NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 9 agosto 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - XII

Croce si difende calunniando il Re

Croce. Una caricatura
Ma dove egli rivela tutta la preoccupazione di salvare se stesso ed il Partito Liberale dalla complicità nel potenziamento del fascismo lo troviamo nel volume Quando l'Italia era divisa in due (Laterza, Bari) che qualcuno ha definito un libello. Vorrebbe dare ad intendere, con qualche timida affermazione, ch'egli agisca nell'interesse della Patria, ma le 156 pagine del diario sono dominate soprattutto dal rancore verso il Re e da una specie di noncuranza e disistima verso il Principe Umberto. Questo suo stato di animo aleggia in ogni periodo e si capisce come egli l'abbia trasfuso nei suoi interlocutori. Ma affrontando il problema dell'Italia divisa in due la parte al di qua, della linea gotica la divide ancora in due parti: i suoi seguaci o quanto meno quelli che avversano la Monarchia, ed i difensori di questa; anche qui rivelando animosità a dir vero assai piccine per un uomo della sua elevatura, quella ad esempio di scrivere Repubblica con la “R” maiuscola e monarchia con la “m” minuscola. 
Nella sua ossessione poi di farsi apparire come un campione dell'opposizione fascista, afferma di avere rotte le relazioni con Gentile per il solo fatto di essere questi passato al fascismo (31 maggio  1923) come se quell'adesione sia da datarsi dal giorno della tessera. Rompeva le relazioni col suo fraterno amico dopo averlo difeso per la legge fascistissima dello esame di Stato- ma non negava la fiducia a Mussolini. Vent'anni più tardi, a Brindisi, a Bari, a Salerno, solidarizzerà con fuorusciti patentati per atti continuati di anti italianità e con fascisti convertiti all'eroismo anti fascista dopo l'8 settembre. Dal Casati, già presidente della Corte di Cassazione, noto per la devozione illimitata al fascismo, ad Alba di Cespedes, fedelissima del Minculpop e della quale ne fa addirittura una eroina per il fatto che ha dormito 37 giorni in una stalla onde passare le linee tedesche... E così gli scrittori venuti ad adularlo dopo aver scritto per anni e anni libri sulla Germania di Hitler e articoli apologetici per il Regime, son diventati tutti quanti eroi.

Rimprovera al Principe Umberto la sua docilità verso Mussolini, ma quando, dopo l'incidente dell’intervista col Times l'Acquarone lo assicura di una promessa maggiore docilità, Croce ne è tutto compiaciuto.
Eppure nulla vi è stato di anti costituzionale nell’atto di Umberto, ma soltanto la manifestazione di un diritto, di un suo sacrosanto dovere: nell'intervista Egli difende il Padre dalle responsabilità dello scatenamento della guerra, e cioè che era   ingiusto addossare queste responsabilità alla Monarchia, la quale fu la prima ad essere ingannata poiché si sarebbe trovata, in caso di sconfitta, a pagare più di tutti un errore non suo. Sforza attaccò in Consiglio dei ministri Umberto attribuendogli una frase che invece non era contenuta nell'intervista. Il giornale infatti smentì le affermazioni dello Sforza, definendo sleale la condotta del Governo verso Umberto ed in un bollettino degli Alleati questi denunciavano la malafede dei ministri italiani. Ma il Governo impedì che la smentita venisse pubblicata dai giornali. Il diritto alla difesa della Monarchia qualunque delitto le fosse impunemente attribuito era assolutamente vietato dai farisei dei Comitati di Liberazione.

Rimprovera certi atteggiamenti risoluti di Re Vittorio Emanuele, mentre poi stigmatizza «la debolezza del re presente». Elogia il concetto di libertà e di liberalismo di Omodeo del quale ha molta stima per « l'ingegno e la serietà morale» e questo dopo la famosa ingiuria che costui pronunciò al Congresso di Brindisi: «A re Vittorio Emanuele non rimane altro da fare che tirarsi un colpo di rivoltella nella testa ».

E chi era Omodeo? Lo dicono gli studenti di Napoli i quali in una lettera aperta denunciano il loro professore rinfacciandogli il suo passato di cortigiano anti-liberale sfruttatore del regime: l'Omodeo era stato, il 14 luglio del 1922, imperante la sua democrazia, bocciato in un concorso per una cattedra di storia della Chiesa, da una commissione formata dai professori Buonaíuti, Pestalozza, Levi della Vida, Chiappelli, e Columba. In data 6 giugno 1923 il bocciato dott. Omodeo veniva nominato dal ministro Giovanni Gentile, professore di storia della Chiesa, senza alcun concorso, ma per chiara fama. Bocciato solennemente da un regime libero e da una libera commissione di persone dotte al di sopra di ogni sospetto conquista la cattedra che gli permette di insegnare nelle Università mediante un sopruso, un favoritismo fascista col quale il regime aveva annullato il liberale, il democratico sistema delle commissioni e, con decreto firmato da Vittorio Emanuele III, viene nominato professore del tanto odiato regime totalitario nell'Università di Napoli dove si fa eleggere Magnifico Rettore col consenso, con l'appoggio, col plauso
di Benito Mussolini dal quale riceve la tessera del partito nel 1941 (retrodatata al 1925) epoca in cui le iscrizioni portavano il riconoscimento implicito della guerra a fianco dell'Asse.

E' stata una delle più scandalose nomine del fascismo, nomina ch'egli conserva giurando fedeltà al Duce. mentre assurge a magna pars dell'I.S.P.I., noto istituto di studi fascisti dove non disdegna ritirare congrui emolumenti. La lettera degli studenti napoletani suscita un putiferio nelle schiere dei patrioti e Benedetto Croce interviene a prendere le sue difese al fine di sottrarlo dal provvedimento di una giusta epurazione. Il Croce difende l'Omodeo, ma non una parola in difesa di quei disgraziati professori avendo aderito al fascismo unicamente per necessità familiari, erano stati dall'Omodeo crudelmente epurati! Ma vi ha di più. Nel fare la revisione delle cattedre «per chiara fama» Croce ne calcola 37; erano invece 38, mancava quella di Omodeo, escluso dalla epurazione perché assunto - proprio lui - a giustiziere e perché arruolatosi contro i tedeschi, era occupato a Roma a tenere conferenze... Nominato a reggere il dicastero della Pubblica istruzione a Salerno nel governo del Re, l'Omodeo prende certi provvedimenti scatenando l'indignazione degli studenti con astensione- dalle lezioni e dimissioni di  Rettori delle scuole. Un vero pandemonio. Mai ministro dimostrò inettitudine.

Rammenta con giubilo il Croce un ordine, del giorno antifascista per il solo fatto « che comprende tra i fascisti il re». E più oltre si domanda: «Perché mai questo sventurato non ha, almeno, abdicato, cedendo la corona al figlio che non è così direttamente responsabile e gravemente compromesso come lui?» E poi ancora : «Credo che questo giuoco, che dovrebbe, far passare sopra alla condotta deplorevole tenuta dal re nel corso del fascismo, non riuscirà e a ogni modo staremo vigili a sventarlo». Deciso a colpire il Re per discolpare se tesso, mette le mani avanti affermando che «non è nostra colpa se la monarchia dei Savoia ha perduto ogni prestigio». E parlando con Sprigge, giornalista straniero, si lamenta perché «l’nghilterra vuole che a capo dell'Italia resti il responsabile dell'avvento del fascismo [testuale] e che ora è il più pericoloso, il re ».

Non cessa di agitarsi per l'abdicazione e quando viene interpellato sulla eventuale collaborazione al ministero «messo su dal re», egli risponde «inculcando il rifiuto e la più rigorosa intransigenza». Questa avversione di Croce, Sforza, De Nicola, Omodeo ed altri, ed il rifiuto di collaborare al governo di Badoglio, ritardò la formazione del ministero, ritardo che derivava pure da altra difficoltà, creata da un curioso fenomeno, l'attendismo. Quegli ex fascisti o filofascisti erano diventati si, tutti antifascisti e repubblicani ma non al punto da assumere alte responsabilità. In quei giorni non si era ancora delineata la sconfitta tedesca in tutta la sua grandiosità ed i candidati, incerti dell'avvenire, attendevano la vittoria alleata per muovere con tutta sicurezza all'arrembaggio delle cariche. Intanto arrivava Togliatti (2 aprile 1944) che capovolgeva la situazione con la sua tesi collaborazionista la quale permise ai comunisti di andare al governo. Le conseguenze sono note. Di questo sono responsabili i sunnominati uomini politici in particolare e tutto quel gruppo di fuorusciti calati a Bari, Brindisi e Salerno sulle carrette delle salmerie dell’esercito straniero, quegli sciacalli antifascisti che in quel periodo rappresentarono l'anti-Italia.

Il Croce rilevò bensì l'inconveniente, del caso Togliatti ma tuttavia seguì l'inviato dal Cremlino nella distruzione dello Stato e nella decapitazione della nostra più gloriosa tradizione nazionale. L'ira è cieca, dice il proverbio: e nella sua cecità il nostro filosofo pur di abbattere il Sovrano si associa all'inviato dallo straniero, al campione incaricato da Stalin di instaurare il comunismo in Italia. E continua ad essere in stretti contatti - com'egli stesso confessa – con l’inglese Sprigge, quello di radio Londra, l'ispiratore delle diffamazioni contro di noi, in rapporto con quegli italiani appartenenti al Partito d'Azione i quali incitavano gli Alleati a bombardare le nostre navi e le nostre città, e questo tutto in odio al fascismo. 

Mentre gli Alleati sono Contrari all'abdicazione Croce si intesta per convincerli della necessità che il Re se ne vada. Egli tiene una conferenza a Napoli, conferenza nella quale non accontentò nessuno, né monarchici né repubblicani. Intanto è costretto ad ammettere, che i tentativi di formare gruppi di combattimento andarono falliti. Mancava la bella e pura fiamma incitatrice, mancava la bandiera dello scudo crociato che trascinò i fanti del Carso e del Trentino al grido inebbriante dì guerra: Savoia! Grave la confessione del Croce quando accenna ai soldati che «non si sentono di combattere per il re, dopo quanto io e lo Sforza avevamo dimostrato delle colpe e del carattere di lui»; egli confessa insomma di avere fatto opera di disfattismo contribuendo così con la propaganda ad annullare la volontà combattiva dei soldati. Da questo stato d'animo alla rivolta od alla diserzione non c'è che un brevissimo passo. Come, durante l’Aventino l'antifascismo combatteva Mussolini insultando il Re, ed indebolendo 1’autorità della Monarchia, così ora pretende combattere il nemico tedesco esaltando la vigliaccheria presso i nostri soldati.

Del resto questa confessione fa il paio con l'altra più grave ancora: quella di desiderare la sconfitta dell'Italia in odio al fascismo da lui scritta e ripetuta alla Costituente e fra gli applausi calorosi dei congressisti liberali (aprile del 1946) oramai convinti repubblicani in omaggio al filofascismo del partito spiegato negli anni dal 1920 al 1925.

Croce pone il Re di fronte al fascismo, lo investe delle responsabilità di averlo cresciuto, allevato, tollerato, ne fa un complice di Mussolini, lo accusa di non essersene liberato, ma non dice quando e come poteva liberarsene.
Croce, pone un problema storico e non solo non è capace di risolverlo, ma non accenna lontanamente ad una eventuale, approssimativa soluzione. Qui sta tutta la leggerezza di Croce. Egli non solo fa da pubblico accusatore senza alcuna  prova, ma lo fa con inusitato accanimento pur sapendo che l'accusato non aveva altra via da seguire. E se colpa vi  fu egli stesso, il Croce ne fu complice necessario, volontario e consapevole.
Per valutare l'opera di Benedetto Croce attraverso la sua azione politica e nell'ingiusto accanirsi contro Re Vittorio Emanuele - valga la famosa difesa che egli fece durante la prima grande guerra, di Guglielmo II. Tedescofilo fino all'inverosimile nel 1915-1818; anglofilo fino a desiderare la nostra sconfitta nel 1940-1945. Spirito di contraddizione, o cecità politica? Un poco di tutto. Nel numero II (anno 1919) di Rivista Politica diretta da Alfredo Rocco e F. Coppola, Benedetto Croce affidava un articolo in difesa di Guglielmo II e della Germania, nel quale prende di petto i «fossili della democrazia» che riproducono «due personaggi o tipi, che hanno potuto e possono ammirare nella odierna pubblicistica politica: il cercatore di responsabilità e il moralista politico». E questo a proposito delle accuse al Kaiser che scatenò la guerra accusa trasferita poi «dal singolo individuo alla classe sociale». Il Croce definisce questa «ricerca del responsabile degli avvenimenti storici» come un «vecchio errore ben noto, segnato nel catalogo dei metodi falsi e da evitare» metodo che se culminò nel settecento è oramai «rigettato e scansato con vigile cura dalla storiografia dell'Ottocento». Perciò, egli soggiunge, «ogni buon cittadino deve opporsi con ogni possa ai ricercatori di responsabilità storiche e ai moralisti della politica, inconsapevoli traditori dei popoli ai quali appartengono ». E questi inconsapevoli traditori nella cui categoria il Croce si è voluto consapevolmente inserire con le accuse al Re, li chiama ancora « codesta genia » verso la quale egli dice di provare « qualcosa di più e di diverso del semplice sentimento di riprovazione, di diffidenza e, di vigilanza », ma addirittura di essere « preso da "un sentimento di ripugnanza e di ribrezzo, come, innanzi a persona che sia affetta da morbo schifoso »; e questo sentimento di ripugnanza egli lo giustifica dal fatto che «questi ricercatori di responsabilità non sono altro che esseri sordi alla schietta morale» in quanto che col proseguire la ricerca dì una responsabilità immaginaria essi «si risparmiano di ricercare la propria e personale, che l'uomo probo prima di ogni altra ricerca». Fra i responsabili della guerra accusatori di Guglielmo II accenna soprattutto a coloro i quali - in Italia - votarono contro le spese militari, rendendosi così complici delle responsabilità dell'imperatore tedesco.

Croce dunque è eccezionalmente violento e severo nel deplorare coloro i quali hanno osato ricercare e condannare le responsabilità di Guglielmo II che scatenò il tremendo conflitto europeo, ed all'udire le « gesticolate declamazioni di codesti accusatori di responsabilità e moralistici politici», « sento – egli afferma - allontanarsi il freno del Galateo e rimormoro le parole che Francesco d'Assisi consigliò a frate
Leone di gettare sul viso al diavolo, che gli si presentava in forma di crocefisso: Apri la bocca, ecc; e rimastico i versi del nostro Carducci: O idealismo umano, affogati... » Nella cecità polemica il nostro filosofo inciampa persino in un errore di persona: non è a frate Leone che Francesco d'Assisi suggerisce le parole con le quali affrontare il diavolo ma bensì a frate Ruffino: «Apri la bocca, che ora ti voglio… e questo ti sia  il segnale, ch'egli è il Demonio e non Cristo: e dato che tu gli araí tale risposta, immantanente fuggirà » (S. Francesco, I Fioretti , XXIX).

I versi del Carducci sono quelli dell'Intermezzo , anche questi poco... eleganti: « E l'asino, che vien de l'ortolano - Lo fiuta con dimesso - L'orecchio, e pensa: - O idealismo umano, - Affogati in un cesso».

E così Benedetto Croce dimentica il Galateo per difendere Guglielmo II sovrano straniero, come lo dimentica per accanirsi contro il Sovrano del suo Paese in guerra: e contrariamente ai suoi insegnamenti di ,storico, dà maggior rilievo ai fatti negativi invece elle agli elementi attivi. Sconfessa se stesso per dar sfogo ai suoi rancori personali. Resta pertanto stabilito per sua esplicita confessione che i ricercatori delle responsabilità di Guglielmo II hanno suscitato nel nostro storico « un sentimento di ripugnanza e di disprezzo. come innanzi a persona che sia affetta da morbo schifoso ». Gli italiani solidali col loro Sovrano ingiustamente accusato di responsabilità non Sue. come devono comportarsi nei confronti del Croce? Edmondo Cione polemizzando col suo Maestro, al quale fu per anni legato da comunità di pensiero filosofico e di lavoro, afferma di essersi allontanato da lui a causa del suo persistere in un atteggiamento anti-italiano. Quali sentimenti crede egli dunque di avere suscitato negli italiani? Ci consenta queste severe domande il Filosofo dello « storicismo ». Domande delle quali possiamo anche prevedere la risposta, dato lo spirito di intolleranza che lo anima ed il suo tono di superiorità che domina la sua polemica. Egli sostiene che quanto è stato da lui scritto contro il Re è «di grande elevatezza e non resiste ad obbiezioni (!!!), mentre quanto e stato scritto in favore è soltanto costituito da «foglietti ed articoli sciocchi e spesso sgrammaticati». E poi ancora: «...gli scrittorelli monarchici, se per una volta avranno la penna intelligente... ». E via di questo passo: così il filosofo dello storicismo scrive e commenta la storia (1).


(1) Ecco qui un esempio della imparzialità liberale, della serenità del Croce nei suoi studi. Nella vasta produzione storica, letteraria e filosofica gli è toccato di esaminare l'opera di persone mediocri. Ma rimarrebbe disilluso chi volesse trovare uno studio, un profilo di Roberto Ardigò: due sole sono le citazioni, ed incidentali. Ministro della P.I. nel 1920 dovendo commemorarlo alla Camera e non potendo farne a meno, si limita ad ammettere che « egli è uno di quegli uomini che, per avere rappresentato in modo eminente il pensiero di una età, per avere assolto il compito suo, rimangono nella storia». Eppure l'Ardigò fu italiano dì fama mondiale, filosofo insigne per coltura e per dottrina. La sua filosofia derivava da Augusto Comte, da Carlo Darwin, da Erberto Spencer, il suo pensiero fu l'espressione di quello realistico e sperimentale del Rinascimento italico che va da Pietro Pomponazzi a Galileo. «Positivismo» fu il suo sistema che ebbe fra tanti seguaci Enrico Ferri, Cesare Lombroso, Gaetano Negri, il Marchesini, Cesare Ranzoli, Alessandro Groppali, Achille Loria, Giuseppe Tarozzi, Arrigo Tomassia ed altri eminenti esponenti della cultura dominante dopo il 1870. Fu in gioventù sacerdote officiante, ed un giorno, nell'orto della canonica «guardando una rosa rossa» ebbe la rivelazione del concetto di «formazione naturale» che egli illustrava «nel fatto del sistema solare» e per il quale spiegava come il ragionamento logico non potesse ammettere la esistenza di Dio, poiché il concetto di naturalità assoluta implica l'assoluta eliminazione del Soprannaturale. Discutibile tesi certamente, ma pur tuttavia continuazione luminosa del pensiero realistico del Rinascimento, onde l'utopia riceve il battesimo della scienza col magistero del positivismo sperimentalista.

Cresciuto alla scuola neo-idealista dì Benedetto Croce, agli antipodi quindi di quella positivista dell'Ardigò, non posso però non biasimare la silenziosa ostilità con la quale egli vorrebbe seppellire questo sacerdote della scienza che tanto lustro ha dato al nostro Paese, e ciò soltanto  perché ideatore di un sistema filosofico contrario al suo. Ricordo in una visita a Mantova - la imponente socratica figura dell’Ardigò, intento a raccontare l’illibatezza della sua vita giunta sino all’eroismo della castità. Commovente la narrazione dell’incontro con Monsignor Martini quando sì reco a comunicargli la perduta fede in Dio. Il santo confessore dei Martiri  di Belfiore aveva compresa l'intima tragedia del suo discepolo. Croce invece non gli perdonò mai di non pensarla come lui.


sabato 8 agosto 2015

«L’ITALIA DEI SAVOIA SALVÒ L’AUSTRIA»

In libreria il volumetto di Waldimaro Fiorentino sulla Grande Guerra

BOLZANO. Nella sterminata libellistica comparsa in occasione del centenario della Grande Guerra, c’è anche un libricino, dall’apparenza esile ma dagli obiettivi ben chiari. L’autore è Waldimaro Fiorentino, e il titolo del libro è, con la massima semplicità, “La Prima Guerra mondiale”, edizioni Catinaccio. 
Fiorentino è uno che ha bisogno di poche presentazioni. Fare lo storico non è mai stato il suo mestiere, ma la passione per la storia l’ha accompagnato per tutta la vita, al punto che nel suo curriculum compaiono oltre 600 conferenze in tutta Italia su temi di storia contemporanea o di storia delle minoranze linguistiche. Il volumetto di Fiorentino, una sessantina di pagine in tutto, tiene a mettere a fuoco due particolari aspetti di un conflitto enormemente complesso e ricco di implicazioni economiche, politiche, strategiche, umane. 
Vediamoli. Il primo: respingere al mittente l'accusa di fellonia all'Italia per il supposto voltafaccia nei confronti della “Triplice”. L’autore ricorda che il carattere dell’alleanza era dichiaratamente difensivo e prevedeva il soccorso degli alleati solo in caso di aggressione dall’esterno. 
Inoltre il trattato prevedeva all'articolo 7 che gli alleati dovessero interpellare l’Italia prima di ogni azione militare e riconoscere al nostro Paese compensi equivalenti per ogni loro ingrandimento territoriale anche temporaneo. Inoltre una specifica clausola esonerava l’Italia da azioni di guerra dirette contro l'Inghilterra. Bene: nessuna di queste condizioni venne rispettata. 
L’Italia non fu neppure interpellata prima dell’inizio delle ostilità e di compensi l’imperatore d'Austria non volle mai sentir parlare. Dunque l’iniziale neutralità italiana aveva solide motivazioni. Di fatto lo spirito della Triplice fu tradito proprio dagli imperi centrali, non certo dal nostro Paese. 
L’altro aspetto che sta a cuore a Waldimaro Fiorentino riguarda ciò che accadde alla fine del conflitto, con l’Italia impegnata ad evitare la disgregazione dell’Austria, cosa che non viene mai ricordata. 
«L'Austria - scrive l'autore bolzanino - si incamminò volontariamente verso la sua disgregazione e furono proprio le potenze vincitrici, prima fra tutte l'Italia, a mantenerla in vita: il Vorarlberg si offrì alla Svizzera, che declinò l’offerta; l'Austria tedesca votò l'annessione alla Germania, ma l’Intesa impedì l'unione; il Tirolo offrì la Corona della regione fino a Kufstein a Vittorio Emanuele III, il quale nel rispetto degli accordi tra le potenze dell’Intesa si fermò al Brennero». 
Non solo, «L'Italia fece molto di più delle altre potenze per scongiurare la cancellazione dell’Austria dalla carta geografica; offrendosi persino di rinunciare ad alcune rivendicazioni». 
Insomma, secondo Fiorentino, se l’Austria esiste ancora lo deve al Belpaese anche se oggi, soprattutto alle nostre latitudini, nessuno ha voglia di ricordarlo. (k.c.)

venerdì 7 agosto 2015

AGLIE' - Il castello di Elisa di Rivombrosa torna a crescere: 10 mila turisti in più nel 2014

Dopo due anni con il segno "meno", sono tornati a crescere i visitatori che hanno scelto la residenza sabauda "made in Canavese" patrimonio dell'umanità



I fasti di Elisa di Rivombrosa, sia chiaro, sono distanti più di un decennio. Eppure qualcosa si muove, turisticamente parlando, al castello di Agliè. Dopo due anni con il segno "meno", nel 2014 sono tornati a crescere i turisti che hanno visitato la residenza sabauda "made in Canavese". Nel 2014 (dati ufficiali del Ministero dei beni culturali) il castello è stato visitato da 69929 turisti, contro i 59704 del 2013. 
 
Nel dettaglio sono stati 37632 i visitatori paganti e 32297 quelli non paganti (complice la prima domenica del mese gratuita). Questo ha permesso alle casse del castello di incassare circa 102 mila euro. Anche questo è un dato in crescita: l'anno scorso il castello di Elisa di Rivombrosa aveva registrato un incasso lordo di 80 mila euro. Numeri in ripresa anche se confrontati con il 2011, anno record, con 85340 visitatori. Ovvio che i dati vanno ponderati con la popolarità del castello. Negli anni d’oro, quelli della fiction «Elisa di Rivombrosa», quasi 100 mila turisti passarono per il piccolo centro del Canavese. Era, però, il 2004. 
 
Non mancano, anche oggi, le criticità. Domenica scorsa, ad esempio, con la giornata gratuita, moltissimi turisti sono rimasti in coda per un'ora per poi scoprire di non poter entrare perchè il castello ha chiuso in anticipo a causa del grande afflusso di visitatori. Effetti collaterali di un rinnovato interesse per Agliè e il suo borgo. Interesse che, però, dovrà essere gestito diversamente in futuro, altrimenti si rischia il più classico dei boomerang. E sarebbe davvero un peccato adesso che mezzo Canavese si è reso conto che il rilancio del territorio passa inevitabilmente dalla promozione turistica dei propri beni.
 
Anche in questo senso, per fortuna, qualcosa si muove. Dopo anni di progetti si sta finalmente definendo il "biglietto unico" delle regge sabaude, un unico ticket che permetterà ai turisti di tutto il mondo (in gran parte attratti dalla Reggia di Venaria) di visitare anche le altre dimore di casa Savoia, compreso il castello di Agliè, patrimonio dell'umanità Unesco. Sarà forse il 2016 l'anno buono? 

I Savoia e la Valle d'Aosta

Una serata fotografica dedicata ai Re d'Italia 
ed al loro legame con la Valle d'Aosta













Courmayeur, Martedì 11 agosto alle 21.15/ Jardin de l'Ange



domenica 2 agosto 2015

Emanuele Filiberto, il campione della Savoia

01/08/2015 di Silvia Mangano

Emanuele Filiberto Testa di Ferro
Il duca Emanuele Filiberto, ritenuto il fondatore del moderno stato sabaudo, morì nel 1580, amato dai sudditi e rispettato come illustre condottiero e sovrano da tutta l’Europa.
Emanuele Filiberto, futuro duca di Savoia, nacque l’8 luglio 1528 a Chambéry, da Carlo II di Savoia e di Beatrice di Portogallo. Il suo stato di terzogenitura lo avviò automaticamente alla carriera ecclesiastica, tanto che il papa Clemente VII già nel 1530 aveva promesso al padre del fanciullo una berretta cardinalizia e il vescovato di Ginevra – città ancora appartenente al ducato: a corte venne definito “il cardinalino” e così lo si volle ritrarre in un quadro ancora oggi conservato a Torino. Tuttavia, la prematura scomparsa di entrambi i fratelli maggiori (Adriano e Luigi) costrinse la famiglia a indirizzarlo agli studi umanistici e militari per farne un erede di tutto rispetto nel proscenio europeo, abbandonando il progetto di farne un cardinale influente alla corte del Papa.
All’epoca, il ducato dei Savoia si trovava in un’infelice posizione: incombeva, a Oriente, la presenza francese, mentre a Occidente il ducato di Milano sarebbe presto passato in mano francese e poi imperiale. Non fu certo una sfortunata coincidenza se, nell’anno della sua successione a duca di Savoia (1553), il re di Francia decise di occupare le terre sabaude: il giovane duca, infatti, si trovava sul campo di battaglia a combattere a fianco dell’imperatore.
Fu il servizio prestato agli Asburgo fin dall’età di quindici anni che permise a Emanuele Filiberto di guadagnarsi la fiducia della famiglia imperiale. Fu caro amico di don Juan, il figlio naturale dell’imperatore che sconfisse i turchi a Lepanto, e per le doti strategiche e militari divenne comandante dell’Armata di Fiandre, a cui seguì nel 1556 il titolo di governatore.
Esiliato dalla propria patria, il Savoia servì tenacemente gli Asburgo nella speranza, una volta conclusa la guerra in corso da più di dieci lustri, di rientrare in possesso del ducato. Ciò avvenne soltanto nel 1559, alla stipulazione della pace di Cateau-Cambrésis, tramite cui i rispettivi sovrani di Francia e Spagna, Enrico II e Filippo II, si promettevo di cessare le ostilità. A garanzia della pace vennero strette salde unioni matrimoniali tra i due regni, unioni in cui fu compreso anche Emanuele Filiberto. Gli venne concesso di ritornare in possesso di quasi tutti i territori sabaudi – Ginevra, ormai protestante, entrava a far parte della confederazione svizzera –, solo e soltanto qualora avesse sposato Margherita di Valois, sorella di Enrico II e più vecchia del Savoia di cinque anni.
Tornato dall’esilio, trasferì la capitale a Torino e avviò una serie di riforme che traghettarono il ducato verso la modernizzazione dell’apparato statale. Centralizzò il governo e unificò il sistema finanziario, abolendo gli statuti cittadini e feudali che fino ad allora avevano garantito una certa disomogeneità amministrativa; abolì il latino come lingua ufficiale e preferì il volgare nei territori piemontesi e nel contado di Nizza e la lingua francese nei territori a ovest delle Alpi. Riuscì, inoltre, a costituire un esercito locale, che andò a sostituire quello di ventura (utilizzatissimi da tutti i sovrani dell’epoca) e che si ritagliò un piccolo spazio sul glorioso podio che spettò ai vincitori della battaglia di Lepanto (1571). In ambito religioso, attuò le riforme chieste dal Concilio di Trento, ma fu estremamente benevolo con la minoranza valdese all’interno del ducato, a cui concesse una forma di libertà di culto con la pace di Cavour (1561), considerato uno dei primi documenti da parte di un’autorità secolare concedenti libertà religiosa nell’Occidente europeo.
Il duca Emanuele Filiberto, ritenuto il fondatore del moderno stato sabaudo, morì nel 1580, amato dai sudditi e rispettato come illustre condottiero e sovrano da tutta l’Europa.

sabato 1 agosto 2015

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II

La decima parte dell'intervista di Nino Bolla del 1949.
Il Re, preveggente, si rende conto dei "regionalismi" e  lascia trasparire qualche preoccupazione.


http://www.reumberto.it/bolla0.htm

venerdì 31 luglio 2015

Hanno sbattuto Juan Carlos in cantina e si sono dimenticati del col. Tejero

di MIMMO  CÁNDITO

Chiuso in una scatola di cartone sigillata con due bei giri di scotch, ieri il vecchio (ex)re Juan Carlos lo hanno sbattuto in cantina, a prendersi la polvere dell'oblio. Ma che bella pensata, che coraggio iconoclasta, che difesa dei valori alti della patria messi seriamente a rischio dalle spericolate avventure del vecchio pensionato in disarmo. A mostrare tanto indomito ardore é stata la neosindaca di Barcellona, Ada Colau, che ha mandato via dalla sala consiliare un antico busto di un Juan Carlos e che peró, con i suoi giovani 41 anni, se rivela certamente di seguire l'intransigenza etica di cui fa sfoggio la sua galassia di “Podemos”, rivela anche – e purtroppo per lei – quanta profonda ignoranza della storia spagnola, e quanta stupida iattanza nazionalista, possano accompagnare un esercizio beceramente salviniano dei poteri locali. 

C'é un bel termine spagnolo per definire i libertini assatanati di donzelle - “mujeriego – e Juan Carlos, da giovane ma anche da vecchio, nascosto sotto il casco della moto sulla strada dell'alcova clandestina o immortalato in etá ad ammazzare elefanti con mature contesse, é stato per tutta la sua vita un mujeriego impenitente, spasso che il suo ruolo di re gli avrebbe dovuto fermamente risparmiare. Tanto impenitente e sfacciata, questa sua irresistibile ossessione, che la povera regina Sofia ha dovuto tacere appartata nell'ombra fin che il suo regale matrimonio glielo imponeva, ma poi – una volta andato in pensione da re il suo fedifrago marito – gli ha sbattuto la porta in faccia e se n'é andata a vivere per i fatti propri. 

La giovane sindaca avrebbe dunque tutte le sante ragioni per indignarsi, e difendendo il suo cuore di femminista oltraggiata sbattere via in cantina quel busto che puzza di tracotanza machista fin dentro la sua anima di bronzo. 

Non solo. Ma il vecchio (ex) re, oltre a corteggiare donzelle in calzine bianche e poi mature aristocratiche, pare che reggesse la sua corona con una qualche indifferenza verso il rispetto delle leggi e, soprattutto, verso gli obblighi del conflitto d'interessi; alla fine, certo, lo hanno dichiarato impunibile, per quanto aveva (mis)fatto dall'austero tavolo ufficiale della Zarzuela, ma – se lui é riuscito a farla franca e a sottrarsi ai giudici – ha dato tanti pochi esempi di lodevole onestá che una delle sue figlie, e ancor piú il suo principe consorte, sono oggi sulla porta della galera. 

Altre sacrosante ragioni si aggiungerebbero dunque alla decisione indignata della giovane (ma ignorante, ahimé, ignorante) alcaldesa, perché un simile pasticcione, fors'anche un trafficone, debba andarsene per sempre in cantina. E peró, la giovane salviniana, che di tutti i salviniani dimostra di avere le stesse pregevoli “qualitá”, non si é resa conto che quando la Spagna le diede i natali, quella Spagna era ancora la Spagna eterna e immobile del dittatore Francisco Franco, dove ogni pensiero libero era marchiato del timbro “rojo”del comunismo, e dove gruppi come Podemos & Co. se soltanto pensavano di alzare la cresta e protestare contro il potere istituzionale venivano sbattuti in galera e se ne perdevano le chiavi. 

Nella notte del 23-F del 1981, quando la nostra alcadesa dai sacri furori aveva appena 7 anni e giocava ancora con le bambole, la neonata democrazia spagnola si trovó ad appena un passo dal precipitare nel baratro del ritorno alla dittatura. La salvó, sia pure dopo qualche tentennamento la cui natura gli storici tuttora analizzano, la salvó quel giovane re che stava apprendendo tutti i sacrifici e tutte le criticitá che comporta l'esercizio del potere, quando un paese ha vissuto per 40 anni sotto la dittatura e la sua societá deve ancora imparare bene a difendere i beni preziosi che accompagnano la libertá. Quella notte, quasi alle 2 del mattino, quando i giornalisti di mezzo mondo accorsi a Madrid finalmente vedemmo sul piccolo schermo di una televisione ancora in bianco e nero apparire il giovane re, nel sua alta uniforme di Capitan General, con la voce ancora dominata dall'emozione per quel golpe d'un baffuto Tejero che pareva un colonnello da operetta con il suo tricorno di cartone della Guardia Civil, quando lo sentimmo che diceva la sacra parola “Constitución”, percepimmo quasi sulla pelle il sospiro di sollievo della Spagna, che ritrovava la strada della democrazia e, di questo, doveva ringraziare quel suo giovanotto con la voce incrinata. 

Allora, gentile neoalcaldesa, per cortesia, si studi la storia nazionale - che é quella della Spagna delle nazionalitá, e delle diversitá storiche nell'unitá del paese - e se crede, ma dopo aver studiato, faccia pure le sue battaglie indipendentiste, agiti pure il drappo a righe rosse e gialle della nazione catalana, rivendichi pure un referendum che separi Barcellona da Madrid, e peró non dimentichi che, se oggi ha potuto fare quella sciagurata scelta di sbatter via un vecchio busto di bronzo che mostrava la faccia di un giovare re della democrazia, questa sua decisione l'ha potuta fare perché in quella notte di 34 anni fa, quando lei giocava ancora con le bambole e faceva la pipí nel vasino, ci furono uomini e istituzioni che salvarono il suo futuro politico. Auguri, senora, y suerte. 

giovedì 30 luglio 2015

Con la tomba del re soldato salviamo un pezzo della nostra storia

Non c’è bisogno di ricordare Luis Sepulveda per dire che un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”. Più che una citazione è una constatazione, particolarmente necessaria in un’Italia dove la “memoria” è a fasi alterne, più segnata dall’opportunismo politico che dalle sue intime ragioni spirituali, più capace di dividere che rimarcare un’identità. Già prevedendo reazioni “trasversali”, da destra a sinistra, facciamo comunque nostro e rilanciamo l’appello di Maria Gabriella di Savoia, “Non lasciamo all’Isis la tomba del Re Soldato”, pubblicato da “il Giornale”. Scrive la nipote dell’ultimo re d’Italia: «In considerazione delle gravi tensioni e violenze che stanno interessando l’Egitto, ritengo che per un dovere civile e morale sia giunto il momento di procedere al rientro delle salme di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena: per salvarne la loro e la nostra collettiva memoria. Molte nazioni oggi repubblicane ma che furono monarchie hanno provveduto al rimpatrio delle salme dei loro regnanti e ciò non solo in segno di pacificazione nazionale, ma anche nel rispetto della tradizione storica. Perché il nostro paese non può fare altrettanto? Sarebbe imperdonabile per l’Italia repubblicana non aver impedito che un gesto vandalico oltraggiasse, profanandoli, i resti mortali di chi indissolubilmente è legato alla nostra identità nazionale, di chi appartiene alla storia d’Italia».

La tomba del re soldato

È un dato di fatto che la tomba di Vittorio Emanuele IIIe della Regina Elena, conservata nella chiesa di Santa Caterina, al Cairo, sia a rischio. Doveva essere, nel 1947, una sistemazione provvisoria, ma come si sa – per dirla alla Prezzolini – “in Italia nulla è stabile fuorché il provvisorio”. Anche le figure e le memorie che rappresentano la nostra Storia, nel bene e nel male, sono condannate a questa “provvisorietà”. Un po’ come le norme “transitorie” della Costituzione, diventate paradossalmente, in alcuni passaggi, fondative dello stesso ordinamento repubblicano. Di fronte al rischio che la tomba dell’ultimo re d’Italia finisca, sotto le mazze dell’Isis, come i tesori d’arte di Palmira, Ninive e Mosul, è tempo che le salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena tornino in Italia. La questione non è essere pro o contro la monarchia. In gioco c’è la nostra Storia, complicata e “stratificata” come tutte le Storie. Ma pur sempre “nostra”, perché quel Re, morto in esilio, fu ai vertici dell’Italia unita per quarantasei anni (dal 1900 al 1946), diventando, nel bene e nel male, il simbolo stesso del nostro essere Nazione. Perciò gli è dovuta nuova e degna sepoltura. Finalmente in Italia, cercando di evitare che con un pezzo della nostra Storia vada in frantumi anche la nostra dignità nazionale.

http://www.secoloditalia.it/2015/07/tomba-re-soldato-salviamo-pezzo-nostra-storia/

S.A.R. la Principessa Maria Gabriella è figlia dell'ultimo Re d'Italia e non nipote. Quanti svarioni! (nota dello Staff)

Riportiamo in patria i Re d’Italia (2)

di Cristina Siccardi

L’articolo Riportiamo in patria i Re d’Italia della scorsa settimana ha destato un vivo interesse da parte di molte persone, le quali hanno portato alla luce alcune significative considerazioni che è ora opportuno presentare in maniera documentata.

Innanzitutto è da evidenziare il fatto che l’Istituto monarchico, nonostante il comunismo abbia fatto di tutto non solo per affossarne la memoria, ma per infangarlo, anche attraverso una campagna anti-Savoia studiata ad hoc, continua a suscitare interesse in chi, seppur giovane, è sconfortato di fronte al vilipendio e alla dissipazione dei valori della vita, della famiglia, della patria, del Cristianesimo, quei valori di cui la monarchia sabauda è stata interprete attraverso diverse figure esemplari, come furono i suoi 6 beati (Beato Umberto III conte di Savoia; Beato Bonifacio di Savoia, Monaco certosino e arcivescovo di Canterbury; Beata Margherita di Savoia, Marchesa del Monferrato, monaca domenicana; Beato Amedeo IX di Savoia, Duca di Savoia, Terziario francescano; Beata Ludovica di Savoia; Beata Maria Cristina di Savoia, Regina delle Due Sicilie), i suoi Venerabili riconosciuti tali dalla Chiesa, le sue donne e i suoi uomini morti in concetto di santità e quei suoi membri estranei agli interessi rivoluzionari e liberali.

Il senso civico e il senso cristiano si fondono, quindi, in chi desidera il rimpatrio delle salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena e pertanto ha visto, nell’appello accorato di Maria Gabriella di Savoia, oltre ad una legittima richiesta, anche una corale esigenza italiana, tanto più che l’Italia è l’unico Paese in Europa che ancora mantiene all’estero le salme dei propri Sovrani Capi dello Stato.

Nel 1981, infatti, il Governo greco, subito dopo la morte a Madrid della Regina Federica, autorizzò il rimpatrio della salma e la sepoltura nella Tomba Reale di Tatoi; in Albania (2011), Montenegro (1989) e Serbia (2013) i Governi hanno fatto rientrare, con gli onori militari dovuti al loro rango, le salme degli ultimi Re – Zog di Albania, Nicola del Montenegro e Pietro di Jugoslavia – e delle loro consorti, organizzando solenni cerimonie presiedute dai rispettivi Presidenti della Repubblica; nel 1989 il Governo austriaco organizzò, con il cerimoniale in vigore durante la Monarchia, il funerale dell’ultima Imperatrice Zita; lo stesso cerimoniale è stato adottato nel 2011 per il funerale dell’Arciduca Otto d’Asburgo.

Entrambe le cerimonie funebri sono avvenute alla presenza dei Presidenti della Repubblica austriaca in carica in quegli anni. La salma dell’ultimo Imperatore, il Beato Carlo I (marito di Zita e padre di Otto), è ancora a Madeira non per volontà del Governo austriaco, bensì per l’opposizione al trasferimento delle autorità dell’Isola, della Chiesa locale e della popolazione. Inoltre in Russia i resti dello Zar Nicola II e della sua Famiglia sono stati sepolti, nel 1998, con tutti gli onori a San Pietroburgo e la Chiesa Ortodossa russa li ha canonizzati nel 2000; mentre nel 1965, il Presidente egiziano Nasser fece subito rientrare al Cairo e seppellire con gli onori del caso la salma di Re Farouk.

Alcuni, nel leggere l’articolo precedente, sono rimasti stupiti nell’apprendere le difficili condizioni economiche in cui versarono Vittorio Emanuele III, la Regina Elena ed Umberto II, ma questa è realtà storica testimoniata e verificata. Allo stesso tempo è necessario ricordare la donazione di cui si fece interprete Vittorio Emanuele III, quando decise di offrire allo Stato italiano la sua straordinaria raccolta di monete italiane (Corpus Nummorum Italicorum), la più importante collezione numismatica al mondo: era il 9 maggio 1946 quando scrisse una lettera al Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, subito dopo l’abdicazione e prima di imbarcarsi per Alessandria d’Egitto.

Il 16 maggio ricevette questo telegramma:

«S.M. Vittorio Emanuele Alessandria d’Egitto

Ho letto al Consiglio dei Ministri la lettera con la quale V.M. annunciava la cessione della raccolta numismatica allo Stato italiano.

Il Consiglio dei Ministri il quale sa apprezzare tutto il valore del dono per la storia del nostro Paese mi ha incaricato di esprimere a V.M. la gratitudine del Governo.

Adempiendo a tale gradito incarico la prego di accogliere i sensi del mio profondo ossequio.

Alcide De Gasperi».

Le ultime due casse di monete che Vittorio Emanuele III aveva trattenuto per completarne la catalogazione (allegando alla sua lettera di donazione una nota nella quale scriveva di trattenerle per tale ragione) furono donate, nel febbraio 1983, da Re Umberto II allo Stato italiano. Il Presidente del Consiglio dell’epoca, il Senatore Amintore Fanfani, fece stimare, proprio in quegli stessi giorni, la collezione completa: risultò del valore di 100 miliardi di Lire.

Ad eseguire la consegna delle due casse, per mandato dello Stesso Umberto II, fu il Marchese Fausto Solaro del Borgo, scomparso il 9 luglio scorso (due giorni dopo la scomparsa di un altro grande gentiluomo dell’Italia retta ed onesta: il Marchese Luigi Coda Nunziante di San Ferdinando), devoto collaboratore e fedele amico di Re Umberto, il quale fece un’altra storica e, in questo caso anche devozionale, donazione: la Sacra Sindone.

L’annuncio della donazione alla Santa Sede nella persona del regnante Pontefice Giovanni Paolo II venne data il 25 marzo 1983, sette giorni dopo che il Re era spirato a Ginevra (18 marzo 1983), dall’avvocato Armando Radice, il quale lesse il seguente comunicato:

«In data 23 marzo, il marchese Fausto Solaro del Borgo ha consegnato a sua eminenza reverendissima il cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato di Sua Santità, una lettera degli esecutori testamentari di Sua Maestà Umberto II, Sua Maestà Simeone di Bulgaria e Sua Altezza Reale il Langravio Maurizio d’Assia, con la quale lo pregavano di informare Sua Santità Giovanni Paolo II che il defunto Sovrano aveva disposto tra le sue ultime volontà che la Santa Sindone conservata nel Duomo di Torino venisse offerta in piena proprietà al Sommo Pontefice (…)», ritenendo, come è scritto nel documento di donazione dello stesso Umberto II, «doveroso per il futuro garantire definitivamente l’affidamento alla Chiesa di una delle reliquie più insigni della Passione di Nostro Signore (…) Unitamente alla Santa Sindone dovrà essere donato quanto pertinente al culto della Medesima, conservato nella Reale Cappella del Duomo di Torino ed, eventualmente, risultante di mia proprietà» (cfr. Maria Gabriella di Savoia, La Sindone nei secoli nella collezione di Umberto II, Gribaudi, Torino 1998, pp. 11-15).

Fra le carte autografe di Umberto II si rinvenne questa preghiera, che risale alla fine del 1933 e fu tratta da un’orazione formulata dal Beato Pio IX: «Signore, che nella Santissima Sindone, entro la quale il Vostro corpo adorabile, deposto dalla croce, venne avvolto… Fateci la grazia che nel giorno della Resurrezione siamo fatti partecipi di quella gloria, nella quale Voi regnate eternamente».

Queste memorie appartengono alla nostra storia, alla nostra identità, al nostro essere italiani. 

Cristina Siccardi

mercoledì 29 luglio 2015

«Il paradiso borbonico? È solo un’invenzione nostalgica »

di Giuseppe Galasso

LO STORICO CONTRO LA RIVALUTAZIONE DELLA LORO DOMINAZIONE

Il primo che incontriate per strada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860
Che il largo moto di rivalutazione e di fantasiosa nostalgia del Mezzogiorno borbonico portasse a riflessi politici era nella logica di questi fenomeni, ripetuta e verificata in tanti casi in Italia e fuori d’Italia. Per il Mezzogiorno, ciò appariva, anzi, più facile data la rapidissima diffusione di quella rivalutazione e nostalgia, per cui alcuni vi hanno trovato il fortunato appiglio per libri e scritture di scarsissimo o nessun peso storico e culturale, e tuttavia portati dall’onda della moda in materia a tirature e vendite da capogiro. Le clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica, se hanno potenziato il moto di opinione da cui essa è nata, hanno fatto torto, peraltro, alle, invero poche, opere che sulle stesse note di rivalutazione e nostalgia hanno dato (da Zitara a Di Fiore) contributi discutibili o poco accettabili, ma sono state scritte con ben altro scrupolo e serietà. Questa è, però, una legge comune dell’economia, che non risparmia nessun altro campo. Ovunque la moneta cattiva espelle la moneta buona.

Il risultato è che oggi il primo che incontriate per istrada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. E ancora sul felice stato e sulla lieta vita del Mezzogiorno prima del 1860, sulla deliberata politica di dipendenza coloniale e sfruttamento in cui l’Italia unita tuttora mantiene il Mezzogiorno, e su altre simili presunte «verità», lontane dalla «storia ufficiale». Tutto ciò farebbe pensare a quella quindicina e più di generazioni di meridionali susseguitesi dal 1860 in poi come segregate dalla vita civile e istituzionale dello Stato e della società italiana. Si sa, però, che non è così. Si sa che l’integrazione dei meridionali nell’Italia unita, come per gli altri italiani, è stata profonda, rompendo un isolamento storico che, nel caso di varie parti del Mezzogiorno, durava da secoli. Mezza diplomazia italiana è stata fatta di meridionali. I due migliori capi di Stato Maggiore dell’Esercito – Pollio e Diaz – erano napoletani. Già da dopo la prima guerra mondiale la burocrazia italiana ha cominciato a essere fatta per lo più di meridionali. Quattro presidenti della Repubblica su 12 (De Nicola, Leone, Napolitano, Mattarella), vari capi di governo (da Crispi a D’Alema), innumerevoli ministri, vari e potenti capi di partito sono stati meridionali. Sulle cattedre universitarie e nell’insegnamento la parte dei meridionali si è fatta sempre più ampia.

[...]

martedì 28 luglio 2015

Michele di Grecia: “È qui che batte il cuore dell’Europa”

Aristocratico e scrittore vive tra Montecarlo, Parigi, Atene e Patmosin. La sua famiglia ha governato la Grecia per un centinaio di anni


Principe Michele di Grecia suona come un perfetto pseudonimo per uno scrittore, ma nel suo caso è il suo vero nome. Come mai?  
«Perché la mia famiglia ha governato la Grecia per un centinaio di anni e all’inizio non avevamo bisogno di un nome di famiglia. Ma nel mio caso è diventato un nome professionale che posso usare». 

Da dove viene?  
«Mio nonno veniva dalla Danimarca. Non volevano un sovrano del proprio Paese, così ne hanno preso uno straniero. Oggi questo non è più così strano. Abbiamo avuto un presidente siriano in Argentina e un presidente franco-ungherese ma ci sono molti altri esempi». 

Dove è cresciuto?  
«In Marocco, in Spagna e in Francia, da cui veniva mia madre. Sono venuto in Grecia dopo aver fatto l’università in Francia e ho subito fatto il servizio militare qui». 

È greco?  
«Sì, e lo sono per scelta. La mia cultura è greca. Vivo in Grecia da quando avevo 20 anni. Ho imparato il greco nell’esercito, quindi il mio vocabolario non è quello che ci si aspetterebbe». 

È preoccupato per la Grecia?  
«Trovo incredibilmente difficile capire fino in fondo cosa stia succedendo! Quello che è certo è che il popolo soffre, in tanti soffrono. È molto complicato perché tutti mentono. Ho un po’ perso il filo. Penso che la crisi attuale sia nuova, ma nasce da una situazione pregressa. Tutti sono costretti ad assumersela. La Grecia è il cuore dell’Europa e noi abbiamo bisogno di restare in Europa». 

Che tipo di persone sono i greci?  
«Quando sono venuto a vivere cercavo di scoprire cosa resta della dell’antichità greca. Mi ci è voluto tempo per scoprire che ciò che è rimasto immutato dall’antichità è il popolo greco. I Greci hanno inventato la politica. Ed è ancora la passione dei greci moderni. Le trame dell’antica tragedia greca si leggono ogni giorno sulla stampa greca. Gli antichi greci hanno inventato lo sport e lo amano ancora. Sono molto orgogliosi, hanno una sorta di “onore” che resta. Sono grandi lavoratori e ancora oggi gli armatori greci dominano il mare». 

In Grecia lei è un comune cittadino?  
«Sì, naturalmente, e sono molto felice che sia così. Fin dall’antichità ai greci non piacciono le persone di potere, ma sono particolarmente gentili con la gente che ha perso il potere». 

Cosa pensa che succederà ora?  
«Fin da quando esiste la Grecia, da migliaia di anni, la sua storia è fatta di eventi imprevedibili, così come posso conoscere il futuro? Ma nella sua lunga storia ha superato più volte momenti difficili. I greci sono molto resistenti e forti». 

Ha sempre voluto essere uno scrittore?  
«Ho iniziato a scrivere a 25 anni e ho pubblicato il mio primo libro a 27. Per un po’ in Grecia sono stato parte della monarchia e all’inizio mi divertiva, più tardi ho capito che non era il mio stile di vita». 

Che tipo di scrittore è?  
«Il mio campo è la storia. La mia nonna francese, la duchessa di Guisa, parlava della famiglia come se fossero tutti vissuti ieri. La storia dev’essere presa con passione. Mia madre mi ha fatto leggere i libri dello storico francese George Lenôtre». 

Che cosa sta scrivendo ora?  
«Io scrivo in francese, sono pubblicato in francese, ma sono molto interessato al futuro dell’editoria legata a Internet. Sono arrivato alla conclusione che, se si vuole essere conosciuti per la scrittura, il futuro pone due condizioni: Internet e la lingua inglese. Per rispondere alla sua domanda, sto sviluppando il mio sito». 

Essere di stirpe reale come lei, greco e francese, con sangue danese, russo e spagnolo, significa essere cugino di tutti i re e le regine d’Europa e la mette dentro la storia. Com’è?  
«È vero che questo mi ci mette in contatto diretto ma quando scrivo cerco di essere imparziale e l’altra cosa è che queste regine e questi re, per me, sono la famiglia. Alcuni mi piacciono, altri meno, alcuni non mi piacciono affatto». 

Li frequenta questi re e regine?  
«Li vedo, sì. E alcuni li conosco. Il mio antenato preferito, Luigi Filippo, “il re borghese”, era solito dire: “Uno si sceglie gli amici, ma non la famiglia”. Ma amo pensare che alcuni dei re siano miei amici». 

Le spiace che re Costantino non sia più al potere?  
«Sono triste per lui e in un certo senso e la monarchia è in grado di offrire dei servizi. Io sono monarchico, ma dipende dalle persone che rappresentano la monarchia». 

Ammira la regina d’Inghilterra?  
«Sì, è più di un essere umano, è un monumento storico. Quando ero a cena con lei, avevo la sensazione di trovarmi con un personaggio storico. Filippo, invece, è mio cugino primo». 

Lei dove vive?  
«Tra Monte Carlo, Parigi, Atene e Patmos. Ho due cardini nella vita, la mia famiglia e il mio lavoro. Scrivo tutti i giorni e non posso non lavorare». 

Qual è il preferito tra i suoi libri?  
«“La femme sacrée”, sulla Maharani di Jhansi. Lei è l’eroina della rivolta indiana: giovane e bella, morì in una battaglia. La amo, è il mio personaggio preferito». 

Traduzione di Carla Reschia