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| Sforza, "l'ignobile pagliaccio" secondo l'espressione di Mussolini |
Sforza fugge dall'Italia dopo essersi assicurata la
protezione del Sovrano
Nella ricerca delle responsabilità di questo dopo guerra non
possiamo fare a meno di esaminare la condotta del senatore Sforza, ex ministro
degli esteri e collare dell'Annunziata. Tralasciando quanto vi è di vanesio
nelle sue dichiarazioni ad esempio quella di possedere la modestia come un
difetto estremo, che lui vede tutto, sa tutto, prevede sempre tutto, e
quest'altra strabiliante quando accenna ai suoi discorsi alla Camera che
considera dei grandi successi, compreso quello che nel 1921 fece cadere
Giolitti e fu coperto da invettive come non lo fu mai discorso di un ministro
degli esteri. Non vogliamo nemmeno soffermarci troppo sui suoi atteggiamenti
eroici ch'egli vorrebbe esprimere quando manifesta il disprezzo per d'Annunzio
il quale - avendogli egli, Sforza, fatto sparare contro la sua casa - «se ne
scappava subito sul lago di Garda». Ma Sforza scappava prima che sparassero: da
Roma fugge in seguito ad una sassata tirata da uno squadrista sulla finestra
della cucina di casa sua e si reca all'estero a congiurare contro l'Italia; nel
1940 (4 giugno) all'appressarsi della guerra fugge dalla sua pineta presso
Tolone e va a stabilirsi in Bretagna poco discosto da Bordeaux; all'avvicinarsi
dei tedeschi scappa in Inghilterra ed arriva a Londra il primo giorno in cui
Hitler inizia il bombardamento. Invaso dal terrore, subito fugge a New York.
Sono sue confessioni. Tuttavia lo troviamo fra quelli che accusano il Re di
essere fuggito.
Il più genuino ritratto morale dello Sforza balza evidente
dai suoi scritti: togliamo qualche brano dai libri L'Italia dal 1914 al 1944 qual'io la vidi, e Costruttori e distruttori, nonché da qualche suo discorso: « ...
quanto poco merito ebbi nel non avere un sol momento d'illusione su lui, quando
la marcia su Roma mise nelle sue inette mani l'Italia». Dimenticava che aveva
augurato a Mussolini un «governo lungo e stabile altrimenti sarebbe un disastro»
ponendo come condizione per il suo appoggio precisi e rimunerativi incarichi:
il posto di plenipotenziario alla Conferenza di Losanna mantenendo l'Ambasciata
di Parigi.
Con i seguenti periodi: «Quando si pensa alla lunga
tolleranza fra pauroso e complice che i più potenti uomini d'Europa ebbero per
lo spettacolante Mussolini...». «Sir Austen Chamberlain a Roma nel 1924 inizia
una intimità fra Mussolini e il Foreign Office che durò a lungo», lo Sforza
riconosce il grande ascendente che Mussolini aveva non solo sugli italiani, ma
anche sui capi di Stato stranieri; successo veramente eloquente per un uomo che
egli definisce nelle stesse pagine del suo primo libro, «demagogo senza intelligenza
e senza coscienza morale».
E non sempre lo Sforza nella costruzione della storia è
preciso e sincero: narrando dello scatenamento della guerra europea, non fa
alcun cenno all'alleanza fra Hitler e la Russia , che fu il vero motivo del conflitto. La Russia , firmando
nell'agosto 1939 il patto con la
Germania , permise ad Hitler di scatenare la guerra senza la
preoccupazione di dover combattere su due fronti, poichè la Russia si era messa nel suo
campo per prendersi metà della Polonia. Sforza è sincero invece quando si duole
che le nazioni alleate non abbiano applicate le sanzioni contro l'Italia.
Altrettanto sincero crediamo sia stato quando nel 1932 andava a Madrid a
chiedere ad Azana aiuti militari per distruggere il fascismo, cioè per marciare
contro il suo paese.
«Fu la legge elettorale del luglio 1923 che annientò ogni
possibilità di atmosfera libera. Mussolini e i suoi fornitori di formule legali
- i nazionalisti avevano ben compreso che la cauta attesa del popolo italiano
era finita e che delle elezioni libere li avrebbero cacciati dal potere». Lo
Sforza sa benissimo che la legalità costituzionale del regime fascista derivava
tutta dalla legge Acerbo approvata nel luglio 1923 quando alla Camera vi erano
appena 47 deputati fascisti, Camera eletta nel 1921 cioè prima che il fascismo
assumesse il potere. Tuttavia Acerbo veniva processato nel 1945 dalla Corte
d'Assise Speciale dove non era ammessa l'impugnativa, salvo la revisione: si
ebbe 30 anni (Federzoni, Rossoni e Bottai ebbero l'ergastolo) ma è anche vero
che a pochi mesi di distanza De Nicola, Presidente della Repubblica emetteva un
decreto col quale consentiva l'appello e tutti venivano prosciolti. Cos'era
successo? Era saltato fuori un gravissimo documento, l'originale del progetto
della legge elettorale, del 1923 corretto di pugno di un grande esponente della
Repubblica, un collega dello Sforza che con questi a Salerno aveva fatto di
tutto per dare lo sgambetto al Re. E Acerbo minacciava la chiamata di correo.
Lettera di Sforza al Re, primi di giugno 1940: «Se
ricordassi i vani sforzi di Albertini di Amendola e miei quando le portammo le
prove che il suo primo ministro era il mandante dell'assassinio di Matteotti,
esiterei a scriverle». Tutto falso: né Sforza, né Albertini, né Amendola, né
altri portarono mai queste prove al Re. L'unico appiglio poteva essere il
memoriale di Cesare Rossi, ma questo non conteneva nessuna accusa specifica:
era invece la discolpa di un innocente perseguitato che cercava di sottrarsi
alla cattura. Il Rossi faceva soltanto derivare il delitto dal clima di
violenza del fascismo. Si parlò anche di un memoriale-testamento di Finzi che
questi avrebbe letto ad alcuni amici: Emanuel, Silvestri ed altri, e che a loro
volta propalarono. Non si conobbe mai il testo autentico ed integrale, ma del
resto non conteneva nemmeno questo alcuna accusa specifica. Era, come il
memoriale Rossi, una autodifesa.
Ma anche se prove vi fossero state, queste dovevano essere
portate alla Camera od in Senato per mettere Mussolini in stato d'accusa e
deferirlo all'Alta Corte di Giustizia quando egli aveva lanciato la sfida
all'opposizione. Dice pertanto lo Sforza che nel suo discorso al Senato dopo
l'uccisione di Matteotti aveva dato la prova che il delitto era stato ordinato
da Mussolini. A pagina 129 della prima opera citata, egli scriveva
testualmente: «I discorsi di Abbiate e Albertini danno l'atmosfera del tempo;
il mio fu il più breve: non fu che una operazione aritmetica: da un lato la
prova che il delitto era stato ordinato da Mussolini; dall'altra gli argomenti
permettenti di addurre che Mussolini era rimasto all'oscuro di tutto; e
rivolgendomi a lui, seduto pallido di fronte a me, conclusi: Potete scegliere:
o colpevole, come mai non fu, o incompetente come mai non fu ». Ebbene, dagli
Atti Parlamentari non risulta questa invettiva dello Sforza a Mussolini. Più
avanti abbiamo riportati i passi più salienti e la chiusa del suo discorso al
Senato, tutta diversa da quella propinataci oggi a scopo di demagogica
vanteria. Del resto, se egli aveva le prove (prove tangibili, si capisce, e non
deduzioni fantastiche) non doveva far altro che depositarle al banco della
Presidenza perché le trasferisse alla Commissione istruttoria dell'Alta Corte
di Giustizia. Non solo non lo fece, ma, avuto a mezzo dell'on. Pietro di Scalea
garanzia sulla intangibilità dei suoi possedimenti, chiese a Mussolini il
passaporto, ed uscì dall'Italia riverito al confine dalle camicie nere di
guardia, con la promessa del Re che per qualunque evenienza non gli sarebbe
stata applicata la decadenza da senatore. La promessa fu mantenuta e Sforza non
venne dichiarato decaduto malgrado i 16 anni di assenza e la sua opera
anti-italiana svolta all'estero. Per questo suo atteggiamento nella seduta del
12 dicembre 1938 il senatore Perrone Compagni presentava al Senato una proposta
di decadenza ma il presidente Federzoni la faceva senz'altro respingere. Al suo
ritorno, protetto dall'art. 16 del trattato di armistizio sfuggiva ad un
infamante processo di alto tradimento e si faceva liquidare gli assegni
arretrati da senatore, per un mandato che non aveva esercitato nonché quelli da
ambasciatore carica dalla quale si era spontaneamente dimesso sin dal 1922,
com'egli ebbe ripetutamente occasione di dichiarare.
Un fatto che intacca l'onorabilità politica dello Sforza è
venuto ora alla luce. Questi avrebbe scritto al senatore Contarini nel 1925 e
cioè dopo il delitto Matteotti e dopo le leggi eccezionali del 3 gennaio di quell'anno,
una lettera per pregarlo di interporre i suoi buoni uffici presso Mussolini
affinché lo nominasse ministro degli esteri. La rivelazione, senza dubbio molto
grave, data la condotta tenuta dallo Sforza nei confronti di Mussolini e del
Sovrano, è fatta dall'on. Giuseppe Belluzzo, ed ecco come questi narra
l'avvenimento sul Nazionale dell'8 ottobre 1950: «Mussolini annunciò al
Consiglio dei ministri la sua intenzione di procedere ad un rimaneggiamento
della composizione di governo comprendendovi anche il titolare del ministero
degli Interni. Aggiunse però che non intendeva privarsi delle alte doti di
esperienza e di avvedutezza di Federzoni che egli stimava molto. Aveva perciò
deciso di affidargli il ministero delle Colonie che era allora tenuto dal
principe di Scalea.
«Di Scalea ci rimase male ma siccome allora, con Mussolini
si discuteva (per tali faccende) su un tono di cordiale familiarità, di Scalea,
pur ossequendo alla decisione del Capo, gli espresse il suo desiderio di potere
ancora servire e, in tono signorile e devoto che escludeva ogni sospetto di
ambiziosa ostentazione, chiese se Mussolini non avrebbe potuto affidargli gli
Esteri.
«Mussolini molto affabilmente riconobbe che non vi sarebbe
stato ostacolo se non avesse deciso di tenere lui stesso quel Dicastero. Poi,
per addolcire ancora meglio il rifiuto, aggiunse con un malizioso sorriso che
in realtà per palazzo Chigi gli aspiranti erano parecchi e tra questi
nientemeno che il conte Sforza.
«Vedendo un certo moto di incredulità in taluno di noi tolse
da un incarto la lettera che lo Sforza aveva inviato a Contarini perché si
rendesse interprete del suo desiderio di rientrare a collaborare con Mussolini
sul piano... di palazzo Chigi. Ne diede lettura tra la nostra vivissima
meraviglia ma, sulla fine, forse ricordando le escandescenze verbali alle quali
lo Sforza si era abbandonato un poco dovunque contro di lui, si rabbuiò e,
sgualcendo la lettera, ne definì l'autore un «ignobile pagliaccio».
«Contarini mi aveva promesso copia di tale lettera ma morì
prima di ricordarsene; però la lettera esiste ancora e io so dove si trova e ne
ricordo il testo perfettamente. Del resto, dei ministri di allora ne è vivo un
altro ed anche lui di buona memoria».
L'attività dello Sforza nel ventennio della sua residenza
all'estero fu, come quella della maggior parte dei fuorusciti, di
anti-italianità. A Montevideo, mentre l'Italia era in guerra afferma in una
conferenza che «il Re ha perduto il rispetto degli italiani ed ha forse
guadagnato il loro disprezzo», ed auspica la sconfitta della Patria.
Riproduciamo qui alcuni brani di un suo discorso:
«La
Conferenza ritiene che, sotto il comando di Randolfo
Pacciardi si debba al più presto soddisfare, coll'organizzazione di un'unità
militare, il diritto degli italiani liberali a partecipare alla lotta armata
per la vittoria della libertà e della democrazia».
«Non sono né il re né Badoglio che hanno liberato l'Italia;
la liberazione è opera del popolo, coi suoi scioperi nel nord, colle sue
accoglienze entusiaste agli Alleati nel Sud ».
Qui lo Sforza lavora di fantasia in funzione demagogica. E'
infatti oramai provato che l'antifascismo non passò all'azione - e lo fece
debolmente - che dopo il 25 luglio, quando il Re licenziò Mussolini.
L'Elefante di Roma, nel settembre 1950 interrogati alcuni
uomini politici fra i quali Bonomi e Orlando, tutti concordarono nell'affermare
che la presa di posizione del Re il 25 luglio fu per loro una sorpresa che li
trovò impreparati. Nessunissima opposizione era allora in atto, nemmeno in
embrione. Il 18 luglio 1943 di passaggio a Roma fui a trovare l'on. Bonomi col
quale ero legato da anni da affettuosa amicizia. Era solo e stanco per essersi
intrattenuto con parecchie persone: lo sbarco alleato aveva portato odor di
crisi e incominciava l'andirivieni dei profittatori. Conclusione del colloquio:
non siamo organizzati, non vi è opposizione alcuna e da Villa Savoia nulla vi è
da sperare. Otto giorni dopo il Re licenziava Mussolini. Viene ora a confermare
l'assoluta assenza di iniziative antifasciste, Guido Leto che fu uno dei capi
dell'Ovra: « Il 26 luglio dopo l'arresto di Mussolini, spuntarono da ogni parte
uomini e partiti politici per attribuirsi meriti o per rinfacciarsi
responsabilità, trascurando od ignorando del tutto Vittorio Emanuele III. E
cominciò l'assedio del Quirinale».
Il 17 dicembre 1944 la folla ha fatto ressa al teatro Lirico
di Milano per ascoltare la parola del Duce, lo ha scortato ed acclamato in
piazza del Duomo e per le strade dove per tre giorni consecutivi - tre giorni
di vero trionfo - passa in vettura scoperta - a piedi - fra due ali di popolo
inneggiante alla vittoria tedesca. Anche le notizie trasmesseci da radio Londra
della presenza clandestina a Milario del «terribile e noto agitatore Ercole
Ercoli» (Palmiro Togliatti) si rivelarono poi altrettante spacconate. E ancora
il 5 aprile successivo si tributano onori a Marinetti, quando la sua salma
transita attraverso le vie di Milano fra una immensa folla col braccio proteso
nel saluto romano e dieci giorni prima della resa, fascisti, mutilati e reduci
dimostravano contro gli slavi inneggiando a Trieste ed a Mussolini. Perché i
dirigenti del Comitato di L., allora già bene organizzato nella lotta
clandestina, non diedero l'ordine della insurrezione? Perchè i capi non scesero
in piazza - se proprio il popolo era con loro - a dare il buon esempio magari
catturando Mussolini? Perchè attesero che il tedesco si apprestasse a uscire
dalla città e gli Alleati vi entrassero, così come avevano atteso che il 25
luglio il Re li sbarazzasse di Mussolini? Perchè?
Il popolo cambiò fazzoletto, dal nero al rosso, all'approssimarsi
degli Alleati e per rifarsi una verginità scatenò all'impazzata i massacri che
ebbero il loro osceno e raccapricciante epilogo a Piazzale Loreto. Lo stesso
Sforza si rende conto di questo stato d'animo degli italiani quando, arrivato a
Bari, constata che «Quasi tutti mentivano, fiutavano il vento, volevano
accordare il loro fascismo di prima con un loro preteso antifascismo più
recente; anzi, tutti odiavano il fascismo, ma sol perchè aveva commesso un
delitto orribile: quello di cadere e lasciarli nella peste». Ebbene, non si può
comprendere l'orrendo scannatoio del nord - il vento del nord, cioè il vento
della Repubblica, il suo anticipato battesimo - se non si tiene conto della
psicologia delle oceaniche folle che infrangono l'idolo tanto acclamato e
cambiano direzione; psicologia così bene penetrata nelle sopracitate parole.
Vogliamo qui trascrivere ancora alcuni brani pronunciati da Sforza il quale, con
Pacciardi prima e con Croce dopo, invitava i soldati a desistere di combattere
per la Patria
in armi e ne augurava la sconfitta:
Discorso al Congresso di Bari (21 gennaio 1944): «Vi sono
però delle cose sulle quali per necessità suprema italiana noi non possiamo
transigere e sono certe supreme verità morali e certe supreme sanzioni morali.
Voi siete giunti a decisioni unanimi e virili circa il re, cui con un esempio
unico nella storia, avete intentato un processo di cui il procuratore generale
più alto è stato Benedetto Croce; processo in cui il re è risultato colpevole e
da cui è risultata la nostra maturità politica. Raramente, credo, nella storia
si è visto un popolo intero, malgrado gli impacci e le frodi e gli obblighi di
silenzio di ogni parte, che ha espresso così ampiamente, direi quasi così
generosamente la sua impressione di disgusto e di orrore verso un uomo cui si
era affidato e che lo aveva tradit ». «Bisogna rendere impossibile in eterno
una nuova unione dell'Italia con quei poveri disgraziati e squilibrati che sono
i tedeschi».

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