NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 15 aprile 2015

La Monarchia e il Fascismo - undicesimo capitolo - III

Ferruccio Parri
Gli eroi dell'antifascismo sbucano dai conventi e fanno di Parri l'eroe dell'odio e della vendetta.

Abbandonata Roma dai tedeschi, cessata la resistenza degli ultimi nuclei difensivi, subito i politicanti sbucano dai nascondigli e dai conventi dove si erano rifugiati mentre morivano sulle barricate gli ultimi insorti rimasti senza direttive e senza capi. Sbarazzatosi del Re, il Governo degli autoeletti entra a Roma col consenso degli Alleati. Vittorio Emanuele era stato l'unico che di fronte allo straniero avesse saputo mantenere un contegno di fermezza e di dignità, ma egli si trova ora dinnanzi alla impossibilità di agire.
Sorvoliamo sull'assurdo di tanti denigratori del Sovrano che anelano soltanto di partecipare al potere di quello Stato ch'Egli ha ricostruito sin dalle fondamenta (sia pure con una fuga, come essi affermano) e gli giurano fedeltà attraverso l'ipocrita formula di deporre il giuramento nelle mani del presidente Bonomi il quale a sua volta lo trasferisce al Re. Fermiamo l'attenzione alla seduta dell'8 giugno 1944 al Grand Hotel, nella quale il Consiglio dei ministri, composto di persone non elette da nessuno, viene posto sotto la sorveglianza - qualcuno dice sotto la presidenza - di uno straniero, il famigerato Mac Farlane, presente anche l'on. Orlando pur non possedendovi alcun titolo. Ad essi Badoglio dà subito il ben servito onde placare tanta baldanza:

«Voi siete riuniti ora intorno a questo tavolo in Roma liberata non perché voi che eravate nascosti o chiusi in conventi abbiate potuto far qualche cosa; chi ha lavorato finora, assumendo le più gravi responsabilità, è quel militare che, come ha detto Ruini, non appartiene ad alcun partito ».

Badoglio poteva ben parlare così. Il suo primo ministero, creato dal Re, venne costituito fra l'infuriare della guerra e la minaccia di una rivolta fascista; gli altri, a Salerno, vennero ricomposti senza il placet degli Alleati. I ministeri che lo seguirono invece furono tutti volontariamente succubi dello straniero. Tuttavia i sopraggiunti all'arrembaggio dello Stato incassano la sanguinosa staffilata in silenzio e precedono senz'altro alla spartizione dei portafogli: si costituisce un ministero di 17 dicasteri con altrettanti sottosegretari: ben sette ministri sono senza portafogli (Cianca, Togliatti, De Gasperi, Ruini, Saragat, Sforza e Croce, sostituito in seguito da Carandini). Tanta inflazione è resa necessaria dal dover soddisfare le vanità di tanti cosiddetti «rappresentanti del popolo» sorti dalle meditazioni conventuali.

Fra i postulanti vi sono anche i reduci del congresso di Bari dove si era scatenata l'ira contro il Sovrano. Nel mio Piemonte vige un proverbio: « A l'è mac chi ca l'ha tort ca perduna nen ». Soltanto chi ha torto non perdona. E lo rafforzo con un detto dello stesso Sforza: « Si detesta quelli che si è traditi ». Tutti i partecipanti del nuovo governo hanno torto; tutti più o meno hanno tradito il Sovrano. Hanno torto i menestrelli della sinistra bolscevica e repubblicana che dal 1919 al 1921 avevano eccitato le masse senza avere il coraggio di capitanare la tanto predicata rivoluzione esponendovi la vita; hanno torto i fuorusciti che alla prima legnata dello squadrista erano fuggiti all'estero a diffamare l'Italia, rientrati in Patria al seguito del nemico; hanno torto quelli che avevano votato le leggi della dittatura.
Veniamo ora al nuovo ministero imposto dai Comitati del Nord, al ministero Parri. L'esponente della cosiddetta resistenza, Ferruccio Parri, uomo di mediocre, elevatura intellettuale, modesto professore impiegato - col beneplacito di Mussolini e del fascismo - alla Società Edison (noi nei 20 anni ci saremmo accontentati di molto meno, ma ci siamo ben guardati dal prendere atteggiamenti di martiri), succede a Bonomi ma non è preso sul serio da nessuno. Assume atteggiamenti melodrammatici che sboccano nel ridicolo e proclama che «l'Italia di Parri non è l'Italia di Mussolini »; si irrita per gli attacchi della stampa e formula vaghe minacce di sapore mussoliniano perché, dice, la stampa avversaria gli ha fatto perdere la pazienza; ed il suo governo assume sempre più lo aspetto di una vera e propria tirannia. Quando squadre d'azione dei Comitati di L. vietano la vendita delI'Uomo Qualunque, lo stesso Parri non nasconde i suoi ammonimenti a quei giornali che lo criticano, impedisce in tutti i modi la propaganda monarchica e fa escludere dalle sue conferenze stampa l'Italia Nuova sol perché ha osato alzare la bandiera Sabauda. In questo modo assume sempre più la struttura di intolleranza del Partito Fascista e fa dire dal suo ministro Brosio, passato al repubblicanesimo attraverso compromessi e patteggiamenti, che «anche i monarchici sono ammessi a godere di una certa libertà di propaganda e d'opinione».

Dice Nitti nelle sue Rivelazioni che al suo ritorno dopo 20 anni di esilio, ebbe subito una « impressione di disgusto ». Egli sapeva «che tutta l'Italia era stata fascista, ma tutti si vantavano con me di ciò che avevano sofferto per abbattere il fascismo con loro grave pericolo e invocavano in compenso dure persecuzioni ai fascisti. Quella fredda ferocia antifascista postuma che involgeva tutti mi parve cosa ingiusta e pericolosissima; ma parve sopratutto falsa. Non si chiedevano che persecuzioni. Si erano costituiti Comitati di epurazione legalmente riconosciuti che invece di fare opere di virtù punivano in parte a loro beneficio». E' risaputo infatti che bastava versare congrue somme ai partiti od elargire mance a qualche capoccione della nuova democrazia ciellenista per essere esonerati da condanne o dai profitti di regime. Le commissioni si sfogarono sui piccoli e sui deboli per giustificare la loro esistenza redditizia.
Ne venne di conseguenza la sfiducia in ogni ceto, la sottoscrizione ai Buoni del Tesoro in Alta Italia si rallenta in modo impressionante, i contadini si rifiutano di portare il grano all'ammasso e Parri è costretto a minacciare, alla maniera democratica, le persone danarose «di non farsi illusioni poiché esse pagheranno a suo tempo e pagheranno caro».

E' un governo che non ha nessuna autorità sulle masse lavoratrici perché governo di gente improvvisata: infatti si scatenano ovunque scioperi che lo mettono in serio imbarazzo, e, durante una sua visita a Napoli Parri è aggredito dalla folla, fracassata l'automobile, costretto a nascondersi nei locali della Camera del Lavoro per sottrarsi all'ira popolare, all'ira di quel popolo di cui egli presuntuosamente dichiara ogni momento di essere il rappresentante e l'interprete.
Non si può concepire un governo più inetto: tutto è disordine, nessuno più ubbidisce, l'autorità dello Stato non esiste più, siamo in piena anarchia giuridica, economica, finanziaria e morale. Il presidente della Commissione Centrale Economica del Comitato di L. Alta Italia Merzagora, si dimette dalla carica con questa motivazione: «I Comitati esigono che alle cariche retribuite nelle aziende vengano poste personalità politiche indipendentemente dalle loro capacità tecniche e amministrative». E' l’arrembaggio alle prebende che si preannuncia. Le commissioni aziendali nominate dai Comitati di L. portano il caos nelle aziende e pertanto il Merzagora getta l'allarme perché alcuni commissari e le commissioni interne «credono di gestire l'azienda impossessandosi dei magazzeni viveri e degli automezzi ». Questo disastroso esperimento dei Comitati nel settore economico riflette il fallimento nel settore politico. Come in questo settore emerse sopratutto la tendenza alla distruzione dello Stato, in quello economico fu la distruzione di ogni attività creativa. Perchè, come diceva Alfredo Oriani, nelle ore difficili il potere tocca ai forti, non ai furbi. Il governo dei Comitati fu un governo senza seguito o meglio con l'esiguo seguito della clientela procacciante del Partito d'Azione. Esempio ne è lo stesso Parri il quale prima della liberazione da Milano tuonava per negare la legalità al ministero Badoglio perché mancante di investitura popolare. A maggior ragione - stando alla logica parriana - devesi negare ogni parvenza di legalità al ministero Parri che non solo non aveva tale investitura, ma come esponente del Partito d'Azione con seguito trascurabile, era anche deprecato dagli italiani. La logica di Parri ci porta a negargli ogni diritto al Senato: la sua nomina a senatore è abusiva dal momento che mancava della investitura richiesta. Non è stato escluso il generale Badoglio che pure aveva diritti molto superiori ai suoi? Infatti questi derivava il suo titolo di Presidente del Consiglio dalla investitura avuta dalla Monarchia che nel referendum ottenne oltre 11 milioni di voti. Il Partito d'Azione che aveva, senza seguito alcuno, investito Parri, fu invece seppellito nella ignominia.

Ma una cosa è distruggere uno Stato, altra cosa è ricostruirlo. A Milano i magistrati protestano per i continui assalti, durante le udienze, ai collegi giudicanti. I partigiani entrano con violenza nell'aula e sottraggono i loro compagni, denunciati per violenze o delitti comuni, al rigore della legge. In una assemblea di 800 avvocati a Roma si protesta contro le inframmettenze del ministro della giustizia Togliatti nei processi e si reclama la necessità dell'indipendenza della magistratura. E così le assemblee si susseguono in tutta Italia. Cosa inconcepibile, Togliatti si avvale di certe disposizioni del Codice Penale fascista
vale di certe disposizioni dei Codice Penale fascista (applicate una volta sola da Grandi per i reati annonari) richiamandole quando ciò fa comodo ai suoi fini politici. Violava lo Statuto negando al Sovrano il diritto di grazia per le condanne a morte, ed applicava le leggi fasciste del Tribunale speciale tanto deprecate dall'antifascismo!

A sua volta Parri, che si era reso garante sul suo onore del rispetto alla tregua costituzionale, avalla una dichiarazione del Partito d'Azione nella quale si reclama la decadenza della Monarchia, e permette che si dia la caccia ai reduci dalla Russia che osano descrivere gli orrori di laggiù. Tenta di scatenare lo scandalo dei confidenti dell'Ovra onde compromettere alcuni avversari del suo Governo, ma la mossa si rivolta contro di lui: viene provato che Nenni ha ottenuto la soppressione di 17 fascicoli fra i quali quello dello stesso Nenni, di Brosio, Ruinì, Molè, De Gasperi, Spataro, Croce, Cianca, ecc. A questa soppressione si era rifiutato il Direttore Generale della P.S. ma Parri interviene e ne ordina la consegna. Egli tiene il Paese sotto il continuo incubo: o fare la volontà delle sinistre, o la guerra civile, minaccia riassunta nello slogan di Nenni: «La Repubblica o il caos». Ed i repubblicani che per vent'anni hanno accusato la Monarchia di aver fatto i più svariati colpi di Stato, non disdegnano invocare il più caratteristico di essi mediante la costituzione di un « Governo provvisorio » che poi sarebbe anche contro la volontà popolare. Parri vorrebbe rimanere - e tutto escogita pur di rimanere - ma è costretto, dalle dimissioni dei liberali, ad andarsene.

Carlo Silvestri nei suoi volumi Mussolini, Graziani e l'antifascismo, e Resoconti del processo « Merlo giallo - Parri», riporta le deposizioni e le documentazioni dalle quali risulta come il Parri sia stato protetto da Mussolini che durante la resistenza gli salvò più  volte la vita. A sua volta il Cadorna, (La Riscossa, Rizzoli) parla della «misteriosa liberazione di Parri» dalle carceri di Verona. Così è finita la leggenda dell’inflessibile e puro:
(Si racconta che discutendo con un funzionario, ad una obiezione di questi circa la illegalità di un certo provvedimento, il Parri stupito chiedesse: « Ma che cosa è il Consiglio di Stato? » Questi erano e sono gli uomini che pretendevano e pretendono sostituire la millenaria inetta Monarchia!).


Liberato il paese dalla tirannia del «dittatore deIl’odio e della faziosità», si giunge nel dicembre 1945 all'incarico a De Gasperi. Escluso Bonomi oramai esautorato, escluso Nitti severo censore della politica dei Comitati, escluso De Nicola che pretende l'unanimità, indeciso Orlando, si finisce al capo della Democrazia Cristiana. Vorrebbe Umberto arrivare alla composizione di un governo nel quale siano bensì rappresentati tutti i partiti, ma che nello stesso tempo raccogliesse l'adesione di tutti i ceti nazionali della enorme maggioranza degli italiani non rappresentata certamente dai presuntuosi partiti in lizza. Umberto tenta il ritorno alla funzione equilibratrice del Monarcato il quale deve tendere all'armonia nazionale: «O la Monarchia sta al di sopra dei partiti per impedirne l'urto e se possibile unirli, o non ha ragione di essere» (1). I partiti in gara anelanti al potere, se pure non hanno investitura alcuna e i postulanti ai portafogli sono tutti auto candidati, si possono ridurre a 6: azionisti, comunisti, demolaburisti, democrazia cristiana, liberali, socialisti. E' desiderio di Umberto allargare questa base con l'inclusione di Orlando, Bonomi e Nitti, cioè di uomini politici di larga esperienza e di prestigio in rappresentanza delle vaste correnti del Paese non aderenti ai Comitati e che quindi non si potevano da questi considerare rappresentate.


(1) Confrontare l'accoglienza a Parri con quella fatta dal popolino napoletano al Principe Aimone al grido delirante di Viva il Re! durante i funerali della duchessa d'Aosta.


(2)  NINO BOLLA: Colloqui Con Umberto II. pag. 6, Fantera, Roma.

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