la mia casa lungo il fiume mancava del suo tocco femminile. Raccontai che ero uscito negli ultimi giorni con la barca senza aver conseguito nessun risultato, e questo mi aveva fatto riflettere se la pesca fosse la mia strada.  Dissi che mi ero incontrato con Elena che era sempre molto felice nel vedermi. Sua madre aveva trovato un lavoro come cuoca in una famiglia del paese, ed era contenta di poter guadagnare qualcosa. 

La madre di Elena si era affezionata a me, e me lo dimostrava spesso con degli atti di cortesia. Aveva, inoltre, deciso di ristrutturare una piccola stalla dove avrebbero trovato riparo degli animali da cortile. Prima di congedarmi da Genoveffa, Silvana mi regalò un libro di quelli che aveva scartato.  Si trattava di un testo che poteva essermi utile perché narrava la storia di una famiglia di pescatori che viveva lungo il Po. Nell’andarmene Genoveffa mi disse che sarebbe tornata nei prossimi giorni a casa mia per darmi una mano. Salutai con affetto le due donne e mi dispiaceva andarmene perché   in quelle ore mi ero dimenticato di tutte le mie preoccupazioni e promisi che ci saremmo rivisti presto. Mi avviai verso casa entusiasta del libro regalatomi, era come un piccolo tesoro.   Non avevo nessuna voglia di dormire, allora mi misi a riparare la copertina rovinata incollando dei ritagli di cartone con la colla di pesce.  Ottenni un buon risultato, e poi gli misi una copertina di carta nera come rivestimento. Con una penna scrissi il titolo del libro: Il pescatore e il suo cuore. Dalla finestra aperta entrava una lieve brezza, m’avvicinai e potei ammirare la luna che si specchiava sul fiume. 

Pensavo ad Elena, sicuramente stava leggendo o lavorando a maglia per prepararmi un maglione che mi avrebbe donato per il mio compleanno. La sua voglia di fare era davvero sbalorditiva, non perdeva mai un momento, e si metteva in testa una cosa la realizzava e questo maglione nero lo voleva ultimare affinché mi proteggesse dal freddo quando uscivo con la barca. Presi in mano il libro sulla cui copertina era disegnata una grande barca da pesca, con un vecchio ed un ragazzo seduti vicino. 

La lettura fu molto piacevole ed interessante. Narrava la storia di una famiglia che viveva con i proventi della pesca. Il padre che era invecchiato con la rete tra le mani, aveva deciso che suo figlio sarebbe diventato pure lui un pescatore, motivando che non aveva molta voglia di studiare. Il ragazzo apprendeva velocemente l’arte della pesca.  Il padre aveva in serbo anche un’altra idea. C’erano vari pescatori che lavoravano duramente tutta la giornata, ma la vendita del loro pescato non era sufficiente per arrivare a fine mese. Una sera il padre del ragazzo che si chiamava Franco volle proporre a questi pescatori di unire le loro forze e di comperare una barca più grande per lavorare tutti insieme. Lo scopo era quello di lavorare nel fiume con più sicurezza, ma di potersi spingere fino al mare, restandovi anche per dei giorni.  

Quella sera all’osteria il vecchio era riuscito a convincerli a fare questo passo, quello che lui proponeva era la fondazione di una cooperativa di pescatori. La proposta fu ben accolta da tutti. Quando raccolsero il denaro sufficiente per l’acquisto della barca mandarono il vecchio a Caorle per acquistarla.  I pescatori avevano una grande fiducia in lui, e lo lasciarono partire con la massima tranquillità. L’uomo arrivò a Caorle di buon’ ora per incontrare il venditore della barca. Ma essendo arrivato in anticipo, entrò in un’osteria dove si mise a giocare a carte, e bevendo qualche bicchiere di troppo, perse tutto il denaro che aveva ricevuto per l’acquisto della barca. Aveva compiuto qualcosa di grave e non poteva più tornare in paese. La moglie e il figlio lo aspettarono invano, assieme ai pescatori, che pochi giorni dopo, vennero a conoscenza dell’accaduto.  I suoi familiari non avevano più il coraggio di farsi vedere in giro; il figlio si nascose per delle settimane in una boscaglia. Poi ritornò in paese per porgere le scuse per quello che il padre aveva fatto e cedere la sua barca come primo risarcimento. Successivamente avrebbe lavorato sodo per restituire il denaro perduto al gioco dal padre. I pescatori, anche se uomini rudi, compresero che la moglie e il figlio non avevano colpa.  

La moglie di un pescatore si occupò della moglie del vecchio temendo che si annegasse dal dolore. Volle andare a vivere con lei, cercando di allontanarla da quei terribili pensieri. La donna non riusciva a capacitarsi e qualche mese dopo morì di crepacuore, questo fu la diagnosi del medico che l’aveva curata gratuitamente. A nulla erano valse anche le frasi del curato per non farla sentire in colpa. Al funerale della donna c’era l’intera comunità, e il parroco ripeté con enfasi più volte di non provare nessun rancore per il male fatto dal marito; le colpe le aveva pagate e saldate la donna e il figlio. Il ragazzo era dunque rimasto solo, non aveva più nessuno su cui poter contare, solo la Divina Provvidenza era ancora dalla sua parte. 

 


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