Contemporaneamente alle sedute della Camera si svolgono al
Senato del Regno le discussioni sulle comunicazioni del governo e sulla
concessione a questo dei pieni poteri per il riordinamento del sistema
tributario e della pubblica amministrazione Salvo qualche blanda critica, accolta
con ostilità dalla maggioranza dei senatori i discorsi sono intonati ad un
supino ed esaltato servilismo verso la persona di Mussolini.
LUIGI ALBERTINI liberale, direttore del Corriere della Sera
rammenta come l'ultima volta che parlò in Senato aveva invocato l'assunzione
dei fascisti al governo, la quale desse loro quella voce, nelle cose d'Italia a
cui avevano diritto; la rivoluzione fascista, che giustamente Mussolini ha
chiamato unica al mondo, si è fatta mentre i servizi funzionavano, mentre i
commerci continuavano, gli impiegati erano al loro posto e gli operai nelle
officine e i contadini nei campi attendevano pacificamente al lavoro».
Egli si duole che « la costituzione sia stata ferita e che
una tradizione cara e sacra, la quale accompagnava il nostro cammino nella
storia dal 1848, sia stata interrotta». E prosegue: «La mia coscienza mi dice -
l'ho affermato ampiamente qui e oggi lo ripeto - che la reazione fascista ha
salvato l'Italia dal pericolo socialista il quale, in forma più o meno aperta,
più o meno minacciosa, incombeva sulla nostra vita che esso da un ventennio
aveva lentamente avvelenato. Mi dice altresì che la reazione fascista, mirando
a ristabilire l'autorità dello Stato e ad infondere nuova energia ai suoi
dirigenti, ha interpretato l"ispirazione più intensa di tutti i veri
italiani. (Approvazioni). Benemerenze insigni queste, che io voglio pienamente
riconoscere ed esaltare ».
« ... è indispensabile che il Governo rappresenti lo spirito
del Paese, e lo spirito del Paese era evidentemente orientato a favore del
fascismo e del suo capo: ciò a prescindere da tante altre considerazioni di
opportunità e di elementare previdenza che faceva ritenere ineluttabile,
urgente, l'avvento legale dei fascisti alla direzione dello Stato ».
Il Senatore Albertini in conclusione si duole del modo
incostituzionale col quale Mussolini si è impossessato del potere, poiché con
la marcia su Roma egli «ha umiliato tutti i poteri dello Stato ed ha inferto
alle sue istituzioni un colpo di cui è vano celarsi la portata». Mussolini,
secondo l'Albertini, doveva « appagare per ora d'una larga partecipazione in un
ministero di transizione per arrivare al predominio dopo le elezioni generali
».
De Cupis: «I fascisti proseguono la loro strada; le file
s'ingrossano; si organizzano militarmente; divengono esercito; occupano comuni,
si addensano intorno a Roma; il ministero, sventata dal senno del Re la guerra
civile, cede il potere, il fascismo dal Re lo riceve e lo assume. L'Italia
applaude». E chiude il discorso salutando Mussolini col nome di Redentore».
(Vivissimi applausi e congratulazioni).
SALVATORE BARZILAI, repubblicano fuori dai ranghi, parlando di Mussolini
dice: «Ammiro il fulgore del sole che sorge ma non cerco di riscaldarmi ai suoi
raggi». Trova modo di giustificare la marcia su Roma nonché la severità e la
crudezza di linguaggio verso la Camera con alcune analogie che ci riportano ai
tempi passati : «Lord Cromwell che entrava alla Camera attorniato da soldati
avvolti in solida armatura «per fare là dentro delle cose assai gravi ».
Cromwell portò via la mazza al Presidente, si bastonarono i deputati, si misero
a fuoco gli stalli cosicchè all"indomani sul frontone della Camera dei
Comuni si metteva un cartello: Camera da
affittare senza mobili; la Romagna, culla del Rinascimento italiano, a
Ravenna ed a Rimini espresse quei capitani di ventura armati di sciabola e di
pugnale ma pure di amore per la Patria. E poi Sforza Sigismondo Malatesta che a
agisce nella visione di Cesare che passa il Rubicone ed infiamma i soldati alla
marcia su Roma. Tutto giustifica il Barzilai quando il fine è l'amore di
Patria. E si appella a Carlyle: tutto sta a trovare l'uomo capace». Ecco perché
Barzilai che si vanta di avere sempre combattuto la politica estera di tutti i
ministeri liberali precedenti, offre la sua fiducia a Mussolini. (Approvazioni,
congratulazioni).
LUIGI RAVA «Auguro con viva speranza che l'impresa grave che
il Presidente del Consiglio ha assunta con mente alacre e con puro cuore, possa
raggiungere l'ideale alto di prosperità e di grandezza a cui mira!».
(Approvazioni, congratulazioni).
ACHILLE LORIA è il solo che, con l'Albertini, parli in senso
di opposizione nella discussione sulle comunicazioni del governo, continuamente
interrotto e rumoreggiato dai colleghi: «Solo alla condizione di procedere alle
riforme non già con le vane parole, ma colla soluzione e coll'azione, il
Governo potrà divenire un grande propulsore nella storia del nostro paese e giustificare
l'enorme dedizione che oggi si compie ai suoi piedi. (Rumori). E' forse infatti
la prima volta nella nostra storia nazionale che si assiste allo spettacolo di
un Parlamento che si suicida (rumori) abdicando alle sue prerogative secolari
nelle mani dei proprii delegati. Ora è necessario che il dolore di questo
sacrificio trovi un corrispettivo luminoso nei benefici delle feconde
restaurazioni. E solo a tale patto potrà essere un giorno acclamata dalle
benedizioni riconoscenti dei nostri successori». (Le ultime parole dell'oratore
si perdono fra i rumori dell’assemblea).
BERENINI, già deputato socialista, relatore della Legge sui
pieni poteri, rivolgendosi a Mussolini esclama: «Siete gli uomini della
libertà; non siete gli uomini della licenza. Avete anche, on. Mussolini,
invocato dal Paese una grande disciplina. Noi accettiamo l'invito e della
nostra disciplina vi diamo con questo atto il primo segno». E continua nella
esaltazione dell'«urto brutale della tragica parodia bolscevica dei seguaci di
Mussolini sotto l'imperio della sua volontà». (Approvazioni vivissime).
Si passa alla votazione a scrutinio segreto del progetto di
legge proposto dal ministro popolare Tangorra:
«Delega dei pieni poteri al Governo del Re per il
riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione » (1).
Senatori votanti: 196, favorevoli: 170; contrari: 26 (25 novembre
1922).
Confortato da questo viatico, alla fine di novembre Mussolini
parte per Losanna onde partecipare alla conferenza internazionale, ed i
giornali sono pieni di elogi incondizionati per l'opera svoltavi. Scrive Il Resto
del Carlino: «Mussolini è stato l'elemento determinante. Egli ha posto con
nettezza la questione dell'eguaglianza di diritti e di doveri fra gli Alleati.
Agli inglesi che si sono da tre anni specializzati nello stuzzicare le velleità
antifrancesi dei tedeschi egli ha chiesto la disciplina dell'Alleanza. E ai
francesi che si vendicavano stuzzicando i rancori anti-inglesi dei turchi ha
chiesto in nome degli stessi principi la disciplina medesima. Agli uni e agli
altri poi, ha imposto il rispetto verso l'Italia ».
Il primo successo internazionale e la forte maggioranza, sia
della Camera che del Senato ed il consenso popolare, permettono al Duce che ha
nel suo Ministero liberali, socialisti e popolari di gettare, nella notte dal
15 al 16 dicembre le basi del Gran Consiglio e della costituzione della Milizia
per la Sicurezza Nazionale. «In questa riunione - dirà poi Mussolini nella sua
Storia di un anno - ebbe inizio un sistema politico che può chiamarsi Diarchia,
il governo in due, il doppio comando». La quale diarchia sarà posta
continuamente, egli aggiunge, «a più o meno dura prova». Accanto all'Esercito
che obbedisce prevalentemente al Re, vi sarà la Milizia che obbedirà prevalentemente
al Duce. Se il Re ha una guardia del corpo, Mussolini avrà una sua guardia
personale, moschettieri e Milizia. Sarà la minaccia perenne alla Monarchia.
(1) Atti Parlamentari, Senato del Regno.

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