NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 31 dicembre 2015

31 Dicembre


Siamo innamorati di Giovannino Guareschi. 
E non siamo gli unici.
Grazie a Francesco Maurizio Di Giovine!
Auguri, amici!

martedì 29 dicembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - V

La repubblica è stato uno squarcio all'edificio della Chiesa e del sentimento nazionale. I democratici per snobismo, per spirito demagogico o per tornaconto personale, ammetteranno ora che il nuovo ordinamento instaurato con spirito fazioso e con mezzi fraudolenti ha fatto fare alla democrazia molti passi indietro. Essi vorranno ammettere che liberalismo e democrazia sono stati superati dal settarismo dei partiti sottratti oramai alla sorveglianza di un Istituto superiore che li tratteneva nelle loro ambizioni sfrenate.

Caduta la Monarchia, è venuto meno quel provvidenziale solco divisorio fra la Chiesa e lo Stato, «le due parallele, che non devono incontrarsi mai». Lo splendore spirituale e l'influenza internazionale del cattolicesimo coincidono con la sua separazione dalla responsabilità del potere temporale, trasferita alla Monarchia, cattolica ma laica. Dalla investitura fatta alla Democrazia Cristiana, per arrivare al Papa Re il passo è breve, e sarebbe pericolo grave per la Chiesa, pericolo divinato nella rampogna dantesca: «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre». Occupata e preoccupata dalle cure politiche, amministrative e sociali, la Chiesa viene distratta dalla sua funzione educatrice ed ispiratrice di perfezione umana necessaria per aspirare al Regno dei Cieli. Le lotte sociali, le aspirazioni della vita terrena sono in contrasto con la carità cristiana e con la vita ultramondana.

Presa fra due forze demolitrici la Monarchia ha dovuto soccombere ma esse, la Chiesa ed i partiti, non vollero comprendere che abbattendola hanno eliminato la più grande forza equilibratrice delle fazioni, delle competizioni di parte. Alla Monarchia, superiore ai partiti, protettrice delle minoranze e dei deboli, hanno sostituito la fazione. Essi hanno salvato, cioè credono di avere salvato se stessi indicando al popolo credulo e volubile il responsabile delle loro colpe: Vittorio Emanuele III. Ma la storia non si distrugge con le falsificazioni. Quale bersaglio Sceglieranno domani i campioni della nuova Repubblica per scaricarsi delle colpe, degli errori che stanno già commettendo in grande stile? Come si difenderanno quando sarà arrivata Fora della resa dei conti? Dove troveranno un altro capro espiatorio? Stia attento il popolo italiano. Non rimarrà ai nuovi apostoli, che seguire le orme della Russia, dove gli insuccessi sono addossati alla massa lavoratrice che, sotto le spoglie di sabotatori viene colpita e massacrata senza pietà.

Noi non neghiamo ai giornali, agli uomini politici, agli intellettuali, la libertà di essere repubblicani e antifascisti ora; contestiamo a costoro nel modo più assoluto il diritto di scagliarsi contro la Monarchia dopo avere preparato quel clima di cui l'Italia e la stessa Monarchia sono state vittime. Grande responsabilità hanno giornali, giornalisti e scrittori nella formazione dell'opinione pubblica, e se il fascismo ebbe un consenso in Italia, la grande stampa fiancheggiatrice (quella che adesso si chiama indipendente) è una delle principali responsabili della critica situazione attuale. Chi ha provocato con le sue intemperanze del 1919, 1920 e 1921 la reazione fascista; chi ha preso parte ai cortei del ventennio; chi ha votato le leggi fasciste, dal Gran Consiglio alla Riforma elettorale; chi ha accettato supinamente la dittatura con o senza tessera, con o senza distintivo; chi ha trafficato col regime; chi lo ha esaltato con scritti o con discorsi; nessuno cioè la quasi totalità degli italiani ha il diritto di accusare il Re, come non ha il diritto di accusare Mussolini. Costoro sono i veri responsabili della catastrofe. Perchè non sarà mai rammentato abbastanza che quanto si imputa ora al Sovrano come tanti errori, sono proprio quegli atti che più clamorosamente furono approvati dalle folle oceaniche. Tutto ciò che il popolo approva, tutto quanto il popolo applaude, questo non è più un errore. La volontà popolare, dice la dottrina democratica, è sacra. Ed il Re non ha fatto altro che sanzionare la volontà del popolo conclamante ed osannante. Eppure si incontrano persino vecchi squadristi, reduci dalla marcia su Roma, che accusano il Re di avere permesso a Mussolini di assumere il potere!!!

In un colloquio con lo scrittore Nino Bolla nel gennaio 1944 a Brindisi, Vittorio Emanuele dice testualmente: «Se la maggioranza non seguisse troppo gli impulsi estemporanei, che portano facilmente, sia al delitto passionale che politico, potrei rispondere, convinto di essere compreso da tutti gli italiani, che io ho ubbidito, sia nel 1922 che nel 1943, unicamente e sempre alla volontà del Paese. Con ciò non intendo dare alcuna responsabilità al popolo, perchè i popoli, dovendo subire gli eventi, non sotto mai responsabili degli eventi stessi. Responsabili sono i capi, e non perchè tali ma per come si sono comportati appunto nelle decisioni estreme. Se i capi antifascisti nel 1922, incapaci di opporsi a Mussolini abbandonarono la lotta, la responsabilità spetta a loro e non al popolo che assistette alla competizione politica, né alla Monarchia che non parteggiò, come non doveva parteggiare, per nessuno dei contendenti. La Costituzione rappresenta la suprema espressione della volontà del popolo. Ed io mi sono attenuto sempre, inflessibilmente, sempre dico, alla Costituzione: anche il giorno in cui non accettai più Mussolini come Capo del Governo».

Generoso come sempre il Re assolve il popolo addossando ogni responsabilità ai capi. Noi intendiamo però rilevare che le masse seguendo ciecamente questi capi, in queste come in altre occasioni, si sono fatte partecipi degli avvenimenti e quindi delle responsabilità che ne derivarono. Vittorio Emanuele così riprendeva il colloquio : « Nel 1940, alla dichiarazione di guerra, né Senato, né Camera, né Gran Consiglio, sollevarono la benché minima eccezione affinché l'opera del Governo fosse discussa». Del resto è oramai acquisito alla storia il fatto che, sia per quanto riguarda il « patto d'acciaio » che per la brusca entrata in guerra, Mussolini fece trovare il Re di fronte al fatto compiuto, mettendolo - è il Re stesso che lo afferma - nella «impossibilità di agire con qualche probabilità di riuscita e senza un urto irreparabile e di incalcolabili conseguenze per la vita interna del Paese...».

Il popolo italiano - bisogna avere il coraggio di rammentarglielo ha voluto il fascismo, ha voluto Mussolini. Il popolo italiano ha voluto la guerra, sia pure perché illuso, dalla sconfitta francese e dalla insufficienza inglese. Cambiò atteggiamento quando le cose andarono male. Sono gli stessi attuali accusatori del Re che quando erano fascisti scrivevano che la guerra era «voluta dal popolo». Sono questi stessi accusatori del Re - i repubblicani storici in testa che nel 1915 minacciavano la rivoluzione se la Monarchia non dichiarava la guerra all'Austria, guerra «voluta dal popolo» ma che essi reclamavano soprattutto nell'interesse della Francia della quale erano in Italia la pedina di manovra negli intrighi anti-italiani dell'ambasciatore Camillo Barrère, ex comunista della Comune di Parigi diventato reazionario e clericale. Non il Re dunque deve essere chiamato responsabile dal momento che ha sempre seguita la volontà popolare, sia attraverso le manifestazioni di piazza che quelle del Parlamento. Egli fu per questo un Re scrupolosamente ligio alle regole, alle esigenze della vera democrazia, dato che sia concepibile governare i popoli con questa idilliaca, astratta concezione. Diceva Jean Jacques Rousseaux che ne fu il padre spirituale, che la democrazia «è governo degli Dei; un governo così perfetto non si addice agli uomini».

L'unico che tendeva alla ricerca di questa perfezione attraverso l'equilibrio dei suoi atteggiamenti, fu Vittorio Emanuele III. Egli è stato soprattutto un saggio. Uomo di talento, fu indubbiamente un Re di vera grandezza, superiore di gran lunga ai Suoi avversari. A Sforza che si era manifestato il suo più acerrimo nemico, offre di assumere la direzione del Governo. Lasciando il potere al figlio Umberto, prima di partire per l'esilio, così lo ammoniva: «Se per il bene dell'Italia lo ritieni utile, serviti pure dei miei nemici». Quando mai i suoi denigratori, sarebbero capaci di tanta cristiana elevatezza d'animo? Egli è caduto senza serbare rancore per nessuno. sempre sereno, sempre superiore alle beghe dei piccoli politicanti.


Salito sul trono dopo l'assassinio del Padre, impedì che le forze della reazione prevalessero, richiamando invece, con un nobile messaggio, gli italiani alla realtà ed alla moderazione e rendendosi conto delle esigenze che richiede uno Stato moderno, incoraggiò il suo governo a realizzare quelle riforme sociali che i tempi imponevano e le masse richiedevano. Così le conquiste operaie agli albori del secolo XX sotto il suo Regno sono quanto di più ardito si potesse immaginare e superano quelle contemplate dallo stesso Carlo Marx nel Manifesto dei comunisti.

Primo Carnera e il Re Umberto II

di Emilio del Bel Belluz

Un giorno Primo Carnera e sua  moglie si trovavano alla stazione ferroviaria di Venezia e da lì dovevano partire per Roma. La guerra non era ancora finita. Su un altro treno passava il principe  Umberto e si accorse che tra quella gente vi era il grande campione del mondo dei pesi massimi Primo Carnera. 
Il pugile emergeva con la sua figura imponente, era alto almeno due metri ed aveva un fisico da gladiatore. Il campione di Sequals, da qualche anno, aveva appeso i guantoni al chiodo, perché durante il periodo bellico non venivano organizzati incontri di boxe di grande rilievo. 
Dal  libro dedicato al pugile Primo Carnera “ Mio padre Primo Carnera “ ho tratto questo emozionante racconto scritto dalla figlia Maria Giovanna:” Il principe ha fatto fermare il treno ed è sceso per andargli a stringere la mano. Il futuro Re d’Italia a Carnera! 
La mamma era incinta di qualche mese. Con la presenza di spirito che la contraddistingueva  ha chiesto:“ Maestà, se nascerà un ragazzo ci permettete di chiamarlo Umberto?”. La risposta è stata:” Senz’altro, per me sarebbe un onore “. 
E’ stato un incontro consumatosi  in pochi attimi, ma di cui papà ci raccontava sempre con emozione. … “ Con i reali si è poi creato un legame affettivo duraturo, andato oltre il tramonto della Monarchia in Italia. Quando Umberto è nato la Casa Reale ha mandato in regalo un paio di guantini in pelle, con lo stemma dei Savoia, che la mamma ha conservato tanti  anni come ricordo. 
Abbiamo ricevuto telegrammi di Umberto II quando Giovanna Maria si è sposata e quando papà è morto. Inoltre, tanti anni dopo quell’incontro  alla stazione, l’ex Re ormai in esilio è capitato per un viaggio a Los Angeles. Sapeva che noi vivevamo lì, è venuto a trovarci e quando è entrato dalla porta la prima cosa che ha chiesto è stata: “Dove è il mio Umberto?”. Di quella promessa fatta dalla mamma  non si era dimenticato neppure lui”. Il 22 maggio 1967, nel momento in cui il campione ritornava in Italia gravemente ammalato, il Ministro Lucifero, per incarico del Re, gli scrisse una lettera molto commovente. 
“Caro Carnera, Sua Maestà il Re, che ricorda di avere avuto il piacere di incontrarla a Los Angeles nel novembre 1963, desidera farle giungere il suo saluto augurale, affettuoso e amichevole nel momento in cui ella torna in Patria. A lei che ha dato all’Italia per primo il massimo alloro mondiale e che è circondato dall’ammirazione e dalla simpatia di tutti, Sua Maestà si è compiaciuto darle la tangibile attestazione del Suo Alto apprezzamento e lei ne riceverà partecipazione ufficiale, mentre augura di cuore che le sue condizioni di salute si ristabiliscano completamente, nella quiete del paese natale. Il Re Umberto l’abbraccia bene augurando e saluta cordialmente la gentile signora Pina. Da me, che ho avuto pure la fortuna di incontrarla  a Los Angeles, voglia accogliere, con la gentile Consorte, gli auguri e i saluti migliori. 
Al Comm. Primo Carnera- Sequals- Udine. Falcone Lucifero.  

Credo che il Re abbia amato Primo, che per primo e unico, onorò l’Italia con la conquista di un titolo mondiale nelle categoria regina quella dei pesi massimi, e durante l’incontro molte bandiere Sabaude sventolavano prima e dopo il massimo trionfo. Alla fine del match, Primo alzò al cielo la bandiera Sabauda,  dando l’impressione di volerlo toccare. 
Alcuni anni fa, venne prodotto un ottimo film sulla vita di Carnera e nella scena per l’incontro per il titolo mondiale, vi erano delle bandiere sabaude, ma c’era pure una bandiera senza lo stemma che sventolava, e questa bandiera non aveva verità storica. Nessuno ha mai potuto togliere la gioia che Primo creò nella sua patria. 
Gli italiani residenti in  America avranno, di sicuro,  sventolato il tricolore del Re ed esposto delle proprie case la bandiera della loro patria lontana. La nostalgia per la propria terra lontana sarà stata mitigata dal successo del loro compaesano. 
Il Re Umberto stimava quel gigante dal cuore d’oro e dalle mani d’acciaio. Spesso mi capita di vedere delle ricostruzione  storiche dove volutamente si omette di collocare la bandiera del Re. Ho avuto occasione di sfogliare molti libri delle classi elementari degli anni cinquanta e quando ricordavano la terra d’Italia nella Grande Guerra veniva riportata la bandiera senza lo stemma Sabaudo. 
Non si deve accettare mai la verità mistificata  che gli storici hanno scritto con la penna rossa. Carnera quando tornò in Italia fu accolto da ali di folla. Solo un mese dopo, il 29 giugno 1967, a trentatré anni dalla conquista del titolo mondiale, il gigante si spense a Sequals, il paese dove era nato sessantun anni prima. 
Anche Re Umberto avrebbe  ardentemente sperato di poter morire nel Paese dove era nato, ma non gli fu mai permesso di tornare nella sua patria. Morendo pronunciò l’unica parola che aveva nel cuore e che rappresentava il suo ultimo desiderio :” Italia”.

sabato 26 dicembre 2015

UNA STORIA DI NATALE.

di Francesco Maurizio Di Giovine

Cari Amici che mi seguite sulle pagine di questo gruppo e date il vostro gradimento scrivendo "mi piace". 

Ricorrendo il Santo Natale ho pensato a Voi e, per ringraziarvi, voglio raccontare un fatto accaduto più di trenta anni or sono. Quel fatto, per me, trascende l'aneddotica potendo entrare nel patrimonio ideale di una generazione di giovani che ebbero la fortuna di militare nel F.M.G. .

Era pomeriggio del Venerdì 18 marzo del 1983. Ero in casa e la radio accesa mi faceva compagnia. Il Giornale Radio annunciò la morte, in una clinica svizzera, dell'ultimo Re d'Italia. 
La notizia non mi colse di sorpresa. Sapevo che il Re stava male. Ma l'annuncio della sua morte mi diede tanta sofferenza. 
Improvvisamente squillò il telefono. Dall'altra parte una voce rotta dall'emozione disse: "Maurizio, hai saputo?" Risposi tristemente di si. 
Era un vecchio maresciallo dell'Arma, mio buon amico, che giovanissimo, aggregato al Reggimento Cavalleggeri di Alessandria,si era guadagnato una Croce di Guerra al Valor Militare comportandosi da eroe nell'ultima carica della Cavalleria Italiana, a Poloi, nell'ottobre del 1942. 
In serata ebbi dei contatti con l'Istituto Nazionale delle Guardie Al Pantheon, di cui facevo parte, accettando di essere della pattuglia che avrebbe vegliato il Re sino alla sepoltura. Il giorno seguente, sabato, dopo mezzogiorno, partii in auto per Altacomba assieme al mio amico, dott. A. C., anch'egli Guardia d'Onore. 
Cominciava ad imbrunire quando giungemmo al passo del Frejus. Avevamo scelto quel transito perchè temevamo di incontrare la neve percorrendo la Valle d'Aosta. 
Ci fermammo al posto di dogana della frontiera dove ci venne incontro un giovane carabiniere che ci chiese i documenti. 
Li consegnammo prontamente ed il milite, piegandosi verso il finestrino, ci chiese dove eravamo diretti. In quel momento sfogai tutta l'aggressività che avevo dentro e che era andata crescendo durante il viaggio conversando con il mio amico di bordo. Risposi con tono fermo, quasi ad alta voce, proprio per affermare un concetto che non ammetteva equivoci: "Andiamo ai funerali del Re d'Italia!". 
Il giovane carabiniere non fiatò. Si avviò, portando con sé i documenti, verso la stazione di comando, situata al margine della strada. Dal finestrino dell'auto osservammo la scena grazie alla spaziosa vetrata, ma non potemmo ascoltare la conversazione. 
Intanto cominciai a provare un certo rimorso per la temerarietà osata. Pensammo che, forse, le mie parole avrebbero pregiudicato il proseguimento del viaggio. Probabilmente ci avrebbero trattenuto con cavilli pretestuosi. 
Il tempo trascorreva ed il pessimismo si impadroniva di noi. Con questo stato d'animo addosso continuammo ad osservare quel che accadeva nella piccola caserma di frontiera. Il carabiniere confabulava con un brigadiere che, ora, aveva in mano i nostri documenti e li scrutava con attenzione. 
Poco dopo vedemmo uscire da una porta il maresciallo comandante la stazione il quale, dopo aver ascoltato i suoi due dipendenti, prese in mano i nostri documenti e ci venne incontro. 
Ci preparammo al peggio. 
Camminava lentamente e si diresse verso il mio finestrino. il vetro dello sportello era abbassato. Appena giunto, si curvò verso di me, consegnandomi i documenti. 
A questo punto, dopo un silenzio che parve durare un'eternità, finalmente parlò e mi disse: "Quando sarete davanti alla salma del Re, portate il riverente saluto di un maresciallo dell'Arma". 
Fu un attimo. Lo guardai in viso e mi accorsi che aveva gli occhi lucidi. Improvvisamente si alzò. Si mise sugli attenti e portò il palmo destro della mano aperta alla visiera. 
Capii che non salutava me, ma il Re. Il nostro Re. Il suo Re!. 
Risposi: "sarà fatto" e ripartimmo verso la Savoia con un groppo in gola. Buon Natale carissimi amici.

dal gruppo facebook Monarchia Oggi

venerdì 25 dicembre 2015

Vercelli: Inaugurazione epigrafe dedicata a Umberto II Re d’Italia

Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon


DELEGAZIONE PROVINCIALE DI NOVARA
Via R.Sanzio,9 – 28068 Romentino (NO) Tel. 0321-867235 Cell. 346-8345183 Mail marco.lovison1981@libero.it

Lunedì 28 dicembre 2015 - Città di VERCELLI

INVITO - INAUGURAZIONE TARGA  - “S.M. UMBERTO II RE D’ITALIA”

Programma:
Ore 15,00  - Ritrovo presso il Municipio di Vercelli
Piazza del Municipio, 5

Deposizione corone dall’Alloro ai Caduti di tutte le Guerre 


Visita presso la gli uffici del Municipio, ove sono esposti cimeli Risorgimentali, Ritratti Sabaudi, e Bandiere del Regno d’Italia


segue il corteo


Arrivo presso la Confraternita di Sant’Anna – Via Fratelli Ponti, 9

Ore 16,00 – Inaugurazione Targa con epigrafe dedicata a S.M. Umberto II Re d’Italia
da parte del Delegato Provinciale e dal Sindaco di Vercelli, D.ssa Maura Forte

Segue Benedizione

Sempre il Delegato Provinciale, donerà al Sindaco la Bandiera Storica del Regno Italia e un quaderno, contenente testimonianze del Regno di  
Re Vittorio Emanuele III e Re Umberto II

Segue Santa Messa In suffragio di:

TUTTI I CADUTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE NEL CENTENARIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Re Vittorio Emanuele III 
Regina Elena 

Celebrante: Assistente Spirituale delle delegazioni Comm. Can. Mons. Gian Luca Gonzino 



Le Associazioni Combattentistiche e d’Arma, sono pregate di partecipare con bandiera e/o Labaro, i simpatizzanti possono manifestare questa condivisione con il Tricolore



Il Delegato Provinciale Marco Lovison

giovedì 24 dicembre 2015

Un Natale del Re Umberto II

di Emilio Del Bel Belluz  

Molto spesso il mio pensiero va al  ricordo di Re Umberto II. 
Una volta è avvenuto osservando una foto del 1946 che lo raffigurava assieme  ai suoi figli in Esilio. Stavano guardando  con curiosità un pescatore, che seduto in vicinanza del mare, riparava con vera maestria la sua rete. 
Forse il Re voleva che i suoi figli osservassero il lavoro di questo semplice pescatore. Le persone umili trovavano accoglienza nel cuore del sovrano. 
Molto spesso, il sovrano faceva proprie le difficoltà economiche di questi uomini di mare. Re Umberto II si intratteneva a parlare con loro, cercando di instaurare dei rapporti umani che mitigassero la sua immensa solitudine e la grande nostalgia per la sua cara Italia, che lo accompagnò fino alla morte.  
Questo Re aveva scelto di abbandonare il suo Paese per evitare che, in seguito all'esito del referendum si potesse prospettare uno scenario di guerra civile. La fede che non lo abbandonava mai gli è stata di grande aiuto per sopportare tutto questo. 
I pescatori che incontrava erano delle persone povere che possedevano solo la piccola barca, le reti per pescare e una casa molto modesta per rifugiarsi al rientro dal lavoro. Anche loro contraccambiavano l’affetto di Re Umberto II, lo vedevano con il volto disegnato dalla malinconia, ma con la volontà di sorridere; lo stesso sorriso che aveva nonostante la grande tristezza nel cuore quando salutò dal portellone dell’aereo prima di abbandonare per sempre la sua amata patria. Il suo primo Natale d’esilio l’aveva trascorso con la sua famiglia: la Regina e i suoi amati figli. 
Li immaginavo seduti attorno al caminetto il presepe allestito in un angolo del salone con le statuine acquistate in quel paese di pescatori. E lì accanto vi era pure l’angolo dei doni che i suoi figli più tardi avrebbero scartato con tanta felicità. Mille pensieri tormentavano la sua mente,  un piccolo palpito di gioia proveniva dalla lettura dei tanti messaggi e lettere di auguri provenienti da tutte le parti d’ Italia.  
Tutto ciò faceva comprendere che in Italia non lo avevano in nessun modo dimenticato. 
Lo immaginavo con la sua famiglia che si avviava  verso la piccola chiesa del villaggio per assistere alla Santa Messa di mezzanotte, la prima che trascorreva lontano dalla patria. Il sovrano alla sua uscita si fermava per stringere le mani e per scambiare gli auguri con gli altri fedeli. Il Re  era molto cattolico e ricordo delle foto che all’uscita dalla chiesa molti si avvicinavano per chiedergli degli aiuti economici, soprattutto le vedove dei pescatori. La miseria bussava in quelle case modeste e si faceva sentire  di più nei giorni di festa. Lo spirito caritatevole del sovrano era stato forse ereditato dalla madre, la Regina Elena che elargiva tutto quello che poteva ai poveri. 
Questo spirito di carità veniva manifestato dalla Regina. A Montpellier dove si era ritirata a vivere dopo la morte del marito. Si intratteneva volentieri a parlare con le donne italiane per lo più erano donne al servizio di qualche famiglia benestante. Sono venuto a conoscenza di questi episodi grazie alla testimonianza di una mia conoscente di  Rivarotta che si era recata in Francia a lavorare. 
Alcuni anni fa leggevo da un libro l’episodio in cui l’autore raccontava del dono fatto del Re Umberto II ad un pescatore: una barca nuova di cui era molto fiero. In esilio tutti lo chiamavano con rispetto: “Re d’Italia”. I natali successivi al primo il sovrano li aveva trascorsi da solo, raramente in compagnia di qualche italiano che si era recato  a Cascais. Ho immaginato il Re che una volta era stato invitato a passare il Natale in una famiglia di pescatori. 
Li ho visti seduti attorno ad un tavolo imbandito con delle pietanze  molto semplici ed illuminato da una candela e nei loro cuori albergava una grande umanità. Il Re si sarà commosso davanti a tanto calore ed affetto ed avrà dimenticato per quella sera la tristezza della lontananza. Aldo Fabrizi in una sua poesia descriveva la sua malinconia  nel non poter invitare il sovrano a casa sua a mangiare. 
Chissà quanti natali il Re avrà osservato dal terrazzo della sua casa  di fronte al mare  e avrà lasciato andare il suo saluto per l’Italia alle sue onde. 
Quanto bene avrebbe fatto al Paese se solo avesse potuto restare  a governarlo. 

mercoledì 23 dicembre 2015

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II

Hitler e Casa Savoia, nella XIV parte dell'intervista di Nino Bolla, del 1949.

Buona lettura e Buon Natale!

www.reumberto.it



A Bardonecchia si scopriranno le virtù dei Savoia

 
In Biblioteca il 26 dicembre l’autore Dino Ramella
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BARDONECCHIA – Il pomeriggio del 26 dicembre in Biblioteca sarà dedicato alla Casa Savoia. Alle 16,30 Dino Ramella presenterà il suo libro “Ritratti Sabaudi, vizi e virtù di Casa Savoia”, edito nel 2008 da Edizioni Ananke. Il testo ripercorre la vita di Re, Regine, Principi e Principesse di Casa Savoia dal 1713, anno di acquisizione del titolo reale del casato, sino ai giorni nostri, un vero e proprio album fotografico, narrante non la storia dei personaggi,ma i personaggi stessi.Testi e immagini, molte delle quali inedite, si alternano nel racconto dei vizi, delle virtù, degli aneddoti e delle curiosità, delle abitudini e dei retroscena amorosi legati a ciascun personaggio, in un linguaggio scorrevole e semplice, adatto ad ogni tipo di lettore. Il libro si compone di dieci capitoli, ciascuno dei quali affronta un periodo storico preciso dei tre secoli trattati. Studioso e appassionato storico di Casa Savoia, l’autore non solo si soffermerà sul libro citato, ma accennerà anche al suo secondo libro pubblicato nel settembre 2011 “Amori e selvaggina vita privata di Vittorio Emanuele II” , in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, e ai personaggi che hanno soggiornato a Bardonecchia, quale località di vacanza invernale e estiva.

martedì 22 dicembre 2015

IL BILANCIO DEL 2015: MISERIA E NOBILTA’

Riceviamo e pubblichiamo volentierissimo questo articolo. Impossibile non condividerne i contenuti.


Per  chi  abbia    vissuto  la  vita  dei  movimenti  monarchici, se  non  dall'origine, perché  oggi  dovrebbe  avere  oltre  90   anni, almeno  da  qualche  decennio, sa  che  gli  stessi  non  hanno  mai  nuotato  nell'oro, salvo  un  breve  periodo, dal  1954  al  1958, quando  Achille  Lauro, uscito  dal  Partito  Nazionale  Monarchico  e  fondato  il  Partito  Monarchico  Popolare, cercava  di  imporre  questa  nuova  sigla, aprendo  sezioni, stampando  manifesti, organizzando  manifestazioni  di  massa, ottenendo  risultati  elettorali  senza  dubbio  notevoli  nelle  Elezioni  Regionali  Sarde  e  più  ancora  nelle  Elezioni  Comunali  a  Napoli, raggiungendo  la  maggioranza  assoluta  di  voti  e  di  seggi.

Per  il  resto  scarsa  la  stampa  quotidiana, scomparsa  “Italia  Nuova”, che aveva  combattuto  la battaglia  del  “referendum”, è  esistito  il “Corriere  della  Nazione”, organo  del  PNM, ed  il  “Roma”, strettamente  legato  a  Lauro . Quanto  a  periodici, molti  i  settimanali, tra  cui  “Italia  Monarchica”   anch’essa  organo  del  PNM, ”Italia  Sabauda”, ”Tribuna  Monarchica”, a  titolo  indicativo, ma  non  esaustivo, e  poi  “IL  Regno”, epoca  PDIUM, ma  pochi  o  nessuno di  questi  nelle  edicole, per  lo  più  mandati  ad  iscritti, ed  abbonati , praticamente  un circolo  chiuso.

Al  di  fuori  dei  partiti  e  dell’ Unione Monarchica  Italiana, quanto  a  giornali , possiamo  ricordare  prima  del  1953 , “Governo”, di  Roberto  Cantalupo, e  dal  1945 ,  il  “Candido”  di  Guareschi, che  dopo essersi  battuto  per  la  Monarchia  nel  “referendum”,  del  1946, nel  1953  fece una  vera e  propria  campagna  elettorale  per  “Stella  e  Corona”, dai  vertici della  quale  non ebbe  parole  di  gratitudine. Poi  qualche  tentativo  culturale, tipo  la rivista   “Monarchia” e il mensile “Critica Monarchica”, limitati  a  pochi  numeri   e  pochi  anni,  qualche  “Quaderno”, edito  dal  F.M.G., sempre  riservato  agli  iscritti, che  in  molti  casi  nemmeno  li  leggevano. 

Arriva  il  1972. Scompare  il  PDIUM , gli  esponenti   contrari   all'ingresso  nel  MSI, fondano  l’ Alleanza  Monarchica, hanno  uno   slancio  iniziale, ma  la  drammatica  mancanza  di  fondi  riduce  questo  movimento, pur   ricco  di  persone  culturalmente   valide, alla presenza di un periodico mensile  di  indubbio  valore  storico e politico, ma  anch'esso  limitato  nella  diffusione. Manca  una  vera  Agenzia  quotidiana  di  stampa, anche  se  nominalmente  ve  ne  è una  ancor  oggi,  diventata  un  periodico, ma  che  è  nel  nome  erede  di  una  vera  agenzia.

Passano  i  decenni, le file  si  assottigliano, anche  se  per  germinazione   spontanea, nascono  diversi  giovani   preparati  che  fanno  sperare  nell'avvenire.

La  vera  cultura  però   sempre  latita, per  cui  è  mancato   un  approfondimento  storico  e  politico  dell’azione  e del  significato  della  Monarchia  unificatrice, pur  avendo avuto ancora  viventi, fino  agli  anni  ’60  del  secolo  scorso,  grandi  storici  lasciati  però  ai  margini  della  vita  associativa  del  partito  monarchico. 

Un  solo  circolo  culturale  a  Roma, attivo ininterrottamente  da  decenni, che  per  mancanza   di mezzi  non  ha  mai  potuto   espandersi  in  altre  città, né  pubblicare  metodicamente, ma  solo  saltuariamente, le  centinaia  e  centinaia  di  conferenze  tenute, tutte  di  altissimo  livello, quando  il  Ministro  della  Real  Casa, Collari  dell’ Annunziata,  Presidenti  e  Segretari  Generali  di  partiti e  di  associazioni   nazionali, senatori  e  deputati, rettori  e  professori  d’Università, si  ritenevano  onorati  di  partecipare  e  presenziare  alla  vita  ed alle  attività  del  circolo.

Il  mondo  monarchico, nella  sua  storia  ha  sempre  visto, purtroppo, scissioni  e  polemiche  interne, di  carattere  personale, eccettuato  solo  il  1953  e  se  ne  videro  i  risultati  positivi, polemiche  e  scissioni  sulle  quali  la  stampa  non  era  avara  di  notizie , ma  vi  era , fino  al  1972, un  “materiale”  umano, di  tutto  rispetto  per  cui  esistevano  Consiglieri  Comunali, Provinciali , Regionali  e  Parlamentari, che  oggi  non   esistono  più.
Qualcuno  potrebbe  obbiettare: però  ci  sono  le  cerimonie  religiose! Nulla  in  contrario  perché  anche  questo  tipo  di  celebrazione  e  di  ricordo  è  necessario  e  le  preghiere  per  le  anime  dei  nostri   morti  salgono  verso   l’ Onnipotente, ma  senza  offesa “Con  preghiere  non  si  reggono  gli  Stati”, né  si  fa  propaganda  politica. Nel  migliore  dei  casi, se  vi  è  un  folto  pubblico, il  che  è  sempre  più  raro, possono  essere  propedeutiche  ad  altre  più  concrete  attività.

Però  ci  sono   cerimonie  seguite  da  raduni  gastronomici! Anche  questi  sono  necessari  per  nutrire  il  corpo, conoscersi, affiatarsi, sempre  però  che  non  siano  fini  a  sé  stesse, e  se  gli  stessi  partecipanti, presenziassero   e  si  attivassero  in  altre  più  concrete  attività.

Però   ci  sono  opere  di  beneficenza! Anche  queste  sono  attività  nobili  ed  opportune,  se  venissero  conosciute, come  lo  erano  quelle  effettuate  in nome  del  Re  Umberto  II, che ebbero  qualche  risalto  giornalistico, e  divenissero anche  queste  propedeutiche  ad  altre  attività, diversamente  concrete.
Invece   è  passato  il  150°  del  Regno   d’ Italia, gabellato  per  Unità  d’Italia, pur  di  non  parlare  di  Re, di  Casa  Savoia  e  di  Monarchia, ed  ora  sta  passando   il  centenario   della  Grande  Guerra, ma  le  iniziative  dei  monarchici   sono  state  scarse , se  si   eccettua  una  bella  mostra  itinerante  per  tutta  l’ Italia, predisposta  dall’ Istituto delle  Guardie  alle  Reali  Tombe  nel  Pantheon,  e  non  si  è  tenuto  conto  che  erano   le  sole  ed  ultime  ricorrenze  in  cui  far  risaltare  il ruolo  positivo  avuto  dalla  Monarchia  Sabauda, che  è  l’unica  e  sola  a  cui  gli  italiani  debbano  qualcosa! Gioacchino  Volpe  scrisse  una  volta  che  “Se  molto  l’Italia  aveva   dato  a  Casa   Savoia , molto  di  più  aveva  dato  Casa  Savoia, all’Italia”, frase  che  andrebbe  corretta  in  quanto  da  anni  nulla  ha  più  dato  la  repubblica  a  Casa  Savoia, se  non  l’ abrogazione, dopo  decenni, di  un  antistorico  ed  incivile  esilio, che  impedì  al  Re  di  chiudere  gli  occhi  nella  sua  terra  natia.

E’  pessimismo  tutto  questo?  No, è  realismo. Se  è  lecito  il  paragone,  molti  sono  gli  scribi  ed  i  farisei  che  vegetano  nel  campo  monarchico, attenti  alla  lettera, ma  non  allo  spirito  della  monarchia  italiana, così  come  uscita  dal  Risorgimento, fautrice  di  libertà civile  e  progresso  sociale. Ma  anche  questo è  premessa  o  giustificazione   per  abbandonare  la  battaglia?  No, è  coscienza  e  presa  d’atto  degli  errori  commessi ,per  non  ripeterli. E’  capire  che  se  anche  un  insieme  di  circostanze  fa  marciare  oggi  divisi  con  dispersione  delle  attuali  scarse  forze, uniti  si  può  colpire l’inconsistenza  istituzionale  e  costituzionale  repubblicana, vedi  l’articolo  139, senza  “fuoco  amico”,  gelosie, miserie,  polemiche  ed  ostracismi  personali, dato  che  oltretutto  non  ci  sono  né  degli  Alfredo  Covelli, né  degli  Achille  Lauro, o  reciproche  scomuniche, anche  perché   chi  è  il  Pontefice  che  può  erogarle?


Un  vandeano

sabato 19 dicembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - IV

Vittorio Emanuele III Re costituzionale capro espiatorio degli errori e delle colpe dei suoi accusatori

La tragedia dell'Italia non è quella di essere stata sconfitta. Non c'è nazione che non registri nella sua storia sconfitte anche più clamorose. La caduta di Napoleone non ha eguali, pur tuttavia la Francia è orgogliosa sia delle sue vittorie che delle sue sconfitte. I romani andavano incontro ai superstiti, a confortare i generali sconfitti. La tragedia dell'Italia è quella di essere stata umiliata. Umiliata dagli stranieri per intercessione ed ispirazione dei Comitati di Liberazione che miravano soltanto a colpire la Monarchia. L'antifascismo non cessò dall'applaudire ad ogni mortificazione del nostro sentimento nazionale. E così esultarono quando due ufficiali inglesi scamiciati in atteggiamento provocatorio fecero sloggiare i Sovrani da una villa di Ravello per prenderne possesso, ma l’oltraggio non fu diretto soltanto alle loro persone: era diretto all'Italia intera, umiliata e derisa dallo straniero. Da quello straniero dimentico che nel dicembre 1924, quando gli attacchi dell'Aventino al fascismo erano al punto culminante, inviava a Roma il Presidente Chamberlain a rendere omaggio a Mussolini: «Egli è un uomo meraviglioso e un lavoratore formidabile. Non posso addentrarmi nella politica interna di paesi stranieri, ma devo dire che il signor Mussolini lavora per la grandezza della sua Patria e regge sulle spalle un peso enorme», mentre la sua augusta consorte girava per le città italiane ostentando il distintivo fascista, orgogliosa che questo le fosse stato appuntato al petto dallo stesso Duce. E così Lord Rothermere, dopo una visita a Mussolini scriveva: «Egli è la più grande figura della nostra epoca. Mussolini dominerà, probabilmente la storia del secolo ventesimo come Napoleone dominò quella del primo Ottocento».

Dopo l'attentato di Zaniboni, l'organo conservatore Daily Mail scriveva: «Mussolini ha salvato l'Italia e forse anche l'Europa dal pericolo dell'anarchia e la sua vita è di un valore altissimo per la civiltà».

Lo stesso Churchill ora nemico dell'Italia, nel 1927 ministro delle finanze del Gabinetto Baldwin, così parlava a Roma ai rappresentanti della stampa italiana ed estera: «Non posso fare a meno di sentirmi affascinato, come lo furono altri, dal contegno semplice, cortese, distinto e equilibrato del signor Mussolini, non ostante tante responsabilità e pericoli. In secondo luogo, qualsiasi può vedere che Egli pensò solamente al benessere duraturo del popolo italiano e che lo interpretò veramente. Se io fossi italiano sono sicuro che sarei stato con voi con tutto il mio cuore, dal principio alla fine della vostra lotta trionfale contro gli appetiti bestiali e le passioni del leninismo». E dava mano libera alla Commissione ministeriale inglese che nel giugno 1935 concludeva uno studio affermando - quasi volesse porgere a Mussolini un invito all'azione - che una conquista dell'Etiopia da parte, dell'Italia non avrebbe offeso vitali interessi britannici.

Il sentimento italiano non seppe reagire. Come non reagì quando due generali e fra questi il famigerato Mac Farlane intendevano democraticamente costringere il Re, con fare altezzoso, a firmare d'urgenza il decreto di Luogotenenza; ma aveva ben reagito Vittorio Emanuele mettendo i due inglesi alla porta: «Loro mi hanno già seccato abbastanza». Ai sovrani d'Italia non vennero inflitte che continue umiliazioni. Anche il governo di Londra doveva crearsi una verginità per l'appoggio dato durante quasi vent'anni a Mussolini. Allora interessava all'Inghilterra un'Italia unita e forte per opporla nel Mediterraneo all'invadenza francese, ora serve un'Italia umiliata, divisa e debole per derubarla di Trieste e delle Colonie, ed i Comitati dell'antifascismo si sono schierati contro l'Italia ponendosi al servizio dello straniero. Non per nulla hanno preteso ogni sorta di garanzie, prima fra tutte l'art. 16 del Trattato di pace che protegge rinnegati e traditori dal rigore di una infamante condanna per alto tradimento.

L'atteggiamento sia degli Alleati che dei Comitati antifascisti è stato determinato: per i primi dal sentimento di rapina ai nostri danni e dai secondi dalla necessità di sfuggire alle proprie responsabilità. Bisognava trovare un colpevole, un capro espiatorio sul quale rovesciare colpe ed errori da essi commessi. Una volta, fino ai primi lustri del secolo, le democrazie facevano bersaglio di ogni loro più volgare contumelia il Vaticano. La minima contrarietà alle loro aspirazioni era attribuita all'influsso della Chiesa. Il Vaticano, la Chiesa, il prete, erano la colpa di tutti i mali che affliggevano l'Italia. Erano le forze occulte che tremavano ai danni del popolo al quale si propinavano i racconti terrificanti dell'Inquisizione di Spagna. Il Vaticano era la piovra adescatrice, il simbolo del male, dell'oscurantismo, dell'immoralità, della perfidia, del malcostume, dell'affarismo, dei peggiori vizi, ed il prete era, senza discriminazione alcuna, descritto come un corruttore dell'infanzia e della gioventù. Chi non ricorda le sensazionali, oscene caricature di Ratalanga sull'Asino e quelle di Scalarini sull'Avanti! e le ributtanti volgarità dei periodici repubblicani in Romagna quando si impediva ai preti di votare? Ed il processo contro don Riva a Torino nel 1908 tentativo per seppellire nel disonore non soltanto un prete ma tutta la classe sacerdotale? Sono ancora vivi i ricordi delle imponenti dimostrazioni anticlericali organizzate dal Partito Repubblicano contro il Vaticano nelle giornate commemorative di Giordano Bruno e la caccia ai preti per le vie cittadine. Per le democrazie estremiste il Vaticano era l'alibi delle loro incapacità: bisognava abbattere la Chiesa, ostacolo alla elargizione della felicità terrena.


Poi venne la guerra 1915-18, venne la Vittoria. E poiché questa avvolgeva della sua gloria luminosa la Monarchia, questa fu il nuovo bersaglio che l'estremismo si accinse a colpire per giustificare la sua inettitudine creativa. I partiti compromessi nella nascita e nello sviluppo del fascismo, volgendo questo alla disfatta indicavano nella Monarchia e per essa la persona di Vittorio Emanuele III il capro espiatorio dei loro errori e delle loro colpe. In questa nuova impresa si trovò associata la Chiesa attraverso la Democrazia Cristiana la quale dava man forte all'estremismo rosso cercando soprattutto di superarlo. L'organo ufficiale del Vaticano, l'Osservatore romano, che per mezzo secolo aveva denigrato e sovente anche in senso spregiativo e con tono autoritario il liberalismo monarchico, accusandolo di avere lasciato passare indisturbata quella merce incendiaria che è il socialismo, improvvisamente dopo avere elevato agli altari il fascismo si affiancava al comunismo nell'intento di minare lo Stato, vedendo in entrambi questi movimenti una mortificazione dell'autorità del Principato Civile. Invece di seguire la storia la Chiesa, al fine di riprendere una posizione direttiva volle fare della storia, che è compito esclusivo delle istituzioni politiche. Questo nuovo atteggiamento portò Benedetto XV alla costituzione del Partito Popolare che assunse subito un carattere pagano anticristiano e Pio XI dopo avere glorificato il fascismo dovette subire malgrado il Concordato, le mortificazioni della dittatura mentre Pio XII non poté impedire la solidarietà della Democrazia Cristiana col comunismo, consacrata, cementata nello scatenamento dei massacri che sboccarono nell'avvento della Repubblica. Al governo l'investitura vaticana si è trovata confusa con l'ateismo massonico di La Malfa e di Pacciardi. Alleato questi dei «senza Dio» in Spagna dove la brigata internazionale cui apparteneva fece scempio di preti e monache, di altari ed ostie consacrate.

sabato 12 dicembre 2015

Il Re in America e la bambina

 di Emilio Del Bel Belluz  


Sono sempre stato circondato da libri e da riviste specialmente quelle di un tempo. In quei giornali si trovavano spesso delle notizie ricche di umanità. Nella rivista - Oggi - del 1963 ho trovato la cronaca di un viaggio che fece Re Umberto II a New York.
In quell'ottobre del 1963 il Re  aveva 59 anni. Le foto lo riportavano vestito elegantemente e con il volto sorridente. Aveva compiuto questo viaggio su invito di alcune personalità americane. Gli americani avevano sempre ammirato la correttezza di Re Umberto II.
Non credo che nessun politico se ne sarebbe andato in esilio contando su oltre dieci milioni di cittadini che avevano scelto di votare per la monarchia. Il Re volle evitare una guerra, in quanto era una persona di grande cuore e di alti valori cristiani. Le persone umili hanno il potere di donare la serenità agli altri, ma che spesso non danno a se stessi. Le persone come Umberto erano nate per dare e non per ricevere. Giungeva a  New York il 16 ottobre alle ore 10.30, arrivando da Lisbona. Il giornalista che scrisse questo articolo era Gino Gullace.
Questo giornalista con penna delicata scriveva e raccontava un episodio che era accaduto al Re, incontrando una bambina.” L’ex sovrano stava visitando il Metroplitan Museum, a New York; per la  precisione, si trovava nella famosa sala degli impressionisti francesi. Una maestra di origine italiana, la signora Fasolino stava illustrando ai suoi piccoli allievi le caratteristiche di un Renoir. Quando notò Umberto interruppe la spiegazione per indicarlo discretamente alla scolaresca. Umberto  sorrise; in quel momento, dal gruppo dei piccoli visitatori si staccò una bambina. Si avvicinò a Umberto, abbozzò una riverenza e con la sua vocina aggraziata disse : “ Benvenuto Mister Re. Ma perché sei venuto a trovarci senza la corona?”. “ Perché Sua Maestà viaggia come privato e non in uniforme”, le rispose arrossendo la signora Fasolino. “ E’ proprio un peccato “, ribatté  la piccola prima di congedarsi con un’altra riverenza”. 
Credo che questo  piccolo fuori programma abbia divertito il sovrano, e penso che  quel sovrano così bello  sia stato ricordato dalla bambina per tutta la vita. Anche il Re si sarà portato con sé questo ricordo così dolce. Erano diciassette anni che aveva lasciato l’Italia,  ma non era stato dimenticato neppure in  America. In quei quattro giorni di visita ha partecipato a molti incontri con personalità della politica, come pure ebbe modo di incontrare molti italiani che abitavano in America. L’invito ufficiale gli era venuto dal cardinale Spellman, che desiderava presenziasse come ospite d’onore a una manifestazione di beneficenza che raccoglieva fondi per i poveri. Il Re si era dato a questa manifestazione con affetto ed entusiasmo.
Gli era capitato di incontrare un combattente della Grande Guerra che gli aveva donato una bandiera italiana. Anche questo episodio dimostrava che dopo 17 anni d’esilio non era stato dimenticato. Oltre al Cardinale Spellman aveva incontrato Rockefeller ed Eisenhower. Si era intrattenuto anche con molti uomini italiani di semplice estrazione che vedendo il Re sentirono per un momento d’avere  la loro patria vicina. Erano molti quelli che andarono in America a cercare fortuna. .
Per un attimo ho pensato a Carnera che con la  conquista del titolo mondiale in America  aveva reso felice gli italiani che vi abitavano. La commozione e l’affetto  che dimostravano nell’incontrare  il Re erano grandi e li permettevano di alleviare la sofferenza dovuta alla lontananza  dal suol patrio. Vi è un altro episodio avvenuto nella stessa mostra dove una bambina si avvicinò al re salutandolo. “ Nella sala dei quadri degli impressionisti, c’era un professore con il mento ornato di un pizzo rosso che spiegava ad alcuni studenti di scuola media i pregi di un quadro.
Hillary Garr, una studentessa sedicenne, si staccò dal gruppo e domandò chi fosse quel signore che camminava accompagnato da un numeroso seguito. Quando seppe che era l’ex Re d’Italia,  Hillary lasciò il professore con il pizzo rosso e giunta davanti a Umberto gli disse: “ Ciao Re”. “ Ciao ”Era l’unica forma di saluto che ella sapeva in italiano. L’ex sovrano si fermò, le strinse la mano, le rivolse cordialmente delle domande”.
L’indomani mattina il Re con un aereo privato assieme al ministro della Real  Casa Falcone Lucifero andarono alla fattoria dove viveva Eisenhower. La visita del sovrano viene descritta in modo minuzioso con queste parole: “Eisenhower vive nella sua fattoria di Gettysburg come Cincinnato. Si arriva alla sua casa passando per un vialetto, a piedi. Di solito, gli ospiti di riguardo sono attesi dal generale sulla soglia, ma per Umberto venne fatta una eccezione. Eisenhower inviò all’aeroporto  il generale Schultz, suo aiutante a prelevarlo con la sua automobile. Ike era di buon umore. Come vide il nostro fotografo disse, ridendo, a Umberto: “Maestà quello è l’unico uomo al mondo il quale può dirci cosa dobbiamo fare ora e come dobbiamo metterci”. Il fotografo, infatti, li pregò di fermarsi, di discorrere”. Il generale poi mostrò  al Re alcuni cimeli della guerra, tra cui alcuni giornali ed uno incollato ad una parete: “Herald  Tribune del 1944. Su quello del sei giugno a grossi titoli spiccava questa notizia: “Vittorio  Emanuele III nomina il principe ereditario luogotenente  del Regno”. Il Re ebbe un momento di tristezza che fu subito distratto dal dono di un libro, in cui il presidente rievocava i tempi della presidenza. Il Re in quel viaggio non aveva dimenticato il suo legame con la sua amata Italia. “
L’episodio più imponente e più pittoresco si svolse all’indomani, sabato, davanti alla chiesa della Madonna di Pompei, a Carmine Street. La strada sulla quale si trova la chiesa fa parte del quartiere italiano di Greenwich Village. Qui vivono decine di migliaia di vecchi immigrati di tutte le parti d’Italia. Fuori, quasi tutte le botteghe portano nomi italiani e offrono al pubblico mozzarelle, salami, oli d’oliva, che portano nomi come “ Pace o mio Dio” e “Olio mamma mia“. Le donne vecchie camminano con la coroncina del rosario tra le mani e la testa coperta da scialli. Qui c’è insomma un po’ d’Italia di cinquanta anni fa, imbalsamata, dove la gente parla ancora della guerra di Tripoli o scrive ai parenti per farsi giocare qualche numero all’otto sulla ruota di Bari o di Palermo. Nella chiesa di Carmine  Street, la mattina di sabato c’era una messa in suffragio delle vittime del disastro del Vaiont. Subito si sparse la voce che Umberto di Savoia avrebbe assistito a quella messa, e due ora prima che cominciasse davanti alla chiesa c’erano miglia di persone.

Umberto giunse alle 10.30. Subito dalla folla cominciarono a levarsi voci prima discrete e poi sempre più forti, in dodici dialetti e in lingua americana : “ God Bless You, Benedittu, Viva lu Re “. Le donne tendevano le mani, Umberto stringeva tutte quelle che poteva e ripeteva “ Grazie, grazie” Mentre due poliziotti gli aprivano un varco tra la gente. Quando la messa terminò la folla era raddoppiata. Umberto rimase come imprigionato; una vecchietta allungò la mano e gli accarezzò la guancia; un uomo di forme erculee si fece avanti e gli presentò una bandierina dicendo : “Ho avuto l’onore di fare il soldato ai vostri ordini”. Poi tutti cominciarono a battere le mani. Solo quando Umberto estremamente commosso, raggiunse la vettura e partì, in Carmine  street ritornò la quiete“.   

venerdì 11 dicembre 2015

La peggiore costituzione


Gianni Pardo

Domenica, 6 Dicembre 2015 
Non è possibile dire che abbiamo la peggiore Costituzione del mondo non perché l’affermazione sia scandalosa, ma perché per farlo bisognerebbe conoscerle tutte. E già questa osservazione ha sempre reso stupida l’affermazione che essa fosse “la migliore del mondo”. Lasciando da parte questi proclami infantili (“la mia mamma è più bella della tua) ci si può chiedere seriamente se la nostra Costituzione non abbia danneggiato e continui a danneggiare l’Italia.
La prima obiezione che si potrebbe fare a questa tesi è che una legge può danneggiare un Paese solo nel caso in cui sia presa sul serio. Per esempio non si è preso del tutto sul serio l’art.53 nel quale si dice che ogni cittadino deve contribuire alle spese dello Stato, cioè pagare le tasse. Infatti ognuno, per quanto possibile, ha cercato di violarlo.
Per parecchi decenni non si è data attuazione all’art.40, che avrebbe limitato le facoltà dei sindacati in materia di sciopero, e nessuno (salvo alcuni cittadini esasperati) se ne è mai seriamente lamentato.
Purtroppo invece gli italiani hanno preso sul serio gli articoli di cui avrebbero dovuto limitarsi a sorridere. E sono questi che hanno danneggiato l’Italia.
Per cominciare, una Costituzione – legge suprema dello Stato – dovrebbe avere carattere giuridico e non ideologico. Invece la nostra è un concentrato di buone intenzioni e alti ideali, necessariamente destinati a suscitare aspettative eccessive (e regolarmente deluse). E questa è già di per sé una mala azione. Inoltre la legge fondamentale (Grundgesetz, dicono i tedeschi) non è per nulla realistica, nemmeno dove sarebbe necessario: dire, come fa la nostra all’art.11, che l’Italia “ripudia la guerra”, è pressoché assurdo. È come se un cittadino dicesse che ripudia la malattia. Per giunta l’Italia non vuole la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, come se mai uno Stato avesse ammesso di aver fatto una guerra per un motivo così futile e assurdo.
Ma nel testo si trovano sciocchezze anche peggiori di questa.
Il diritto al lavoro (art.4), per esempio. Un diritto è qualcosa che posso richiedere al giudice di applicare in mio favore. E poiché per il lavoro non è possibile, il lavoro non è un diritto. Scrivendo queste parole si volevano forse fare arrabbiare ancora di più i disoccupati? È vero che quel testo, prudentemente, avverte che la Repubblica “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, ma, appunto, se un diritto non è “effettivo”, che diritto è? All’università si insegna che un impegno del tipo: “Ti pagherò quando potrò” non ha valore giuridico. Chi ha scritto la Costituzione non aveva studiato materie giuridiche? Ma è vero che lo stesso articolo è così ideologico che prosegue assegnando ad “ogni cittadino [ha] il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Il che corrisponde a dire che chi non ha bisogno di lavorare e se la gode viola la legge. Per fortuna si tratta di una legge da non prendere sul serio.
Un ultimo esempio, anche perché, come dicevano i romani, ex uno disce omnes, se ne conosci uno capisci come sono anche tutti gli altri. Il diritto d’asilo, secondo l’art.10, deve essere garantito allo “straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”. Chi ha stilato la Costituzione si è reso conto che la stragrande maggioranza dei Paesi del mondo non fruisce delle nostre libertà democratiche? Quell’articolo corrisponde a dire che l’Italia dovrebbe concedere l’asilo politico a chiunque, eccettuati gli inglesi, i francesi, gli americani e gli altri pochi che hanno diritti simili ai nostri. Non sarebbe stato più realistico dire che l’asilo politico andava concesso a chiunque, nel suo Paese, rischiasse la vita o il carcere per motivi politici? Sarebbe ancora rimasto un numero sterminato di Paesi, ma almeno non avremmo scritto un articolo velleitario.
In questi giorni in Turchia sono stati arrestati dei giornalisti, a quanto dicono perché avevano criticato troppo il governo. Che facciamo, concediamo l’asilo politico a ottanta milioni di turchi, se si presentano a Otranto?
La nostra Costituzione può essere variamente giudicata, ma sembra veramente poco probabile che sia la migliore del mondo.