I
Comitati di Liberazione si accordano con Tito che minaccia di invadere l'Italia
qualora trionfasse la
Monarchia. Il Governo e la manipolazione dei risultati del
referendum.
In
questo clima di paura e di terrore che incombe sulla vita italiana, quando
Ci
avviciniamo al referendum e come un fulmine arriva la notizia, comunicata da
giornali inglesi, che Tito stà ammassando
sulla nostra frontiera un esercito di 18 divisioni, pronte a dilagare nella
valle padana qualora la
Monarchia dovesse uscire vittoriosa dalle urne. L'ammiraglio Stone, subdolo come sempre, ignaro della storia, dei sentimenti, delle
tradizioni, dei costumi e della psicologia degli italiani si com piace di avvertire Umberto che in caso di una
debole vittoria monarchica gli Alleati
non potrebbero garantire con le loro forze i confini orientali minacciati da Tito
e gli agita lo spettro di una terza guerra mondiale. Egli vede tutta la
politica italiana con la ri stretta
visuale, col paraocchi del gretto antifascismo ed insinua certe sue
informazioni secondo le quali la valle padana, in pieno accordo coi jugoslavi
si solleverebbe in armi (le armi distribuite dagli Alleati dai partigiani comunisti)
qualora non vincesse la
Repubblica. Questa minaccia influisce sui timidi e sugli
incerti i quali si decidono per la Repubblica nel timore di rappresaglie. Malgrado
tutto la vitalità della Monarchia si rivela più forte di ogni aspettativa e
stupisce i suoi avversari i quali si proclamano, si, democratici, ma sono
decisi a tutto, anche a scatenare la guerra civile se le urne non daranno loro
ragione.
Nella
notte sul 5 giugno quando già si era profilata la vittoria monarchica, al Viminale
avvengono mutamenti improvvisi. Sono fatti uscire i rappresentanti dei partiti
che debbono sorvegliare gli scrutini, mentre si fa circolare la notizia di uno
sciopero generale intimidatorio. Le informazioni ai ministeri accennano a
«forte preoccupazione negli ambienti militari Alleati», e contemporaneamente si
diffonde la voce che i comunisti dispongano di una forza armata di 75 mila
uomini soprattutto al nord, pronti ad intervenire per impedire il trionfo della
Monarchia. Ma nelle ultime ore la situazione si sarebbe capovolta: la Repubblica è in
prevalenza. Infatti al mattino Romita, riuniti gli esponenti dei partiti ed i
rappresentanti della stampa da un annuncio di carattere già ufficiale,
precedendo così la vera proclamazione spettante per legge alla Corte di
Cassazione.
De
Gasperi va da Umberto col quale prende i seguenti accordi con queste precise
parole: « Un netto passaggio di poteri dirà al Paese che il mutamento della forma
istituzionale avviene in perfetta intesa fra la Corona e Il Governo. Subito
dopo la proclamazione ufficiale verrò da Vostra Maestà, accompagnato dal
Presidente della Corte S. E. Pagano, per la comunicazione del caso. Sarà poi
mio dovere accompagnare Vostra Maestà al luogo che avrà stabilito per la partenza».
La
preoccupazione di Umberto è quella di lasciare il Paese nel massimo ordine: non
vuole spargimento di sangue. Ma è anche vero che la Corona non si affida al
Governo, cioè all'altra parte in causa, bensì alla Corte di Cassazione.
Ma
la prima tessitura della grande truffa era già compiuta. Se il referendum venne
preparato con il massaggiamento della massa elettorale sotto un regime di
terrore repubblicano, dai colpi alla nuca alle fucilate dietro le siepi ed alle
soppressioni sommarie, la conclusione venne tutta intessuta di brogli inauditi e
minacce alla persona del Re. Si è ripetuto e si continua a ripetere, che ogni
decisione « spetta alla Cassazione » ma si pone il Re nella impossibilità di attenderne
il responso. Tutto è stato tentato per estenuare la fermezza di Umberto e
confondere la sua chiaroveggente saggezza. La legge - la legge del referendum -
stabilisce che il computo dei voti Monarchia e Repubblica debba essere fatto in
rapporto alla cifra dei « votanti »: in questi vanno quindi computati i voti
nulli. Niente affatto, il Consiglio dei Ministri si aggrappa al computo di
Romita che non tiene conto di questo enorme numero di elettori ai quali è stata
annullata la volontà espressa, e considera senz'altro la Repubblica vittoriosa.
Nella
prima seduta del 10 giugno la
Corte di Cassazione si limita al conteggio puro e semplice dei
risultati, secondo i verbali pervenuti dai prefetti,
i presidenti dei 31 collegi elettorali circoscrizionali, dovettero spedire a
Roma i risultati del referendum, per lo più incompleti come risulta dal
verbale, della stessa Corte. Interpellato in quei giorni dal Giornale, della Sera
di Roma, S.E. Ranelletti, Primo Presidente Onorario della Suprema Corte, in un
dotto articolo affermava che l'importanza della materia e la serietà del Corpo
giudicante richiedevano assolutamente che i 35.000 verbali fossero esaminati
uno per uno dalla Corte collegialmente e non rimessi al giudizio di funzionari
estranei al corpo stesso. Invece, ne fu estratto un conteggio addomesticato,
senza alcun controllo. Vi sono anche oltre 30 mila ricorsi (diconsi
trentamila!) su abusi, brogli, violenze, ma nemmeno questi vengono tenuti in
considerazione.
Eppure
questi ricorsi denunciano gli abusi ed i brogli di certi seggi quando si trova
una scheda non segnata vi si pone il segno sul simbolo repubblicano. Vi furono
seggi nei quali al segno Monarchia si aggiungeva quello di Repubblica, e la
scheda veniva dì conseguenza annullata. Non altrimenti si giustifica l’enorme
numero di 1.498.156 voti nulli che in origine dovevano essere attribuiti alla
Monarchia.
Sintomatico
il fatto che tanto il Corpo Diplomatico che la Commissione Alleata
e lo stesso Stone non avevano voluto assistervi, forse già consapevoli della inaudita
vicenda. E quando alla sera l'on. De Gasperi si reca dal Re a Comunicargli 1’esito
del conteggio, il Presidente della Corte, Pagano. si rifiuta di accompagnarlo
come era invece previsto , volendo dimostrare la sua disapprovazione ai sistemi
di sopraffazione che avevano dominato prima e dopo il referendum.
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