NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 21 aprile 2015

La Monarchia e il Fascismo - undicesimo capitolo - IV

De Gasperi compone l'Esarchia dopo aver tentato un colpo di Stato, sventato dalla Corona.

Durante le consultazioni Orlando subordina la sua accettazione a quella di Nitti: questi viene bensì interpellato da persona vicino alla Corona, ma non lo fu mai da De Gasperi, come sarebbe stato suo dovere dato l'incarico avuto dal Luogotenente. De Gasperi non perdona a Nitti - uno dei pochissimi uomini politici che abbiano pagato di persona tenendo testa a Mussolini - il discorso al S. Carlo di Napoli nel quale il vecchio uomo di Stato, ponendo gli interessi della Patria al di sopra delle offese personali, condannava la propaganda dei Comitati e faceva appello alla concordia nazionale. Ottenuta l'accettazione dei tre super revisori, i liberali pongono alcune condizioni preliminari - concretate in 10 punti - per l'entrata nel Ministero, ma la crisi si prolunga causa la resistenza degli altri 5 partiti che vorrebbero conservare il monopolio del programma dei Comitati di L.; essi fanno annunciare dall'on. Pertini che costituiranno un governo senza i liberali, cioè un governo a cinque, mentre De Gasperi procede in tal senso alla formazione del ministero rompendo il Patto intercorso fra i partiti.
Interviene la Corona a mezzo del ministro Falcone Lucifero per richiamare all'osservanza dell'incarico ricevuto, la formazione cioè di un governo a sei a base allargata. Richiamato all'ordine, De Gasperi inscena uno svenimento, finge di farsi portare a casa e invece si reca al Quirinale dal Luogotenente, ove rimane a lungo, nella notte. Deve avere sperimentata la fermezza e la lealtà di Umberto. L'indomani - dopo 12 giorni di trattative - costituisce il ministero fra i sei partiti includendo anche i liberali con la promessa che l'allargamento ai tre super ministri sarebbe avvenuto in un secondo tempo. Con questa astuzia il capo della democrazia cristiana elude la volontà del Luogotenente di formare un governo a base nazionale e porta al potere la sola Esarchia che preparerà la trappola del referendum e che soprattutto dimostrerà la sua incapacità a condurre le sorti del Paese.

Ogni membro del governo si proclama rappresentante della «volontà popolare» ma in definitiva essi non rappresentano che se stessi perché non sono eletti da nessuno e cercano di instaurare ciascuno una tirannia personale. Emergono i comunisti che procedono subito alla organizzazione delle squadre: il fascismo è appena caduto e già compaiono i manganelli, anzi le sbarre di ferro occultate da drappi rossi. Assaltano mutilati ed invalidi che si recano in corteo al Milite Ignoto a proclamare l'italianità di Trieste e fra scene selvagge è mandato all'ospedale, con altri 150 feriti, Pennanera (cap. Apollonio, superstite della strage di Caulonia) che ha tenuto il discorso. Il governo è complice con la sua assenza.

L'on. Gasparotto, che abbiamo visto nel 1922 quando era ministro della guerra aderente allo squadrismo fascista, e che ritroviamo nel Listone ufficiale del Governo composto di fascisti, liberali e democratici fiancheggiatori nelle elezioni politiche del 6 aprile 1924 col collegio unico nazionale, commemorando a Roma al teatro Adriano il 24 maggio, dice che il popolo italiano «è stato assolutamente estraneo all'avventura fascista» e parla come se fosse stato estraneo anche lui. Toscanini, invitato a tornare in Italia tiene un linguaggio che non si addice alla sua statura. Ma egli è pertanto l'uomo che, per far dimenticare la sua partecipazione alle prime battaglie fasciste al fianco di Mussolini, indice in America dei concerti il cui introito è servito ad acquistare un aereoplano inviato in Italia a bombardare i suoi concittadini. Una eco clamorosa ha avuto l'invettiva di Cesare Rossi al processo all'Alta Corte di Giustizia: «Otto membri del governo presieduto da Bonomi, diedero voto favorevole, al governo di coalizione creato da Mussolini dopo la marcia su Roma» (1).
E così appare sempre più evidente che i Comitati di L. sono soprattutto alimentati da ex fascisti buttatisi d'urgenza dall'altra parte, mentre quelli che nel ventennio erano rimasti oppositori, sia pure silenziosi, della dittatura, continuano tale loro atteggiamento anche nei confronti dei Comitati poiché questi non sanno esprimere che faziosità. La condotta po. Etica di certi improvvisati amministratori della cosa pubblica è talmente sconclusionata che li fa venire in uggia persino ai loro protettori, gli Alleati, poiché questi sono costretti ad emettere un'ordinanza nella quale viene tolto ogni valore legale a decreti ed ordinanze emanati dai Comitati, stabilendo che debbano funzionare soltanto come organi consultivi.

Coraggiosa la denuncia del generale Bencivenga - già comandante a Roma delle forze di resistenza - fatta alla Consulta: critica il Governo per l'oppressione alla libertà, denuncia il contingentamento della carta che è dominato dai più sfacciati favoritismi poiché si negano i permessi per le pubblicazioni se non si dichiara di appoggiare il governo ed i Comitati di L. Quando, nella sua serena esposizione il Bencivenga rileva che i sei partiti al governo non rappresentano nemmeno il 16 per cento della popolazione, l'on. Carlo Sforza che presiede l'Assemblea gli toglie la parola mentre deputati della sinistra democratica lo aggrediscono stappandogli le cartelle di mano.

Tutto questo pervertimento negli atteggiamenti delle sinistre ha origine sopratutto, oltre che dalla necessità di nasconder sotto il velo delle perturbazioni rivoluzionarie l'inettitudine e l'impreparazione dei nuovi dirigenti, dalla paura. Dopo il 25 luglio il favore popolare era tornato verso il Sovrano: le dimostrazioni nelle piazze accertano questo stato d'animo delle folle. Ma nell'entusiasmo per la ritrovata libertà non dimenticano di ricercare i responsabili della catastrofe. Le masse che oggi deprecano il fascismo sono le stesse che per vent'anni lo hanno esaltato. Scriveva a tale proposito il liberale conte Niccolò Carandini, monarchico passato al repubblicanesimo nel periodo clandestino e, assieme al La Malfa il più accanito e spietato denigratore della Monarchia: «Da ogni parte si sente incitare il popolo italiano alla rivolta contro il fascismo, quasi che fra fascismo e massa degli italiani vi fosse una riconoscibile separazione». «Fatta eccezione per una minoranza di irreducibili oppositori, gli italiani hanno pienamente condiviso col fascismo le responsabilità di questi venti anni di decadenza». Responsabilità e colpe, dice il Carandini, «delle quali noi ci sentiamo partecipi, colpe che sono di tutti», che coinvolgono tutte le categorie e tutte le classi, comprese «quelle operaie e contadine che hanno riempito dei loro clamori le piazze italiane in tutte le spettacolari adunate fasciste, che hanno colmato i ranghi della milizia e formato il nerbo di quella manovra di massa su cui il fascismo ha fondato la sua potenza» Questo si può leggere in Primi chiarimenti, opuscolo del Carandini inserito col N. 1 nella serie stampata alla macchia durante il periodo clandestino, del Movimento Liberale. Nel suo breve studio il Carandini così conclude: «Se la Monarchia compirà il suo dovere, noi compiremo il nostro rispondendo alla sua chiamata». Venne il 25 luglio e il Carandini si trovò in convento coi nuovi manipolatori dei destini d'Italia. Fra compromessi e patteggiamenti si spartirono cariche e prebende e per il sacrificio della fede monarchica al genero di Albertini toccò prima un portafoglio, poi l'Ambasciata di Londra alla quale non seppe onestamente rinunciare malgrado la sua assoluta impreparazione e incompetenza, rivelatesi alla prova dei fatti.

(Altrettanto dicasi del liberale Manlio Brosio, passato alla Repubblica. Caduto nelle elezioni del 2 giugno, ebbe per compenso l'Ambasciata di Mosca coi disastrosi risultati che si conoscono).

Ma il Duce non è più l'idolo soltanto perché la guerra è perduta e poiché il fascismo è stato la cagione di tanta sconfitta, le prime vittime sono ora gerarchi e gerarchetti, i più in vista, ma bisogna colpire più lontano e si tenta una analisi degli anni trascorsi dalla quale affiorano subito le responsabilità dei nuovi sollecitatori di cariche pubbliche e di molti eroi da operetta: tutti si presentano in veste di vittime del fascismo. Eppure non ve n'ha uno mondo di colpe. I più accaniti denigratori di Mussolini e del Sovrano si trovano proprio fra i lontani, sia pur delusi, pionieri, fra i cortigiani e fra gli sfruttatori del regime. E' una turba imponente.

       (1) I campioni di così esemplare dirittura politica sono: Benedetto Croce, Ivanoe Bonomi, Alcide  De Gasperi, Giovanni Gronchi, Alessandro Casati, Marcello Soleri, Mariano Costa, Umberto Tupini. Cesare Rossi fu condannato      a 4 anni e 2 mesi: l'Alta Corte era presieduta da un ex fascista il Maroni, regolarmente iscritto al fascio Sgambelluri, mentre fra i capi antifascisti vi sono persone che erano ancora attivisti fascisti quando il Rossi si era già ribellato Mussolini.

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