NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 17 novembre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - VII

L'On Emanuele Modigliani
La Camera, dopo una invocazione incensativa di Cingolani, concede a Mussolini i pieni poteri richiesti dai popolari.

Si passa al disegno di legge proposto dal ministro popolare Tangorra:

«Delega dei pieni poteri al Governo del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione » (17 novembre 1922) (1 ).
Anche qui l'opposizione viene soltanto dai banchi dell'estrema sinistra. Parlano, contro: Modigliani, Lazzari, Macrelli, Pestalozza. Majolo, Donati, Buozzi, Uberti, Buffoni. L'on. Riboldi, mentre sostiene che la dittatura di Mussolini è una dittatura personale voluta soltanto dalla classe dirigente che vuol conservare i suoi privilegi afferma poi che attraverso il fascismo «si è arrivati all'uomo che si è imposto fuori del Parlamento». Cioè con la volontà popolare.
Va posta in rilievo la dichiarazione fatta a nome del gruppo popolare dall’on. Mario Cingolani, già sotto segretario del ministero Facta all’epoca della marcia su Roma. Il Cingolani avrà poi grande influenza nel 1946 a determinare l'attitudine repubblicana della Democrazia Cristiana e sarà uno dei più accaniti ed ingenerosi accusatori del Re quale responsabile del fascismo:

MARIO CINGOLANI: Mi sia consentito di fare alcune dichiarazioni a nome del gruppo popolare. Questo voterà i pieni poteri: questo voto è la conseguenza logica del voto già dato favorevolmente al ministero.
«Voce a destra: Fascismo!
«Cingolani: No. Non è fascismo ma è volontà decisa e precisa di servire il Paese (Bene al centro).
«In un momento grave come questo, così acceso di trepidazione e di speranza per la salvezza del Paese; in un momento politico, di necessità rivoluzionario e che occorre rapidamente superare, non è davvero il caso di lesinare al Governo i mezzi per fronteggiare adeguatamente la situazione».
L'on. Cingolani accenna al «prestigio del Presidente del Consiglio e della forza di giovinezza che è salita al potere»; alla «fiducia che proviene in noi da ricordi recenti della vostra parola e del vostro pensiero»; indi conclude, sempre rivolto all'on. Mussolini: «Ma oggi c'è troppa gente che si arroga il diritto di attribuirvi le proprie idee pur non essendo nei vostri quadri, ma tentando di navigare nella scia della vostra barca non precisamente per tutelare interessi generali; di fronte a costoro il paese che lavora, che produce, che con tanta ansia attende l'opera vostra di disciplina, di valorizzazione di tutte le forze reali, di esaltazione di tutti i valori ideali, di sacrificio pronto di tutti per il bene di tutti, riafferma che non per i torbidi profittatori dell'angustia finanziaria ed economica della Patria vi accorda la sua fiducia, ma unicamente perché confida che l'opera vostra sarà per la pace, la grandezza, la prosperità della Nazione ». (Vivi applausi al centro. Congratulazioni).
L'on. Salandra, relatore, per la maggioranza, del disegno di legge, rinuncia a parlare e quindi si passa alla votazione dell'ordine del giorno dell'on. Sanna Randaccio:
« ... la Camera, ritenendo che nell'interesse supremo della Patria, sia necessario munire il Governo del Re di ampi poteri che gli consentano di risolvere liberamente, senza le difficoltà della procedura parlamentare i più urgenti problemi della finanza e della pubblica amministrazione, passa alla discussione degli articoli ».
Presenti e votanti 365; maggioranza: 183; favorevoli: 275; contrari: 90 (25 novembre 1922) (2).
La Camera approva il principio della concessione dei pieni poteri e passa alla discussione degli articoli del disegno di legge. Hanno votato contro i socialisti, i massimalisti. i comunisti i repubblicani, ed il gruppo sardo d'azione.
L'on. Modigliani parla in sostegno di alcuni suoi emendamenti. Egli propone che dopo l'inciso: «... facoltà di emanare disposizioni aventi vigore di legge» contenuto nell'articolo primo del testo della Commissione, si aggiunga: «ferme restando le facoltà attribuite dallo Statuto al Parlamento, l’ordinamento e la forma di questo». Nello svolgere il suo emendamento l’on. Modigliani chiarisce che esso mira ad escludere, nella interpretazione della legge sui pieni poteri «ogni facoltà capace di modificare la struttura fondamentale degli organi rappresentativi della Nazione». Egli non pretende nemmeno che il suo emendamento venga messo ai voti; si accontenterebbe di una categorica adesione del governo. E prosegue: «Ci permettiamo di far rilevare la gravità del voto che si sta per prendere. Per tutte le ragioni esposte la Camera si appresta a concedere i pieni poteri; ma che questi pieni poteri possano arrivare fino alla modificazione della struttura del Parlamento e delle sue attribuzioni secondo lo Statuto (rumori) ed arrivare fino, in via di ipotesi, alla soppressione della Camera dei deputati, questa ci pare davvero cosa che non possa passare tra l'indifferenza della Camera ».
L'on. Modigliani ha posto brillantemente e con intuito profetico, il dito sul pericolo incombente, ma nessuno dei giuristi liberali, da Salandra ad Orlando, da Bonomi a Sarrocchi, gli viene in soccorso. Anzi, l'on. Salandra si fa premura ad assicurare il Modigliani della inutilità ed infondatezza delle sue preoccupazioni, mentre Mussolini si alza e dice:
MUSSOLINI: «Potrei associarmi senz'altro alle dichiarazioni dell'on. Salandra per dire alla Camera, ed anche all'on. Modigliani, che non intendiamo abusare dei pieni poteri, che non intendiamo di rifare il mondo dalle sue fondamenta, perché questa fatica sarebbe troppo grave anche per uomini di levatura infinitamente superiore alla nostra. Parlamento, Camera e Senato non sono assolutamente in gioco. Quindi i tremori e le trepidazioni dell'on. Modigliani non hanno ragione d'essere! » (Commenti).
L'on. Modigliani ritira il suo emendamento.
Ultimo oratore è l'on. De Andreis il quale pone in rilievo come la Camera si sia « dimostrata così buonina, così quietina, così... carina, che ha votato i pieni poteri con tanto entusiasmo... ». E propone, come finale umoristico, che la Camera venga addirittura aggiornata per due anni, visto che non le rimane nulla da fare...
Viene quindi posto in votazione a scrutinio segreto, il disegno di legge di iniziativa democristiana circa la delegazione dei pieni poteri al Governo del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione.
Deputati presenti e votanti: 295. maggioranza, 148; favorevoli: 215; contrari: 86 (25 novembre 1922).
La Camera approva i pieni poteri coi quali vengono trasmesse nelle mani del governo tutte le potestà che nelle circostanze normali sono riservate al Parlamento, oramai praticamente messo nella impossibilità di funzionare.

(1) Compongono la Commissione che deve esaminare il progetto di legge gli on.: Bertone popolare, Ivanoe Bonomi (soc. riformista), Colosimo (dem.  liberale), De Nava (dein. liberale), Fera (deni. sociale), Lazzari (soc.), Matteotti (Soc.), Paratore (dein. sociale), Salandra (liberale dem.). (Atti parlamentari, C. D., Sessione 1921-23, vol. 9).

(2) Veggansi in appendice i nomi dei deputati che hanno aderito ai pieni poteri e di quelli che hanno votato contro.

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