Caduta
Presa
fra due forze demolitrici la
Monarchia ha dovuto soccombere ma esse, la Chiesa ed i partiti, non
vollero comprendere che abbattendola hanno eliminato la più grande forza
equilibratrice delle fazioni, delle competizioni di parte. Alla Monarchia,
superiore ai partiti, protettrice delle minoranze e dei deboli, hanno
sostituito la fazione. Essi hanno salvato, cioè credono di avere salvato se
stessi indicando al popolo credulo e volubile il responsabile delle loro colpe:
Vittorio Emanuele III. Ma la storia non si distrugge con le falsificazioni.
Quale bersaglio Sceglieranno domani i campioni della nuova Repubblica per scaricarsi
delle colpe, degli errori che stanno già commettendo in grande stile? Come si
difenderanno quando sarà arrivata Fora della resa dei conti? Dove troveranno un
altro capro espiatorio? Stia attento il popolo italiano. Non rimarrà ai nuovi
apostoli, che seguire le orme della Russia, dove gli insuccessi sono addossati
alla massa lavoratrice che, sotto le spoglie di sabotatori viene colpita e
massacrata senza pietà.
Noi
non neghiamo ai giornali, agli uomini politici, agli intellettuali, la libertà
di essere repubblicani e antifascisti ora; contestiamo a costoro nel modo più
assoluto il diritto di scagliarsi contro la Monarchia dopo avere
preparato quel clima di cui l'Italia e la stessa Monarchia sono state vittime.
Grande responsabilità hanno giornali, giornalisti e scrittori nella formazione
dell'opinione pubblica, e se il fascismo ebbe un consenso in Italia, la grande
stampa fiancheggiatrice (quella che adesso si chiama indipendente) è una delle
principali responsabili della critica situazione attuale. Chi ha provocato con
le sue intemperanze del 1919, 1920 e 1921 la reazione fascista; chi ha preso
parte ai cortei del ventennio; chi ha votato le leggi fasciste, dal Gran
Consiglio alla Riforma elettorale; chi ha accettato supinamente la dittatura
con o senza tessera, con o senza distintivo; chi ha trafficato col regime; chi
lo ha esaltato con scritti o con discorsi; nessuno cioè la quasi totalità degli
italiani ha il diritto di accusare il Re, come non ha il diritto di accusare
Mussolini. Costoro sono i veri responsabili della catastrofe. Perchè non sarà
mai rammentato abbastanza che quanto si imputa ora al Sovrano come tanti
errori, sono proprio quegli atti che più clamorosamente furono approvati dalle
folle oceaniche. Tutto ciò che il popolo approva, tutto quanto il popolo
applaude, questo non è più un errore. La volontà popolare, dice la dottrina
democratica, è sacra. Ed il Re non ha fatto altro che sanzionare la volontà del
popolo conclamante ed osannante. Eppure si incontrano persino vecchi
squadristi, reduci dalla marcia su Roma, che accusano il Re di avere permesso a
Mussolini di assumere il potere!!!
In
un colloquio con lo scrittore Nino Bolla nel gennaio 1944 a Brindisi, Vittorio
Emanuele dice testualmente: «Se la maggioranza non seguisse troppo gli impulsi
estemporanei, che portano facilmente, sia al delitto passionale che politico,
potrei rispondere, convinto di essere compreso da tutti gli italiani, che io ho
ubbidito, sia nel 1922 che nel 1943, unicamente e sempre alla volontà del
Paese. Con ciò non intendo dare alcuna responsabilità al popolo, perchè i
popoli, dovendo subire gli eventi, non sotto mai responsabili degli eventi
stessi. Responsabili sono i capi, e non perchè tali ma per come si sono
comportati appunto nelle decisioni estreme. Se i capi antifascisti nel 1922,
incapaci di opporsi a Mussolini abbandonarono la lotta, la responsabilità
spetta a loro e non al popolo che assistette alla competizione politica, né
alla Monarchia che non parteggiò, come non doveva parteggiare, per nessuno dei
contendenti. La
Costituzione rappresenta la suprema espressione della volontà
del popolo. Ed io mi sono attenuto sempre, inflessibilmente, sempre dico, alla
Costituzione: anche il giorno in cui non accettai più Mussolini come Capo del
Governo».
Generoso
come sempre il Re assolve il popolo addossando ogni responsabilità ai capi. Noi
intendiamo però rilevare che le masse seguendo ciecamente questi capi, in
queste come in altre occasioni, si sono fatte partecipi degli avvenimenti e
quindi delle responsabilità che ne derivarono. Vittorio Emanuele così
riprendeva il colloquio : « Nel 1940, alla dichiarazione di guerra, né Senato, né
Camera, né Gran Consiglio, sollevarono la benché minima eccezione affinché
l'opera del Governo fosse discussa». Del resto è oramai acquisito alla storia
il fatto che, sia per quanto riguarda il « patto d'acciaio » che per la brusca
entrata in guerra, Mussolini fece trovare il Re di fronte al fatto compiuto,
mettendolo - è il Re stesso che lo afferma - nella «impossibilità di agire con qualche
probabilità di riuscita e senza un urto irreparabile e di incalcolabili
conseguenze per la vita interna del Paese...».
Il
popolo italiano - bisogna avere il coraggio di rammentarglielo ha voluto il
fascismo, ha voluto Mussolini. Il popolo italiano ha voluto la guerra, sia pure
perché illuso, dalla sconfitta francese e dalla insufficienza inglese. Cambiò
atteggiamento quando le cose andarono male. Sono gli stessi attuali accusatori
del Re che quando erano fascisti scrivevano che la guerra era «voluta dal
popolo». Sono questi stessi accusatori del Re - i repubblicani storici in testa
che nel 1915 minacciavano la rivoluzione se la Monarchia non dichiarava
la guerra all'Austria, guerra «voluta dal popolo» ma che essi reclamavano
soprattutto nell'interesse della Francia della quale erano in Italia la pedina
di manovra negli intrighi anti-italiani dell'ambasciatore Camillo Barrère, ex
comunista della Comune di Parigi diventato reazionario e clericale. Non il Re
dunque deve essere chiamato responsabile dal momento che ha sempre seguita la
volontà popolare, sia attraverso le manifestazioni di piazza che quelle del
Parlamento. Egli fu per questo un Re scrupolosamente ligio alle regole, alle
esigenze della vera democrazia, dato che sia concepibile governare i popoli con
questa idilliaca, astratta concezione. Diceva Jean Jacques Rousseaux che ne fu
il padre spirituale, che la democrazia «è governo degli Dei; un governo così
perfetto non si addice agli uomini».
L'unico
che tendeva alla ricerca di questa perfezione attraverso l'equilibrio dei suoi
atteggiamenti, fu Vittorio Emanuele III. Egli è stato soprattutto un saggio.
Uomo di talento, fu indubbiamente un Re di vera grandezza, superiore di gran
lunga ai Suoi avversari. A Sforza che si era manifestato il suo più acerrimo
nemico, offre di assumere la direzione del Governo. Lasciando il potere al
figlio Umberto, prima di partire per l'esilio, così lo ammoniva: «Se per il
bene dell'Italia lo ritieni utile, serviti pure dei miei nemici». Quando mai i
suoi denigratori, sarebbero capaci di tanta cristiana elevatezza d'animo? Egli
è caduto senza serbare rancore per nessuno. sempre sereno, sempre superiore
alle beghe dei piccoli politicanti.
Salito
sul trono dopo l'assassinio del Padre, impedì che le forze della reazione
prevalessero, richiamando invece, con un nobile messaggio, gli italiani alla
realtà ed alla moderazione e rendendosi conto delle esigenze che richiede uno
Stato moderno, incoraggiò il suo governo a realizzare quelle riforme sociali
che i tempi imponevano e le masse richiedevano. Così le conquiste operaie agli
albori del secolo XX sotto il suo Regno sono quanto di più ardito si potesse immaginare
e superano quelle contemplate dallo stesso Carlo Marx nel Manifesto dei comunisti.
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