NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 28 novembre 2013

martedì 26 novembre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - VII

I pieni poteri a Mussolini al Senato.

Contemporaneamente alle sedute della Camera si svolgono al Senato del Regno le discussioni sulle comunicazioni del governo e sulla concessione a questo dei pieni poteri per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione Salvo qualche blanda critica, accolta con ostilità dalla maggioranza dei senatori i discorsi sono intonati ad un supino ed esaltato servilismo verso la persona di Mussolini.

LUIGI ALBERTINI liberale, direttore del Corriere della Sera rammenta come l'ultima volta che parlò in Senato aveva invocato l'assunzione dei fascisti al governo, la quale desse loro quella voce, nelle cose d'Italia a cui avevano diritto; la rivoluzione fascista, che giustamente Mussolini ha chiamato unica al mondo, si è fatta mentre i servizi funzionavano, mentre i commerci continuavano, gli impiegati erano al loro posto e gli operai nelle officine e i contadini nei campi attendevano pacificamente al lavoro».

Egli si duole che « la costituzione sia stata ferita e che una tradizione cara e sacra, la quale accompagnava il nostro cammino nella storia dal 1848, sia stata interrotta». E prosegue: «La mia coscienza mi dice - l'ho affermato ampiamente qui e oggi lo ripeto - che la reazione fascista ha salvato l'Italia dal pericolo socialista il quale, in forma più o meno aperta, più o meno minacciosa, incombeva sulla nostra vita che esso da un ventennio aveva lentamente avvelenato. Mi dice altresì che la reazione fascista, mirando a ristabilire l'autorità dello Stato e ad infondere nuova energia ai suoi dirigenti, ha interpretato l"ispirazione più intensa di tutti i veri italiani. (Approvazioni). Benemerenze insigni queste, che io voglio pienamente riconoscere ed esaltare ».
« ... è indispensabile che il Governo rappresenti lo spirito del Paese, e lo spirito del Paese era evidentemente orientato a favore del fascismo e del suo capo: ciò a prescindere da tante altre considerazioni di opportunità e di elementare previdenza che faceva ritenere ineluttabile, urgente, l'avvento legale dei fascisti alla direzione dello Stato ».
Il Senatore Albertini in conclusione si duole del modo incostituzionale col quale Mussolini si è impossessato del potere, poiché con la marcia su Roma egli «ha umiliato tutti i poteri dello Stato ed ha inferto alle sue istituzioni un colpo di cui è vano celarsi la portata». Mussolini, secondo l'Albertini, doveva « appagare per ora d'una larga partecipazione in un ministero di transizione per arrivare al predominio dopo le elezioni generali ».

De Cupis: «I fascisti proseguono la loro strada; le file s'ingrossano; si organizzano militarmente; divengono esercito; occupano comuni, si addensano intorno a Roma; il ministero, sventata dal senno del Re la guerra civile, cede il potere, il fascismo dal Re lo riceve e lo assume. L'Italia applaude». E chiude il discorso salutando Mussolini col nome di Redentore». (Vivissimi applausi e congratulazioni).

SALVATORE BARZILAI, repubblicano fuori dai ranghi, parlando di Mussolini dice: «Ammiro il fulgore del sole che sorge ma non cerco di riscaldarmi ai suoi raggi». Trova modo di giustificare la marcia su Roma nonché la severità e la crudezza di linguaggio verso la Camera con alcune analogie che ci riportano ai tempi passati : «Lord Cromwell che entrava alla Camera attorniato da soldati avvolti in solida armatura «per fare là dentro delle cose assai gravi ». Cromwell portò via la mazza al Presidente, si bastonarono i deputati, si misero a fuoco gli stalli cosicchè all"indomani sul frontone della Camera dei Comuni si metteva un cartello: Camera da affittare senza mobili; la Romagna, culla del Rinascimento italiano, a Ravenna ed a Rimini espresse quei capitani di ventura armati di sciabola e di pugnale ma pure di amore per la Patria. E poi Sforza Sigismondo Malatesta che a agisce nella visione di Cesare che passa il Rubicone ed infiamma i soldati alla marcia su Roma. Tutto giustifica il Barzilai quando il fine è l'amore di Patria. E si appella a Carlyle: tutto sta a trovare l'uomo capace». Ecco perché Barzilai che si vanta di avere sempre combattuto la politica estera di tutti i ministeri liberali precedenti, offre la sua fiducia a Mussolini. (Approvazioni, congratulazioni).

LUIGI RAVA «Auguro con viva speranza che l'impresa grave che il Presidente del Consiglio ha assunta con mente alacre e con puro cuore, possa raggiungere l'ideale alto di prosperità e di grandezza a cui mira!». (Approvazioni, congratulazioni).

ACHILLE LORIA è il solo che, con l'Albertini, parli in senso di opposizione nella discussione sulle comunicazioni del governo, continuamente interrotto e rumoreggiato dai colleghi: «Solo alla condizione di procedere alle riforme non già con le vane parole, ma colla soluzione e coll'azione, il Governo potrà divenire un grande propulsore nella storia del nostro paese e giustificare l'enorme dedizione che oggi si compie ai suoi piedi. (Rumori). E' forse infatti la prima volta nella nostra storia nazionale che si assiste allo spettacolo di un Parlamento che si suicida (rumori) abdicando alle sue prerogative secolari nelle mani dei proprii delegati. Ora è necessario che il dolore di questo sacrificio trovi un corrispettivo luminoso nei benefici delle feconde restaurazioni. E solo a tale patto potrà essere un giorno acclamata dalle benedizioni riconoscenti dei nostri successori». (Le ultime parole dell'oratore si perdono fra i rumori dell’assemblea).

BERENINI, già deputato socialista, relatore della Legge sui pieni poteri, rivolgendosi a Mussolini esclama: «Siete gli uomini della libertà; non siete gli uomini della licenza. Avete anche, on. Mussolini, invocato dal Paese una grande disciplina. Noi accettiamo l'invito e della nostra disciplina vi diamo con questo atto il primo segno». E continua nella esaltazione dell'«urto brutale della tragica parodia bolscevica dei seguaci di Mussolini sotto l'imperio della sua volontà». (Approvazioni vivissime).
Si passa alla votazione a scrutinio segreto del progetto di legge proposto dal ministro popolare Tangorra:
«Delega dei pieni poteri al Governo del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione » (1).
Senatori votanti: 196, favorevoli: 170; contrari: 26 (25 novembre 1922).
Confortato da questo viatico, alla fine di novembre Mussolini parte per Losanna onde partecipare alla conferenza internazionale, ed i giornali sono pieni di elogi incondizionati per l'opera svoltavi. Scrive Il Resto del Carlino: «Mussolini è stato l'elemento determinante. Egli ha posto con nettezza la questione dell'eguaglianza di diritti e di doveri fra gli Alleati. Agli inglesi che si sono da tre anni specializzati nello stuzzicare le velleità antifrancesi dei tedeschi egli ha chiesto la disciplina dell'Alleanza. E ai francesi che si vendicavano stuzzicando i rancori anti-inglesi dei turchi ha chiesto in nome degli stessi principi la disciplina medesima. Agli uni e agli altri poi, ha imposto il rispetto verso l'Italia ».
Il primo successo internazionale e la forte maggioranza, sia della Camera che del Senato ed il consenso popolare, permettono al Duce che ha nel suo Ministero liberali, socialisti e popolari di gettare, nella notte dal 15 al 16 dicembre le basi del Gran Consiglio e della costituzione della Milizia per la Sicurezza Nazionale. «In questa riunione - dirà poi Mussolini nella sua Storia di un anno - ebbe inizio un sistema politico che può chiamarsi Diarchia, il governo in due, il doppio comando». La quale diarchia sarà posta continuamente, egli aggiunge, «a più o meno dura prova». Accanto all'Esercito che obbedisce prevalentemente al Re, vi sarà la Milizia che obbedirà prevalentemente al Duce. Se il Re ha una guardia del corpo, Mussolini avrà una sua guardia personale, moschettieri e Milizia. Sarà la minaccia perenne alla Monarchia.

(1) Atti Parlamentari, Senato del Regno.


martedì 19 novembre 2013

All’Ateneo di Udine il pensiero politico di Dante

Appuntamento mercoledì 20 novembre a palazzo Antonini Ateneo di Udine

Il pensiero politico di dante all’Ateneo di Udine: ecco la nuova Edizione commentata della monarchia
Curata da Andrea Tabarroni e Paolo Chiesa, che discuteranno anche della modernità di quest’opera di impegno civile del Sommo Poeta.
La nuova edizione della Monarchia di Dante Alighieri (Salerno editrice, 2013), commentata a cura di Paolo Chiesa, dell’Università di Milano, e Andrea Tabarroni, dell’Ateneo di Udine, sarà presentata mercoledì 20 novembre alle 12, presso la sala “Gusmani” di palazzo Antonini, in via Petracco 8 a Udine. L’occasione è offerta dai seminari promossi dal Centro internazionale sul plurilinguismo dell’Ateneo friulano. All’appuntamento, intitolato “Una nuova edizione della Monarchia di Dante” saranno presenti i curatori dell’opera, che discuteranno con Giorgio Ziffer, direttore del Centro internazionale sul pluringuismo, e con il pubblico anche a proposito della modernità dei temi e degli spunti che questo trattato dantesco ancor oggi suggerisce.
La Monarchia, opera di impegno civile e depositaria del pensiero politico di Dante nella sua forma più compiuta, «rappresenta – spiegano Tabarroni e Chiesa – un tassello fondamentale nell’evoluzione del pensiero dantesco. E tuttavia oggi è ancora poco letta». L’opera, infatti, «è forse – spiega Tabarroni – la più ostica di Dante, non soltanto per l’uso della lingua latina, ma anche per il linguaggio impiegato, che è quello della logica e della filosofia». Grazie alla nuova edizione commentata da Tabarroni e Chiesa, il lettore moderno dispone di un accesso più agevole al testo, che risulta comprensibile anche a un pubblico di non specialisti.
Andrea Tabarroni è direttore del Dipartimento di Studi umanistici e dal 1996 insegna all’Ateneo di Udine Storia della filosofia medievale, concentrando le sue ricerche specialmente sulla storia della logica e del pensiero politico medievali.
Paolo Chiesa, che ha insegnato all’Ateneo di Udine Letteratura latina medievale dal 1992 al 2006 ricoprendo per tre anni la carica di direttore del Dipartimento di Storia e tutela dei beni culturali, insegna ora  presso il Dipartimento di Filologia moderna dell’Università di Milano e si occupa principalmente della tradizione manoscritta delle opere della latinità medievale.

lunedì 18 novembre 2013

Quando Anders offrì a Umberto II di eliminare i comunisti

Il generale Władysław Anders 
di Stefano Zurlo
E’ un episodio inedito, o quasi, della nostra storia recente. E’ il giugno 1946, periodo tormentassimo con la monarchia di casa Savoia che prepara le valigie per l’esilio. Il 2 giugno gli italiani hanno scelto, al referendum, la repubblica.  
Il 9 giugno, in un clima pesantissimo, la polizia apre il fuoco contro i simpatizzanti monarchici che si sono ritrovati a Napoli davanti alla sede del partito comunista: è una carneficina. Nove morti.
Molti consiglieri propongono a re Umberto di usare le maniere forti per ristabilire l’ordine e gridano al golpe, alla manipolazione dei dati referendari. E’ in questa situazione che si fa avanti anche il generale Anders, il mitico comandante delle truppe polacche che hanno combattuto con onore in Italia, hanno espugnato Montecassino aprendo agli Alleati la strada per Roma e hanno liberato Bologna. I polacchi – come racconta Luciano Garibaldi nel libro “Gli eroi di Montecassino “, Mondadori - hanno il sangue avvelenato con il Pci, forse perché hanno subito sulla loro pelle gli orrori dello stalinismo e dell’occupazione. Anders che è ancora in Italia con i soldati del Secondo corpo d’armata fa a Umberto II una proposta secca: ci penserà lui, con i suoi uomini, a togliere di mezzo i comunisti. 
Re Umberto però non accetta: “Non una goccia di sangue per me e la mia Casa”. Il re parte per l’esilio in Portogallo. Anders e i suoi soldati, traditi da tutti, nell’autunno del ’46 partono per l’Inghilterra. L’Unità del 16 ottobre 46 scriverà che stanno preparando “una guerra contro l’Unione Sovietica”.

domenica 17 novembre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - VII

L'On Emanuele Modigliani
La Camera, dopo una invocazione incensativa di Cingolani, concede a Mussolini i pieni poteri richiesti dai popolari.

Si passa al disegno di legge proposto dal ministro popolare Tangorra:

«Delega dei pieni poteri al Governo del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione » (17 novembre 1922) (1 ).
Anche qui l'opposizione viene soltanto dai banchi dell'estrema sinistra. Parlano, contro: Modigliani, Lazzari, Macrelli, Pestalozza. Majolo, Donati, Buozzi, Uberti, Buffoni. L'on. Riboldi, mentre sostiene che la dittatura di Mussolini è una dittatura personale voluta soltanto dalla classe dirigente che vuol conservare i suoi privilegi afferma poi che attraverso il fascismo «si è arrivati all'uomo che si è imposto fuori del Parlamento». Cioè con la volontà popolare.
Va posta in rilievo la dichiarazione fatta a nome del gruppo popolare dall’on. Mario Cingolani, già sotto segretario del ministero Facta all’epoca della marcia su Roma. Il Cingolani avrà poi grande influenza nel 1946 a determinare l'attitudine repubblicana della Democrazia Cristiana e sarà uno dei più accaniti ed ingenerosi accusatori del Re quale responsabile del fascismo:

MARIO CINGOLANI: Mi sia consentito di fare alcune dichiarazioni a nome del gruppo popolare. Questo voterà i pieni poteri: questo voto è la conseguenza logica del voto già dato favorevolmente al ministero.
«Voce a destra: Fascismo!
«Cingolani: No. Non è fascismo ma è volontà decisa e precisa di servire il Paese (Bene al centro).
«In un momento grave come questo, così acceso di trepidazione e di speranza per la salvezza del Paese; in un momento politico, di necessità rivoluzionario e che occorre rapidamente superare, non è davvero il caso di lesinare al Governo i mezzi per fronteggiare adeguatamente la situazione».
L'on. Cingolani accenna al «prestigio del Presidente del Consiglio e della forza di giovinezza che è salita al potere»; alla «fiducia che proviene in noi da ricordi recenti della vostra parola e del vostro pensiero»; indi conclude, sempre rivolto all'on. Mussolini: «Ma oggi c'è troppa gente che si arroga il diritto di attribuirvi le proprie idee pur non essendo nei vostri quadri, ma tentando di navigare nella scia della vostra barca non precisamente per tutelare interessi generali; di fronte a costoro il paese che lavora, che produce, che con tanta ansia attende l'opera vostra di disciplina, di valorizzazione di tutte le forze reali, di esaltazione di tutti i valori ideali, di sacrificio pronto di tutti per il bene di tutti, riafferma che non per i torbidi profittatori dell'angustia finanziaria ed economica della Patria vi accorda la sua fiducia, ma unicamente perché confida che l'opera vostra sarà per la pace, la grandezza, la prosperità della Nazione ». (Vivi applausi al centro. Congratulazioni).
L'on. Salandra, relatore, per la maggioranza, del disegno di legge, rinuncia a parlare e quindi si passa alla votazione dell'ordine del giorno dell'on. Sanna Randaccio:
« ... la Camera, ritenendo che nell'interesse supremo della Patria, sia necessario munire il Governo del Re di ampi poteri che gli consentano di risolvere liberamente, senza le difficoltà della procedura parlamentare i più urgenti problemi della finanza e della pubblica amministrazione, passa alla discussione degli articoli ».
Presenti e votanti 365; maggioranza: 183; favorevoli: 275; contrari: 90 (25 novembre 1922) (2).
La Camera approva il principio della concessione dei pieni poteri e passa alla discussione degli articoli del disegno di legge. Hanno votato contro i socialisti, i massimalisti. i comunisti i repubblicani, ed il gruppo sardo d'azione.
L'on. Modigliani parla in sostegno di alcuni suoi emendamenti. Egli propone che dopo l'inciso: «... facoltà di emanare disposizioni aventi vigore di legge» contenuto nell'articolo primo del testo della Commissione, si aggiunga: «ferme restando le facoltà attribuite dallo Statuto al Parlamento, l’ordinamento e la forma di questo». Nello svolgere il suo emendamento l’on. Modigliani chiarisce che esso mira ad escludere, nella interpretazione della legge sui pieni poteri «ogni facoltà capace di modificare la struttura fondamentale degli organi rappresentativi della Nazione». Egli non pretende nemmeno che il suo emendamento venga messo ai voti; si accontenterebbe di una categorica adesione del governo. E prosegue: «Ci permettiamo di far rilevare la gravità del voto che si sta per prendere. Per tutte le ragioni esposte la Camera si appresta a concedere i pieni poteri; ma che questi pieni poteri possano arrivare fino alla modificazione della struttura del Parlamento e delle sue attribuzioni secondo lo Statuto (rumori) ed arrivare fino, in via di ipotesi, alla soppressione della Camera dei deputati, questa ci pare davvero cosa che non possa passare tra l'indifferenza della Camera ».
L'on. Modigliani ha posto brillantemente e con intuito profetico, il dito sul pericolo incombente, ma nessuno dei giuristi liberali, da Salandra ad Orlando, da Bonomi a Sarrocchi, gli viene in soccorso. Anzi, l'on. Salandra si fa premura ad assicurare il Modigliani della inutilità ed infondatezza delle sue preoccupazioni, mentre Mussolini si alza e dice:
MUSSOLINI: «Potrei associarmi senz'altro alle dichiarazioni dell'on. Salandra per dire alla Camera, ed anche all'on. Modigliani, che non intendiamo abusare dei pieni poteri, che non intendiamo di rifare il mondo dalle sue fondamenta, perché questa fatica sarebbe troppo grave anche per uomini di levatura infinitamente superiore alla nostra. Parlamento, Camera e Senato non sono assolutamente in gioco. Quindi i tremori e le trepidazioni dell'on. Modigliani non hanno ragione d'essere! » (Commenti).
L'on. Modigliani ritira il suo emendamento.
Ultimo oratore è l'on. De Andreis il quale pone in rilievo come la Camera si sia « dimostrata così buonina, così quietina, così... carina, che ha votato i pieni poteri con tanto entusiasmo... ». E propone, come finale umoristico, che la Camera venga addirittura aggiornata per due anni, visto che non le rimane nulla da fare...
Viene quindi posto in votazione a scrutinio segreto, il disegno di legge di iniziativa democristiana circa la delegazione dei pieni poteri al Governo del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione.
Deputati presenti e votanti: 295. maggioranza, 148; favorevoli: 215; contrari: 86 (25 novembre 1922).
La Camera approva i pieni poteri coi quali vengono trasmesse nelle mani del governo tutte le potestà che nelle circostanze normali sono riservate al Parlamento, oramai praticamente messo nella impossibilità di funzionare.

(1) Compongono la Commissione che deve esaminare il progetto di legge gli on.: Bertone popolare, Ivanoe Bonomi (soc. riformista), Colosimo (dem.  liberale), De Nava (dein. liberale), Fera (deni. sociale), Lazzari (soc.), Matteotti (Soc.), Paratore (dein. sociale), Salandra (liberale dem.). (Atti parlamentari, C. D., Sessione 1921-23, vol. 9).

(2) Veggansi in appendice i nomi dei deputati che hanno aderito ai pieni poteri e di quelli che hanno votato contro.

venerdì 15 novembre 2013

È meglio tornare allo Statuto albertino

Articolo di Vittorio Feltri su www.ilgiornale.it

Il vero motore dell'intera vicenda giudiziaria del Cav è la malafede. La cui evidenza dovrebbe indurre i parlamentari del Pd a vergognarsi

Questo fatto della decadenza di Silvio Berlusconi da senatore per volontà dei suoi colleghi rivela che il vero motore dell'intera vicenda giudiziaria, destinata a schiacciare il capo del centrodestra, è la malafede. La cui evidenza dovrebbe indurre i parlamentari del Pd (quelli del M5S sono culturalmente irrilevanti) a vergognarsi. Essi, pur di raggiungere lo scopo di eliminare l'avversario elettoralmente più pericoloso, sorvolano sul proprio passato, sulla propria storia, sulla necessità di rispettare le istituzioni in nome delle quali affermano di agire.
Si dà il caso che siano stati i comunisti, ai tempi in cui nacque la Repubblica, a battersi con maggior vigore affinché fosse il Parlamento a dire l'ultima parola sui destini di un suo membro per quanto accusato di nefandezze perseguite dalla giustizia. Insomma, stando alle regole imposte dal vecchio Pci (che, flirtando con l'Unione Sovietica, non era da considerarsi un campione di democrazia), un rappresentante del popolo doveva essere giudicato in Senato o alla Camera e non in un'aula di tribunale. Ciò perché il primato della politica non era in discussione.
Non solo. Il giudizio sul presunto reprobo andava espresso in forma riservata ovvero con voto segreto, e non palese, per consentire a ciascun inquilino del Palazzo di ubbidire alla propria coscienza anziché agli ordini di partito. In effetti, questa norma è sempre stata osservata finché non si è trattato di decidere sulla sorte del Cavaliere. Nella circostanza, con una manovra di bassa bottega politica, lorsignori hanno deliberato quanto segue: dato che Berlusconi è Berlusconi, e non uno qualsiasi, venga trafitto pubblicamente. E chi non partecipasse alla lapidazione sarebbe costretto a metterci la faccia, sfidando la riprovazione collettiva dei compagni, impegnati da anni nel tentativo - fallito sino a ieri - di far secco l'odiato fondatore di Forza Italia e del Pdl.
È triste constatare come i progressisti tradiscano i principi fissati dai loro padri al solo scopo di eliminare un personaggio scomodo, aprendo una breccia, che rischia di diventare una voragine, attraverso la quale un domani potrebbe passare una stramba prassi: siano i giudici a selezionare, in base alle loro sentenze, chi debba o no conservare l'investitura del mandato popolare. Una forzatura inaccettabile. La stessa legge Severino, approvata di fretta, toglie agli elettori la facoltà di scegliere chi è degno del voto e chi no, a prescindere dalla fedina penale. Da notare che tale legge contraddice gli argomenti di coloro i quali desiderano ripristinare le preferenze onde permettere alla gente di dare il suffragio a chi le garba.
C'è dell'altro, però, meritevole di riflessione. Chiunque abbia delle reminiscenze scolastiche sa che nell'Ottocento fu introdotto il cosiddetto Statuto albertino, una specie di Costituzione prima maniera. Rileggerlo consente di scoprire particolari assai interessanti. Prendiamo l'articolo 37. Recita testualmente: «Fuori del caso di flagrante delitto, niun Senatore può essere arrestato se non in forza di un ordine del Senato. Esso è solo competente per giudicare dei reati imputati ai suoi membri». Non bastasse, ecco l'articolo 63: «Le votazioni si fanno per alzata e seduta, per divisione; e per isquittinio segreto. Quest'ultimo mezzo sarà sempre impiegato per la votazione del complesso di una legge, e per ciò che concerne al personale».
A parte il lessico arcaico, i concetti sono chiari, gli stessi applicati dalle democrazie occidentali più avanzate e ora banditi dall'Italia non perché desideri sostituirli con altri più adatti ai nostri giorni, ma soltanto per sbarazzarsi del demonio di Arcore. Una pratica disgustosa che provoca una regressione di due secoli del nostro Paese allo sbando, «buono a nulla ma capace di tutto», anche di fare strame non solo della versione originale della Costituzione, ma persino dello Statuto albertino.
Tutto può essere riparato, è vero, ma occorre un cucitore con ago e filo; qui invece vanno di moda i rottamatori. Della logica.

Vittorio Emanuele III di fronte alla storia. Aspetti del suo tempo


Convegno nazionale di studi storici
organizzato da Nuove Sintesi. Trimestrale di cultura e politica Direttore Michele D'Elia





Sabato 30 novembre 2013
Palazzoo isimbardi, Sala degli affreschi, ore 15.00
Corso Monforte 35, Milano (M1 San Babila)



PROGRAMMA

Saluti istituzionali
Bruno Dapei,  Presidente del Consiglio Provinciale di Milano

Interventi

Michele D'Elia, Direttore responsabile di "Nuove Sintesi" 

Vittorio Emanuele III, Cittadino e Re


Donatella Bolech, Università di Pavia

Vittorio Emanuele III e la politica estera


Roberta Cipriani, Università di Roma Tre

Sviluppi della sociologia italiana nella prima metà del XX secolo


Salvatore Genovese,  Docente di Disegno e Storie dell’Arte Liceo  “Vittorio Veneto”,  Milano

Le arti durante il Regno di Vittorio Emanuele III


Giorgio Guartì, Giornalista e scrittore, Milano

L'informazione al tempo di Vittorio Emanuele III


Giampiero Goffi, Giornalista di La Provincia, Cremona
La politica ecclesiastica di Vittorio Emanuele III


Marco Cuzzzi, Università degli studi Milano
La Massoneria italiana nell'ultima fase dello Stato Liberale (1993 - 1925)


 Lamberto Laureti,  Università degli studi Pavia
Scienza e tecnica nel tempo di Vittorio Emanuele III

Giovanna Bardone, già insegnante , Pavia
Testimonianze


Seguirà dibattito


giovedì 14 novembre 2013

All’asta i gioielli di casa Savoia

Sfida tra un compratore in sala e i turchi in Rete

Chistie’s mette all’asta a Ginevra 13 lotti dei Reali piemontesi. Il pezzo più prezioso, un orologio, va a «monsieur Filippo»

MILANO — Vanno all’asta i diamanti, gli smeraldi e gli ori di casa Savoia. E anche se chi vende appartiene a un ramo secondario dell’ex casa regnante, anche se la vendita viene celebrata in un tempio come la sede di Christie’s a Ginevra, è sempre un pezzo di storia che finisce chissà dove. E davvero non c’è confronto tra la spilla di perle e diamanti che ha adornato il collo della regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III, e le parure pur sfarzose dell’eccentrica ereditiera sudamericana Vera de Espirito Santo, battute nella rinomata casa d’aste pochi minuti prima dei cimeli sabaudi.
Si compie tutto in mezz’ora: tredici lotti che Christie’s definisce nel suo catalogo «property of the royal family of Savoy» passano di mano talvolta rimanendo al di sotto della valutazione degli esperti, ma in qualche caso raddoppiandola. La gara al rialzo più serrata si scatena per un orologio da tavolo art déco in madreperla incastonato di diamanti e pietre preziose: se lo porta a casa per 185 mila franchi svizzeri — 150 mila euro — un riservato «monsieur Filippo» (per la precisione Filippò, come viene chiamato più volte in sala). Vista la deferenza e la familiarità con cui il direttore dell’asta si rivolge a lui deve trattarsi di un collezionista o un commerciante del settore; comunque un personaggio di casa tra i velluti della sede ginevrina. Filippò è stato il protagonista della giornata: orologio a parte, si è aggiudicato anche una collana di perle e una spilla di diamanti, staccando rispettivamente assegni per 32 mila e 38 mila franchi.
Le aste al giorno d’oggi non si giocano solo con il rito delle alzate di mano in sala, i «player» possono rimanere nell’ombra partecipando in diretta via telefono o via Internet: e proprio un misterioso acquirente del web, collegato dalla Turchia, ha fatto suoi un medaglione con diamanti e zaffiri e un portasigarette in oro. Altre offerte sono arrivate dal Texas, rintuzzate però dall’implacabile Filippò.
Fin qui gli acquirenti; ma come sono finiti nelle teche di Christie’s quei 13 cimeli così carichi di storia, che raccontano di nozze e sangue blu, di Belle époque, di un’Europa al tramonto e di lì a poco sconvolta dalla Grande guerra? Alcuni dettagli in calce al catalogo e soprattutto il dibattito che si è acceso tra i simpatizzanti monarchici d’Italia (in particolare il sito altezzareale.com) indirizzano verso un personaggio preciso, Maria Isabella di Savoia-Genova, discendente di un ramo secondario della Real Casa. Nata nel 1943, strettamente imparentata con gli ex sovrani d’Italia, la nobildonna oggi trascorre gran parte del suo tempo in Brasile e fa vita molto riservata; non ha voluto perciò svelare perché abbia deciso di privarsi di quel piccolo tesoro.
«Ma in realtà le vendite di pezzi pregiati da parte di famiglie reali non sono così infrequenti e anzi il significato storico di quegli oggetti attira sempre i collezionisti e gli appassionati» commenta Davide Colombo segretario nazionale dell’Umi (Unione monarchica italiana). «L’attenzione riservata all’evento ginevrino — prosegue Colombo — è la conferma del fascino che le monarchie continuano a suscitare al giorno d’oggi. Comunque non siamo di fronte a una “svendita dei tesori dei Savoia”, non ci leggerei una particolare valenza politica». [...]

martedì 12 novembre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - VI

Camera dei Deputati: discussione sulle comunicazioni del Governo e primo voto di fiducia.

Nello stesso giorno dell'apertura della Sessione, sia alla Camera che al Senato si inizia la discussione sulle comunicazioni del governo. Diamo qui gli interventi degli esponenti più in vista e di quei deputati che parlarono a nome di un partito o di un gruppo. Ciò varrà a dare un'idea esatta, collegando la discussione con la votazione, dell'ambiente parlamentare, non dissimile da quello del Paese, cioè di enorme favore per Mussolini ed il fascismo.

Parla contro il governo l'on. Cao del gruppo sardo, il quale dice: «Voi avete anche facilmente squassato ruderi che si reggevano sol per forza d'inerzia; per ultimo il ministro Facta. Non fu generoso bollare «traditori della Patria» uomini ai quali il dovere di una forza pari all'altezza dell'ufficio era, dal vostro partito, reso più che malagevole, impossibile. Dirà la storia quanta parte di responsabilità nello smarrimento della forza e della dignità dello Stato, in ultimi due anni- spetti all'azione del vostro partito ».

Giovanni Rosadi liberale è contro il governo, ma voterà la fiducia non senza prima avere rilevato - a proposito della presenza di alcuni esponenti del Partito Popolare - come questi in sede di Consiglio Nazionale, pochi giorni prima della marcia su Roma si erano dichiarati contrari al movimento di conquista ma poi improvvisamente, alla chiamata di Mussolini «facevano tregua con le milizie fasciste e le loro deprecate violenze ed entravano a partecipare a questo governo».
L'on. Terzaghi svolge il suo ordine del giorno:
«La Camera, fiduciosa nelle sorti della Patria, udite le dichiarazioni del Governo, le approva e passa all'ordine del giorno».

Ad una interruzione dell'estrema sinistra Mussolini rivolto a questa così la investe: «Del resto anche voi non eravate alieni dal mandare qualcuno dei vostri! Avreste mangiato il frutto proibito anche voi!».

Filippo TURATI, parla a nome del gruppo socialista unitario: «Dopo che il nuovo Presidente del Consiglio con esempio ignoto fin qui negli annali di tutti i parlamenti civili - non conosco la storia dei parlamenti turchi od egizi - ci aveva, anzi vi aveva parlato, evidentemente tra la distrazione del nostro illustre Presidente, naturale tutore della Camera - non dimesso né dimissionario, perché la nuova istoria esige in tutto cose nuove - dopo che, dicevo, il nuovo Presidente del Consiglio ci aveva parlato col frustino in mano, come nel circo un domatore di belve quanto narcotizzate! - e lo spettacolo delle grosse offerte allo scudiscio e del ringraziamento di plausi ad ogni nerbata...». Turati si rammarica delle parole ingiuriose del Popolo d'Italia contro la Camera e Mussolini risponde in due successive interruzioni: «Come si merita!». E Turati continua: «Potevate, diceste, sprangare il Parlamento, potevate in questa aula grigia e sorda fare un bivacco di manipoli e l'on. De Nicola poteva essere nominato vivandiere...». «Quale beffa, on. Mussolini, quale atroce beffa, on. colleghi, noi facciamo, votando, alla Nazione e a noi stessi!».

L'on. De Vecchi, che siede al banco del governo, grida ai deputati dell'estrema sinistra: «Castroni!» e l'on. De Nicola lo richiama all'ordine poi aggiunge:
DE NICOLA (seccato e con forza): «Ed io dichiaro alla Camera, dal momento che il Presidente sono io, che dopo la parola dell'on. De Vecchi e dopo quella dell'on. Turati, rassegnerò le mie dimissioni». (Fra la destra e l'estrema sinistra sì accende uno scambio vivace di invettive). Il repubblicano on. Conti scatta in piedi ed urla rivolto verso l'on. Mussolini additandogli i socialisti: «Fustigateli! Fustigateli! Per la salvezza d'Italia». Alte ingiurie dei socialisti i quali evidentemente sono rimasti scottati dalla frase del collega repubblicano già filofascista. Il Presidente scampanella ripetutamente, energicamente riuscendo a stento a stabilire una relativa calma.

GIOVANNI CONTI «Credo non dispiaccia neppure al Presidente del Consiglio di udire una parola di opposizione più precisa e più chiara di quella pronunciata testé dall’on. Turati. una parola ispirata non già ad un programma di governo e di collaborazione come quella dell’on. Turati, ma ispirata alle idee, agli ideali anzi di un partito. il repubblicano, che non cede le armi di fronte alla dittatura che si inaugura oggi in Italia.
«lo credo. on Mussolini che voi abbiate trovato nel socialismo riformista di oggi così come è accaduto nel passato ad altri dominatori, il vostro migliore alleato».
«Voi conoscete i vostri ex compagni così come li conosco io. Credo che possiamo essere d'accordo in questo giudizio. Se avete pensato di aver paura di costoro, nessuna paura... ».
E l’on Conti dice queste parole rivolto a Mussolini indicando i deputati socialisti e quasi offrendosi per venirgli in aiuto. Il suo discorso vorrebbe essere di opposizione al governo, ma ad una interruzione ironica di Modigliani dice: «Già per voi l'opposizione è stata sempre una guerricciola con le persone. lo non faccio codesta opposizione. Il nostro bersaglio è la Monarchia. Il vostro eminente collega Turati ha insegnato per trent'anni ai suoi compagni che far la Repubblica non valeva la pena poiché si trattava di null'altro che del cambiamento delle insegne delle rivendite dei sali e tabacchi».

ALCIDE DE GASPERI: Il deputato popolare critica l'atteggiamento rivoluzionario del fascismo nei confronti dello Stato accentratore e monopolizzatore: il fascismo vorrebbe correggere questa situazione con la violenza e l'azione diretta mentre il P.P. ha proceduto covi opera di critica e con propositi di legale trasformazione. «Ciò non pertanto - dice De Gasperi - i nostri amici, dopo che il movimento insurrezionale ebbe vita costituzionale dall'incarico della Corona, entrarono a far parte del nuovo governo con la ferma speranza che al di là di ogni valutazione della sua opera e funzionalità passate, quell'istituto parlamentare che i nostri padri ci hanno conquistato attraverso il martirio delle lotte per la libertà e che rappresenta il patto di alleanza fra la Maestà del Re e il suo popolo, debba rimanere per rinvigorirsi a presidio della libertà dei cittadini e per la grandezza d'Italia. Perché secondo le nostre convinzioni inseparabili sono nel nostro regime la volontà del popolo e la volontà del Re, le due fonti dei nostri diritti civili e politici». Accennando poi alla eventualità di uno scioglimento della Camera, afferma: «Saprà il Re trovare il momento in cui ha da essere fatto». E dopo avere dichiarato che il P.P. voterà in favore del governo e che lo appoggerà nella sua politica, l'on. De Gasperi aggiunge: «Nel fascismo - si è affermato spesso qui - divampa la passione e l'orgoglio di rendere l'Italia d'oggi degna della sua tradizione millenaria ».

REUTH NICOLUSSI: parla esclusivamente sulla situazione dell'Alto Adige e delle violenze fasciste colà compiute contro le minoranze tedesche.

COSTANTINO LAZZARI: socialista, nega alcun valore parlamentare al programma enunciato dal governo, in quanto che «il capo del nuovo governo ne ha già dato la preventiva e inesorabile svalutazione affermando che egli non domanda, non ricerca una maggioranza parlamentare della quale può fare benissimo a meno, perché crede di essere in grado ora più che mai di schiacciare ogni opposizione e stravincere con la forza dei trecentomila giovani armati di tutto punto e a tutto decisi e quasi misticamente pronti al suo cenno imperiale »... Resteremo in pochi a votare contro il governo. Le democrazie, i popolari, dopo avere con la loro insufficiente debolezza, con le loro miserabili competizioni di uomini. con la loro cronica incomprensione dei fatti sociali, lasciato determinarsi la presente situazione, daranno l'ultimo spettacolo di viltà votando in favore dell'on. Mussolini il quale mentre proclama di apprestarsi ad inaugurare una politica di dignità nazionale, non sente la vergogna che infligge all'Italia di fronte al mondo trattando, così come la tratta, la rappresentanza elettiva!». Il Lazzari continua facendo una critica serrata al «fortunato colpo di mano» compiuto da Mussolini.
Nessun altro oratore chiede di parlare sulle dichiarazioni del governo e si passa allo svolgimento degli ordini del giorno. Parla l'on. De Andreis, repubblicano, che svolgendo il suo ordine del giorno critica con ironia dolorosa gli atteggiamenti del governo.

RABEZZANA, comunista, per un suo ordine del giorno contro il governo polemizza coi partiti democratico, socialdemocratico e popolare che appoggiano il governo.

Luigi GASPAROTTO, della democrazia sociale, difende l'azione di Mussolini durante l'intervento, ed il metodo seguito dal fascismo nella sua ascesa al potere col suo movimento travolgente della gioventù, in quanto egli lo ha «seguito fin dalla prima ora, con aperta simpatia». E continua: «Ma penetrando nel vivo e nel fondo del fatto storico recente perché on. Colleghi, perché il paese in aperto contrasto con la Camera ha fatto ala senza proteste alla gioventù che marciava su Roma e minacciava di stringere di assedio il Viminale e diciamolo pure, forse anche il Quirinale? Perché finalmente vedeva spezzarsi le incrostazioni dei vecchi partiti, troppe volte intristiti negli intrighi, e la egemonia di pochi uomini che, attraverso il Parlamento, dominavano tutta la vita nazionale». Il discorso è tutto una aperta difesa della marcia su Roma per dare l'impressione che questa è la volontà dei combattenti che nel gesto di Mussolini vogliono riassumere la Vittoria e la loro volontà di rinnovamento dell'Italia. E così termina: «La democrazia sociale accompagna lealmente il nuovo Governo alla prova e riprende il suo posto nel Paese. On. Mussolini! Rassegnando al Re la lista dei nuovi ministri, Voi avete detto: - Vi presento un governo dell'Italia di Vittorio Veneto (1). - La democrazia rivolgendosi fidente al vostro cuore di soldato e di cittadino ricorda che l'Italia di Vittorio Veneto è l'Italia uscita dal dolore e dal sacrificio serenamente superati per fare più lieta e gloriosa la vita ai nostri figli ».

D'ARAGONA del partito socialista e segretario della Confederazione Generale del Lavoro dichiara di parlare a nome di questa e indipendentemente da ogni partito politico (2) e svolgere un suo ordine del giorno nel quale chiede semplicemente che il governo tenga conto, nella sua risposta alla Camera, dei bisogni della classe lavoratrice. Il discorso del D'Aragona non è un discorso di opposizione, ma quasi un desiderio, una offerta di collaborazione; un discorso che pone le basi di quelle trattative che poi seguiranno e che se fallirono non fu soltanto per colpa del governo, ma dell'influenza che ebbero i partiti socialisti i quali, mentre si dilaniavano fra di loro pretendevano, disuniti e slegati com’erano, di far argine alle imponenti forze fasciste. A questo  il fenomeno del passaggio in massa dei lavoratori alle organizzazioni che si vanno costituendo sotto l’egida del Fascio littorio.

Al termine della discussione risponde a tutti l'on. Mussolini. All'on D’Aragona assicura che mai farà una politica contraria agli interessi della classe operaia. Egli invoca pertanto dai dirigenti della Confederazione del Lavoro l'opportunità di distaccarsi dalla tutela dei diversi partiti politici socialisti ognuno dei quali, a torto od a ragione, pretende di incarnare il purissimo verbo del socialismo: «Del resto, il fatto stesso che uno dei leaders della Confederazione non era alieno dal partecipare al mio Governo - dice Mussolini - dimostra chiaramente che non ci sono pregiudiziali assolute; d'altra parte io ricordo a quel settore della Camera (accennando all'estrema sinistra) che se gli eventi hanno avuto questo ritmo precipitoso, gran parte della responsabilità spetta a voi.

«Se il proletariato italiano ha assistito al nostro movimento senza tentare e senza nemmeno pensare di buttarci fra le gambe il tentativo di sciopero generale, che ci avrebbe dato evidentemente qualche fastidio, certo segno è che il proletariato italiano ha capito che bisognava spalancare le finestre perché l'aria di certi ambienti era diventata mefitica e irrespirabile. L'intuito profondo che guida le masse, e che qualche volta abbandona i capi delle medesime, quell'intuito profondo ha consigliato quell'atteggiamento del proletariato che io chiamo di benevola aspettativa». Mussolini risponde ancora a Cao ed a Wilfan e prega l'on. De Nicola di ritirare le dimissioni e questi aderisce fra le interminabili ovazioni della Camera e vi si associano anche le tribune. Indi la discussione riprende sull'ordine del giorno di fiducia al Governo.

Ezio MARIA GRAY a nome del gruppo nazionalista dichiara che l'appoggio al governo «vuole anche essere invito sereno e fraterno ai dubbiosi ed ai travagliati perché riconoscano e favoriscano con la loro adesione strettissima questo governo il quale, tenuto al fonte battesimale della nuova storia triplicemente dal Re, dal popolo, dall'esercito come espressione della Vittoria d'Italia, ha bene il diritto di aver la fiducia del Parlamento».

SARROCCHI, a nome del gruppo liberale elogia l'atteggiamento del governo e la sua «decisiva espressione di forza e di volontà contenuta nelle parole del Presidente del Consiglio» e rammenta che due anni prima, in un ordine del giorno presentato alla Camera il 31 gennaio 1921 il gruppo liberale affermava che «le benemerenze del fascismo sono infinite»... «Noi non applaudimmo ieri (primo dovere degli amici è la sincerità) alla fustigazione che infliggeste ai vinti di questa Assemblea; ma l'alta parola con la quale ieri ed oggi avete affermato le supreme necessità della Patria, ci ha reso fieri della nostra non recente alleanza col vostro partito».

BERARDELLI, a nome del gruppo socialista riformista richiamandosi alla memoria e alle tradizioni di Leonida Bissolati e Cesare Battisti. dichiara di dare voto favorevole. «Auguriamo a voi ed al Paese, on. Mussolini, che possiate ispirare la vostra opera di governo alle due grandi idealità: la grandezza dell'Italia ed i diritti del lavoro».

RAINERI, a nome del gruppo di democrazia liberale dichiara di dare voto favorevole, non soIo, ma con l'intesa che il voto «aggiungendosi alle ardenti aspettative del Paese che invoca la propria risurrezione politica, economica e finanziaria, possa confortare la vigorosa volontà con cui il governo si propone di assolvere il Suo compito».

DRAGO, socialista riformista, non è soddisfatto delle dichiarazioni fatte dal suo collega di gruppo on. Berardelli, siano pure esse favorevoli al governo. «La ragione del mio voto favorevole risale alle origini del Fascio parlamentare di difesa nazionale, che in pochi costituimmo all'indomani di Caporetto; risale, cioè, a ben cinque anni di assoluta identità tra lo spirito che ha guidato la mia azione parlamentare e quello che ha condotto il fascismo al potere. Lasciate dunque, on. colleghi, che fra tanti fascisti della sesta giornata, sia lecito, con orgoglio e con purezza di cuore, a chi lo fu fino dal primo giorno, a chi riconobbe nella vittoria di ieri il giusto conseguimento meritato, di una dura battaglia insieme combattuta per anni, lasciate la soddisfazione di dare il proprio voto, con pienezza d'animo, e non per contingenze parlamentari o per tardive resipiscenze, al governo che rappresenta per la prima volta il popolo italiano». Termina accennando ai tentativi di pacificazione fatti dall'on. Mussolini «con arrendevolezza», ma esigendo unicamente una dichiarazione di apoliticità da parte della Confederazione del Lavoro ed il distacco dal Partito Socialista, per disarmare.

Si passa quindi alla votazione dell'ordine del giorno presentato dall'on. Terzaghi:
«La Camera, fiduciosa nelle sorti della Patria, udite le dichiarazioni del Governo, le approva e passa all'ordine del giorno».

La votazione dà il seguente risultato:
Presenti: 429; astenuti: 7; votanti: 422; maggioranza: 212, favorevoli: 306; contrari: 116. (17 novembre 1922).
La Camera approva a grande maggioranza la fiducia a Mussolini ed al Governo Fascista (3).

(1) Afferma la figlia Edda Ciano nelle sue memorie che la frase attribuita a Mussolini non è mai stata pronunciata.
(2) La C.G.I.L. si mosse sempre nell'ambito del Partito Socialista e ne subì le influenze.
(3) Atti parlamentari C.D. Veggansi in appendice i nomi dei deputati che hanno votato Sì, quelli che hanno votato No, gli astenuti, gli ammalati e gli assenti volontari.



Palazzo Reale di Torino: riapre il percorso tra le cucine e gli appartamenti riscoperti

Un nuovo percorso di visita a Palazzo Reale permetterà di ammirare gli appartamenti di Maria Felicita di Savoia e le cucine reali: la visita si concluderà nei depositi, dove si potranno vedere i grandi servizi da tavola

Le cucine sono uno degli ambienti più particolari del palazzo: qui venivano preparati i grandi banchetti di corte. I locali sono stati restaurati e riproposti così come si presentavano negli anni Trenta del Novecento. Il percorso si snoderà tra antichi utensili da cucina, forni e stoviglie: le scale e i corridoi che i valletti utilizzavano per portare il cibo sulla tavola dei reali saranno percorsi durante la visita, che toccherà anche la sala da pranzo di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena.
Negli appartamenti contigui, dal 1778, la principessa Maria Felicita, sorella del Re di Piemonte-Sardegna Vittorio Amedeo III, venne ad abitare: gli appartamenti furono decorati in stile Luigi XVI e furono molto amati anche da altre figure femminili di Casa Savoia, tanto che ancora nel Novecento anche la Regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III, vi abitò saltuariamente.
La visita si concluderà nei depositi visitabili, nei quali sono conservati i grandi servizi da tavola del palazzo, realizzati delle più importanti manifatture europee.

venerdì 8 novembre 2013

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II


Nel nuovo aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II la commemorazione del Re tenuta dallo scrittore Roberto Pazzi in Campidoglio nel 2004.


Buona lettura!

mercoledì 6 novembre 2013

Per il Re, di Gabriele D'Annunzio




Salva il Re che, dimesso l’ermellino
e la porpora, come il fantaccino
renduto in panni bigi,
sfanga nel fosso o va calzato d’uosa
cercando nella cruda alpe nevosa,
Dio vero, i tuoi prodigi.

Salva il Re che partisce il pane scuro
col combattente e non isdegna il duro
macigno alla sua sosta
né pe’ suoi brevi sonni strame o paglia
sospesi ai rossi orli della battaglia
che sotterra è nascosta.

Proteggi il Re del sollecito amore,
che in casta forza il tremante dolore
cangia con l’occhio fermo,
il Re che in fronte ha la ruvida ruga
e pur sì dolce esser può quando asciuga
la tempia dell’infermo.

Proteggi il Re della semplice vita
chinato verso ogni bella ferita
che è rosa del suo regno,
chinato verso il sorriso dei morti,
verso il sorriso immortale dei morti,
che è l’alba del suo regno.

19 decembre 1915.