NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
giovedì 31 dicembre 2015
31 Dicembre
Siamo innamorati di Giovannino Guareschi.
E non siamo gli unici.
Grazie a Francesco Maurizio Di Giovine!
Auguri, amici!
martedì 29 dicembre 2015
La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - V
Caduta
Presa
fra due forze demolitrici la
Monarchia ha dovuto soccombere ma esse, la Chiesa ed i partiti, non
vollero comprendere che abbattendola hanno eliminato la più grande forza
equilibratrice delle fazioni, delle competizioni di parte. Alla Monarchia,
superiore ai partiti, protettrice delle minoranze e dei deboli, hanno
sostituito la fazione. Essi hanno salvato, cioè credono di avere salvato se
stessi indicando al popolo credulo e volubile il responsabile delle loro colpe:
Vittorio Emanuele III. Ma la storia non si distrugge con le falsificazioni.
Quale bersaglio Sceglieranno domani i campioni della nuova Repubblica per scaricarsi
delle colpe, degli errori che stanno già commettendo in grande stile? Come si
difenderanno quando sarà arrivata Fora della resa dei conti? Dove troveranno un
altro capro espiatorio? Stia attento il popolo italiano. Non rimarrà ai nuovi
apostoli, che seguire le orme della Russia, dove gli insuccessi sono addossati
alla massa lavoratrice che, sotto le spoglie di sabotatori viene colpita e
massacrata senza pietà.
Noi
non neghiamo ai giornali, agli uomini politici, agli intellettuali, la libertà
di essere repubblicani e antifascisti ora; contestiamo a costoro nel modo più
assoluto il diritto di scagliarsi contro la Monarchia dopo avere
preparato quel clima di cui l'Italia e la stessa Monarchia sono state vittime.
Grande responsabilità hanno giornali, giornalisti e scrittori nella formazione
dell'opinione pubblica, e se il fascismo ebbe un consenso in Italia, la grande
stampa fiancheggiatrice (quella che adesso si chiama indipendente) è una delle
principali responsabili della critica situazione attuale. Chi ha provocato con
le sue intemperanze del 1919, 1920 e 1921 la reazione fascista; chi ha preso
parte ai cortei del ventennio; chi ha votato le leggi fasciste, dal Gran
Consiglio alla Riforma elettorale; chi ha accettato supinamente la dittatura
con o senza tessera, con o senza distintivo; chi ha trafficato col regime; chi
lo ha esaltato con scritti o con discorsi; nessuno cioè la quasi totalità degli
italiani ha il diritto di accusare il Re, come non ha il diritto di accusare
Mussolini. Costoro sono i veri responsabili della catastrofe. Perchè non sarà
mai rammentato abbastanza che quanto si imputa ora al Sovrano come tanti
errori, sono proprio quegli atti che più clamorosamente furono approvati dalle
folle oceaniche. Tutto ciò che il popolo approva, tutto quanto il popolo
applaude, questo non è più un errore. La volontà popolare, dice la dottrina
democratica, è sacra. Ed il Re non ha fatto altro che sanzionare la volontà del
popolo conclamante ed osannante. Eppure si incontrano persino vecchi
squadristi, reduci dalla marcia su Roma, che accusano il Re di avere permesso a
Mussolini di assumere il potere!!!
In
un colloquio con lo scrittore Nino Bolla nel gennaio 1944 a Brindisi, Vittorio
Emanuele dice testualmente: «Se la maggioranza non seguisse troppo gli impulsi
estemporanei, che portano facilmente, sia al delitto passionale che politico,
potrei rispondere, convinto di essere compreso da tutti gli italiani, che io ho
ubbidito, sia nel 1922 che nel 1943, unicamente e sempre alla volontà del
Paese. Con ciò non intendo dare alcuna responsabilità al popolo, perchè i
popoli, dovendo subire gli eventi, non sotto mai responsabili degli eventi
stessi. Responsabili sono i capi, e non perchè tali ma per come si sono
comportati appunto nelle decisioni estreme. Se i capi antifascisti nel 1922,
incapaci di opporsi a Mussolini abbandonarono la lotta, la responsabilità
spetta a loro e non al popolo che assistette alla competizione politica, né
alla Monarchia che non parteggiò, come non doveva parteggiare, per nessuno dei
contendenti. La
Costituzione rappresenta la suprema espressione della volontà
del popolo. Ed io mi sono attenuto sempre, inflessibilmente, sempre dico, alla
Costituzione: anche il giorno in cui non accettai più Mussolini come Capo del
Governo».
Generoso
come sempre il Re assolve il popolo addossando ogni responsabilità ai capi. Noi
intendiamo però rilevare che le masse seguendo ciecamente questi capi, in
queste come in altre occasioni, si sono fatte partecipi degli avvenimenti e
quindi delle responsabilità che ne derivarono. Vittorio Emanuele così
riprendeva il colloquio : « Nel 1940, alla dichiarazione di guerra, né Senato, né
Camera, né Gran Consiglio, sollevarono la benché minima eccezione affinché
l'opera del Governo fosse discussa». Del resto è oramai acquisito alla storia
il fatto che, sia per quanto riguarda il « patto d'acciaio » che per la brusca
entrata in guerra, Mussolini fece trovare il Re di fronte al fatto compiuto,
mettendolo - è il Re stesso che lo afferma - nella «impossibilità di agire con qualche
probabilità di riuscita e senza un urto irreparabile e di incalcolabili
conseguenze per la vita interna del Paese...».
Il
popolo italiano - bisogna avere il coraggio di rammentarglielo ha voluto il
fascismo, ha voluto Mussolini. Il popolo italiano ha voluto la guerra, sia pure
perché illuso, dalla sconfitta francese e dalla insufficienza inglese. Cambiò
atteggiamento quando le cose andarono male. Sono gli stessi attuali accusatori
del Re che quando erano fascisti scrivevano che la guerra era «voluta dal
popolo». Sono questi stessi accusatori del Re - i repubblicani storici in testa
che nel 1915 minacciavano la rivoluzione se la Monarchia non dichiarava
la guerra all'Austria, guerra «voluta dal popolo» ma che essi reclamavano
soprattutto nell'interesse della Francia della quale erano in Italia la pedina
di manovra negli intrighi anti-italiani dell'ambasciatore Camillo Barrère, ex
comunista della Comune di Parigi diventato reazionario e clericale. Non il Re
dunque deve essere chiamato responsabile dal momento che ha sempre seguita la
volontà popolare, sia attraverso le manifestazioni di piazza che quelle del
Parlamento. Egli fu per questo un Re scrupolosamente ligio alle regole, alle
esigenze della vera democrazia, dato che sia concepibile governare i popoli con
questa idilliaca, astratta concezione. Diceva Jean Jacques Rousseaux che ne fu
il padre spirituale, che la democrazia «è governo degli Dei; un governo così
perfetto non si addice agli uomini».
L'unico
che tendeva alla ricerca di questa perfezione attraverso l'equilibrio dei suoi
atteggiamenti, fu Vittorio Emanuele III. Egli è stato soprattutto un saggio.
Uomo di talento, fu indubbiamente un Re di vera grandezza, superiore di gran
lunga ai Suoi avversari. A Sforza che si era manifestato il suo più acerrimo
nemico, offre di assumere la direzione del Governo. Lasciando il potere al
figlio Umberto, prima di partire per l'esilio, così lo ammoniva: «Se per il
bene dell'Italia lo ritieni utile, serviti pure dei miei nemici». Quando mai i
suoi denigratori, sarebbero capaci di tanta cristiana elevatezza d'animo? Egli
è caduto senza serbare rancore per nessuno. sempre sereno, sempre superiore
alle beghe dei piccoli politicanti.
Salito
sul trono dopo l'assassinio del Padre, impedì che le forze della reazione
prevalessero, richiamando invece, con un nobile messaggio, gli italiani alla
realtà ed alla moderazione e rendendosi conto delle esigenze che richiede uno
Stato moderno, incoraggiò il suo governo a realizzare quelle riforme sociali
che i tempi imponevano e le masse richiedevano. Così le conquiste operaie agli
albori del secolo XX sotto il suo Regno sono quanto di più ardito si potesse immaginare
e superano quelle contemplate dallo stesso Carlo Marx nel Manifesto dei comunisti.
Primo Carnera e il Re Umberto II
di Emilio del Bel Belluz
Un giorno Primo Carnera e
sua moglie si trovavano alla stazione ferroviaria di Venezia e da lì
dovevano partire per Roma. La guerra non era ancora finita. Su un altro treno
passava il principe Umberto e si accorse che tra quella gente vi era
il grande campione del mondo dei pesi massimi Primo Carnera.
Il pugile emergeva
con la sua figura imponente, era alto almeno due metri ed aveva un fisico da
gladiatore. Il campione di Sequals, da qualche anno, aveva appeso i guantoni al
chiodo, perché durante il periodo bellico non venivano organizzati incontri di
boxe di grande rilievo.
Dal libro dedicato al pugile Primo Carnera “
Mio padre Primo Carnera “ ho tratto questo emozionante racconto scritto dalla
figlia Maria Giovanna:” Il principe ha fatto fermare il treno ed è sceso per
andargli a stringere la mano. Il futuro Re d’Italia a Carnera!
La mamma era
incinta di qualche mese. Con la presenza di spirito che la
contraddistingueva ha chiesto:“ Maestà, se nascerà un ragazzo ci
permettete di chiamarlo Umberto?”. La risposta è stata:” Senz’altro, per me
sarebbe un onore “.
E’ stato un incontro consumatosi in pochi
attimi, ma di cui papà ci raccontava sempre con emozione. … “ Con i reali si è
poi creato un legame affettivo duraturo, andato oltre il tramonto della Monarchia
in Italia. Quando Umberto è nato la Casa Reale ha mandato in regalo un paio di
guantini in pelle, con lo stemma dei Savoia, che la mamma ha conservato
tanti anni come ricordo.
Abbiamo ricevuto telegrammi di Umberto II
quando Giovanna Maria si è sposata e quando papà è morto. Inoltre, tanti anni
dopo quell’incontro alla stazione, l’ex Re ormai in esilio è
capitato per un viaggio a Los Angeles. Sapeva che noi vivevamo lì, è venuto a
trovarci e quando è entrato dalla porta la prima cosa che ha chiesto è stata:
“Dove è il mio Umberto?”. Di quella promessa fatta dalla mamma non
si era dimenticato neppure lui”. Il 22 maggio 1967, nel momento in cui il
campione ritornava in Italia gravemente ammalato, il Ministro Lucifero, per incarico del Re, gli scrisse una lettera
molto commovente.
“Caro Carnera, Sua Maestà il Re, che ricorda di avere avuto
il piacere di incontrarla a Los Angeles nel novembre 1963, desidera farle
giungere il suo saluto augurale, affettuoso e amichevole nel momento in cui
ella torna in Patria. A lei che ha dato all’Italia per primo il massimo alloro
mondiale e che è circondato dall’ammirazione e dalla simpatia di tutti, Sua
Maestà si è compiaciuto darle la tangibile attestazione del Suo Alto
apprezzamento e lei ne riceverà partecipazione ufficiale, mentre augura di cuore
che le sue condizioni di salute si ristabiliscano completamente, nella quiete
del paese natale. Il Re Umberto l’abbraccia bene augurando e saluta
cordialmente la gentile signora Pina. Da me, che ho avuto pure la fortuna di
incontrarla a Los Angeles, voglia accogliere, con la gentile
Consorte, gli auguri e i saluti migliori.
Al Comm. Primo Carnera- Sequals-
Udine. Falcone Lucifero.
Credo che il Re abbia amato Primo, che per
primo e unico, onorò l’Italia con la conquista di un titolo mondiale nelle
categoria regina quella dei pesi massimi, e durante l’incontro molte bandiere
Sabaude sventolavano prima e dopo il massimo trionfo. Alla fine del match,
Primo alzò al cielo la bandiera Sabauda, dando l’impressione di
volerlo toccare.
Alcuni anni fa, venne prodotto un ottimo film sulla vita di
Carnera e nella scena per l’incontro per il titolo mondiale, vi erano delle
bandiere sabaude, ma c’era pure una bandiera senza lo stemma che sventolava, e
questa bandiera non aveva verità storica. Nessuno ha mai potuto togliere la
gioia che Primo creò nella sua patria.
Gli italiani residenti
in America avranno, di sicuro, sventolato il tricolore
del Re ed esposto delle proprie case la bandiera della loro patria lontana. La
nostalgia per la propria terra lontana sarà stata mitigata dal successo del
loro compaesano.
Il Re Umberto stimava quel gigante dal cuore d’oro e dalle
mani d’acciaio. Spesso mi capita di vedere delle
ricostruzione storiche dove volutamente si omette di collocare la
bandiera del Re. Ho avuto occasione di sfogliare molti libri delle classi
elementari degli anni cinquanta e quando ricordavano la terra d’Italia nella
Grande Guerra veniva riportata la bandiera senza lo stemma Sabaudo.
Non si deve
accettare mai la verità mistificata che
gli storici hanno scritto con la penna rossa. Carnera quando tornò in Italia fu
accolto da ali di folla. Solo un mese dopo, il 29 giugno 1967, a trentatré anni
dalla conquista del titolo mondiale, il gigante si spense a Sequals, il paese
dove era nato sessantun anni prima.
Anche Re Umberto
avrebbe ardentemente sperato di poter morire nel Paese dove era
nato, ma non gli fu mai permesso di tornare nella sua patria. Morendo pronunciò
l’unica parola che aveva nel cuore e che rappresentava il suo ultimo desiderio
:” Italia”.
sabato 26 dicembre 2015
UNA STORIA DI NATALE.
di Francesco Maurizio Di Giovine
Cari Amici che mi seguite sulle pagine di questo gruppo e date il vostro gradimento scrivendo "mi piace".
Cari Amici che mi seguite sulle pagine di questo gruppo e date il vostro gradimento scrivendo "mi piace".
Ricorrendo il Santo Natale ho pensato a Voi e, per ringraziarvi, voglio raccontare un fatto accaduto più di trenta anni or sono. Quel fatto, per me, trascende l'aneddotica potendo entrare nel patrimonio ideale di una generazione di giovani che ebbero la fortuna di militare nel F.M.G. .
Era pomeriggio del Venerdì 18 marzo del 1983. Ero in casa e la radio accesa mi faceva compagnia. Il Giornale Radio annunciò la morte, in una clinica svizzera, dell'ultimo Re d'Italia.
La notizia non mi colse di sorpresa. Sapevo che il Re stava male. Ma l'annuncio della sua morte mi diede tanta sofferenza.
Improvvisamente squillò il telefono. Dall'altra parte una voce rotta dall'emozione disse: "Maurizio, hai saputo?" Risposi tristemente di si.
Era un vecchio maresciallo dell'Arma, mio buon amico, che giovanissimo, aggregato al Reggimento Cavalleggeri di Alessandria,si era guadagnato una Croce di Guerra al Valor Militare comportandosi da eroe nell'ultima carica della Cavalleria Italiana, a Poloi, nell'ottobre del 1942.
In serata ebbi dei contatti con l'Istituto Nazionale delle Guardie Al Pantheon, di cui facevo parte, accettando di essere della pattuglia che avrebbe vegliato il Re sino alla sepoltura. Il giorno seguente, sabato, dopo mezzogiorno, partii in auto per Altacomba assieme al mio amico, dott. A. C., anch'egli Guardia d'Onore.
Cominciava ad imbrunire quando giungemmo al passo del Frejus. Avevamo scelto quel transito perchè temevamo di incontrare la neve percorrendo la Valle d'Aosta.
Ci fermammo al posto di dogana della frontiera dove ci venne incontro un giovane carabiniere che ci chiese i documenti.
Li consegnammo prontamente ed il milite, piegandosi verso il finestrino, ci chiese dove eravamo diretti. In quel momento sfogai tutta l'aggressività che avevo dentro e che era andata crescendo durante il viaggio conversando con il mio amico di bordo. Risposi con tono fermo, quasi ad alta voce, proprio per affermare un concetto che non ammetteva equivoci: "Andiamo ai funerali del Re d'Italia!".
Il giovane carabiniere non fiatò. Si avviò, portando con sé i documenti, verso la stazione di comando, situata al margine della strada. Dal finestrino dell'auto osservammo la scena grazie alla spaziosa vetrata, ma non potemmo ascoltare la conversazione.
Intanto cominciai a provare un certo rimorso per la temerarietà osata. Pensammo che, forse, le mie parole avrebbero pregiudicato il proseguimento del viaggio. Probabilmente ci avrebbero trattenuto con cavilli pretestuosi.
Il tempo trascorreva ed il pessimismo si impadroniva di noi. Con questo stato d'animo addosso continuammo ad osservare quel che accadeva nella piccola caserma di frontiera. Il carabiniere confabulava con un brigadiere che, ora, aveva in mano i nostri documenti e li scrutava con attenzione.
Poco dopo vedemmo uscire da una porta il maresciallo comandante la stazione il quale, dopo aver ascoltato i suoi due dipendenti, prese in mano i nostri documenti e ci venne incontro.
Ci preparammo al peggio.
Camminava lentamente e si diresse verso il mio finestrino. il vetro dello sportello era abbassato. Appena giunto, si curvò verso di me, consegnandomi i documenti.
A questo punto, dopo un silenzio che parve durare un'eternità, finalmente parlò e mi disse: "Quando sarete davanti alla salma del Re, portate il riverente saluto di un maresciallo dell'Arma".
Fu un attimo. Lo guardai in viso e mi accorsi che aveva gli occhi lucidi. Improvvisamente si alzò. Si mise sugli attenti e portò il palmo destro della mano aperta alla visiera.
Capii che non salutava me, ma il Re. Il nostro Re. Il suo Re!.
Risposi: "sarà fatto" e ripartimmo verso la Savoia con un groppo in gola. Buon Natale carissimi amici.
dal gruppo facebook Monarchia Oggi
venerdì 25 dicembre 2015
Vercelli: Inaugurazione epigrafe dedicata a Umberto II Re d’Italia
Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe
del Pantheon
DELEGAZIONE
PROVINCIALE DI NOVARA
Via
R.Sanzio,9 – 28068 Romentino (NO) Tel. 0321-867235 Cell. 346-8345183 Mail marco.lovison1981@libero.it
Lunedì 28 dicembre 2015 - Città di VERCELLI
INVITO - INAUGURAZIONE TARGA - “S.M. UMBERTO II RE D’ITALIA”
Programma:
Ore 15,00 - Ritrovo presso il Municipio di Vercelli
Piazza del Municipio, 5
Deposizione corone dall’Alloro ai Caduti di tutte le Guerre
Visita presso la gli
uffici del Municipio, ove sono esposti cimeli Risorgimentali, Ritratti Sabaudi,
e Bandiere del Regno d’Italia
segue il corteo
Arrivo presso la
Confraternita di Sant’Anna – Via Fratelli Ponti, 9
Ore 16,00 –
Inaugurazione Targa con epigrafe dedicata a S.M. Umberto II Re d’Italia
da parte del Delegato
Provinciale e dal Sindaco di Vercelli, D.ssa Maura Forte
Segue Benedizione
Sempre il Delegato
Provinciale, donerà al Sindaco la Bandiera Storica del Regno Italia e un
quaderno, contenente testimonianze del Regno di
Re Vittorio Emanuele III e Re Umberto II
Segue Santa Messa In
suffragio di:
TUTTI I CADUTI DELLA
PRIMA GUERRA MONDIALE NEL CENTENARIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
Re Vittorio Emanuele
III
Regina Elena
Celebrante: Assistente
Spirituale delle delegazioni Comm. Can. Mons. Gian Luca Gonzino
Le Associazioni
Combattentistiche e d’Arma, sono pregate di partecipare con bandiera e/o
Labaro, i simpatizzanti possono manifestare questa condivisione con il
Tricolore
Il Delegato Provinciale Marco Lovison
giovedì 24 dicembre 2015
Un Natale del Re Umberto II
Molto spesso il mio pensiero va al ricordo di Re Umberto II.
Una volta è avvenuto osservando una foto del 1946 che lo raffigurava assieme ai suoi figli in Esilio. Stavano guardando con curiosità un pescatore, che seduto in vicinanza del mare, riparava con vera maestria la sua rete.
Forse il Re voleva che i suoi figli osservassero il lavoro di questo semplice pescatore. Le persone umili trovavano accoglienza nel cuore del sovrano.
Molto spesso, il sovrano faceva proprie le difficoltà economiche di questi uomini di mare. Re Umberto II si intratteneva a parlare con loro, cercando di instaurare dei rapporti umani che mitigassero la sua immensa solitudine e la grande nostalgia per la sua cara Italia, che lo accompagnò fino alla morte.
Questo Re aveva scelto di abbandonare il suo Paese per evitare che, in seguito all'esito del referendum si potesse prospettare uno scenario di guerra civile. La fede che non lo abbandonava mai gli è stata di grande aiuto per sopportare tutto questo.
I pescatori che incontrava erano delle persone povere che possedevano solo la piccola barca, le reti per pescare e una casa molto modesta per rifugiarsi al rientro dal lavoro. Anche loro contraccambiavano l’affetto di Re Umberto II, lo vedevano con il volto disegnato dalla malinconia, ma con la volontà di sorridere; lo stesso sorriso che aveva nonostante la grande tristezza nel cuore quando salutò dal portellone dell’aereo prima di abbandonare per sempre la sua amata patria. Il suo primo Natale d’esilio l’aveva trascorso con la sua famiglia: la Regina e i suoi amati figli.
Li immaginavo seduti attorno al caminetto il presepe allestito in un angolo del salone con le statuine acquistate in quel paese di pescatori. E lì accanto vi era pure l’angolo dei doni che i suoi figli più tardi avrebbero scartato con tanta felicità. Mille pensieri tormentavano la sua mente, un piccolo palpito di gioia proveniva dalla lettura dei tanti messaggi e lettere di auguri provenienti da tutte le parti d’ Italia.
Tutto ciò faceva comprendere che in Italia non lo avevano in nessun modo dimenticato.
Lo immaginavo con la sua famiglia che si avviava verso la piccola chiesa del villaggio per assistere alla Santa Messa di mezzanotte, la prima che trascorreva lontano dalla patria. Il sovrano alla sua uscita si fermava per stringere le mani e per scambiare gli auguri con gli altri fedeli. Il Re era molto cattolico e ricordo delle foto che all’uscita dalla chiesa molti si avvicinavano per chiedergli degli aiuti economici, soprattutto le vedove dei pescatori. La miseria bussava in quelle case modeste e si faceva sentire di più nei giorni di festa. Lo spirito caritatevole del sovrano era stato forse ereditato dalla madre, la Regina Elena che elargiva tutto quello che poteva ai poveri.
Questo spirito di carità veniva manifestato dalla Regina. A Montpellier dove si era ritirata a vivere dopo la morte del marito. Si intratteneva volentieri a parlare con le donne italiane per lo più erano donne al servizio di qualche famiglia benestante. Sono venuto a conoscenza di questi episodi grazie alla testimonianza di una mia conoscente di Rivarotta che si era recata in Francia a lavorare.
Alcuni anni fa leggevo da un libro l’episodio in cui l’autore raccontava del dono fatto del Re Umberto II ad un pescatore: una barca nuova di cui era molto fiero. In esilio tutti lo chiamavano con rispetto: “Re d’Italia”. I natali successivi al primo il sovrano li aveva trascorsi da solo, raramente in compagnia di qualche italiano che si era recato a Cascais. Ho immaginato il Re che una volta era stato invitato a passare il Natale in una famiglia di pescatori.
Li ho visti seduti attorno ad un tavolo imbandito con delle pietanze molto semplici ed illuminato da una candela e nei loro cuori albergava una grande umanità. Il Re si sarà commosso davanti a tanto calore ed affetto ed avrà dimenticato per quella sera la tristezza della lontananza. Aldo Fabrizi in una sua poesia descriveva la sua malinconia nel non poter invitare il sovrano a casa sua a mangiare.
Chissà quanti natali il Re avrà osservato dal terrazzo della sua casa di fronte al mare e avrà lasciato andare il suo saluto per l’Italia alle sue onde.
Quanto bene avrebbe fatto al Paese se solo avesse potuto restare a governarlo.
mercoledì 23 dicembre 2015
Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II
Hitler e Casa Savoia, nella XIV parte dell'intervista di Nino Bolla, del 1949.Buona lettura e Buon Natale!
www.reumberto.it
A Bardonecchia si scopriranno le virtù dei Savoia
In Biblioteca il 26 dicembre l’autore Dino Ramella

BARDONECCHIA – Il pomeriggio del 26 dicembre in Biblioteca sarà dedicato alla Casa Savoia. Alle 16,30 Dino Ramella presenterà il suo libro “Ritratti Sabaudi, vizi e virtù di Casa Savoia”, edito nel 2008 da Edizioni Ananke. Il testo ripercorre la vita di Re, Regine, Principi e Principesse di Casa Savoia dal 1713, anno di acquisizione del titolo reale del casato, sino ai giorni nostri, un vero e proprio album fotografico, narrante non la storia dei personaggi,ma i personaggi stessi.Testi e immagini, molte delle quali inedite, si alternano nel racconto dei vizi, delle virtù, degli aneddoti e delle curiosità, delle abitudini e dei retroscena amorosi legati a ciascun personaggio, in un linguaggio scorrevole e semplice, adatto ad ogni tipo di lettore. Il libro si compone di dieci capitoli, ciascuno dei quali affronta un periodo storico preciso dei tre secoli trattati. Studioso e appassionato storico di Casa Savoia, l’autore non solo si soffermerà sul libro citato, ma accennerà anche al suo secondo libro pubblicato nel settembre 2011 “Amori e selvaggina vita privata di Vittorio Emanuele II” , in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, e ai personaggi che hanno soggiornato a Bardonecchia, quale località di vacanza invernale e estiva.
martedì 22 dicembre 2015
IL BILANCIO DEL 2015: MISERIA E NOBILTA’
Riceviamo e pubblichiamo volentierissimo questo articolo. Impossibile non condividerne i contenuti.
Per
chi abbia vissuto
la vita dei
movimenti monarchici, se non dall'origine, perché oggi dovrebbe
avere oltre 90
anni, almeno da qualche
decennio, sa che gli
stessi non hanno
mai nuotato nell'oro, salvo un
breve periodo, dal 1954
al 1958, quando Achille
Lauro, uscito dal Partito
Nazionale Monarchico e
fondato il Partito
Monarchico Popolare, cercava di
imporre questa nuova
sigla, aprendo sezioni,
stampando manifesti, organizzando manifestazioni di
massa, ottenendo risultati elettorali
senza dubbio notevoli
nelle Elezioni Regionali
Sarde e più
ancora nelle Elezioni
Comunali a Napoli, raggiungendo la
maggioranza assoluta di
voti e di
seggi.
Per
il resto scarsa
la stampa quotidiana, scomparsa “Italia
Nuova”, che aveva combattuto la battaglia
del “referendum”, è esistito
il “Corriere della Nazione”, organo del
PNM, ed il “Roma”, strettamente legato
a Lauro . Quanto a
periodici, molti i settimanali, tra cui
“Italia Monarchica” anch’essa
organo del PNM, ”Italia
Sabauda”, ”Tribuna Monarchica”,
a titolo
indicativo, ma non esaustivo, e
poi “IL Regno”, epoca
PDIUM, ma pochi o nessuno di
questi nelle edicole, per
lo più mandati
ad iscritti, ed abbonati , praticamente un circolo
chiuso.
Al
di fuori dei
partiti e dell’ Unione Monarchica Italiana, quanto a
giornali , possiamo
ricordare prima del
1953 , “Governo”, di Roberto Cantalupo, e
dal 1945 , il
“Candido” di Guareschi, che dopo essersi
battuto per la
Monarchia nel “referendum”,
del 1946, nel 1953
fece una vera e propria
campagna elettorale per
“Stella e Corona”, dai
vertici della quale non ebbe
parole di gratitudine. Poi qualche
tentativo culturale, tipo la rivista
“Monarchia” e il mensile “Critica Monarchica”, limitati a
pochi numeri e
pochi anni, qualche
“Quaderno”, edito dal F.M.G., sempre riservato
agli iscritti, che in
molti casi nemmeno
li leggevano.
Arriva il
1972. Scompare il PDIUM , gli
esponenti contrari all'ingresso
nel MSI, fondano l’ Alleanza
Monarchica, hanno uno slancio
iniziale, ma la drammatica
mancanza di fondi
riduce questo movimento, pur ricco
di persone culturalmente valide, alla presenza di un periodico mensile di
indubbio valore storico e politico, ma anch'esso
limitato nella diffusione. Manca una
vera Agenzia quotidiana
di stampa, anche se
nominalmente ve ne è
una ancor oggi, diventata
un periodico, ma che
è nel nome
erede di una
vera agenzia.
Passano i
decenni, le file si assottigliano, anche se
per germinazione spontanea, nascono diversi
giovani preparati che
fanno sperare nell'avvenire.
La
vera cultura però
sempre latita, per cui
è mancato un
approfondimento storico e
politico dell’azione e del
significato della Monarchia
unificatrice, pur avendo avuto
ancora viventi, fino agli
anni ’60 del
secolo scorso, grandi
storici lasciati però
ai margini della
vita associativa del
partito monarchico.
Un solo
circolo culturale a
Roma, attivo ininterrottamente
da decenni, che per
mancanza di mezzi non
ha mai potuto
espandersi in altre
città, né pubblicare metodicamente, ma solo
saltuariamente, le centinaia e
centinaia di conferenze
tenute, tutte di altissimo
livello, quando il Ministro
della Real Casa, Collari
dell’ Annunziata, Presidenti e
Segretari Generali di
partiti e di associazioni
nazionali, senatori e deputati, rettori e
professori d’Università, si ritenevano
onorati di partecipare
e presenziare alla
vita ed alle attività
del circolo.
Il
mondo monarchico, nella sua
storia ha sempre
visto, purtroppo, scissioni
e polemiche interne, di
carattere personale,
eccettuato solo il
1953 e se
ne videro i risultati positivi, polemiche e
scissioni sulle quali
la stampa non
era avara di
notizie , ma vi era , fino
al 1972, un “materiale”
umano, di tutto rispetto
per cui esistevano
Consiglieri Comunali, Provinciali
, Regionali e Parlamentari, che oggi
non esistono più.
Qualcuno potrebbe
obbiettare: però ci sono
le cerimonie religiose! Nulla in
contrario perché anche
questo tipo di
celebrazione e di
ricordo è necessario
e le preghiere
per le anime
dei nostri morti
salgono verso l’ Onnipotente, ma senza
offesa “Con preghiere non
si reggono gli
Stati”, né si fa
propaganda politica. Nel migliore
dei casi, se vi
è un folto
pubblico, il che è
sempre più raro, possono
essere propedeutiche ad
altre più concrete
attività.
Però ci
sono cerimonie seguite
da raduni gastronomici! Anche questi
sono necessari per
nutrire il corpo, conoscersi, affiatarsi, sempre però
che non siano
fini a sé
stesse, e se gli
stessi partecipanti, presenziassero e
si attivassero in
altre più concrete
attività.
Però ci
sono opere di beneficenza! Anche queste sono
attività nobili ed
opportune, se venissero
conosciute, come lo erano
quelle effettuate in nome
del Re Umberto
II, che ebbero qualche risalto
giornalistico, e divenissero anche queste
propedeutiche ad altre
attività, diversamente concrete.
Invece è
passato il 150°
del Regno d’ Italia, gabellato per
Unità d’Italia, pur di
non parlare di Re,
di Casa
Savoia e di
Monarchia, ed ora sta
passando il centenario
della Grande Guerra, ma
le iniziative dei
monarchici sono state
scarse , se si eccettua
una bella mostra itinerante
per tutta l’ Italia, predisposta dall’ Istituto delle Guardie
alle Reali Tombe
nel Pantheon, e non
si è tenuto
conto che erano
le sole ed
ultime ricorrenze in
cui far risaltare
il ruolo positivo avuto
dalla Monarchia Sabauda, che
è l’unica e
sola a cui
gli italiani debbano
qualcosa! Gioacchino Volpe scrisse
una volta che
“Se molto l’Italia
aveva dato a
Casa Savoia , molto di più aveva dato
Casa Savoia, all’Italia”, frase che andrebbe
corretta in quanto
da anni nulla
ha più dato
la repubblica a
Casa Savoia, se non l’
abrogazione, dopo decenni, di un
antistorico ed incivile
esilio, che impedì al
Re di chiudere
gli occhi nella
sua terra natia.
E’
pessimismo tutto questo?
No, è realismo. Se è
lecito il paragone, molti
sono gli scribi
ed i farisei
che vegetano nel
campo monarchico, attenti alla
lettera, ma non allo
spirito della monarchia
italiana, così come uscita
dal Risorgimento, fautrice di libertà civile
e progresso sociale. Ma
anche questo è premessa
o giustificazione per
abbandonare la battaglia? No, è
coscienza e presa
d’atto degli errori
commessi ,per non ripeterli. E’
capire che se
anche un insieme
di circostanze fa
marciare oggi divisi
con dispersione delle
attuali scarse forze, uniti
si può colpire l’inconsistenza istituzionale
e costituzionale repubblicana, vedi l’articolo
139, senza “fuoco amico”, gelosie, miserie, polemiche
ed ostracismi personali, dato che
oltretutto non ci
sono né degli
Alfredo Covelli, né degli
Achille Lauro, o reciproche
scomuniche, anche perché chi
è il Pontefice
che può erogarle?
Un
vandeano
sabato 19 dicembre 2015
La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - IV
Vittorio
Emanuele III Re costituzionale capro espiatorio degli errori e delle colpe dei
suoi accusatori
La
tragedia dell'Italia non è quella di essere stata sconfitta. Non c'è nazione
che non registri nella sua storia sconfitte anche più clamorose. La caduta di
Napoleone non ha eguali, pur tuttavia
Dopo
l'attentato di Zaniboni, l'organo conservatore Daily Mail scriveva: «Mussolini
ha salvato l'Italia e forse anche l'Europa dal pericolo dell'anarchia e la sua
vita è di un valore altissimo per la civiltà».
Lo
stesso Churchill ora nemico dell'Italia, nel 1927 ministro delle finanze del
Gabinetto Baldwin, così parlava a Roma ai rappresentanti della stampa italiana
ed estera: «Non posso fare a meno di sentirmi affascinato, come lo furono
altri, dal contegno semplice, cortese, distinto e equilibrato del signor
Mussolini, non ostante tante responsabilità e pericoli. In secondo luogo,
qualsiasi può vedere che Egli pensò solamente al benessere duraturo del popolo
italiano e che lo interpretò veramente. Se io fossi italiano sono sicuro che
sarei stato con voi con tutto il mio cuore, dal principio alla fine della
vostra lotta trionfale contro gli appetiti bestiali e le passioni del leninismo».
E dava mano libera alla Commissione ministeriale inglese che nel giugno 1935
concludeva uno studio affermando - quasi volesse porgere a Mussolini un invito
all'azione - che una conquista dell'Etiopia da parte, dell'Italia non avrebbe
offeso vitali interessi britannici.
Il
sentimento italiano non seppe reagire. Come non reagì quando due generali e fra
questi il famigerato Mac Farlane intendevano democraticamente costringere il
Re, con fare altezzoso, a firmare d'urgenza il decreto di Luogotenenza; ma
aveva ben reagito Vittorio Emanuele mettendo i due inglesi alla porta: «Loro mi
hanno già seccato abbastanza». Ai sovrani d'Italia non vennero inflitte che
continue umiliazioni. Anche il governo di Londra doveva crearsi una verginità
per l'appoggio dato durante quasi vent'anni a Mussolini. Allora interessava
all'Inghilterra un'Italia unita e forte per opporla nel Mediterraneo
all'invadenza francese, ora serve un'Italia umiliata, divisa e debole per
derubarla di Trieste e delle Colonie, ed i Comitati dell'antifascismo si sono
schierati contro l'Italia ponendosi al servizio dello straniero. Non per nulla
hanno preteso ogni sorta di garanzie, prima fra tutte l'art. 16 del Trattato di
pace che protegge rinnegati e traditori dal rigore di una infamante condanna
per alto tradimento.
L'atteggiamento
sia degli Alleati che dei Comitati antifascisti è stato determinato: per i
primi dal sentimento di rapina ai nostri danni e dai secondi dalla necessità di
sfuggire alle proprie responsabilità. Bisognava trovare un colpevole, un capro
espiatorio sul quale rovesciare colpe ed errori da essi commessi. Una volta,
fino ai primi lustri del secolo, le democrazie facevano bersaglio di ogni loro
più volgare contumelia il Vaticano. La minima contrarietà alle loro aspirazioni
era attribuita all'influsso della Chiesa. Il Vaticano, la Chiesa , il prete, erano la
colpa di tutti i mali che affliggevano l'Italia. Erano le forze occulte che
tremavano ai danni del popolo al quale si propinavano i racconti terrificanti
dell'Inquisizione di Spagna. Il Vaticano era la piovra adescatrice, il simbolo
del male, dell'oscurantismo, dell'immoralità, della perfidia, del malcostume,
dell'affarismo, dei peggiori vizi, ed il prete era, senza discriminazione alcuna,
descritto come un corruttore dell'infanzia e della gioventù. Chi non ricorda le
sensazionali, oscene caricature di Ratalanga sull'Asino e quelle di Scalarini
sull'Avanti! e le ributtanti volgarità dei periodici repubblicani in Romagna
quando si impediva ai preti di votare? Ed il processo contro don Riva a Torino
nel 1908 tentativo per seppellire nel disonore non soltanto un prete ma tutta
la classe sacerdotale? Sono ancora vivi i ricordi delle imponenti dimostrazioni
anticlericali organizzate dal Partito Repubblicano contro il Vaticano nelle
giornate commemorative di Giordano Bruno e la caccia ai preti per le vie
cittadine. Per le democrazie estremiste il Vaticano era l'alibi delle loro
incapacità: bisognava abbattere la
Chiesa , ostacolo alla elargizione della felicità terrena.
Poi
venne la guerra 1915-18, venne la Vittoria. E poiché questa avvolgeva della sua
gloria luminosa la Monarchia ,
questa fu il nuovo bersaglio che l'estremismo si accinse a colpire per
giustificare la sua inettitudine creativa. I partiti compromessi nella nascita
e nello sviluppo del fascismo, volgendo questo alla disfatta indicavano nella
Monarchia e per essa la persona di Vittorio Emanuele III il capro espiatorio
dei loro errori e delle loro colpe. In questa nuova impresa si trovò associata la Chiesa attraverso la Democrazia Cristiana
la quale dava man forte all'estremismo rosso cercando soprattutto di superarlo.
L'organo ufficiale del Vaticano, l'Osservatore romano, che per mezzo secolo
aveva denigrato e sovente anche in senso spregiativo e con tono autoritario il
liberalismo monarchico, accusandolo di avere lasciato passare indisturbata
quella merce incendiaria che è il socialismo, improvvisamente dopo avere
elevato agli altari il fascismo si affiancava al comunismo nell'intento di
minare lo Stato, vedendo in entrambi questi movimenti una mortificazione
dell'autorità del Principato Civile. Invece di seguire la storia la Chiesa , al fine di
riprendere una posizione direttiva volle fare della storia, che è compito
esclusivo delle istituzioni politiche. Questo nuovo atteggiamento portò
Benedetto XV alla costituzione del Partito Popolare che assunse subito un
carattere pagano anticristiano e Pio XI dopo avere glorificato il fascismo
dovette subire malgrado il Concordato, le mortificazioni della dittatura mentre
Pio XII non poté impedire la solidarietà della Democrazia Cristiana col
comunismo, consacrata, cementata nello scatenamento dei massacri che sboccarono
nell'avvento della Repubblica. Al governo l'investitura vaticana si è trovata
confusa con l'ateismo massonico di La
Malfa e di Pacciardi. Alleato questi dei «senza Dio» in
Spagna dove la brigata internazionale cui apparteneva fece scempio di preti e
monache, di altari ed ostie consacrate.
sabato 12 dicembre 2015
Il Re in America e la bambina
di Emilio Del Bel Belluz
Sono
sempre stato circondato da libri e da riviste specialmente quelle di un tempo.
In quei giornali si trovavano spesso delle notizie ricche di umanità. Nella
rivista - Oggi - del 1963 ho trovato la cronaca di un viaggio che fece Re
Umberto II a New York.
In quell'ottobre del 1963 il Re aveva 59
anni. Le foto lo riportavano vestito elegantemente e con il volto sorridente.
Aveva compiuto questo viaggio su invito di alcune personalità americane. Gli
americani avevano sempre ammirato la correttezza di Re Umberto II.
Non
credo che nessun politico se ne sarebbe andato in esilio contando su oltre
dieci milioni di cittadini che avevano scelto di votare per la monarchia. Il Re
volle evitare una guerra, in quanto era una persona di grande cuore e di alti
valori cristiani. Le persone umili hanno il potere di donare la serenità agli
altri, ma che spesso non danno a se stessi. Le persone come Umberto erano nate
per dare e non per ricevere. Giungeva a
New York il 16 ottobre alle ore 10.30, arrivando da Lisbona. Il giornalista
che scrisse questo articolo era Gino Gullace.
Questo
giornalista con penna delicata scriveva e raccontava un episodio che era
accaduto al Re, incontrando una bambina.” L’ex sovrano stava visitando il
Metroplitan Museum, a New York; per la
precisione, si trovava nella famosa sala degli impressionisti francesi.
Una maestra di origine italiana, la signora Fasolino stava illustrando ai suoi
piccoli allievi le caratteristiche di un Renoir. Quando notò Umberto interruppe
la spiegazione per indicarlo discretamente alla scolaresca. Umberto sorrise; in quel momento, dal gruppo dei
piccoli visitatori si staccò una bambina. Si avvicinò a Umberto, abbozzò una
riverenza e con la sua vocina aggraziata disse : “ Benvenuto Mister Re. Ma
perché sei venuto a trovarci senza la corona?”. “ Perché Sua Maestà viaggia
come privato e non in uniforme”, le rispose arrossendo la signora Fasolino. “
E’ proprio un peccato “, ribatté la
piccola prima di congedarsi con un’altra riverenza”.
Credo
che questo piccolo fuori programma abbia
divertito il sovrano, e penso che quel
sovrano così bello sia stato ricordato
dalla bambina per tutta la vita. Anche il Re si sarà portato con sé questo
ricordo così dolce. Erano diciassette anni che aveva lasciato l’Italia, ma non era stato dimenticato neppure in America. In quei quattro giorni di visita ha
partecipato a molti incontri con personalità della politica, come pure ebbe
modo di incontrare molti italiani che abitavano in America. L’invito ufficiale
gli era venuto dal cardinale Spellman, che desiderava presenziasse come ospite
d’onore a una manifestazione di beneficenza che raccoglieva fondi per i poveri.
Il Re si era dato a questa manifestazione con affetto ed entusiasmo.
Gli
era capitato di incontrare un combattente della Grande Guerra che gli aveva
donato una bandiera italiana. Anche questo episodio dimostrava che dopo 17 anni
d’esilio non era stato dimenticato. Oltre al Cardinale Spellman aveva
incontrato Rockefeller ed Eisenhower. Si era intrattenuto anche con molti
uomini italiani di semplice estrazione che vedendo il Re sentirono per un
momento d’avere la loro patria vicina.
Erano molti quelli che andarono in America a cercare fortuna. .
Per
un attimo ho pensato a Carnera che con la
conquista del titolo mondiale in America
aveva reso felice gli italiani che vi abitavano. La commozione e
l’affetto che dimostravano
nell’incontrare il Re erano grandi e li
permettevano di alleviare la sofferenza dovuta alla lontananza dal suol patrio. Vi è un altro episodio
avvenuto nella stessa mostra dove una bambina si avvicinò al re salutandolo. “
Nella sala dei quadri degli impressionisti, c’era un professore con il mento
ornato di un pizzo rosso che spiegava ad alcuni studenti di scuola media i
pregi di un quadro.
Hillary
Garr, una studentessa sedicenne, si staccò dal gruppo e domandò chi fosse quel
signore che camminava accompagnato da un numeroso seguito. Quando seppe che era
l’ex Re d’Italia, Hillary lasciò il
professore con il pizzo rosso e giunta davanti a Umberto gli disse: “ Ciao Re”.
“ Ciao ”Era l’unica forma di saluto che ella sapeva in italiano. L’ex sovrano
si fermò, le strinse la mano, le rivolse cordialmente delle domande”.
L’indomani
mattina il Re con un aereo privato assieme al ministro della Real Casa Falcone Lucifero andarono alla fattoria dove
viveva Eisenhower. La visita del sovrano viene descritta in modo minuzioso con
queste parole: “Eisenhower vive nella sua fattoria di Gettysburg come
Cincinnato. Si arriva alla sua casa passando per un vialetto, a piedi. Di
solito, gli ospiti di riguardo sono attesi dal generale sulla soglia, ma per
Umberto venne fatta una eccezione. Eisenhower inviò all’aeroporto il generale Schultz, suo aiutante a
prelevarlo con la sua automobile. Ike era di buon umore. Come vide il nostro
fotografo disse, ridendo, a Umberto: “Maestà quello è l’unico uomo al mondo il
quale può dirci cosa dobbiamo fare ora e come dobbiamo metterci”. Il fotografo,
infatti, li pregò di fermarsi, di discorrere”. Il generale poi mostrò al Re alcuni cimeli della guerra, tra cui
alcuni giornali ed uno incollato ad una parete: “Herald Tribune del 1944. Su quello del sei giugno a
grossi titoli spiccava questa notizia: “Vittorio Emanuele III nomina il principe ereditario
luogotenente del Regno”. Il Re ebbe un
momento di tristezza che fu subito distratto dal dono di un libro, in cui il
presidente rievocava i tempi della presidenza. Il Re in quel viaggio non aveva
dimenticato il suo legame con la sua amata Italia. “
L’episodio
più imponente e più pittoresco si svolse all’indomani, sabato, davanti alla
chiesa della Madonna di Pompei, a Carmine Street. La strada sulla quale si
trova la chiesa fa parte del quartiere italiano di Greenwich Village. Qui
vivono decine di migliaia di vecchi immigrati di tutte le parti d’Italia. Fuori,
quasi tutte le botteghe portano nomi italiani e offrono al pubblico mozzarelle,
salami, oli d’oliva, che portano nomi come “ Pace o mio Dio” e “Olio mamma mia“.
Le donne vecchie camminano con la coroncina del rosario tra le mani e la testa
coperta da scialli. Qui c’è insomma un po’ d’Italia di cinquanta anni fa,
imbalsamata, dove la gente parla ancora della guerra di Tripoli o scrive ai
parenti per farsi giocare qualche numero all’otto sulla ruota di Bari o di
Palermo. Nella chiesa di Carmine Street,
la mattina di sabato c’era una messa in suffragio delle vittime del disastro
del Vaiont. Subito si sparse la voce che Umberto di Savoia avrebbe assistito a
quella messa, e due ora prima che cominciasse davanti alla chiesa c’erano
miglia di persone.
Umberto
giunse alle 10.30. Subito dalla folla cominciarono a levarsi voci prima
discrete e poi sempre più forti, in dodici dialetti e in lingua americana : “
God Bless You, Benedittu, Viva lu Re “. Le donne tendevano le mani, Umberto
stringeva tutte quelle che poteva e ripeteva “ Grazie, grazie” Mentre due
poliziotti gli aprivano un varco tra la gente. Quando la messa terminò la folla
era raddoppiata. Umberto rimase come imprigionato; una vecchietta allungò la
mano e gli accarezzò la guancia; un uomo di forme erculee si fece avanti e gli
presentò una bandierina dicendo : “Ho avuto l’onore di fare il soldato ai
vostri ordini”. Poi tutti cominciarono a battere le mani. Solo quando Umberto
estremamente commosso, raggiunse la vettura e partì, in Carmine street ritornò la quiete“.
venerdì 11 dicembre 2015
La peggiore costituzione
Gianni Pardo
Domenica, 6 Dicembre 2015
Non è possibile dire che abbiamo la peggiore Costituzione del mondo non perché l’affermazione sia scandalosa, ma perché per farlo bisognerebbe conoscerle tutte. E già questa osservazione ha sempre reso stupida l’affermazione che essa fosse “la migliore del mondo”. Lasciando da parte questi proclami infantili (“la mia mamma è più bella della tua) ci si può chiedere seriamente se la nostra Costituzione non abbia danneggiato e continui a danneggiare l’Italia.
La prima obiezione che si potrebbe fare a questa tesi è che una legge può danneggiare un Paese solo nel caso in cui sia presa sul serio. Per esempio non si è preso del tutto sul serio l’art.53 nel quale si dice che ogni cittadino deve contribuire alle spese dello Stato, cioè pagare le tasse. Infatti ognuno, per quanto possibile, ha cercato di violarlo.
Per parecchi decenni non si è data attuazione all’art.40, che avrebbe limitato le facoltà dei sindacati in materia di sciopero, e nessuno (salvo alcuni cittadini esasperati) se ne è mai seriamente lamentato.
Purtroppo invece gli italiani hanno preso sul serio gli articoli di cui avrebbero dovuto limitarsi a sorridere. E sono questi che hanno danneggiato l’Italia.
Per cominciare, una Costituzione – legge suprema dello Stato – dovrebbe avere carattere giuridico e non ideologico. Invece la nostra è un concentrato di buone intenzioni e alti ideali, necessariamente destinati a suscitare aspettative eccessive (e regolarmente deluse). E questa è già di per sé una mala azione. Inoltre la legge fondamentale (Grundgesetz, dicono i tedeschi) non è per nulla realistica, nemmeno dove sarebbe necessario: dire, come fa la nostra all’art.11, che l’Italia “ripudia la guerra”, è pressoché assurdo. È come se un cittadino dicesse che ripudia la malattia. Per giunta l’Italia non vuole la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, come se mai uno Stato avesse ammesso di aver fatto una guerra per un motivo così futile e assurdo.
Ma nel testo si trovano sciocchezze anche peggiori di questa.
Il diritto al lavoro (art.4), per esempio. Un diritto è qualcosa che posso richiedere al giudice di applicare in mio favore. E poiché per il lavoro non è possibile, il lavoro non è un diritto. Scrivendo queste parole si volevano forse fare arrabbiare ancora di più i disoccupati? È vero che quel testo, prudentemente, avverte che la Repubblica “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, ma, appunto, se un diritto non è “effettivo”, che diritto è? All’università si insegna che un impegno del tipo: “Ti pagherò quando potrò” non ha valore giuridico. Chi ha scritto la Costituzione non aveva studiato materie giuridiche? Ma è vero che lo stesso articolo è così ideologico che prosegue assegnando ad “ogni cittadino [ha] il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Il che corrisponde a dire che chi non ha bisogno di lavorare e se la gode viola la legge. Per fortuna si tratta di una legge da non prendere sul serio.
Un ultimo esempio, anche perché, come dicevano i romani, ex uno disce omnes, se ne conosci uno capisci come sono anche tutti gli altri. Il diritto d’asilo, secondo l’art.10, deve essere garantito allo “straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”. Chi ha stilato la Costituzione si è reso conto che la stragrande maggioranza dei Paesi del mondo non fruisce delle nostre libertà democratiche? Quell’articolo corrisponde a dire che l’Italia dovrebbe concedere l’asilo politico a chiunque, eccettuati gli inglesi, i francesi, gli americani e gli altri pochi che hanno diritti simili ai nostri. Non sarebbe stato più realistico dire che l’asilo politico andava concesso a chiunque, nel suo Paese, rischiasse la vita o il carcere per motivi politici? Sarebbe ancora rimasto un numero sterminato di Paesi, ma almeno non avremmo scritto un articolo velleitario.
In questi giorni in Turchia sono stati arrestati dei giornalisti, a quanto dicono perché avevano criticato troppo il governo. Che facciamo, concediamo l’asilo politico a ottanta milioni di turchi, se si presentano a Otranto?
La nostra Costituzione può essere variamente giudicata, ma sembra veramente poco probabile che sia la migliore del mondo.
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