NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 15 settembre 2015

La Monarchia e il fascismo - XII capitolo - I

I COMITATI DI LIBERAZIONE SCATENANO IL TERRORE REPUBBLICANO

- Si ammazzava la gente come non si ammazzano i cani. 
- Il referendum e la truffa delle schede. 
Perché la Cassazione non ha «proclamato» la Repubblica?

Alla vigilia del referendum: il delitto strumento di propaganda. Eccidi e massacri raccapriccianti.

Vignetta di Giovannino Guareschi che ben illustra il clima dell'epoca.
Alla fine del maggio 1945 l'Italia viene travolta dal «vento del Nord». La raffica social comunista e repubblicana del 1919, 20 e 21, l’ondata fascista del 1922, la marcia su Roma, le adunate oceaniche del ventennio, l'insurrezione del 1945. La stessa massa, impulsiva e stravagante, traviata più o meno dagli stessi cantastorie: questo è il vento del Nord nei suoi variopinti colori. Risiedendo, nei mesi estivi ed autunnali in Romagna ho potuto constatare e seguire da vicino questo fenomeno di trasformazione in paesi che furono fra i più sovversivi, come me lo ricordano le famose lotte fra gialli e rossi Poi venne la trasformazione fascista- tutti in camicia nera con la stessa intolleranza di prima verso i tiepidi o gli... indifferenti, poiché la trasformazione fu tale che di contrari non se ne trovavano più.

Opposizione accanita alla Monarchia fecero, oltre che i socialcomunisti e il misero Partito d'Azione, la Democrazia Cristiana, il Partito Repubblicano e qualche frazione del Partito Liberale, cioè i tre partiti più compromessi nella nascita e nello sviluppo del fascismo e responsabili della dittatura. Il Vaticano a sua volta, affiancando o tollerando come aveva fatto dal 1919 la condotta della D.C. - che allora correva sotto le insegne di Partito Popolare - continua nella sua politica di avversione al liberalismo. La solidarietà dei partiti aderenti ai C. di L. N. chiama tutti responsabili del regime di terrore instaurato dal settembre del 1943 al 2 giugno 1946, sotto l'insegna della Repubblica. Il terrore, quando non era apertamente esaltato, era avallato dal silenzio o dall'omertà.

(Tempo fa l'on. Secchia, vice segretario del Partito Comunista, fece una aperta chiamata di correo ai partiti dell'Esarchia ricordando la loro presenza nel Comitato L. N. Alta Italia e quindi alla solidale responsabilità di quanto avvenuto in quel periodo nel Nord, avvenimenti che hanno la loro caratteristica espressione nel feroce massacro delle 300.000 vittime immolate nel santo nome delle libertà democratiche e repubblicane. Nel diario La prigionia di Roma di Carlo Trabucco redattore del quotidiano di don Sturzo Il popolo si legge che l'avv. Spataro della D.C. forniva a Bauer, Amendola, Pertini e Cevelotto esponenti del Comitato di L. clandestino di Roma «armi, tritolo, ed esplosivi vari». Materiale che servì ai comunisti nell'attentato di Via Rasella che portò all'orrenda strage delle Fosse Ardeatine. Ma oramai è provato in pieno l'accordo perfetto fra democristiani e comunisti nella distruzione dello Stato rappresentato dalla Monarchia, anche se i primi hanno tentato crearsi una verginità nella lotta ingaggiata dal 18 aprile 1948 contro i secondi, dimentichi, i democristiani, che l’on De Gasperi durante la campagna del referendum non aveva disdegnato, in un comizio al Brancaccio, di scoprire analogie, di riavvicinamento fra il verbo di Stalin ed il Vangelo del «proletario Cristo, anch'Egli israelita come Carlo Marx ».

Dai primi di giugno del 1943 a tutto il 1945, ho vissuto, senza interruzione, in Romagna, fra Bagnacavallo, Lugo ed Alfonsine. Dopo le aspre lotte fra gialli e rossi, quelle fra fascisti e antifascisti. Ma durante il ventennio la gran massa era tutta in camicia nera, gettata alle ortiche dopo l'aprile del 1945, quando riapparvero i grandi fazzoletti rossi svolazzanti: cambiò il colore ma gli alfieri erano gli stessi. A Ravenna le truppe Alleate entrarono nel novembre del 1944, ma ancora alla fine di febbraio dello stesso anno Pavolini vi aveva celebrato Muti, «il più bel guerriero della nostra razza ». Vi era stata una grande manifestazione e la salma deposta in S. Francesco   meta di continuo pellegrinaggio di popolo. Da tutta la Romagna erano arrivate rappresentanze di fasci e di organizzazioni sindacali. Con la presenza dei canadesi si scatenò la caccia a quei pochi rimasti fedeli al      fascio littorio, molti di essi soppressi dai loro stessi correligionari che vollero farsi una verginità. La direzione della cosa pubblica passò nelle mani di amministratori improvvisati ed incompetenti, e la giustizia elargita da tribunali del popolo che volentieri infliggevano ai ricchi delle forti multe a beneficio dei nuovi
reggitori. La propaganda era in prevalenza a sfondo anarcoide e comunista auspicante una repubblica del bengodi: non più tasse. non più padroni, non più guerre, non più servizio militare, ma tutti liberi, tutti ricchi, tutti proprietari. Chi voleva parlare in pubblico doveva intonarsi a questa musica, e vi si adattarono anche i democristiani che in certe occasioni furono anche più violenti degli stessi comunisti. Uno di essi, professatosi con me fervente monarchico, tenne a Lugo un discorso a tinta bolscevizzante, aggressivo contro Casa Savoia. Gli chiesi conto di questo suo strano atteggiamento ed egli mi risponde: «Se non do addosso alla Monarchia il Comitato di Liberazione non mi fa parlare ».

Riparato a Ravenna dopo 32 giorni di rifugio sulla linea gotica nei pressi del fiume Senio, alcuni amici del Comitato mi danno l'incarico della compilazione di un settimanale. In quei giorni si susseguivano le scomparse di fascisti alcuni dei quali trovati appesi con uncini da macellaio agli alberi della pineta dantesca. Chiesi al Comitato di intervenire onde si impedissero eccidi che non erano altro che segni di barbarie, compilai un articolo in tale senso e puntai i piedi sulla mia protesta. Dovetti uscire dal Comitato, nessuno mi sostenne, né il rappresentante del Partito Liberale, né quello della Democrazia Cristiana. Pochi mesi dopo avvenne l'orribile eccidio della famiglia dei conti Manzoni Ansidei a Lavezzola vicino a Lugo: in una notte del giugno la madre con tre, figli - dei quali uno professore all'Università di Bologna e un altro in diplomazia - e la cameriera venivano prelevati da alcuni aderenti a quel Comitato di Liberazione e fatti scomparire al fine di entrare in possesso dei terreni di proprietà dì quella famiglia. Per tre anni i parenti non riuscirono ad avere notizie del fatto poiché i Comitati locali avevano intessuto una rete di silenzio, di ostruzionismo e di intimidazioni in pieno accordo con la polizia che allora agiva completamente nelle sfere dei partigiani.
Da ogni paese arrivavano notizie di delitti raccapriccianti: persone scomparse, altre colpite da fucilate sparate dietro le siepi, o soppresse col classico colpo alla nuca. Nei pressi di Budrio un disgraziato venne legato fra due assi e, portato alla segheria dove, vivo, venne segato in due. Tutta l'Italia al di sopra della linea gotica è solcata di sangue sgorgato da azioni di una crudeltà feroce e barbarica. Al processo Graziani sono emersi fatti che rivelano le condizioni nostrane di quel periodo nella lotta politica fra fascismo e antifascismo: sangue e fango da entrambe le parti nel nome e nell'atmosfera di una concezione repubblicana. Fu come un torrente di acqua torbida, una ondata di putredine. che passò sulle città, sui villaggi, sui sobborghi e sconvolse, le anime e le coscienze. Le due faziosità, le due intolleranze, quelle «repubblicane» e quelle cosiddette «storiche» si erano scontrate nella Repubblica Sociale del Nord, aggravate dall'insidia comunista e dalla complicità liberale e democristiana.

Abbiamo già detto che la lotta partigiana, sia pure per esigenze di forza maggiore, non poté spiegarsi come guerra aperta tua dovette limitarsi all'imboscata, ciò che dette origine a rappresaglie ed a repressioni feroci scatenatesi dalle opposte parti in contesa. Ma i Comitati dovettero ridursi a queste azioni sotterranee anche perché non avevano il consenso della Nazione. Essi erano soltanto temuti per il terrore che spargevano sulle popolazioni. Il numero dei veri partigiani fu relativamente esiguo. Mi diceva un amico di Milano che in quel periodo si assume il compito di finanziare e di vettovagliare le diverse bande armate, che queste non oltrepassavano in tutta la sua giurisdizione intorno alla città, i 2 mila componenti. (Simiani li fa salire a 6.000 in tutta la Lombardia). E nelle altre zone tutto era relativo. Il numero dei veri partigiani fu dunque esiguo. Molti furono gli avventurieri che si scatenarono all'arrembaggio, dando ai loro crimini un aspetto politico. Essi sbucarono negli ultimi giorni quando fascisti e tedeschi avevano deposto le armi. Altri avevano sostituito col fazzoletto rosso garibaldino ma di sapore comunista, la camicia nera. Questa tesi venne sostenuta dal partigiano Marino Pascoli sull'organo repubblicano La Voce di Romagna di Ravenna, e l'articolo venne da me riprodotto su Azione Monarchica di Roma. Una fucilata sparata, alla maniera comunista, di dietro una siepe abbatteva il giovane e generoso combattente.


Nessun ideale risorgimentale dunque nelle masse inquadrate dai Comitati di Liberazione: il vento del Nord non fu che una tattica balcanica esprimente la legge della jungla - si ammazzava la gente come non si ammazzano i cani - scatenatasi secondo un piano prestabilito da gruppi segreti che avevano tutto l'interesse al dissolvimento della nazione ed allo sfacelo dell'unità nazionale. Per noi la cosiddetta resistenza - salvo alcune eccezioni ora misconosciute - si identifica con la propaganda l'iniziativa e l'azione comunista. La borghesia ed il popolo, ma specialmente il ceto medio, non capirono l'inganno e chi capì e lo intravide, ebbe paura, anche perché i capi avevano tutti disertato od erano stati travolti dall'ondata bolscevizzante. Al processo del «triangolo della morte» a Modena, un imputato, il Colli, racconta l'assassinio dell’orefice De Stefani, con tale cinismo che il presidente della Corte, è costretto ad apostrofarlo: «Vi manca ogni senso di umanità Ma questo racconto non vi commuove? Neppure un cane si uccide in questo modo! ».

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