NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 29 dicembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - V

La repubblica è stato uno squarcio all'edificio della Chiesa e del sentimento nazionale. I democratici per snobismo, per spirito demagogico o per tornaconto personale, ammetteranno ora che il nuovo ordinamento instaurato con spirito fazioso e con mezzi fraudolenti ha fatto fare alla democrazia molti passi indietro. Essi vorranno ammettere che liberalismo e democrazia sono stati superati dal settarismo dei partiti sottratti oramai alla sorveglianza di un Istituto superiore che li tratteneva nelle loro ambizioni sfrenate.

Caduta la Monarchia, è venuto meno quel provvidenziale solco divisorio fra la Chiesa e lo Stato, «le due parallele, che non devono incontrarsi mai». Lo splendore spirituale e l'influenza internazionale del cattolicesimo coincidono con la sua separazione dalla responsabilità del potere temporale, trasferita alla Monarchia, cattolica ma laica. Dalla investitura fatta alla Democrazia Cristiana, per arrivare al Papa Re il passo è breve, e sarebbe pericolo grave per la Chiesa, pericolo divinato nella rampogna dantesca: «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre». Occupata e preoccupata dalle cure politiche, amministrative e sociali, la Chiesa viene distratta dalla sua funzione educatrice ed ispiratrice di perfezione umana necessaria per aspirare al Regno dei Cieli. Le lotte sociali, le aspirazioni della vita terrena sono in contrasto con la carità cristiana e con la vita ultramondana.

Presa fra due forze demolitrici la Monarchia ha dovuto soccombere ma esse, la Chiesa ed i partiti, non vollero comprendere che abbattendola hanno eliminato la più grande forza equilibratrice delle fazioni, delle competizioni di parte. Alla Monarchia, superiore ai partiti, protettrice delle minoranze e dei deboli, hanno sostituito la fazione. Essi hanno salvato, cioè credono di avere salvato se stessi indicando al popolo credulo e volubile il responsabile delle loro colpe: Vittorio Emanuele III. Ma la storia non si distrugge con le falsificazioni. Quale bersaglio Sceglieranno domani i campioni della nuova Repubblica per scaricarsi delle colpe, degli errori che stanno già commettendo in grande stile? Come si difenderanno quando sarà arrivata Fora della resa dei conti? Dove troveranno un altro capro espiatorio? Stia attento il popolo italiano. Non rimarrà ai nuovi apostoli, che seguire le orme della Russia, dove gli insuccessi sono addossati alla massa lavoratrice che, sotto le spoglie di sabotatori viene colpita e massacrata senza pietà.

Noi non neghiamo ai giornali, agli uomini politici, agli intellettuali, la libertà di essere repubblicani e antifascisti ora; contestiamo a costoro nel modo più assoluto il diritto di scagliarsi contro la Monarchia dopo avere preparato quel clima di cui l'Italia e la stessa Monarchia sono state vittime. Grande responsabilità hanno giornali, giornalisti e scrittori nella formazione dell'opinione pubblica, e se il fascismo ebbe un consenso in Italia, la grande stampa fiancheggiatrice (quella che adesso si chiama indipendente) è una delle principali responsabili della critica situazione attuale. Chi ha provocato con le sue intemperanze del 1919, 1920 e 1921 la reazione fascista; chi ha preso parte ai cortei del ventennio; chi ha votato le leggi fasciste, dal Gran Consiglio alla Riforma elettorale; chi ha accettato supinamente la dittatura con o senza tessera, con o senza distintivo; chi ha trafficato col regime; chi lo ha esaltato con scritti o con discorsi; nessuno cioè la quasi totalità degli italiani ha il diritto di accusare il Re, come non ha il diritto di accusare Mussolini. Costoro sono i veri responsabili della catastrofe. Perchè non sarà mai rammentato abbastanza che quanto si imputa ora al Sovrano come tanti errori, sono proprio quegli atti che più clamorosamente furono approvati dalle folle oceaniche. Tutto ciò che il popolo approva, tutto quanto il popolo applaude, questo non è più un errore. La volontà popolare, dice la dottrina democratica, è sacra. Ed il Re non ha fatto altro che sanzionare la volontà del popolo conclamante ed osannante. Eppure si incontrano persino vecchi squadristi, reduci dalla marcia su Roma, che accusano il Re di avere permesso a Mussolini di assumere il potere!!!

In un colloquio con lo scrittore Nino Bolla nel gennaio 1944 a Brindisi, Vittorio Emanuele dice testualmente: «Se la maggioranza non seguisse troppo gli impulsi estemporanei, che portano facilmente, sia al delitto passionale che politico, potrei rispondere, convinto di essere compreso da tutti gli italiani, che io ho ubbidito, sia nel 1922 che nel 1943, unicamente e sempre alla volontà del Paese. Con ciò non intendo dare alcuna responsabilità al popolo, perchè i popoli, dovendo subire gli eventi, non sotto mai responsabili degli eventi stessi. Responsabili sono i capi, e non perchè tali ma per come si sono comportati appunto nelle decisioni estreme. Se i capi antifascisti nel 1922, incapaci di opporsi a Mussolini abbandonarono la lotta, la responsabilità spetta a loro e non al popolo che assistette alla competizione politica, né alla Monarchia che non parteggiò, come non doveva parteggiare, per nessuno dei contendenti. La Costituzione rappresenta la suprema espressione della volontà del popolo. Ed io mi sono attenuto sempre, inflessibilmente, sempre dico, alla Costituzione: anche il giorno in cui non accettai più Mussolini come Capo del Governo».

Generoso come sempre il Re assolve il popolo addossando ogni responsabilità ai capi. Noi intendiamo però rilevare che le masse seguendo ciecamente questi capi, in queste come in altre occasioni, si sono fatte partecipi degli avvenimenti e quindi delle responsabilità che ne derivarono. Vittorio Emanuele così riprendeva il colloquio : « Nel 1940, alla dichiarazione di guerra, né Senato, né Camera, né Gran Consiglio, sollevarono la benché minima eccezione affinché l'opera del Governo fosse discussa». Del resto è oramai acquisito alla storia il fatto che, sia per quanto riguarda il « patto d'acciaio » che per la brusca entrata in guerra, Mussolini fece trovare il Re di fronte al fatto compiuto, mettendolo - è il Re stesso che lo afferma - nella «impossibilità di agire con qualche probabilità di riuscita e senza un urto irreparabile e di incalcolabili conseguenze per la vita interna del Paese...».

Il popolo italiano - bisogna avere il coraggio di rammentarglielo ha voluto il fascismo, ha voluto Mussolini. Il popolo italiano ha voluto la guerra, sia pure perché illuso, dalla sconfitta francese e dalla insufficienza inglese. Cambiò atteggiamento quando le cose andarono male. Sono gli stessi attuali accusatori del Re che quando erano fascisti scrivevano che la guerra era «voluta dal popolo». Sono questi stessi accusatori del Re - i repubblicani storici in testa che nel 1915 minacciavano la rivoluzione se la Monarchia non dichiarava la guerra all'Austria, guerra «voluta dal popolo» ma che essi reclamavano soprattutto nell'interesse della Francia della quale erano in Italia la pedina di manovra negli intrighi anti-italiani dell'ambasciatore Camillo Barrère, ex comunista della Comune di Parigi diventato reazionario e clericale. Non il Re dunque deve essere chiamato responsabile dal momento che ha sempre seguita la volontà popolare, sia attraverso le manifestazioni di piazza che quelle del Parlamento. Egli fu per questo un Re scrupolosamente ligio alle regole, alle esigenze della vera democrazia, dato che sia concepibile governare i popoli con questa idilliaca, astratta concezione. Diceva Jean Jacques Rousseaux che ne fu il padre spirituale, che la democrazia «è governo degli Dei; un governo così perfetto non si addice agli uomini».

L'unico che tendeva alla ricerca di questa perfezione attraverso l'equilibrio dei suoi atteggiamenti, fu Vittorio Emanuele III. Egli è stato soprattutto un saggio. Uomo di talento, fu indubbiamente un Re di vera grandezza, superiore di gran lunga ai Suoi avversari. A Sforza che si era manifestato il suo più acerrimo nemico, offre di assumere la direzione del Governo. Lasciando il potere al figlio Umberto, prima di partire per l'esilio, così lo ammoniva: «Se per il bene dell'Italia lo ritieni utile, serviti pure dei miei nemici». Quando mai i suoi denigratori, sarebbero capaci di tanta cristiana elevatezza d'animo? Egli è caduto senza serbare rancore per nessuno. sempre sereno, sempre superiore alle beghe dei piccoli politicanti.


Salito sul trono dopo l'assassinio del Padre, impedì che le forze della reazione prevalessero, richiamando invece, con un nobile messaggio, gli italiani alla realtà ed alla moderazione e rendendosi conto delle esigenze che richiede uno Stato moderno, incoraggiò il suo governo a realizzare quelle riforme sociali che i tempi imponevano e le masse richiedevano. Così le conquiste operaie agli albori del secolo XX sotto il suo Regno sono quanto di più ardito si potesse immaginare e superano quelle contemplate dallo stesso Carlo Marx nel Manifesto dei comunisti.

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