NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 8 settembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - XV

We are sending you the old fool
Lo Sforza - ed è grave per un ambasciatore, ministro degli esteri - scende al turpiloquio - contro il Sovrano della Patria in armi, che non è in condizioni di potersi difendere. Il rancore per le sue ambizioni insoddisfatte è superiore agli interessi della Nazione. E nell'additare il Croce come pubblico ministero sapeva che questi era stato del fascismo uno dei più autorevoli sostenitori durante la formazione della dittatura. L'ira ha fatto velo allo Sforza poiché non ha nemmeno riflettuto sull'assurdo di un processo - con Croce procuratore generale - contro «quei disgraziati e squilibrati di tedeschi» poiché il filosofo fu per tutta la sua vita un loro esaltatore.

«La tragedia di questo disgraziato (il Re) fu il suo incontro ed il suo contatto per venti anni con Mussolini. Trovò in Mussolini il suo maestro e credette, poiché non amava l'Italia (ben pochi dinasti amano il proprio paese) credette di aver trovato il rimedio meraviglioso per tenere bassi gli italiani, per beffarli, per disprezzarli» (1).

«L'epurazione comprende essenzialmente e prima di ogni altro la persona del re».

Nel primo di questi due periodi lo Sforza ha superato, nel frasario, quello di qualunque libello. Nel secondo fa appello a quella epurazione alla quale egli volle presiedere: epurare cioè quei fascisti che erano passati al Nord. Motivazione del provvedimento: per avere mancato al giuramento fatto al Re!!

«...credono che un re sia la conservazione, mentre un re come lui, col suo passato di tradimento è la vera e sola causa predominante ed essenziale di un'inevitabile rivoluzione».
Veramente il «passato di tradimento» non sfiora nemmeno il Re di Peschiera, ma colpisce in pieno coloro i quali - e lo Sforza è fra i primi - incitavano i soldati alla diserzione e non solo auguravano ma collaboravano alla sconfitta della Patria in guerra. Infatti l'on. Andreotti ebbe a scrivere: « Ma - ed è forse, ora che è finita in Europa la guerra, giunto il momento di veder chiaro in questo - è vero o meno che proprio uomini del Partito d'Azione furono quelli che chiesero durante il 1943 agli Alleati l'intensificazione dei bombardamenti delle città italiane per affrettare gli sviluppi della situazione? e che nei quarantacinque giorni di Badoglio, tramite la Svizzera, fecero reiteratamente sapere a Londra di non fidarsi delle profferte di armistizio del governo Badoglio facilitando così l'avvento di giorni disastrosi?» (2). Nel maggio 1946 avendo un quotidiano romano riprodotte le accuse, l'Indipendente pure di Roma rispose che «l'Andreotti mirava al conte Sforza il quale era il solo tramite notorio esistente tra il Partito d'Azione e gli ambienti americani». Non risulta che lo Sforza abbia smentito l'infamante accusa.

Al processo Graziani, al prof. Carnelutti che gli chiede «Gli Alleati non ricevevano segnalazioni di obbiettivi italiani da colpire?», Ferruccio Parri risponde: «Sì, qualche volta». E Carlo Silvestri nella sua deposizione rafforza l'ammissione del comandante dei partigiani: «In piena coscienza, ben consapevole della gravità delle mie affermazioni, devo rettificare, non qualche volta bensì normalmente». Silvestri pubblica la documentazione che i partigiani con richieste per radio ottennero il bombardamento alleato di un villaggio che non riuscivano ad espugnare, ed aggiunge: «Posso giurare che il bombardamento a tappeto di Goito che costò la vita nell'inverno 1944-1945 a settanta italiani fu effettuato dagli americani in conformità a ripetute richieste di un Comando Volontari della Libertà e in base alle precise indicazioni da esso trasmesse per radio. Non dice, di più per carità di Patria». E poi ancora: «Le vittime del tremendo bombardamento di Treviso non ci sarebbero state senza una precisa segnalazione compiuta da italiani che ubbidivano alla disciplina del Comando Vol. Libertà e del Comitato di Liberazione». « Le migliaia di massacrati di Treviso pesano sulla coscienza dì criminali italiani» (3). Per questo venne fatto scomparire l’archivio di Mussolini che conteneva in proposito una circostanziata documentazione, motivo per cui fu soppresso lo stesso Mussolini.

Lo Sforza arriva a questo assurdo: inveisce contro il «governetto di Brindisi» che, definisce «cadavere più piccolino che purulento», mentre nello stesso tempo cospira per diventarne il capo, accontentandosi di farne parte come semplice ministro senza portafogli, e cioè senza autorità alcuna!

Il governetto di Brindisi fu invece un capolavoro del Re: fu la prima pietra del futuro Stato italiano che subito si andò formando, di quello Stato che aveva avuto i suoi natali proprio laggiù; quello Stato che poteva conquistare maggiore saldezza e prestigio se non fosse stato insidiato dalla propaganda dei menestrelli dei vari partiti alla caccia di cariche e di... stipendi. Lo stesso Croce (Quardo ritaii, ecc.) accenna alla corsa agli impieghi ed alle cariche sindacali e, amministrative, che tanto sdegno suscitò in Badoglio.

Il Croce dice che questi fu costretto ad investire alcuni inviati «che tentavano imporgli certe persone per le cariche sindacali, ricordando loro che, nella tragica situazione del paese, era segno di povertà morale ricercare vantaggi personali e di partito, e di bottega ».

«Non è colpa nostra se il re ha voluto divenire lui stesso il simbolo del male, mentre noi vogliamo una amministrazione intera onorata, mentre noi vogliamo un esercito puro ed alto come fu al Piave, cioè con i colpevoli eliminati e puniti; noi vogliamo una marina degna del suo grande passato...».

Il Piave, o meglio la resistenza sul Piave fu, on. Sforza, la vera Gloria di Vittorio Emanuele III e dei suoi fanti; e voi, allora tedescofilo ed imboscato in qualche ambasciata lontana, lo ignoravate. In quanto alla marina, essa non è stata, nemmeno nella presente guerra, indegna del suo passato, del suo «grande passato». Sarebbe bene che l'on. Sforza si aggiornasse nella storia, leggendo le superbe azioni dei nostri marinai contro una marina enormemente superiore. Le potrebbe trovare descritte nelle pagine degli stessi nemici, gli inglesi.

Nel suo discorso all'Eliseo dopo la liberazione di Roma Sforza esce in questa vanteria: «Su un angolo del suo studio (di Reynaud) scrissi il seguente proclama del governo francese al popolo italiano:
...«spontaneamente la Francia vuol darvi oggi Ia prova più solenne dei suoi veri sentimenti che la servile stampa fascista vi ha per tanti anni nascosti e falsificati. La Francia dichiara sul suo onore, davanti al mondo, che il giorno della vittoria alleata e qual si sia la sorte del conflitto per ciò che concerne l'Italia - non un pollice di territorio, metropolitano o d’oltre mare, non un soldo d`indennità, non iI minimo sacrificio economico o morale saran chiesti al libero popolo italiano.
« Italiani d'Italia e del mondo intero! Questo la Francia ve lo promette oggi che è attaccata dal vostro governo. E questo essa e  manterrà, perchè la vittoria degli Alleati è sicura, come sicura è la vostra liberazione».

Sforza era a conoscenza che queste promesse erano fallaci, ma qualunque menzogna era buona per raggiungere lo scopo. Briga e Tenda, Trieste, la Venezia Giulia e l’Istria, la Libia, la Cirenaica, l'Eritrea gridano la loro vendetta sottolineando la grande menzogna sforzesca.

Due anni fa l'on. Francesco Frola, deputato dì Torino e per quattro lustri fuoruscito nell'America del Sud, pubblicava un volume Il Vecchio scemo e i suoi compari (Fiorini, Torino) che ebbe larga diffusione e fu recensito e riassunto da giornali di ogni partito. Riteniamo utile richiamare certi passaggi che si riferiscono sia allo Sforza - che si proclamava «il rappresentante morale degli italiani» che ai suoi compagni Pacciardi, Cianca e Tarchiani. Ma soprattutto
le notizie che il Frola ha diffuso così largamente ci interessano perché sono la rivelazione dei motivi determinanti la condotta degli Alleati contro di noi: l'accanimento e la inesorabilità nel piegare l'Italia con sistemi e rigori non adottati per nessun altro paese.
Nell'ottobre del 1943 Carlo Sforza, che aveva ottenuto da Churchill l'autorizzazione di rientrare in Italia, venne inviato da Londra ad Algeri dove risiedeva il Consiglio Consultivo Alleato per l'Italia. Fu preceduto da un telegramma del governo inglese che diceva: «We are sending you the old fool», ossia: «Vi spediamo il vecchio scemo».

Il Frola prende le mosse da questo telegramma per fare il processo  a certi fuorusciti calati al seguito dello straniero in veste di salvatori e di eroi omerici, avvolti in un'aureola di mistica fede sostenuta fra disagi e patimenti senza nome. Invece essi sono i veri responsabili del disastro, cioè del trattamento stabilito dagli Alleati per l'Italia, disastro «che è forse tanto grave come quello derivato dal fascismo ».

Nella polemica con Sforza questi si vanta di essersi levato «pel primo, il primo momento» contro il fascismo: ma Frola gli rimbecca: «Voi avete fatto parte dei ministeri che hanno armato i fascisti, quando io, ad esempio, fin dal febbraio 1921 era già stato aggredito dalle squadre d'azione e ne ero uscito con la testa rotta».

A Roma nel 1944 vi fu alla Madonna degli Angeli una messa in suffragio della Principessa Mafalda con l'intervento di Re Umberto, di uomini del governo e del Corpo Diplomatico. Venne invitato anche lo Sforza il quale mandò in sua rappresentanza la moglie. Questa vantandosi Collaressa dell'Annunziata reclamò il privilegio di sedersi in prima fila fra le Principesse Reali che nemmeno salutò. Era il periodo in cui i partiti di estrema sinistra, comunisti e nenniani complici i repubblicani storici e la Democrazia Cristiana, forti dell'appoggio di membri dello stesso governo fra i quali sedeva lo Sforza, si organizzavano contro Re Umberto indegne gazzarre persino nelle Chiese.

Il Pacciardi, attaccato nel febbraio 1951 alla Camera nella sua qualità di ministro della Difesa gridava rivolto ai suoi ex complici dell'estrema sinistra:
«A Guadalajara io c'ero!» Si legge nel suo volumetto auto apologetico Il battaglione Garibaldi, a pagine 164-165: «Il 3 di marzo (1937) ho chiesto e ottenuto il permesso di passare dieci giorni di riposo in Francia». «Il 7 marzo il nemico riprende l'offensiva non sul fronte del Jarama, ma sul fronte di Guadalajara». La battaglia dura sino al giorno 11 con la sconfitta dei repubblicani. Questi riprendono l'offensiva nel pomeriggio del 18 marzo alle 14, ora nella quale effettivamente le tanks muovono all'attacco. Il battaglione Garibaldi è comandato da Barontini (il deputato comunista morto l'anno scorso in circostanze misteriose) sotto la guida di Lister (il Campesino) presso il quale a Torrija si trova il Pacciardi, rientrato il giorno prima dalla licenza. Anche se presente alla battaglia di Guadalajara, non ha importanza alcuna.
Egli vi arriva a cose fatte, quando le sorti del combattimento erano già state decise da altri, e cioè dal Barontini e dal Campesino. Così confermano i suoi compari comunisti partecipanti effettivamente alla battaglia. La quale pertanto non può avere che un valore relativo, visto che lo stesso Pacciardi non ha fatto che svalutare il nemico, come egli stesso scrive nelle sue memorie: «Le frecce nere di Mussolini a   Guadalajara avevano doppiamente disonorato l'Italia: con l'aggressione e con la vigliaccheria» (pag. 235).
«Si tratta di truppe che non vogliono battersi, che sono state ingannate dal loro governo, che fuggivano al primo urto serio » (p. 182). «Sono tutti poveri diavoli che vivevano in miseria, morivano di fame; sono poveri cristi che erano disoccupati » (p. 183). « ... le truppe italiane, dopo essere scappate per cinque chilometri al giorno... » (p. 178) ecc. Per il Pacciardi solo i miliziani di parte repubblicana sono degli eroi, solo lui Pacciardi sa guardare ed affrontare con disprezzo il pericolo, il coraggio è stato da lui ipotecato. Autoesaltazione e megalomania.

In seguito alle accuse del Frola il quotidiano di Torino Sempre Avanti! gli rimproverava di avere lanciato a vanvera accuse di tanta gravità e lo invitava alla ritrattazione, ma egli rispondeva al direttore: «Ho affermato che i signori Sforza, Tarchiani e complici sono stati agenti al soldo di potenze straniere in difesa di interessi non italiani. Se volete rendere un servizio ai vostri amici convinceteli a darmi querela. Da un pubblico dibattimento verrà fuori una delle due cose: o io sarò bollato come un diffamatore, oppure i signori Sforza, Tarchiani e complici appariranno nella veste di traditori e di venduti». Più chiaro e sincero di così non poteva essere. Nessuno però ha mai querelato il Frola per così gravi e circostanziate accuse.


In quanto all'aver trasgredito all'impegno assunto presso il governo inglese di rispettare la Monarchia Sforza si ebbe da Eden alla Camera dei Comuni questa invettiva: «He is not a gentleman», egli non è un gentiluomo. Francesco Saverio Nitti, nelle sue Rivelazioni scrive: «Lo Sforza, diplomatico mondano e quindi leggero e anche per ragioni che non lo onorano e che riguardano la sua attività non... politica ma di uomo mondano...». Vittorio Gorresio, nel volume I carissimi nemici riporta a pag. 49 questa definizione di Togliatti su Sforza, suo collega nel governo dei Sud: «Il più abietto personaggio che si sia mai presentato nella storia italiana».


(1) Lo Sforza, esule, cospira contro il suo Paese in guerra e gioisce per la sconfitta. Vittorio Emanuele III, esule, nel periodo più angoscioso della sua vita, così apre il diario all’alba del 1947: «Viva l'Italia!! Ora più che mai!!!».

(2) GIULIO ANDREOTTI: Concerto a sei voci, Rorna, 1945, pag. 26.

(3) CARLO SILVESTRI: Mussolini, Graziani e l'antifascismo, Longanesi e C., Milano, pag. 105.

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