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| L'On Emanuele Modigliani |
Si passa al disegno di legge
proposto dal ministro popolare Tangorra:
«Delega dei pieni poteri al Governo
del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica
amministrazione » (17 novembre 1922) (1 ).
Anche qui l'opposizione viene
soltanto dai banchi dell'estrema sinistra. Parlano, contro: Modigliani,
Lazzari, Macrelli, Pestalozza. Majolo, Donati, Buozzi, Uberti, Buffoni. L'on.
Riboldi, mentre sostiene che la dittatura di Mussolini è una dittatura
personale voluta soltanto dalla classe dirigente che vuol conservare i suoi
privilegi afferma poi che attraverso il fascismo «si è arrivati all'uomo che si
è imposto fuori del Parlamento». Cioè con la volontà popolare.
Va posta in rilievo la
dichiarazione fatta a nome del gruppo popolare dall’on. Mario Cingolani, già
sotto segretario del ministero Facta all’epoca della marcia su Roma. Il
Cingolani avrà poi grande influenza nel 1946 a determinare l'attitudine
repubblicana della Democrazia Cristiana e sarà uno dei più accaniti ed
ingenerosi accusatori del Re quale responsabile del fascismo:
MARIO CINGOLANI: Mi sia consentito
di fare alcune dichiarazioni a nome del gruppo popolare. Questo voterà i pieni
poteri: questo voto è la conseguenza logica del voto già dato favorevolmente al
ministero.
«Voce a destra: Fascismo!
«Cingolani: No. Non è fascismo ma è
volontà decisa e precisa di servire il Paese (Bene al centro).
«In un momento grave come questo,
così acceso di trepidazione e di speranza per la salvezza del Paese; in un
momento politico, di necessità rivoluzionario e che occorre rapidamente
superare, non è davvero il caso di lesinare al Governo i mezzi per fronteggiare
adeguatamente la situazione».
L'on. Cingolani accenna al
«prestigio del Presidente del Consiglio e della forza di giovinezza che è
salita al potere»; alla «fiducia che proviene in noi da ricordi recenti della
vostra parola e del vostro pensiero»; indi conclude, sempre rivolto all'on.
Mussolini: «Ma oggi c'è troppa gente che si arroga il diritto di attribuirvi le
proprie idee pur non essendo nei vostri quadri, ma tentando di navigare nella
scia della vostra barca non precisamente per tutelare interessi generali; di
fronte a costoro il paese che lavora, che produce, che con tanta ansia attende
l'opera vostra di disciplina, di valorizzazione di tutte le forze reali, di
esaltazione di tutti i valori ideali, di sacrificio pronto di tutti per il bene
di tutti, riafferma che non per i torbidi profittatori dell'angustia
finanziaria ed economica della Patria vi accorda la sua fiducia, ma unicamente
perché confida che l'opera vostra sarà per la pace, la grandezza, la prosperità
della Nazione ». (Vivi applausi al centro. Congratulazioni).
L'on. Salandra, relatore, per la
maggioranza, del disegno di legge, rinuncia a parlare e quindi si passa alla
votazione dell'ordine del giorno dell'on. Sanna Randaccio:
« ... la Camera, ritenendo che
nell'interesse supremo della Patria, sia necessario munire il Governo del Re di
ampi poteri che gli consentano di risolvere liberamente, senza le difficoltà
della procedura parlamentare i più urgenti problemi della finanza e della
pubblica amministrazione, passa alla discussione degli articoli ».
Presenti e votanti 365;
maggioranza: 183; favorevoli: 275; contrari: 90 (25 novembre 1922) (2).
La Camera approva il principio
della concessione dei pieni poteri e passa alla discussione degli articoli del
disegno di legge. Hanno votato contro i socialisti, i massimalisti. i comunisti
i repubblicani, ed il gruppo sardo d'azione.
L'on. Modigliani parla in sostegno
di alcuni suoi emendamenti. Egli propone che dopo l'inciso: «... facoltà di
emanare disposizioni aventi vigore di legge» contenuto nell'articolo primo del
testo della Commissione, si aggiunga: «ferme restando le facoltà attribuite
dallo Statuto al Parlamento, l’ordinamento e la forma di questo». Nello
svolgere il suo emendamento l’on. Modigliani chiarisce che esso mira ad escludere,
nella interpretazione della legge sui pieni poteri «ogni facoltà capace di
modificare la struttura fondamentale degli organi rappresentativi della Nazione».
Egli non pretende nemmeno che il suo emendamento venga messo ai voti; si
accontenterebbe di una categorica adesione del governo. E prosegue: «Ci
permettiamo di far rilevare la gravità del voto che si sta per prendere. Per
tutte le ragioni esposte la Camera si appresta a concedere i pieni poteri; ma
che questi pieni poteri possano arrivare fino alla modificazione della
struttura del Parlamento e delle sue attribuzioni secondo lo Statuto (rumori) ed arrivare fino, in via di
ipotesi, alla soppressione della Camera dei deputati, questa ci pare davvero
cosa che non possa passare tra l'indifferenza della Camera ».
L'on. Modigliani ha posto
brillantemente e con intuito profetico, il dito sul pericolo incombente, ma nessuno
dei giuristi liberali, da Salandra ad Orlando, da Bonomi a Sarrocchi, gli viene
in soccorso. Anzi, l'on. Salandra si fa premura ad assicurare il Modigliani
della inutilità ed infondatezza delle sue preoccupazioni, mentre Mussolini si
alza e dice:
MUSSOLINI: «Potrei associarmi
senz'altro alle dichiarazioni dell'on. Salandra per dire alla Camera, ed anche
all'on. Modigliani, che non intendiamo abusare dei pieni poteri, che non
intendiamo di rifare il mondo dalle sue fondamenta, perché questa fatica sarebbe
troppo grave anche per uomini di levatura infinitamente superiore alla nostra.
Parlamento, Camera e Senato non sono assolutamente in gioco. Quindi i tremori e
le trepidazioni dell'on. Modigliani non hanno ragione d'essere! » (Commenti).
L'on. Modigliani ritira il suo
emendamento.
Ultimo oratore è l'on. De Andreis
il quale pone in rilievo come la Camera si sia « dimostrata così buonina, così
quietina, così... carina, che ha votato i pieni poteri con tanto entusiasmo...
». E propone, come finale umoristico, che la Camera venga addirittura
aggiornata per due anni, visto che non le rimane nulla da fare...
Viene quindi posto in votazione a
scrutinio segreto, il disegno di legge di iniziativa democristiana circa la
delegazione dei pieni poteri al Governo del Re per il riordinamento del sistema
tributario e della pubblica amministrazione.
Deputati presenti e votanti: 295.
maggioranza, 148; favorevoli: 215; contrari: 86 (25 novembre 1922).
La Camera approva i pieni poteri
coi quali vengono trasmesse nelle mani del governo tutte le potestà che nelle
circostanze normali sono riservate al Parlamento, oramai praticamente messo
nella impossibilità di funzionare.
(1) Compongono la Commissione che
deve esaminare il progetto di legge gli on.: Bertone popolare, Ivanoe Bonomi (soc.
riformista), Colosimo (dem. liberale),
De Nava (dein. liberale), Fera (deni. sociale), Lazzari (soc.), Matteotti
(Soc.), Paratore (dein. sociale), Salandra (liberale dem.). (Atti parlamentari,
C. D., Sessione 1921-23, vol. 9).
(2) Veggansi in appendice i nomi
dei deputati che hanno aderito ai pieni poteri e di quelli che hanno votato
contro.

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