NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 3 settembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - XIV

Sforza, "l'ignobile pagliaccio"
secondo l'espressione di Mussolini
Sforza fugge dall'Italia dopo essersi assicurata la protezione del Sovrano

Nella ricerca delle responsabilità di questo dopo guerra non possiamo fare a meno di esaminare la condotta del senatore Sforza, ex ministro degli esteri e collare dell'Annunziata. Tralasciando quanto vi è di vanesio nelle sue dichiarazioni ad esempio quella di possedere la modestia come un difetto estremo, che lui vede tutto, sa tutto, prevede sempre tutto, e quest'altra strabiliante quando accenna ai suoi discorsi alla Camera che considera dei grandi successi, compreso quello che nel 1921 fece cadere Giolitti e fu coperto da invettive come non lo fu mai discorso di un ministro degli esteri. Non vogliamo nemmeno soffermarci troppo sui suoi atteggiamenti eroici ch'egli vorrebbe esprimere quando manifesta il disprezzo per d'Annunzio il quale - avendogli egli, Sforza, fatto sparare contro la sua casa - «se ne scappava subito sul lago di Garda». Ma Sforza scappava prima che sparassero: da Roma fugge in seguito ad una sassata tirata da uno squadrista sulla finestra della cucina di casa sua e si reca all'estero a congiurare contro l'Italia; nel 1940 (4 giugno) all'appressarsi della guerra fugge dalla sua pineta presso Tolone e va a stabilirsi in Bretagna poco discosto da Bordeaux; all'avvicinarsi dei tedeschi scappa in Inghilterra ed arriva a Londra il primo giorno in cui Hitler inizia il bombardamento. Invaso dal terrore, subito fugge a New York. Sono sue confessioni. Tuttavia lo troviamo fra quelli che accusano il Re di essere fuggito.

Il più genuino ritratto morale dello Sforza balza evidente dai suoi scritti: togliamo qualche brano dai libri L'Italia dal 1914 al 1944 qual'io la vidi, e Costruttori e distruttori, nonché da qualche suo discorso: « ... quanto poco merito ebbi nel non avere un sol momento d'illusione su lui, quando la marcia su Roma mise nelle sue inette mani l'Italia». Dimenticava che aveva augurato a Mussolini un «governo lungo e stabile altrimenti sarebbe un disastro» ponendo come condizione per il suo appoggio precisi e rimunerativi incarichi: il posto di plenipotenziario alla Conferenza di Losanna mantenendo l'Ambasciata di Parigi.

Con i seguenti periodi: «Quando si pensa alla lunga tolleranza fra pauroso e complice che i più potenti uomini d'Europa ebbero per lo spettacolante Mussolini...». «Sir Austen Chamberlain a Roma nel 1924 inizia una intimità fra Mussolini e il Foreign Office che durò a lungo», lo Sforza riconosce il grande ascendente che Mussolini aveva non solo sugli italiani, ma anche sui capi di Stato stranieri; successo veramente eloquente per un uomo che egli definisce nelle stesse pagine del suo primo libro, «demagogo senza intelligenza e senza coscienza morale».

E non sempre lo Sforza nella costruzione della storia è preciso e sincero: narrando dello scatenamento della guerra europea, non fa alcun cenno all'alleanza fra Hitler e la Russia, che fu il vero motivo del conflitto. La Russia, firmando nell'agosto 1939 il patto con la Germania, permise ad Hitler di scatenare la guerra senza la preoccupazione di dover combattere su due fronti, poichè la Russia si era messa nel suo campo per prendersi metà della Polonia. Sforza è sincero invece quando si duole che le nazioni alleate non abbiano applicate le sanzioni contro l'Italia. Altrettanto sincero crediamo sia stato quando nel 1932 andava a Madrid a chiedere ad Azana aiuti militari per distruggere il fascismo, cioè per marciare contro il suo paese.
«Fu la legge elettorale del luglio 1923 che annientò ogni possibilità di atmosfera libera. Mussolini e i suoi fornitori di formule legali - i nazionalisti avevano ben compreso che la cauta attesa del popolo italiano era finita e che delle elezioni libere li avrebbero cacciati dal potere». Lo Sforza sa benissimo che la legalità costituzionale del regime fascista derivava tutta dalla legge Acerbo approvata nel luglio 1923 quando alla Camera vi erano appena 47 deputati fascisti, Camera eletta nel 1921 cioè prima che il fascismo assumesse il potere. Tuttavia Acerbo veniva processato nel 1945 dalla Corte d'Assise Speciale dove non era ammessa l'impugnativa, salvo la revisione: si ebbe 30 anni (Federzoni, Rossoni e Bottai ebbero l'ergastolo) ma è anche vero che a pochi mesi di distanza De Nicola, Presidente della Repubblica emetteva un decreto col quale consentiva l'appello e tutti venivano prosciolti. Cos'era successo? Era saltato fuori un gravissimo documento, l'originale del progetto della legge elettorale, del 1923 corretto di pugno di un grande esponente della Repubblica, un collega dello Sforza che con questi a Salerno aveva fatto di tutto per dare lo sgambetto al Re. E Acerbo minacciava la chiamata di correo.

Lettera di Sforza al Re, primi di giugno 1940: «Se ricordassi i vani sforzi di Albertini di Amendola e miei quando le portammo le prove che il suo primo ministro era il mandante dell'assassinio di Matteotti, esiterei a scriverle». Tutto falso: né Sforza, né Albertini, né Amendola, né altri portarono mai queste prove al Re. L'unico appiglio poteva essere il memoriale di Cesare Rossi, ma questo non conteneva nessuna accusa specifica: era invece la discolpa di un innocente perseguitato che cercava di sottrarsi alla cattura. Il Rossi faceva soltanto derivare il delitto dal clima di violenza del fascismo. Si parlò anche di un memoriale-testamento di Finzi che questi avrebbe letto ad alcuni amici: Emanuel, Silvestri ed altri, e che a loro volta propalarono. Non si conobbe mai il testo autentico ed integrale, ma del resto non conteneva nemmeno questo alcuna accusa specifica. Era, come il memoriale Rossi, una autodifesa.
Ma anche se prove vi fossero state, queste dovevano essere portate alla Camera od in Senato per mettere Mussolini in stato d'accusa e deferirlo all'Alta Corte di Giustizia quando egli aveva lanciato la sfida all'opposizione. Dice pertanto lo Sforza che nel suo discorso al Senato dopo l'uccisione di Matteotti aveva dato la prova che il delitto era stato ordinato da Mussolini. A pagina 129 della prima opera citata, egli scriveva testualmente: «I discorsi di Abbiate e Albertini danno l'atmosfera del tempo; il mio fu il più breve: non fu che una operazione aritmetica: da un lato la prova che il delitto era stato ordinato da Mussolini; dall'altra gli argomenti permettenti di addurre che Mussolini era rimasto all'oscuro di tutto; e rivolgendomi a lui, seduto pallido di fronte a me, conclusi: Potete scegliere: o colpevole, come mai non fu, o incompetente come mai non fu ». Ebbene, dagli Atti Parlamentari non risulta questa invettiva dello Sforza a Mussolini. Più avanti abbiamo riportati i passi più salienti e la chiusa del suo discorso al Senato, tutta diversa da quella propinataci oggi a scopo di demagogica vanteria. Del resto, se egli aveva le prove (prove tangibili, si capisce, e non deduzioni fantastiche) non doveva far altro che depositarle al banco della Presidenza perché le trasferisse alla Commissione istruttoria dell'Alta Corte di Giustizia. Non solo non lo fece, ma, avuto a mezzo dell'on. Pietro di Scalea garanzia sulla intangibilità dei suoi possedimenti, chiese a Mussolini il passaporto, ed uscì dall'Italia riverito al confine dalle camicie nere di guardia, con la promessa del Re che per qualunque evenienza non gli sarebbe stata applicata la decadenza da senatore. La promessa fu mantenuta e Sforza non venne dichiarato decaduto malgrado i 16 anni di assenza e la sua opera anti-italiana svolta all'estero. Per questo suo atteggiamento nella seduta del 12 dicembre 1938 il senatore Perrone Compagni presentava al Senato una proposta di decadenza ma il presidente Federzoni la faceva senz'altro respingere. Al suo ritorno, protetto dall'art. 16 del trattato di armistizio sfuggiva ad un infamante processo di alto tradimento e si faceva liquidare gli assegni arretrati da senatore, per un mandato che non aveva esercitato nonché quelli da ambasciatore carica dalla quale si era spontaneamente dimesso sin dal 1922, com'egli ebbe ripetutamente occasione di dichiarare.

Un fatto che intacca l'onorabilità politica dello Sforza è venuto ora alla luce. Questi avrebbe scritto al senatore Contarini nel 1925 e cioè dopo il delitto Matteotti e dopo le leggi eccezionali del 3 gennaio di quell'anno, una lettera per pregarlo di interporre i suoi buoni uffici presso Mussolini affinché lo nominasse ministro degli esteri. La rivelazione, senza dubbio molto grave, data la condotta tenuta dallo Sforza nei confronti di Mussolini e del Sovrano, è fatta dall'on. Giuseppe Belluzzo, ed ecco come questi narra l'avvenimento sul Nazionale dell'8 ottobre 1950: «Mussolini annunciò al Consiglio dei ministri la sua intenzione di procedere ad un rimaneggiamento della composizione di governo comprendendovi anche il titolare del ministero degli Interni. Aggiunse però che non intendeva privarsi delle alte doti di esperienza e di avvedutezza di Federzoni che egli stimava molto. Aveva perciò deciso di affidargli il ministero delle Colonie che era allora tenuto dal principe di Scalea.
«Di Scalea ci rimase male ma siccome allora, con Mussolini si discuteva (per tali faccende) su un tono di cordiale familiarità, di Scalea, pur ossequendo alla decisione del Capo, gli espresse il suo desiderio di potere ancora servire e, in tono signorile e devoto che escludeva ogni sospetto di ambiziosa ostentazione, chiese se Mussolini non avrebbe potuto affidargli gli Esteri.
«Mussolini molto affabilmente riconobbe che non vi sarebbe stato ostacolo se non avesse deciso di tenere lui stesso quel Dicastero. Poi, per addolcire ancora meglio il rifiuto, aggiunse con un malizioso sorriso che in realtà per palazzo Chigi gli aspiranti erano parecchi e tra questi nientemeno che il conte Sforza.
«Vedendo un certo moto di incredulità in taluno di noi tolse da un incarto la lettera che lo Sforza aveva inviato a Contarini perché si rendesse interprete del suo desiderio di rientrare a collaborare con Mussolini sul piano... di palazzo Chigi. Ne diede lettura tra la nostra vivissima meraviglia ma, sulla fine, forse ricordando le escandescenze verbali alle quali lo Sforza si era abbandonato un poco dovunque contro di lui, si rabbuiò e, sgualcendo la lettera, ne definì l'autore un «ignobile pagliaccio».

«Contarini mi aveva promesso copia di tale lettera ma morì prima di ricordarsene; però la lettera esiste ancora e io so dove si trova e ne ricordo il testo perfettamente. Del resto, dei ministri di allora ne è vivo un altro ed anche lui di buona memoria».
L'attività dello Sforza nel ventennio della sua residenza all'estero fu, come quella della maggior parte dei fuorusciti, di anti-italianità. A Montevideo, mentre l'Italia era in guerra afferma in una conferenza che «il Re ha perduto il rispetto degli italiani ed ha forse guadagnato il loro disprezzo», ed auspica la sconfitta della Patria. Riproduciamo qui alcuni brani di un suo discorso:
«La Conferenza ritiene che, sotto il comando di Randolfo Pacciardi si debba al più presto soddisfare, coll'organizzazione di un'unità militare, il diritto degli italiani liberali a partecipare alla lotta armata per la vittoria della libertà e della democrazia».

«Non sono né il re né Badoglio che hanno liberato l'Italia; la liberazione è opera del popolo, coi suoi scioperi nel nord, colle sue accoglienze entusiaste agli Alleati nel Sud ».

Qui lo Sforza lavora di fantasia in funzione demagogica. E' infatti oramai provato che l'antifascismo non passò all'azione - e lo fece debolmente - che dopo il 25 luglio, quando il Re licenziò Mussolini.
L'Elefante di Roma, nel settembre 1950 interrogati alcuni uomini politici fra i quali Bonomi e Orlando, tutti concordarono nell'affermare che la presa di posizione del Re il 25 luglio fu per loro una sorpresa che li trovò impreparati. Nessunissima opposizione era allora in atto, nemmeno in embrione. Il 18 luglio 1943 di passaggio a Roma fui a trovare l'on. Bonomi col quale ero legato da anni da affettuosa amicizia. Era solo e stanco per essersi intrattenuto con parecchie persone: lo sbarco alleato aveva portato odor di crisi e incominciava l'andirivieni dei profittatori. Conclusione del colloquio: non siamo organizzati, non vi è opposizione alcuna e da Villa Savoia nulla vi è da sperare. Otto giorni dopo il Re licenziava Mussolini. Viene ora a confermare l'assoluta assenza di iniziative antifasciste, Guido Leto che fu uno dei capi dell'Ovra: « Il 26 luglio dopo l'arresto di Mussolini, spuntarono da ogni parte uomini e partiti politici per attribuirsi meriti o per rinfacciarsi responsabilità, trascurando od ignorando del tutto Vittorio Emanuele III. E cominciò l'assedio del Quirinale».

Il 17 dicembre 1944 la folla ha fatto ressa al teatro Lirico di Milano per ascoltare la parola del Duce, lo ha scortato ed acclamato in piazza del Duomo e per le strade dove per tre giorni consecutivi - tre giorni di vero trionfo - passa in vettura scoperta - a piedi - fra due ali di popolo inneggiante alla vittoria tedesca. Anche le notizie trasmesseci da radio Londra della presenza clandestina a Milario del «terribile e noto agitatore Ercole Ercoli» (Palmiro Togliatti) si rivelarono poi altrettante spacconate. E ancora il 5 aprile successivo si tributano onori a Marinetti, quando la sua salma transita attraverso le vie di Milano fra una immensa folla col braccio proteso nel saluto romano e dieci giorni prima della resa, fascisti, mutilati e reduci dimostravano contro gli slavi inneggiando a Trieste ed a Mussolini. Perché i dirigenti del Comitato di L., allora già bene organizzato nella lotta clandestina, non diedero l'ordine della insurrezione? Perchè i capi non scesero in piazza - se proprio il popolo era con loro - a dare il buon esempio magari catturando Mussolini? Perchè attesero che il tedesco si apprestasse a uscire dalla città e gli Alleati vi entrassero, così come avevano atteso che il 25 luglio il Re li sbarazzasse di Mussolini? Perchè?

Il popolo cambiò fazzoletto, dal nero al rosso, all'approssimarsi degli Alleati e per rifarsi una verginità scatenò all'impazzata i massacri che ebbero il loro osceno e raccapricciante epilogo a Piazzale Loreto. Lo stesso Sforza si rende conto di questo stato d'animo degli italiani quando, arrivato a Bari, constata che «Quasi tutti mentivano, fiutavano il vento, volevano accordare il loro fascismo di prima con un loro preteso antifascismo più recente; anzi, tutti odiavano il fascismo, ma sol perchè aveva commesso un delitto orribile: quello di cadere e lasciarli nella peste». Ebbene, non si può comprendere l'orrendo scannatoio del nord - il vento del nord, cioè il vento della Repubblica, il suo anticipato battesimo - se non si tiene conto della psicologia delle oceaniche folle che infrangono l'idolo tanto acclamato e cambiano direzione; psicologia così bene penetrata nelle sopracitate parole. Vogliamo qui trascrivere ancora alcuni brani pronunciati da Sforza il quale, con Pacciardi prima e con Croce dopo, invitava i soldati a desistere di combattere per la Patria in armi e ne augurava la sconfitta:

Discorso al Congresso di Bari (21 gennaio 1944): «Vi sono però delle cose sulle quali per necessità suprema italiana noi non possiamo transigere e sono certe supreme verità morali e certe supreme sanzioni morali. Voi siete giunti a decisioni unanimi e virili circa il re, cui con un esempio unico nella storia, avete intentato un processo di cui il procuratore generale più alto è stato Benedetto Croce; processo in cui il re è risultato colpevole e da cui è risultata la nostra maturità politica. Raramente, credo, nella storia si è visto un popolo intero, malgrado gli impacci e le frodi e gli obblighi di silenzio di ogni parte, che ha espresso così ampiamente, direi quasi così generosamente la sua impressione di disgusto e di orrore verso un uomo cui si era affidato e che lo aveva tradit ». «Bisogna rendere impossibile in eterno una nuova unione dell'Italia con quei poveri disgraziati e squilibrati che sono i tedeschi».

Nessun commento:

Posta un commento