Durante le consultazioni Orlando subordina la sua
accettazione a quella di Nitti: questi viene bensì interpellato da persona
vicino alla Corona, ma non lo fu mai da De Gasperi, come sarebbe stato suo
dovere dato l'incarico avuto dal Luogotenente. De Gasperi non perdona a Nitti -
uno dei pochissimi uomini politici che abbiano pagato di persona tenendo testa
a Mussolini - il discorso al S. Carlo di Napoli nel quale il vecchio uomo di
Stato, ponendo gli interessi della Patria al di sopra delle offese personali,
condannava la propaganda dei Comitati e faceva appello alla concordia
nazionale. Ottenuta l'accettazione dei tre super revisori, i liberali pongono
alcune condizioni preliminari - concretate in 10 punti - per l'entrata nel
Ministero, ma la crisi si prolunga causa la resistenza degli altri 5 partiti
che vorrebbero conservare il monopolio del programma dei Comitati di L.; essi
fanno annunciare dall'on. Pertini che costituiranno un governo senza i
liberali, cioè un governo a cinque, mentre De Gasperi procede in tal senso alla
formazione del ministero rompendo il Patto intercorso fra i partiti.
Interviene la Corona a mezzo del ministro Falcone Lucifero
per richiamare all'osservanza dell'incarico ricevuto, la formazione cioè di un
governo a sei a base allargata. Richiamato all'ordine, De Gasperi inscena uno
svenimento, finge di farsi portare a casa e invece si reca al Quirinale dal
Luogotenente, ove rimane a lungo, nella notte. Deve avere sperimentata la
fermezza e la lealtà di Umberto. L'indomani - dopo 12 giorni di trattative -
costituisce il ministero fra i sei partiti includendo anche i liberali con la
promessa che l'allargamento ai tre super ministri sarebbe avvenuto in un
secondo tempo. Con questa astuzia il capo della democrazia cristiana elude la volontà
del Luogotenente di formare un governo a base nazionale e porta al potere la
sola Esarchia che preparerà la trappola del referendum e che soprattutto
dimostrerà la sua incapacità a condurre le sorti del Paese.
Ogni membro del governo si proclama rappresentante della
«volontà popolare» ma in definitiva essi non rappresentano che se stessi perché
non sono eletti da nessuno e cercano di instaurare ciascuno una tirannia
personale. Emergono i comunisti che procedono subito alla organizzazione delle
squadre: il fascismo è appena caduto e già compaiono i manganelli, anzi le
sbarre di ferro occultate da drappi rossi. Assaltano mutilati ed invalidi che
si recano in corteo al Milite Ignoto a proclamare l'italianità di Trieste e fra
scene selvagge è mandato all'ospedale, con altri 150 feriti, Pennanera (cap.
Apollonio, superstite della strage di Caulonia) che ha tenuto il discorso. Il
governo è complice con la sua assenza.
L'on. Gasparotto, che abbiamo visto nel 1922 quando era
ministro della guerra aderente allo squadrismo fascista, e che ritroviamo nel
Listone ufficiale del Governo composto di fascisti, liberali e democratici
fiancheggiatori nelle elezioni politiche del 6 aprile 1924 col collegio unico
nazionale, commemorando a Roma al teatro Adriano il 24 maggio, dice che il
popolo italiano «è stato assolutamente estraneo all'avventura fascista» e parla
come se fosse stato estraneo anche lui. Toscanini, invitato a tornare in Italia
tiene un linguaggio che non si addice alla sua statura. Ma egli è pertanto l'uomo
che, per far dimenticare la sua partecipazione alle prime battaglie fasciste al
fianco di Mussolini, indice in America dei concerti il cui introito è servito
ad acquistare un aereoplano inviato in Italia a bombardare i suoi concittadini.
Una eco clamorosa ha avuto l'invettiva di Cesare Rossi al processo all'Alta
Corte di Giustizia: «Otto membri del governo presieduto da Bonomi, diedero voto
favorevole, al governo di coalizione creato da Mussolini dopo la marcia su Roma»
(1).
E così appare sempre più evidente che i Comitati di L. sono
soprattutto alimentati da ex fascisti buttatisi d'urgenza dall'altra parte,
mentre quelli che nel ventennio erano rimasti oppositori, sia pure silenziosi,
della dittatura, continuano tale loro atteggiamento anche nei confronti dei
Comitati poiché questi non sanno esprimere che faziosità. La condotta po. Etica
di certi improvvisati amministratori della cosa pubblica è talmente sconclusionata
che li fa venire in uggia persino ai loro protettori, gli Alleati, poiché questi
sono costretti ad emettere un'ordinanza nella quale viene tolto ogni valore
legale a decreti ed ordinanze emanati dai Comitati, stabilendo che debbano
funzionare soltanto come organi consultivi.
Coraggiosa la denuncia del generale Bencivenga - già comandante
a Roma delle forze di resistenza - fatta alla Consulta: critica il Governo per
l'oppressione alla libertà, denuncia il contingentamento della carta che è
dominato dai più sfacciati favoritismi poiché si negano i permessi per le pubblicazioni
se non si dichiara di appoggiare il governo ed i Comitati di L. Quando, nella
sua serena esposizione il Bencivenga rileva che i sei partiti al governo non
rappresentano nemmeno il 16 per cento della popolazione, l'on. Carlo Sforza che
presiede l'Assemblea gli toglie la parola mentre deputati della sinistra
democratica lo aggrediscono stappandogli le cartelle di mano.
Tutto questo pervertimento negli atteggiamenti delle sinistre
ha origine sopratutto, oltre che dalla necessità di nasconder sotto il velo
delle perturbazioni rivoluzionarie l'inettitudine e l'impreparazione dei nuovi
dirigenti, dalla paura. Dopo il 25 luglio il favore popolare era tornato verso
il Sovrano: le dimostrazioni nelle piazze accertano questo stato d'animo delle
folle. Ma nell'entusiasmo per la ritrovata libertà non dimenticano di ricercare
i responsabili della catastrofe. Le masse che oggi deprecano il fascismo sono
le stesse che per vent'anni lo hanno esaltato. Scriveva a tale proposito il
liberale conte Niccolò Carandini, monarchico passato al repubblicanesimo nel
periodo clandestino e, assieme al La Malfa il più accanito e spietato
denigratore della Monarchia: «Da ogni parte si sente incitare il popolo
italiano alla rivolta contro il fascismo, quasi che fra fascismo e massa degli
italiani vi fosse una riconoscibile separazione». «Fatta eccezione per una
minoranza di irreducibili oppositori, gli italiani hanno pienamente condiviso
col fascismo le responsabilità di questi venti anni di decadenza».
Responsabilità e colpe, dice il Carandini, «delle quali noi ci sentiamo
partecipi, colpe che sono di tutti», che coinvolgono tutte le categorie e tutte
le classi, comprese «quelle operaie e contadine che hanno riempito dei loro
clamori le piazze italiane in tutte le spettacolari adunate fasciste, che hanno
colmato i ranghi della milizia e formato il nerbo di quella manovra di massa su
cui il fascismo ha fondato la sua potenza» Questo si può leggere in Primi
chiarimenti, opuscolo del Carandini inserito col N. 1 nella serie stampata alla
macchia durante il periodo clandestino, del Movimento Liberale. Nel suo breve
studio il Carandini così conclude: «Se la Monarchia compirà il suo dovere, noi
compiremo il nostro rispondendo alla sua chiamata». Venne il 25 luglio e il
Carandini si trovò in convento coi nuovi manipolatori dei destini d'Italia. Fra
compromessi e patteggiamenti si spartirono cariche e prebende e per il
sacrificio della fede monarchica al genero di Albertini toccò prima un
portafoglio, poi l'Ambasciata di Londra alla quale non seppe onestamente
rinunciare malgrado la sua assoluta impreparazione e incompetenza, rivelatesi
alla prova dei fatti.
(Altrettanto dicasi del liberale Manlio Brosio, passato alla
Repubblica. Caduto nelle elezioni del 2 giugno, ebbe per compenso l'Ambasciata
di Mosca coi disastrosi risultati che si conoscono).
Ma il Duce non è più l'idolo soltanto perché la guerra è
perduta e poiché il fascismo è stato la cagione di tanta sconfitta, le prime
vittime sono ora gerarchi e gerarchetti, i più in vista, ma bisogna colpire più
lontano e si tenta una analisi degli anni trascorsi dalla quale affiorano
subito le responsabilità dei nuovi sollecitatori di cariche pubbliche e di
molti eroi da operetta: tutti si presentano in veste di vittime del fascismo.
Eppure non ve n'ha uno mondo di colpe. I più accaniti denigratori di Mussolini
e del Sovrano si trovano proprio fra i lontani, sia pur delusi, pionieri, fra i
cortigiani e fra gli sfruttatori del regime. E' una turba imponente.
(1) I campioni di
così esemplare dirittura politica sono: Benedetto Croce, Ivanoe Bonomi,
Alcide De Gasperi, Giovanni Gronchi,
Alessandro Casati, Marcello Soleri, Mariano Costa, Umberto Tupini. Cesare Rossi
fu condannato a 4 anni e 2 mesi:
l'Alta Corte era presieduta da un ex fascista il Maroni, regolarmente iscritto
al fascio Sgambelluri, mentre fra i capi antifascisti vi sono persone che erano
ancora attivisti fascisti quando il Rossi si era già ribellato Mussolini.

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