NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 12 gennaio 2022

BENEDETTO CROCE LA SOLITUDINE DELLA CULTURA


di Aldo A. Mola

 

Itinerarium mentis.... allo “storicismo assoluto”.

 

Ricorrono settant'anni dalla morte di Benedetto Croce (Pescasseroli, L'Aquila, 25 febbraio 1866-Napoli, 20 novembre 1952), il maggior pensatore italiano del secolo scorso. La sua “iniziazione” alla vita fu tragica. Il 25 luglio 1883 sopravvisse al terremoto di Casamicciola (Ischia) in cui perse i genitori e la sorella Maria. Il cugino di suo padre, Silvio Spaventa (patriota perseguitato e incarcerato dal re Borbone, deputato, ministro, senatore  dal 1889 e studioso insigne di Hegel) ne assunse la tutela e lo prese con sé a Roma. Iscritto a Giurisprudenza nel 1884 preferì seguire le lezioni di Antonio Labriola, unico socialista italiano apprezzato da Friedrich Engels. Tornato nella sua Napoli nel 1886, dopo approfonditi studi di economia e viaggi in Europa nel 1895 pubblicò Materialismo storico ed economia marxistica. Con impegno immane nel 1900 intraprese  la pubblicazione della Filosofia dello Spirito, una concezione sistemica nuova, fondata sulla “distinzione” tra vero, bello, buono e utile e risolta nello storicismo assoluto, scevro da ogni “trascendenza”. Avversario del positivismo e della riduzione dell'uomo a somma di “bisogni”, con la rivista “La Critica” (fondata nel 1903) promosse il rinnovamento della vita culturale italiana, in dialogo con molti prestigiosi pensatori europei.

Non temeva di andare contro corrente. Rispettoso delle religioni ma estraneo ai loro culti, compreso il cattolico, interrogato dall'“Idea nazionale” su che cosa pensasse della massoneria (all'epoca ritenuta potente) rispose che “a cagione del suo cerimoniale e del suo segreto” essa incontrava “a ogni istante il ridicolo e il sospetto”. Anni prima l’aveva liquidata come “cultura ottima per commercianti, piccoli professionisti, maestri elementari, avvocati, mediconzoli, perché cultura a buon mercato; ma perciò stesso pessima per chi deve approfondire i problemi dello spirito, della società, della realtà. Pessima non solo mentalmente, ma anche moralmente”. Non spiegò, tuttavia, perché massoni fossero stati e fossero anche Francesco De Sanctis, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, tanti illuministi da lui venerati, i protomartiri del Risorgimento italiano e i promotori del pacifismo, allarmati dalla corsa dei maggiori Stati del mondo a incrementare gli armamenti e dal dilagare di nazionalismo, razzismo, antisemitismo e pulsioni anarco-sindacalistiche, massimalistiche e irrazionali, da lui aborriti ma osservati con occhio talora divertito.

 

   Quando da quella polveriera scaturì la conflagrazione europea Croce fu tra quanti sperarono che l'Italia non entrasse nella fornace ardente. Nominato senatore da Vittorio Emanuele III (26 gennaio 1910) su proposta di Sidney Sonnino (che con Antonio Salandra fu responsabile dell'intervento nella Grande Guerra), Croce visse appartato dalla vita pubblica. Completò la sua opera filosofica nel 1917 con Teoria e storia della storiografia. Fu tra i pochi grandi pensatori europei che non bruciarono incensi all'“interventismo intervenuto”. Saggiò la solitudine.

   La guerra, col seguito di rivoluzioni, crollo di Stati secolari, dispendio di vite e di risorse, oscuramento morale, degrado civile, abbrutimento e squilibrio psicologico delle masse, gli si rivelò in tutta la sua negatività. Uso a valorizzare gli aspetti positivi di ogni fase storica del passato prossimo e remoto, sospese il giudizio su quel presente. Pur confidando nel riscatto della coscienza europea dopo i traumi della catastrofe bellica, deluso dai trattati di pace punitivi imposti dai vincitori al Congresso di Versailles fu preoccupato dalle nuove pulsioni destabilizzanti, come l'impresa di d'Annunzio a Fiume e la dissennata condotta del partito socialista italiano.

Al governo con Giolitti (1920-1921)

   Nel giugno 1920, quando aveva ormai conquistato meritata fama universale di “uomo di pensiero”, la sua vita ebbe la svolta. Incaricato dal re di formare per la quinta volta il governo, il settantottenne Giovanni Giolitti (1842-1928) lo volle ministro della Pubblica istruzione. Sollecitato dall'amico Olindo Malagodi, direttore giolittiano di “La Tribuna”, di recarsi subito a Roma per assumere il portafoglio, come annotò poi nel 1944 a Sorrento, Croce visse “un'ora di turbamento e smarrimento, pensando al carico che si sarebbe rovesciato sulle sue spalle e alla sua nessuna esperienza della burocrazia di quel ministero e della Camera dei deputati”. Inoltre non si era mai occupato di pedagogia, né di problemi scolastici, didattici ed educativi, pur così fervidi in Italia tra Otto e Novecento, anche per opera di pedagogiste come Maria Montessori. Fu sua moglie, Adele Rossi, a confortarlo: “Se questo è il dovere a cui sei chiamato, devi accettarlo”. Glielo ripeté l'indomani Giolitti: “L'Italia è in tale travaglio che tutti dobbiamo sforzarci (e non so se riusciremo) a salvarla”. Poiché bisognava andare in giornata a prestare giuramento, Croce gli confidò di non avere con sé un abito nero. Lo statista piemontese gli rispose che “il re non badava a cotesti formalismi di etichetta”.

   Vittorio Emanuele III era al timone dell'Italia da quando il 29 luglio 1900 suo padre Umberto I era stato assassinato a Monza dall'anarchico Gaetano Bresci, che certo non aveva fatto tutto da solo, come sapeva proprio Giolitti, che a lungo fece indagare la vendicativa Maria Sofia di Borbone, ex regina delle Due Sicilie. Chi credeva nell'unità nazionale quale valore supremo doveva fare la sua parte, “per il re e per la patria”.

Croce si mise dunque all'opera. Nel programma del governo – come poi sintetizzò – “al dicastero dell'istruzione era assegnato il compito di introdurre nelle scuole l'esame di Stato”. Serviva a valutare non solo gli studenti ma anche gli insegnanti. Le loro cattedre andavano rimesse a concorso ogni dieci anni, per costringerli ad aggiornarsi. Lasciate ai margini le dispute sull'insegnamento della religione nella scuola (venne poi introdotta da Giovanni Gentile, ministro nel governo Mussolini), Croce lavorò di bulino e di cesello per migliorare l'esistente perché non v'erano mezzi per varare chissà quali riforme e perché i suoi progetti dovevano passare al vaglio preventivo della Commissione parlamentare, affollata da “maestrucoli elementari socialisti” (come egli scrisse) e da deputati che lo inondavano di “sollecitazioni” a favore dei propri elettori. Tra i tanti, uno esclamò ad alta voce: “Egli non risponde alle nostre lettere, e noi bocceremo i suoi disegni di legge”. Tra i suoi avversari più polemici Croce ricordò Giacomo Matteotti, che lo accusò di pensare “a Hegel, alla dialettica, al cielo metafisico” mentre in un'aula scolastica della sua plaga erano stipati settanta alunni (però non seppe precisare né il nome della scuola né quello del comune).

  Anche in Senato il ministro ebbe vita dura perché promuoveva economie, si opponeva a spese inutili e rifuggiva dalla retorica, come, per esempio, impartire educazione “patriottica”, che non è “catechismo” imparaticcio ma tutt'uno con il senso del dovere del cittadino. Vedendolo all'opera, Giolitti osservò: “Ma questo filosofo ha molto buon senso!”. Fu ricambiato da Croce che così ne sintetizzò il programma liberale: “Spontaneamente parteggiava sempre per le classi umili, indistintamente, fossero anche i parroci di campagna; e non ho colto sulle sue labbra altra antitesi che quella di ricchi e poveri; e il suo appoggiare costantemente i poveri contro i ricchi. Gli speculatori e i profittatori di guerra detestava con sincera rivolta morale, e in Senato, rispondendo a un fiorito discorso di opposizione di uno di costoro, che più aveva dato scandalo con un lusso smodato, accennò con disprezzo a quelli che la voce pubblica ha denominato pescecani e le loro femmine”.

  Dura era la sua vita quotidiana anche al Ministero, all'epoca allogato all'ex convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, due passi dal Pantheon. Il personale riluttava a prestare servizio anche nel pomeriggio e, per polemica, non si levava il cappello quando lo incrociava, tanto che Croce ne licenziò uno in tronco “per educarne cento”. Non per sé, ma per la dignità dell'Istituzione e quindi dell'Italia e del personale stesso, che doveva esser compreso della sua missione e del suo privilegio di pubblico dipendente, con tutti i vantaggi che ne conseguivano in anni di grandi difficoltà per tutti.

   Come ha ricordato Nicola Matteucci nel profilo di Croce pubblicato nel volume IX di Il Parlamento Italiano, 1861-1992 (ed. Nuova Cei), prima della guerra il filosofo “non amò l'età giolittiana, ritenendola priva di valori e di ideali”. Chiamato al ministero della Pubblica istruzione comprese e condivise appieno i propositi del presidente del Consiglio: elevare l'obbligo scolastico dagli undici ai quattordici anni e promuovere l'istruzione tecnica per raccordare la formazione scolastica professionale con la dinamica economica postbellica.

   I suoi trentasei discorsi parlamentari, pubblicati a cura di Emilia Campochiaro e saggio introduttivo di Michele Maggi (il Mulino, 2002), illuminano l'impegno del filosofo chiamato a servire lo Stato. Il 17 marzo 1921 Croce si dichiarò convinto che gli insegnanti italiani avevano “chiara coscienza della loro dignità” e si sarebbero opposti agli appelli a scioperare lanciati da singoli individui o da particolari gruppi. Se mai fosse accaduto, il ministero avrebbe assunto i necessari provvedimenti, in linea con la ventennale politica di Giolitti: libertà degli scioperi “economici”, ma non nei pubblici servizi e nelle “aziende di Stato”, quali ferrovie, poste e telegrafi. Era l'Italia che varò la legge sulla cittadinanza e l'obbligo dell'istruzione, indispensabile corollario del diritto di voto, che deve essere “bene informato”.

In difesa dalla dignità dell'Italia

Nella Storia d'Italia dal 1871 al 1915, conclusa nel novembre 1927 e pubblicata l'anno seguente dal “suo” editore e amico Giuseppe Laterza (in tempo per farla leggere dall'ottantaseienne Giolitti ormai volgente al trapasso), Croce ritrasse vividamente il cammino compiuto dalla Patria in meno di mezzo secolo di unità politica all'insegna della libertà, grazie a una classe dirigente nel suo insieme animata da alto senso dello Stato. Non era affatto l'“Italietta” poi irrisa dal fascismo. All'opposto, essa promosse l'incivilimento e avviò l'integrazione tra le diverse aree del Paese: un programma che poteva proseguire nel tempo solo contenendo le spese militari. Non per caso, come Giolitti fece notare, a chiedere guerra erano “ragazzini in pantaloni corti” e repubblicani.

  Di quell'Italia Croce difese l'opera in discorsi memorabili. Almeno tre meritano di essere rievocati. Anzitutto quello del 20 novembre 1925. Anche a nome di alcuni colleghi annunciò la sua astensione (che valeva voto contrario) sul progetto di legge sulla “Regolarizzazione delle Attività delle Associazioni, Enti ed Istituti”, meglio noto come “legge contro la massoneria”. Lo bocciò perché era “parte integrante di un unico tutto di leggi antiliberali”. Pur senza rinnegare le sue posizioni pregresse, sentì “l'alto dovere di non venir meno alla propria coscienza, che avverte che il presente non è qual era il passato”, come già aveva ampiamente chiarito nella risposta al “Manifesto degli intellettuali fascisti” (nota erroneamente come “Manifesto degli intellettuali antifascisti”: “intellettuali”, infatti, era vocabolo per lui urticante, come già per Carducci). Il secondo fu il suo netto “no” all'approvazione del Trattato e del Concordato tra la Santa Sede e l'Italia” (24 maggio 1929). Lo concluse con la frase famosa: “Accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l'ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza. Guai alla società, alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono, le fossero mancati o le mancassero”. Fu il suo ultimo discorso in Senato. Era sempre più solo. Lo era ancor di più il Re, privo di interlocutori nelle Aule parlamentari e nelle “accademie”.

  Nominato membro della Consulta Nazionale, il 27 settembre 1945 Crice respinse l'affermazione di Ferruccio Parri, del presidente del Consiglio,  secondo il quale non potevano essere definiti democratici i governi prefascisti. Dichiarò “la coscienza vivissima del debito che tutta l'Italia presente ha verso quel passato”. Del pari mostrò apprezzamento di storico e di cittadino verso monarchia di Savoia che aveva condotto l'Italia a indipendenza, unità e libertà e per la cui conservazione, come Luigi Einaudi, si pronunciò nel referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946. La sua ventilata elezione a presidente provvisorio della neonata Repubblica ebbe il veto della Santa Sede. Prevalse il trinomio De Nicola-De Gasperi-Togliatti, suggellato dall'inclusione dei Patti Lateranensi nell'articolo 7 della Costituzione.

  Angosciato dalle prospettive aperte dal secondo conflitto mondiale e dal lancio delle due bombe atomiche sul Giappone (che per lui non fu un “fatto d'armi” ma un lancinante interrogativo morale sul confine tra scienza e destini dell'umanità) il 24 luglio 1947 votò contro l'approvazione del Trattato di pace imposto all'Italia il 10 febbraio 1947, con un un discorso che fu anche testamento di “figlio dell'Italia che non muore”. “Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari, nel sentire e nel volere, a qualsiasi più intransigente popolo della terra”.

   Nel 70° della sua morte Benedetto Croce non va “rievocato” con un francobollo e qualche discorsetto di circostanza. Va riletto, studiato e compreso nella sua complessità. Insegnò che la “alta politica” è radicata nella “alta cultura” e che quanti la coltivano non devono aver paura della solitudine come non l'hanno della morte.

 

Aldo A. Mola

 

 

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CONTRO LA RATIFICA DEL TRATTATO DI PACE

DEL 10 FEBBRAIO 1947

 

Dal 23 al 31 luglio 1947 l'Assemblea Costituente discusse il disegno di legge recante “Approvazione del Trattato di pace fra le potenze Alleate ed Associate e l'Italia firmato a Parigi il 10 febbraio 1947”. Il presidente del Consiglio dei ministri, Alcide De Gasperi, e il ministro degli Esteri, Carlo Sforza, ne propugnarono l'approvazione di concerto con i deputati dei partiti al governo: democristiani, socialdemocratici, repubblicani e liberali. I più autorevoli esponenti del pre-fascismo (Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Saverio Nitti, Meuccio Ruini...) pur con riserve votarono a favore. Votò a favore anche Einaudi, secondo il quale la pace, per quanto amara, apriva la strada alla federazione europea, da lui auspicata sin dalla Grande Guerra. I comunisti uscirono dall'Aula senza votare. Il Trattato fu approvato da una minoranza: 262 “si”contro 68 “no” e 80 astenuti (i socialisti) su 555 “costituenti”.

 

  Il discorso pronunciato nell’occasione da Benedetto Croce merita di essere letto per intero. Qui ne riproduciamo alcuni brevi passaggi:

“Io non pensavo che la sorte mi avrebbe, negli ultimi miei anni, riserbato un così trafiggente dolore come questo che provo nel vedermi dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare. [...] Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l'abbiamo perduta tutti, anche coloro che l'hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime. [...] Il documento che ci viene presentato non è solo la notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione o indiscrezione, chiede e prende da noi, ma un giudizio morale e giuridico sull'Italia, e la pronunzia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi e tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano con gli altri popoli, anche quelli del Continente nero. E qui mi duole di dover rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra è legge eterna del mondo. [...] Un'infrazione della morale qui indubbiamente accade, ma non dalla parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati ma degli illegittimi giudici. [...] Noi italiani, che non possiamo accettare questo documento, perché contrario alla verità, e direi alla nostra più alta coscienza, non possiamo accettarlo né come italiani curanti dell'onore della Patria né come europei, due sentimenti che confluiscono in uno perché l'Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formare la civiltà europea e per oltre un secolo ha combattuto per la libertà e l'indipendenza sua. [...]  Non vi dirò che coloro che questi tempi chiameranno antichi, le generazioni future dell'Italia che non muore, i nipoti e pronipoti ci terranno responsabili e rimprovereranno la nostra di aver lasciato vituperare, avvilire e inginocchiare la nostra comune Madre a ricevere mestamente un iniquo castigo. [...] Occorre un atto di volontà, un esplicito No.”

 

Quella di Benedetto Croce, applaudita in Aula, bocciata al voto e infine dimenticata, suonò quale “vox clamantis in deserto”.

 

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lunedì 10 gennaio 2022

La Scomparsa di S.A.R.I. la Principessa Margherita di Savoia Aosta Asburgo


 Lo Staff del blog 

Monarchici in Rete 
e del 
Sito dedicato a Re Umberto II 

si uniscono al cordoglio per la scomparsa della

 Principessa Margherita,
 
figlia del Principe Amedeo, 
Vicerè di Etiopia, MOVM.

Nuovo aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II



Sul sito dedicato al Re la seconda parte dell'opuscolo di Nino Bolla del 1944, per la sua nomina a Luogotenente Generale del Regno.

Testimonianza storica importante di un grande giornalista e fedele monarchico.


www.reumberto.it

domenica 9 gennaio 2022

Capitolo XLII: Carnera catturato dai partigiani.

di Emilio Del Bel Belluz


Una sera i partigiani bussarono alla porta della casa di Primo in modo violento. Costui, che non aveva mai avuto paura nella vita, si era subito recato alla porta per aprire. La moglie allarmata scese dalle scale velocemente. All’uscio si presentarono sei uomini che Primo riconobbe essere dei partigiani del posto che gli intimarono di seguirli in bicicletta. 
Pina non s’era resa conto di quello che stava accadendo. Carnera cercò di rassicurare la moglie, supplicandola di stare con i bambini che presto sarebbe ritornato a casa e di non dire niente alla madre che soffriva di cuore. Primo temette per la sua vita perché era a conoscenza che molto spesso chi veniva preso dai partigiani andava incontro alla fucilazione. 
Carnera ricordò in quel momento la fine che fece un grande pugile come  Michele Bonaglia, e  le parole che disse il vecchio che gli aveva donato l’album di disegni. Michelone era stato freddato, senza un perché, e senza un processo regolare il 3 marzo 1944. Carnera,  mentre pedalava  su una strada sconnessa, rivide nella sua mente tutta la sua vita e si chiedeva di cosa poteva essere accusato, lui che nella sua esistenza aveva sempre amato la sua patria. La strada si faceva sempre più difficile, e lo costrinsero ad abbandonare la bicicletta in un fosso. I partigiani gli puntarono il mitra alle spalle, finché giunsero in un bosco, dove altri uomini aspettavano, e avevano acceso un piccolo fuoco. Nel frattempo gli avevano legato le mani per impedire una sua reazione, data la forza che si poteva sprigionare dai suoi pugni. Uno dei partigiani gli mise davanti una foto, dove lo si vedeva con Mussolini e i suoi figli, e gli dissero che era fascista e che sarebbe stato ucciso. 
Gli accusatori continuarono dicendo che aveva frequentato i fascisti e i tedeschi, ospitandoli nella sua casa e, pertanto, era una spia; come pure era stato a Venezia con il pugile nazista Max Schmeling, durante il periodo della Repubblica Sociale. Carnera non disse nulla, mentre i partigiani gli facevano vedere delle altre foto dove veniva raffigurato sul ring con la camicia nera e che faceva  il saluto romano. Un partigiano lo insultò duramente e venne deciso che Carnera sarebbe stato fucilato. Allora un partigiano, che non aveva mai parlato prima, disse che Carnera non aveva fatto del male ad alcuno, tra l’altro si era distinto salvando la vita a un giovane del paese il cui destino era già segnato: la prigionia in un campo di concentramento in Germania. Inoltre, aveva distribuito del cibo ai suoi paesani che stavano patendo la fame. 
Queste parole furono  come una benedizione dal cielo, e fu liberato. Carnera venne condotto a prendere la sua bicicletta con l’uomo che lo aveva salvato dalla morte. Gli venne in mente la fine di Bonaglia, anche la sua vita si sarebbe potuta concludere tragicamente, ma grazie al buon Dio le cose erano andate in modo diverso. 
Mentre camminava per riprendere la sua bicicletta, volle stringere la mano del suo salvatore, che tra l’altro era sempre stato un suo ammiratore ed aveva gioito dopo la conquista del titolo mondiale. Carnera prese la sua bicicletta e non si sentì sicuro finché non giunse a casa. Non era ancora spuntata l’alba e per lui iniziava una nuova vita. Quando arrivò alla Villa gridò il nome della moglie e dei figli. La donna che stava piangendo ed era disperata, emise un grido di gioia. Nella casa era giunto il parroco, che  avvertito da un passante d’aver visto Carnera assieme ai partigiani, voleva saperne di più. Il vecchio curato  abbracciò il suo figliolo spirituale che tanto amava. Carnera era ancora sconvolto per quello che era successo. Avrebbe raccontato questa storia come se fosse il copione di un film imparato a memoria e che andava subito dopo dimenticato. Primo ringraziò tutti per l’affetto ricevuto, e si ritirò nella sua stanza.  L’indomani la mamma di Primo si recò alla prima messa ed accese con le lacrime agli occhi alcune candele alla Madonna per ringraziarla dell’aiuto ricevuto e perché continuasse a proteggere il figlio e la sua famiglia dalla malvagità  dell’uomo. 
Le settimane che seguirono furono allietate dalla fine della guerra, e dall’arrivo a Sequals del suo amico e salvatore Philip La Barba. Il pugile vestiva la divisa americana e conduceva un camion militare pieno di viveri.  Con tutto quel ben di Dio avrebbe potuto sfamare un esercito di persone, sicuramente  tutto il paese di Sequals e quelli delle zone vicine. L’incontro tra i due amici fu commovente e toccante. 
L’amico di Carnera non lo aveva dimenticato, e ricordò i momenti lieti trascorsi a Sequals, assieme ad altri pugili d’origine italiana.  Carnera lo vide come il sole dopo una giornata di pioggia, come un salvatore .Gli mostrò la palestra che aveva vicino  alla Villa, e quando  La Barba si riconobbe in una delle foto che erano appese alla parete, propose subito a Carnera di fare delle esibizioni con l’esercito americano, nei posti dove si trovava una maggiore presenza di truppe. Questo avrebbe permesso a Carnera di ricominciare a usare i guantoni,  e gli incontri gli  avrebbero fatto guadagnare del denaro. Era fermo da otto anni, eccetto qualche esibizione e rari incontri di lotta libera, di cui l’ultimo a Milano, ove gli rubarono la penna stilografica, acquistata in America, a cui era molto legato perché aveva scritto le lettere d’amore alla sua Pina e firmato gli autografi.  
Gli americani non avevano dimenticato Carnera. Nel loro Paese perdurava ancora una grande popolarità. I giornali americani si erano chiesti più volte se il pugile fosse ancora vivo. Alcuni pensavano che fosse stato ucciso dai partigiani per il suo passato di fascista. La Barba parlò della morte di Mussolini e della sua donna che aveva appreso dai giornali. Una fine orrenda, tremenda, che non meritavano. Se li avessero catturati gli americani il loro destino sarebbe stato diverso. La Barba cercò in tutti i modi di concludere l’accordo con Carnera. 
In quegli incontri lo avrebbe seguito personalmente,  aveva ricevuto l’incarico di far distrarre la truppa. La vita di Carnera dovette mutare. Tornò a sudare in palestra, aveva richiamato a Sequals un allenatore e si consultava spesso con un medico, perché negli ultimi anni s’era ingrassato.  Nelle settimane che seguirono Primo fece una dieta ipocalorica, con grande dispiacere, ora che di cibo ne aveva in abbondanza; pertanto lo distribuì ai suoi compaesani. Gli sembrava d’essere tornato come una volta che aveva del denaro in tasca e poteva aiutare la gente all’occorrenza. Continuò a disputare esibizioni con i soldati che avevano voglia di emergere, ma si rese conto che la sua possanza fisica era diminuita. 
Carnera non saliva sul ring dal 1937, erano passati otto anni, il fisico in qualche modo ne aveva risentito. Il denaro che guadagnava gli permetteva di vivere in modo decoroso. I militari americani gli volevano molto bene, e dopo ogni incontro o esibizione, lo circondavano chiedendogli l’autografo o di fare una foto assieme, e per Carnera era un momento molto bello, di quelli che contavano. Tra i soldati vi era sempre qualcuno d’origine italiana che si intratteneva con lui, facendogli delle domande sulla sua carriera. Le settimane che seguirono Carnera le passò più sul ring che a casa. Spesso si fermava a dormire,  a mangiare con i soldati, e si spostava da una caserma all’altra. 
La stampa americana aveva riportato, in quel periodo, una foto di Carnera mentre si esibiva sul ring. L’articolo era stato letto da molta gente che contava nel mondo della boxe. Gli americani volevano  sapere tutto su di lui,e sui prossimi impegni.  Il campione sentiva la nostalgia della famiglia, temeva per la moglie ed i figli che erano rimasti soli a casa. Lo spavento di quella notte in cui i partigiani lo portarono via non era stato del tutto superato. 
L’Italia non era uscita dalla paura di una guerra civile. Carnera sapeva che ogni sforzo veniva compiuto per la sua famiglia. Il continuo allenamento gli aveva fatto perdere una decina di chili, i suoi muscoli  erano diventati più tonici, nonostante la presenza di varici alle gambe, e tutto ciò aveva aumentato la fiducia di Carnera in sé stesso. Alla fine non era poi così vecchio, di anni ne aveva trentanove.   Aveva ottenuto dalla federazione pugilistica il benestare per tornare sul ring come professionista.   Nel cuore di Carnera c’era la volontà di fare alcuni incontri e tornare a combattere in America. Il 27 luglio 1945 salì sul ring a Udine, prima tappa del suo nuovo cammino, in una giornata di pieno sole. Il suo avversario era il francese Michel Blevens, la sala era gremita, i friulani non s’erano dimenticati di lui. Al polisportivo Moretti non c’era un posto libero, la gente lo acclamava perché il suo ritorno aveva qualcosa di miracoloso. Il suo sfidante non combatté un buon incontro,  scappava di fronte al campione e l’arbitro non  poté che interrompere il match e decretare la vittoria del pugile italiano. Il pubblico rimase scontento della brevità dell’incontro. 
Carnera incassò la sua borsa, e tornò  a Sequals. La sua intenzione restava sempre quella della boxe.  Il suo amico Philip la Barba continuava a farlo esibire tra i militari. Carnera ogni volta tornava a casa con delle vettovaglie e dei soldi, questo faceva felice la bella Pina e la madre che temevano per il loro futuro economico. La vecchia madre che vedeva suo figlio come se fosse ancora piccolo, bisognoso di protezione si recava ancora in chiesa per portare dei fiori davanti alla statua della Madonna, affinché lo guidasse nel suo cammino quotidiano. Carnera spesso veniva chiamato a inaugurare dei locali, la sua presenza era sempre molto richiesta, e la gente lo faceva sentire ancora un campione. Qualcuno aveva scritto che la sua fama non sarebbe venuta  mai meno, come la sua forza. 
In quel periodo si pensò di fargli disputare un incontro a Trieste contro il campione  Luigi Musina. Il pugile di Gorizia era  un grande campione che aveva vinto in America per ben due volte il Guanto d’Oro. La sua storia era conosciuta e la gente non l’aveva dimenticato. Era anche un tifoso di Carnera che stimava molto, e di cui aveva sempre  seguito la sua carriera pugilistica.  L’allenatore di Carnera decise che, prima di incontrare Musina, facesse un incontro di rodaggio a Trieste contro l’inglese Sam Gardner. Il match si svolse allo stadio di San Sabba, e c’erano 12000 spettatori che gremivano gli spalti. Gli organizzatori erano al settimo cielo, la gente dopo la guerra aveva bisogno di divertirsi,  d’ osservare una nuova pagina di vita, questa volta scritta dalla boxe. Il giorno dell’incontro Carnera andò a fare un giro per la città, da tanto tempo non vedeva Trieste, da lui molto amata. 
Voleva fare un regalo a Pina, e entrò in una gioielleria, dove acquistò una collanina con un crocefisso. Parecchie persone, avendolo notato, si accalcarono al di fuori del negozio. Carnera con il suo sorriso salutò tutti, e si intrattenne a parlare con alcuni ragazzi che l’avevano circondato, e raccomandò  loro di non fare la sua vita ma di studiare. Quello di cui si rammaricava era l’assenza dello studio. Quella sera sul ring di San Sabba mise Ko il suo avversario  alla prima ripresa. Il pubblico non si aspettava che l’incontro finisse in pochi minuti, ma Carnera aveva il record personale di match liquidati alla prima ripresa . 
Anche in quell’occasione si parlò di fare incontrare Carnera con Luigi Musina. Era venuto a vederlo un organizzatore di Milano che aveva  in cuore di fare quell’ incontro. La gente voleva vedere un bel match e lo spettacolo con due uomini così importanti non sarebbe mancato  di sicuro. 

Carnera voleva incrementare il suo record di vittorie. Vorrebbe vincere con Musina per tentare di conquistare il titolo italiano dei pesi massimi. Vorrebbe aggiungere il suo nome, anche se nel 1933 fu proclamato campione italiano della categoria, senza combattere un vero match. Una notte sognò che quella fascia tricolore gli avrebbe aperto la strada al titolo europeo dei pesi massimi. Il campione era sulla soglia dei quarant’anni e pochi erano i pugili che avevano combattuto fino a quella tarda età.  Carnera si allenava con entusiasmo, gli sembrava d’essere tornato come un ragazzo di vent’anni.  
A Sequals, nel frattempo, era stato chiamato il pugile Giovanni Martin per allenarlo, e quel gigante della boxe aveva sempre sognato di battersi con Carnera per il titolo italiano, ma non c’era mai riuscito. Giovanni Martin era quello di sempre, aveva voglia di salire sul quadrato. Anche la sua carriera era stata interrotta dalla guerra. Martin combatté nella stessa riunione di Carnera, e precisamente il 21 novembre del 1945. L’incontro si svolse a  Milano.  

giovedì 6 gennaio 2022

E' mancato Waldimaro Fiorentino


Un altro gravissimo lutto colpisce la nostra comunità. 
E' purtroppo mancato il Dr Waldimaro Fiorentino, bandiera dei monarchici e dell'italianità dell'Alto Adige.
La sua figura era universalmente apprezzata da simpatizzanti ed avversari. 
Per lustri consigliere comunale monarchico di Bolzano fu autore di molte pubblicazioni e direttore di giornali monarchici come il periodico dell'UMI, Monarchia Oggi.
Grazie al presidente Giglio, suo amico, aveva voluto onorare il blog di alcuni suoi articoli e della presentazione delle sue ultime pubblicazioni,
Affranti abbruniamo la nostra bandiera.
Le nostre condoglianze alla famiglia.

Lo staff


 

lunedì 27 dicembre 2021

Nuovo aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II


Carissimi,

dopo aver dato una sistemata generale alla struttura del sito ricominciamo con la pubblicazione, speriamo regolare, di tutto ciò che riguarda Re Umberto II.
Riproponiamo la prima parte dell'opuscolo di Nino Bolla che avevamo iniziato sul vecchio sito e che era rimasta ancora esclusa dal nuovo. 
Proprio il tentativo frustrato di pubblicare la seconda parte ci ha costretto alla revisione generale di tutto.

Il tempo dedicato al sito ha sottratto attenzione a tutto il resto.

Speriamo che il 2022 sia meno difficoltoso degli anni precedenti e che si possa diffondere la conoscenza del nostro Sovrano e della sua grandezza d'animo.

L'imminente cambio della guardia al Quirinale ce lo fa rimpiangere ancora di più.

https://www.reumberto.it/umberto-di-savoia-luogotenente-generale/





sabato 25 dicembre 2021

Buon Natale, Maestà!

Ultima pagina di copertina, Candido, dicembre 1958.
Al Re non mancava l'affetto degli italiani.


 

Il santo Natale del Re Umberto II dall'esilio in Portogallo

 di Emilio del Bel Belluz


Il giorno di Natale è sempre stato per me il più bello di tutto l’anno, perché è portatore di pace, amore e serenità, valori che vengono trasmessi dalla Sacra Famiglia.

Quando ho ultimato il presepe, con molta cura metto una piccola pietra nella capanna, vicino a Gesù Bambino, che apparteneva a Villa Italia, dove visse l’ultimo Re Umberto II.

Quando compio questo gesto, desidero avere vicino i miei nipoti, in particolare quello che porta il nome del sovrano e racconto loro quanta tristezza aveva provato Umberto II nei suoi trentasette anni d’esilio e di come il Re era solito andare alla messa di mezzanotte nella piccola chiesa di Cascais che distava non molta strada dalla sua abitazione. 

Questo percorso la faceva a piedi, perché gli era gradevole il silenzio che regnava attorno.” Una breve strada in salita, uno spiazzo, e chiese più semplici di questa, bianca di calcina, che mi si presenta allo sguardo è difficile trovare. Una facciata nuda, tre finestrine, due campanili che non superano la croce posta sul sommo del tetto. Una povera chiesa di pescatori, tra gridi di gabbiani e leggeri voli di spume “. 

Una volta entrato in chiesa con il messale che gli aveva donato la mamma Regina Elena, si metteva al solito posto sulla destra, vicino ad una statua della Madonna a cui era molto devoto.

Seguiva la liturgia dal messale, e s’accostava alla comunione come fanno quelli che amano il Buon Dio. Alla sua uscita si intratteneva con i poveri che lo aspettavano per chiedergli l’elemosina.

Il Re d’Italia, dal cuore buono, offriva a tutti dei soldi, e questa gente gli voleva bene, e sapeva di contare su una persona grande. Si parlava della sua bontà anche nei paesi vicini e sempre più poveri affluivano fuori dalla chiesetta, attendendo l’obolo.

Quando era il giorno di Natale il Re era ancora più generoso. La gente del piccolo villaggio di pescatori condivideva il suo dolore per la lontananza dalla sua patria, un’ingiustizia che doveva portare come una croce. Il Re, poi, si avviava a casa di alcuni di loro con i quali sorseggiava un bicchierino di porto.

Il sovrano era un grande uomo che aveva imparato dalla mamma Elena l’amore per la povera gente, per i disperati e gli ultimi.  Nel giorno di Natale avrebbe voluto poter stare con i suoi pescatori, mangiare a tavola con loro, sentire i canti di Natale, vedere i bambini che davanti al presepe osservavano le statuine e mettevano vicino a Giuseppe e Maria, il Piccolo che era nato. La vita lontana dal suo Paese lo aveva privato dei suoi affetti più cari, e spesso la sua anima si riempiva di tristezza, e nonostante gli sforzi per celarla, traspariva ugualmente dal suo volto.

Ogni anno davanti al mio presepe penso a quel Re che riposa ancora lontano dalla sua terra, e che attende d’essere sepolto al Pantheon dove ci sono gli altri Re d’Italia. Davanti al presepe, lo scorso anno, raccontai a mio nipote Umberto che in quella chiesetta di Cascais, ho fatto giungere una statua della Madonna in ricordo del Sovrano.

Il Ministro Falcone Lucifero in un’intervista disse che il Re, alla sera, in solitudine osservava il mare, e le navi le cui luci giungevano da lontano. Un poeta scrisse: “Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta, e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete”.

Anche adesso nel mio presepe il Re è presente.

giovedì 23 dicembre 2021

Il volume, edito da BastogiLibri; via Giacomo Caneva,19;  00141 Roma;   

E. mail:  bastogiLibri@alice.it; ( tel. 340. 6861911), è uscito nella collana

“de Monarchia” e comprende saggi di Carlo M. Braghero, Carlo Cadorna,

Giuseppe Catenacci, Gian Paolo Ferraioli, Luca G. Manenti, Aldo A. Mola,

Rossana  Mondoni,  Aldo  G.  Ricci,  Tito  Lucrezio  Rizzo,  Gianpaolo

Romanato, Giorgio Sangiorgi, Cristina Vernizzi e Antonio Zerrillo.   




 

lunedì 13 dicembre 2021

DA QUATTRO ANNI VITTORIO EMANUELE III E LA REGINA ELENA A VICOFORTE



Un “Memoriale” dei Presidenti della Repubblica? 

Tutti i grandi Stati onorano i propri “Capi” antichi e recenti. Sono gli Stati che, quale ne sia la dimensione territoriale, quando è il momento, accettano le sfide della Storia e, se necessario, combattono. Alcuni vincono, altri perdono. I vinti sopravvivono se conservano memoria di sé. È il caso del Giappone, che si fonda sulla memoria degli Antenati. E chi è più “antenato” in uno Stato se non il suo Capo? Egli è la sintesi della sua identità. Tra le debolezze “di sistema” della Repubblica attuale vi è la discontinuità del ricordo dei suoi “Capi”, da De Nicola all'attuale. Manca un “Memoriale” che li componga nella loro sequenza. I Presidenti della Repubblica sono narrati in opere degnissime (per es. in “Parla il Capo dello Stato” del quirinalista Tito Lucrezio Rizzo) ma le loro effigi non sono raccolte insieme in un luogo “pubblico”. Per rendere omaggio all'Italia i successori dei Re salgono ai piedi della Dea Roma in cima all'Altare della Patria, voluto dalla monarchia che unì l'Italia. All'esterno e all'Interno del Vittoriano non manca lo spazio per sintetizzare i 160 della “unità nella continuità”, assicurata dal Re Soldato nella stagione più drammatica della sua lunga storia e l'effigie dei Capi dello Stato dal 1946 a oggi.

Nella preoccupante riffa in corso sull'elezione del prossimo Presidente della Repubblica merita riflettere sulla Sepoltura di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena: un esempio di grande civiltà. 

Prima i vivi... 

Quattro anni orsono, il 15 e il 17 dicembre 2017, giunsero in Italia le salme della Regina Elena e di Vittorio Emanuele III. La loro traslazione era stata per decenni in vetta alle richieste dei monarchici (partiti, movimenti, associazioni...) e, per “ragione sociale”, dell'Istituto nazionale per la guardia d'onore alle Reali Tombe del Pantheon. Verso fine Novecento però tra i più prevalse la direttiva “prima i vivi, poi i morti”. Fu data la precedenza alla richiesta di abolizione dell'esilio che ancora colpiva Vittorio Emanuele di Savoia e suo figlio Emanuele Filiberto, nato a Ginevra il 22 giugno 1972. 

Il 23 ottobre 2002 il Parlamento approvò la legge costituzionale (in vigore dal 10 novembre successivo) che esaurì gli effetti dei primi due commi della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione. Essi privavano dei diritti politici attivi e passivi gli ex Re di Casa Savoia, le loro consorti e i discendenti maschi, a ciascuno dei quali era vietato l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. Rimasero in vigore l’avocazione allo Stato dei beni degli ex Re di Casa Savoia, delle consorti e dei discendenti maschi esistenti nel territorio nazionale e l'annullamento di trasferimenti e costituzioni di diritti reali sugli stessi avvenuti dopo il 2 giugno 1946, giorno “convenzionale” dell'avvento della Repubblica, che in realtà data dal 19 giugno seguente, come recita la “Gazzetta Ufficiale”, citata da Argenio Ferrari in “Lex et Libertas in potestate Regis” (ed. Bastogi Libri). La sorte delle Salme finì in un cono d'ombra. 

Finalmente… quei giorni 

Nondimeno alle 7.30 del 15 dicembre 2017, mentre appena albeggiava, il feretro della Regina Elena fu estumulato in forma privata nel cimitero Saint Lazare di Montpellier, la città ove era morta il 28 novembre 1952 ed era stata inumata. La sua Famiglia fu rappresentata dall’avvocato sanremasco Luca Fucini, componente della Consulta dei senatori del regno, munito di apposita delega. La cerimonia venne ripresa dalle reti televisive France 2 e Montpellier Actualité, previamente informate dalla Mairie, malgrado la raccomandazione di assoluta riservatezza. Alle 17.30 il feretro giunse al santuario-basilica di Vicoforte. Fu accolto dal conte Federico Radicati di Primeglio, delegato dalla Famiglia Savoia “per tutti gli atti necessari a estumulazione, traslazione e ritumulazione delle salme della Regina e di Vittorio Emanuele III”, e dal Rettore del Santuario, monsignor Bartolomeo (Meo) Bessone, vicario della Diocesi di Mondovì, poi parroco a Dogliani e purtroppo rapito dalla pandemia di covid.19. “Don Meo” impartì la benedizione di rito ed evocò la figura della Regina “Rosa d'Oro della Cristianità”. Uno storico, che da mesi affiancava il conte Radicati, aggiunse che per allietarsi dell'evento non era necessario essere monarchici; bastava sentirsi italiani. La lapide reca la scritta “Elena di Savoia/ Regina d’Italia/ 1873-1952”. Presenziarono il sindaco di Vicoforte, Valter Roattino, e l’architetto Claudio Bertano, autore del progetto monumentale. Tempestivamente informata dell'avvenuta traslazione, con una nota alla sede di Parigi dell'agenzia Ansa la principessa Maria Gabriella di Savoia ne dette annuncio alle 17.45, poco prima che iniziasse la conferenza stampa convocata dal sindaco di Montpellier per le 18. Ringraziò monsignor Luciano Pacomio, vescovo di Mondovì, catechista insigne, il Rettore del Santuario e quanti avevano operato “nella discrezione raccomandata dal vescovo” e aggiunse: “A nome e per conto dei discendenti dei Sovrani che vissero cinquantun anni di matrimonio in unione con gli italiani nella buona e nella cattiva sorte e mentre ricordo mia zia Mafalda, morta tragicamente nel campo di concentramento in Germania, ove era stata deportata dai nazisti, esprimo profonda gratitudine al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che propiziò la traslazione delle Salme dei Nonni in Italia, in prossimità del 70° della morte di Vittorio Emanuele III e nel centenario della Grande Guerra, per la ricomposizione della memoria nazionale”. Immediatamente diffusa in apertura dei telegiornali della sera, la notizia fece supporre che fosse imminente la traslazione della salma di Vittorio Emanuele III. Estumulato nella notte del 16 dal retro dell'altare di Santa Caterina di Alessandria d'Egitto, il suo feretro arrivò a Vicoforte sul mezzogiorno del 17 dicembre e fu tumulato con onori militari e l'esecuzione del “Silenzio” con la scritta “Vittorio Emanuele III / Re d'Italia/1869-1947”. Su entrambe le arche è incisa la Stella d'Italia. Così Vittorio Emanuele III e la Regina Elena vennero ricongiunti in Italia. A quanti domandarono perché fossero resi onori militari alla salma del Re fu ricordato che Vittorio Emanuele III morì quattro giorni prima che entrasse in vigore la Costituzione della Repubblica. A differenza di quanto solitamente si dice, non morì affatto “in esilio”. Si congedò dalla vita mentre era cittadino italiano all’estero, nella pienezza dei diritti politici e civili di ex capo dello Stato e delle Forze Armate. 

Gli antefatti della Traslazione. Perché Vicoforte? 

La tumulazione delle salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena a Vicoforte fu il punto di arrivo di un lungo percorso. La scelta venne formulata a Roma in una seduta della Consulta dei senatori del regno il 19 marzo 2011. Fu scartato il Pantheon per indisponibilità di spazi idonei alla dignità di Tombe Reali e per prevedibili intralci di varia natura. Del pari venne ritenuta non idonea la Basilica di Superga, mausoleo dei Re di Sardegna (a eccezione di Carlo Emanuele IV, sepolto a Roma), mentre Vittorio Emanuele III fu Re d'Italia. Voluto da Carlo Emanuele I, duca di Savoia dal 1580 al 1630, quale mausoleo della Casa il Santuario-Basilica di Vicoforte sorge nel cuore della Provincia Granda, seconda “culla” dei Re sabaudi che la vissero intensamente, dai Castelli di Racconigi e Valcasotto alle case di caccia disseminate nelle valli. Vittorio Emanuele III partì per l'Egitto il 9 maggio 1947 col titolo di conte di Pollenzo, il borgo che ospita la vasta tenuta regia poco distante da Vicoforte, ove seguì personalmente i poderi modello avviati sin da Carlo Alberto. Infine il Santuario, circondato dal verde e immerso nella quiete propiziata dal vasto spazio tra la sua facciata e la Palazzata, è affiancato dall'antico monastero cistercense, poi seminario vescovile: un complesso identico da secoli e incontaminato. È il Grande Silenzio che si addice al riposo. Il 7 gennaio 2013, previ ripetuti colloqui con il Rettore del Santuario, la principessa Maria Gabriella di Savoia e il presidente della Consulta espressero al vescovo di Mondovì, monsignor Luciano Pacomio, il “vivo desiderio di congiungere le salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena in Italia” e precisamente nel Santuario di Vicoforte, “che bene si addice ad accoglierle”. Prospettarono una cerimonia funebre da celebrare “in forma strettamente privata, così unendo in morte due italiani che vissero insieme cinquantun anni di matrimonio”. Anche per far meglio apprezzare il Santuario da quanti ancora non lo conoscevano, il 16 marzo 2013 venne organizzato a Vicoforte il convegno di studi “Incontro Umberto II. Trent'anni dopo” con la partecipazione di Amedeo di Savoia, duca di Aosta, che nel 1997 aveva presieduto a Vicoforte il convegno su “L'Italia nella crisi dei sistemi coloniali fra Otto e Novecento”, con la partecipazione di Eddy Sogno, Oreste Bovio, Franco Bandini, André Combes, Fernando Garcia Sanz, Antonio Piromalli e altri storici. A conclusione dell'incontro del 2013 la presidente della Provincia di Cuneo, Gianna Gancia (poi consigliere regionale del Piemonte e dal 2019 deputata al Parlamento europeo), nel preveggente discorso “Casa Savoia nella memoria della Granda” disse: “Sentiamo il dovere di accogliere nella nostra terra le salme di chi certamente amò la Granda, il Piemonte, l'Italia: Vittorio Emanuele III, le cui spoglie giacciono ad Alessandria d'Egitto, in una landa ogni giorno a rischio; e la Regina Elena sepolta a Montpellier. Le loro salme sono emblema di una separazione, di una lontananza, che viviamo come una lacerazione da una parte di noi. Lo Stato non fa? Facciamolo noi d'intesa con la Principessa Maria Gabriella di Savoia, che bene conosciamo quale custode delle memorie della Casa. Dobbiamo averne il coraggio”. Il 22 aprile 2013, sentiti il consiglio di amministrazione del Santuario e il suo rettore, il vescovo di Mondovì, Luciano Pacomio, accolse l’istanza della Principessa e della Consulta. Ricordò che Carlo Emanuele I in visita al Pilone dal quale ebbe origine il Santuario aveva affermato “questa terra è santa, deponiamo i vecchi calzari”. Chiese però l'impegno a “mantenere il profilo strettamente privato” della tumulazione, da attuare “nella forma più discreta, con la collaborazione dei Responsabili del Santuario”. Avvalorò l'iniziativa alla luce della parola del salmo 39,13: “Siamo tuoi ospiti, pellegrinanti, come tutti i padri nostri”. Così andava fatto. E così venne fatto. Quattro anni dopo, a coronamento di lunghi preliminari sorti da fortunate convergenze, il 10 maggio 2017 il principe Vittorio Emanuele di Savoia e la principessa Maria Gabriella a nome delle sorelle Maria Pia e Maria Beatrice scrissero al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, auspicando che il Centenario della conclusione della Grande Guerra offrisse motivo per congiungere le salme del “Re Soldato” e della sua Consorte “in Italia”, senza alcuna indicazione di luogo. Previ numerosi incontri con il Rettore e il presidente della Consulta, l'architetto Bertano approntò il progetto in fitto dialogo con la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le Province di Alessandria, Asti e Cuneo. Venne avviato l'intervento nella Cappella di San Bernardo per “la realizzazione di monumenti/arche funerarie in marmo” in cui deporre “i resti di due persone meritevoli di speciali onoranze”, non nominativamente specificate. Il 6 novembre il vescovo e il rettore inoltrarono alla Soprintendenza il progetto, che fu approvato. Con rapidità e assoluta riservatezza vennero espletate le complesse procedure previste dalla deliberazione della Giunta Regionale del Piemonte 8 maggio 2012, n. 27-3831 per il rilascio di “autorizzazioni concernenti l'individuazione di siti idonei a tumulazione in località differenti dal cimitero ex art. 105 D.P.R. 10 ottobre 1990, n. 285 e art. 12 L.R. n. 2020/2007”. Acquisiti ope legis tutti i documenti richiesti, ebbero corso estumulazione, traslazione e ritumulazione. Il 17 dicembre, al termine della sepoltura di Vittorio Emanuele III, il conte Radicati precisò che tutto era avvenuto “nelle forme proprie di una cerimonia privata”, “di Famiglia”. 

Alcune incomprensioni 

Alle 21 del 15 dicembre 2017 Vittorio Emanuele di Savoia emanò una “nota” sulla tumulazione della salma della Regina Elena “presso il Santuario di Vicoforte”. Deplorò che fosse avvenuta “in totale anonimato” e rivendicò il Pantheon per “il riposo dei sovrani sepolti in esilio”. Con encomiabile tempestività il 18 con i familiari e ampio seguito egli rese omaggio alle tombe a Vicoforte. Ribadita la richiesta di immediato trasferimento delle salme al Pantheon, lamentò che la traslazione fosse avvenuta “in forma occulta”. In un quotidiano di Roma venne persino insinuato un oscuro baratto tra intervento del Capo dello Stato e consegna alla Presidenza della repubblica di misteriose quanto inesistenti “carte” sull’esito del referendum del 2-3 giugno 1946. Fandonie. La traslazione suscitò un ventaglio dichiarazioni polemiche contro la figura di Vittorio Emanuele III, colpevole dei tre “colpi di Stato” secondo lo “storico” Luigi Salvatorelli, a volte indulgente a polemiche inconsistenti. Secondo lui il Re era responsabile dell'intervento dell'Italia nella Grande Guerra il 24 maggio 1915; della mancata proclamazione dello stato d'assedio e dell'incarico a Mussolini di formare il governo (28-31 ottobre 1922); della revoca di Mussolini (25 luglio 1943, quasi sia un demerito), nonché, in aggiunta, della mancata difesa di Roma e del suo abbandono alla proclamazione dell'armistizio il 9 settembre (la cosiddetta “fuga a Brindisi”). Altri aggiunsero la firma delle leggi razziali nel 1938 e le sue conseguenze di lungo periodo nel 1943-1945, particolarmente gravi nelle regioni governate dalla Repubblica sociale italiana e di fatto occupate dai tedeschi (al di fuori, dunque, da ogni responsabilità diretta del Re e del governo Badoglio). I promotori della traslazione avevano messo in conto la delusione dell'Istituto nazionale per la Guardia d'onore alle Reali Tombe del Pantheon (agevolmente componibile con l'adozione, in forma discreta da convenire con le autorità competenti a consentirla, della “guardia” anche alle tombe di Vicoforte) e l'irritazione di chi indica nel Re (anziché, come è, nel Parlamento) il “responsabile” delle leggi razziali. Qualcuno ritenne uno sgarbo non essere stato previamente informato. Non tutti capirono che era un funerale “della Famiglia”, non “della Casa”, e che pertanto esigeva il necessario riserbo, sia per rispetto della precisa richiesta del vescovo di Mondovì, sia per scongiurare inopportuni schiamazzi di guitti dell'ultim'ora e, peggio, manifestazioni ostili, che avrebbero turbato la solennità dell'evento: il ritorno dei Reali nella loro terra, sotto la cupola ellittica più grande del mondo. Sin dal 16 dicembre altri sedicenti “monarchici” protestarono che “tutti i Reali d'Italia” dovevano “quanto prima trovare sepoltura nell'unica sede ad essi deputata: la Basilica del Pantheon”. La complessa e impegnativa sepoltura nel Santuario di Vicoforte (da taluno sminuito a “chiesetta di campagna”) doveva dunque essere considerata del tutto effimera e sanata con altra immediata traslazione. Parlare è facile. Altra cosa è fare. Tra le tante professioni di indignazione (“istituti storici”, parlamentari, circoli e associazioni varie) il sindaco di una città di qualche peso nella “Granda” dichiarò che non sarebbe mai andato a pregare in un santuario contaminato dalla salma di quel re. La preghiera chiede forse un “luogo” che non sia l'“anima”? A cospetto di tante dichiarazioni polemiche il presidente della Repubblica e quello del Consiglio dei ministri, Paolo Gentiloni, motivarono il concorso alla traslazione come “gesto umanitario”. Riecheggiò quanto proposto dal vescovo di Mondovì: la “carità” nei confronti di “due persone meritevoli di speciali onoranze”, provate dal lutto (la morte della figlia Mafalda d'Assia in campo di concentramento in Germania; la detenzione da parte nazista della figlia minore, Maria) al pari di tanti italiani, “pellegrinanti, come tutti i padri nostri”. Per prevenire gesti inconsulti, il prefetto di Cuneo dispose che la cancellata della Cappella di San Bernardo rimanesse chiusa sino a quando le tombe fossero tutelate, come sono, da videosorveglianza e sistema di allarme. Dal 28 dicembre 2017, 70° della morte di Vittorio Emanuele III, esse furono meta di un numero crescente di “boni viri” d'ogni Paese che si raccolgono in meditazione su monumenti evocativi della Storia e, senza bisogno di essere cortigiani, ripetono con Giacomo Leopardi: “la vostra tomba è un'ara”. Settantacinque anni dopo la discussa vittoria della Repubblica al referendum sulla forma dello Stato (2-3 giugno 1946), al di là di dispute irrilevanti e di incomprensibili silenzi, la Traslazione delle reali salme a Vicoforte può forse propiziare la rivisitazione storiografica del lungo travagliato regno di Vittorio Emanuele III e nuove risposte ai molti interrogativi ancora aperti sull’ultimo mezzo secolo della monarchia in Italia.

martedì 7 dicembre 2021

LA TELENOVELA CHIAMATA “CORSA AL QUIRINALE”

Ogni 7 anni, in Italia va in onda la telenovela chiamata “corsa al Quirinale”Stampa, tivù, classe politica impegnano tempo ed energie su questo argomento trascurando in parte argomenti che a noi italiani interessano veramente: crisi economica (che il Covid ha accentuato), aumenti di luce, gas, generi alimentari, disoccupazione sempre elevata, inflazione in aumento. 

Beate le Nazioni che hanno un sovrano come capo dello Stato! Non devono perdere tutto questo tempo ed hanno al vertice dello Stato una persona preparata fin da bambino per questo incarico. Infatti i Re hanno molte meno probabilità di sbagliare rispetto ai presidenti di repubblica. E (altra cosa da non trascurare) costano molto meno dei presidenti! In Italia si tira fuori la solita lagna della monarchia sabauda “filofascista”. Ed è un falso storico smentito dai diari del Conte Galeazzo Cianogenero di Benito Mussolini, che raccontava di un duce ai ferri corti col Re Vittorio Emanuele III

E poi nel Ventennio la stragrande maggioranza degli italiani apprezzò o non disprezzò il fascismo. Ed il Re non c’entrava nulla. Molti futuri padri di questa repubblica furono convinti fascisti. E non pochi di loro, anche antisemiti. Tra questi ultimi, si annovera Amintore Fanfani. Uno dei 75 che scrissero l’attuale Costituzione antifascista.

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http://www.opinione.it











sabato 4 dicembre 2021

Vent'anni dalla morte della Principessa Maria

 di Emilio Del Bel Belluz 


Il 4 dicembre 2021saranno trascorsi vent'anni dalla morte di Maria Francesca Anna Romana, figlia di Vittorio Emanuele III e della sua consorte Elena, avvenuta in Francia, a Mandelieu. 

Fu l'ultimogenita, la più coccolata e la più amata dei figli. Era nata nell'anno in cui il destino dell'Europa fu determinato dall'attentato fatto da Gavirlo Princic' il 28 giugno del 1914 che fece scoppiare la guerra. Nacque il 26 dicembre 1914, a Roma: il giorno dopo il Santo Natale e credo che per questo le fosse stato dato il nome di Maria, come la mamma di Gesù. 
Chiamarsi come la Mamma del Salvatore era davvero importante. Maria di Savoia lo avrebbe ricordato per sempre. Il Re Vittorio Emanuele III si allontanò da Roma per quasi 41 mesi per stare vicino al fronte, e la buona Elena si occupava dei feriti in guerra. La vita della principessa trascorse, comunque, serena assieme ai suoi fratellini che erano più vecchi di lei. 
Era la preferita dell'allora principe Umberto, che aveva dieci anni più di lei. Nelle foto della famiglia reale la si nota subito, essendo la più piccina con quegli occhi così belli che guardavano al futuro. 
Studiò con profitto, aveva una grande passione per il calcio e lanciò la moda del taglio dei capelli a carré. Presenziava assieme al padre quando a Palazzo Reale venivano ricevute delle scolaresche. Fu madrina di varie fondazioni ed istituzioni e Dama di gran croce onoraria, del Sacro Militare Ordine di Malta. 

Nel 1938 si fidanzò, a ventiquattro anni, con il principe Luigi di Borbone - Parma, appartenente alla famiglia che al principio del secolo regnò a Lucca e quindi a Parma, dove nel 1700 succedette ai Farnese. 
Altra data importante il giorno del suo matrimonio avvenuto nel 1939, il 23 gennaio, l'anno in cui la guerra stava iniziando, e che culminò pochi mesi dopo con l'invasione della Polonia, da parte di Hitler e Stalin. Il matrimonio si celebrò nella cappella Paolina al Quirinale, la sposa indossava uno stupendo abito bianco e dava il braccio al padre Re Vittorio Emanuele III. 
Alla cerimonia parteciparono numerose teste coronate, come il Re e la Regina di Spagna, il Re e la Regina di Bulgaria e l'ex zar di Bulgaria, Ferdinando. Tra gli invitati illustri figurava anche Benito Mussolini. Dall'unione matrimoniale nacquero tre figli: due maschi Guy e Remy, e una bimba Chantal. 
La sua vita non fu facile, sempre percorsa dalla guerra come se fosse segnata da un destino crudele. Dopo l'8 settembre del '43, fu imprigionata assieme ai suoi bambini dai tedeschi, come la sorella Mafalda, in un campo di concentramento vicino a Berlino. Sopravvisse alla prigionia e fece ritorno in Italia nel '45, che abbandonò dopo il referendum istituzionale e la dipartita del fratello Umberto II. Andò a vivere sulla Costa Azzurra e rimase amorevolmente vicina alla madre fino al suo ultimo abbraccio del 28 novembre 1952. 
Le sopravvisse 49 anni, rappresentando Casa Savoia e i suoi valori fino all'ultimo giorno. Sono passati vent'anni dalla sua morte, e mi auguro che qualche giornale ricordi la sua figura. 
La principessa Maria di Savoia lo meriterebbe. Mi sarebbe piaciuto posare sulla sua tomba un fiore e questa frase tratta dal diario di Charles de Foucauld: "Niente ti turbi/ Niente ti spaventi. /Tutto passa. /Dio non cambia. /La pazienza ottiene tutto./Quando si ha Dio, non manca niente. /Dio solo basta. /"Quel Dio che conosce il cuore di chi ha sofferto e lo tiene vicino al suo.