Partito
il Re, la fazione del Viminale, con De Gasperi alla testa, è padrona del campo.
Mai come in quel giorno comunisti e democristiani si sono sentiti fratelli. Nel
pomeriggio del 17 giugno si riunisce, in Camera di Consiglio, la Cassazione per
giudicare sul ricorso Selvaggi per la questione del quorum, sul ricorso
Biamonti e sulla mozione liberale. La Cassazione avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto
dichiarare violata la legge elettorale, ma ormai, partito il Re, diffusa la
paura di gravi conseguenze se questi dovesse tornare in seguito ad una sentenza
consacrante brogli e violenze, molti elementi della Corte, che pur si sapevano
favorevoli al ricorso Selvaggi, votano contro. Il lavorio in seno alla stessa
Corte è stato eccezionale. Si parla con insistenza di una riunione preventiva e
separata di alcuni consiglieri anti-monarchici, dei quali si fanno i nomi.
Tiene
alto il decoro della Magistratura il Procuratore Generale, Massimo Pilotti il
quale chiede l'accoglimento del ricorso in forza non solo della lettera della
legge, la quale impone di interpretare il termine «elettori votanti» nel senso
di elettori che hanno comunque compiuto le operazioni di votazione, ma anche
per i principii del diritto, per la nostra tradizione, per la consuetudine in
atto alla Camera ed al Senato, e soprattutto per lo spirito della legge che
mira a costituire garanzie per la formazione della volontà collettiva.
Ma
il ricorso Selvaggi (e di conseguenza anche quello del Biamonti e la mozione
liberale) è respinto: 12 voti contrari e 7 favorevoli.
Il
Presidente Pagano ha votato con la minoranza, in favore dell'accettazione del
ricorso.
Alle
ore 18 del giorno 18 giugno la
Corte si riunisce in seduta pubblica per dare lettura del dispositivo
della sentenza maturata il giorno precedente in Camera di Consiglio «relativa al
giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami». Essa è una
ben misera cosa: i 30 mila e più ricorsi sono seppelliti in blocco. Nel verbale
la Corte si
limita a dare atto dei voti attribuiti alla Monarchia e di quelli attribuiti
alla Repubblica. Si dà pure atto che vi sono 1.498.136 voti nulli, cioè si
ammette che tanti elettori hanno votato male, ma hanno votato: dunque sono
votanti. Il giorno prima su parere di 12 consiglieri la Corte aveva sentenziato che
costoro non erano «votanti» ed aveva proceduto al conteggio ignorandoli.
Pertanto
la Corte di
Cassazione, anche in questa seconda seduta conclusiva si astiene dal proclamare
la Repubblica.
Questa
sentenza è il riflesso dello stato d'animo dominante in Italia, sia nelle
classi che nei partiti. Le masse operaie, volubili e dimentiche delle conquiste
e delle provvidenze conseguite sotto la Monarchia Sabauda
si gettarono al seguito di sopraggiunti speculatori politicanti interessati a
deviare le loro gravi responsabilità; la borghesia poco lungimirante non ebbe
altra preoccupazione che la salvezza delle proprie posizioni. Ma soprattutto
sono responsabili i partiti, specialmente il democristiano ed il liberale. Il
primo non vide che la vendetta della Chiesa contro l'Unità nazionale entrata da
Porta Pia; il secondo si imbrancò nell'agnosticismo che fu la vera causa della sua
clamorosa decadenza. Esso non seppe superare
Ai
ingiustificati rancori verso il vecchio Sovrano in esilio e mettersi alla
difesa di una Istituzione che aveva unificato l'Italia. Per una inconcepibile
deviazione mentale, unitari ed anti unitari si trovarono d'accordo
nell'abbattere lo strumento, il simbolo dell'Unità. Fu grave errore quello dei
liberali poiché se fossero rimasti fedeli alla tradizione risorgimentale, e
avessero affrontato la lotta a viso aperto, il loro esempio avrebbe servito,
oltre che alla loro riabilitazione, da guida a quanti erano tenuti nell'incertezza
da qualche cosa di inafferrabile: disorientamento, indifferenza, inerzia,
delusione, scetticismo e soprattutto paura. Tre anni di velenosa e bugiarda
propaganda poiché in questo consisteva la libertà di stampa dei Comitati di Liberazione
- avevano prodotto il loro effetto e convinto molti liberali che la Monarchia avesse perduto
ogni potere di attrazione sulle masse, e il paese l'avesse abbandonata al suo
destino. Solo dopo il risultato del referendum essi compresero come l'amore per
Casa Savoia fosse ancora e fortemente radicato nel cuore del popolo.
Ma
la Monarchia
non è stata sconfitta. Abilmente è stata tradita per la terza volta.
Se
si considera che il governo era dominato da Romita all'Interno e da Togliatti
alla Giustizia, e che i monarchici affrontarono da soli e senza mezzi
finanziari la campagna del referendum contro i due partiti di massa,
democristiani e social-comunisti, affratellati nel tenace spasmodico proposito
di fare trionfare la
Repubblica a qualunque costo. Se teniamo presente che codesti
due partiti impiegarono nella lotta miliardi di lire e migliaia di mezzi di
trasporto per attivare ed intensificare la loro propaganda in ogni punto della
penisola e delle isole, noi dobbiamo convenire che i dieci milioni e 700 mila
voti a favore della Monarchia assumono un immenso valore morale e di certezza
per l'avvenire. Essa è posta in leggera minoranza da un pugno di avventurieri
annidati al Viminale, mentre nasce una Repubblica che non riesce nemmeno ad
avere uno stato civile regolare. Questo stesso pacifico trapasso è merito della
Monarchia: soprattutto in questo momento essa ha rivelato di essere un grande
elemento di equilibrio, di solidarietà nazionale e di coesione unitaria al di
sopra e al di fuori di tutte le contese politiche e sociali. Mai questa
Repubblica sarà capace di tanta saggezza. Non è infrequente sentire suoi
esponenti affermare: a costo di spianare i mitra la Monarchia non tornerà.
Le fucilate contro la folla operaia a Napoli invocante il Re dopo il referendum
ne sono la prova. Le leggi anti-monarchiche sono un saggio della faziosità
repubblicana. Il linguaggio della Voce repubblicana sempre pronta ad eccitare
il governo al sequestro dei beni di Casa Savoia e le persecuzioni di Pacciardi
contro ufficiali di fede monarchica e contro funzionari di valore e di alta
fama danno la misura della intolleranza politica nella quale è piombata
l'Italia. La loro morale è racchiusa tutta in questa massima «Quando io sono il
più debole vi chiedo la libertà, perché è il vostro principio, ma quando sono
il più forte, ve la tolgo perché non è più il principio mio».
La
tattica democratica italiana ha fatto scuola: in Romania, dove la Monarchia è stata
licenziata pur avendo ottenuto l'89% dei suffragi; nel Belgio, Leopoldo ebbe bensì
la maggioranza, ma la faziosità democratica
dei Signor Spaak lo costrinse ugualmente ad abdicare.
Tutto
questo si chiama democrazia... Costoro parlano sempre in nome della probità,
della libertà e dell'onestà, assumendo il tono di moralisti. Ma, diceva il De
Maistre: «Io non conosco l'anima di un delinquente; conosco quella di un
galantuomo e ne ho spavento ».

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