NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 8 gennaio 2023

Un regime in disgregazione



 Riflessioni sul decimo anniversario della morte di Umberto Il. L'occasione per verificare il fallimento del progetto elaborato dopo il giugno del '46


di Antonio Mangano

Se ci si dovesse domandare, per un attimo, se Umberto II, ultimo re d'Italia, potesse annoverarsi tra i grandi uomini della storia, il giorno del 13 giugno del 1946 dirimerebbe ogni dubbio. Perché quando ci si sacrifica in prima persona per il bene supremo della vita — quella dei tanti a cui venne risparmiata — rinunciando a tutto, avviene che l'Uomo grande si coniuga con l'uomo buono, per cedere a tribunali che non sono di questo mondo, giudizi che la persona più accorta è obbligata, rispettosamente, a declinare.

Ricordo di aver trovato un giorno, curioso di scrutare ed osservare tra i pochi libri che la mano di un bambino può raggiungere, alti nelle scaffalature dello studio di mio padre, un opuscoletto di vecchia data, che subito sfogliai perché attratto dalla figura del fronte-spazio: una persona a mezzo busto dall'aspetto all'un tempo nobile e paternamente rassicurante in divisa da generale, senza copricapo, e, sotto, la scritta «Umberto». Guardando quell'opuscolo distribuito per la propaganda ai fini del referendum tra Repubblica e Monarchia, capii che una volta l'Italia aveva avuto un Re. Può essere singolare come un bambino possa cogliere, oltre a simpatie istintive, attimi di nostalgia per tempi ed immagini mai vissute. Può esserlo; ma quand'è così, è l'idea che incomincia a formarsi dentro. fnrm2rsi dentro: e. da quel momento in poi, «si capisce».

E continuai a capire qualche anno dopo, guardando le immagini toccanti di Umberto II salutare, con gli occhi lucidi, dal portello di un quadrimotore, la scaletta non ancora tolta, in procinto di partire per un viaggio donde non tornare più. Addio, Italia! Addio, terra degli avi, ricordi belli, addio!

Quell'uomo in monopetto «a spada», col cappello a cencio, quel pomeriggio di Sant'Antonio del '46, doveva imprimere il proprio nome tra i personaggi che lasciano un segno nella storia. Non occorrono le epiche gesta e le battaglie vinte: può varcarsi il Rubicone con un sacrificio struggente d'omissione che vale quanto e più delle armate condotte a Roma col nemico in fuga. Lì il nemico era nell'Urbe, forse poteva annidarsi tra gli stessi adulatori pronti a cambiar capo per il padrone migliore, era comunque sicuramente affrontabile e fattibile, perché l'arroganza non prevalesse sul diritto. Epperò ciò significava Io scontro: legittimo sì, ma coi morti inevitabili per le strade; e con la nazione per qualche tempo lacerata, come se non fosse bastata una guerra civile appena conclusa con la guerra perduta, fomentata da chi, per il trionfo del comunismo totale, rinnegava la Patria. Ecco allora che Umberto obbedisce, quasi con mistico, obbligato senso del dovere, alla filosofia evangelica, francescanamente, scegliendo l'esilio di Cascais.

Dieci anni sono ora passati dacché l’ultimo re smise di anelare all'Italia; e la Repubblica, lungi dal rafforzarsi, o, quanto meno, dal confermarsi in efficienza, vive la sua distruzione. Ma già al 1983, anno della morte di Umberto, la Carta Costituzionale coniata a bella posta per favorire la partitocrazia e la disgregazione dello Stato (il compromesso catto-comunista, coi liberali presenti e presi in giro) dimostrava il proprio fallimento. C'era una volta lo Stato.

Poi vennero i partiti ed il governo dei partiti, i potentati locali volutamente incontrollati, il governare andreottianamente secondo la logica di don Abbondio, le convergenze parallele oltraggio dei bambini di terza elementare, le tangenti non più nomenclatura matematica, lo sfascio, il dissesto delle regole. E la protervia di chi governa.

Il guaio è questo: che ognun dice che si deve cambiare, ed il loro cambiamento è la loro mummificazione per perpetuarsi sfrontatamente. Così l'allarme scattato con le elezioni del 5 aprile, all'insegna dell'ingovernabilità (la paura di chi perde il potere e si sente cancellato e non voluto), nella ricerca del rimedio per sopravvivere: la riforma elettorale, cioè la truffa alla gente che li ha disconosciuti per poter ottenere, prevaricando, che, «pur perdendo, si (mal) governi». Questa, la loro democrazia. Come quella che ha portato all'istituzione della Bicamerale, fantasma che non ha creato nulla, sottraendo al popolo sovrano il potere di eleggere un'assemblea rappresentativa, istituita per redigere una nuova Costituzione per un nuovo Stato.

Orbene, se la novità sta nelle riforme elettorali, perché il sistema maggioritario o i premietti di maggioranza rafforzino il potere di chi è destinato a perdere e nell'aggrapparsi alla poltrona lancia vili ricatti di ingovernabilità; se la novità sta in questa perpetuazione dell'assillo partitocratico che ha generato inefficienza, corruzione e concussione; se il nuovo, o quel che vogliono propinarci per nuovo, è il «colpo di spugna» perché chi ha sbagliato non paghi; se il nuovo è la concessione, fatta ai cittadini per evitare che assaltino il Palazzo, dell'elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia, ma con opportuni «accomodamenti» per cui «il banco vince sempre» (vedi il gioco dei capilista sindaco o presidente, proclamati tali di diritto, se la lista arriva prima); se il nuovo è «trasparenza» e «trasversalità» invece che «efficienza» e «verticalità»; se tutto questo è il nuovo, noi ai marchingegni abbindolatori rispondiamo, come Statuto ci insegnava, che la governabilità non la si persegue mediante aggiustamenti elettorali (che si risolvono nel gioco dei potenti), sibbene con la fine del regime parlamentare, col taglio netto del rapporto di fiducia che lega il governo al Parlamento. Si occupi l'Assemblea di fare le leggi che al governo (ed ai giudici) spetta poi sempre osservare (Stato di diritto), ed il governo sia direttamente investito e revocato dal Capo dello Stato.

Il parlamentarismo era già divenuto ancién regime con l'inizio del secolo, prima che degenerasse, dopo l'ultima guerra, in partitocrazia. Vittorio Emanuele III, l'aveva capito, in periodi in cui i governi d'élite dovevano cedere il passo a spasmodiche esigenze di partecipazione attiva delle masse, affidando il potere a Benito Mussolini. Sono passati settant'anni e non si riesce a prender posizione contro lo stesso sistema non solo vetusto ma incancrenito perché degenerato (quando mai i governi si sono formati liberamente in fronte al Parlamento, piuttosto che nelle segreterie dei partiti e — anni '70 — previo placet dei sindacati?)

Morale: l'Italia di adesso non è sicuramente quella che avrebbe voluto Umberto e coloro che all'epoca votarono per Umberto. E non è neanche quella che vollero quanti in buona fede votarono Repubblica.

È certamente il frutto, colpevolmente od incolpevolmente ottenuto, a seconda dei casi, di quanti cominciarono con lo scrivere che questa è «una Repubblica democratica fondata sul lavoro».

Ogni retorica è obbrobriosa, ma quella degli ipocriti di più. Certamente, quel progetto fu fallimentare.

sabato 7 gennaio 2023

Centocinquant’ anni dalla nascita della Regina Elena.

 




di Emilio Del Bel Belluz  

L’otto gennaio 1873 nacque a Cettigne, in Montenegro, la Regina Elena che spero venga ricordata in molte parti d’Italia.  La Sovrana era la moglie del Re Vittorio Emanuele III, e la madre dell’ultimo Re d’Italia, Umberto II, di Jolanda, Mafalda, Giovanna e Francesca. Chi volesse approfondire la sua vita, gli consiglierei di leggere quei pochi libri che ne parlano con sincerità ed onestà intellettuale. La Regina Elena era la mamma di quelli che nella vita erano i più sfortunati, e di quelli che avevano bisogno d’aiuto. La sua grande generosità d’animo l’aveva ereditata dalla sua famiglia, era sempre stata abituata a essere gentile con il prossimo e a trattarlo come suo pari. La Regina si fece subito conoscere per quello che faceva per la gente povera che incontrava e per quelli che le chiedevano aiuto. La porta del suo cuore era sempre aperta e non la chiudeva a nessuno. Il povero, il disadattato era un suo fratello. Durante il terremoto di Messina si era prodigata a favore della popolazione colpita dal tremendo evento rischiando la vita, scavando tra le macerie e organizzando con tutta sé stessa gli aiuti. Il suo operare coraggioso fu condiviso con il suo consorte Re Vittorio Emanuele III.  Le sue doti di madre furono manifestate anche nel periodo bellico. Durante la Grande Guerra aveva allestito all’interno del Quirinale e di villa Margherita un grande ospedale che ospitava i soldati feriti. La Regina si prodigava per portare loro un aiuto come infermiera e come mamma, come se sentisse che quei valorosi le appartenevano, perché avevano combattuto per la Patria. Le testimonianze del suo operare indefesso sono molteplici, scritte con verità da quei soldati che la videro all’opera. Quello che contava nella sua vita era l’aiuto verso i sofferenti.   La Sovrana conobbe assieme al suo consorte anche la sofferenza dell’esilio, dapprima in Egitto dove morì il Re Vittorio Emanuele III nei giorni successivi al secondo Natale che passava lontano dalla Patria, e dopo in Francia. In quel Paese passò alcuni anni difficili, ma la sua opera di carità continuò ininterrottamente fino alla sua morte. Le sue ultime parole furono rivolte alla amata terra italiana e ai suoi figli. Quello che fino all’ultimo aveva sperato era di poter tornare in Italia a rivedere il suo popolo che aveva amato. Il patimento derivante dal vivere in terra straniera fu sopportato senza lamentele come Gesù portò la sua croce sul Calvario.    La Regina si spense serenamente il 28 novembre 1952 a Montpellier. Dopo aver ricevuto dal Papa la massima onorificenza: la Rosa d’oro della Cristianità e dopo che è stata proclamata Serva di Dio nel 2000, è in attesa che la Chiesa possa farla Beata.  Nella sua vita non fu fortunata, basti pensare che non le fu possibile stare accanto alla figlia Mafalda che morì in un campo di concentramento tedesco. La Regina  Elena non ebbe la possibilità di portare un fiore e una preghiera sulla tomba della figlia. Un mio amato professore, Danilo Miglioranza mi scrisse alcune considerazioni sulla Regina che mi fecero riflettere: “ Elena di  Savoia, come Maria di Nazaret, ha subito l’esilio dopo aver sperimentato la mancata riconoscenza dei loro popoli per il bene ricevuto. Ed entrambe hanno pianto per la condanna ingiusta e la morte di un loro figliolo”. Quello che i cattolici sperano è che il Papa la proclami al più presto Beata, anche se Beata lo è già da anni per quelli che l’ amano.  Il Papa che ci ha lasciati in questi giorni diceva : “ La perdita delle nostre radici, sarà la fine della civiltà occidentale”. Le nostre radici sono anche quelle percorse da questa Sovrana di Casa Savoia -.

venerdì 6 gennaio 2023

Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, IX parte



Contemporaneamente il Re si preparava a ricevere Guglielmo II nel Golfo di Napoli e trattare con lui gli accordi negoziati da Tittoni e da Goluchowsky, sulla nostra influenza nei Balcani e vi si concertò una «soddisfazione» all'Italia concedendo ad un generale italiano (fu il de Georgis) il comando della polizia dei distretti e l'attribuzione a noi di Monastir, che avevamo chiesta preventivamente. Insomma la politica estera del Re era riuscita a mantenere viva e operante la Triplice e vivi e operanti i rapporti, così difficili, per boria o per riserve mentali, con la Francia e l'Inghilterra.

Le grandiose accoglienze (24 aprile 1904) a Loubet, di cui Guglielmo II pomposo e festaiolo mostrò una vera e reale gelosia, dopo la visita del Re e della Regina a Parigi (ottobre 1903) ponevano l'accento acuto sulla gioia di Camillo Barrère.

Tornavano di moda i versi di Vittor Hugo: «Nous chercherons quel est le nom de nostre ésperance — nous dirons: Italie! Et tu répondras: France!» e i giornali spendevano colonne di piombo per descrivere l'abbraccio e il bacio tra il Re e il Presidente. I «grandi ricordi comuni» di cui si parlò nei brindisi furono attualizzati in un album che i triestini dedicarono a Loubet ricordando il sole vittorioso  dei campi lombardi. Né la Germania ottenne di far introdurre nel brindisi di Re Vittorio un accenno alla Triplice né il principe di Bulow di limitare il tono delle feste a quello che s'era tenuto per rendere omaggio all'Imperatore. Almeno in materia di ghirlande e luminarie l'Italia voleva serbare piena e intera indipendenza. Fu ansi il Re stesso a dire a Barrère che per Loubet si sarebbero fatte cose mai viste. La promessa fu mantenuta.

Tuttavia i rinnovi dell'Alleanza si succedevano senza troppe difficoltà; il 21 giugno s'era firmato sino a scadenza dei sei anni il testo identico a quello del 1891 con l’aggiunta di una clausola di non intralcio in caso di azione italiana in Tripolitania e Cirenaica. Il 5 dicembre 1912 si rinnovò anticipatamente il trattato che sarebbe scaduto l'8 luglio 1914. Il Cancelliere austriaco Aerenthal era sinceramente convinto che la Triplice sarebbe durata sino al 1920, così tanto da provocare la dimissione del nostro maggior nemico, ch'era il Conrad; accanito come Catone, nel proclamare la necessità di distruggere Cartagine anche cogliendola (povera Italia!) in momenti di particolare emergenza come avvenne per i due grandi terremoti del '05 e '06 in Calabria e in Sicilia, poiché l'Italia ad altro non mirava che a spossessare l'Austria dei territori irredenti, a dominare l'Adriatico, a impedire la marcia austroungarica del Balcani, sostituendovi la sua influenza, a crearsi sulla sponda africana una situazione identica a quella della Francia in Algeria e Tunisia.

L'Italia, effettivamente, questo voleva ottenere e ottenne, con l'efficace sua politica estera, con la sua I guerra mondiale e sino ad un certo limite, col fascismo.

Dal suo punto di vista il maresciallo austriaco non sbagliava e, tutto sommato, riebbe giustizia quando morto Aerenthal e venuto al potere il Berchtold venne ripristinato nel comando fino a che nelle peripezie della lunga battaglia non dovette vedere le sue profezie avverate e la guerra da lui tanto sognata, persa.

Il 5 dicembre 1912 la nuova Triplice era firmata con l'aggiornamento della sistemazione libica, il rinnovamento degli impegni relativi all'Albania e al Sangiaccato di Novi Bazar nonché l'impegno di provocare l'adesione britannica agli accordi riguardanti le regioni litoranee del nord Africa, del Mediterraneo centrale e occidentale, compreso il Marocco.

 

* * *

 

Ma l'Austria Ungheria non credeva più alla sua alleata-nemica e con la firma della rinnovata alleanza Conrad riebbe il suo comando attivo. La guerra di Tripoli aveva squagliata lentamente quella solidarietà di cera, ponendo a nudo la natura vera delle «amicizie» fatte di parole, di pranzi diplomatici e di brindisi. Edoardo Scarfoglio lo notava controbattendo la campagna antitaliana scatenata in Germania e in Austria, eco di quella vastamente diffusa in Inghilterra dove, per la prima volta a proposito dell'azione italiana contro la Turchia sultaniale, venne adoperata l'espressione «pugnalata nella schiena». Anche in Francia e a Parigi, malgrado le sovvenzioni giornalistiche di Tittoni si parlò di marinai italiani come di «banditi in uniforme». I sequestri dei due piroscafi mercantili «Carthage» e «Manouba» risvegliarono la gallofobia dei tempi di Crisfri; Barrère non esitò a declamare: «Hanno rovinato quindici lunghi anni del mio lavoro». Tutti contro l'Italia sino al limite del possibile appena l'Italia mosse verso la Quarta Sponda: qualcosa di simile alle sanzioni di Ginevra, sebbene — a parte il gran chiasso, le si lasciasse fare «sulle uova» la sua conquista. La preparazione diplomatica datava dal 1902 (accordi Visconti Venosta-Barrère). Il 13 dicembre 1906 con l'Inghilterra e la Francia s'era firmato a Londra l'accordo per l'Abissinia, allo scopo di lasciare quel paese allo statu quo, osservando neutralità in caso di conflitti interni e salvando alcuni principali interessi: r) Le acque del Nilo azzurro emissario del Lago Tana, per l'Inghilterra e la sua industria cotoniera; 2) i confini dell'Eritrea, della Somalia e del Benadir e gli hin-telrands di questi territori a occidente di Addis Abeba, per l'Italia; 3) i territori di costruzione della ferrovia da Gibuti a Addis Abeba, per la Francia. E tutto ciò a parte la Triplice e gli accordi commerciali e politici con la Francia. Era qualche cosa, dopo la politica « delle mani nette » e la sconfitta di Adua.


giovedì 5 gennaio 2023

Lampi di luce: la Regina del Popolo


Di F.C.


Nell’oscurantismo che ha caratterizzato, purtroppo, tanti studi, più o meno storici, dedicati alla Casa Savoia nel secondo dopoguerra sono, purtroppo, solo ogni tanto, apparsi “lampi di luce” dovuti all’onestà intellettuale di qualcuno. E’ il caso di quanto verificatosi a Brindisi il 18 maggio del 2020, allorché la banchina centrale del Seno di Ponente veniva intitolata al nome di Sua Maestà la Regina Elena di Montenegro, moglie, per 50 anni, del Re Vittorio Emanuele III, e per 46 ani, appunto Regina d’Italia.

In occasione dell’intitolazione, una targa ricordo venne collocata dal Presidente dell’Autorità di sistema portuale sulla banchina di fronte all’Hotel Internazionale, con la quale la Sovrana viene veniva ricordata come “Regina del popolo” per il suo impegno ne sociale, portato avanti per tutta la sua vita.

L’iniziativa è inserita in un progetto di più vasta portata, promosso dall’on. Mauro D’Attis - giovane deputato salentino, esponente di Forza Italia, eletto alla Camera nel 2018, e confermato anche nelle elezioni 2022 - per il riconoscimento di Brindisi tra le capitali d’Italia. Ciò, considerando che, ad ogni effetto, il Capoluogo pugliese fu sede del Regio Governo italiano dal settembre 1943 al febbraio 1944, quando lo stesso si trasferì a Salerno.

Dal momento che anche in quei mesi drammatici, Elena di Savoia riprese immediatamente la sua ininterrotta opera di assistenza e di supporto verso i bisognosi, in particolare, a Brindisi, a favore degli orfani assistititi presso l’Istituto San Vincenzo, in piazza Duomo, ai quali portava in dono giocattoli fatti da lei, grembiuli e biancheria – nonostante le gravissime ristrettezze economiche in cui sia il Re che la Regina si trovavano, avendo gli stessi lasciato Roma con poco più che gli abiti che avevano indosso - si sono voluti ricordare quei gesti della Sovrana, perpetuandone il nome alle future generazioni.

mercoledì 4 gennaio 2023

Il Duca d’Aosta a vent’anni

 


I monumenti di Torino  /
 La statua in bronzo fu  trasportata, nel giugno del 1900, dalle fonderie Sperati (corso Regio Parco) al Parco del Valentino e per compiere quel tragitto di circa tre chilometri furono necessarie più di sei ore a causa appunto delle ingenti dimensioni del monumento

Il monumento è situato all’interno del Parco del Valentino, in asse con corso Raffaello e nel centro del piazzale nel quale confluiscono i viali Boiardo, Ceppi e Medaglie D’Oro. La statua che raffigura, sul cavallo ritto sulle zampe posteriori, il poco più che ventenne Amedeo di Savoia Duca d’Aosta durante la battaglia di Custoza, è posta su un dado di granito che poggia a sua volta su un basamento contornato da una fascia di coronamento in bronzo, rappresentante (in altorilievo) 17 figure tra cui numerosi personaggi celebri della dinastia sabauda. Ai gruppi di cavalieri si alternano vedute paesaggistiche come la Sacra di San Michele, il Monviso e Torino con il colle di Superga sullo sfondo. Sul fronte del basamento, poggiata sulla chioma di un albero al quale è appeso lo stemma reale di Spagna, un’aquila ad ali spiegate regge tra gli artigli lo scudo dei Savoia. Nato il 30 maggio 1845 da Vittorio Emanuele (il futuro re Vittorio Emanuele II) e da Maria Adelaide Arciduchessa d’Austria, Amedeo Ferdinando Maria Duca d’Aosta e principe ereditario di Sardegna, crebbe seguendo una rigida educazione militare. Nel 1866 gli venne affidato il comando della brigata Lombardia e partecipò alla battaglia di Custoza nella quale, nonostante fosse stato ferito da un proiettile di carabina, continuò a battersi distinguendosi così per il suo coraggio ed il suo valore.In seguito alla rivoluzione del 1868 e alla cacciata dei Borboni, in Spagna venne proclamata la monarchia costituzionale e nonostante la situazione risultasse molto difficile, Amedeo di Savoia accettò l’incarico così, il 16 novembre 1870, venne eletto Re di Spagna con il nome di Amedeo I di Spagna. Ma la situazione politica risultò ancora più instabile di come lui se la fosse prospettata e davanti a rivolte e congiure (nel 1872 sfuggì miracolosamente ad un attentato), nel 1873 abdicò rinunciando per sempre al trono. Tornato in Italia, venne nominato Tenente Generale e Ispettore Generale della Cavalleria; si spense il 18 gennaio 1890 a causa di una incurabile broncopolmonite.

[...]

Il Duca d'Aosta a vent'anni - Il Torinese

ORFEI POLITICI

 di Riccardo Scarpa

Il maggiore partito della solita sinistra, il cosiddetto democratico, chiede, a gran voce, le dimissioni del presidente del Senato, Ignazio La Russa, e del sottosegretario alla Difesa, Isabella Rauti, poiché rei d’avere ricordato il vecchio Movimento sociale italiano, in cui militarono, e del quale il padre del sottosegretario, Pino Rauti, fu anche il segretario. 

Chi scrive non lo votò mai, in quanto votante, iscritto e dirigente minore del Partito liberale italiano. Debbo tuttavia ricordare, per la memoria storica, non più per la cronaca, l’articolo di fondo di Indro Montanelli, sul suo Il Giornale nuovo, nel 1988, per la dipartita da questo mondo di Giorgio Almirante

La sua opera politica consistette, fondamentalmente, nel traghettare quel partito dall’essere un movimento fondato da neofascisti repubblichini alla convinta e piena adesione al sistema rappresentativo parlamentare a suffragio universale diretto. 

Grande funzione storica d’allargamento della democrazia liberale. Ciò attraverso la costituzione della Destra nazionale, coi monarchici di Alfredo Covelli, fedeli a Umberto II di Savoia che, prima come Luogotenente Generale del Regno e poi Re, condusse le Regie Forze Armate, affianco degli alleati, nella guerra di liberazione dagli occupanti nazisti, coi quali combatterono i neofascisti repubblichini.


Giovannino Guareschi dal cuore buono

di Emilio Del Bel Belluz 

In molti momenti della mia vita, specialmente in quelli attuali, mi capita sovente di pensare ad uno degli scrittori più grandi che la letteratura abbia mai avuto: Giovannino Guareschi. 
Quando si ricorda un figura come la sua si va immediatamente con il pensiero ai suoi scritti, e a quello che hanno trasmesso ai suoi lettori.  Quando uno scrittore piace lo si legge, soprattutto quando si è in difficoltà con la vita: è come assumere una medicina quando si è ammalati. 
La medicina che Guareschi ha creato è quella di vedere la dolcezza anche nella vita più aspra, di apprezzare i veri valori, i sentimenti, e la gioia nelle piccole cose  che sembrano oggi essere scomparsi per sempre.  Era molto legato al fiume, alla chiesa del paese, al parroco che era visto come una figura davvero molto importante ed essenziale. Ciò che ci commuove é il mondo in cui vivevano Don Camillo e il sindaco comunista Peppone, all’apparenza antagonisti, ma nell’intimo uniti da una grande fratellanza. Il loro mondo  era definito dallo scrittore come una piccola storia portata dal grande fiume Po. 
Tante volte mi è capitato di pensare alla lealtà che Giovannino dimostrò verso il suo Re Umberto II, una lealtà che mantenne per tutta la vita. In questi tempi è difficile solo pensarla. Il grande Giovannino aveva nel suo Re un lettore che trovava serenità, un balsamo per curare la nostalgia e la tristezza dell’esilio, nelle sue pagine.  
Non furono molti gli scrittori che dopo l’esilio del Re gli furono vicini. La fedeltà è un valore che sembra appartenere ai vecchi tempi, e Giovannino Guareschi che amava il suo Re fu una eccezione.  Alla morte dello scrittore il Re non poté essere presente ai suoi funerali perché si trovava in esilio, ma quella bandiera messa sulla sua bara che si avviava al cimitero aveva lo stemma Sabaudo. 
Anche la maestra Cristina, sempre fedele al suo Re, ricordata in suo libro, volle essere sepolta con la bandiera Sabauda. Difficile dire quanta gratitudine dovremmo riconoscere a questo scrittore che, ancora una volta tra le sue pagine , ci svela i segreti per vivere una vita più serena. 
Quanto sarebbe stata utile in questo tempo di guerra la sua penna che si sarebbe impegnata per far capire agli uomini la parola pace. La parola di un uomo che poteva darci testimonianza dell’assurdità e della nefandezza della guerra avendo vissuto in prima persona sia il periodo bellico che la prigionia in un campo di concentramento tedesco.

mercoledì 28 dicembre 2022

L’anniversario della morte di Re Vittorio Emanuele III

 di Emilio Del Bel Belluz



  Il 28 dicembre del 1947 in terra d’esilio, ad Alessandria d’Egitto, moriva il Re Vittorio Emanuele III. Da allora sono passati settantacinque anni e sono quasi certo che questa data non sarà in nessun modo ricordata. In Italia non si ricorda come meriterebbe la storia di Casa Savoia.  La morte lo accolse sotto il cielo d’Egitto, il Paese dove arrivò venti mesi prima con la sua amata sposa la Regina Elena, accolti in modo fraterno da Re Faruk che li aveva dato ospitalità. La vita in Egitto non fu molto facile, come non poteva essere sereno l’esilio in genere. La parola esilio dovrebbe essere cancellata. In questi giorni mi sono letto  un ottimo articolo comparso su “ Il Tempo di Roma”, scritto da Emilia Morelli e mi ha colpito la sua definizione d’esilio. “ L’esilio è la pena più terribile - dopo quella a morte - che possa essere inflitta. Il tormento dell’isolamento, la difficoltà della vita in mezzo a stranieri, la malinconia che prende l’emigrante, sono anch’essi sentimenti che attanagliano il cuore e la mente. Negli emigranti, però, essi si placano nella speranza che il loro lavoro fatto all’estero permetta un dignitoso ritorno in Patria. Si spediscono i risparmi per costruire la casa dei sogni per la vecchiaia o la tomba per il riposo eterno”. Quando il Re Vittorio Emanuele III andò in esilio, partendo dal porto di Napoli sapeva che non vi avrebbe più fatto ritorno. Era rassegnato al fatto che quella patria che aveva servito per 46 anni non l’avrebbe più rivista. Quello che non sapeva ancora è che il buon Dio lo avrebbe chiamato a sé qualche giorno dopo la festa del Santo Natale del 1947: era il suo secondo Natale che festeggiava  lontano dalla sua patria. Nelle ore difficili che precedevano  la morte, aveva accanto a sé la donna che aveva amato sin dal primo momento che l’aveva vista. Quella donna che gli era stata sempre accanto condividendo con lui ogni momento sia di gioia che di   dolore. Pochi anni prima dovettero subire il grave lutto della morte della figlia, la buona principessa  Mafalda, in un campo di concentramento. Essendo prossimi al S. Natale aveva chiesto a un suo collaboratore se la gente aveva scritto per gli auguri , e dopo aver avuto in risposta che tanti italiani si erano ricordati di lui, disse che però molti di quelli che avrebbero dovuto essergli fedeli, non lo erano stati. La sconfitta del referendum,  dopo evidenti brogli elettorali, non era stata compresa. Tanti di quelli che avevano avuto amicizia con il Re si erano dimenticati di lui. Il suo ultimo respiro avrebbe voluto esalarlo nel posto  dove era nato, perché nessun luogo poteva dare conforto come il morire sotto lo stesso cielo dove uno era venuto alla luce. Allo stesso modo il Re morente non avrebbe mai pensato che dopo essere stato sepolto in esilio, questo sarebbe finito solo nel 2017 quando il capo dello stato si dichiarò favorevole alla sepoltura in Italia. Il Re Vittorio Emanuele III riposa ora a Vicoforte assieme alla Regina Elena. Da sempre il luogo di sepoltura dei Savoia avrebbe dovuto essere il Pantheon di  Roma, ma la Repubblica non è stata grata  verso i Savoia che hanno fatto la storia di questo Paese, con i suoi mille anni di storia. La figura del Re Vittorio Emanuele III dovrebbe essere studiata con maggiore verità, ma questo non credo verrà mai fatto. La storia la scrivono i vincitori. Per conoscere la storia di questo Re spesso ho fatto riferimento  alle fonti del vecchio prozio Gaetano, fratello di mio nonno paterno. Costui era nato nel 1882, e aveva fatto la Grande Guerra. Nelle sere d’inverno davanti al fuoco acceso spesso narrava del periodo bellico, e in modo particolare quando vide il Re Vittorio Emanuele III, che era venuto a visitare i luoghi di guerra. La sua figura dava coraggio ai fanti che, vedendolo, si sentivano più forti. Il Re di solito si intratteneva con i soldati, chiedendo loro da dove venissero. Gaetano che a quasi novant’ anni fumava ancora il toscano, aveva nella sua camera la bandiera del Re che spesso mi faceva vedere. Quando raccontava dei particolari della guerra la osservava, come a rinnovare i ricordi di quel tempo. Alla morte del Re Vittorio Emanuele III, in quel 28 dicembre del 1947, si era commosso fino alle lacrime. Non potendo esserci ai funerali del suo Sovrano, perché non era ricco e non si poteva permettere un viaggio così costoso, aveva fatto esporre dalla finestra la bandiera Sabauda listata a lutto, ed era corso in chiesa a pregare per il suo sovrano e per la Regina. Il suo amore per Vittorio Emanuele III lo mantenne per tutta la vita. Quanto gli sarebbe piaciuto che fosse stato sepolto al Pantheon assieme alla amata donna che aveva condiviso la sua vita. Il vecchio Gaetano morì nel gennaio del 1972, nella sua stanza aveva ancora la sua bandiera. Alcuni anni dopo la sua morte trovai un libro che raccontava degli aneddoti sulla vita del Re Vittorio Emanuele III, e ve ne era uno che spesso anche il mio prozio mi raccontava.  “ L’episodio forse più bello della vita del Re al campo ( e che certo, quantunque riportato da alcuni giornali, è sfuggito al grande pubblico ) è narrato con garbata semplicità in una lettera che un caporale, combattendo nel Trentino, scriveva alla moglie nel gennaio del 1916 : “ E’ stato a trovarci il Re, e alla sua visita l’entusiasmo ci ha invaso. Sai, ho parlato con lui per più di mezz’ora con grande affabilità, come parlassi col mio tenente. Egli mi ha chiesto notizie  su tutto e specie sui soldati, sulla loro vita e come erano trattati. A sera, mentre stava per lasciarci, un  terribile uragano arrestò la sua partenza. Il Re volle fermarsi con noi e dormì nella nostra baracca e proprio nella mia cuccia. Volevo preparagli un lettino meno duro con delle coperte, ma Vittorio Emanuele non volle. Sai cosa mi rispose ? “ Avete  dormito voi per tanto tempo, posso ben dormire io pure. Sono come voi un soldato d’Italia “. “ Così per una notte dormii con Sua Maestà, il quale riposò come se da tempo fosse abituato a dormire sulla paglia e dormì come dormimmo noi, senza alcuna differenza. Vicino al mio giaciglio ho messo una scritta : Qui riposò Vittorio Emanuele III la sera del 9.I.1916, ospite mio illustre”.  Questo uno dei tanti episodi che non vengono portati alla luce e che sono destinati a morire. La vita del Re Vittorio Emanuele III non fu facile. Infatti, durante il periodo della Grande Guerra mise a repentaglio la propria vita per stare in prima linea accanto ai soldati che combattevano, per dare loro incoraggiamento e forza. Nessuno potrà negare questo comportamento. I giovani d’oggi non hanno avuto la fortuna che ho incontrato io nel conoscere quelli che avevano  combattuto  per la Patria. Il 28 dicembre non so quanti si recheranno a Vicoforte per dare un saluto al Re d’Italia Vittorio Emanuele III, e alla sua consorte la Regina Elena. Sarebbe troppo bello che a distanza di settantacinque anni qualche politico decidesse di portare un fiore sulla tomba dei Sovrani.



Il dono di natale del Re Umberto II


di Emilio Del Bel Belluz 


 In questi giorni che precedono la festa del Santo Natale il freddo è molto pungente, la natura è spoglia e brulla e davanti al caminetto mi sono messo a leggere un racconto che narra di un Natale del Re Umberto II, che già da qualche anno si trovava in esilio in  Portogallo. Qualche giorno prima di Natale il Re era andato alla Santa Messa nella piccola chiesa che distava poco dalla sua casa, come era sua abitudine andarci ogni domenica.  Il Re si metteva sul primo banco, entrando sulla destra, davanti alla Madonna. La gente del paese sapeva che il Re amava quel posto e nessuno glielo occupava. Il Re aveva sempre con sé un messale nero che la Regina Elena gli aveva donato. Quelli che lo vedevano a messa di solito erano pescatori che non erano molto ricchi, a quel tempo era difficile fare del denaro con la pesca. Quella mattina il prete del paese lo invitò in canonica, per parlargli di una faccenda che lo turbava. La stanza dove si misero a parlare era un luogo conosciuto dal sovrano, il curato ogni tanto si intratteneva con lui a bere un caffè. La perpetua in quelle occasioni era sempre pronta a portare al Re una fetta di torta appena sfornata e costui gradiva quelle gentilezze. In un certo senso lo facevano sentire a casa, l’accoglienza per un esule è tra le cose che più si apprezzano. Il curato in modo diretto chiese al re un aiuto per una famiglia bisognosa. Si trattava di una moglie che aveva perduto il marito in mare, durante una notte di pesca. Questa donna ora si trovava sola e doveva mantenere cinque figli, e la vecchia madre che viveva con lei.  Si avvicinava il Santo Natale, non mancavano che tre giorni, e qualcosa di gentile bisognava fare per questa famiglia affinché passasse un Natale sereno.  Il Re si dimostrò subito d’accordo nel sostenerli. Il cuore di Umberto era sempre aperto verso i bisognosi. Il prete lo vedeva alla fine della messa che dava qualcosa a quelli che gli tendevano la mano. Il curato ottenuto la promessa di assistenza, chiese al sovrano che venisse a vedere la casa di pescatori dove c’era bisogno d’aiuto.  Il prete  lo condusse in una strada poco lontana dove si vedeva una casa che aveva bisogno d’essere sistemata e bussò alla porta. La vedova andò ad aprire la porta ed accolse con gioia gli ospiti. Quando riconobbe il Re, che era molto noto in quel paese di pescatori, arrossì e si scusò per le condizioni in cui si trovava. Il sovrano le fece un gesto con la mano e le sorrise. Quando entrarono in casa la prima cosa che notarono furono  i cinque bambini che stavano a tavola davanti ad una scodella di latte, con del pane. I bambini subito si alzarono e salutarono gli ospiti. Il Re in cuor suo si sentiva triste nel vedere questi bambini che non avevano molto da mangiare. Nella stanza il fuoco del caminetto era quasi spento, vi ardeva un vecchio  ceppo quasi consumato. La donna volle a tutti i costi offrire qualcosa da bere e da una credenza tolse una bottiglia d’amaro, un liquore che elle stessa aveva fatto, raccogliendo delle erbe medicinali. Il re si mise a parlare con lei, e la donna raccontò che aveva perduto il marito in mare, e da qualche mese si trovava in difficoltà. I bambini nel frattempo avevano preso coraggio e il sovrano fece ad ognuno una carezza sui capelli. Il Re aveva dei figli e in quel momento pesava a loro. La donna aveva compreso che il sovrano che si era degnato di venire nella sua casa, li avrebbe aiutati. Il Re le strinse la mano e la donna gliela baciò, un gesto che le veniva dal cuore. Mentre il re salutava i bambini, comprese che il dolore in quella casa era stato devastante. Il curato si sentiva felice, aveva compreso che quella famiglia non sarebbe stata sola. Il Re salutò sulla porta della canonica il sacerdote promettendogli che avrebbe fatto qualcosa per loro. Quando rientrò in famiglia, venne accolto dai figli festanti, e andò vicino all’albero di  Natale, sotto al quale erano deposti dei doni da giorni. Il suo pensiero corse alla famiglia povera, loro non avevano l’albero così  ben addobbato, in quella casa non c’era il segno del Santo Natale. Il suo pensiero corse a quando da piccolo sua mamma lo portava a pregare davanti al presepe, o quando nella notte di Natale poneva assieme alle sorelle, il Bambino Gesù. Quella notte non riuscì a prendere sonno. Il mattino seguente chiamò il suo fido collaboratore e l’autista. Espose loro che bisognava portare dei doni alla famiglia di un pescatore. I regali dovevano essere comprati in paese e sarebbero consistiti in generi alimentari, libri da lettura e materiale scolastico per i bambini. Spiegò al suo collaboratore che avrebbe aggiunto anche una somma di denaro sufficiente per le necessità della famiglia per un lungo periodo, e che avrebbe ripetuto tale gesto anche successivamente. Il giorno del Santo Natale una macchina si fermava davanti alla casa del pescatore. Quando la vedova venne ad aprire si trovò davanti a ogni ben di Dio. I bambini sentendo le grida di gioia della mamma corsero e la loro felicità era inimmaginabile. Tra le cose che recapitarono alla famiglia, c’era anche un biglietto di auguri del sovrano. La donna era davvero felice e i figli non ebbero il coraggio di scartare subito i regali di Natale, perché volevano che la sorpresa durasse a lungo. Tra i regali c’era anche un presepe che fu subito collocato vicino al caminetto che aveva ricominciato ad ardere. Per quella famiglia era arrivato un Natale che non si aspettava. Da quel momento il Re tramite il curato continuò a farle del bene. Ogni tanto li vedeva alla Santa Messa, e quei volti non li avrebbe mai dimenticati. Nella solitudine dell’esilio questo gesto d’amore  lo aveva fatto sentire meno triste. La Regina Elena dal cielo avrebbe gradito di sicuro. La casa del pescatore ebbe delle imposte nuove ed altre manutenzioni furono eseguite. Quella notte di natale un  miracolo c’era stato per davvero.



















lunedì 26 dicembre 2022

Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, VIII parte

 


 

Riesce difficile a noi, oggi, dopo Mussolini, renderci conto dell'efficacia e della presenza del Re nella vita politica del Paese. La dittatura fascista ha trasmesso molte cattive, se non le peggiori, sue qualità alla vigente democrazia e tra queste anche il gusto del governo personale, del pratico annullamento della figura e funzione del Capo dello Stato. Drammatici particolari si apprenderanno da chi vorrà narrarli, sui conflitti tra Enrico de Nicola «capo provvisorio» e il presidente del consiglio Alcide de Gasperi, nel periodo seguente al a referendum del 2 giugno 1946: né si esclude che quel malessere costituzionale non si sia perpetuato con l'insediamento al Quirinale di un Presidente della Repubblica. La trascorsa democrazia non si faceva un problema dei rapporti tra il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio: essi erano regolati dallo Statuto, oltre che dalla fedeltà al Paese; non dall'osservanza agli interessi del proprio Partito. Nei peggiori momenti (si parla della crisi insorta attorno al dilemma sulla neutralità e l'intervento, nel 1911-15) tra il «dittatore» Giolitti e il Re, fu solo questione di «come» portare in buon porto la pericolante barca. Voglio dire che altre forze non interferivano a colorire di «europeismo» o di «universalismo cattolico» o di «internazionalismo», dei due tipi, gli interessi reali e permanenti dell'Italia. Noi abbiamo visto e vediamo scorrere sotto i nostri occhi una politica estera alla quale sono assai più interessati i paesi stranieri che il popolo italiano. Vediamo gli italiani esortati ad accettare uno stato di fatto assai simile a quello del «particulare» guicciardiniano; la morale del «Franza o Spagna... » con quel che segue sostituisce, poiché tutti i tentativi di risvegliarlo sono anche per legge puniti severamente, «quello spirito nazionale», non sinonimo di nazionalismo ma di qualche cosa di più e di meglio. Vittorio Emanuele attribuiva alla Triplice e alla politica estera «occidentale» dei suoi governi dei valori pratici e, a volte, immediatamente pratici. Bisognerebbe studiare con le statistiche alla mano i rapporti tra le esportazioni in Austria e in Germania dei vini pugliesi, toscani e piemontesi e l'Alleanza con gli Imperi centrali.

La ricostituzione dei vigneti ungheresi e la produzione su scala mondiale dei Tokaj influirono molto sulla discesa in guerra dell'Italia accanto all'Intesa. Così per la politica francofila di Prinetti e di Visconti Venosta: l'apertura del mercato borsistico di Parigi alla manovra della conversione della rendita aiutò potentemente, come dicono i rapporti di Barrère, la politica di «ralliément» di Palazzo Farnese, suggerita dallo Stato Maggiore. Anche il mercato delle vacche sui territori africani, dopo che esclusi dal Marocco ed esclusi dall'Egitto dovemmo accettare lo «scatolone di sabbia», non era più imperialismo di quel che fosse la spedizione d'Etiopia del 1935; non era altro che il proseguimento della politica dell'emigrazione adottata dal Re Vittorio e dai suoi governi, anche controvoglia, come Giolitti che dovrà pure condurre a buon fine la spedizione di Tripoli.

Ad aiutare il Re concorrevano in parte le istanze irredentistiche. I due imperatori associati e le loro cancellerie non ignoravano le simpatie franco russe di Vittorio e di Elena: anzi quel matrimonio con la principessa del Montenegro voleva dire più che non dicesse e giornali come osservatori austriaci ne avevano già parlato con diffidenza.

Un acuto risentimento personale per la mancata restituzione della visita di Francesco Giuseppe a Umberto I, impronterà poi tutta l'influenza che Re Vittorio eserciterà sulle relazioni con Vienna. Viaggi e brindisi di capi di Stato nell'Europa prima del luglio '14 descrivevano agli occhi del mondo lo stato d'animo delle nazioni. È interessante osservare nel carteggio diplomatico quanta importanza si attribuisse allora ad un aggettivo o ad un'allusione; tenendosi in gran conto, allora, le parole.

Il giro delle capitali iniziato da Vittorio Emanuele il 10 luglio 1902 (l'accompagnava il francofilo Prinetti, ministro degli esteri), da Pietroburgo passò per Berlino senza toccare Vienna. Alla stazione di Trento, in territorio austriaco il treno reale venne acclamato dalla popolazione. Era un primo contatto con l'irredentismo attivo; il secondo, agosto del 1903, avvenne al confine goriziano dove il Re aveva ordinato di effettuare le grandi manovre dell'Esercito e le folle, accorse da Gorizia e da Trieste, salutarono il «loro» Re. «Non si può andare avanti» disse Golucowsky; e Francesco Giuseppe a Bulow: «Le dimostrazioni dei goriziani a Vittorio Emanuele sono una sfida alla mia pazienza». I dispiaceri di Francesco Giuseppe non dispiacevano del tutto a Guglielmo II che nel maggio 1903 venne in Italia a restituire la visita. Con Nicola II andò diversamente. Le manifestazioni dell'estrema sinistra e delle masse operaie contro il «boia russo» e qualche pettegolezzo attorno alle dichiarazioni di Vittorio Emanuele sull'atmosfera carica di terrore poliziesco delle città zariste raffreddarono per un po' la relazione, sostanzialmente antitriplicista, che andava stabilendosi con la Russia, sotto l'occhio amichevole di Barrère. Indubbiamente l'irredentismo avrebbe potuto offrire a Vittorio Emanuele mille pretesti per denunciare la Triplice. Ma era votarsi ad un disprezzato e irreparabile isolamento. Riconfermare i principii e la vitalità di quell'Alleanza era necessario, di volta in volta. Così Tittoni, accusato dalle sinistre di piegarsi al ruolo di testa di legno della politica estera del Quirinale parlò di «dilettantismo irredentista universitario e parlamentare» a proposito dei moti di Innsbruck (maggio e novembre 1903) durante i quali, tra gli altri, venne ferito Cesare Battisti.

domenica 25 dicembre 2022

Riflessione sui mondiali di Calcio: Marocco e dintorni

 I mondiali di calcio sono finiti, ogni nazionale è rientrata in Patria. Il poplo argentino ha tributato tanti onori a coloro che hanno vinto. Di questi mondiali rimarranno impresse tante immagini. Piccoli e grandi gesti del primo mondiale in un Paese arabo mussulmano, del primo mondiale giocato nel mese di Dicembre.

Non vi sono solo le immagini dei campioni del mondo ma, anche di coloro che hanno perso . Non potrò dimenticare la sequenza del Presidente Macron, che in modo spontaneo conformta la propria nazionale. Un gesto inusuale ma, per chi conosce bene la Francia anche abbastanza normale visto lo stretto legame tra Presidente e popolazione.

Vi è poi il quarto posto della nazionale del Marocco. La prima volta che una Nazione araba riesce ad arrivare tra le prime nazionali. Un squadra che ha suscitato tante simpatie, tanto che un giornale italiano ha dichiaratamente preso posizione in favore di questa nazionale. Una Nazione, il Marocco, che si appresta ad ospitare dall’ 1 all 11 Febbraio i campionati del Mondo di Calcio per Club e, nel quale gli inestimenti nel settore sportivo hanno dato i loro frutti.

Del ritorno in Patria dei “Leoni dell’Atlante ” che, nel 2028 festeggiaranno il centenario della fondazione, rimarranno impresse due immaggini. La prima dell’ autobus dei calciatori e la seconda del ricevimento dei giocatori di calcio da parte del Re. Due immagini che, ad un primo impatto possono apparire diverse, ma nella sostanza sono un tutt’uno. 

Queste due foto rappresentano, in modo plastico, l’alleanza tra il Re ed il Popolo, rappresentano l’essenza stessa della Monarchia. Ovvero, come disse Sua Maestà Umberto II di Savoia ” La monarchia non è mai un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini, sudditi e principi, incredibili volontà di sacrificio… Non deve essere costretta a difendersi giorno per giorno dalle insidie e dalle accuse. Deve essere un simbolo caro o non è nulla”. 

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sabato 24 dicembre 2022

IL RIPOSO DEL RE


CINQUE ANNI A VICOFORTE

di Aldo A. Mola

Centosessantun anni di Capi dello Stato: si ri-conoscono?

Dalla proclamazione del Regno d'Italia (14 marzo 1861), genitore dell’Italia attuale, lo Stato ebbe quattro Capi in 85 anni: Vittorio Emanuele II (1861-1878), Umberto I (1878-1900), Vittorio Emanuele III (1900-1946) e Umberto II (maggio-giugno 1946). I primi due riposano al Pantheon, in Roma. “Padre della Patria”, Vittorio Emanuele morì a soli 58 anni. Suo figlio fu assassinato da un anarchico quando ne aveva 56. Umberto II (1904-1983), nel 1948 iniquamente condannato all'esilio perpetuo, dispose di essere sepolto nell'Abbazia di Altacomba, antico mausoleo della Casa. Dal 1946 si sono susseguiti dodici altri capi dello Stato. Nel 150° della nascita del regno d'Italia (2011) il presidente Giorgio Napolitano fu al Pantheon.

   Dal 15/17 dicembre 2017 le salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, sua Consorte, riposano nel Santuario-Basilica di Vicoforte (in provincia di Cuneo) monumento nazionale dal 1980. Chissà se un giorno un presidente della Repubblica visiterà il sepolcro del suo predecessore? Ogni giorno di più la Storia insegna quanto sia pesante il fardello del Potere Supremo, anche di un Paese a sovranità limitata qual è l'Italia odierna. Motivo di più per riflettere sul passato, a cospetto delle Tombe di Vicoforte, un borgo silente del Vecchio Piemonte, due passi da Dogliani, eremo del primo presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, monarchico e liberale.

Finalmente, quei giorni

Cinque anni orsono, il 15 e il 17 dicembre 2017, giunsero in Italia le salme della Regina Elena e di Vittorio Emanuele III. La loro traslazione era stata per decenni in vetta alle richieste di monarchici (partiti, movimenti, associazioni...), dell'Istituto nazionale per la guardia d'onore alle Reali Tombe del Pantheon e di tanti italiani rispettosi del passato. Verso fine Novecento, però, per i più prevalse il motto “prima i vivi, poi i morti”. Fu data precedenza alla richiesta di abolizione dell'esilio, in vigore dal 1° gennaio 1948, che colpiva Vittorio Emanuele di Savoia da quando aveva undici anni, e suo figlio, Emanuele Filiberto, nato a Ginevra il 22 giugno 1972. Il 23 ottobre 2002 il Parlamento approvò la legge costituzionale (in vigore dal 10 novembre successivo) che esaurì gli effetti dei primi due commi della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione. Essi privavano dei diritti politici attivi e passivi gli ex re di Casa Savoia, le loro consorti e i discendenti maschi e ne vietavano l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. Rimasero in vigore l’avocazione allo Stato dei loro beni esistenti nel territorio nazionale e l'annullamento di trasferimenti e costituzioni di diritti reali sugli stessi avvenuti dopo il 2 giugno 1946, giorno “convenzionale” dell'avvento della Repubblica, che in realtà data dal 19 giugno seguente, come ricorda Argenio Ferrari in “Lex et Libertas in potestate Regis” (ed. BastogiLibri). La sorte delle Salme finì in un cono d'ombra.

   Alle 7.30 del 15 dicembre 2017, mentre appena albeggiava, il feretro della regina Elena di Savoia fu estumulato nel cimitero Saint Lazare di Montpellier, la città ove era morta il 28 novembre 1952 ed era stata inumata il 30 seguente. La Famiglia della regina fu rappresentata dall’avvocato matuziano Luca Fucini, componente della Consulta dei senatori del regno, munito di apposita delega. Malgrado la raccomandazione di assoluta riservatezza, la cerimonia fu ripresa dalle reti televisive France 2 e Montpellier Actualité, previamente informate dalla Maire, che officiò da protagonista. Alle 17.30 il feretro giunse al Santuario Vicoforte. Fu accolto dal conte Federico Radicati di Primeglio, delegato dalla Famiglia Savoia “per tutti gli atti necessari a estumulazione, traslazione e ritumulazione delle salme della regina e di Vittorio Emanuele III”, e dal Rettore del Santuario, monsignor Bartolomeo (Meo) Bessone, vicario della Diocesi di Mondovì. “Don Meo” impartì la benedizione di rito ed evocò la regina “Rosa d'Oro della Cristianità”. Uno storico, che da mesi affiancava il conte Radicati, aggiunse che per allietarsi dell'evento non era necessario essere monarchici. Bastava sentirsi italiani. La lapide reca la scritta “Elena di Savoia/ Regina d’Italia/ 1873-1952”.

   Tempestivamente informata dell'avvenuta traslazione, alle 17.45, poco prima che iniziasse la conferenza stampa convocata dal sindaco di Montpellier, la principessa Maria Gabriella di Savoia da Ginevra ne dette annuncio con una nota all'Ansa di Parigi. Ringraziò monsignor Luciano Pacomio, vescovo di Mondovì, catechista insigne, il Rettore del Santuario, quanti avevano operato “nella discrezione raccomandata dal vescovo” e aggiunse: “A nome e per conto dei discendenti dei Sovrani che vissero cinquantun anni di matrimonio in unione con gli italiani nella buona e nella cattiva sorte e mentre ricordo mia zia Mafalda, morta tragicamente nel campo di concentramento in Germania, ove era stata deportata dai nazisti, esprimo profonda gratitudine al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che propiziò la traslazione delle Salme dei Nonni in Italia, in prossimità del 70° della morte di Vittorio Emanuele III e nel centenario della Grande Guerra, per la ricomposizione della memoria nazionale”.

   La notizia fece supporre che fosse imminente la traslazione della salma di Vittorio Emanuele III. Estumulato nella notte del 16 dal retro dell'altare di Santa Caterina di Alessandria d'Egitto, sempre presente l'infaticabile conte Radicati, il feretro arrivò in aereo militare all’aeroporto di Cuneo-Levaldigi e giunse a Vicoforte sul mezzogiorno del 17 dicembre. Fu tumulato con i dovuti onori e l'esecuzione del “Silenzio”: mezzo secolo di storia, grande e drammatica. Sul marmo del sacello è scritto “Vittorio Emanuele III / re d'Italia / 1869-1947”. Così il Re e la Regina Elena vennero ricongiunti in Italia. Su entrambe le arche è incisa la Stella d'Italia. A quanti domandarono perché fossero resi onori militari alla salma del sovrano venne ricordato che Vittorio Emanuele III si era spento quattro giorni prima che entrasse in vigore la Costituzione della Repubblica. Non morì affatto “in esilio” ma cittadino italiano “all'estero”. Si congedò  nella pienezza dei diritti politici e civili, di ex capo dello Stato e comandante delle Forze Armate.

Gli antefatti della Traslazione. Perché Vicoforte?

La tumulazione delle salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena a Vicoforte fu il punto di arrivo di un lungo percorso. La scelta prese corpo in una seduta della Consulta dei senatori del regno il 19 marzo 2011 a Roma. Fu scartato il Pantheon per indisponibilità di spazi idonei alla dignità di Tombe Reali e per previsti intralci di varia natura e perché non nacque come Mausoleo, qual venne ideato il Vittoriano. Del pari non venne ritenuta idonea la Basilica di Superga, ove sono sepolti i Re di Sardegna (a eccezione di Carlo Emanuele IV, sepolto a Roma), mentre Vittorio Emanuele III fu re d'Italia. Voluto nel 1596 quale Mausoleo della Casa da Carlo Emanuele I, duca di Savoia dal 1580 al 1630, il Santuario-Basilica di Vicoforte sorge nel cuore della Provincia Granda, seconda “culla” dei sovrani sabaudi che la vissero intensamente, dai Castelli di Racconigi e Valcasotto alle case di caccia disseminate nelle valli. Vittorio Emanuele III partì per l'Egitto il 9 maggio 1947 col titolo di conte di Pollenzo, il borgo che ospita la vasta tenuta regia poco distante da Vicoforte, ove seguì personalmente i poderi modello avviati sin da Carlo Alberto. Infine il Santuario, circondato dal verde e immerso nella quiete propiziata dal vasto spazio tra la sua facciata e la Palazzata (fatta erigere da Carlo Emanuele I), è affiancato dall'antico monastero cistercense, poi dei gesuiti e infine seminario vescovile: un complesso identico nei secoli e incontaminato. È il Grande Silenzio che si addice al riposo eterno.

   Il 7 gennaio 2013, previ ripetuti colloqui con il Rettore del Santuario, la principessa Maria Gabriella di Savoia e il presidente della Consulta espressero al vescovo di Mondovì, Luciano Pacomio, il “vivo desiderio di ricongiungere le salme di Vittorio Emanuele III e della regina Elena in Italia” proprio nel Santuario di Vicoforte, “che bene si addice ad accoglierle”. Prospettarono una cerimonia funebre “in forma strettamente privata, così unendo in morte due italiani che vissero insieme cinquantun anni di matrimonio”.

   Anche per far meglio apprezzare il Santuario da quanti ancora non lo conoscevano, il 16 marzo 2013 fu organizzato a Vicoforte il convegno di studi “Incontro Umberto II. Trent'anni dopo” con la partecipazione di Amedeo di Savoia, duca di Aosta, che nel 1997 vi aveva presieduto il convegno su “L'Italia nella crisi dei sistemi coloniali fra Otto e Novecento”, con interventi di Eddy Sogno, Oreste Bovio, Franco Bandini, André Combes, Fernando García Sanz, Antonio Piromalli e altri. Al termine del convegno la presidente della Provincia, Gianna Gancia, poi europarlamentare, esortò a esaudire il voto degli italiani non immemori della storia: dare sepoltura in Patria al re e alla regina d'Italia. Il 22 aprile 2013, sentiti il consiglio di amministrazione del Santuario e il suo rettore, il vescovo accolse l’istanza. Ricordò che Carlo Emanuele I in visita al Pilone dal quale ebbe origine la Basilica aveva affermato “questa terra è santa, deponiamo i vecchi calzari”. Chiese però l'impegno a “mantenere il profilo strettamente privato” della tumulazione, da attuare “nella forma più discreta, con la collaborazione dei Responsabili del Santuario”. Avvalorò l'iniziativa alla luce della parola del salmo 39,13: “Siamo tuoi ospiti, pellegrinanti, come tutti i padri nostri”. Così andava fatto.

   Quattro anni dopo, a coronamento di lunghi preliminari sorti da fortunate convergenze, il 10 maggio 2017 il principe Vittorio Emanuele di Savoia e la principessa Maria Gabriella, anche a nome delle sorelle Maria Pia e Maria Beatrice, scrissero al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, auspicando che il Centenario della conclusione della Grande Guerra offrisse motivo per congiungere le salme del “Re Soldato” e della sua Consorte “in Italia”. Previ numerosi incontri con il Rettore e il presidente della Consulta, l'architetto Claudio Bertano approntò il progetto in fitto dialogo con la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le Province di Alessandria, Asti e Cuneo. Venne così avviato l'intervento nella Cappella di San Bernardo per “la realizzazione di monumenti/arche funerarie in marmo” in cui deporre “i resti di due persone meritevoli di speciali onoranze”, non nominativamente specificate. Il 6 novembre il vescovo e il rettore inoltrarono alla Soprintendenza il progetto, che fu approvato. Con rapidità e assoluta riservatezza vennero espletate le complesse procedure previste dalla deliberazione della Giunta Regionale del Piemonte 8 maggio 2012, n. 27-3831 per il rilascio di “autorizzazioni concernenti l'individuazione di siti idonei a tumulazione in località differenti dal cimitero ex art. 105 D.P.R. 10 ottobre 1990, n. 285 e art. 12 L.R. n. 2020/2007”. Acquisiti ope legis tutti i documenti necessari, in pochi giorni ebbero corso estumulazione, traslazione e ritumulazione. Consiglieri Presidenziali dall'occhio d'aquila, usi a intuire e a superare ostacoli altrimenti insormontabili, vegliarono da lontano e da vicino affinché nulla fosse lasciato al caso e tutto procedesse nel massimo riserbo. Come infatti avvenne.

   Con pubblica dichiarazione il 17 dicembre, al termine della sepoltura di Vittorio Emanuele III, il conte Radicati precisò che il rito si era svolto “nelle forme proprie di una cerimonia privata”.

Alcune incomprensioni

Alle 21 del 15 dicembre 2017 Vittorio Emanuele di Savoia emanò una “nota” sulla tumulazione della salma della regina Elena “presso il Santuario di Vicoforte”. Deplorò che si fosse svolta “in totale anonimato” (invero, il 17 ad attendere il feretro del re si affollarono decine di giornalisti e radio/video operatori, garbati e compunti) e rivendicò il Pantheon per “il riposo dei sovrani sepolti in esilio”. Con encomiabile tempestività poco dopo rese omaggio alle tombe in Vicoforte. La traslazione suscitò un ventaglio di dichiarazioni polemiche contro la figura di Vittorio Emanuele III, colpevole dei tre “colpi di Stato” che lo “storico” Luigi Salvatorelli, a volte indulgente a polemiche inconsistenti, gli attribuì nel 1950: l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra (24 maggio 1915); la mancata proclamazione dello stato d'assedio e l'incarico a Mussolini di formare il governo (28-31 ottobre 1922); la revoca del “Duce” (25 luglio 1943). Altri aggiunsero la “fuga a Brindisi” (9 settembre 1943) e la firma delle leggi antiebraiche (1938) dalle conseguenze di lungo periodo, in specie  tra il 1943 e il 1945 nelle regioni governate dalla Repubblica sociale italiana e di fatto occupate dai tedeschi (al di fuori, dunque, da ogni responsabilità del re e del governo Badoglio).

   I promotori della traslazione avevano messo in conto la delusione dell'Istituto nazionale per la Guardia d'onore alle Reali Tombe del Pantheon (agevolmente superabile con l'adozione, in forma discreta, da convenire con le autorità competenti, della guardia anche alle tombe di Vicoforte) e l'irritazione di chi indica nel re (anziché nel Parlamento, come in effetti è) il “responsabile” delle leggi razziste. Qualcuno ritenne uno sgarbo non essere stato previamente informato. Non tutti ebbero chiaro che la deposizione delle Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena nel Santuario di Vicoforte era un funerale privato, “della Famiglia”, non della “Casa”. Esigeva il necessario massimo riserbo, sia nel rispetto di quanto concordato con il vescovo di Mondovì, sia per scongiurare inopportuni schiamazzi e/o manifestazioni ostili, che avrebbero turbato la solennità dell'evento: la tumulazione del Re e della Regina sotto la cupola ellittica più grande del mondo.

   Già il 16 dicembre alcuni sedicenti “monarchici” protestarono che “tutti i Reali d'Italia” dovevano “quanto prima trovare sepoltura nell'unica sede ad essi deputata: la Basilica del Pantheon”. La complessa e impegnativa tumulazione nel Santuario di Vicoforte (da taluno sminuito a “chiesetta di campagna”) andava dunque considerata del tutto effimera e sanata con altra immediata traslazione. Cinque anni dopo qualcuno continua a ripeterlo. Parlare è facile. Tra tante professioni di indignazione (certi “istituti storici”, parlamentari, circoli e associazioni varie) il sindaco di una città di qualche peso nella “Granda” affermò che non sarebbe mai andato a pregare in un santuario contaminato dalla salma di quel re. Se così dovesse essere, chi mai pregherebbe nella basilica di San Pietro a Roma, voluta da papa Giulio II che a ottant'anni indossò l'armatura al grido “Fuori i barbari”? E poi la preghiera chiede forse un “luogo” che non sia l'“anima”? A cospetto di tante esternazioni polemiche il presidente della Repubblica Mattarella e quello del Consiglio dei ministri, Paolo Gentiloni, motivarono il concorso pubblico alla traslazione come “gesto umanitario”. Riecheggiò quanto proposto e sancito dal vescovo di Mondovì monsignor Luciano Pacomio: la “carità” nei confronti di “due persone meritevoli di speciali onoranze”, provate dal lutto (la morte della figlia Mafalda d'Assia in campo di concentramento in Germania) al pari di tanti italiani, “pellegrinanti, come tutti i padri nostri”.

   Per prevenire gesti inconsulti, il prefetto di Cuneo dispose che la cancellata della Cappella di San Bernardo rimanesse chiusa sino a quando le tombe non fossero tutelate, come sono, da videosorveglianza e sistema di allarme. Dal 28 dicembre 2017, 70° della morte di Vittorio Emanuele III, esse furono e sono meta di un numero crescente di “boni viri” d'ogni Paese che si raccolgono in meditazione su monumenti evocativi della Storia e ripetono con Ugo Foscolo: “la vostra tomba è un'ara”. Al di là di dispute irrilevanti, la traslazione delle reali salme a Vicoforte propizia la rivisitazione storiografica del lungo e travagliato regno di Vittorio Emanuele III e pacate risposte ai molti interrogativi ancora aperti sulla storia d'Italia. Dalla Cappella intitolata a San Bernardo, il monaco pellegrino fondatore dei cistercensi, venerato da cattolici, anglicani e riformati, Vittorio Emanuele III e la Regina Elena ricordano che sin dall'origine i Savoia furono europei, di un'Europa più ampia dell'attuale. Lo ha ricordato l'Ambasciatrice del Montenegro, Milena Sofranac, che lo scorso 6 novembre rese omaggio alla regina d'Italia nata cristiana ortodossa a Cettigne.

Aldo A. Mola

 

DIDASCALIA: La Cappella di San Bernardo del Santuario di Vicoforte ove da cinque anni riposano Vittorio Emanuele III e la Regina Elena. La continuità tra il Regno d'Italia e la Repubblica è documentata da Tito Lucrezio Rizzo, già Consigliere capo servizio al Quirinale, nel corposo volume “Il Capo dello Stato dalla Monarchia alla Repubblica (1848-2022)”, Roma, Herald Editore (heraldeditore@gmail.com), 2022.