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| Ferruccio Parri |
Abbandonata Roma dai tedeschi,
cessata la resistenza degli ultimi nuclei difensivi, subito i politicanti
sbucano dai nascondigli e dai conventi dove si erano rifugiati mentre morivano
sulle barricate gli ultimi insorti rimasti senza direttive e senza capi.
Sbarazzatosi del Re, il Governo degli autoeletti entra a Roma col consenso
degli Alleati. Vittorio Emanuele era stato l'unico che di fronte allo straniero
avesse saputo mantenere un contegno di fermezza e di dignità, ma egli si trova
ora dinnanzi alla impossibilità di agire.
Sorvoliamo sull'assurdo di tanti
denigratori del Sovrano che anelano soltanto di partecipare al potere di quello
Stato ch'Egli ha ricostruito sin dalle fondamenta (sia pure con una fuga, come
essi affermano) e gli giurano fedeltà attraverso l'ipocrita formula di deporre
il giuramento nelle mani del presidente Bonomi il quale a sua volta lo
trasferisce al Re. Fermiamo l'attenzione alla seduta dell'8 giugno 1944 al
Grand Hotel, nella quale il Consiglio dei ministri, composto di persone non
elette da nessuno, viene posto sotto la sorveglianza - qualcuno dice sotto la
presidenza - di uno straniero, il famigerato Mac Farlane, presente anche l'on.
Orlando pur non possedendovi alcun titolo. Ad essi Badoglio dà subito il ben
servito onde placare tanta baldanza:
«Voi siete riuniti ora intorno a
questo tavolo in Roma liberata non perché voi che eravate nascosti o chiusi in
conventi abbiate potuto far qualche cosa; chi ha lavorato finora, assumendo le
più gravi responsabilità, è quel militare che, come ha detto Ruini, non
appartiene ad alcun partito ».
Badoglio poteva ben parlare così.
Il suo primo ministero, creato dal Re, venne costituito fra l'infuriare della
guerra e la minaccia di una rivolta fascista; gli altri, a Salerno, vennero
ricomposti senza il placet degli Alleati. I ministeri che lo seguirono invece
furono tutti volontariamente succubi dello straniero. Tuttavia i sopraggiunti
all'arrembaggio dello Stato incassano la sanguinosa staffilata in silenzio e
precedono senz'altro alla spartizione dei portafogli: si costituisce un
ministero di 17 dicasteri con altrettanti sottosegretari: ben sette ministri
sono senza portafogli (Cianca, Togliatti, De Gasperi, Ruini, Saragat, Sforza e
Croce, sostituito in seguito da Carandini). Tanta inflazione è resa necessaria
dal dover soddisfare le vanità di tanti cosiddetti «rappresentanti del popolo»
sorti dalle meditazioni conventuali.
Fra i postulanti vi sono anche i
reduci del congresso di Bari dove si era scatenata l'ira contro il Sovrano. Nel
mio Piemonte vige un proverbio: « A l'è mac chi ca l'ha tort ca perduna nen ».
Soltanto chi ha torto non perdona. E lo rafforzo con un detto dello stesso Sforza:
« Si detesta quelli che si è traditi ». Tutti i partecipanti del nuovo governo
hanno torto; tutti più o meno hanno tradito il Sovrano. Hanno torto i
menestrelli della sinistra bolscevica e repubblicana che dal 1919 al 1921 avevano
eccitato le masse senza avere il coraggio di capitanare la tanto predicata
rivoluzione esponendovi la vita; hanno torto i fuorusciti che alla prima
legnata dello squadrista erano fuggiti all'estero a diffamare l'Italia,
rientrati in Patria al seguito del nemico; hanno torto quelli che avevano
votato le leggi della dittatura.
Veniamo ora al nuovo ministero
imposto dai Comitati del Nord, al ministero Parri. L'esponente della cosiddetta
resistenza, Ferruccio Parri, uomo di mediocre, elevatura intellettuale, modesto
professore impiegato - col beneplacito di Mussolini e del fascismo - alla
Società Edison (noi nei 20 anni ci saremmo accontentati di molto meno, ma ci
siamo ben guardati dal prendere atteggiamenti di martiri), succede a Bonomi ma
non è preso sul serio da nessuno. Assume atteggiamenti melodrammatici che
sboccano nel ridicolo e proclama che «l'Italia di Parri non è l'Italia di
Mussolini »; si irrita per gli attacchi della stampa e formula vaghe minacce di
sapore mussoliniano perché, dice, la stampa avversaria gli ha fatto perdere la
pazienza; ed il suo governo assume sempre più lo aspetto di una vera e propria
tirannia. Quando squadre d'azione dei Comitati di L. vietano la vendita
delI'Uomo Qualunque, lo stesso Parri non nasconde i suoi ammonimenti a quei
giornali che lo criticano, impedisce in tutti i modi la propaganda monarchica e
fa escludere dalle sue conferenze stampa l'Italia Nuova sol perché ha osato
alzare la bandiera Sabauda. In questo modo assume sempre più la struttura di
intolleranza del Partito Fascista e fa dire dal suo ministro Brosio, passato al
repubblicanesimo attraverso compromessi e patteggiamenti, che «anche i
monarchici sono ammessi a godere di una certa libertà di propaganda e
d'opinione».
Dice Nitti nelle sue Rivelazioni
che al suo ritorno dopo 20 anni di esilio, ebbe subito una « impressione di
disgusto ». Egli sapeva «che tutta l'Italia era stata fascista, ma tutti si
vantavano con me di ciò che avevano sofferto per abbattere il fascismo con loro
grave pericolo e invocavano in compenso dure persecuzioni ai fascisti. Quella
fredda ferocia antifascista postuma che involgeva tutti mi parve cosa ingiusta
e pericolosissima; ma parve sopratutto falsa. Non si chiedevano che
persecuzioni. Si erano costituiti Comitati di epurazione legalmente
riconosciuti che invece di fare opere di virtù punivano in parte a loro
beneficio». E' risaputo infatti che bastava versare congrue somme ai partiti od
elargire mance a qualche capoccione della nuova democrazia ciellenista per
essere esonerati da condanne o dai profitti di regime. Le commissioni si
sfogarono sui piccoli e sui deboli per giustificare la loro esistenza
redditizia.
Ne venne di conseguenza la sfiducia
in ogni ceto, la sottoscrizione ai Buoni del Tesoro in Alta Italia si rallenta
in modo impressionante, i contadini si rifiutano di portare il grano
all'ammasso e Parri è costretto a minacciare, alla maniera democratica, le
persone danarose «di non farsi illusioni poiché esse pagheranno a suo tempo e
pagheranno caro».
E' un governo che non ha nessuna
autorità sulle masse lavoratrici perché governo di gente improvvisata: infatti
si scatenano ovunque scioperi che lo mettono in serio imbarazzo, e, durante una
sua visita a Napoli Parri è aggredito dalla folla, fracassata l'automobile,
costretto a nascondersi nei locali della Camera del Lavoro per sottrarsi
all'ira popolare, all'ira di quel popolo di cui egli presuntuosamente dichiara
ogni momento di essere il rappresentante e l'interprete.
Non si può concepire un governo più
inetto: tutto è disordine, nessuno più ubbidisce, l'autorità dello Stato non
esiste più, siamo in piena anarchia giuridica, economica, finanziaria e morale.
Il presidente della Commissione Centrale Economica del Comitato di L. Alta
Italia Merzagora, si dimette dalla carica con questa motivazione: «I Comitati
esigono che alle cariche retribuite nelle aziende vengano poste personalità
politiche indipendentemente dalle loro capacità tecniche e amministrative». E' l’arrembaggio
alle prebende che si preannuncia. Le commissioni aziendali nominate dai Comitati
di L. portano il caos nelle aziende e pertanto il Merzagora getta l'allarme perché
alcuni commissari e le commissioni interne «credono di gestire l'azienda
impossessandosi dei magazzeni viveri e degli automezzi ». Questo disastroso
esperimento dei Comitati nel settore economico riflette il fallimento nel
settore politico. Come in questo settore emerse sopratutto la tendenza alla
distruzione dello Stato, in quello economico fu la distruzione di ogni attività
creativa. Perchè, come diceva Alfredo Oriani, nelle ore difficili il potere
tocca ai forti, non ai furbi. Il governo dei Comitati fu un governo senza
seguito o meglio con l'esiguo seguito della clientela procacciante del Partito
d'Azione. Esempio ne è lo stesso Parri il quale prima della liberazione da
Milano tuonava per negare la legalità al ministero Badoglio perché mancante di
investitura popolare. A maggior ragione - stando alla logica parriana - devesi
negare ogni parvenza di legalità al ministero Parri che non solo non aveva tale
investitura, ma come esponente del Partito d'Azione con seguito trascurabile,
era anche deprecato dagli italiani. La logica di Parri ci porta a negargli ogni
diritto al Senato: la sua nomina a senatore è abusiva dal momento che mancava
della investitura richiesta. Non è stato escluso il generale Badoglio che pure
aveva diritti molto superiori ai suoi? Infatti questi derivava il suo titolo di
Presidente del Consiglio dalla investitura avuta dalla Monarchia che nel
referendum ottenne oltre 11 milioni di voti. Il Partito d'Azione che aveva,
senza seguito alcuno, investito Parri, fu invece seppellito nella ignominia.
Ma una cosa è distruggere uno
Stato, altra cosa è ricostruirlo. A Milano i magistrati protestano per i
continui assalti, durante le udienze, ai collegi giudicanti. I partigiani
entrano con violenza nell'aula e sottraggono i loro compagni, denunciati per
violenze o delitti comuni, al rigore della legge. In una assemblea di 800
avvocati a Roma si protesta contro le inframmettenze del ministro della
giustizia Togliatti nei processi e si reclama la necessità dell'indipendenza
della magistratura. E così le assemblee si susseguono in tutta Italia. Cosa
inconcepibile, Togliatti si avvale di certe disposizioni del Codice Penale
fascista
vale di certe disposizioni dei Codice
Penale fascista (applicate una volta sola da Grandi per i reati annonari)
richiamandole quando ciò fa comodo ai suoi fini politici. Violava lo Statuto
negando al Sovrano il diritto di grazia per le condanne a morte, ed applicava
le leggi fasciste del Tribunale speciale tanto deprecate dall'antifascismo!
A sua volta Parri, che si era reso
garante sul suo onore del rispetto alla tregua costituzionale, avalla una
dichiarazione del Partito d'Azione nella quale si reclama la decadenza della
Monarchia, e permette che si dia la caccia ai reduci dalla Russia che osano
descrivere gli orrori di laggiù. Tenta di scatenare lo scandalo dei confidenti
dell'Ovra onde compromettere alcuni avversari del suo Governo, ma la mossa si
rivolta contro di lui: viene provato che Nenni ha ottenuto la soppressione di
17 fascicoli fra i quali quello dello stesso Nenni, di Brosio, Ruinì, Molè, De
Gasperi, Spataro, Croce, Cianca, ecc. A questa soppressione si era rifiutato il
Direttore Generale della P.S. ma Parri interviene e ne ordina la consegna. Egli
tiene il Paese sotto il continuo incubo: o fare la volontà delle sinistre, o la
guerra civile, minaccia riassunta nello slogan di Nenni: «La Repubblica o il
caos». Ed i repubblicani che per vent'anni hanno accusato la Monarchia di aver
fatto i più svariati colpi di Stato, non disdegnano invocare il più
caratteristico di essi mediante la costituzione di un « Governo provvisorio »
che poi sarebbe anche contro la volontà popolare. Parri vorrebbe rimanere - e
tutto escogita pur di rimanere - ma è costretto, dalle dimissioni dei liberali,
ad andarsene.
Carlo Silvestri nei suoi volumi
Mussolini, Graziani e l'antifascismo, e Resoconti del processo « Merlo giallo -
Parri», riporta le deposizioni e le documentazioni dalle quali risulta come il
Parri sia stato protetto da Mussolini che durante la resistenza gli salvò più volte la vita. A sua volta il Cadorna, (La
Riscossa, Rizzoli) parla della «misteriosa liberazione di Parri» dalle carceri
di Verona. Così è finita la leggenda dell’inflessibile e puro:
(Si racconta che discutendo con un
funzionario, ad una obiezione di questi circa la illegalità di un certo
provvedimento, il Parri stupito chiedesse: « Ma che cosa è il Consiglio di
Stato? » Questi erano e sono gli uomini che pretendevano e pretendono
sostituire la millenaria inetta Monarchia!).
Liberato il paese dalla tirannia
del «dittatore deIl’odio e della faziosità», si giunge nel dicembre 1945
all'incarico a De Gasperi. Escluso Bonomi oramai esautorato, escluso Nitti
severo censore della politica dei Comitati, escluso De Nicola che pretende
l'unanimità, indeciso Orlando, si finisce al capo della Democrazia Cristiana.
Vorrebbe Umberto arrivare alla composizione di un governo nel quale siano bensì
rappresentati tutti i partiti, ma che nello stesso tempo raccogliesse
l'adesione di tutti i ceti nazionali della enorme maggioranza degli italiani
non rappresentata certamente dai presuntuosi partiti in lizza. Umberto tenta il
ritorno alla funzione equilibratrice del Monarcato il quale deve tendere
all'armonia nazionale: «O la Monarchia sta al di sopra dei partiti per
impedirne l'urto e se possibile unirli, o non ha ragione di essere» (1). I
partiti in gara anelanti al potere, se pure non hanno investitura alcuna e i
postulanti ai portafogli sono tutti auto candidati, si possono ridurre a 6:
azionisti, comunisti, demolaburisti, democrazia cristiana, liberali,
socialisti. E' desiderio di Umberto allargare questa base con l'inclusione di
Orlando, Bonomi e Nitti, cioè di uomini politici di larga esperienza e di
prestigio in rappresentanza delle vaste correnti del Paese non aderenti ai
Comitati e che quindi non si potevano da questi considerare rappresentate.
(1) Confrontare l'accoglienza a Parri con quella fatta dal
popolino napoletano al Principe Aimone al grido delirante di Viva il Re! durante
i funerali della duchessa d'Aosta.
(2) NINO BOLLA: Colloqui Con Umberto II. pag. 6, Fantera,
Roma.

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