NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 26 febbraio 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XIV


Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon,
 il quadrumviro monarchico
L'intransigenza di Mussolini, le minacce di De Vecchi e il servilismo dei Popolari.

Solo Mussolini non tollera queste riserve, e convoca ad udienza i ministri ed i sottosegretari aderenti al P.P. mentre don Sturzo esprime ad alcuni giornalisti il suo stupore davanti all'atteggiamento di Mussolini; non si rende conto della decisione del Presidente del Consiglio tanto più che il voto del congresso è stato - egli dice - sinceramente, chiaramente, esplicitamente favorevole ad una fiduciosa collaborazione col governo fascista. Al convegno Mussolini legge una dichiarazione con la quale restituisce ai ministri ed ai sottosegretari popolari la loro libertà di azione, e Cavazzoni mette a disposizione del Presidente del Consiglio i portafogli, aggiungendo che dentro e fuori del Governo il Partito Popolare nella sua grande maggioranza intende continuare l'atteggiamento di collaborazione assunto all'indomani della Marcia su Roma. Ma vi sono anche fra i popolari degli scontenti dell'atteggiamento equivoco del congresso, e già alla vigilia di esso uomini eminenti del partito si erano dichiarati favorevoli alla «formazione di un gruppo con tutto il programma di sincera intesa col nazional - fascismo qualora nel congresso dovesse prevalere  la tendenza di sinistra e trionfi l'equivoco che si maschera sotto la formula del centrismo». Gli on. Cornaggia, Nava, Padulli e Martire rivolgono ai cattolici un appello per la costituzione di un nuovo Partito cattolico nazionale che congiunga la fede all'amore della Patria e che sia agguerrito specialmente contro la demagogia ed il bolscevismo, e così dichiarano la loro professione di fede: «Convinti che oggi le nostre, direttive ci affiancano ai partiti nazionali che hanno dato al Paese un governo forte, sostegno e tutela delle più alte idealità italiane, noi aderiamo ad essi lealmente».
Don Sturzo reagisce con toni da dittatore, e si proclama collaboratore del governo e ne predica l'appoggio, ma dimette d'autorità l'on. Aroca ed espelle dal partito l'on. Tovini mentre l'on. Paolo Cappa è costretto a dimettersi per solidarietà da membro del Direttorio e da direttore dell'Avvenire d’Italia con questa dichiarazione: «Il Partito Popolare si rende conto dello sforzo ricostruttivo del governo di Mussolini; noi comprendiamo a quale tremendo travaglio andrebbe incontro la Nazione quando questo tentativo dovesse fallire o il fascismo esaurirsi comunque senza essersi inserito ordinatamente nella vita del Paese e aver tracciato la via alle possibilità delle sue fatali trasformazioni».
Anche Il Popolo vuole dimostrare come il congresso di Torino non abbia affatto avuto uno spirito antifascista ed esprime la certezza che il gruppo parlamentare del partito confermerà l'attitudine di solidarietà col governo. Dal canto suo l'Osservatore Romano assicura che il voto del congresso doveva essere inteso come una leale e franca cooperazione col potere costituito. Mussolini non è contento e don Sturzo si affanna nella ricerca di una formula conciliativa che non trova. Si riunisce l'assemblea del gruppo parlamentare con l’intervento di 91 deputati e si vota un ordine del giorno compilato dall'on. Gronchi nel quale è detto: «In seguito al colloquio del 17 aprile tra il Presidente del Consiglio e i membri popolari del governo, il gruppo parlamentare del P.P., assumendo la propria responsabilità nel valutare in modo inequivocabile il significato della collaborazione del gruppo popolare al governo fascista: « approva la politica del governo Mussolini e il riconoscimento dei valori etici e spirituali nella vita pubblica e per la lotta contro il socialismo di Stato e contro la dittatura del proletariato e per la formazione di una nuova coscienza nazionale;
«afferma che la collaborazione dei popolari al governo è attinta al pensiero e alla tradizione religiosa, sociale, patriottica cui il P.P. si inspira e anche al sentimento di piena fiducia nel Capo del governo che vuole essere collaborazione sincera e leale nel gruppo popolare, nel parlamento e nel partito;
«delibera infine di impegnare tutti i popolari del gruppo parlamentare ad inspirare la loro condotta alle direttive politiche segnate in questo ordine del giorno».
Il documento di eccezionale importanza e che dimostra l'inverosimile servilismo dei popolari davanti a Mussolini, è votato in senso favorevole da 80 deputati, dieci si sono astenuti ed uno solo si è dichiarato contrario. I popolari lasciano pertanto intravedere la eventualità di rinunciare persino alla lotta contro la proporzionale, base programmatica del partito. In un articolo dal titolo «L'olio di ricino a don Sturzo», l’Avanti! così commenta - «Dinanzi alla imposizione del duce gli invertebrati del Gruppo popolare si sono piegati sino a lambirgli i piedi. Non è forse questa una delle prove di devozione senza limiti così bene accetta al duce?».

L’on. Gronchi esponente con don Sturzo De Gasperi e Cingolani della tattica collaborazionista e della dedizione al Partito Fascista, sarà poi anche lui, come i suoi tre compari, accanito accusatore di Vittorio Emanuele III quale responsabile di aver creato il fascismo.
Mentre la crisi continua tutto l'ambiente del P.P. è in trepidazione. Il Corriere d’Italia richiamandosi alla «manifestazione di lealtà» del gruppo parlamentare, invoca l'on. Mussolini perché non si voglia privare della collaborazione dei popolari, mentre il ministro De Vecchi da Torino lancia loro terribili minacce: «Se occorre, ed occorrerà certamente, io credo, per instaurare l'ordine nuovo appieno... sapremo creare mezz'ora di stato d'assedio e un minuto di fuoco. Questo io penso che basterà. Hanno tutti paura. Basta comparire con lo zucchetto nero e la camicia nera perché ovunque si vedano schiene prostrate, delle ginocchia a terra, e delle mani in alto, in atto di resa».
Intanto Mussolini si irrigidisce e risponde a Cavazzoni accettando le dimissioni dei due ministri e dei quattro sottosegretari, e li mette alla porta in malo modo dopo averli umiliati. Tuttavia l'uscita dei popolari dal governo avviene quando le responsabilità della loro collaborazione sono già più che sufficienti perché possano essere identificati fra i protagonisti di quelle premesse legislative e tattiche che portarono più tardi il Paese alla catastrofe. Le affannose loro dichiarazioni di solidarietà e di viva insistenza alla collaborazione coincidono col discorso di De Vecchi loro collega al governo, con le parate e il linguaggio coreografico e le minacce e le persecuzioni degli avversari che si riassumono nella proibizione della festa del primo maggio, e con la dichiarazione che la rivoluzione fascista è soltanto al suo inizio. Il Gran Consiglio dispone che tutti gli appartenenti ai fasci di combattimento siano inscritti d'ufficio nella Milizia, in modo da fare un corpo armato a disposizione del partito, e malgrado questo il giorno dopo il Direttorio del gruppo parlamentare popolare emana un comunicato nel quale si dice essere tutti «concordi nel pensiero che sia mantenuto l'atteggiamento di sincera collaborazione». Le ripetute dichiarazioni di lealismo verso il governo dimostrano che se il partito non dipende dal Vaticano è per lo meno a questi gradito per la sua politica. Del resto il Partito Popolare venne autorizzato da Benedetto XV nel 1919, e per l'articolo 149 del nuovo codice del diritto canonico nessun ecclesiastico può accettare cariche pubbliche senza l'autorizzazione delle autorità superiori. Quindi la presenza di don Sturzo alla segreteria significa se non fossero sufficienti altri avvenimenti a dimostrarlo - che la politica di adesione e collaborazione al fascismo è gradita al Vaticano.


Infatti monsignor Pucci, intimo e devoto del Cardinale Gasparri, Segretario di Stato, in un articolo di critica agli atteggiamenti del P.P. pubblicato sul Corriere d’Italia, pur sostenendo il diritto dei sacerdoti di occuparsi di politica, ammonisce don Sturzo a non creare imbarazzi al governo. Polemizzando in seguito, monsignor Pucci nega bensì di avere scritto per ordine del Vaticano, ma ammette di aver rispecchiato il pensiero della Santa Sede: «E' puerile - egli scrive - voler trovare tali mie idee in contrasto con quelle della Santa Sede».

sabato 22 febbraio 2014

RICORDO DELL’ ON. ALFREDO COVELLI

di Domenico  Giglio

Nato  a  Bonito, in  provincia  di  Avellino, il  22  febbraio  1914, Alfredo  Covelli ,laureato  in  lettere  classiche, giurisprudenza   e  scienze  politiche , insegnante  nei  licei, ufficiale  di  aviazione  nella  seconda  guerra  mondiale, aiutante di  campo  del  generale  Ferruccio  Ranza, inizia  la  sua  attività  politica  nella  segreteria  del  sottosegretario  ai  Lavori  Pubblici, on. Raffaele  De Caro, del  Governo  Badoglio, come  Capo  di  Gabinetto, incarico  nel  quale  viene  confermato  dal  successivo  Ministro  Tarchiani, che  a  conclusione  dell’ attività  gli  indirizza  una  bellissima  lettera  di  encomio  per  l’attività  svolta.

Terminata  questa  prima  esperienza  politica  Alfredo  Covelli, appena  trentenne,  si  adopera, date  le  sue  profonde  convinzioni  monarchiche, prima  del  referendum, per  l’unione  delle  formazioni  favorevoli  al  mantenimento  della  Monarchia, avendo  ripetuti  incontri  con  il  Ministro   della  Real   Casa  Falcone  Lucifero  e  con  lo  stesso  Luogotenente, il  Principe  Umberto. Nelle  elezioni  per  l’Assemblea  Costituente  presentatosi  nelle  lista  del  “Blocco  Nazionale  della  Libertà“, avente  come  simbolo  la  Stella  a  cinque  punte, che  riuniva  i  monarchici  del  Partito Democratico  Italiano  e  della  Concentrazione  democratica  Liberale, viene  eletto  nella  circoscrizione  di  Salerno, Avellino, Benevento e  dopo  il  referendum  partecipa   alla  fondazione  del  Partito  Nazionale  Monarchico, simbolo  “Stella e  Corona“, avvenuta nel  luglio  1946, a  Roma , nel  Teatro  della  Banca  d’ Italia, in piazza  Fontanella  Borghese, divenendone  il  Segretario  Nazionale, incarico  mantenuto  anche  nel  PDI  e   PDIUM, fino  alla  confluenza   di  gran  parte  dello  stesso  nel  MSI, nel  1972, essendo  anche  nello  stesso  periodo  Presidente  del  gruppo  parlamentare  monarchico  alla  Camera  dei  Deputati.

Uscito  dal  Parlamento, dopo  l’esperienza  non  felice  di  Democrazia  Nazionale, nel  1979   avendovi  fatto  parte  ininterrottamente  per  sette  Legislature, dal  1946, ed  avuto  un  nuovo  ruolo  nella  Comunità  Europea, Alfredo   Covelli  è  stato  Presidente  della  Consulta  dei  Senatori  del  Regno.
Oratore  tra  i  più  apprezzati  sia  alla  Camera, anche  dagli  avversari  politici, che  nelle  piazze  gremite, polemista  brillante  nelle  Tribune  Elettorali, politico  integerrimo,  Alfredo  Covelli  è  mancato  il  25  dicembre  1998   ed  al  Suo  funerale  erano  presenti  numerosi  esponenti  di  vari  partiti  politici.
La  Camera  dei  Deputati  per  onorarne  la  memoria  ha  pubblicato  nel  2011  la  raccolta  di  tutti  i  Suoi  interventi  parlamentari.



giovedì 20 febbraio 2014

Splendide tracce regali a Rodi

L'Ambasciatore Zuccoli ci ha inviato dal Palazzo del Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri di Rodi (poi di Malta) questa bella foto che evidenzia le tracce della trentennale presenza del Regno d'Italia in quelle splendide Isole nel possedimento del Dodecanneso.
Le condividiamo con i nostri lettori.




mercoledì 19 febbraio 2014

Se un'attrice "sgrida" la Regina Elisabetta

Premio Oscar nel 2007 per avere interpretato il ruolo della Regina, Hellen Mirren si trovava a Buckingham Palace per un ricevimento





La grande monarchia britannica, l'autorevolezza di Elisabetta II, la magnificenza e la sfarzosità della famiglia reale: tutto passato? È questo quello che si evince dall'incontro avvenuto stamattina tra i Reali di Buckingham Palace e alcune star del cinema mondiale.

Un tempo si era abituati a vedere scendere la regina da enormi scalinate, vestita di oro e argento e avvolta in un aura di riverenza. Al suo passaggio si chinava il capo, e si parlava solo se interpellati. Tutto svanito, se è vero che un'attrice, Hellen Mirren, può puntare il dito - scherzosamente - contro la regina. 
L'attrice, che ha interpretato più volte il ruolo di Elisabetta, vincendo anche un Oscar per la sua parte in The Quenn, ha dichiarato alla stampa: "La sua aura mi lascia sempre stupita, il suo scintillio, la sua presenza, non mancano mai di sorprendermi".
[...]
http://www.ilgiornale.it/news/esteri/buckingham-palace-e-sua-monarchia-sbeffeggiata-993527.html

martedì 18 febbraio 2014

UNA PRECISAZIONE NON POLEMICA

Il 25  gennaio, a  Napoli, nella  antica  bellissima  Chiesa   di  Santa  Chiara, di  origine  angioina, con  il  suo  coro  delle  Monache  ed  il  meraviglioso  chiostro  maiolicato  delle  Clarisse, si  è  tenuta  la  cerimonia  della  Beatificazione  della  Venerabile  Maria  Cristina  di  Savoia, officiata  dal  Cardinale  Arcivescovo  di  Napoli Sepe  e  dal  Cardinale  Amato ,Prefetto  per  la  Congregazione  dei  Santi, presenti, oltre  ad  un  pubblico  numerosissimo, stimato  in  duemila  persone , i  rappresentanti  delle  Real  Casa  di  Savoia  e  di  Borbone. Logicamente  i  neoborbonici  ne  hanno  tratto  spunto  per  una  delle  loro  consuete  manifestazioni  legittimiste, ma  il  punto  sul  quale  vogliamo  soffermarci  non  è  questo.
Il  punto  è  che  la  Beata  Maria  Cristina  era  una  Principessa   di  Casa  Savoia , ultima  figlia  di  Vittorio  Emanuele  I°, e  le  sue  virtù  cristiane  erano frutto  della  educazione  impartitaLe  in  famiglia  e  della  istruzione  religiosa  avvenute  prima  della  sposalizio . Il  fatto  che  fosse  divenuta  sposa  di  Ferdinando  II°   e  quindi  Regina  delle  Due  Sicilie  è  secondario   rispetto  alle  opere  di  carità  compiute   se  non  per    la  circostanza  che  il  suo  ruolo  regale  consentì  a  Maria  Cristina  di  esercitare  maggiormente  la  carità  e  l’assistenza  ai  più  bisognosi,  per  cui  fu  amata  dal  popolo  napoletano  che  la  considerava  già  in  vita  come  una  “santa”.
Perciò  la  presenza  della  famiglia  dei  Borbone  di  Napoli  è  apprezzabile  come  atto  di  devozione  e  cortesia  nei  confronti  di  questa  parente  acquisita, ma  che  va  ad aggiungersi  ai  Venerabili, ai  Beati  ed  ai  Santi  di  Casa  Savoia, da  Maria Clotilde, “la  Santa  di  Moncalieri”,  a  Ludovica  e  ad  Amedeo .


Domenico  Giglio

sabato 15 febbraio 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XIII

Don Sturzo bifronte

Come sono divise le tendenze liberali e democratiche - pro e contro il fascismo - così sono divisi i popolari, dilaniati dalle due tendenze: la sinistra che vorrebbe schierarsi contro il governo e la destra che appoggia entusiasticamente il regime. In mezzo don Sturzo che cerca di tenere in equilibrio la baracca e crea il centrismo. All'uscita del primo numero del Popolo egli vi redige l'articolo di fondo, ma senza prendere alcuna posizione né in favore né contro il fascismo. Al di sopra, dietro al movimento popolare sta il Vaticano oramai per tanti segni favorevole a Mussolini ed al suo governo. Verso la fine del febbraio 1923 si celebrano le nozze del sottosegretario alla Presidenza Aldo Finzi e vi interviene il Cardinale Vannutelli parente della sposa che pronunzia la seguente allocuzione politica: «In quest'opera per la comune salvezza di cui tanto si sentiva il bisogno, fu merito di Aldo Finzi l'acquistare la fiducia di Chi, per qualità eminenti di uomo di Governo, per lucido intelletto, per incrollabile energia è stato designato ad essere principale fattore di detta opera: acclamato già in tutta Italia restauratore delle sorti della Patria, secondo le gloriose tradizioni religiose e civili della Nazione». E continua, rivolgendosi a Mussolini, inviando «... in unione a quanti sono veri amanti della Patria di cuore e di mente italiana, l'augurio cordiale e sincero che, con l'aiuto di Dio possa condurre a felice termine il poderoso compito che con senno e coraggio si assunse dinnanzi alla storia » (1).

Il discorso assume grande importanza perché pronunciato non in una casa privata, ma in un palazzo pontificio, la Dataria, alla presenza del Capo del Governo, ma soprattutto perché l'oratore è il decano del Collegio dei Cardinali, la più alta carica onorifica della Curia. E' l'adesione, evidentemente, della Chiesa alla nuova politica fascista del Governo d'Italia, ed i giornali di tutto il mondo vi danno molta importanza. L'organo del Vaticano, l'Osservatore Romano, si limita a dire che il Cardinale Vannutelli ha pronunciato il suo discorso senza alcuna intesa con la Santa Sede, ma non ne smentisce il contenuto e fa seguire un commento nel quale sembra preludere al desiderio che «finalmente cada l'artificioso preconcetto alimentato per 50 anni, il vecchio e formalistico anticlericalismo e cioè la esistenza di un conflitto insanabile fra religione e potere civile».
Del resto non dissimile è l'atmosfera nella quale vagano le anime in pena del popolarismo cristiano. Mentre i fascisti incendiano le camere del lavoro, le sedi dei giornali conservatori e socialisti e della Massoneria - oramai dichiarata incompatibile col fascismo - il Consiglio Nazionale del Partito Popolare emette un ordine del giorno nel quale, dopo aver constatato come «gli avvenimenti politici italiani, che hanno un ritmo rivoluzionario, portano ad una larga revisione delle strutture statali nella sua connessione coi problemi economici, politici e morali della nostra Nazione» e dopo avere invitato «tutti i tesserati ad ispirarsi ai criteri che ispirano il governo per il ritorno alla normalità», rileva nientemeno che «nell'opera di organizzazione statale vari punti programmatici del nostro partito hanno già un inizio di attuazione...». Intanto il Commissario al Comune di Roma Cremonesi, fa visita al Cardinal Vicario e questi glie la restituisce.

Questo non è filofascismo soltanto, è qualche cosa di più. Mario Missiroli così definisce tale situazione: «Socialisti e cattolici dividevano le simpatie popolari e i voti: si vedevano, nel Veneto, dei preti affrontare i socialisti nei pubblici contradditori e riscuotere ovazioni ostentando i proprii titoli di disfattismo. Quasi nessuno osò affermare davanti alle masse elettorali le origini, le ragioni e la gloria della guerra ».
Un simile equivoco atteggiamento ha la sua esplosione, la sua più esplicita affermazione al Congresso oli Torino del partito (12-14 aprile 1923) dove il centrismo di don Sturzo riesce trionfante: egli si è posto fra la destra apertamente Fascista e la sinistra che al fascismo è contraria e mantiene una politica di collaborazione con riserva, quella politica che gli permette di ricattare il governo sulle piazze e nei comizi appoggiandolo alla Camera. Don Sturzo parla di « etica e morale cristiana », e non ,anca di fare il solito sfogo contro «il liberalismo laico, il materialismo socialista, lo Stato panteista e la Nazione deificata»; riconosce gli sforzi di Mussolini per il ripristino della disciplina e della legalità, e si augura che il governo fascista si ispiri alla tradizione più sana del Risorgimento italiano e del rispetto della Costituzione. Un suo ordine del giorno, approvato a grande maggioranza, non accenna affatto alla collaborazione col governo, ma con grande abilità elogia il fascismo con questo inciso: «Specialmente oggi che ai valori religiosi si tende a dare quella cittadinanza che era stata negata dalla concezione laica e dall'odio settario».
De Gasperi, relatore al congresso sul tema: «La situazione politica e parlamentare», si dichiara apertamente e senza equivoci collaborazionista nel senso che «una volta fatto il colpo di Stato, conviene aiutarlo, affinché le energie idealistiche di rinnovamento che accompagnano il movimento fascista vengano messe al servizio del pubblico bene». Il De Gasperi va ancora oltre nelle sue adulazioni ed afferma che «il collasso di tali forze idealistiche del fascismo significherebbe un'ondata irresistibile nel senso opposto; il nostro collaborazionismo non ha riserve ed equivoci nella nostra dottrina e nelle condizioni di fatto in cui la collaborazione si svolge». Bisogna dunque, secondo De Gasperi portavoce di don Sturzo e della maggioranza del congresso, fare di tutto perché il fascismo non crolli, continuando a collaborare col governo. Il che è chiaramente espresso nel suo ordine del giorno votato a maggioranza:
«Il Congresso approva la partecipazione dei popolari all'attuale ministero come apprezzabile concorso perché la rivoluzione fascista si inserisca nella Costituzione; e intendendo che la loro presenza possa e debba efficacemente cooperare alla restaurazione politica e finanziaria, alla rinascita dei valori morali e religiosi, alla pacificazione sociale ed alla disciplina nazionale del Paese, assicurata sulle basi indefettibili di ogni regime civile, la libertà e la giustizia». La seconda parte riguarda il mandato al gruppo parlamentare per la difesa della proporzionale, unica e vera antitesi fra popolari e fascismo. Il congresso decide bensì l’abolizione della proporzionale, ma sostiene l'adozione dello scrutinio di lista maggioritario con la rappresentanza proporzionale delle minoranze e respinge senz'altro il ritorno al collegio uninominale.

Verso la fine del congresso, Ferrari della sinistra osserva che mentre i popolari votano ordini del giorno che lasciano il tempo che trovano, i fascisti con la loro dittatura attuano un forma di governo essenzialmente anti-democratica, come la creazione del Gran Consiglio e della Milizia. Per evitare un voto anti-fascista, l'on. Rodinò che presiede l'assemblea toglie la parola all'oratore dicendo che è fuori tema. Don Sturzo di rincalzo al presidente conferma che non è opportuno addivenire ad un voto su argomenti che sono fuori di discussione e molto abilmente riesce a scemare l'impressione che aveva provocato la giusta osservazione del Ferrari.

I commenti dei giornali sono intonati al riconoscimento del principio collaborazionistico dei popolari Il cattolico Corriere d’Italia rileva come l'ordine del giorno De     Gasperi, nella sua unanime approvazione e dopo la seconda replica di don Sturzo «ha accentuato la volontà centrista del partito, cioè       la volontà collaborazionista dei popolari i quali intendono continuare a dare il loro volenteroso concorso all'opera di ricostruzione nazionale intrapresa dall'on. Mussolini ». Il Vaticano afferma a mezzo dell'Osservatore Romano di essere estraneo alla politica di qualsiasi partito, ma ispira la condotta dei cattolici attraverso il Corriere d’Italia, cioè di aperto appoggio al fascismo. Lo stesso Osservatore nel commento, dopo la chiusura del Congresso, fa appello all'osservanza richiamata nell'ordine del giorno Sturzo - De Gasperi circa l'unità del partito: «Così da non lasciare dubbio che tale unità è voluta e intesa nella riaffermazione dei principii programmatici, sulla cooperazione non tanto con un partito quanto coi poteri ricostituiti pel supremo interesse nazionale e nel dovere leale della disciplina». Anche il Vaticano dunque approva la tesi collaborazionista del Partito Popolare, cioè il suo filo-fascismo, sia pure attraverso alcune deboli riserve.

giovedì 13 febbraio 2014

Memorie private di Vittorio Emanuele

IL DIARIO DEL RE

Dopo la sua morte furono consegnate da Elena a Umberto II Il figlio non volle pubblicarle nonostante il consenso della madre


Il giovanissimo Vittorio Emanuele, allora principe di Napoli, incontrò Jelena Petrovich il 1° giugno 1896 a Mosca mentre erano in corso i festeggiamenti per l'incoronazione dello zar Nicola II. Pochi mesi dopo, il 24 ottobre, i due si sposarono. Lui aveva 27 anni, e lei 23. Si erano già visti, per la verità, un anno prima, a Venezia, ma il soggiorno moscovita fece scattare la scintilla dell'amore. Vittorio Emanuele appuntò con poche parole in inglese l'avvenimento sul suo diario: "Mosca. We meet the first time" ("Mosca. Ci incontriamo per la prima volta"). E sottolineò l'annotazione per darle maggior risalto.
Era stato abituato dal suo precettore, il rigido generale Egidio Osio cui era stata affidata la responsabilità della sua educazione, ad annotare, giorno per giorno, nel modo più stringato possibile, i fatti più significativi. Si trattava di un esercizio di autocontrollo delle emozioni (di qui la laconicità delle annotazioni) e di metodicità. Divenne un'abitudine: il "diario" Vittorio Emanuele lo compilò per tutta la vita, per una sorta di "senso del dovere". Il tenerlo rispondeva alla sua personalità: metodico, osservante delle regole, scrupoloso fino all'inverosimile, convinto di dover svolgere i compiti di erede al trono, prima, e di sovrano, poi, senza concessioni visibili alle emozioni ai sentimenti privati. Inoltre lo conservò sempre gelosamente anche durante il periodo dell'esilio.
Proprio durante l'esilio egli cominciò a scrivere un lungo memoriale, delle "memorie" vere e proprie destinate a lasciare una testimonianza storica, a chiarire il suo pensiero e le sue valutazioni su personaggi e fasi della storia italiana, ma anche a costituire, una volta pubblicate, una risorsa finanziaria per la moglie. A riprova, se ce ne fosse bisogno, che, malgrado la sua riservatezza, l'uomo aveva una profonda sensibilità per gli affetti familiari.
Le "memorie" furono consegnate da Elena a Umberto II, subito dopo il funerale di Vittorio Emanuele III ad Alessandria d'Egitto con l'avvertenza che il padre le aveva attribuito "grandissima importanza". Umberto non volle mai pubblicarle, anche contro la volontà della madre. Permise, però, la consultazione del "diario" stilato su fogli singoli di grande formato ad alcuni studiosi, proprio per sviare l'attenzione dalla caccia alle "memorie" scritte dal padre durante l'esilio e sulle quali circolavano di tanto in tanto indiscrezioni spesso fantasiose.
Nel 1950, per esempio, Ugo D'Andrea, dovendo scrivere una vita di Vittorio Emanuele, trascorse alcuni giorni a Cascais. Ebbe la possibilità di visionare il "diario" e fotografarne qualche pagina. In verità, D'Andrea si era recato da Umberto con la speranza di poter consultare non il "diario" ma le famose "memorie". Che non sia rimasto contento, lo conferma una lettera inedita di Umberto al Ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, nella quale il sovrano gli dà conto della visita del giornalista e lo prega di rabbonirlo.
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Una bella icona

Sempre alla ricerca, indefessa, come si sarebbe detto una volta, di cose che riguardino il nostro mondo oggi ci siamo imbattuti in questa simpatica icona da attribuire alle cartelle che contengono le cose degne di memoria.
Condividiamo con i nostri lettori il simpatico ritrovamento.

http://www.iconspedia.com/icon/flag-of-italy--1861-1946--icon-32942.html

mercoledì 12 febbraio 2014

I Savoia e l'Unità d'Italia - II parte


di Domenico Giglio

Continuando, anche se per sommi capi, l'esame dei rapporti fra Casa Savoia e l'Italia, va ricordato che con Umberto I si arriva alla trasformazione della monarchia in governo parlamentare. 
Lo stesso Sovrano e la consorte Margherita prima regina d'Italia in quanto Vittorio Emanuele Il era rimasto vedovo nel 1855 della regina Maria Adelaide quando era ancora Re di Sardegna, si sono impegnati in una serie di viaggi nelle più importanti località della penisola per conoscere meglio le città ed i cittadini del regno. I compiti di entrambi erano diversi: il Re era particolarmente attento ai problemi delle forze armate e della politica estera per mettere al sicuro l'Italia da eventuali rivalse austriache, la Regina era invece impegnata a sostenere la cultura, l'arte, le tradizioni locali tanto da scuotere i convincimenti di antichi intellettuali repubblicani. Con le sue vacanze in Cadore ed in Val d'Aosta ha fatto conoscere non solo agli italiani, ma anche agli stranieri la bellezza delle nostre località montane come pure con i suoi soggiorni a Venezia ed in altre città d'arte ha testimoniato non come appiattimento o piemontesizzazione, ma come somma se non moltiplicazione dei valori delle diverse realtà storiche in una prospettiva nazionale e non più angusta e provinciale.

Ma di Umberto I si vuole ricordare solo la pesante repressione del Bava Beccaris dimenticando che in un regime parlamentare la responsabilità di quella azione andava assegnata al governo in carica, governo che godeva della fiducia delle Camere e non direttamente al Re.

Il Re, che aveva combattuto a Custoza nel 1866, si era recato a rischio della propria vita tra i terremotati a Casamicciola e tra i cole-rosi a Napoli per poi essere assassinato la  sera de 29 luglio 1900 da un anarchico dopo aver assistito a Monza ad un saggio ginnico dei "Liberi e Forti" cui avevano partecipato fra i tanti anche atleti trentini zona ancora irredenta.

Di Vittorio Emanuele III, asceso al trono in così tragica circostanza, non si ricorda né il primo messaggio agli italiani nel quale, pur così duramente colpito nel suo affetto di figlio, vi sono solo parole di fede e di speranza nel destino dell'Italia ed anche sembra ignorarsi l'ascesa econornica, politica e sociale come pure l'accresciuto prestigio dell'Italia durante il primo quinquennio del suo regno ed il prestigio internazionale del sovrano stesso confermato dalla fondazione dell'Istituto Internazionale dell'Agricoltura, progenitore della attuale FAO. 
Il Re è stato molto apprezzato e richiesto quale arbitro chiamato a dirimere controversie di confine fra vari stati. Nella guerra vittoriosa del 1915-1918 che ha consentito il completamento dell'unità nazionale con l'annessione di Trento e Trieste Vittorio Emanuele è rimasto in prima linea per tutta la durata de conflitto incurante dei pericoli cui si esponeva. E' per questo piuttosto strano che venticinque anni dopo si sia voluto considerare questo sovrano un vile quando, nell'intento di assicurare la continuità dello Stato, si è trasferito con il governo da Roma a Brindisi. Purtroppo il Re, rispettoso della volontà del parlamento e degli organi costituzionali dello Stato non ha potuto rifiutare la sua firma anche a leggi che certo non condivideva.

Accanto a Lui una donna di eccezionale bontà e carità, la regina Elena che con tutta la esemplare famiglia sono stati un punto di riferimento per tutto il popolo che ne ha tratto motivi di elevazione e di miglioramento. La Sovrana si è sempre dedicata a molteplici opere di assistenza accorrendo ovunque si fossero manifestate necessità di intervento per le tante calamità naturali che hanno spesso funestato la vita di molte regioni.

Dopo l'8 settembre 1943 il Re è stato fatto oggetto di accuse e di attacchi specialmente da parte di chi aveva invece la vera, maggiore responsabilità per gli accadimenti italiani dal 1922 fino all'armistizio e che così riusciva a scaricare sul sovrano anche le proprie colpe. A questo punto per la pacificazione degli animi Vittorio Emanuele III decideva di uscire di scena nominando il figlio Umberto Luogotenente Generale del Regno. Il 9 maggio 1946 abdicava e si recava esule in Egitto accolto con tutti gli onori da Re Faruk e da tutte le autorità del paese africano. Il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d'Egitto ha chiuso la sua esistenza ed in quella città riposa ancor oggi nella Chiesa di Santa Caterina.

Il nuovo ed ultimo sovrano di Casa Savoia,

Umberto II, nei due anni di luogotenenza e nell'unico mese effettivo di regno ha saputo mostrare non comuni doti di equilibrio, di imparzialità, di superiore visione dei problemi meritandosi la stima ed il rispetto anche dell'ala repubblicana dei politici italiani del tempo. Con loro ha mantenuto anche dal Portogallo rapporti di reciproca considerazione specialmente in anni in cui si è realizzata la ricostruzione materiale dell'Italia e nei lunghi anni dell'esilio Umberto Il è stato sempre vicino agli italiani nelle ore felici, e specialmente in quelle tristi, dalle alluvioni ai terremoti, agli attentati che hanno spesso sconvolto il territorio nazionale. 

Ha rivolto sempre parole di speranza e di fede nell'avvenire della patria che, come scrisse nel messaggio d'addio del 13 giugno 1946, l'avrebbe potuto "contare sempre su di lui come sul più devoto dei suoi figli". La Patria e cioè l'Italia e non le sorti della monarchia, come invece si è insinuato e si è scritto da più parti, sono sempre stati in vetta ai pensieri non solo di Umberto II, ma anche di Vittorio Emanuele III. Quest'ultimo infatti, già in esilio, il 1° gennaio 1947 ha scritto sul suo diario "viva l'Italia, ora più che mai!".

domenica 9 febbraio 2014

IL DONO DEI FUORUSCITI ISTRIANI LA CONSEGNA DEL VELIVOLO «NAZARIO SAURO» ALLA SQUADRIGLIA SERENISSIMA

Tra i velivoli che compirono il "Volo su Vienna" ve ne era uno offerto dai "fuorusciti" istriani intitolato alla memoria del Comandante della Regia Marina impiccato dagli austriaci.
Con questo discorso il Comandante D'Annunzio accettò il dono. 
Nel ricordo del 10 Febbraio.


La proposta dei fuorusciti è bella ed animosa   e viene in un'ora opportuna.
Dal 15 marzo io comando la prima squadriglia navale «S.A.» da me costituita, che si propone il più severo dei compiti. Questa squadriglia tutta fatta di ardire e di ardore, ha il suo campo sul Lido adriaco. Ogni sua azione potrà certo essere considerata come una vendicazione del capitano Sauro. Perciò io e i miei ufficiali saremmo fieri se l'apparecchio fosse offerto dai fuorusciti alla squadriglia «S. A. » che ha un motto composto sulle sue iniziali tecniche: «sufficit animus». Parto ora per andare a ricevere due velivoli attrezzati per la mia guerra. E giuro che l’ala dei fuorusciti io la condurrò ove si va per non ritornare.
(Intervista a un giornale)

Le vostre parole, la voce dei capi, la voce dell'amico fedele, la voce del fuoruscito onorando mi bruciano il cuore, mi arroventano l'anima.
Col ferro, con la fiamma, col maglio il fabbro potente foggia subito un'arma o un arnese a gran colpi. Qui l'incudine non c'è, ci siamo noi: un pugno di volontarii a terra smarriti, palpitanti. Le vostre parole non domandano altre parole: domandano l'atto di vendicazione piena, il «volo trionfale», come assegna il fuoruscito, la meta raggiunta o percorsa, il limite della gloria superato, il sacrificio convertito in baleno immenso.

Ma partiamo dunque! Carichiamo le nostre carlinghe! Approntiamo le nostre mitragliatrici! Mettiamo in moto le nostre eliche! Grida la nostra ansia, grida l'ansia di questi nostri giovani combattenti, che hanno tutti il petto attraversato dall'azzurro della prodezza.

Ho i loro cuori nella mia mano; battono e soffrono, ardono e balzano. Ecco la loro passione, ecco la nostra passione, donatori. Eguaglia la vostra. Per questo siamo forse degni del dono. Ma è un dono tremendo.
Chi, chi mi voleva dare una corona? Chi mi voleva dare una spada? Una corona di metallo? Una spada senza taglio? Ci sono premi che pesano, ci sono premi inermi come fardelli. Ci sono ricompense che cadono sopra un uomo come la pietra sepolcrale. Dio me ne guardi, Dio ve ne guardi, fratelli!
Ma voi mi date un premio terribilmente vivo, o uomini dell'altra sponda. Voi ci fate un'offerta di morte: di quella morte che oggi è forza più viva della vita. Voi non ci date una macchina alata, una struttura esatta di legno, di tela e di acciaio, con tre cuori pulsanti: questa che vediamo, questa che conosciamo, questa che ha la sua robustezza e la sua fragilità, questa che avrà il suo rombo e la sua rotta, voi ci donate un dono divino, di quelli che l'uomo spera e paventa, di quelli che fanno esultare e tremare l'uomo.
A noi mortali voi date un compagno immortale.
Chi potrà più dormire? Mi sembra che non potremo più dormire se la stanchezza non ci schiacci. Egli ci sveglierà nella notte. Egli sarà il nostro demone marino che soffierà nella nostra anima e nella nostra ala. Egli sarà la nostra fortuna. lo non l'ho mai veduto, io non l'ho mai conosciuto. Più d'una volta lo cercai e non lo trovai. So che anch'egli mi cercò e non mi trovò. lo l'amavo e lo credo che Egli mi amasse. Conoscevo la figura del suo eroismo e non quella della sua umanità.

Era destinato che io lo conoscessi di spirito e che in spirito Egli vivesse meco, Egli vivesse con noi come oggi vive. Ieri uno dei suoi familiari mi rappresentava la persona gagliarda, e traversa, la larga faccia abbronzata, le gambe ercoline. E per un momento lo vidi in carne quale era, su questa via di cemento, di dove spicchiamo il volo, barcollare come sopra il ponte di una torpediniera in travaglio. Consigliava taluno di porre sulle carlinghe la sua effigie. Non voglio, non vogliamo. E' un nome, e uno spirito, è un segno, è un comandamento, è una fiamma, è un capitano; là nella fossa triste la sua figura carnale è cancellata, ma qui Egli ha il viso misterioso della giovinezza eterna, ma per noi ha uno tra i più bei volti dell'aria, del mare e dell'amore: è marino, è aereo, è fervente come la sua Istria, come l'Istria nostra quando ci appare dall'alto tra ala e ala. E' la santità dell'Istria, è la purità, la bontà, la fedeltà della sua terra dolorosa.

sabato 8 febbraio 2014

Intervista di Re Umberto II del 1948


Nuovo aggiornamento sul sito di Re Umberto II, con un'intervista del 1948 nell'imminenza delle elezioni politiche del 18 Aprile che segnarono la storia d'Italia.
Quelle elezioni in cui il nostro Giovannino Guareschi combatté come un leone contro i comunisti e, tra mille, fece anche questa bellissima vignetta di cui mai ci dimentichiamo.

Buona lettura!

http://www.reumberto.it/aprile48.htm

Italia Reale - Periodico



Il periodico Italia Reale continua le sue pubblicazioni con il nuovo Direttore presso la Casa Editrice SEREL - International S.r.l. di Stefano Termanini, di Genova



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venerdì 7 febbraio 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XII

Il Senatore Luigi Albertini,
direttore del Corriere della Sera
I due liberalismi

Per spiegare il clima dominante nell'ambiente politico liberale della borghesia e del ceto medio, è interessante seguire il commento del Giornale d'Italia: «Circa la politica interna l'on. Mussolini, scandendo le parole, ha detto che lo Stato retto dal governo fascista non soltanto si difenderà ma attaccherà. E questa è la differenza fra governo liberale e governo fascista»... «In queste rudi scultoree dichiarazioni dell'on. Mussolini, che hanno provocato una viva impressione in tutta l’Assemblea e che sono state sottolineate da molte approvazioni mentre l'estrema socialista se ne stava pavida e allibita, sta tutto il senso della politica interna del governo... L’on. Mussolini a nostro avviso è sulla buona via: giova infatti di allargare le basi sulle quali deve stabilirsi saldamente il governo forte che abbiamo, e che dovrà portare a compimento un'opera immane. A fianco del fascismo stanno forze imponenti le quali non mirano a soddisfare piccoli interessi di parte, ma a favorire, aiutare, perfezionare il rinvigorimento della Nazione nei suoi organi essenziali ed il suo sviluppo di potenza economica e politica. Stringere intese fra queste forze e il fascismo significa assicurare una stabilizzazione granitica alla politica nazionale che con tanto coraggio e con tanta energia l'on. Mussolini dirige. Sono pertanto da approvarsi e da considerarsi come un avvenimento politico di primo ordine le odierne brevi ma importantissime dichiarazioni del Presidente del Consiglio».
«Circa la politica estera l'on. Mussolini ha riaffermato e documentato che la sua azione è stata rivolta, in tutti gli scacchieri, ad assicurare e preservare la pace, dappoichè il fascismo pervenuto al governo intende portare a salvamento la Nazione e perciò occorre garantire il clima di pace e di tranquillità in cui essa possa ricostituirsi». E così conclude: «Queste dichiarazioni sono state vivamente approvate dalla grande maggioranza dell'Assemblea che si è dimostrata ancora una volta presa dalla maschia eloquenza del Capo del Governo».
Non altrimenti parla l'on. Salandra capo riconosciuto della destra liberale e delegato del governo presso il Consiglio della Società delle Nazioni. Egli in seguito ad un colloquio con Mussolini concede una intervista al Giornale d'Italia, nella quale, dopo aver smentito che vi fosse un qualsiasi screzio fra governo e la destra, assicura che questa «ha fiancheggiato apertamente il movimento fascista quando la grande maggioranza della Camera tendeva a soffocarlo». Ed in una lettera allo stesso giornale riconferma: «Non da destra sorto venuti i tristi esempi recenti di agguati e di aggressioni ad un governo del quale facevano parte gli aggressori alludendo ai popolari di don Sturzo, che sono nel Ministero.
In questo periodo, oltre all'opposizione del Corriere della Sera, del Mondo e della Stampa, si delinea un leggero malcontento da parte dei deputati giolittiani che non può ancora dirsi avversione al governo.
Del resto Alberto Thomas, il vecchio socialista francese, direttore dell' Ufficio Internazionale del Lavoro alla Società delle Nazioni, viene a far visita a Mussolini ed ha parole di elogio per il nuovo sindacalismo fascista, dal Duce delineato chiaramente in una seduta del  Gran Consiglio: «Il sindacalismo fascista si differenzia da quello tradizionale perché presenta caratteristiche proprie e una propria originalità; sono infatti gli operai, i datori di lavoro e i tecnici i quali costituiscono un insieme armonico con un unico obiettivo: quello di raggiungere un massimo di produzione subordinando però gli interessi particolaristici agli interessi della Patria. Caratteristica questa che colpisce in pieno le concezioni del marxismo, il quale considera irreparabile il conflitto di classe».
A questa concezione del sindacato che poggia sulla collaborazione delle classi aderiscono i liberali i quali vedono, in questo aspetto del nuovo regime, l'affermazione di un caposaldo essenziale della loro dottrina, in opposizione alla lotta di classe dei socialisti così sterile e dannosa alla produzione, permeata solo del miraggio illusorio e visionario del collettivismo senza speranza. Tuttavia il contrasto fra i due liberalismi permane.
A Milano il Corriere della Sera continua nella critica ai sistemi di violenza del fascismo, e pur lodandolo per il coraggio col quale ha affrontato le intemperanze dei socialisti, vorrebbe, vederlo rientrare nell’ambito della legalità costituzionale. Afferma il Corriere che «il fallimento di Mussolini potrebbe avere conseguenze gravissime e per il Paese e per ognuno di noi », ma poi soggiunge: «Bisogna rispettare la tradizione di settant'anni di progresso, la tradizione del Risorgimento, bisogna operare nell'ambito, nei limiti, col rispetto delle, istituzioni esistenti che lungi dal soffocarle, bisogna restituire loro il prestigio e la forza che hanno perduto». Ma oramai il Corriere non rappresenta più una corrente politica costituita; non rappresenta che se stesso; non sono d'accordo con lui né Salandra, né la direzione del partito. Mussolini fa intensificare la lotta contro l'austero giornale milanese che è chiamato «turpe foglio», posto allo stesso livello dell'Avanti!, mentre il suo direttore è definito «il senatore della mala vita».

Ma Albertini insiste nella sua tesi: «Siamo convinti di essere i più sinceri collaboratori di Mussolini quando lo esortiamo colla maggior passione a non inebriarsi della vittoria, a non superare più di quanto abbia superato i limiti legali, a ricondurre invece gradatamente il governo entro quei limiti, ed a restituire alla Nazione quella coscienza dei suoi diritti e dei suoi doveri che in un ventennio e più di degenerazione parlamentare aveva perduto». Ma il governo fa scatenare dal Messaggero, il giornale a tendenza liberale democratica passato al fascismo, una violenta campagna contro l’Albertini chiedendo la soppressione del Corriere.

mercoledì 5 febbraio 2014

Il consenso alla Monarchia nel casertano del dopoguerra in Giuseppe Capobianco

Giuseppe Capobianco, il comunista che aveva speso tutta una vita per la libertà e la giustizia sociale, lo scrittore e ricercatore appassionato, dedica una vera e propria indagine storica alle elezioni del 2 giugno 1946, a quelle della Costituente con l’intento di analizzare e comprendere perché la sua provincia, Caserta, aveva tributato quel consenso così ampio alla monarchia di casa Savoia, soprattutto nelle campagne ove il consenso aveva sfiorato il 100%.
Da repubblicano ci offre una serie di analisi con dati, raffronti di dati, risultati per cercare di comprendere perché i contadini soprattutto avevano tributato quel consenso rilevantissimo alla Monarchia. In effetti il risultato referendario dimostrava quella forte “ spinta involutiva” di una provincia, quella casertana, che attribuì un rilevante 83,1% di consensi alla Monarchia di Casa Savoia con picchi da brividi nelle aree contadine ove la Monarchia superò, più o meno ampiamente, il 90%: Pignataro Maggiore, 96,3%,Rocchetta e Croce, 96,3%,Camigliano, 96,2%, Teano 96%, Francolise 93%,Calvi Risorta 91,6% . Se era da aspettarsi per i paesi suindicati un consenso marcatamente conservatore, il dato deludente fu quello di Sparanise, il paese di Corrado Graziadei, ove la Monarchia conquistò l’89.1% dei consensi. Inoltre in provincia di Caserta- “ caso unico in tutta la Campania”- osserva Peppino Capobianco- nessun comune vide l’affermazione della Repubblica. 

[...]
http://www.comunedipignataro.it/modules.php?name=News&file=article&sid=21273

Un'immagine che ci piace


Noi non ci crediamo alla guerra tra la Casa di Savoia e la Casa di Borbone dopo 150 anni. Noi crediamo piuttosto che l'Idea Monarchica  sia superiore agli eventi che hanno diviso popoli e sovrani nel corso della Storia .
Duole vedere che sedicenti legittimisti monarchici di una fazione offendano principi di un'altra Casa.  
Molto più bello è vedere dei simboli uniti in un abbraccio come  S.A.R. il principe Amedeo di Savoia Aosta e S.A.R. Principe Carlo di Borbone-Due Sicilie.
Che il principe Carlo sia d'esempio ai suoi e li inviti ad essere rispettosi della storia e delle persone.
E' il nostro fervido augurio!

domenica 2 febbraio 2014

Dittatura e Monarchia : il Crepuscolo degli Dei

recensione dell'Ingegnere Domenico Giglio, presidente del Circolo Rex

Avevamo  definito  “trilogia“  i  lavori  storici  di  Domenico  Fisichella  dall‘ “Elogio  della  Monarchia“ , a  “Il   Miracolo  del  Risorgimento“ , al  “Dal  Risorgimento  al  Fascismo“  ed  ora  con  l’ uscita  nel  gennaio  2014 ,  del  volume  “Dittatura  e  Monarchia -  L’ Italia  tra  le  due  guerre “, ( Editore  Carocci ) riguardante  il  periodo  1922 – 1946, siamo  alla  tetralogia, di  wagneriana  memoria, della  quale  l’ultima  opera  è  “Il  crepuscolo  degli  Dei“ , con  l’incendio  finale  del  Walhalla, strana  coincidenza  con  un  libro  che  si  chiude  con  la  scomparsa  del  duce  del  fascismo, del  Re  e  della  Monarchia.
Fisichella, iniziando  l’opera  con  il  1922  e  l’avvento  legalitario  al  potere  di  Mussolini, si  sofferma  giustamente, prima  di  approfondire  il  problema  italiano, con  il  quadro  istituzionale, politico  ed  economico  dell’ Europa, quale  uscito  dalla  Grande  Guerra , 1914 – 1918, dopo  i  vari  trattati  di  pace, ed  il  clima  che  si respirava  negli  anni  successivi , con  un  particolare  interesse  sulla  vicenda  della  Germania  di  Weimar, che  tanto  poi  ci  avrebbero  condizionato  e  dove  Hitler  ed  il  partito  nazionalsocialista  raggiungono  il  potere  con  una  serie  di   successi  elettorali  che  resero  inevitabile  l’ascesa  di  Adolf  Hitler  al  Cancellierato   e  poco  dopo  a  Capo  dello  Stato, a  seguito  della  scomparsa  del  Presidente  della  Repubblica, l‘ ultra  ottuagenario  Feldmaresciallo  Hinderburg, (di  convinzioni  monarchiche), unificazione  delle  cariche   che  insieme  ai  pieni  poteri  venne  concessa  ad  Hitler, anche  da  deputati  di  altri  partiti, che  forse  non  avevano  studiato  le  vicende italiane  di  alcuni  anni  prima .
Dopo  questa  panoramica  europea  Fisichella  passa  ad  esaminare  la  vicenda  italiana  con  una  attenzione  particolare  ai  tre  anni  dall’ottobre  1922  al  1925  dove  ancora  il  fascismo  non  era  né  partito  unico, né  regime, con  le  gravissime responsabilità  degli  “ aventiniani “ che  non  seppero  cogliere, dopo  il  delitto  Matteotti, la  possibilità  di  sgretolare  la  maggioranza  parlamentare  del  “listone“ governativo, che  aveva  senza  dubbio  stravinto  le  elezioni  politiche  del  1924 , rendendo  praticamente  inutile  il  meccanismo  maggioritario della  legge  Acerbo, ma  nel  quale, dato  numerico  impressionante  e  poco  conosciuto, i  “ fascisti “  erano  solo  227, saliti  a  255, ma  sempre  minoranza  sui   535  totali. Non  afferrata  questa  possibilità  dalle  opposizioni  e  legando  così  le  mani  alla  Corona, il  governo  Mussolini  poté  proseguire  indisturbato  il  suo  cammino   e  così  nel  1926  vengono  promulgate  le  leggi  base  del  regime, sancita  la  decadenza  dei  deputati  aventiniani, che  avevano  tentato  di  rientrare  nell’aula  di  Montecitorio  nel  gennaio, in  occasione  della   morte  della  Regina  Madre  Margherita, per  cui  fino  al  1928  rimase  in  aula   solo  una  decina  di  oppositori , tra  cui  Giolitti.
Segue  poi  l’analisi  delle  modifiche  del  sistema  elettorale, per  il  1928, fino  alla  successiva  scomparsa  della  Camera  dei  Deputati  e  l’ avvento  della  Camera  dei  Fasci  e  delle  Corporazioni, la  persistenza  del  Senato  del  Regno, e  la  sua  composizione, oltre  al  significato  etico  che  il  fascismo  intendeva  dare  allo  Stato, per  cui  Fisichella  si  sofferma  a  chiarire  il  relativo  concetto, partendo  da  Rousseau  e  da  Hegel; ed  egualmente  se  il  fascismo  potesse  definirsi  un  regime  totalitario  e  non  semplicemente  autoritario, dimostrando  l’ impossibilità  del  totalitarismo  in  una  nazione  dove  persisteva  la  Corona  con  le  Forze  Armate  legate  al  giuramento  al  Re  ed  era  presente  la  Chiesa  Cattolica  con  il  Pontefice.
Non  c’ è settore  dell’ attività  governativa, dalla  politica  economica  e  sociale, allo  sviluppo  dell’ industria  e  dell’ agricoltura, alle  opere  pubbliche  in  Italia  e  nelle  Colonie, che  non   venga  esaminato  e documentato, anche  con  dati  numerici, per  poi  passare, per il  periodo  fino  al  1935 ed  all’ impresa  etiopica, alla  politica  estera, mettendo  in  risalto, in  numerosi  casi, la  continuità  della  stessa, con  gli  indirizzi  precedenti  alla  presa  di  potere  del  fascismo. E  per  l’impresa  etiopica, che  vide  forse  la  massima  adesione  popolare  al  regime,  anche  per  le  “sanzioni”  decretateci  contro  dalla  Società  della  Nazioni, l ‘ Italia  si  era  mossa  certa  che  non  vi  sarebbe  stata, ed  in  effetti  non  vi  fu, una  vera  opposizione  alla  nostra  guerra  ed  alla  conquista  da  parte  della  Francia e  dell’ Inghilterra, che  si  limitò  ad  un  enorme  concentramento   nel  Mediterraneo  di  144  navi  da  guerra  per  800.000  tonnellate  di  stazza .
Dopo  la  conquista  dell’Etiopia  ed  alla  proclamazione  dell’Impero, l‘Italia, malgrado  discorsi  e  toni  militareschi, come  nel  discorso  mussoliniano  del  “carro  armato“,  desiderava  ed  aveva  bisogno  della  pace, vedi  l’ ultimo  bagliore  del  convegno  di  Monaco  di  Baviera  del  1938, ma  la  guerra  civile  spagnola  con  il  nostro  intervento  in  aiuto  ai  nazionalisti  di  Francisco  Franco, lentamente, ma  inesorabilmente  ci  avvicinava  alla  Germania  hitleriana, Germania  che  giustamente  Fisichella  ricorda  essere  una  repubblica, e  da  qui  l‘alleanza, l‘Asse  Roma - Berlino, la  guerra  scatenata  da  Hitler  nel settembre  1939, dopo  l’ allucinante  connubio  con  l’ Unione Sovietica, per  spartirsi  le  spoglie  della  Polonia, la  nostra  giustificata  “non  belligeranza“ per  nove  mesi, ed  infine, dopo  i  travolgenti  successi  tedeschi  in  Francia, su  quello  che  si  era   ritenuto  il  primo  esercito  del  mondo (sic), la  nostra  entrata  in   guerra  il  10  giugno  1940, guerra  che  doveva  essere  breve  e  parallela  a  quella  germanica.
Fisichella  tratteggia, con  ricchezza  di  dati  e  di  citazioni di  numerosi  altri  storici, come aveva  fatto  anche  in  precedenza, l’ evoluzione  negativa  della  guerra, la  perdita  dell’ Africa, lo  sbarco  angloamericano in Sicilia, il  25  luglio  ed  il  nuovo  governo, e  la  conclusione  dell’ armistizio  con il  Regno  d’ Italia  ridotto  a  poche  province  del   Sud, avendo  però  salvato  la continuità  dello  Stato, e  non  cercato  di  salvare  la  Monarchia  come  si  scrisse  e  si continua  a  scrivere, evitando  la  “debellatio”, e  la  lenta, ma  costante  ripresa   dello  Stato  stesso  e  delle  Forze  Armate, con  la  partecipazione  di   sempre  più  numerosi  reparti  del  Regio  Esercito  alla  campagna  per  la  liberazione  della  restante  parte  del  territorio  nazionale  dalla  occupazione  germanica, la  cosiddetta  “ cobelligeranza”, non  valorizzata  in  sede  di  Trattato  di  Pace. Infine  il  difficile  inizio  della  Luogotenenza  del  Principe  Umberto , dopo  la  sofferta  decisione  del  Re  Vittorio  Emanuele, il  12  aprile  1944, di  ritirarsi  dalla  vita  pubblica  non  appena  fosse  stata  liberata  Roma, e  con  il  Re Vittorio  Emanuele, scrive  Fisichella  scompare  “l’ultimo  uomo  del  Risorgimento  rimasto  in  Italia“, quell’ uomo  che  da  bambino  non  voleva  giuocare  il  23  marzo, perché  era  l’ anniversario  della  sfortunata  battaglia  di  Novara  del  1849  e  che  all’atto  della  abdicazione  ha  il  coraggio  morale  di scrivere   di  avere  sempre  mirato  al bene  della  Nazione “anche  se  posso  avere  errato“!  Trattando  poi  del  referendum  e  di  come  si  arrivasse  allo  stesso, dopo  che  il  Luogotenente  era  risalito  nella  stima, sia  dei  governanti  e  militari  angloamericani, particolarmente  Churchill  e  Clark,  sia  di  politici  italiani   e  diventato  Re  anche  di  nome, il  9  maggio  1946, stava  riconquistando  il  favore  popolare, Fisichella  effettua   un’ analisi  attenta  dei  dati  “ufficiali”  dai  quali  emerge  chiarissimo  che  la  repubblica  ha  vinto  dove  vincevano  partiticamente  i  social- comunisti  e  cioè  nel  centro nord, dove  pure  per  18  mesi vi  era  stata  una  persistente e  faziosa  propaganda   antisabauda  della  repubblica  di  Salò, e  che  senza  questi  voti, di  cui  quelli  comunisti  erano  non  certo  per  una  repubblica  democratica  mazziniana  e  per  di  più  di  un partito  legato  ad  una  potenza  straniera  l’ URSS  i  voti  repubblicani  di  una  modesta  parte  di  democristiani , liberali, demo sociali , oltre  ad  azionisti e repubblicani  storici  non  sarebbero  bastati  alla  vittoria  della  repubblica , di  fronte  alla   massiccia  maggioranza  monarchica  del  meridione.
Con  questa  opera  nella  quale  nella  parte  finale  Fisichella  si  sofferma  anche  sulla  realtà  attuale  con  interessanti  raffronti  sui  dati  elettorali  e  sui  governi  della  repubblica  e  relative  alleanze  e  sulla  marcia  “verso  lo  zero”, si  conclude  il  ciclo   di  85  anni  di  storia del   Regno  d’Italia, esposta  con la  serenità  ed  obiettività  dello  studioso  che  ha  senza  dubbio  le  sue  convinzioni  razionali  in  merito  alla  superiorità  della  monarchia  costituzionale  ed  al  ruolo  positivo, anche  nei  momenti  più  difficili  di  questi  anni, svolto  dalla  Corona, ma  lascia  ai  fatti  esposti  la  relativa  dimostrazione  e  sono  i  fatti  spesso  ignorati, che  confermano  e  rafforzano  le  convinzioni, quando  siano  visti  senza  gli  occhiali  deformanti  della  faziosità e  della  passione  di  parte.

Domenico   Giglio



Nota :

Il  volume  uscito  nelle  librerie  il  23  gennaio  2014  è  stato  presentato  su   iniziativa  del  Circolo  di  Cultura  ed  Educazione  Politica  Rex, presieduto  dall’ing.Domenico  Giglio, a  Roma, domenica  26 gennaio, dall’ autore  sen. prof. Domenico  Fisichella , ad  un  folto  e  qualificato  pubblico  che  acquistate  le  copie  disponibili  si  è  stretto  intorno  all’ Autore  per  sollecitarne  la  firma  e  la  dedica.