I
COMITATI DI LIBERAZIONE SCATENANO
IL TERRORE REPUBBLICANO
- Si
ammazzava la gente come non si ammazzano i cani.
- Il
referendum e la truffa delle schede.
- Perché la Cassazione non ha «proclamato»
la Repubblica ?
Alla
vigilia del referendum: il delitto strumento di propaganda. Eccidi e massacri
raccapriccianti.
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| Vignetta di Giovannino Guareschi che ben illustra il clima dell'epoca. |
Opposizione
accanita alla Monarchia fecero, oltre che i socialcomunisti e il misero Partito
d'Azione, la
Democrazia Cristiana , il Partito Repubblicano e qualche
frazione del Partito Liberale, cioè i tre partiti più compromessi nella nascita
e nello sviluppo del fascismo e responsabili della dittatura. Il Vaticano a sua
volta, affiancando o tollerando come aveva fatto dal 1919 la condotta della D.C.
- che allora correva sotto le insegne di Partito Popolare - continua nella sua
politica di avversione al liberalismo. La solidarietà dei partiti aderenti ai
C. di L. N. chiama tutti responsabili del regime di terrore instaurato dal
settembre del 1943 al 2 giugno 1946, sotto l'insegna della Repubblica. Il
terrore, quando non era apertamente esaltato, era avallato dal silenzio o
dall'omertà.
(Tempo
fa l'on. Secchia, vice segretario del Partito Comunista, fece una aperta
chiamata di correo ai partiti dell'Esarchia ricordando la loro presenza nel
Comitato L. N. Alta Italia e quindi alla solidale responsabilità di quanto
avvenuto in quel periodo nel Nord, avvenimenti che hanno la loro caratteristica
espressione nel feroce massacro delle 300.000 vittime immolate nel santo nome
delle libertà democratiche e repubblicane. Nel
diario La prigionia di Roma di Carlo Trabucco redattore del quotidiano di
don Sturzo Il popolo si legge che l'avv. Spataro della D.C. forniva a Bauer,
Amendola, Pertini e Cevelotto esponenti del Comitato di L. clandestino di Roma «armi,
tritolo, ed esplosivi vari». Materiale che servì ai comunisti nell'attentato di
Via Rasella che portò all'orrenda strage delle Fosse Ardeatine. Ma oramai è
provato in pieno l'accordo perfetto fra democristiani e comunisti nella
distruzione dello Stato rappresentato dalla Monarchia, anche se i primi hanno
tentato crearsi una verginità nella lotta ingaggiata dal 18 aprile 1948 contro
i secondi, dimentichi, i democristiani, che l’on De Gasperi durante la campagna
del referendum non aveva disdegnato, in un comizio al Brancaccio, di scoprire
analogie, di riavvicinamento fra il verbo di Stalin ed il Vangelo del
«proletario Cristo, anch'Egli israelita come Carlo Marx ».
Dai
primi di giugno del 1943 a
tutto il 1945, ho vissuto, senza interruzione, in Romagna, fra Bagnacavallo,
Lugo ed Alfonsine. Dopo le aspre lotte fra gialli e rossi, quelle fra fascisti
e antifascisti. Ma durante il ventennio la gran massa era tutta in camicia nera,
gettata alle ortiche dopo l'aprile del 1945, quando riapparvero i grandi
fazzoletti rossi svolazzanti: cambiò il colore ma gli alfieri erano gli stessi.
A Ravenna le truppe Alleate entrarono nel novembre del 1944, ma ancora alla
fine di febbraio dello stesso anno Pavolini vi aveva celebrato Muti, «il più
bel guerriero della nostra razza ». Vi era stata una grande manifestazione e la salma deposta in S.
Francesco meta di continuo pellegrinaggio
di popolo. Da tutta la Romagna
erano arrivate rappresentanze di fasci e di organizzazioni sindacali. Con la
presenza dei canadesi si scatenò la caccia a quei pochi rimasti fedeli al fascio littorio, molti di essi soppressi
dai loro stessi correligionari che vollero farsi una verginità. La direzione
della cosa pubblica passò nelle mani di amministratori improvvisati ed
incompetenti, e la giustizia elargita da tribunali del popolo che volentieri
infliggevano ai ricchi delle forti multe a beneficio dei nuovi
reggitori.
La propaganda era in prevalenza a sfondo anarcoide e comunista auspicante una
repubblica del bengodi: non più tasse. non più padroni, non più guerre, non più
servizio militare, ma tutti liberi, tutti ricchi, tutti proprietari. Chi voleva
parlare in pubblico doveva intonarsi a questa musica, e vi si adattarono anche
i democristiani che in certe occasioni furono anche più violenti degli stessi
comunisti. Uno di essi, professatosi con me fervente monarchico, tenne a Lugo
un discorso a tinta bolscevizzante, aggressivo contro Casa Savoia. Gli chiesi
conto di questo suo strano atteggiamento ed egli mi risponde: «Se non do
addosso alla Monarchia il Comitato di Liberazione non mi fa parlare ».
Riparato
a Ravenna dopo 32 giorni di rifugio sulla linea gotica nei pressi del fiume
Senio, alcuni amici del Comitato mi danno l'incarico della compilazione di un
settimanale. In quei giorni si susseguivano le scomparse di fascisti alcuni dei
quali trovati appesi con uncini da macellaio agli alberi della pineta dantesca.
Chiesi al Comitato di intervenire onde si impedissero eccidi che non erano
altro che segni di barbarie, compilai un articolo in tale senso e puntai i
piedi sulla mia protesta. Dovetti uscire dal Comitato, nessuno mi sostenne, né
il rappresentante del Partito Liberale, né quello della Democrazia Cristiana.
Pochi mesi dopo avvenne l'orribile eccidio della famiglia dei conti Manzoni
Ansidei a Lavezzola vicino a Lugo: in una notte del giugno la madre con tre,
figli - dei quali uno professore all'Università di Bologna e un altro in
diplomazia - e la cameriera venivano prelevati da alcuni aderenti a quel Comitato
di Liberazione e fatti scomparire al fine di entrare in possesso dei terreni di
proprietà dì quella famiglia. Per tre anni i parenti non riuscirono ad avere
notizie del fatto poiché i Comitati locali avevano intessuto una rete di
silenzio, di ostruzionismo e di intimidazioni in pieno accordo con la polizia
che allora agiva completamente nelle sfere dei partigiani.
Da
ogni paese arrivavano notizie di delitti raccapriccianti: persone scomparse,
altre colpite da fucilate sparate dietro le siepi, o soppresse col classico
colpo alla nuca. Nei pressi di Budrio un disgraziato venne legato fra due assi
e, portato alla segheria dove, vivo, venne segato in due. Tutta l'Italia al di
sopra della linea gotica è solcata di sangue sgorgato da azioni di una crudeltà
feroce e barbarica. Al processo Graziani sono emersi fatti che rivelano le
condizioni nostrane di quel periodo nella lotta politica fra fascismo e
antifascismo: sangue e fango da entrambe le parti nel nome e nell'atmosfera di
una concezione repubblicana. Fu come un torrente di acqua torbida, una ondata
di putredine. che passò sulle città, sui villaggi, sui sobborghi e sconvolse,
le anime e le coscienze. Le due faziosità, le due intolleranze, quelle «repubblicane»
e quelle cosiddette «storiche» si erano scontrate nella Repubblica Sociale del
Nord, aggravate dall'insidia comunista e dalla complicità liberale e democristiana.
Abbiamo
già detto che la lotta partigiana, sia pure per esigenze di forza maggiore, non poté spiegarsi come guerra aperta tua dovette limitarsi all'imboscata, ciò che
dette origine a rappresaglie ed a repressioni feroci scatenatesi dalle opposte
parti in contesa. Ma i Comitati dovettero ridursi a queste azioni sotterranee
anche perché non avevano il consenso della Nazione. Essi erano soltanto temuti
per il terrore che spargevano sulle popolazioni. Il numero dei veri partigiani
fu relativamente esiguo. Mi diceva un amico di Milano che in quel periodo si
assume il compito di finanziare e di vettovagliare le diverse bande armate, che
queste non oltrepassavano in tutta la sua giurisdizione intorno alla città, i 2
mila componenti. (Simiani li fa salire a 6.000 in tutta la Lombardia ). E nelle
altre zone tutto era relativo. Il numero dei veri partigiani fu dunque esiguo.
Molti furono gli avventurieri che si scatenarono all'arrembaggio, dando ai loro
crimini un aspetto politico. Essi sbucarono negli ultimi giorni quando fascisti
e tedeschi avevano deposto le armi. Altri avevano sostituito col fazzoletto
rosso garibaldino ma di sapore comunista, la camicia nera. Questa tesi venne
sostenuta dal partigiano Marino Pascoli sull'organo repubblicano La Voce di Romagna di Ravenna, e
l'articolo venne da me riprodotto su Azione Monarchica di Roma. Una fucilata
sparata, alla maniera comunista, di dietro una siepe abbatteva il giovane e
generoso combattente.
Nessun
ideale risorgimentale dunque nelle masse inquadrate dai Comitati di
Liberazione: il vento del Nord non fu che una tattica balcanica esprimente la
legge della jungla - si ammazzava la gente come non si ammazzano i cani -
scatenatasi secondo un piano prestabilito da gruppi segreti che avevano tutto
l'interesse al dissolvimento della nazione ed allo sfacelo dell'unità
nazionale. Per noi la cosiddetta resistenza - salvo alcune eccezioni ora
misconosciute - si identifica con la propaganda l'iniziativa e l'azione
comunista. La borghesia ed il popolo, ma specialmente il ceto medio, non
capirono l'inganno e chi capì e lo intravide, ebbe paura, anche perché i capi
avevano tutti disertato od erano stati travolti dall'ondata bolscevizzante. Al
processo del «triangolo della morte» a Modena, un imputato, il Colli, racconta
l'assassinio dell’orefice De Stefani, con tale cinismo che il presidente della
Corte, è costretto ad apostrofarlo: «Vi manca ogni senso di umanità Ma questo
racconto non vi commuove? Neppure un cane si uccide in questo modo! ».

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