NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 1 ottobre 2015

La Monarchia e il fascismo - XII capitolo - III

I Comitati di Liberazione si accordano con Tito che minaccia di invadere l'Italia qualora trionfasse la Monarchia. Il Governo e la manipolazione dei risultati del referendum.

In questo clima di paura e di terrore che incombe sulla vita italiana, quando la Nazione non è per nulla entrata nella normalità, sempre occupata dagli Alleati, vigenti ancora alcune norme restrittive di guerra, ci avviciniamo al referendum. Tutte le armi sono buone per intimorire la base monarchica. In un comizio a Frascati l'on. Scoccimarro minaccia - «Nessuno in Italia potrebbe impedire la rivoluzione nel caso che il referendum fosse favorevole alla Monarchia ». Così parlava Mussolini quando affermava che non avrebbe abbandonato il potere nemmeno se i voti delle Camere fossero stati a lui contrari. L'on Sereni alla Consulta: «Se per lontana ipotesi la Monarchia dovesse prevalere per scarsa maggioranza si avrebbe la guerra civile e la Monarchia stessa non potrebbe resistere se non poggiandosi sulle baionette straniere». Non pensa il deputato comunista non pensano i costituenti che l'hanno calorosamente applaudito che proprio la Repubblica è in gestazione sotto la protezione dello straniero. In quegli stessi giorni (metà di marzo) si pronunciano discorsi pubblici in favore e contro la Monarchia: di due oratori favorevoli, Labriola e Zuppante, la Radio non dà che un breve cenno: di due contrari Pacciardi e Cingolani, ne fa una lunga e particolareggiata diffusione. Lo Stato fa una propaganda di parte ed a spese dei contribuente i discorsi dei due uomini politici hanno, con questo mezzo potentissimo di diffusione, il massimo effetto su milioni di italiani i quali hanno udito gli insulti e le accuse alla Monarchia senza che vi fosse modo di mettere con le spalle al muro i propagatori di tante falsità. Radio Roma vomita ingiurie contro la Monarchia e i suoi esponenti e vieta qualunque critica agli uomini ed ai partiti che la avversano, mentre alla Consulta si inneggia al regicidio. Nei cinematografi vige un veto severo di proiettare films della Settimana Incom che rappresentano trattenimenti dei Sovrani e dei principini fra i bimbi profughi e mutilatini nei giardini del Quirinale.

Ci avviciniamo al referendum e come un fulmine arriva la notizia, comunicata da giornali inglesi, che       Tito stà ammassando sulla nostra frontiera un esercito di 18 divisioni, pronte a dilagare nella valle padana qualora la Monarchia dovesse uscire vittoriosa dalle urne. L'ammiraglio Stone, subdolo come sempre,     ignaro della storia, dei sentimenti, delle tradizioni, dei costumi e della psicologia degli italiani si com   piace di avvertire Umberto che in caso di una debole   vittoria monarchica gli Alleati non potrebbero garantire con le loro forze i confini orientali minacciati da Tito e gli agita lo spettro di una terza guerra mondiale. Egli vede tutta la politica italiana con la ri  stretta visuale, col paraocchi del gretto antifascismo ed insinua certe sue informazioni secondo le quali la valle padana, in pieno accordo coi jugoslavi si solleverebbe in armi (le armi distribuite dagli Alleati dai partigiani comunisti) qualora non vincesse la Repubblica. Questa minaccia influisce sui timidi e sugli incerti i quali si decidono per la Repubblica nel timore di rappresaglie. Malgrado tutto la vitalità della Monarchia si rivela più forte di ogni aspettativa e stupisce i suoi avversari i quali si proclamano, si, democratici, ma sono decisi a tutto, anche a scatenare la guerra civile se le urne non daranno loro ragione.

Nella notte sul 5 giugno quando già si era profilata la vittoria monarchica, al Viminale avvengono mutamenti improvvisi. Sono fatti uscire i rappresentanti dei partiti che debbono sorvegliare gli scrutini, mentre si fa circolare la notizia di uno sciopero generale intimidatorio. Le informazioni ai ministeri accennano a «forte preoccupazione negli ambienti militari Alleati», e contemporaneamente si diffonde la voce che i comunisti dispongano di una forza armata di 75 mila uomini soprattutto al nord, pronti ad intervenire per impedire il trionfo della Monarchia. Ma nelle ultime ore la situazione si sarebbe capovolta: la Repubblica è in prevalenza. Infatti al mattino Romita, riuniti gli esponenti dei partiti ed i rappresentanti della stampa da un annuncio di carattere già ufficiale, precedendo così la vera proclamazione spettante per legge alla Corte di Cassazione.

De Gasperi va da Umberto col quale prende i seguenti accordi con queste precise parole: « Un netto passaggio di poteri dirà al Paese che il mutamento della forma istituzionale avviene in perfetta intesa fra la Corona e Il Governo. Subito dopo la proclamazione ufficiale verrò da Vostra Maestà, accompagnato dal Presidente della Corte S. E. Pagano, per la comunicazione del caso. Sarà poi mio dovere accompagnare Vostra Maestà al luogo che avrà stabilito per la partenza».

La preoccupazione di Umberto è quella di lasciare il Paese nel massimo ordine: non vuole spargimento di sangue. Ma è anche vero che la Corona non si affida al Governo, cioè all'altra parte in causa, bensì alla Corte di Cassazione.

Ma la prima tessitura della grande truffa era già compiuta. Se il referendum venne preparato con il massaggiamento della massa elettorale sotto un regime di terrore repubblicano, dai colpi alla nuca alle fucilate dietro le siepi ed alle soppressioni sommarie, la conclusione venne tutta intessuta di brogli inauditi e minacce alla persona del Re. Si è ripetuto e si continua a ripetere, che ogni decisione « spetta alla Cassazione » ma si pone il Re nella impossibilità di attenderne il responso. Tutto è stato tentato per estenuare la fermezza di Umberto e confondere la sua chiaroveggente saggezza. La legge - la legge del referendum - stabilisce che il computo dei voti Monarchia e Repubblica debba essere fatto in rapporto alla cifra dei « votanti »: in questi vanno quindi computati i voti nulli. Niente affatto, il Consiglio dei Ministri si aggrappa al computo di Romita che non tiene conto di questo enorme numero di elettori ai quali è stata annullata la volontà espressa, e considera senz'altro la Repubblica vittoriosa.

Nella prima seduta del 10 giugno la Corte di Cassazione si limita al conteggio puro e semplice dei risultati, secondo i verbali pervenuti dai  prefetti, i presidenti dei 31 collegi elettorali circoscrizionali, dovettero spedire a Roma i risultati del referendum, per lo più incompleti come risulta dal verbale, della stessa Corte. Interpellato in quei giorni dal Giornale, della Sera di Roma, S.E. Ranelletti, Primo Presidente Onorario della Suprema Corte, in un dotto articolo affermava che l'importanza della materia e la serietà del Corpo giudicante richiedevano assolutamente che i 35.000 verbali fossero esaminati uno per uno dalla Corte collegialmente e non rimessi al giudizio di funzionari estranei al corpo stesso. Invece, ne fu estratto un conteggio addomesticato, senza alcun controllo. Vi sono anche oltre 30 mila ricorsi (diconsi trentamila!) su abusi, brogli, violenze, ma nemmeno questi vengono tenuti in considerazione.
Eppure questi ricorsi denunciano gli abusi ed i brogli di certi seggi quando si trova una scheda non segnata vi si pone il segno sul simbolo repubblicano. Vi furono seggi nei quali al segno Monarchia si aggiungeva quello di Repubblica, e la scheda veniva dì conseguenza annullata. Non altrimenti si giustifica l’enorme numero di 1.498.156 voti nulli che in origine dovevano essere attribuiti alla Monarchia.

La Corte, che quel giorno doveva proclamare la Repubblica, si limitò a comunicare le cifre uscite dalle addizionatrici. Non proclama la Repubblica, non dice che la Monarchia è decaduta, non sentenzia se sia bastevole lo scarto di voti a       determinare la maggioranza valida. Non dice se sono esatti i computi delle 31 circoscrizioni... Non indica nemmeno il numero degli elettori iscritti nelle liste della Nazione.
Sintomatico il fatto che tanto il Corpo Diplomatico che la Commissione Alleata e lo stesso Stone non avevano voluto assistervi, forse già consapevoli della inaudita vicenda. E quando alla sera l'on. De Gasperi si reca dal Re a Comunicargli 1’esito del conteggio, il Presidente della Corte, Pagano. si rifiuta di accompagnarlo come era invece previsto , volendo dimostrare la sua disapprovazione ai sistemi di sopraffazione che avevano dominato prima e dopo il referendum.


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