NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 19 dicembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - IV

Vittorio Emanuele III Re costituzionale capro espiatorio degli errori e delle colpe dei suoi accusatori

La tragedia dell'Italia non è quella di essere stata sconfitta. Non c'è nazione che non registri nella sua storia sconfitte anche più clamorose. La caduta di Napoleone non ha eguali, pur tuttavia la Francia è orgogliosa sia delle sue vittorie che delle sue sconfitte. I romani andavano incontro ai superstiti, a confortare i generali sconfitti. La tragedia dell'Italia è quella di essere stata umiliata. Umiliata dagli stranieri per intercessione ed ispirazione dei Comitati di Liberazione che miravano soltanto a colpire la Monarchia. L'antifascismo non cessò dall'applaudire ad ogni mortificazione del nostro sentimento nazionale. E così esultarono quando due ufficiali inglesi scamiciati in atteggiamento provocatorio fecero sloggiare i Sovrani da una villa di Ravello per prenderne possesso, ma l’oltraggio non fu diretto soltanto alle loro persone: era diretto all'Italia intera, umiliata e derisa dallo straniero. Da quello straniero dimentico che nel dicembre 1924, quando gli attacchi dell'Aventino al fascismo erano al punto culminante, inviava a Roma il Presidente Chamberlain a rendere omaggio a Mussolini: «Egli è un uomo meraviglioso e un lavoratore formidabile. Non posso addentrarmi nella politica interna di paesi stranieri, ma devo dire che il signor Mussolini lavora per la grandezza della sua Patria e regge sulle spalle un peso enorme», mentre la sua augusta consorte girava per le città italiane ostentando il distintivo fascista, orgogliosa che questo le fosse stato appuntato al petto dallo stesso Duce. E così Lord Rothermere, dopo una visita a Mussolini scriveva: «Egli è la più grande figura della nostra epoca. Mussolini dominerà, probabilmente la storia del secolo ventesimo come Napoleone dominò quella del primo Ottocento».

Dopo l'attentato di Zaniboni, l'organo conservatore Daily Mail scriveva: «Mussolini ha salvato l'Italia e forse anche l'Europa dal pericolo dell'anarchia e la sua vita è di un valore altissimo per la civiltà».

Lo stesso Churchill ora nemico dell'Italia, nel 1927 ministro delle finanze del Gabinetto Baldwin, così parlava a Roma ai rappresentanti della stampa italiana ed estera: «Non posso fare a meno di sentirmi affascinato, come lo furono altri, dal contegno semplice, cortese, distinto e equilibrato del signor Mussolini, non ostante tante responsabilità e pericoli. In secondo luogo, qualsiasi può vedere che Egli pensò solamente al benessere duraturo del popolo italiano e che lo interpretò veramente. Se io fossi italiano sono sicuro che sarei stato con voi con tutto il mio cuore, dal principio alla fine della vostra lotta trionfale contro gli appetiti bestiali e le passioni del leninismo». E dava mano libera alla Commissione ministeriale inglese che nel giugno 1935 concludeva uno studio affermando - quasi volesse porgere a Mussolini un invito all'azione - che una conquista dell'Etiopia da parte, dell'Italia non avrebbe offeso vitali interessi britannici.

Il sentimento italiano non seppe reagire. Come non reagì quando due generali e fra questi il famigerato Mac Farlane intendevano democraticamente costringere il Re, con fare altezzoso, a firmare d'urgenza il decreto di Luogotenenza; ma aveva ben reagito Vittorio Emanuele mettendo i due inglesi alla porta: «Loro mi hanno già seccato abbastanza». Ai sovrani d'Italia non vennero inflitte che continue umiliazioni. Anche il governo di Londra doveva crearsi una verginità per l'appoggio dato durante quasi vent'anni a Mussolini. Allora interessava all'Inghilterra un'Italia unita e forte per opporla nel Mediterraneo all'invadenza francese, ora serve un'Italia umiliata, divisa e debole per derubarla di Trieste e delle Colonie, ed i Comitati dell'antifascismo si sono schierati contro l'Italia ponendosi al servizio dello straniero. Non per nulla hanno preteso ogni sorta di garanzie, prima fra tutte l'art. 16 del Trattato di pace che protegge rinnegati e traditori dal rigore di una infamante condanna per alto tradimento.

L'atteggiamento sia degli Alleati che dei Comitati antifascisti è stato determinato: per i primi dal sentimento di rapina ai nostri danni e dai secondi dalla necessità di sfuggire alle proprie responsabilità. Bisognava trovare un colpevole, un capro espiatorio sul quale rovesciare colpe ed errori da essi commessi. Una volta, fino ai primi lustri del secolo, le democrazie facevano bersaglio di ogni loro più volgare contumelia il Vaticano. La minima contrarietà alle loro aspirazioni era attribuita all'influsso della Chiesa. Il Vaticano, la Chiesa, il prete, erano la colpa di tutti i mali che affliggevano l'Italia. Erano le forze occulte che tremavano ai danni del popolo al quale si propinavano i racconti terrificanti dell'Inquisizione di Spagna. Il Vaticano era la piovra adescatrice, il simbolo del male, dell'oscurantismo, dell'immoralità, della perfidia, del malcostume, dell'affarismo, dei peggiori vizi, ed il prete era, senza discriminazione alcuna, descritto come un corruttore dell'infanzia e della gioventù. Chi non ricorda le sensazionali, oscene caricature di Ratalanga sull'Asino e quelle di Scalarini sull'Avanti! e le ributtanti volgarità dei periodici repubblicani in Romagna quando si impediva ai preti di votare? Ed il processo contro don Riva a Torino nel 1908 tentativo per seppellire nel disonore non soltanto un prete ma tutta la classe sacerdotale? Sono ancora vivi i ricordi delle imponenti dimostrazioni anticlericali organizzate dal Partito Repubblicano contro il Vaticano nelle giornate commemorative di Giordano Bruno e la caccia ai preti per le vie cittadine. Per le democrazie estremiste il Vaticano era l'alibi delle loro incapacità: bisognava abbattere la Chiesa, ostacolo alla elargizione della felicità terrena.


Poi venne la guerra 1915-18, venne la Vittoria. E poiché questa avvolgeva della sua gloria luminosa la Monarchia, questa fu il nuovo bersaglio che l'estremismo si accinse a colpire per giustificare la sua inettitudine creativa. I partiti compromessi nella nascita e nello sviluppo del fascismo, volgendo questo alla disfatta indicavano nella Monarchia e per essa la persona di Vittorio Emanuele III il capro espiatorio dei loro errori e delle loro colpe. In questa nuova impresa si trovò associata la Chiesa attraverso la Democrazia Cristiana la quale dava man forte all'estremismo rosso cercando soprattutto di superarlo. L'organo ufficiale del Vaticano, l'Osservatore romano, che per mezzo secolo aveva denigrato e sovente anche in senso spregiativo e con tono autoritario il liberalismo monarchico, accusandolo di avere lasciato passare indisturbata quella merce incendiaria che è il socialismo, improvvisamente dopo avere elevato agli altari il fascismo si affiancava al comunismo nell'intento di minare lo Stato, vedendo in entrambi questi movimenti una mortificazione dell'autorità del Principato Civile. Invece di seguire la storia la Chiesa, al fine di riprendere una posizione direttiva volle fare della storia, che è compito esclusivo delle istituzioni politiche. Questo nuovo atteggiamento portò Benedetto XV alla costituzione del Partito Popolare che assunse subito un carattere pagano anticristiano e Pio XI dopo avere glorificato il fascismo dovette subire malgrado il Concordato, le mortificazioni della dittatura mentre Pio XII non poté impedire la solidarietà della Democrazia Cristiana col comunismo, consacrata, cementata nello scatenamento dei massacri che sboccarono nell'avvento della Repubblica. Al governo l'investitura vaticana si è trovata confusa con l'ateismo massonico di La Malfa e di Pacciardi. Alleato questi dei «senza Dio» in Spagna dove la brigata internazionale cui apparteneva fece scempio di preti e monache, di altari ed ostie consacrate.

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