NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 23 settembre 2015

La Monarchia e il fascismo - XII capitolo - II

Tutta la responsabilità agli avventurieri dell'antifascismo annidati nei Comitati di Liberazione Nazionale
Fossa comune nella quale furono ritrovati i corpi delle
 vittime della strage di Argelato, tra cui i fratelli Govoni.
dal blog http://fratelligovoni.blogspot.it/

La responsabilità più grave dei C. di L. è stata quella di non biasimare, dì non respingere, di non intervenire per impedire le atrocità compiute da bande armate o da singoli assassini che sotto il manto dell'ideale politico commisero i più efferati delitti. La più recente storiografia, accusa i Comitati di aver emanato con gli ordini dell'insurrezione, anche l'eccitamento al massacro.

A fare, la cronaca di tanti delitti, occorrerebbero volumi.
A Vercelli avviene il massacro, dopo la resa, di 65 militi fascisti che l’atto d'accusa imputa all'on Moranino capo spirituale dei repubblicani della provincia e del quale a Biella si era fatto, col Moscatelli, una specie di eroe leggendario, di cavaliere senza macchia e senza paura. A Concordia (Modena) vengono rapinati e, soppressi 43 viaggiatori di una corriera. La sera del 15 giugno 1945 dieci giovani penetrano nelle carceri di Carpi ed uccidono 13 detenuti ancora in attesa di accertamento. Così nelle carceri di Comacchio dove una dozzina di detenuti vengono prelevati, portati al cimitero e massacrati. In Lombardia ed in Emilia di assassini compiuti da bande che si proclamavano partigiani non si contano più: di particolare efferatezza quelli del «triangolo della morte» in quel di Modena. Ultimamente sono state disseppellite, in San Pietro in Casale (Bologna) 17 salme di fucilati. Fra questi vi sono quelle dei sette fratelli Govoni. Dicono i giornali che per le esequie dei 7 disgraziati vi fu chi disapprovò l'intervento della popolazione al rito espiatorio di così nefando delitto! Più raccapricciante di tutti è il massacro alle carceri di Schio: 55 detenuti uccisi e 18 in fin di vita. Il Comando Regionale dei Volontari della Libertà si dichiara solidale con gli assassini ed il Comitato di L. di Milano ne chiede la grazia quando vengono condannati a morte.
Parri, ripreso dal Comando Alleato per tanta efferatezza, afferma che quel giorno si vergognò di essere italiano. Eppure quanta parte ebbero la propaganda di odio e gli atteggiamenti di faziosità e di intolleranza politica, di lui e dei suoi amici! Dice Luigi Cavicchioli che ha compiuto, per conto del Tempo di Roma i una in chiesta in Emilia, che «nel 1945 e fino al primi  mesi del 1946 trovare al mattino in un fosso un cadavere crivellato di colpi era una cosa normale». Tutta l'Emilia è percorsa da stragi e massacri, episodi disgustosi e delitti tremendi la cronaca di allora. Nei processi i difensori dei criminali sostenuti dal Comitato di solidarietà democratica di Modena affermano essere queste azioni fatti di guerra. Ma il Pubblico Ministero si domanda: «E' azione di guerra uccidere donne e bambini inermi?» Quando infierivano questi delitti nessun Comitato protestò in modo energico. Il processo a Lucca per l'eccidio di Porzus ne è la prova. Quando i garibaldini incominciarono ad insidiare i partigiani del De Gregorio operante per l’italianítà della Venezia Giulia, questi fece appello al Comando del Comitato di Liberazione, ma la sua invocazione al soccorso rimase, senza risposta.
I Comitati di L. preferirono sacrificare ogni idealità nazionale abbandonando alle formazioni slavofile territori italiani e lasciando massacrare fior di patrioti, onde raggiungere i loro fini politici e di partito (1) in un ambiente sconvolto e rattristato dai loro cosiddetti Tribunali di Popolo che sfogarono tante crudeltà.

Le sentenze erano tutte ispirate da rancori personali e da contrasti politici: gente fuori legge che giudicava, condannava ed uccideva. Il clero di Milano invocava bensì una giustizia formale in sostituzione di quella giacobina di questi tribunali improvvisati, ma poi accolse la istituzione delle Corti Straordinarie d'Assisi, anche queste, tribunali di parte che giudicavano sotto la pressione ed i clamori delle folle, denegando alla difesa ogni legittima attività. Scatenata la campagna con la quale si doveva identificare il fascismo con la Monarchia, gli errori e le colpe attribuite al Sovrano, tutto l'antifascismo vero o falso, tradizionale od occasionale - quasi tutto occasionale - si accanì negli insulti e nelle accuse credendo di uscirne riabilitato. E fu la più tremenda delle illusioni che guidò tutta la tattica dei C. di L. Coinvolgere la Monarchia in responsabilità non sue per salvare se stessi, ecco la piattaforma sulla quale giostrarono in tre anni di propaganda gli antifascisti. Mai una parola di pace, mai una parola di concordia, mai un appello alla solidarietà nazionale. E fra i più accaniti contro Mussolini e contro il Sovrano sono appunto i più compromessi nell'avvento o nello sviluppo del regime.

Questa condotta dei C. di L. pone i partiti che vi aderirono allo stesso livello di responsabilità. Tutti sono responsabili in eguale misura degli orrendi delitti compiuti, anche se il movente politico fu soltanto una maschera assunta dai delinquenti per sfuggire ai rigori della legge. Quando i delitti contribuirono a creare quella specie di timor panico che non permetteva obbiezioni politiche per paura di rappresaglie qualora si fosse osato parlare di Monarchia, essi tacquero. Tacquero ed approfittarono di questo diffuso stato d'animo per creare il clima repubblicano. E così i nuovi ordinamenti sono nati sotto il terrore. Perché non solo non si sono sconfessati questi delitti, ma l'estremismo sinistro, l'antifascismo repubblicano, li ha difesi come azioni di guerra, così come si è adoperato per l'assoluzione degli autori della strage di S. Damaso della famiglia Pernigotti facendola passare per azione di guerra e senza che vi sia stata la minima protesta dei Comitati. Sarà la nostra critica che porterà alla separazione di quanto vi fù di nobile nel partigianesimo, dalla delinquenza comune tollerata dai C. di L. a scopo Politico e per gloriole personali.



(1) Vi fu in quel periodo a Trieste un generale italiano, Giovanni Esposito che difese l'italianità di quei territori contro slavi e partigiani comunisti filoslavi. Per questa sua condotta il ministro della Difesa Randolfo Pacciardi gli ha tolto, in questi giorni, tutte le medaglie al valore, compresa la medaglia d'oro ch’egli si era guadagnata 38 anni fa nella guerra di Libia.

Nessun commento:

Posta un commento