Tutta
la responsabilità agli avventurieri dell'antifascismo annidati nei Comitati di
Liberazione Nazionale
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| Fossa comune nella quale furono ritrovati i corpi delle vittime della strage di Argelato, tra cui i fratelli Govoni. dal blog http://fratelligovoni.blogspot.it/ |
La
responsabilità più grave dei C. di L. è stata quella di non biasimare, dì non
respingere, di non intervenire per impedire le atrocità compiute da bande
armate o da singoli assassini che sotto il manto dell'ideale politico commisero
i più efferati delitti. La più recente storiografia, accusa i Comitati di aver
emanato con gli ordini dell'insurrezione, anche l'eccitamento al massacro.
A
fare, la cronaca di tanti delitti, occorrerebbero volumi.
A Vercelli
avviene il massacro, dopo la resa, di 65 militi fascisti che l’atto d'accusa
imputa all'on Moranino capo spirituale dei repubblicani della provincia e del quale a Biella si era fatto, col
Moscatelli, una specie di eroe leggendario, di cavaliere senza macchia e senza
paura. A Concordia (Modena) vengono rapinati e, soppressi 43 viaggiatori di una
corriera. La sera del 15 giugno 1945 dieci giovani penetrano nelle carceri di
Carpi ed uccidono 13 detenuti ancora in attesa di accertamento. Così nelle
carceri di Comacchio dove una dozzina di detenuti vengono prelevati, portati al
cimitero e massacrati. In Lombardia ed in Emilia di assassini compiuti da bande
che si proclamavano partigiani non si contano più: di particolare efferatezza
quelli del «triangolo della morte» in quel di Modena. Ultimamente sono state
disseppellite, in San Pietro in Casale (Bologna) 17 salme di fucilati. Fra
questi vi sono quelle dei sette fratelli Govoni. Dicono i giornali che per le
esequie dei 7 disgraziati vi fu chi disapprovò l'intervento della popolazione
al rito espiatorio di così nefando delitto! Più raccapricciante di tutti è il
massacro alle carceri di Schio: 55 detenuti uccisi e 18 in fin di vita. Il Comando
Regionale dei Volontari della Libertà si dichiara solidale con gli assassini ed
il Comitato di L. di Milano ne chiede la grazia quando vengono condannati a
morte.
Parri,
ripreso dal Comando Alleato per tanta efferatezza, afferma che quel giorno si
vergognò di essere italiano. Eppure quanta parte ebbero la propaganda di odio e
gli atteggiamenti di faziosità e di intolleranza politica, di lui e dei suoi
amici! Dice Luigi Cavicchioli che ha compiuto, per conto del Tempo di Roma i
una in chiesta in Emilia, che «nel 1945 e fino al primi mesi del 1946 trovare al mattino in un fosso un
cadavere crivellato di colpi era una cosa normale». Tutta l'Emilia è percorsa
da stragi e massacri, episodi disgustosi e delitti tremendi la cronaca di
allora. Nei processi i difensori dei criminali sostenuti dal Comitato di
solidarietà democratica di Modena affermano essere queste azioni fatti di
guerra. Ma il Pubblico Ministero si domanda: «E' azione di guerra uccidere
donne e bambini inermi?» Quando infierivano questi delitti nessun Comitato protestò
in modo energico. Il processo a Lucca per l'eccidio di Porzus ne è la prova.
Quando i garibaldini incominciarono ad insidiare i partigiani del De Gregorio
operante per l’italianítà della Venezia Giulia, questi fece appello al Comando
del Comitato di Liberazione, ma la sua invocazione al soccorso rimase, senza
risposta.
I
Comitati di L. preferirono sacrificare ogni idealità nazionale abbandonando
alle formazioni slavofile territori italiani e lasciando massacrare fior di
patrioti, onde raggiungere i loro fini politici e di partito (1) in un ambiente
sconvolto e rattristato dai loro cosiddetti Tribunali di Popolo che sfogarono
tante crudeltà.
Le
sentenze erano tutte ispirate da rancori personali e da contrasti politici:
gente fuori legge che giudicava, condannava ed uccideva. Il clero di Milano
invocava bensì una giustizia formale in sostituzione di quella giacobina di
questi tribunali improvvisati, ma poi accolse la istituzione delle Corti
Straordinarie d'Assisi, anche queste, tribunali di parte che giudicavano sotto
la pressione ed i clamori delle folle, denegando alla difesa ogni legittima
attività. Scatenata la campagna con la quale si doveva identificare il fascismo
con la Monarchia ,
gli errori e le colpe attribuite al Sovrano, tutto l'antifascismo vero o falso,
tradizionale od occasionale - quasi tutto occasionale - si accanì negli insulti
e nelle accuse credendo di uscirne riabilitato. E fu la più tremenda delle
illusioni che guidò tutta la tattica dei C. di L. Coinvolgere la Monarchia in responsabilità
non sue per salvare se stessi, ecco la piattaforma sulla quale giostrarono in
tre anni di propaganda gli antifascisti. Mai una parola di pace, mai una parola
di concordia, mai un appello alla solidarietà nazionale. E fra i più accaniti
contro Mussolini e contro il Sovrano sono appunto i più compromessi
nell'avvento o nello sviluppo del regime.
Questa
condotta dei C. di L. pone i partiti che vi aderirono allo stesso livello di
responsabilità. Tutti sono responsabili in eguale misura degli orrendi delitti
compiuti, anche se il movente politico fu soltanto una maschera assunta dai
delinquenti per sfuggire ai rigori della legge. Quando i delitti contribuirono
a creare quella specie di timor panico che non permetteva obbiezioni politiche
per paura di rappresaglie qualora si fosse osato parlare di Monarchia, essi
tacquero. Tacquero ed approfittarono di questo diffuso stato d'animo per creare
il clima repubblicano. E così i nuovi ordinamenti sono nati sotto il terrore. Perché non solo non si sono sconfessati questi delitti, ma l'estremismo
sinistro, l'antifascismo repubblicano, li ha difesi come azioni di guerra, così
come si è adoperato per l'assoluzione degli autori della strage di S. Damaso
della famiglia Pernigotti facendola passare per azione di guerra e senza che vi
sia stata la minima protesta dei Comitati. Sarà la nostra critica che porterà
alla separazione di quanto vi fù di nobile nel partigianesimo, dalla
delinquenza comune tollerata dai C. di L. a scopo Politico e per gloriole personali.
(1)
Vi fu in quel periodo a Trieste un generale italiano, Giovanni Esposito che
difese l'italianità di quei territori contro slavi e partigiani comunisti filoslavi.
Per questa sua condotta il ministro della Difesa Randolfo Pacciardi gli ha
tolto, in questi giorni, tutte le medaglie al valore, compresa la medaglia
d'oro ch’egli si era guadagnata 38 anni fa nella guerra di Libia.

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