NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 20 febbraio 2013

La Monarchia e il Fascismo



Comincia oggi  la pubblicazione di "La Monarchia e il Fascismo", introvabile libro di Mario Viana, del 1951, che ripercorre gli eventi che portarono la Democrazia liberale al suicidio consegnandosi al Fascismo.
Il libro è interessantissimo e ci terrà compagnia per qualche mese.

Lo staff



La Monarchia e il Fascismo



IMPORTANTE


Il lettore troverà qui la obiettiva e inoppugnabile documentazione sulle responsabilità dei partiti e di uomini politici nei tristi avvenimenti nazionali dell'ultimo trentennio.
Fu invece additata la Monarchia quale capro espiatorio al fine evidente di sfuggire al giudizio della Storia.
Occorre pertanto rilevare che a molti mesi dall'uscita del volume nessuna delle persone colpite ha finora respinto queste responsabilità né ha tentato di giustificare il suo operato.


L'AUTORE


Roma, 31 Marzo 1954


1) FASCISMO, FENOMENO SOCIALISTA E REPUBBLICANO  (1919)



- I partiti estremi con la loro Intolleranza provocano la reazione fascista. 

- Atto di nascita: sindacalisti rivoluzionari, arditi, futuristi, combattenti, repubblicani storici, massoneria e democrazia sociale, reclamano la Costituente.

- I repubblicani «storici» precursori della Repubblica Sociale del Nord.



Si scatena la lotta politica


Il repubblicano storico Giuseppe Marcora, presidente della Camera dei deputati, inaugurando il 20 novembre 1918 le sedute al Parlamento, così comincia il suo


«Il voto di Vittorio Emanuele  II che, raccogliendo il grido di dolore dell'Italia intera fu iniziatore della nostra redenzione, è, per virtù di Vittorio Emanuele III, soddisfatto». E chiosa così le parole del generale Diaz espresse nel Comunicato della Vittoria: «La guerra contro l'Austria - Ungheria ebbe, sotto l'alta guida di Sua Maestà il Re Duce Supremo, l'Esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta». Dopo avere accennato alla memoria di Mazzini, da lui conosciuto negli anni della sua giovinezza, accomunando il suo spirito alle glorie sabaude, auspica per l'Italia una nuova era di fortuna.


Ma gli auspici, le aspirazioni generose e le speranze del venerando mazziniano non sono appagate da risultati confortanti, e questo per colpa degli inconcepibili atteggiamenti sia dei suoi correligionari che dei variopinti partiti politici italiani, i quali si sono divisi in fautori della neutralità contro quelli che la guerra avevano voluto o solamente appoggiata. In tanto accanirsi, neutralisti ed interventisti sono tutti ugualmente solidali intorno ad una questione: la Costituente. Il trattato di pace non è ancora firmato, gravi interessi - interessi vitali - i frutti della vittoria sono in contesa alla Conferenza di Parigi, ed i partiti parlano di rivoluzione, di violenza barricadiera, di riscosse popolari, di dittatura del proletariato. L'Avanti! è tutto inteso a svalutare la vittoria e quanto vi è stato di nobile e di generoso nel sacrificio dei soldati e della nazione; la Giunta socialista della città di Verona rifiuta la Croce di guerra assegnatale dal Re; il caricaturista Scalarini si affanna a ricercare nelle sue illustrazioni sull'Avanti! quanto può deprezzare ogni virtù cittadina o militare: solo il borghese è grasso ben pasciuto e rubicondo, solo il lavoratore manuale è smunto, stracciato, morto di fame. E l'esercito italiano è rappresentato con le sembianze di una jena in divisa e dall'aspetto feroce e ributtante. «La guerra - dice il direttore Serrati - è rivoluzionaria solo se, come proclamammo a Kienthal, conclude con un disastro». Luigi Polano, segretario della Federazione giovanile socialista, al convegno internazionale di Berlino aveva detto che i socialisti italiani rivendicavano Caporetto come una loro gloria e nulla avevano fatto poi per contribuire alla resistenza sul Piave. Sono quotidiani incitamenti a colpi di mano alla rivoluzione integrale, alla dittatura del proletariato, accompagnati da beffarde intimazioni alla borghesia di prepararsi alla sua ultima ora.


Al Congresso della Confederazione Generale del Lavoro, aderente al Partito Socialista, si auspica ai Sovieti, «che danno il diritto elettorale alla classe operaia e lo sopprimono alle altre classi». Articoli di fondo scritti da autentici borghesi incitano il popolo a sopprimere la borghesia: sembra che la missione del Partito Socialista sia quella di distruggere per distruggere. Si ha la sensazione di essere tornati al socialismo anarcoide dell'80, ispirato dalla predicazione di Nicola Bakunin. Ma mentre in piazza predicano la rivolta e la necessità di rovesciare il regime borghese, in Parlamento affermano di non essere maturi per assumere il potere. Le varie tendenze del socialismo nostrano non sono che variopinte contraddizioni ispirate dal cieco furore e dal rancore. Nel manifesto di calendimaggio il Partito Socialista Ufficiale fa appello al proletariato per la sommossa onde scatenare ove occorra la guerra civile, ma la Confederazione del Lavoro invece auspica una Costituente, cioè «il trapasso pacifico e legale del potere politico dal capitalismo al proletariato senza sopraffazioni inutili e assurde». Posizioni antitetiche che si distruggono a vicenda. In mezzo a tanta degenerazione una voce di saggezza l'on. Turati, dopo aver dichiarato che il leninisino non ha niente di comune col socialismo, ospita nella sua Critica Sociale un articolo del dott. Totomianz veterano della cooperazione russa: «I bolscevichi hanno cercato in fin dei conti non già una vera democrazia, bensì la dominazione della plebaglia, che non si arresta davanti a nessun mezzo terroristico in una guerra di sterminio contro la borghesia e gli intellettuali». Egli stesso, in un suo articolo sulla Costituente (4-2-1919) nel quale ribadisce il principio tradizionale della dottrina del riformismo, conclude di non ritenere un problema pratico ed urgente quello della forma istituzionale. Le trasformazioni istituzionali non possono costituire un programma aprioristico, avulso dal corso della storia. Ma la sua voce è sommersa dal clamore incomposto della piazza, concorde soltanto nel sabotare la vittoria. Combatte il culto sciocco e fanatico della violenza, ma la sua voce si perde nel deserto. E quando tutta Italia trepida per Fiume, tanto chi approva il gesto di d'Annunzio come chi lo disapprova per le conseguenze che potrebbe portare, un giornale socialista di Bologna, La Squilla, rispondendo ad Augusto Murri che difende l'italianità di Fiume, scrive: «Il nostro cuore è sulla Neva» . L'Avanti! chiama le terre liberate «terre depredate». Del resto le esaltazioni di Lenin e di Trotski arrivano ad un fanatismo tale che i loro nomi sono imposti ai neonati figli dei compagni più scalmanati.


La lotta politica scatenatasi furibonda dopo la fine del conflitto è una continua rissa combattuta fra 
i partigiani dell'intervento e quelli di parte contraria. Lotta che assurge talvolta ad aspetti di somma drammaticità in momenti in cui la situazione internazionale reclama la solidarietà degli italiani. Il linguaggio dei giornali di partito è di una violenza impressionante e talvolta disgustosa. L'Avanti! chiama criminali ufficiali e generali, mercanti di carne umana gli industriali fornitori di guerra Mussolini è l'«innominabile» venduto alla borghesia, nuovo arricchito di guerra, il Griso; i repubblicani sono i giullari del politicantismo, profittatori della carrozza di Sua Maestà» ed il Popolo d'Italia delizia l'on. Giolitti del grazioso epiteto di «bandito di Dronero» «labbrone», «agente tedesco», «brigante Tiburzi da mettersi alla gogna », mentre l'organo giolittiano La Stampa è chiamato «la lurida bagascia»; e poi vi sono «le carogne del passato», le «pozzanghere verminose, la diarrea degli avversari». La censura è chiamata «la sgualdrina» e così via. L'Iniziativa, organo del Partito Repubblicano chiama Nitti «il gallinaccio di Muro Lucano» e «don Ciccio porco schifoso». E divide le azioni in due ben distinte categorie: quelle andate male, colpa della Monarchia; quelle andate bene, merito del popolo. In un articolo intitolato «L’insulto parricida» l'Osservatore Romano scrive: «E la campagna oscena e parricida continua tuttavia: mossa e fomentata da quei giornali e su quei giornali che, sorti col pretesto della difesa di interessi dei combattenti, si sono d'un tratto mutati in volgari lanzichenecchi dell'odio più basso e del più bieco livore massonico contro il Papa».


In mezzo a tanta violenza verbale che ha sovente gravi ripercussioni nell'opinione pubblica, lo schieramento dei partiti si va delineando. Da una parte socialisti ufficiali, massimalisti, comunisti ed anarchici se pure sono in astiosa lotta fra di loro, rappresentano l'Estrema Sinistra che guarda a Mosca donde deve venire la rivoluzione redentrice, ed esaltano Lenin come il nuovo messia. Dall'altra i partiti che aderirono alla guerra, con Mussolini in testa: sindacalisti rivoluzionari usciti dalla scuola di Filippo Corridoni, socialisti riformisti, nazionalisti, una grossa frazione di liberali, repubblicani «storici». Come vi sono liberali ancora irrigiditi sulla posizione della neutralità, seguaci di Giolitti che fanno capo alla Stampa di Frassati, così vi sono divergenze in campo repubblicano: mentre qualche elemento della direzione centrale del partito, cui fa capo il settimanale L'Iniziativa e crede nel verbo di Lenin, è a tendenze bolsceviche, uno fra i suoi più autorevoli e noti esponenti, l'on. Napoleone Colaianni, scrive ad Armando Casalini segretario del partito: «Dalla guerra è sorto un pericolo sociale forse più grave di quello monarchico: quello del leninismo. Se oggi con la nostra azione affrettassimo la caduta della Monarchia ho la ferma convinzione che andremo incontro ad una disastrosa prova di leninismo alla russa favorita dalla propaganda del socialismo disfattista, e dalle condizioni economico - sociali create dalla stessa guerra quantunque vittoriosa». Egli scriveva questa lettera alla fine del 1918 per scusarsi di non avere partecipato al Congresso repubblicano di Firenze, giustificando la sua assenza col timore che l’assemblea «spingesse ad una azione che in questo momento mi sembra assai pericolosa». Cioè la caduta della Monarchia. Ma gli elementi bolscevizzanti in seno alla direzione del partito fanno appello ai socialisti per l'ultima decisiva battaglia contro le istituzioni e per la Repubblica sociale, mentre il Colajanni invoca l'intervento in Russia contro i bolscevichi rammentando che Mazzini stigmatizzò come nefasto egoismo la dottrina del non intervento. «La grave situazione italiana - dice il Colajanni - è in grandissima parte la conseguenza della guerra. I nostri amici vorrebbero eliminare le conseguenze e addossarle alla Monarchia, assai ingiustamente perché il Re, che personalmente forse la guerra non voleva, durante la guerra fu rispettosissimo della costituzione e alla guerra dette tutto quello che personalmente poteva dare». Alla la direzione del partito, imperterrita, diffida gli onorevoli Chiesa e Comandini, autorevoli repubblicani storici a dimettersi dalla carica di ministri del Re, alla quale sembrano molto attaccati. Il contrasto fra la direzione - nella quale peraltro non tutti i componenti sono filo bolscevichi - e alcuni esponenti del partito non è di sfumature ma di sostanza. Gli adepti del Partito Repubblicano sono divergenti sia per il fiumanesimo che per il fascismo.


Fra i dissidenti uno ne emerge soprattutto che riassume tutte le caratteristiche dì queste divergenze: Pietro Nenni, il focoso repubblicano che la crisi della guerra non farà più tornare all'ovile. Direttore nel 1918 del Giornale del Mattino di Bologna a carattere massonico -borghese, polemizzando con quelli dell'Avanti!, «questa vergogna politica che è il Partito Socialista Ufficiale», scriveva: «Oggi pure dinnanzi al Re d'Italia sentiamo che non può esserci che il partito degli italiani e nella persona del Re che simboleggia la Nazione, acclamiamo noi pure con tutto il tradizionale censo di ospitalità della nostra città e con tutta la libera coscienza di italiani». (9-6-19l8). E poi ancora: «Caporetto non è una battaglia perduta, è il frutto di due tradimenti, quello della Russia in Oriente e quello delle mezze coscienze nel Paese ».


Una dimostrazione popolare contro l'amministrazione comunale gli fa sfuggire parole roventi contro i dimostranti «...Giungevano intanto le prime falangi della teppa ...». Un'altra volta concludeva con amarezza: «...se tutti i lavoratori non fossero ubriacati di vino cattivo all'osteria dell'Avanti!». Nel maggio, proprio quando iniziano le devastazioni alle camere del lavoro socialiste lo troviamo fra gli squadristi e i fondatori del Fascio di Bologna con Ferruccio Vecchi, Arpinati, coi repubblicani Mario Bergamo e l'avvocato De Cinque e sul Giornale del Mattino si legge che il gagliardetto di seta nera offerto agli arditi - il nerbo del primo squadrismo fascista - «è intessuto da donna Carmela Nenni», offerto dal marito in riconoscenza di una grande spedizione punitiva contro i braccianti rossi. Ciò avviene il 28 aprile di questo 1919, cioè dopo soli dodici giorni dalla distruzione dell’Avanti! compiuta a Milano dai fascisti e che il Nenni pienamente giustifica sul suo giornale. Egli è oramai maturo per la carriera gerarchica del nuovo movimento politico: ha militato nel «fascio interventista», è stato redattore capo del Popolo d'Italia nel 1916 a sostituire Mussolini chiamato alle armi, e firma gli articoli di fondo sia col proprio nonché con lo pseudonimo «ennepi», è esponente del «Fascio di Combattimento» con aspirazioni nobiliari e tendenze monarchiche poiché nega l'esistenza di un problema istituzionale. Brilla infine per il suo intervento: il 28 luglio 1918 il Giornale del Mattino aveva infatti pubblicato la notizia: «Il Duce Nenni (diceva proprio Duce) parte per il fronte per rimanere sulla linea di fuoco». Quattro giorni dopo, però, tornava a passeggiare sotto il Pavaglione. Quale sia stata la determinante della nuova crisi dì coscienza del Nenni e la improvvisa rinuncia all'ambito titolo di duce del fascismo padano e l'abbandono degli atteggiamenti francofili, antirussi, nazionalisti e monarchici, non è ancora stata rivelata. Sta di fatto che nel maggio egli si iscrive al Partito Socialista Ufficiale a dirigere l'osteria dell'Avanti! e ubbriacandosi del suo vino cattivo chiederà la Costituente deprecando al Sovrano dopo averlo tanto esaltato. Ma il fenomeno Nenni non è un fenomeno isolato di disorientamento e di diserzione. La maggioranza dei repubblicani guarda prima a d'Annunzio per la sua aspirazione alla Repubblica corporativa del Carnaro e poi a Mussolini non fosse altro che per la violenza di linguaggio con la quale sul Popolo d'Italia si chiede la Costituente e si inneggia alla rivoluzione che dovrà spazzare via la Monarchia.

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