NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 28 ottobre 2015

La Monarchia e il fascismo - XII capitolo - VI

La Monarchia tradita per la terza volta
Partito il Re, la fazione del Viminale, con De Gasperi alla testa, è padrona del campo. Mai come in quel giorno comunisti e democristiani si sono sentiti fratelli. Nel pomeriggio del 17 giugno si riunisce, in Camera di Consiglio, la Cassazione per giudicare sul ricorso Selvaggi per la questione del quorum, sul ricorso Biamonti e sulla mozione liberale. La Cassazione avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto dichiarare violata la legge elettorale, ma ormai, partito il Re, diffusa la paura di gravi conseguenze se questi dovesse tornare in seguito ad una sentenza consacrante brogli e violenze, molti elementi della Corte, che pur si sapevano favorevoli al ricorso Selvaggi, votano contro. Il lavorio in seno alla stessa Corte è stato eccezionale. Si parla con insistenza di una riunione preventiva e separata di alcuni consiglieri anti-monarchici, dei quali si fanno i nomi.

Tiene alto il decoro della Magistratura il Procuratore Generale, Massimo Pilotti il quale chiede l'accoglimento del ricorso in forza non solo della lettera della legge, la quale impone di interpretare il termine «elettori votanti» nel senso di elettori che hanno comunque compiuto le operazioni di votazione, ma anche per i principii del diritto, per la nostra tradizione, per la consuetudine in atto alla Camera ed al Senato, e soprattutto per lo spirito della legge che mira a costituire garanzie per la formazione della volontà collettiva.
Ma il ricorso Selvaggi (e di conseguenza anche quello del Biamonti e la mozione liberale) è respinto: 12 voti contrari e 7 favorevoli.

Il Presidente Pagano ha votato con la minoranza, in favore dell'accettazione del ricorso.

Alle ore 18 del giorno 18 giugno la Corte si riunisce in seduta pubblica per dare lettura del dispositivo della sentenza maturata il giorno precedente in Camera di Consiglio «relativa al giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami». Essa è una ben misera cosa: i 30 mila e più ricorsi sono seppelliti in blocco. Nel verbale la Corte si limita a dare atto dei voti attribuiti alla Monarchia e di quelli attribuiti alla Repubblica. Si dà pure atto che vi sono 1.498.136 voti nulli, cioè si ammette che tanti elettori hanno votato male, ma hanno votato: dunque sono votanti. Il giorno prima su parere di 12 consiglieri la Corte aveva sentenziato che costoro non erano «votanti» ed aveva proceduto al conteggio ignorandoli.

Pertanto la Corte di Cassazione, anche in questa seconda seduta conclusiva si astiene dal proclamare la Repubblica.
Questa sentenza è il riflesso dello stato d'animo dominante in Italia, sia nelle classi che nei partiti. Le masse operaie, volubili e dimentiche delle conquiste e delle provvidenze conseguite sotto la Monarchia Sabauda si gettarono al seguito di sopraggiunti speculatori politicanti interessati a deviare le loro gravi responsabilità; la borghesia poco lungimirante non ebbe altra preoccupazione che la salvezza delle proprie posizioni. Ma soprattutto sono responsabili i partiti, specialmente il democristiano ed il liberale. Il primo non vide che la vendetta della Chiesa contro l'Unità nazionale entrata da Porta Pia; il secondo si imbrancò nell'agnosticismo che fu la vera causa della sua clamorosa decadenza. Esso non seppe superare
Ai ingiustificati rancori verso il vecchio Sovrano in esilio e mettersi alla difesa di una Istituzione che aveva unificato l'Italia. Per una inconcepibile deviazione mentale, unitari ed anti unitari si trovarono d'accordo nell'abbattere lo strumento, il simbolo dell'Unità. Fu grave errore quello dei liberali poiché se fossero rimasti fedeli alla tradizione risorgimentale, e avessero affrontato la lotta a viso aperto, il loro esempio avrebbe servito, oltre che alla loro riabilitazione, da guida a quanti erano tenuti nell'incertezza da qualche cosa di inafferrabile: disorientamento, indifferenza, inerzia, delusione, scetticismo e soprattutto paura. Tre anni di velenosa e bugiarda propaganda poiché in questo consisteva la libertà di stampa dei Comitati di Liberazione - avevano prodotto il loro effetto e convinto molti liberali che la Monarchia avesse perduto ogni potere di attrazione sulle masse, e il paese l'avesse abbandonata al suo destino. Solo dopo il risultato del referendum essi compresero come l'amore per Casa Savoia fosse ancora e fortemente radicato nel cuore del popolo.

Ma la Monarchia non è stata sconfitta. Abilmente è stata tradita per la terza volta.

Se si considera che il governo era dominato da Romita all'Interno e da Togliatti alla Giustizia, e che i monarchici affrontarono da soli e senza mezzi finanziari la campagna del referendum contro i due partiti di massa, democristiani e social-comunisti, affratellati nel tenace spasmodico proposito di fare trionfare la Repubblica a qualunque costo. Se teniamo presente che codesti due partiti impiegarono nella lotta miliardi di lire e migliaia di mezzi di trasporto per attivare ed intensificare la loro propaganda in ogni punto della penisola e delle isole, noi dobbiamo convenire che i dieci milioni e 700 mila voti a favore della Monarchia assumono un immenso valore morale e di certezza per l'avvenire. Essa è posta in leggera minoranza da un pugno di avventurieri annidati al Viminale, mentre nasce una Repubblica che non riesce nemmeno ad avere uno stato civile regolare. Questo stesso pacifico trapasso è merito della Monarchia: soprattutto in questo momento essa ha rivelato di essere un grande elemento di equilibrio, di solidarietà nazionale e di coesione unitaria al di sopra e al di fuori di tutte le contese politiche e sociali. Mai questa Repubblica sarà capace di tanta saggezza. Non è infrequente sentire suoi esponenti affermare: a costo di spianare i mitra la Monarchia non tornerà. Le fucilate contro la folla operaia a Napoli invocante il Re dopo il referendum ne sono la prova. Le leggi anti-monarchiche sono un saggio della faziosità repubblicana. Il linguaggio della Voce repubblicana sempre pronta ad eccitare il governo al sequestro dei beni di Casa Savoia e le persecuzioni di Pacciardi contro ufficiali di fede monarchica e contro funzionari di valore e di alta fama danno la misura della intolleranza politica nella quale è piombata l'Italia. La loro morale è racchiusa tutta in questa massima «Quando io sono il più debole vi chiedo la libertà, perché è il vostro principio, ma quando sono il più forte, ve la tolgo perché non è più il principio mio».
 
La tattica democratica italiana ha fatto scuola: in Romania, dove la Monarchia è stata licenziata pur avendo ottenuto l'89% dei suffragi; nel Belgio, Leopoldo ebbe bensì la maggioranza, ma la faziosità democratica  dei Signor Spaak lo costrinse ugualmente ad abdicare.


Tutto questo si chiama democrazia... Costoro parlano sempre in nome della probità, della libertà e dell'onestà, assumendo il tono di moralisti. Ma, diceva il De Maistre: «Io non conosco l'anima di un delinquente; conosco quella di un galantuomo e ne ho spavento ».

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