NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 29 aprile 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - VI

I variopinti atteggiamenti del «Corriere della Sera».

Fra tanta sconfortante decadenza morale emerge la condotta del Corriere della Sera nelle persone dei suoi editori i fratelli Crespi, Mario, Aldo e Vittorio e della maggior parte della redazione che li ha serviti. Riassumiamone in breve la non edificante storia: Il giorno 21 novembre 1925 essi, unitamente alla madre signora Giulia Morbio ved. Crespi, nell'intento di rompere i loro rapporti contrattuali coi fratelli Albertini, approfittano di una mancata formalità nella revisione dello statuto della società (pubblicazione dell'atto di proroga della sua durata fatta il 31 marzo 1930 e richiesta dall'art. 96 del Codice di Commercio) ne chiedevano lo scioglimento. Nel numero del 28 novembre 1925 lo stesso direttore Luigi Albertini nell'articolo «Commiato» dice che, vista la minacciata sospensione delle pubblicazioni, «abbiamo dovuto, mio fratello ed io, rassegnarci alle conseguenze dell'intimazione dei Signori Crespi, cedere loro le nostre quote e rinunciare alla gerenza ed alla direzione di questo giornale».

Albertini combatté costantemente e tenacemente la politica interna di Giolitti, Orlando e Nitti in nome dell'idea liberale, che gli sembrava compromessa e violata dalla dedizione continua ai partiti estremi ed aggiunge di aver «fatto opera pubblica e privata perché l'on. Facta lasciasse presto il suo posto e permettesse così quell'avvento dei fascisti al potere per vie normali che si stava preparando sotto la guida di autorevoli uomini politici di parte liberale». Il Corriere si schierò contro il fascismo quando questo ebbe conquistato il potere con metodo insurrezionale perché usciva così dalla legalità. Questo principio l'Albertini non cessò di sostenerlo anche in Senato, come Amendola lo fece tenacemente alla Camera. Mussolini non perdonò ai suoi contradditori. Amendola dovette emigrare ed Albertini fu costretto a cedere il Corriere ai fratelli Crespi per la pressione delle squadre armate e minacciose sotto gli uffici del giornale.

Dopo l'atteggiamento filofascista del 1919-1922 seguì l'atteggiamento contrario al fascismo dal 1923 al 1925 per diventare in seguito - al passaggio totale delle quote di proprietà - ultra fascista fino al 25 luglio 1943; il giorno successivo improvvisamente subisce una grave crisi di coscienza e sotto un grande titoIone su tutta la pagina «Il saluto del popolo italiano al Governo del ministero Badoglio» appare questo articolo di fondo: (1)

«L'Italia è immortale. Questa certezza, documentata da una storia che ha conosciuto ore di oscuramento ma che non ha mai mancato al suo nobilissimo, civile destino, deve essere più che mai presente alla coscienza degli italiani in quest'ora solenne. Mentre il Sovrano, assumendo il comando di tutte le Forze Armate, rinnova il patto che lo consacra alle sorti e alle fortune del Paese, ogni esitazione, ogni discordia deve essere assolutamente evitata. La voce del dovere deve risuonare limpida e imperiosa nelle coscienze, dando il massimo vigore al nostro sentimento di disciplina, di collaborazione incondizionata e operante.
«Già il popolo ha parlato e con vibrante spontaneità ha espresso il suo consenso alle direttive date da Sua Maestà il Re. Le folle che si gono radunate nelle piazze acclamando al Sovrano, all'Esercito e alla Patria immortale, hanno detto come l'imperativo dell'ora sia stato subito sentito con una freschezza d'animo che è sicura promessa per l'avvenire. Obbedire, essere accanto all'uomo che deve guidare le sorti della Nazione in così grave momento: questo sia l'unico proposito d'ogni italiano. Obbedire nell'assoluto rispetto delle istituzioni all’ombra delle quali l'Italia ha conquistato la sua Unità e la sua indipendenza.
E così conclude: «Italiani! Dobbiamo stare al posto di lavoro e di lotta: al posto dell'onore. La concordia ha da illuminare la nostra via. Il valore dei soldati, l'operosità e l'antica saggezza della nostra gente sono una garanzia dell'audacia ».
Nella edizione del pomeriggio troviamo questa confessione: «E' difficile fare da noi stessi un giornale quando per vent'anni ce lo siamo visto dettare da un ministero». Ma questa crisi e questa confessione durano lo spazio d'un mattino. Con l'8 settembre il Corriere fiuta il vento e, dimentico di avere per ben quindici anni esaltato sotto dettatura lo spirito guerriero del regime ed eccitato gli animi alla guerra a fianco dei tedeschi in nome della volontà popolare, così commenta la notizia dell’armistizio:
«Giorno di profonda tristezza per il popolo italiano, se anche nel primo momento la fine di una guerra impopolare, che ha sparso di lutti e di rovine tutto il Paese, abbia potuto dare un senso d'istintivo sollievo». Accenna alla «evidente insufficienza materiale », alla « impreparazione che la lunga durata della lotta doveva rivelare sempre più calamitosa» e così termina: «Due date sorgono nella niente: il 4 novembre del 1918, l'8 settembre del 1943. Due guerre: col popolo, senza il popolo. E nel confronto è tutta la storia da cui bisogna risalire ».

Durante tutto il periodo della Repubblica del Nord il giornale - sotto la direzione di E. Amicucci - assume la nuova intonazione: la Patria è identificata nel connubio nazi-fascista; chi non ha aderito al nuovo partito fascista repubblicano è uno spergiuro e un traditore, e ripete a sazietà l'elogio «di questi sublimi vent'anni che pure hanno visto, nonostante resistenze occulte e palesi, sorgere opere grandiose e svilupparsi un programma sociale...»; fa continui appelli per gli arruolamenti e questo accorrere dei giovani alle armi lo chiama orgogliosamente «segni della rinascita». Il 25 luglio è battezzato «vento di follia così detta libertaria» e nello stesso tempo esalta le nuove manifestazioni squadriste.

La disinvoltura eccezionale del nostro magno organo - che è poi il rappresentante della mentalità intellettuale italiana - si rivela negli articoli di due suoi collaboratori: lo svizzero Gentizon e quel tal redattore che si firma semplicemente « il giramondo » (2). Del primo il giornale riporta una serie di lunghi articoli apparsi su Le mois suisse, che suonano esaltazione vera e propria del fascismo e di Mussolini, mentre condannano il Re e la Monarchia colpevoli di avere sempre ostacolato il regime: «Questa crisi, l'armistizio e la capitolazione, sono stati il prodotto d'una volontà manifesta del trono e dei capi superiori dell'Esercito. Per comprendere l'ingerenza del Re in queste decisioni di una tale gravità non bisogna dimenticare che vi è stata sempre in Italia, dopo il 1922, una rivalità sensibile tra gli elementi fascisti e gli elementi schiettamente monarchici. La dittatura mussoliniana ha dato sempre ombra alla Casa Savoia ». «...Certo il Duce governava ma non regnava». Mette in evidenza come la resistenza della Monarchia abbia impedito al fascismo di creare un regime così totalitario come il nazionalsocialismo che riuscì a forgiare una armata veramente repubblicana e socialista. Fu così che tutte le correnti di opposizione si appoggiarono sulla Monarchia, ed ammette che il fascismo «non avrebbe potuto essere rovesciato fino a che il Duce restava al potere»; soltanto, egli dice, «occorre sottolineare che le masse italiane non hanno affatto partecipato al colpo di forza che ha temporaneamente abbattuto il fascismo e il suo capo». Indi continua: «Il popolo ha appreso l'evento a mezzo della radio. Il regime mussoliniano non è stato dunque rovesciato il 25 luglio 1943 da un movimento popolare spontaneo ed irresistibile, da una esplosione unanime di odio e di rancore contro il sistema politico e sociale, la dottrina e l'uomo che guidava da più di 20 anni i destini d'Italia. In nessun momento vi fu la minima ondata di fondo per ristabilire la democrazia o il minimo sforzo per imporre il ritorno del liberalismo. Non vi furono barricate come non vi fu alcun romanticismo rivoluzionario. Sangue non ne fu sparso. Gli operai non si mossero, i contadini continuarono tranquillamente a mietere. Insomma non vi fu rivoluzione antifascista. Malgrado le amarezze e l'umiliazione delle disfatte africane, la lunghezza della guerra, le delusioni provate, i lutti, le privazioni, il rincaro della vita, la miseria delle classi povere, i bombardamenti, il popolo italiano in nessun luogo ha preso l'iniziativa di mettere fine al regime. Il popolo non ha avuto alcuna parte nell'avventura. La corrente che ha rovesciato il fascismo non è dunque stata di natura popolare. Il contrario sarebbe stato inconcepibile ».

Per il Corriere della Sera - e lo fa ripetere dal suo collaboratore straniero - non è nemmeno ammissibile che il popolo italiano fosse contrario alla guerra e potesse insorgere contro l'uomo che gli fece dono della Carta del Lavoro, delle Corporazioni, delle pensioni agli operai e contadini, dell'assicurazione sulla vecchiaia, del Dopolavoro, dell'Opera maternità ed infanzia, delle vacanze pagate, dei treni popolari, dei prestiti matrimoniali, ecc. ecc. E conclude: «In quest'ora cruciale l'Italia ha la grande fortuna di avere alla sua testa un uomo il cui potere emana dal fondo stesso della storia e che si identifica con i destini del proprio Paese».

Agli articoli del Gentizon si alternano quelli del Giramondo, sotto l'insegna di una rubrica «Dopo il 25 luglio». Questi è spietato contro tutti e quando parla del periodo badogliano nei momenti tragici in cui l'armistizio si imponeva e del risorgere dei vecchi partiti, osserva che in questo frangente «il re era in grado di dare dei punti a tutti in scaltrezza, in abilità manovriera, in perfidia, in malvagità». E più avanti, Badoglio e Vittorio Emanuele per l'azione del 25 luglio sono diventati «due sozzi sotto uomini». Non meno esplicito è verso Benedetto Croce «il cui crepuscolo, egli dice, è veramente inglorioso, perché nella storia della filosofia italiana l'azione svolta da Benedetto Croce dal 25 luglio in poi rimarrà come pagina di eterna vergogna. Quest'uomo ha scritto volumi e volumi di filosofia, ma non è un filosofo. Egli si è palesato un opportunista, un politicante fazioso, un profittatore che ha scroccato la fama di un inesistente martirio». Cinque anni più tardi il Corriere della Sera ospiterà le Memorie politiche del filosofo, esponente dell'antifascismo esarchico nelle quali verranno, come vedremo, servite ai lettori le più ingiuste e spietate accuse al Sovrano ma per ragioni precisamente opposte a quelle che hanno ispirato le contumelie del Giramondo. Così come inviterà alla collaborazione lo Sforza dimentico di avere detto di lui: «Egli non chiama in soccorso soltanto il delitto ma apre una scuola di delitto».

Le parole di disprezzo verso il Re, fino a chiamarlo mercante e usurario, non si contano, mentre poi pubblica la fotografia di Hitler in prima pagina per onorare il giorno del suo onomastico. Le 8 condanne a morte del Tribunale Speciale di Torino ai componenti di quel Comitato di Liberazione sono un «esemplare dovere di giustizia ».
Improvvisamente il 26 aprile 1945 il quotidiano milanese che ha assunto la testata di Nuovo Corriere e poi di Corriere di Informazione - passa agli ordini del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia del quale pubblica l'ultimatum ai nazifascisti: «Arrendersi o perire! ». Ma c'è poco da scegliere: gli Alleati sono nei sobborghi della città, tedeschi e fascisti sono in fuga e l'invito allo sciopero è semplicemente superfluo. L'insurrezione divampa quando il nemico non c'è più. E incominciano le vendette, l'orgia di sangue, la caccia all'uomo. Si uccide per uccidere, e l'epilogo ha luogo nella carneficina di Piazzale Loreto. Chi sono questi cosidetti insorti? Forse gli stessi che ancora quattro mesi prima avevano acclamato Mussolini.

Nel numero del Corriere d'Informazione del 25 maggio 1945, Mario Borsa, direttore, terminava un suo articolo di fondo, Sincerità: «Cerchiamo di essere soprattutto e anzitutto, uomini di carattere. E così - soltanto così - finiremo con l'essere buoni italiani». Non era quello del Corriere il pulpito più autorevole per un così nobile appello, ed i fatti, gli sviluppi della politica e gli stessi susseguenti atteggiamenti del Corriere d'Italia, del Corriere della Sera e dei maggiori quotidiani d'Italia dimostrano che la invocazione non ha sortito esito felice. Ancora il Borsa è costretto a scrivere il 2 giugno 1945: « ... far intendere ai C.L.N. periferici - e francamente ce n'è bisogno - che in questo momento il loro dovere è quello di impedire le violenze personali, i ricatti, le estorsioni arbitrarie di danaro; contenere, fin dove è possibile, l'arrembaggio, per non dare l'impressione che i rivolgimenti auspicati abbiano a risolversi nel prendere gli uni il posto lasciato dagli altri». Richiamo un poco blando se si considerano la crudeltà e la enormità dei massacri, ma tuttavia molto significativo e che conferma l'opera nefasta e deleteria dei Comitati di Liberazione. Nefasta e deleteria per il fatto che, invece di preoccuparsi dell'organizzazione della vita e dei servizi compromessi dalle necessità della guerra e dalle inevitabili incertezze del trapasso dei poteri, mirarono soprattutto alle sistemazioni personali lasciandosi andare alle vendette ed alla predicazione dell'odio.

Con questi precedenti: fiancheggiatore ore del fascismo dal 1919 alla vigilia della marcia su Roma; organo apologetico del regime dal 1925 al 25 luglio 1943; strumento della Repubblica del Nord e del Comando tedesco fino al 25 aprile del 1945, ecco che alla morte di Re Vittorio Emanuele III il Corriere della Sera assume l'atteggiamento della pulzella immacolata, scaricando sul Sovrano la responsabilità di colpe ed errori coscientemente commessi dal suo complesso editoriale e redazionale. L’articolo in morte del Re sull'edizione del mattino 30 dicembre 1947 diceva: « Come mai, avendo vinto con il popolo, e in nome del popolo l'ultima guerra di unificazione, si abbandonò alla dittatura, negò la libertà, accettò le responsabilità della Monarchia assoluta rinunziando alla pienezza del potere e si illuse di essere re costituzionale in un dispotismo che aboliva anche i controlli amministrativi? Certo Vittorio Emanuele non seppe, non vide o non potè ».

Ammette che il 25 luglio e l'8 settembre la Monarchia rese l'ultimo servizio all'Italia e la Luogotenenza «giovò a mantenere una continuità che sostenne la unità, avviò la ricostruzione dello Stato, evitò i pericoli della guerra civile». Ma nella stessa pagina, dopo la notizia della morte, in una notizia da Roma nella quale si afferma che il patrimonio del Re sarebbe di 15 miliardi, l'ufficio romano del Corriere - che fu fra i più sottomessi al regime ed è ancora composto delle stesse persone con Silvio Negro alla testa dei denigratori del Re, già alla testa dei servizievoli esaltatori del peggiore gerarchismo fascista - sferra la prima pugnalata: «Ora ci si domanda se questo testamento fatto da Vittorio Emanuele quando era del tutto imprevedibile ogni minaccia di esilio, possa ancora considerarsi valido » (testualeM). La salma del Sovrano non era ancora scesa nella fossa e già si pensava di spogliarne gli credi. Con questo inqualificabile
atteggiamento i fratelli Crespi intendevano forse assicurarsi - come si sono assicurata – l’intangibilità di quella parte di patrimonio accumulato coi « profitti di regime » nonché la descriminazione in Senato?
Quando si pensa che per 5 anni venne tenuta sotto sequestro la barca con la quale a Rimini un modesto e povero barcaiolo (essa era l'unico strumento in suo possesso per campare la magra vita) portava in gita Mussolini nelle sue brevi apparizioni in quel mare.
Venne sequestrata come « profitto di regime »! Due pesi e due misure. Evidentemente deve avere ragione Nitti là dove nelle sue Rivelazioni muove un'aspra critica alla condotta delle Commissioni di epurazione.
Nell'edizione serale del quotidiano milanese che porta la testata di Corriere d’Informazione, diretto da Guglielmo Emanuel, compare un articolo a firma di Cesare Spellanzon: « Il Re che non tenne fede allo Statuto », nel quale l'autore fà un accenno alla salita sul trono dopo il regicidio di Umberto I e poi continua: «Nel discorso che il nuovo re pronunciò in questa occasione, disse recisamente che non sarebbe mai mancata in lui la più serena fiducia nei nostri liberali ordinamenti», né gli sarebbe mai mancata «la forte iniziativa per difendere vigorosamente le gloriose istituzioni del Paese, retaggio prezioso dei nostri maggiori ». Esser venuto meno a questa solenne promessa e a tal suo giuramento, « fu colpa gravissima di re Vittorio Emanuele III, che portò sciagura a lui, alla sua casa, e all'Italia tutta ».

Passa in rassegna la guerra di Libia v quella 1915 - 1918 e prosegue: «Se il re avesse saputo conservarsi fedele allo Statuto e impedirne la manomissione, e conservare soltanto ciò che tra il 1911 e il 1918 era stato dall'Italia conquistato, il suo regno sarebbe stato memorabile», Si richiama alle prime agitazioni del dopo guerra, alla debolezza dei Governi di allora che lasciavano ingrossare il partito fascista» il quale con i suoi capi «commise innumerevoli atti di violenza, feroci delitti, distruzioni e rapine, col mezzo di squadre organizzate militarmente». Non una parola di biasimo alle violenze selvaggie del bolscevismo il quale, con la caccia agli ufficiali, ai soldati decorati, ai combattenti e le intemperanze in ogni settore della vita economica e civile provocarono la reazione del fascismo.
Egli dimentica che in quel periodo persino Arturo Labriola che pur fece la carriera politica socialista nella frazione rivoluzionaria, ebbe ad esclamare: «Temo di dover diventare reazionario per disperazione ».
Lo Spellanzon rimprovera al Re di aver accolto Mussolini dopo la marcia su Roma ma si guarda bene dal constatare che questi era accompagnato dal favore popolare, così come dimentica che l'azione rivoluzionaria del fascismo ebbe sì una soluzione extra parlamentare, ma perfettamente costituzionale. Lo Spellanzon avrebbe voluto lo stato d'assedio con lo incarico all'esercito di sparare sugli insorti i quali, egli ci assicura, «si sarebbero rapidamente squagliati al primo segno dì una energica resistenza». Ammette pertanto che «il Parlamento ebbe il torto di sanzionare il fatto compiuto», anche perché «nelle assemblee non è facile trovare atti di eroismo». Il Re invece avrebbe dovuto, per far piacere allo Spellanzon ed al Corriere d'Informazione, agire anche contro la volontà delle Camere, fare cioè un colpo di Stato! Ed il nostro storico continua: «Un'ultima occasione fu offerta al re per liberare il Paese da Mussolini e dal suo Governo nefasto: alla fine del 1924 alcuni uomini devoti alla Corona portarono al Sovrano la prova documentata che Mussolini era responsabile dello assassinio del deputato Matteotti, e che perciò doveva essere allontanato dal potere. Ma il re non volle ascoltare quei suoi fedeli servitori: si copriva gli occhi, si turava le orecchie, diceva che i suoi occhi e le sue orecchie erano la Camera e il Senato. Pretendeva che una Camera eletta con una legge elettorale fascista e un Senato intimidito dal Governo che disponeva di tutti i poteri si ribellassero al dittatore fascista e lo condannassero». «Il re, dopo qualche debole resistenza, approvò perfino la istituzione del Gran Consiglio del fascismo, che intaccava anche la normalità della successione al trono ».

Auguriamoci che lo Spellanzon quando scrive di storia esprima nel rilievo e nella valutazione degli avvenimenti, un animo diverso da quello col quale ha commentato gli atti di Re Vittorio, altrimenti ci sarebbe da reclamare che la sua produzione venga mandata al macero. Infatti: dove ha imparato che la Camera - in funzione quando avvenne il delitto Matteotti derivava da una legge fascista? Non sa lo Spellanzon che questa legge venne proposta da una commissione della quale facevano parte Orlando, Giolitti e Salandra, essendovi alla Camera soltanto 47 deputati fascisti? Non sa lo Spellanzon, che il Gran Consiglio venne approvato da un Consiglio dei Ministri nel quale erano popolari e liberali salandrini, i beniamini del giornale milanese? Non sa che alla notizia della costituzione del Gran Consiglio nessun giornale - dico nessuno, nemmeno il Corriere della Sera - fece la minima obbiezione al nuovo Istituto? Non sa lo Spellanzon che quanto riguardava la successione al trono era già di pertinenza delle Camere e passò al Gran Consiglio per via naturale dappoichè questo aveva assorbito le principali prerogative delle Camere? In quanto alla «prova documentata portata al Sovrano che Mussolini era responsabile dell'assassinio del deputato Matteotti» il nostro storico sa benissimo che tutto questo è frutto di pura fantasia. Ne abbiamo dimostrata la falsità nelle pagine precedenti contestando il discorso di Sforza al Senato, discorso che costui ama ricordare al fine di ripetere questa sua insulsa vanteria.
La verità sta in questo: le tanto strombazzate prove portate al Sovrano consistono nel memoriale di Cesare Rossi che l'on. BonDini voleva consegnare al Re. Questi lo respinse perché non era di sua competenza, ma bensì dell'alta Corte di Giustizia: denunciassero a questo consesso il crimine dì Mussolini.
In quanto ad «alcuni uomini devoti alla Corona che portarono al Sovrano la prova documentata che Mussolini...» ecc., sappiamo che si tratta degli on. Albertini, Sforza ed Amendola i quali recarono al Sovrano non accuse specifiche, ma soltanto recriminazioni di oppositori. Ciò è tanto vero che nessuno riuscì ad avere in mano un minimo di documentazioni sufficienti per denunciare Mussolini all'Alta Corte di Giustizia. Mancarono le prove come mancò il coraggio. Una denuncia venne bensì fatta ma nel 1944 dall'on. Berlinguer, quando però il pericolo era scomparso, il fascismo era disciolto ed il presunto colpevole defunto... I parlamentari che andarono dal Re a chiedere l'allontanamento di Mussolini si fecero sopratutto forti delle esigenze dell'opposizione. Possiamo assicurare per averne avuto confidenza da persona che in quei giorni avvicinava il Re, che questi avrebbe messo in imbarazzo i suoi interlocutori con questa osservazione: «Ma qual è l'opposizione che non chiede al Governo in carica di andarsene? Datemi un voto di maggioranza contrario o provocate dimostrazioni pubbliche e soltanto allora io potrò intervenire ».

Cosa avrebbero detto i critici della Monarchia se questa nel 1945, ascoltando l'invocazione di milioni di italiani, avesse destituito e magari fatto arrestare il governo dell'Esarchia, governo colpevole e confesso di ben più gravi delitti, le stragi del Nord? Forse che Einaudi ha destituito i ministri Sforza e Pacciardi, inseguiti da accuse specifiche di alto tradimento? Nessuno chiese mai alla Camera l'allontanamento di Mussolini, ma fu bensì chiesto quello di Pacciardi, accusato in pieno Parlamento dall'on. Cuttitta di collaborazionismo col nemico, la stessa accusa elevata contro il maggiore Tamagnini presidente dell'Associazione Reduci dalla prigionia e, fusa questa con l'Associazione Combattenti, vice presidente del nuovo organismo. Costui si salvò sotto le ali dell'art. 16 del Diktat, ma i suoi accusatori furono assolti per avere raggiunta la prova dei fatti ed egli dovette dimettersi da ogni carica e scomparve dalla circolazione. Malgrado il precedente del caso Tamagnini, Pacciardi e Sforza rimangono al governo e si recano all'estero a rappresentare l'Italia!
Durante il ventennio mai vi furono in Parlamento accuse specifiche contro Mussolini, non vi fu voto contrario, non vi furono dimostrazioni di piazza. Il popolo italiano si avvicinò sempre più a lui fino a fondersi tutto in un solo partito. Noi contrari eravamo come le mosche bianche, derisi e compatiti, anche da molti che ora si atteggiano a vittime e sono in prima fila ad accusare il Re.
Spellanzon non disdegnò andare dal tanto esecrato Sovrano ad offrire la sua Storia del Risorgimento e ad ascoltare quei consigli che lo convinsero a sviluppare la sua opera in 8 volumi invece che in 4. In pieno fascismo lo Spellanzon era grande ammiratore del Re. Ma dopo...
Non crediamo degno di rilievo il periodo col quale lo Spellanzon si avvia alla fine, del suo infelice articolo: «Re Vittorio Emanuele III solo l'anno dopo, [1946] costretto dai partiti antifascisti e principalmente dal rappresentante dell'America e della Gran Bretagna, consentì a rinunciare all'esercizio dei suoi poteri sovrani... ». Lasciamo alla sua insensibilità patriottica il compiacimento di vedere il Capo del proprio Paese umiliato dallo straniero.

(1) Durante il fascismo il Corriere della Sera è diretto da Aldo Borelli; dal 26 al 31 luglio 1943 da Filippo Sacchi; dal 1 agosto all'11 settembre da Ettore Janni; dopo una breve gerenza di Lasagna la direzione passa ad Ermanno Amicacci che la tiene fino al 25 aprile del 1945, periodo in cui il giornale per punizione dei Comitati di L. N. deve assumere prima il titolo di Nuovo Corriere e poi di Corriere d'Informazione. In seguito riprende le pubblicazioni con la vecchia testata di Corriere della Sera come premio per avere proficuamente soffiato sul «vento del nord» e per il silenzio sui delitti e sulle vendette dell'antifascismo.

(2) Dice il Silvestri (Mussolini, Graziani e l'antifascismo), allora a contatto con Mussolini, che in alcuni di quegli articoli si condensava un pensiero mussoliniano ed aggiunge: «E' oramai stabilito che gli articoli furono sempre coordi nati e completati dallo stesso Mussolini. Alcuni furono esclusiva opera sua ».



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