Storia del Regno d’Italia: da Napoleone a Umberto II: la mostra a Monza - MBNews
NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
venerdì 10 aprile 2026
I segreti dei Savoia in Villa Reale: la Storia del Regno d’Italia rivive al Belvedere
Storia del Regno d’Italia: da Napoleone a Umberto II: la mostra a Monza - MBNews
Appello da Racconigi: «Riportare in Italia le salme di Umberto II e Maria José»
Nota dello Staff
A oltre quarant’anni dalla
morte di Umberto II di Savoia e a più di venticinque anni dalla
scomparsa della regina Maria José del Belgio, torna al centro del
dibattito la questione del loro rientro in Italia. Attualmente entrambi
riposano nell’Abbazia di Altacomba, a Saint-Pierre-de-Curtille in Francia, ma
da Racconigi si alza un nuovo appello affinché le loro spoglie
possano tornare nel Paese. A lanciare la proposta è monsignor
Gian Franco Troya, rettore del Santuario Reale Madonna delle Grazie, che
parla apertamente di una situazione da correggere: «È una vera ingiustizia che
i Reali non possano riposare in Italia. È tempo che Casa Savoia, insieme
alle istituzioni nazionali, regionali e comunali, trovino un accordo per
il rientro delle salme nella città di Racconigi».
Secondo il rettore, il legame tra l’ultimo re d’Italia e la città piemontese è profondo e documentato anche da ricordi personali. «Avendo incontrato più volte in passato Sua Maestà Umberto II, aveva sempre espresso il desiderio di riposare per sempre nella sua città natale», spiega Troya. Forte anche il rapporto con il Santuario, cuore della proposta avanzata. «Umberto II era molto legato al Santuario Reale Madonna delle Grazie, dove ricevette il Battesimo e dove, prima di partire per l’amaro esilio, venne ad inginocchiarsi. Una visita che i cittadini racconigesi più anziani ricordano ancora oggi con grande commozione», racconta il rettore. Un legame molto forte della famiglia sabauda. Troya ricorda infatti anche la devozione della regina Elena, che «in occasione della ricorrenza del Beato Umberto III di Savoia donò al Santuario un grande dipinto ancora oggi presente». Elementi che rafforzano, secondo il rettore, la vocazione del luogo ad accogliere le spoglie reali.
mercoledì 8 aprile 2026
Vita segreta al Quirinale - II parte
Di Nino Bolla
Tra le tante visite che
l'allora principe di Piemonte fece nei primi mesi del 1945, va ricordata
quella a Taranto, quando sbarcò la divisione garibaldina di ritorno dalla
Jugoslavia: era quanto rimaneva della gloriosa "Julia". Gli alpini
erano comandati dal colonnello Ravnich, giovane e ardimentoso, decisissimo, e
che per molti e lunghi mesi aveva diviso con i suoi "veci" e rischi e
fatiche.
Quasi tutti veneti, tagliati
fuori all'improvviso dalla patria, senza notizie delle famiglie, in una terra
impervia ed ostile avevano tenuto alto il nome dell'Italia. Portavano, è vero,
la cravatta rossa; ma in omaggio a Garibaldi, non ad altri. Il Luogotenente
assistette al loro sbarco, accompagnato dall'aiutante di campo e da due
ufficiali d'ordinanza: venne salutato al grido di "Savoia", mentre i
reduci levavano i fucili con sopra il cappello alpino, scolorito e slabbrato.
Erano laceri, semi-scalzi, ma avevano ancora le stellette e le fiamme verdi.
I FATTI DI TARANTO
Il governo.,
informato del viaggio di Umberto; aveva inviato sul posto il ministro della
guerra, antimonarchico. Il colonnello Ravnich presentò al principe la divisione
schierata in ordine perfetto sulla banchina. Il ministro della guerra si avvicinò
al colonnello e gli disse: “Per il vostro eroico comportamento siete nominato
generale di brigata per merito di guerra”. Imperturbabile l'alpino rispose: “Signor
ministro, io non accetto promozioni per merito di guerra che da Sua Maestà;
altrimenti preferisco rimanere colonnello per tutta la vita”.
La sera, quando gli alpini
ebbero la libera uscita, andarono nelle osterie vicino al porto, e, data la
loro cravatta rossa, furono scambiati per comunisti; numerosi
"compagni" si fecero loro incontro con donne che recavano mazzi di garofani
fiammanti, inneggiando a Stalin. Volarono pugni e ceffoni. Ed i reduci
gridarono: “Se dovessimo, tornando al paese, trovare le nostre donne
trasformate in comuniste, preferiremmo non vederle più!”
L'impressione a Taranto fu notevole.
I giornali di sinistra sorvolarono sull'episodio; mentre quelli di destra,
come al solito, si lasciarono sfuggire l'occasione per parlarne. La
divisione, composta di circa 2.000 uomini, doveva rimanere dieci giorni a
Taranto; ma la sua partenza venne affrettata, con meta Viterbo e proibizione di
sosta a Roma. In alto loco si era infatti venuti a sapere, per quanto la cosa
fosse stata tenuta segreta, che il Luogotenente, dopo la propria visita, aveva
disposto che la duchessa di Genova si recasse nelle Pugile per portare doni ai
reduci.
Il viaggio degli alpini in
tradotta durò undici giorni. Il colonnello Ravnich si recò a Roma per chiedere
l'onore di far sfilare i propri uomini per le vie della capitale: ma all'ultimo
momento gli fu notificato il veto del ministro della guerra. Dopo due mesi di
sosta a Viterbo, la divisione venne sciolta. prima che il Nord fosse liberato.
Col ritorno della primavera vennero ripresi i combattimenti, interrotti
all'inizio del duro inverno; e Bologna, la città che tanto aveva sofferto, fu
liberata. Tra i primi ad entrarvi fu il Luogotenente, accolto trionfalmente.
Lo stesso sindaco comunista Dozza prese parte alla manifestazione; ed uno dei
più accesi partigiani rossi, postosi al fianco di Umberto, disse all'ufficiale
d'ordinanza: «Bisogna vigilare, non si sa mai, ci potrebbe essere qualche
pazzo ad attentare alla vita del Re! Talvolta le mani si alzavano con il pugno
chiuso, tal'altra nel saluto romano, ma nel complesso il Luogotenente ricevette
da ogni parte omaggi che parevano sinceri.
Diversamente accadde poco dopo,
durante la visita a Milano. Quanto alla mancata visita a Torino non appena
liberata, il motivo deve imputarsi al fatto che il campo di Venaria Reale, ove
l'aereo del principe avrebbe dovuto atterrare, era in mano ai francesi; i quali
avevano allora larvate idee annessionistiche. Umberto non volle perciò creare
complicazioni od urti con il comando alleato. Gli altri due campi, poi, quello
di Mirafiori e dell'aeronautica d'Italia, erano ancora minati.
Se non gli fu permesso di volare
su Torino, il Luogotenente sorvolò tuttavia Milano a bassissima quota, mentre
le ultime colonne tedesche si ritiravano e nel cielo s'incrociavano
fittissimi i colpi della contraerea.
PARTIGIANI AL QUIRINALE
La liberazione del Nord, che
da tutti gli italiani era stata attesa come una salvezza perché si sperava
avrebbe portato un equilibrio nella vita nazionale, non dissipò l'incubo ma
scatenò, sotto lo specioso motivo della politica, gli odi più tremendi: e in
Alta Italia furono nuovi lutti e nuovi dolori.
Ivanoe Bonomi avvertì la ventata
di odio e di vendetta che calava dal settentrione, non dovuta alle pur provatissime
popolazioni ma attizzata in base a un piano accuratamente stabilito dai capi
dei partiti estremisti; e nonostante la sua buona volontà, alla fine fu obbligato
a dare le dimissioni iniziando quella lunghissima crisi che durò circa due
mesi: dalla montagna degli equivoci fu partorito il topo della conciliazione a
rovescio: Ferruccio Parri.
In questa rovente e
difficilissima atmosfera Umberto continuò le visite nelle terre liberate, e
invero non fu mai male accolto. Certo, le popolazioni avrebbero voluto poterlo
avvicinare di più, per esporgli i singoli bisogni e le singole pene, giacché lo
si sapeva proclive al bene e portato verso gli umili.
Invece, una eccessiva prudenza
una voluta atmosfera di assenteismo ufficiale, fecero sì che il Luogotenente
contrariamente all’aspettativa, si muovesse sempre meno.
Intanto, lungo le strade
malsicure continuavano le aggressioni, i depredamenti gli eccidi; ed
era molto difficile ottenere il permesso degli alleati per recarsi al Nord. Con
il pretesto della poca sicurezza lungo le vie di comunicazione, il permesso fu
negato alla duchessa di Genova che desiderava recarsi a Torino per salutare la
propria famiglia; mentre Invece venne facilmente concesso ad altri, per motivi
assai meno chiari.
Proprio In questo periodo,
agli Inizi dell'estate 1945, tre Partigiani si presentarono una mattina al palazzo
reale, vestiti si può dire da "bravi", col berretto calato sugli
occhi, Il fazzoletto al collo ed un'aria spavalda non eccessivamente rassicurante.
Quello che agiva come capo si chiamava Lippo. Erano quel giorno di servizio
presso il Luogotenente, II maggiore Gallone, ed il capitano Avalle,
i quali, preoccupati se introdurre o non introdurre presso il capo dello Stato,
individui dall'aspetto così poco rassicurante, decisero di non lasciar
solo li Principe durante il colloquio. I tre entrarono con facce truci e l'espressione
decisa, Umberto andò loro incontro, tese la mano, affabilmente, ed i tre non seppero
cosa dire o cosa fare; apparivano impacciatissimi e desiderosi
soltanto di andarsene al più presto. Il Luogotenente li interrogò, interessandosi
alla loro attività di partigiani: mentre il maggiore Gallone fingendo di
ricercare alcune carte sul tavolo, non tralasciava di sorvegliare gli
"Ospiti„ con una mano sul calcio della rivoltella. L'udienza fini ed i tre
uscirono. Il capitano Avalle udì quello più anziano dire:” Perché fargli del
male? Mi pare sia un brav’uomo anche se ci hanno detto il contrario…”.
martedì 31 marzo 2026
Saggi storici sulla Monarchia - XIX
2) LA TRADIZONE MONARCHICA
NEL BASSO MEDIO EVO.
Il pensiero teocratico, in
opposizione alle indebite ingerenze del potere civile negli affari interni
della Chiesa, fu la reazione !alla politica di Ottone I e dei suoi successori
persuasi che il crisma col quale i Pontefici avevano unto le loro fronti, desse
loro il potere di ergersi arbitri nelle contese fra Vescovi, di scegliere i
titolari delle sedi episcopali, di imporre alla stessa cattedra apostolica la
propria volontà soprattutto mediante il diritto di dare il proprio assenso alle
elezioni dei Pontefici.
Contro queste pretese sorse
tutto un movimento di idee che rivendicò alla Chiesa i suoi diritti e di cui fu
centro il Papa Gregorio VII che ad esso diede un'alta ed organica espressione
nel «Dietatus Papae»;
per Gregario VII il Papa è il
capo assoluto della Chiesa universale„ padrone di deporre, condannare,
assolvere e trasferire fi Vescovi, unico autorizzato a convocare e presiedere i
concili ecumenici; inappellabili sono le sue decisioni, mentre egli può
rivedere quelle di tutti gli altri e non può essere giudicato da nessuno; può
deporre gli Imperatori e sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà ai
Sovrani (iniqui; la Chiesa romana è infallibile ed il Papa fatto santo per i
meriti di S. Pietro.
Queste dottrine 'trovarono
immediata applicazione quando l'imperatore Enrico IV volle nominare, alcuni
Vescovi senza l'assenso del Papa che minacciò di scomunicarlo e di deporlo;
vedendo che Enrico non si curava delle sue minacce ed anzi cercava di rivolgere
contro di lui i vescovi dell'Impero, Gregorio VII nel febbraio del 1076
scomunicò e depose l'imperatore sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà e
vietando di obbedirgli. Era questa la prima volta che un Papa si attribuiva il potere
di deporre un sovrano legittimo.
Questi avvenimenti segnano un
data fondamentale nella storia della tradizione monarchica perché ribadiscono
la provenienza soprannaturale della Sovranità ed il conseguente potere del
rappresentante di Dio, Papa, di concederla o di toglierla, ma non a capriccio perché
come ammette Gregorio VII — il Papa può sciogliere soltanto dal giuramento
prestato ad un Sovrano iniqui°, trasformatosi cioè da padre in tiranno del suo
popolo.
Le dottrine gregoriane
acquistarono in seguito maggiore sviluppo, quando dopo oltre un secolo salì sul
trono pontificio Innocenzo III (1198-1216). Con Innocenzo III divenuto papa a
soli 38 anni, il Papato parve raggiungere l'acme della potenza; le idee
teocratiche di Gregorio VII erano da lui condivise, ma in una forma ancora più
accentuata.
Al Papa, quale Vicario di Gesù
Cristo in terra e successore di S. Pietro, a cui il Signore aveva affidato il
governo non solo della Chiesa ma di tutto il mondo, appartenevano le due spade;
La spirituale da lui adoperata direttamente a quella temporale da lui affidata
ai principi; su questi egli ha un diritto supremo di controllo e di comando, in
quanto manchino ,alla legge divina (ratione peccati); il potere regio di
origine umana, deriva la sua dignità dall'autorità pontificia, come la luna
riceve la luce del sole. Nella supremazia della Sede Apostolica si confondono
l'autorità dell'Impero e quella del Sacerdozio; ed era stato il Papato a togliere
il privilegio dell'impero ai greci per darlo ai tedeschi. Il Pontefice era il
supremo legislatore, giudice e reggitore della Chiesa, che chiamava gli altri
Vescovi a partecipare alle sue cure per il mondo cristiano, mantenendo da solo
la pienezza del potere.
Naturalmente questi principi
venivano, a svuotare il potere monarchico del suo contenuto profondo, riducendo
la funzione del sovrano a quello di delegato del papa, per i compiti d'ordine
temporale; significava insomma la negazione della regalità come potere
derivante direttamente da Dio, come missione affidata al legittimo Sovrano, a
cui la Chiesa doveva dare solo la sua benedizione e la sua consacrazione senza interferire
in merito alla persona dell'eletto che doveva essere scelto dai Principi
elettori per l'Impero, ed in base al principio di legittimità per le altre
corone.
Innocenzo III intervenne però
talvolta in aiuto del potere regio, quando tale aiuto rientrò nel quadro della
sua politica teocratica così allorquando Giovanni Re d'Inghilterra invocò il
suo aiuto contro i baroni che con forza avevano estorto al Sovrano la «Magna
Charta libertatum» specie di ordinamento costituzionale dello Stato, Innocenzo annullò
le concessioni della Charta, vietandone sotto pena di scomunica l'osservanza.
Del resto in ogni contingenza, la politica innocenziana mirò sempre ad imporre
alle corone europee il riconoscimento della Sede Apostolica come unica fonte
del potere civile, e tale politica fu coronata dalla scoperta influenza
esercitata dal Papa sulle questioni dinastiche dei troni di Polonia, di
Portogallo, di Ungheria, d'Aragona e di Bulgaria mentre nella stessa elezione
del Re di Germania, Innocenzo non rinunciò ad intervenire da Sovrano.
Alla luce di questi
atteggiamenti, va soprattutto considerato il pensiero monarchico di Dante
Alighieri che rappresenta la fonte della reazione alla dottrina teocratica di
Gregorio VII e di Innocenzo III; il grande fiorentino, nella sua opera « De
Monarchia » controbatte decisamente le tesi dei decretalisti od interpreti del
diritto canonico, i quali valendosi di argomenti biblici e storici alla luce
dell'insegnamento, teocratico, sostenevano la dipendenza dell’imperatore, e
oppone loro la necessità di distinguere i due poteri: L'Impero, o potere
temporale, serve al raggiungimento della felicità naturale dell'uomo; la Chiesa
o potere spirituale, è guida all'uomo verso la felicità soprannaturale. Per
Dante non sono ammissibili né la teoria guelfa che vuole l'Impero soggetto al
papato, né la ghibellina che sostiene la tesi contraria; l'Imperatore deve
usare rispetto e riverenza al Vicario di Cristo in terra, ma non è legato a lui
da alcun vincolo di dipendenza.
Questa nuova formulazione del
principio monarchico, di per sé non originale, perché molti scrittori politici
partecipavano alla controversia tenendosi sulle medesime posizioni, ha il
profondo pregio di penetrare nell'intimo dell'intricata questione per dare
dell'impero una visione ideale che lo elevi al di sopra delle fazioni, in un'atmosfera
superiore.
E l'opera
del grande poeta ebbe un fortissimo influsso anche se, come ben dice uno
studioso «i fautori dell'autorità politica del Pontefice non si tacquero di
fronte al poderoso assalto; il De Monarchia fu confutato ben presto in altri
libri e nel 1329 il Cardinale Bertrando del Poggetto che era allora legato
papale in Romagna, lo fece abbruciare». (Rossi: St. della lett. it.) del resto
non si poteva togliere a Dante il merito indiscutibile di aver centrato il
problema vivo e palpitante intorno al principio d'autorità, se cioè l'autorità
imperiale procedesse direttamente o indirettamente da Dio e di darne una
brillante soluzione. Alla luce della sua formazione scolastica, il Poeta pur
parteggiando per l'indipendenza del potere laico, non esita a riconoscere
l'esistenza di precisi doveri da parte del potere civile verso quello
religioso, con cui deve collaborare per il bene dell'umanità.
E con Dante si può considerare
chiuso il travaglio speculativo del pensiero politico medioevale che pur nelle
controversie dottrinarie non può fare a meno di riconoscere alla tradizione
monarchica, o per via diretta o per mezzo della Chiesa, una missione di
carattere morale che trascende le vicende e le contingenze puramente politiche,
e ci sembra che questo sia il risultato essenziale e più vero dell'indagine politica
del grande evo della scolastica.
L'esame della teoria della
sovranità in questa epoca, sarebbe però gravemente incompleto se non ci
riferissimo 'anche la quelle correnti giuridiche che sulla base del diritto
romano si interessarono dei problemi ad essa connessi, dando al loro sviluppo
un valido e originale contributo.
Dalle scuole di questi
giuristi, i glossatori, mosse una indagine volta a fissare i rapporti
intercorrenti fra sovranità spirituale e sovranità temporale e a precisare i
legami fra il diritto romano e gli ordinamenti particolari degli stati
nazionali allora nascenti, con la quale indagine i glossatori dal campo
dell'astrazione scientifica venivano ad inserirsi nel travaglio connesso ai
grandi problemi politici dell'età loro. Ed ap‑
punto da questa elaborazione
nasceva la figura del «rex liber» cioè del sovrano che, nell'ambito
dell'impero universale espressione completa della sovranità temporale, poteva
considerarsi nel suo regno libero e sovrano come l'imperatore in tutto
l'impero.
Era il tentativo riuscito di
conciliare la teoria, che vedeva nell’imperatore l'esclusivo capo supremo dei
popoli, can la realtà storica che vedeva nascere dallo sgretolamento
dell'ordinamento feudale i grandi stati nazionali come la Francia, la Sicilia e
l'Aragona che nel loro ordinamento giuridico e nella loro azione politica non
intendevano riconoscere all'imperatore nulla di più che un primato d'onore fra
i potenti della terra, ma non certo un'effettiva sovranità sugli organi dello
stato. Fra questi contrasti e queste diverse visioni si inseriva un punto di comune
convergenza: la Chiesa e l'autorità spirituale del Papato a cui più volte
ricorsero ti teorici della sovranità dei re liberi, per dimostrare i loro assunti
sull'indipendenza dei loro signori dal potere imperiale e benché fin dal 1265
ne « Las Siete Partidas » di Alfonso il Saggio di Spagna fosse
codificato il principio che il re « quanto en lo temporal, bien como el imperador en su imperio », circa
mezzo secolo dopo i giuristi della corte di Filippo il bello, re di Francia,
per sostenere una tesi simile contro le pretese papali sentivano il bisogno di
riferirsi sia pure implicitamente alla decretale «per Venerabilem» cioè ad una
frase di Innocenzo III con la quale veniva riconosciuta al Re di Francia la
qualità di «rex liber». Questo dimostra come l'aspetto politico del
problema fosse ancora profondamente connesso all'aspetto teologico e
canonistico, espresso dal pensiero della Chiesa.
domenica 29 marzo 2026
La Monarchia e il Fascismo, di Mario Viana
Ne raccomandiamo la lettura a tutti.
Sommario
Capitolo
1
- Fascismo, fenomeno socialista e repubblicano
(1919)
- Il Partito Popolare (democristiano) con don Sturzo
«dittatore borbonico».
- La fondazione dei Fasci di Combattimento a carattere
repubblicano
- Le organizzazioni repubblicane: Unione Italiana del
Lavoro e Sindacato Nazionale delle Cooperative base fondamentale per lo
sviluppo dei Fasci.
- La « Proporzionale » primo germe della dittatura e
la gazzarra sul l'amnistia.
- La speculazione sull'inchiesta di Caporetto e la
saggezza del Re
- Le elezioni politiche del 16 novembre.
- Con la proporzionale ha inizio la decadenza del
Parlamento.
Capitolo
2
- La corsa al più rosso (1920)
- Giolitti torna al potere
coi suoi avversari. La sanguinosa rivolta anarchico repubblicana di
Ancona.
- La propaganda repubblicana e le sue varie tendenze:
filo bolscevica, filo anarchica e filo fascista.
- La propaganda socialista: esasperante
anti-italianità e incensamento della Russia.
- L'occupazione delle fabbriche e la sconfitta del
socialismo.
- L'eccidio di palazzo d'Accursio a Bologna la
convergere l'opinione pubblica verso il fascismo.
- Le masse danno segni di stanchezza e con la
borghesia guardano a Mussolini, il «rosso tribuno romagnolo».
Capitolo
3
- I governi di Giolitti e Bonomi con Sforza e Croce,
accusati di armare le squadre fasciste (1921)
- Ha inizio in grande stile la reazione all'estremismo
socialista e democristiano.
- Congresso socialista di Livorno: dalla scissione
nasce il Partito Comunista Italiano, mentre nel paese imperversano le
lotte agrarie
- Frutti della propaganda estremista sovvertitrice: il
massacro di Empoli e l'eccidio del Diana
- Benedetto Croce accusato di anti italianità dai
repubblicani e deplorato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta. Solo
Mussolini lo difende.
- Sforza col baratto del Montenegro suscita violenti
tumulti alla Camera che lo convince di incapacità.
- Le elezioni politiche, prodotto del connubio fra
fascismo e ministero Giolitti-Croce-Sforza-Rodinò
- La nuova Camera dominata dalla minoranza a
tendenza nazionale
- Mussolini, la tendenzialità repubblicana del
fascismo e la saggia parola del Re.
- Il «rinunciatario» Sforza accusato di proteggere gli
interessi stranieri a danno dell'Italia provoca le dimissioni del
ministero Giolitti.
- Mentre liberali e repubblicani solidarizzano col
fascismo, socialisti e comunisti si accapigliano fra di loro.
- Il ministero Bonomi, la strage di Sarzana e il Patto
di pacificazione tra socialisti e fascisti.
- I fascisti di Bologna e di Firenze sconfessano Mussolini ed il Congresso di Roma rinnega il Patto.
- Le armi ai fascisti. Gasparotto vettovaglia le
squadre mentre il democristiano Micheli le fa viaggiare gratis.
- I popolari incitano i contadini alla guerra sociale.
- In mezzo a tanto grigiore un avvenimento luminoso:
l'apoteosi del Milite Ignoto circondato dalle bandiere dei reggimenti,
alla presenza del Re Vittorioso.
Capitolo 4
- La caduta del ministero Bonomi ed il « veto » di don
Sturzo a Giolitti.
- Invadenza popolare e prepotenza di don Sturzo.
- Il veto di don Sturzo impedisce la formazione di un
governo di coalizione e di pacificazione e spiana la via al fascismo.
- La soluzione Facta con mediocri uomini del Partito
Popolare al governo.
- Mentre il ministero demo-liberale-popolare di Facta
dimostra la sua inettitudine, il popolo acclama il Re e guarda a
Mussolini.
- Fra le discordie dei partiti e la decadenza
parlamentare giunta all'estremo. La Nazione reclama un governo autorevole
e forte.
- Crisi del gabinetto Facta: secondo veto di don
Sturzo a Giolitti e veto di De Gasperi e Gronchi a Orlando per un
ministero di pacificazione.
- Il disgusto di Giolitti, l'angosciosa tristezza di
Turati ed il costituzionalismo del Re.
- Nella crisi dei partiti di sinistra e di centro si
delinea sempre più la prevalenza del movimento fascista.
- Mentre lo Stato va in sfacelo i fascisti si
sostituiscono agli organi governativi.
- I liberali mettono la camicia nera a Cavour ed i
repubblicani rinnegano «gli austeri imbroglioni» della direzione del
partito per affiancarsi a Mussolini.
- Lo sgretolamento dei partiti sovversivi provoca la
necessità di una crisi extra parlamentare al fine di chiamare, per le vie
legali, il fascismo al governo.
- Mussolini preannuncia a Napoli la marcia sii Roma ma
i ministri se ne lavano le mani dando le dimissioni.
- Facta prospetta l'eventualità dello Stato d'assedio
ma capi partito di sinistra, di centro, di destra, ex presidenti del
Consiglio, i capi dell'Esercito e della Marina consigliano il Re di
chiamare Mussolini al governo.
- Deliranti dimostrazioni al Re per il Ministero di
Concentrazione Nazionale: liberali, democristiani, demosociali,
nazionalisti, vanno al governo con Mussolini e sanzionano la marcia su
Roma e l'operato del Sovrano.
Capitolo
5
- Mussolini Capo del Governo e
le adulazioni dei cortigiani.
- Sforza a Mussolini: «Se il
vostro Governo fosse breve, significherebbe un disastro».
- Il nuovo Ministero di
Concentrazione e le minacce al Parlamento.
- L'ammirazione all'estero per
Mussolini.
- La stampa italiana
- Camera dei Deputati:
discussione sulle comunicazioni del Governo e primo voto di fiducia.
- La Camera, dopo una
invocazione incensativa di Cingolani, concede a Mussolini i pieni poteri
richiesti dai popolari.
- I pieni poteri a Mussolini al
Senato.
- Fronte filo fascista:
dannunziani e confederali, popolari e liberali; Bonomi e Giolitti,
Vergnanini e Rigola, Salandra e Gasparotto, Gronchi e don Sturzo.
- Ambiguità dei popolari e
filofascismo dei confederali - I Fasci repubblicani «storici» a congresso
affiancati dalla Milizia
- Elezioni amministrative a
Milano. alleanza dei partiti sotto il segno del Littorio.
- Mussolini anti-liberale:
«l'opera del Governo non si discute».
- I due liberalismi
- Don Sturzo bifronte
- L'intransigenza di Mussolini,
le minacce di De Vecchi e il servilismo dei Popolari.
- Don Sturzo silurato dal
Vaticano
- Chiarimenti coi liberali
- L'on. Misuri è bastonato a
sangue dai fascisti ma la Camera vota ugualmente il giorno dopo la fiducia
a Mussolini.
Capitolo
6
- La Camera approva la riforma
elettorale già negata dal Re a Mussolini.
- Mussolini è ormai in possesso
degli strumenti legali per esercitare la Dittatura. La Monarchia tradita
- Le opposizioni perdono una
buona occasione per licenziare Mussolini.
- I partiti in crisi - Benedetto
Croce contro le opposizioni ed in difesa del fascismo così come i
popolari ne vogliono il trionfo
- Benedetto Croce afferma essere
un «dovere» riconoscere i benefici del fascismo.
- Cittadini, mutilati,
combattenti, festeggiano il primo anniversario della marcia su Roma.
- Anche il Senato approva la
riforma elettorale
- Acclamazioni al Re per il
nuovo regime.
Capitolo 7
- Dopo la riforma elettorale si
tenta la riforma costituzionale.
- Orlando, De Nicola e
Gasparotto fra il sì e il no.
- Guerra senza quartiere ad
oppositori e fiancheggiatori.
- Le fatali conseguenze della
riforma elettorale
- Intemperanze, tumulti e
pugilati alla Camera
Capitolo
8
- Il
delitto Matteotti (seconda metà del 1924)
- L'opposizione diserta l'aula e
si ritira sull'Aventino.
- Solidarietà della maggioranza della Camera col
Governo e rimpasto ministeriale.
- Il Vaticano teme la caduta di
Mussolini. Camera e Senato gli confermano la fiducia. Croce vota a favore
per atto «di dovere».
- Accorato appello del Re alla
concordia e suo intervento presso Mussolini.
- L'Aventino repubblicano.
Congresso liberale di Livorno e dichiarazioni di Giolitti alla Camera -
Come Orlando giustifica la dittatura.
- L'Aventino, con la sua assenza si sottrae alla lotta
nei momenti più favorevoli.
- Mussolini passa al
contrattacco e solleva la «questione morale» contro De Gasperi e il
Partito Popolare.
- Il memoriale di Cesare Rossi
Capitolo
9
- La sconfitta dell'opposizione
- L'opposizione in Senato.
- Interessamento del Sovrano per
gli oppositori.
- Compiacimento di Benedetto
Croce per il fascismo, « nuovo primato d'Italia »
- Nessuna fiducia del popolo
italiano nelle opposizioni
- Tribunale Speciale e decadenza
dei deputati dell'Aventino.
- Il Papa proclama Mussolini
l'uomo della Provvidenza ed il cardinale Schuster lo paragona
all'imperatore Ottaviano.
- Entusiasmi ecclesiastici per
Mussolini
- Mussolini primo
Maresciallo. Il Re protesta ma il popolo acclama.
- Il Duce pronuncia una violenta
diatriba contro la Monarchia
- Iniziativa della Regina Elena
- La dimostrazione per l'entrata
in guerra
Capitolo 11
- 25 luglio e 8 settembre - 7
giugno 1944: i giacobini dell'Esarchia si organizzano per riversare sul
Sovrano le loro responsabilità.
- I comitati di Liberazione
tentano colpire alle spalle Umberto. La equivoca provenienza dei mezzi di
propaganda.
- Gli eroi dell'antifascismo
sbucano dai conventi e fanno di Parri l'eroe dell'odio e della vendetta.
- De Gasperi compone l'Esarchia
dopo aver tentato un colpo di Stato, sventato dalla Corona.
- Gli antifascisti dell'ultima
ora primi nello scaricare sul Re le loro miserie
- I variopinti atteggiamenti del
«Corriere della Sera»
- Lo Statuto continuamente
violato per iniziativa del giacobinismo repubblicano.
- I responsabili della Dittatura
li troviamo fra i fondatori della Repubblica
- Nessuno si salva ma i primi
responsabili sono i repubblicani «storici». Proprio loro finanziarono la
marcia su Roma
- Mussolini com'io lo conobbi
- Benedetto Croce smentito da se
stesso
- Croce si difende calunniando
il Re
- La verità si fa strada
- Sforza fugge dall'Italia dopo
essersi assicurata la protezione del Sovrano
- Il tradimento di Sforza
Capitolo
12
- Alla vigilia del referendum:
il delitto strumento di propaganda. Eccidi e massacri raccapriccianti.
- Tutta la responsabilità agli
avventurieri dell'antifascismo annidati nei Comitati di Liberazione
Nazionale
- I Comitati di Liberazione si
accordano con Tito che minaccia di invadere l'Italia qualora
trionfasse la Monarchia.
- Il Governo e la
manipolazione dei risultati del referendum.
- Il ricorso Selvaggi e il colpo
di Stato dì De Gasperi che si sostituisce al Re
- La Monarchia tradita per
la terza volta
Capitolo 13
- Le accuse al Re viziate di
faziosità.
- Il Risorgimento gloria
della Monarchia.
- I pavidi dell'antifascismo
- Vittorio Emanuele III Re
costituzionale capro espiatorio degli errori e delle colpe dei suoi
accusatori
- La repubblica squarcio al
sentimento nazionale
- Epilogo
giovedì 26 marzo 2026
Saggi storici sulla tradizione monarchica - XVIII
Mentre
il principato dei Cesari si affermava sempre più nell'immenso stato romano, una
nuova forza sorge in Oriente, dilagando con rapidità meravigliosa: il
Cristianesimo. Forza rinnovatrice perchè nemica della schiavitù, della
violenza, dell'oppressione, ma tradizionalista in un senso strettamente
politico, la nuova Religione non mancò di mettere in luce la sua assoluta
fedeltà al legittimo rappresentante dell'impero romano e già S. Paolo scriveva
ai Romani: « Ognuno sia sottoposto ai poteri superiori poichè non vi è potere
se non da Dio e i poteri esistenti sono ordinati da Dio, cosicchè chi resiste
al potere resiste all'ordine di Dio ». Ep. ai Romani XIII 1-2).
I
fedeli di Cristo, non potevano però riconoscere al principe quei poteri e
quell'autorità: strettamente connessi con i principi della religione pagana e
cioè il carattere di semidio e partecipe della natura divina e rifiutarono al
sovrano il tributo di adorazione dovuto soltanto al vero Dio. Questa fu la
ragione principale delle persecuzioni sanguinosissime che da Nerone a
Costantino per circa duecentocinquant'anni infierirono contro i Cristiani; la
loro fede minava alle basi il potere imperiale che reggeva quasi esclusivamente
sul mito religioso, unico punto fisso ed unico puntello, dopo la sparizione
della continuità dinastica e del sentimento nazionale che non poteva sussistere
in un impero composta da decine di popoli ed in un esercito formato in gran
parte da soldati barbari e mercenari.
Tale
situazione venne a mutare nel 313 con il famoso editto di Milano, quando
Costantino accordò ai Cristiani la libertà di culto, ed il progressivo
avvicinamento di questo Imperatore al Cristianesimo portò ad una revisione
totale di vecchi principi condannati a cadere perché falsi e irrazionali. La
religione pagana era ormai debellata ed anche il culto del principe deificato
era ormai caduto in disuso come quello delle altre divinità olimpiche, ma
Costantino volle evitare che questo nuocesse al prestigio della corona
introducendo una serie di innovazioni nella corte che ebbe sede a
Costantinopoli, la magnifica città sul Bosforo da lui fatta edificare, e
considerata la nuova Roma.
Qui la
corona ricevette nuovo splendore attraverso la pompa delle cerimonie e la
magnificenza dei costumi assunti dall'Imperatore: nuove cariche vennero ad
ingrandire la già enorme schiera dei funzionari e dei cortigiani imperiali,
nuove regole di etichetta ad accrescere nel popolo la riverenza ed il rispetto
per la figura dell'Imperatore, non più dio, ma proclamato «isoapostolos» cioè
uguale agli Apostoli.
La
partecipazione di Costantino agli affari della Chiesa, lo rese protettore dei
Vescovi ed in un certo senso esecutore delle loro sentenze, come quando dopo il
concilio di Nicea, nel 325, in seguito alla condanna pronunciata dai Padri
contro l'eretico Ario, l'Imperatore acconsenti a mandarle in esilio con alcuni
seguaci; tuttavia Costantino non volle assumere nelle !assemblea ecclesiastiche
una parte di primo piano, almeno ufficialmente come ben nota S. Giovanni Bosco
scrivendo: « Egli prese parte al Concilio non come giudice ma come protettore
dei Vescovi, e per impedire che gli eretici commettessero turbolenze ».
(Storia eccl. Epoca II cap. I1°).
L'autorità
imperiale, in definitiva aveva guadagnato con l'accostarsi alla Chiesa,
l'appoggio di una grande organizzazione che ormai stendeva ovunque i suoi rami
ed alla quale aderivano uomini illustri per santità di vita e profondità di
dottrina; abbandonando il paganesimo l'imperatore aveva abdicato a dei titoli, in
cui permaneva un prestigio puramente umano e politico senza che alcuno potesse
ragionevolmente concepire n sovrano come un essere soprannaturale. Le stesse
divinità dell'Olimpo avevano perso quasi completamente ogni ascendente sul popolo
e fin dal tempo di Traiano, Plinio poteva scrivere dalla. Bitinia che i templi
pagani erano quasi deserti.
Abbandonando
quandi il paganesimo per il Cristianesimo, Costantino aveva compiuto un atto
politico, oltre che religioso, della massima importanza e rafforzato saldamente
il trono all'ombra della tradizione cristiana armai ricca di tre secoli di storia
gloriosa e di miracoli strepitosi. Mentre in Occidente l'Impero di Roma, cadeva
sotto i colpi delle orde barbariche e l'ultimo imperatore Romolo Augusto,
portava con sé nella tomba l'ultimo ricordo della potenza romana, in Oriente,
veniva acquistando sempre maggiore importanza il concorso della Chiesa, come fonte
del potere civile. Dalla decadenza degli antichi organi repubblicani, solo il
Senato aveva conservato, almeno formalmente, una qualche importanza soprattutto
per la sua funzione di manifestare solennemente la sua volontà, quando
l'imperatore appena eletto gli comunicava la propria assunzione al trono, ma
ben presto venne soppiantato dall'autorità ecclesiastica con l'introduzione da
parte dell'imperatore Leone, nel 457 (se non del predecessore Marciano, nel
450) della solenne cerimonia dell'incoronazione. Accettando la corona, ai piedi
dell'altare, dalle mani del Patriarca di Costantinopoli, il Sovrano riconosceva
esplicitamente di riceverla dal rappresentante di Dio, qualificato a rappresentarlo
in quanto membro della Chiesa.
Nasce
così la figura dell'imperatore consacrato e delegato da Dio, attraverso la
Chiesa, a governare il popolo cristiano, a difendere il Cristianesimo, a
tutelare la giustizia. Quell'imperatore che prima era il padre ed il padrone
dei popoli perché essere semidivino e superiore ad ogni altro, viene ad
assumere prerogative più ristrette ma ugualmente elevate in forza della
consacrazione.
Il
principio del diritto divino ha qui la sua prima esatta concretizzazione
storica perché viene stabilito che il monarca è tale per un diritto che entra
in vigore alla morte del suo predecessore, ma raggiunge la pienezza del potere
soltanto con la consacrazione carismatica, quasi sugello soprannaturale
all'autorità terrena del nuovo sovrano.
La
tradizione biblica che rappresentava il Sovrano scelto da Dio, per mezzo di un
suo incaricato, (così infatti Samuele cercò ed unse Re, per incarico divino,
prima Saul e poi David) rivive nella tradizione del Nuovo Testamento, poiché il
rappresentante della Divinità consacra colui che per un complesso di
circostanze è giunto al trono.
Non
esiste ancora il concetto preciso di legittimità, perchè frammentario e spesso
infranto è il principio dinastico talvolta alternato a quello elettivo o ad
altri criteri di scelta, ma è ormai ben chiaro il principio giuridico ed
universale del diritto del Re consacrato come precisati sono i rapporti fra il
Pontefice e l'Imperatore nella famosa definizione di Papa Gelasio I.
Talvolta
questo concetto di divina consacrazione, darà all'imperatore la pretesa di
partecipare all'attività dottrinale della Chiesa con ingerenze anche indebite,
ma resta fatto innegabile l'unione fondamentale della Chiesa e dell'Impero che
ormai sono un tutt'uno. Con S. Gregorio Magno s'incomincerà a parlare di
Repubblica cristiana che comprende tutt'insieme Chiesa e Impero, la società
cristiana unica, come la concepirà Medio Evo, ed infine vedremo questi concetti
assumere nuova importanza e grandeggiare come frutti meravigliosi dell'ingegno
di San Tommaso e di Dante, sintesi mirabile di ottocento anni di pensiero religioso
e politico medioevale.
