NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 7 febbraio 2021

Capitolo XIV : La sconfitta con Franz Diener

 


 di Emilio Del Bel Belluz

 

Nell’aprile 1929 per la seconda volta tornò in Germania, dopo la vittoria contro Ernst Rosemann. Incontrò questa volta un pugile che era giunto alla fine della sua carriera, ma che voleva ancora guadagnare qualcosa. Si chiamava Franz Diener e Primo lesse da un giornale che questi voleva aprire una macelleria e ritirarsi dalla boxe. La città dove combatté questa volta era Lipsia. Venne alloggiato in un albergo piuttosto lontano dal centro della città, era stato il suo allenatore a volere questo, perché Carnera in questo modo avrebbe potuto allenarsi con tranquillità, e si sarebbe potuto concentrare meglio. La palestra dove si allenava non era distante dall’albergo. In quel luogo abitavano alcuni italiani che lo vennero a trovare, e con i quali passò del tempo, era gente che lavorava in alcune fattorie della zona, per lo più braccianti.

Avevano letto dai giornali che il loro connazionale avrebbe combattuto in Germania. Per loro era motivo d’orgoglio che un pugile così famoso fosse italiano. Questa gente sarebbe andata a vederlo combattere, a sostenerlo. Franz Diener era un pugile che avevano sentito nominare, e qualcuno l’aveva visto all’opera. Il 28 aprile 1929 Carnera salì sul ring, era il settimo incontro della sua carriera e il numero sette non lo dimenticò mai. Venne squalificato dall’arbitro, dopo appena due minuti di combattimento e gli fu sequestrata la borsa. Ricevette un colpo basso che lo fece piegare in due, non si reggeva in piedi: era la sua prima sconfitta. A nulla valsero le proteste del suo allenatore, che spiegò che si trattava di un colpo proibito.

Carnera all’angolo con la faccia sofferente si disperava, ma tutto quello che accadeva intorno a lui era una grande delusione. Gli altri incontri di pugilato erano terminati in modo diverso: le sue braccia erano alzate verso il cielo, la gloria della vittoria lo inebriava; mentre ora sentiva solo una grande sofferenza. Quella sera scendendo dal ring, alcuni italiani gli si avvicinarono, dicendogli che nella rivincita avrebbe fatto pagare a Ernst Dieder questo suo comportamento così scorretto. Qualcuno degli italiani presenti lo raggiunse nello spogliatoio, e una donna che aveva assistito al combattimento gli donò dei fiori e un bacio. Primo, che aveva ancora l’accappatoio che aveva comprato a Milano, la volle ringraziare. Il suo allenatore gli disse che la sconfitta subita si sarebbe potuta sanare con una rivincita in terra tedesca.

Alla stazione di Berlino, prima di salire sul treno, riuscì a imbucare alcune cartoline indirizzate alla giovane di Arcachon e alla mamma. Il ritorno non fu felice, guardava il paesaggio che gli scorreva davanti per distrarsi e, poi, si mise a leggere un libro: un romanzo di Gabriele d’Annunzio che aveva comprato in una bottega proprio ad Arcachon. Questo libro gli era stato suggerito da un italiano che, prima della guerra, aveva conosciuto lo scrittore Gabriele d’Annunzio, che aveva scelto Arcachon per sfuggire dai creditori. Gabriele amava il pugilato e nel periodo in cui fu ospite della cittadina lavorò per un quotidiano e scrisse un articolo sull’incontro pugilistico tra Georges Carpentier e Joe Jeanette. Carnera voleva conoscere dal suo connazionale altre informazioni inerenti al periodo che D’Annunzio trascorse nella cittadina francese. La maestra a scuola ne aveva parlato come di un grande scrittore, e di un combattente della Grande Guerra.

L’insegnante aveva mostrato alcuni giornali dove lo si vedeva mentre parlava alla folla. L’immagine che si era fatto di D’Annunzio era quindi di un valoroso soldato che scriveva in molti giornali, pubblicava tanti libri, ed era apprezzato dal duce. La vita di D’Annunzio si era resa ancora più celebre con l’occupazione di Fiume assieme ai suoi legionari. Sul libro vide una suo foto che lo ritraeva a cavallo proprio lungo la spiaggia di Arcachon. Il treno si era riempito di persone, Carnera ad un certo punto si era messo a dormicchiare, ma i pensieri lo tormentavano, quella sconfitta gli pesava, perché non aveva combattuto, e questo l’aveva fatto andare fuori dai gangheri. Giunto in Francia riprese la vita di sempre, bisognava tornare sul ring, e dimenticare quello che era accaduto. Una nuova vittoria avrebbe cancellato la sconfitta patita. Chiese al suo manager Léon Sée, se era possibile fare un nuovo incontro con Franz Diener, ma gli fu risposto che doveva passare del tempo.

Nei giorni che seguirono si intratteneva con la ragazza del bistrot, che lo aveva atteso con grande impazienza. Carnera si dimostrava, però, di cattivo umore. Dalla Germania non aveva portato neanche un dono alla giovane e in qualche modo cercò di porvi rimedio. Le regalò una borsa alla moda, acquistata nel negozio più lussuoso della cittadina. La gioia dimostrata dalla giovane nel ricevere il dono gli fece scordare, almeno in parte, la tristezza che ancora albergava nel suo cuore. Alla giovane sarebbe piaciuto che si vedessero di più ma gli allenamenti lo rendevano impossibile. Nel Bistrot gli affari, alla mattina, andavano bene, perché molti avventori si riunivano in attesa dell’arrivo di Carnera, dopo la sua corsa. I prossimi impegni sarebbero stati più duri. Bisognava scalare le classifiche dei pesi massimi, e quell’anno era l’anno buono.

Il suo allenatore Paul Journée gli voleva bene, si era affezionato sempre di più, si sentiva per lui non solo un maestro ma anche un grande amico. Quello che lui non era riuscito a fare nella boxe, voleva che lo realizzasse Primo. Paul era stato un pugile che si era reso famoso per aver combattuto all’estero, era stato definito un pugile con la valigia. Era uno di quei campioni che non avevano avuto la vita facile, non gli era riuscito di conquistare la cintura di campione dei pesi massimi francese, aveva fallito il suo grande sogno.

sabato 6 febbraio 2021

Elogio del trasformismo


di Aldo A. Mola

 

Il peccato originale di Conte-Casalino-Zinga

C'è il peccato originale. Macchia indelebilmente, come stabilì il Concilio di Trento. È la “culpa” che, vada come vada, segnerà un eventuale governo Conte-Ter: la svergognata pesca a strascico di anime perse nelle due Camere, ove, contrariamente a quanto scrive il costituzionalista Michele Ainis, i parlamentari non sono  affatto tenuti alla “disciplina”, che vincola i dipendenti pubblici (art. 54 della Costituzione) ma non i rappresentanti elettivi dei cittadini.

Giocare con le parole va bene solo in un Paese allo sbando. È quanto è accaduto nei giorni del goffo tentativo del presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, di raffazzonare un “gruppo” al Senato per bilanciare l'uscita di Italia Viva dalla maggioranza. L'esito è stato squallido sotto tutti i profili. Così indecente che i suoi sponsor, consci di non essere autosufficienti al Senato, nelle consultazioni al Quirinale hanno steso tappeti rossi (come si fa nelle tende arabe) invocando il ritorno di Matteo Renzi all'ovile, come nulla fosse accaduto.

Il “fatto” però rimane: non una manovra di palazzo, ma la questua di “consensi” o, peggio, un'operazione di “ricatto con raccatto”, che ricorda la raccolta delle immondizie al mercato dopo lo sgombero delle bancarelle. E rimane che il “gruppo” (merli di incerta  lingua ancorché sedicenti europeisti) si costituì solo per “cessione” di un senatore del Partito democratico. E meno male che Mattarella a Fico  ha dettato la linea: tastare i partiti della maggioranza “uscente”, senza concessioni all'armata brancaleone abborracciata da Conti-Casalino col soccorso rosso di “Zinga”. 

Se per sciagura dovesse mai nascere, il cosiddetto “Conte-Ter” avrebbe per marchio quel peccato originale: un affronto anche nei riguardi del Capo dello Stato che, nel congedarlo, aveva prescritto, come del resto è suo dovere, una maggioranza ampia e coesa. Quella dell'ormai tramontato Conte-bis non lo fu mai; essa, al contrario, sin dalla nascita risultò raccogliticcia, come pure quella del primo esecutivo Conte (quello dello sciagurato “contratto per il governo”): accorpamento tra diversi, che ha rinviato tutte le decisioni incombenti e che, profittando dell'emergenza ingenerata dalla pandemia, ha sovraccaricato di competenze il “commissario” Arcuri Domenico, dall'occhio astutamente dimesso.

L'agonia del regime partitico-parlamentare e il Trasformismo vero (1876)

   Dal 2018 l'Italia vive la crisi agonica del regime partitico-parlamentare, aggravata dalla sempre più abissale distanza tra l'esecutivo e le attese dei cittadini, a cospetto della crisi pandemica, economica e sociale evocata dal presidente Mattarella al termine delle consultazioni e nell'affidamento del mandato esplorativo al presidente della Camera. Ironia della sorte, ora tocca proprio a un “Cinque stelle” dipanare la aggrovigliata matassa di un Movimento caotico, populista, nel suo insieme estraneo alla tradizione politica italiana, intrinsecamente anti-istituzionale, fervorosamente anti-europeista e persino pronto a indossare i “gilet gialli”. Esso è stato il pilastro dell'ormai ex presidente del consiglio, il quale, tuttavia, non ha mai smentito in modo chiaro e convincente di avere la tentazione di farsi un partito tutto suo: un’incognita molto più insinuante e destabilizzante delle turbolenze di Renzi, cui va invece dato atto di aver posto temi e problemi squisitamente politici e istituzionali.

   Poiché proprio in connessione al risibile pateracchio del nuovo gruppo senatoriale si è parlato di neo-trasformismo e da “politici” e “giornalisti” di opinabile consistenza culturale sono stati evocati riferimenti al trasformismo e sono stati fatti i nomi di Depretis e persino di Giolitti quali precursori dello squallore odierno, va fatto un minimo di chiarezza sulla storia vera.

   Tra il 1876 e il 1887 il “trasformismo” in Italia fu il decennio di transizione dall’ormai sterile e nominale contrapposizione fra Destra e Sinistra “storiche”. “Brutta parola a cosa più brutta” scrisse il 3 gennaio 1883 Giosue Carducci nel “Don Chisciotte”. Però anche lui, “maestro e vate della Terza Italia”, da molti anni aveva messo da parte gli ardori mazziniani, era incantato dall'“Eterno femminino regale” di Margherita di Savoia e ripeteva i suoi versi giovanili “Bianca Croce di Savoia/Dio ti salvi e salvi il Re”.

    Quali erano i problemi di quell’Italia? Politica estera, riforme socio-economiche, consolidamento delle istituzioni: “Fare lo Stato” per “fare gli italiani”. L'8 ottobre 1876 Agostino Depretis, massimo esponente della Sinistra e presidente del Consiglio dei ministri, pronunciò a Stradella, fulcro del suo collegio elettorale, un discorso che, secondo lo storico Carlo Morandi confermato da Giovanni Spadolini, era stato scritto dal lombardo Cesare Correnti (1815-1888), esponente della Destra. Auspicò la “feconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale, ai nomi storici (Destra e Sinistra) tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell'aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un'idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il Progresso. Noi siamo, o signori, un ministero di progressisti”. L'opposto del “rinvio” che nell'Italia odierna è sinonimo di Conte-Casaoino-Arcuri.

 

   Depretis (1813-1887: vedi box) ) era presidente del Consiglio dal 25 marzo, all'indomani della “rivoluzione parlamentare” come retoricamente venne detto il crollo del governo presieduto da Marco Minghetti, ultimo della Destra storica (18 marzo). Questa aveva all'attivo quindici anni vissuti pericolosamente, dall'unificazione (1861) all'agognato pareggio del bilancio di esercizio, cioè tante uscite contro altrettante entrate. Frutto non solo della tassazione su macinazione delle farine (l'odiosa “tassa sulla fame”), su sale, tabacchi, alcolici e su ogni bene di consumo, ma anche di esose imposte sui beni immobili e su tutto quanto fosse imponibile, dai portoni alle finestre, dai balconi ai cani da guardia e da passeggio. A quel modo, però, la Nuova Italia aveva fronteggiato e vinto il “grande brigantaggio” (studiato da Marco Pinto in “La guerra per il Mezzogiorno. ed. Laterza, apprezzato finalista all'Acqui Storia 2020, e nuovo direttore dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano), la terza guerra per l'indipendenza, conclusa con l'annessione di Venezia, aveva acquisito Roma e aveva intrapreso la modernizzazione.

Il X congresso degli scienziati italiani, l'esposizione economica nazionale di Firenze e il censimento del 1871 indicavano che in appena due lustri il Paese aveva imboccato la direzione di marcia: “fare”, fare bene, fare in fretta, grazie all' immensa macchina dell'amministrazione centrale e locale.

Però la compagine governativa della Destra era ormai spossata: confondeva l'equilibrio con la stasi. Si barcamenava in un'Europa che, messa alle spalle la guerra franco-germanica del 1870-1871, aveva ripreso e accelerato la seconda industrializzazione e con l'apertura del Canale di Suez aveva abbreviato distanza e tempi per le comunicazioni dall'Europa settentrionale alla Cina. D’altro canto il crollo dei noli marittimi all'indomani della guerra di secessione negli USA favoriva le esportazioni dall'America verso l'Europa a danno delle economie più deboli. Il grano d'importazione costava meno di quello faticosamente prodotto in Italia, con ripercussioni devastanti per un Paese ancora prevalentemente agricolo. Che fare? Anche il liberista Camillo Cavour quando necessario aveva fatto intervenire lo Stato a tutela della produzione “nazionale”.

  

Casti connubi...

   Nel 1869-1876 un Italia si susseguirono i due unici governi “di Destra” vera e propria, presieduti da Lanza e da Minghetti. La “Destra” era un'etichetta impropria. Il primo a liberasene era stato proprio Cavour che nel 1852 aveva pattuito il connubio di centro-sinistro (sic) con Urbano Rattazzi (che non era né di destra né di sinistra, ma costruttivo), poi ministro dell'Interno nel fattivo governo del 1859. Nel decennio successivo alla morte del Gran Conte (1861-1870) i governi avevano sempre compreso esponenti niente affatto “di destra”. Nel suo primo ministero (1862) Rattazzi incluse Depretis e il napoleonico Gioacchino Pepoli; nel secondo (1867) ancora Depretis e il quarantaseienne Michele Coppino (massone) all'Istruzione. Nel suo terzo governo (1869) il generale Luigi Federico Menabrea chiamò Angelo Bargoni e Antonio Mordini, massoni e Dioscuri del Terzo Partito. La debolezza cronica della Destra stava nella rivalità fra due suoi esponenti di spicco: il biellese Quintino Sella e il bolognese Minghetti. O l'uno o l'altro.

E così alla fine arrivò Depretis: il Trasformismo, che andò di traverso alla retorica paleonazionalista esattamente come a quella fascista e gramsciana, a tutti gli aspiranti “rivoluzionari” e a quelli in servizio permanente. Era e rimase indigesto l' “aspro vinattier di Stradella” (come Carducci bollò Depretis) che promise (e mantenne) almeno una riforma all'anno, ma di quelle vere, che migliorano la vita delle “classi numerose”.

L'Italia era sotto assedio. Nel 1881 la Francia, mai amica sincera, impose il protettorato sulla Tunisia, che la neonata Italia considerava suo “porto sicuro”. Per uscire dall'isolamento Depretis concordò la Triplice Alleanza difensiva  (20 maggio 1882) con la Germania e l'Austria-Ungheria, suo potenziale nemico. Così ebbe mani libere per curare le piaghe interne: l'inchiesta sulle “classi agrarie” sollevò il coperchio sulle condizioni miserabili delle moltitudini. Le cinte urbane soffocavano le città che avevano bisogno di aria luce e pulizia. L'epidemia colerica del 1884 impose reti fognarie e acquedotti.

… e le Grandi Riforme

Il trasformista Depretis non racimolò il consenso di quattro gatti per caso in Parlamento. Nel 1881, àuspici Coppino, Zanardelli, Baccarini e tanti altri “fratelli”, egli varò l'ampliamento del diritto di voto da circa 650.000 a 3.000.000 di italiani. Dalle elezioni del 1882 (con collegi circoscrizionali e scrutinio di lista) scaturì la prima dirigenza di politici professionali tecnicamente attrezzati, come fece notare lo storico Giuseppe Galasso.

Proprio perché massone tutto d'un pezzo, fu Depretis ad avviare il primo serio approccio con la Santa Sede per la Conciliazione, malgrado l'opposizione miope di alcuni anticlericali e, s'intende, di fanatici baciapile. Si trattava di accordarsi sui “metalli” nel rispetto della libertà di coscienza di tutti, garantita dallo Statuto albertino che aveva riconosciuto l'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi.

Tra alti e bassi, da una all'altra crisi, rimpasto dopo rimpasto lo Statista tirò il carro governativo sino al 1887, quando formò il suo ultimo ministero: un vero capolavoro. Tenne per sé gli Esteri, all'Interno chiamò Crispi (che nel 1864 aveva detto alla Camera: “la monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”), alla Giustizia Giuseppe Zanardelli, a Finanze e Tesoro Agostino Magliani, all'Istruzione il grande Coppino (che dal 1877 varò la scuola elementare obbligatoria e gratuita), alla Marina Benedetto Brin (artefice della “Terni”), ai Lavori pubblici Giuseppe Saracco.

Al governo c'era tutta l'Italia competente e fattiva. Trasformava il brulicame in una compagine coesa, fondata su larghissima maggioranza (circa 400 deputati), confermata anche nel 1886 quando affiorarono forze più decise ad accelerare le riforme, come l'“Opposizione subalpina” guidata appunto dai depretisiani Giovanni Giolitti, Tommaso Villa, Domenico Berti (già ministro con la Destra) e dal garibaldino Pietro Delvecchio e altri.

Sommerso dal lavoro, Depretis ammalò. Assistito dalla moglie Amalia Flaver, di 34 anni più giovane – sposata quando già era vedova e con una bambina, Bice, e dalla quale ebbe Agostino –, come gli Elefanti da Roma si rinchiuse a Stradella. Vi morì con l'occhio alle sorti progressive della sua eredità politica. Senza soluzione di continuità, il governo, ora presieduto da Crispi, varò il nuovo codice penale che abolì in Italia la pena di morte (un primato mondiale), rese elettivi i sindaci e i presidenti delle Deputazioni provinciali, laicizzò le opere pie, approvò la prima legge sanitaria che impose ai Comuni la svolta urbanistica. Ecco, dunque, il Trasformismo: che è Riforme. È fatti. Per mettere l'Italia in sicurezza, come suggerito dal grande Adriano Lemmi (sempre in attesa di una biografia), Roma stipulò accordi anche con Londra: in una botte di ferro, il paese poté così progredire vieppiù. Il Trasformismo dunque non ha nulla a che vedere con le chiacchiere da cortile di chi annaspa e fa il gioco dei quattro cantoni rinviando ogni decisione vitale col macabro pretesto della “pandemia”, indebita le generazioni venture con lo sperpero del danaro pubblico e spera di rinviare le elezioni chissà sino a quando. Allievo prediletto di Depretis fu Giovanni Giolitti, che nel 1912 conferì il diritto di voto a quasi tutti i maschi maggiorenni. Riteneva fossero cittadini pensosi delle proprie sorti e rappresentati da parlamentari consapevoli. Era inguaribilmente ottimista.

 

Aldo A. Mola

 

AGOSTINO DEPRETIS, IL MASSONE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Agostino Depretis o, a lungo, De Pretis (Cascina Bella in Mezzana Corti, Pavia, 31 gennaio 1813 - Stradella, Pavia, 29 luglio 1887).

Laureato ventunenne in legge a Pavia, consigliere comunale a 31 anni, eletto deputato trentacinquenne alla Camera del regno di Sardegna dal collegio di Broni (Pavia) il 26 giugno 1848, poi da quelli di Stradella (1861) e di Voghera, dal 1882 comprendente quello di Stradella, vicepresidente della Camera nel 1849, mazziniano attivo sino al 1854, contrario all''intervento del “Piemonte” nella guerra di Crimea, si avvicinò a Cavour sulla scia di Urbano Rattazzi. Fu governatore di Brescia nel 1859 e commissario straordinario in Sicilia per imbrigliare la spedizione garibaldina (19 luglio-14 settembre 1869).

Esponente di spicco della Sinistra democratica, fu ministro della Marina nel I governo presieduto da Urbano Rattazzi (1862), dimissionario per le conseguenze catastrofiche della spedizione di Garibaldi all'insegna di “Roma o morte”.

Tornò ministro della Marina nel II governo presieduto da Bettino Ricasoli (esponente della Destra storica) e poi nel II governo Rattazzi (aprile-ottobre 1867, travolto dalla spedizione di Garibaldi contro lo Stato pontificio).

Dal 25 marzo 1876 alla morte fu il massimo statista della Sinistra storica e, con l'intervallo di tre governi presieduti da Benedetto Cairoli, nel corso di undici anni formò otto compagini ministeriali, con ministri molto diversi nelle posizioni chiave (Esteri, Interno, Finanze, Istruzione, Marina...). I suoi esecutivi compresero esponenti delle regioni più disparate, parlamentari di solida formazione politica, culturale e professionale.

Dal 1864 al 1880 presidente della Consiglio Provinciale di Pavia, suo fedelissimo bacino elettorale, il 10 ottobre 1875 espose a Stradella il programma di vaste e incisive riforme politiche, giuridiche, culturali ed economico-sociali, che precorse la svolta politica nazionale col passaggio senza traumi dalla Destra alla Sinistra storica, all'insegna della continuità e del consolidamento dello Stato e della sua istituzione suprema, la monarchia di Savoia. Ebbe la fiducia di Vittorio Emanuele II (re dal 1849 al 1878) e di suo figlio Umberto I.

Iniziato “compagno” nella loggia torinese “Dante Alighieri” il 22 dicembre 1864, “maestro” dal 1866, affiliato nel 1867 alla “Universo” di Firenze, nel 1877 fu elevato al grado 33° del Rito scozzese antico e accettato e dal 1882 fece parte del suo Supremo consiglio.

Il 14 marzo 1878 Umberto I gli conferì il Collare dell'Ordine della Santissima Annunziata, comportante il rango di “cugino del Re”.

Malato, da Roma tornò nella nativa Stradella. La salma venne esposta nel municipio. Unico dei quattro presidenti del Consiglio massoni (oltre a lui Crispi, Zanardelli e Fortis) ebbe funerali civili. Amedeo di Savoia, Duca di Aosta, fratello del Re Umberto I, resse con Crispi e Zanardelli i cordoni nel corteggio funebre, seguito da una folla lunga un chilometro, senza alcun ecclesiastico: omaggio dovuto all'antico repubblicano che aveva ampliato le basi del consenso per la monarchia statutaria, fondata sulle libertà politiche e sul progresso civile.

Molto discusso per il suo pragmatismo ebbe due elogi: la capacità di rispondere alle polemiche con il silenzio e la lapidaria constatazione di Ruggiero Bonghi: “Quelli che rimangono per sventura nostra non sono migliori di lui”.

mercoledì 3 febbraio 2021

3 Febbraio, II anniversario della scomparsa di Camillo


Un qualche guaio della rete questa sera non ci permette di condividere una foto del Nostro Camillo Zuccoli di cui ricorre il secondo anniversario della scomparsa.

Ciononostante non vogliamo in nessun modo far mancare a Camillo, in Paradiso, ed alla sua famiglia, qui tra noi, il nostro più affettuoso ricordo.

Ciao Camillo. Ancora non ci sembra vero. Ci manchi tantissimo.

Lo staff

martedì 2 febbraio 2021

Un centenario da esaminare


Il professore Quaglieni, noto ed apprezzato storico, ha scritto, riferendosi al centenario della fondazione del partito comunista, avvenuta a Livorno, il 21 gennaio 1921, nel corso del congresso nazionale socialista, trattarsi di un evento “da studiare e non ( solo ) da celebrare” e mai frase è stata più esatta. Infatti nel 1921 una diversa evoluzione dei socialisti verso una collaborazione e partecipazione governativa, sollecitata più volte da Giolitti, in pieno accordo con il Re, avrebbe sbarrato la strada al fascismo ed inserito, come in altri paesi europei il socialismo nel mondo riformista, bloccando gli scioperi ormai più dannosi che utili, e rafforzando quel piccolo gruppo di ex socialisti, esempio più significativo, Ivanoe Bonomi, che avevano iniziato la collaborazione con la Monarchia, divenendo addirittura Presidente del Consiglio, dopo essere stato Ministro della Guerra. Così il partito comunista iniziava la sua battaglia contro le istituzioni, affascinato dalla definitiva presa di potere dei bolscevichi in Russia, che avevano debellato le ultime resistenze delle “armate bianche”, fucilando diversi loro capi. Questo legame, mai dissolto per decenni, avrebbe dato i suoi frutti dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, ad opera esclusiva del Re, che, finalmente, nel voto del Gran Consiglio del fascismo, aveva trovato la motivazione per dimettere Mussolini, dando il potere ad un governo tecnico, presieduto dal Maresciallo Badoglio. Il partito comunista prese infatti subito posto tra i sei partiti del C.L.N: (Comitato Liberazione Nazionale), assumendone, specie al Nord nel C.L.N.A.I, un ruolo determinante, vedi Luigi Longo, vice comandante delle forze partigiane, essendo le brigate Garibaldi tra le più numerose formazioni nella Resistenza, anche se nel complesso erano pur sempre minoritarie data la presenza massiccia, specie in Piemonte e nel Veneto, dei cosiddetti “Autonomi”, che in realtà erano i militari fedeli al giuramento al Re, che avevano costituito le prime formazioni di patrioti, militarmente organizzate ed a cui si devono i maggiori successi, come, ad esempio la liberazione di Alba, splendidamente descritta dal giovane grande scrittore Fenoglio, “badogliano”, che poi nel referendum votò per la Monarchia, come in maggioranza votarono pure gli elettori di Alba. Altro che la “repubblica di Alba”, così falsamente denominata in epoca successiva.

Nell’Italia, nella parte liberata e restituita al Governo del Re, il partito comunista, grazie al ritorno dalla Unione Sovietica, di Ercole Ercoli, in realtà, Palmiro Togliatti, ed alla “svolta di Salerno”, entrava nel Governo Badoglio, e poi in quelli Bonomi, Parri e De Gasperi, con ministri in dicasteri sempre più importanti, raggiungendo il culmine nel governo che avrebbe gestito le elezioni per la Costituente ed il Referendum, con il Ministero di Grazia e Giustizia, affidato proprio a Togliatti. Senza dubbio nell’avvento della repubblica il partito comunista fu determinante, sia per i quattro milioni di voti, sia per l’opera svolta da Togliatti che aveva manovrato i componenti della Corte di Cassazione, per cui quando venne loro sottoposto il ricorso Selvaggi, circa il modo di calcolare il numero degli elettori votanti, comprendendo giustamente negli stessi i voti annullati, la maggioranza, di undici, votò contro, malgrado il parere favorevole all’accoglimento, del Procuratore Generale, Massimo Pilotti, insigne giurista, e dello stesso Presidente Pagano, che portò ad otto i voti favorevoli. Nei lavori della Costituente, di cui dopo Saragat dimessosi per la sua uscita dal partito socialista, fu nominato presidente il comunista Terracini, il punto più importante raggiunto dai comunisti fu l’inserimento nella Costituzione dei Patti Lateranensi con grande scorno degli anticlericali del partito d’azione, repubblicano e socialista, più qualche sparuto liberale e demo sociale. Estromessi dal Governo De Gasperi nel 1947, governo che si resse con i voti dei qualunquisti e monarchici, il P.C.I. puntò tutto per una conquista democratica del potere, con le elezioni generali del 18 aprile 1948, unendosi con i socialisti e qualche indipendente di sinistra nel Fronte Democratico Popolare, a simbolo del quale fu inserito il volto di Garibaldi, dimentichi che il motto del vero Garibaldi fosse stato “Italia e Vittorio Emanuele”! Un possibile sbocco rivoluzionario dopo la cocente sconfitta elettorale del Fronte nelle elezioni che videro la Democrazia Cristiana, sfiorare il 50% dei voti, grazie agli elettori che nel referendum del1946 avevano votato per la Monarchia, fu alla notizia dell’attentato a Togliatti, gravemente ferito da uno squallido estremista anticomunista, tale Pallante, ma proprio Togliatti, salvato dal grande chirurgo Valdoni, seppe inviare un messaggio, che era un ordine, di bloccare qualsiasi movimento insurrezionale.

Così dopo il 1948 iniziò il lento, costante inserimento dei comunisti, pesantemente aiutati finanziariamente dall’Unione Sovietica, nei vari settori non politici, cominciando dalla cultura, secondo l’insegnamento gramsciano, riabilitando tutti gli ex fascisti che si erano convertiti al comunismo, settore dimenticato dai democristiani, un cui importante esponente aveva parlato di “culturame” e questo inserimento, anche da un punto di vista politico, ebbe una consacrazione, dopo l’avvento delle Regioni, purtroppo previste nella Costituzione, per una vecchia idea sturziana, inizialmente contrastata proprio dai comunisti, e combattuto fino all’ultimo da liberali, monarchici e missini, con la conquista e quindi il governo di tutte le regioni dell’Italia Centrale, Toscana, Emilia Romagna, Marche ed Umbria, creando una rete di potere durata per cinquant’anni e solo recentemente, in parte sgretolata, escluse sempre la Toscana e l’Emilia, incrollabilmente “rosse” : Così vennero poi la Presidenza della Camera, convergenze parallele ed altro, per finire con il cambio del nome, bloccando sempre lo sviluppo di un forte partito socialdemocratico o laburista, come nel resto dell’Europa, per cui solo in Italia la sinistra ha coinciso con “comunismo” con gravissimo danno nella alternanza democratica del potere che avveniva invece normalmente nel Regno Unito, in Germania, in Francia e nella Spagna tornata alla liberaldemocrazia in una restaurata e rinnovata Monarchia.

Un giudizio? Non giudicate se non volete essere giudicati, per cui invece alcune considerazioni e constatazioni. Inseriti e difesi dagli ordinamenti democratici e parlamentari, gli esponenti comunisti hanno rivestito cariche anche altissime, sono stati commemorati e celebrati, persino con emissione di francobolli, in occasione della loro scomparsa, giudicati sempre in termini benevoli e comprensivi, ed i loro più giovani esponenti vengono intervistati, esponendo i loro sogni ed i loro ideali ( ? ), grazie anche ai tanti ex comunisti(?), stabilmente inseritesi nella RAI-TV e nella grande stampa, vedi il recentissimo caso del novantaseienne Macaluso, ricordato come un grande uomo, amico del popolo, evitando la sorte tragica di tanti loro compagni di partito, che in paesi dove erano giunti al potere, ( fortunatamente non l’Italia ),vedi ad esempio, Cecoslovacchia ed Ungheria, finirono successivamente sul patibolo, nella migliore tradizione staliniana, uno per tutti l’infelice Imre Nagy, già primo ministro ungherese impiccato dai suoi compagni di partito.

Domenico Giglio

domenica 31 gennaio 2021

Quali furono le responsabilità di Vittorio Emanuele III sulle leggi razziali?

di Waldimaro Fiorentino



 Mino Monicelli, in un’attenta ricostruzione dei fatti, pubblicata il 17 febbraio 1968 sul quotidiano «Il Giorno», all’epoca di proprietà dell’ENI, quindi espressione del governo repubblicano, rammenta che Vittorio Emanuele III per tre volte negò la firma dei decreti a Mussolini; ed invano attese che parlamentari, intellettuali, esponenti della società civile insorgessero; si sa, invece, che diversi docenti furono ben lieti di subentrare nelle cattedre agli Ebrei espulsi per effetto di quei Decreti.

    Vittorio Emanuele III attese che almeno dalla Chiesa venisse una indicazione; non vi fu neppure quella!

    Mino Monicelli riferisce, nell’articolo che ho citato, il colloquio avvenuto tra Vittorio Emanuele III e Mussolini il 28 novembre 1938; e lo riporta con queste esatte parole: «Colloqui re-Mussolini. Per tre volte il sovrano riesce ad infilare nel colloquio ‘provo una infinita pietà per gli ebrei’. Il duce ingoia tre volte il rospo, digrignando la mascella quadrata».

    Nel suo «Diario 1937-1938» Galeazzo Ciano parla anche lui dell’episodio; alla data 28 novembre 1938, scrive testualmente: «Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte. Durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che ‘prova una infinita pietà per gli ebrei’... Il duce ha detto che vi sono 20.000 persona con la schiena debole che si commuovono sulla sorte degli ebrei. Il Re è tra quelli. Poi il Re ha parlato anche contro la Germania.... Il Duce era molto violento contro la Monarchia. Medita sempre di più il cambiamento di sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni. Ieri a Pesaro il comandante del Presidio ha reagito contro il Federale che aveva dato il saluto al Duce e non quello al Re».

   Si sa che l’anziano Sovrano cercò di attenuare la portata di quei Decreti, anche attraverso il trasferimento di ebrei in località delle Colonie, lontano da zone soggette al predominio delle dottrine imperanti all’epoca in Europa.

    Si sa con certezza che fu proprio l’intervento del Sovrano ad ottenere considerevoli attenuazioni a favore degli ebrei. Tra l’altro, la deliberazione del Gran Consiglio del fascismo del 6 ottobre 1938, che non escluse «la possibilità di concedere... una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell’Etiopia».

    Il duca d’Aosta ha dichiarato alla televisione che suo padre e suo zio rimasero «orripilato» (testuale) dalle leggi razziali; e che lo zio, nella qualità di Vicerè d’Etiopia, aveva pensato di salvare gli ebrei riservando una regione d’Etiopia. Ne parlò come di un sotterfugio all’insaputa del regime; mentre, invece si trattava di un accordo al quale il fascismo era addivenuto per volere di Vittorio Emanuele III, fino a far meditare a Mussolini l’accantonamento della Monarchia.

    Menachem Shelah, professore universitario a Gerusalemme e storico finito in un campo di concentramento nell’isola di Arbe, in Dalmazia, fu salvato e venne liberato dalle truppe del Regio Esercito, appena cadde il fascismo; ha scritto un libro pubblicato dall’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito italiano, dal titolo «Un debito di gratitudine – Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei (1941-1943)», Roma 1991.

    In quel libro si documenta come il Regio Esercito, di educazione e di sentimenti monarchici, fu esemplare nel salvataggio di un grande numero di ebrei il quali, su ogni fronte fuggivano dalle zone occupate dai tedeschi, per riparare sotto la protezione dei nostri reparti; come di legge nella supplica: «...scritta dai profughi di Sarajevo rifugiati a Mostar, cioè sotto il controllo italiano, che descrive i martirî sotto il governo ustascia e il destino che avrebbero atteso quei poveretti se fossero stati riconsegnati. In tale supplica si legge, tra l’altro: ‘... l’invio ad un campo di concentramento croato significherebbe... una condanna a morte... una morte lenta, tra infiniti tormenti’».

    Altrettanto fermo fu il comportamento del Regio Esercito nei confronti delle pressioni tedesche.

    C’è un rapporto dell’Ambasciatore germanico a Zagabria Siegfrid Kasche (ne parla Menachem Shelah, ell’op. cit. alle pagg. 74-75) che, nell’agosto 1942, scriveva: «...la protezione concessa dagli italiani agli ebrei impedisce la completa attuazione dell’accordo tedesco-croato riguardante la deportazione all’est degli ebrei del posto. La permanenza in Croazia potrà incoraggiare i partigiani e provocare attriti tra noi e gli italiani».

    Nel presentare il libro, Yosef Lapid scrisse (pagg. 17-18); «... e proprio popoli cattolici hanno mostrato, durante l’olocausto, un atteggiamento più ostile di quanto abbiano fatto i popoli cristiano-ortodossi o protestanti.... I membri del movimento nazionalista croato, i tristemente famosi ustascia, si dimostrarono le belve di tutto lo zoo nazista, e godettero l’appoggio della Chiesa cattolica locale. L’unico popolo che fece eccezione a questa triste regola fu proprio quello in cui la tradizione cattolica era più viva: il popolo italiano... Gli italiani tennero sotto la loro protezione gli ebrei presi prigionieri nel Nord Africa, in Grecia, nella Francia Meridionale e in Jugoslavia».

    Johann Steinberg, in un libro sull’olocausto uscito sull’olocausto nel 1993, riporta una corrispondenza del «Times» del 1° gennaio 1943 dalla Francia, nella quale si legge: «I comandanti italiani che occupano la Francia meridionale hanno invitato i prefetti francesi a disattendere gli ordini ricevuti dal loro alleato secondo cui gli ebrei devono portare, come in Germania, cucita sul petto la stella gialla. I generali italiani hanno spiegato ai funzionari che l’onore delle forze armate italiane è incompatibile col fatto che gli ebrei vengano costretti nelle zone di nostra occupazione a portare in pubblico u segno distintivo stigmatizzante».

    Ma, soprattutto, cito una testimonianza assolutamente non sospetta che lo conferma.

    Il secondo «Quaderno del centro di Documentazione Ebraica contemporanea», nel volume «Gli Ebrei in Italia durante il fascismo», pubblicazione a cura di Guido Valbrega nel marzo 1962, a pagg. 20-21, scrive testualmente: «Molti ebrei, circa 6.000 sui 45.000 allora esistenti, si battezzarono nella vana speranza di regolarizzare così la loro posizione, altri 5.000 emigrarono. Con tutto ciò, si deve obiettivamente riconoscere che fino al 25 luglio 1943 la persecuzione razziale fu contenuta in limiti moderati e di portata soprattutto economica: e che la maggioranza degli italiani disapprovava i provvedimenti razzisti ed esprimeva in ogni modo possibile la sua simpatia verso gli ebrei. Peraltro (v. la pregevole relazione del col. Massimo Adolfo Vitale, conservata nel centro Documentazione Ebraica contemporaneo di Milano), l’insi- stenza del Governo nella campagna di denigrazione, l’imbonimento della stampa, i vantaggi che tale campagna apportò a molti, le minace fatte a coloro che mostravano pietà per le vittime non mancarono di conseguire buoni risultati, cosicché i coraggiosi che seppero manifestare la loro disapprovazione per le mostruosità che si commettevano furono necessariamente sempre meno numerosi. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 comincia per gli ebrei italiani un tremendo periodo nuovo: l’Italia era ormai sotto il tallone tedesco e Mussolini voleva riabilitarsi agli occhi dell’alleato. Pertanto, alla fine del novembre 1943 una disposizione del Partito Fascista Repubblicano dichiarò gli ebrei «nemici n. 1, assimilati ai cittadini stranieri di nazione nemica in guerra». Ma di fatto, gli ebrei vennero a trovarsi in situazione ben peggiore di quella degli stranieri nemici, perché questi venivano catturati e rinchiusi in campi di concentramento, mentre per gli ebrei italiani, dopo un brevissima sosta nei campi di raccolta di Fossoli o di Merano, non vi era che la via della Germania, cioè la distruzione».

     C’è ancora un’ulteriore conferma dell’azione moderatrice svolta in quel periodo da Vittorio Emanuele III è in tre numeri del quotidiano bolognese «Il Resto del Carlino» che:

   -  venerdì 19 novembre 1943 titolava in prima pagina «Due ebrei immessi nel nuovo Gabinetto Badoglio», sottolineando la simpatia «colpevole», secondo l’articolista, di Vittorio Emanuele III per gli ebrei, testimoniata dall’elevazione al Governo di Guido Jung, nominato ministro alle Finanze, Scambi e Valute, e di Mario Fano, nominato sottosegretario alle Poste e Telegrafi;

   -  giovedì 2 dicembre 1943 faceva importanti ammissioni sul trattamento inflitto agli ebrei, divenuto disumano solo dopo l’8 settembre; in un articolo di prima pagina, titolava «Gli ebrei in Italia avviati in campi di concentramento»;

   -  sabato 11 dicembre dello stesso anno, sempre in prima pagina, titolava «Sequestro dei beni appartenuti agli ebrei»; eventi tutti verificatisi solo dopo l’8 settembre 1943 e nel territorio che gli eventi avevano sottratto alla giurisdizione ed al controllo del Regno d’Italia, e attribuito alla Repubblica Sociale Italiana, controllata dalla Germania nazista.

     Ed ancora, riguardo alle leggi razziali Indro Montanelli scrisse: «Premesso che le leggi razziali furono una cosa ignobile, insensata e per nulla condivisa dal sentimento popolare, salvo una esigua frangia di fanatici che forse non si resero conto della loro criminosità, è assolutamente vero che la ‘Costituzione faceva al re obbligo di firmarle come qualsiasi altra legge approvata dal Parlamento’». Ed aggiunse: «Altrimenti al re non sarebbero rimaste che altre due alternative: o tentare un colpo di Stato per mettere alla porta Mussolini e il fascismo, o abdicare. Il colpo di Stato sarebbe stato un fallimento perché in quel momento Mussolini aveva in mano tutte le leve del potere, comprese le forze armate, e per di più poteva contare sull’appoggio incondizionato della Germania nazista che non glielo avrebbe certamente fatto mancare. Abdicando, il re avrebbe salvato la propria anima, ma affrettato la sottomissione dell’Italia a Hitler e così aggravato anche la condizione degli ebrei. Non solo, ma avrebbe privato il Paese dell’unico punto di riferimento istituzionale se un giorno si fosse trovato ancor più coinvolto nelle avventure naziste. Come poi avvenne».

     La Corte di Cassazione, inoltre, si pronunciò sulla loro approvazione, con firma del Re, con la sentenza del 26 giugno 1950 n. 1624, quindi in epoca repubblicana, precisando che tali leggi: «non possono considerarsi prive di efficacia giuridica per costituzionalità di fronte all’ordinamento giuridico del tempo».

Capitolo XIII Una valanga di vittorie

di Emilio Del Bel Belluz 


Era il 1929, contraddistinto per Carnera da  un susseguirsi di vittorie, e di trionfi per KO, non solo in Francia ma anche nel resto del mondo. La prima vittoria avvenne in Germania, contro Ernst Rosemann. Costui era l’ex campione dei pesi massimi tedesco, lo sconfisse in otto riprese,  era un puglie con molta esperienza, ma piuttosto lento, riuscì a terminare l’incontro in piedi, con bravura. Carnera era in Germania per la prima volta e fu felice d’aver fatto questo viaggio. Suo padre, dopo che era tornato dalla guerra, era stato un lungo periodo a lavorare in Germania. Questa nazione si stava lentamente risollevando dopo la dura sconfitta della Grande Guerra.  

Carnera aveva fatto la conoscenza con un pugile italiano che viveva proprio a  Berlino, da molti anni. L’uomo vi era andato per lavorare, si era innamorato di una donna tedesca e l’aveva sposata. In seguito, aveva fatto fortuna. Nel modo della boxe combatteva per piccole borse, nella categoria dei paesi massimi. Primo gli chiese di fargli fare il giro della città e in questo modo avrebbe potuto raccontare a sua mamma che aveva visto la grande Berlino. In ogni paese dove andava a combattere, ne approfittava per vedere le sue bellezze.  Il suo allenatore non voleva che si fermasse qualche giorno di più, ma Carnera riuscì a convincerlo; in fondo, in questi mesi aveva dovuto lavorare sodo, senza distrazioni. Almeno gli fosse concesso di visitare quei posti, portando con sé dei bei ricordi.   L’amico pugile gli aveva fatto assaggiare la buona birra e le prelibatezze del posto. Carnera ricordava i soldati germanici ed austriaci che aveva visto durante la guerra, al suo paese. Erano  fieri,  non sapevano che li aspettavano la sconfitta e i tempi duri contrassegnati dalla fame al loro ritorno in Germania.  Anche l’Italia faceva fatica a risollevarsi nel dopoguerra. 

Quei tempi così diffficili gli ritornavano in mente spesso. La storia personale la si porta dentro, e poi riemerge. L’amico pugile era felice d’aver incontrato Carnera, gli sarebbe piaciuto sfidarlo sul ring ma non era possibile, sarebbe stata una lotta impari, data la superiorità tecnica del campione. In quei giorni Carnera era felice, gli capitava di incontrare tanta gente che lo riconosceva, specialmente italiani, quelli che lavoravano aspramente per un futuro migliore. Le loro storie parlavano di sofferenza, di lotta per poter ritornare un domani nella loro patria. Molti di loro non avevano portato le famiglie con sé e sentivano in modo particolare la loro lontananza. In Italia c’era Mussolini che stava cercando di rendere migliore il Paese, un uomo forte che avrebbe risollevato le sorti dell’Italia. Era molto amato dalle persone umili e semplici. Quando il suo amico lo portò in un locale gestito da una famiglia italiana, al suo interno, aveva visto le immagini delle Regina Elena,  del suo consorte Vittorio Emanuele III, e  di Benito Mussolini con la sua firma. Anche qui incontrò degli italiani, a cui si mise a raccontare della sua vita pugilistica, molti gli chiesero se sarebbe tornato in Germania a combattere, ma questo non era in grado di saperlo. Il mondo dei pesi massimi affascinava la gente. 

Quei giorni passarono veloci, erano momenti in cui Primo era riuscito a dimenticare tante cose tristi, ma doveva rientrare. Passò una allegra serata in famiglia con il suo amico. La moglie preparò degli ottimi cibi, e  portò in tavola del buon vino italiano, che tanto piaceva al nostro pugile, un vino che esaltava i sapori della terra italiana. La stessa sera, il campione aveva portato dei giocattoli ai bambini, e a quello più grande aveva comprato una penna stilografica con una boccetta  d’inchiostro. Carnera ne aveva acquistata una anche per  lui, ci teneva ad avere un ricordo della Germania. Prima di addormentarsi volle inaugurare la penna, scrivendo alcune cartoline alle persone care. La prima la scrisse alla mamma, ricordandole che le voleva bene, poi ne scrisse alcune agli amici di Sequals , ma la più bella la mandò alla sua amica del bistrot, e scrivendola si emozionò. 

A questa cara ragazza aveva comprato anche un piccolo dono. L’indomani, Carnera prese il treno per ritornare in Francia dove l’aspettava una nuova avventura, e in cuor suo era felice della bella esperienza tedesca. Quando il treno lasciò la stazione di Berlino, vide dal finestrino degli italiani che erano appena arrivati in Germania, con le loro valige di cartone, con i loro pensieri, qualcuno aveva il volto sereno, altri l’espressione triste di chi era stato costretto ad andare lontano. Uno di questi italiani fischiettava una canzone napoletana  e per un attimo Carnera avrebbe voluto affacciarsi al finestrino e salutarlo.

 

domenica 24 gennaio 2021

Amara riflessione...

Senza voler entrare nel merito delle azioni dei principi di Casa Savoia che abbiamo stabilito non commentare MAI questa volta una cosa la dobbiamo dire.

Le leggi razziali hanno avuto origine dalla volontà di Mussolini e di alcuni, pochi peraltro, gerarchi fascisti. 

Mussolini convertitosi al razzismo molto tardi avendo avuto, tra le tante, un'amante israelita di rango quale Margherita Sarfatti autrice di un importante libro agiografico quale "DVX", edito da Mondadori nel 1926 che contribuì in maniera significativa alle temporanee fortune del Duce.


Non staremo ad elencare la solitudine nella quale fu lasciato il Re dalla Camera e, soprattutto, dal Senato davanti all'avanzare della legge nefasta. 

Diciamo soltanto che il Re fu forse la vittima politica più illustre di quell'orrore non potendo in alcun modo realistico evitare di apporre la propria firma.

Ed una volta per tutte ribadiamo che non vi fu alcuna persecuzione! Le persecuzioni cominciarono solo dopo l'8 settembre nelle zone del territorio nazionale soggette all'occupazione tedesca ed al governo della cosiddetta repubblica sociale. La famosa razzia nel ghetto di Roma, avvenne infatti a metà ottobre 1943. 

Ovunque gli ebrei preferivano porsi sotto la protezione delle truppe italiane piuttosto che finire tra le fauci dei nazisti o dei loro collaboratori locali quali ad esempio ustascia e francesi di Vichy

A nostro modestissimo, ma libero, giudizio le scuse andrebbero presentate al Re per essere stato lasciato solo a fronteggiare le prepotenze di un regime che si sarebbe suicidato di lì a poco trascinando nel suicidio l'intera Nazione.



Capitolo XII : Carnera e la Francia

di Emilio Del Bel Belluz

 


Nello scompartimento del treno che lo riportava a Parigi, Primo si addormentò con il cuore colmo di emozioni e di gioia per aver rivisto la sua cara mamma. Il suo allenatore, Paul Journée, stava già pensando al prossimo incontro, che si sarebbe tenuto a Parigi, la città che aveva visto sorgere il gigante italiano. Questa volta bisognava dare a Parigi l’immagine di un pugile che era determinato a continuare la sua notorietà tra i pesi massimi. Il prossimo incontro era stato già fissato per il primo dicembre 1928. In pochi mesi era la quinta volta che saliva sul ring, l’avversario era Costant Barrik. Carnera chiese di poter passare un giorno in solitudine, avrebbe approfittato per andare al cinema e per fare un giro per la città. L’indomani avrebbe ripreso con serietà, come sempre aveva fatto, gli allenamenti.

Erano gli ultimi giorni di Novembre del 1928, gli alberi dei lunghi viali erano vestiti di foglie di tanti colori, sembravano dipinti da un pittore che aveva usato con molta maestria la sua tavolozza. La donna che lo ospitava si era dimostrata più gentile con lui, nella sua stanza Primo aveva letto alcuni giornali che riportavano la vittoria contro Epifanio Islas, e lo elogiavano, a differenza di quelli italiani che erano stati avari di complimenti e non avevano capito il suo spirito patriottico. La signora che lo ospitava, volle abbracciare Carnera, era felice per lui, e gli riferì che la gente la fermava per chiederle sue notizie. Primo le sorrise, e queste parole lo fecero diventare di buon umore. Carnera non aveva voluto mangiare in casa , era grande nel suo cuore la voglia di tornare al bistrot, indossava un vestito elegante che aveva acquistato in Italia.

A buon passo lo raggiunse, lo attendevano i soliti avventori che furono felici di salutarlo. Primo offrì da bere a tutti, e ben presto una cinquantina di persone entrò nel locale. Si sedette al tavolo e rispose in modo gentile a tutti, ma la sua felicità era raddoppiata nel momento in cui vide la ragazza. Era ancora più bella, i capelli sciolti sulle spalle, il volto dai lineamenti dolci, e Carnera sentì sobbalzare il suo cuore e la voglia di abbracciarla. La giovane mostrò alcuni ritagli di giornali, con delle sottolineature in rosso che pazientemente aveva incollato su alcune pagine di un album. Primo le chiese se quel giorno, visto che era libero, sarebbe potuta uscire con lui a fare una passeggiata per l’incantevole città. La giovane arrossì, e andò dal suo padrone, chiedendogli una giornata di libertà, che le fu concessa.

Nel frattempo Primo s’intratteneva a parlare con gli avventori che gli si avvicinavano per farsi firmare una sua foto. Prese in mano una rivista che raccontava la sua storia, quella del gigante con il cuore da cavaliere, che era vicino ai deboli, e aiutava i poveri. In un articolo c’era anche la sua foto sul ring, con i guantoni in segno di giubilo, e con grande sorpresa, alla fine della pagina riconobbe la foto dell’ufficiale dello zar con la descrizione delle sue vicissitudini, raccontate dal suo amico prete.

A Primo fece molto piacere leggere questa testimonianza e alzando lo sguardo verso il crocefisso, collocato vicino ad un quadro, ringraziò il buon Dio per quello che gli aveva dato. Quando si possiede qualcosa in più, bisogna condividerla con gli altri. La sua maestra gli diceva che ogni giorno bisogna trovare l’occasione per fare una buona azione. Il buon Dio premiava le persone dal cuore generoso, le faceva sentire in armonia con sé stesse e con il mondo intero. La ragazza non ci mise molto a prepararsi, vestiva in modo semplice e a Primo piacque. La gente li vide andarsene, alcune ragazze l’avevano invidiata, altri sorridevano per lei.

Quando furono in strada, camminarono per una buona mezz’ora senza parlare, la timidezza li aveva colti entrambi. Successivamente iniziarono a chiacchierare con più disinvoltura, s’erano dichiarati la loro simpatia reciproca, si misero ad esprimere i sogni che serbavano per il futuro e che speravano di realizzare assieme. Primo era venuto a conoscenza che i suoi amici del circo si trovavano in un paese vicino ad Arcachon e, aveva, pertanto, intenzione di rivederli. La giovane fu subito felice di conoscere il mondo in cui Primo aveva vissuto. Carnera era orgoglioso d’averla accanto. S’avvicinava il S. Natale e il pugile aveva deciso d’aiutarli, perché dopo la sua dipartita gli affari non andavano troppo bene. In piazza presero un taxi, e si fecero accompagnare al luogo dove era allestito il circo. Quando arrivarono lo spettacolo pomeridiano era iniziato da pochi minuti.

Alla cassa dovette insistere per pagare il biglietto, perché la cassiera, avendolo riconosciuto, lo voleva fare entrare gratuitamente. All’interno del tendone non c’erano molte persone. Si sedette nell’ultima fila per non nascondere la visuale a nessuno. Il presentatore dello spettacolo lo riconobbe, e subito disse che tra di loro era presente il campione di pugilato, Primo Carnera e la gente che non era molta si girò verso di lui e lo salutò. Poi chiamò l’amico pugile e il nano Antonio al centro del circo, perché la gente vedessero questi due grandi amici. Carnera lo prese in braccio come se fosse un bambino e gli diede un bacio. La cosa durò una manciata di minuti, Primo volle ringraziare il mondo del circo che era stata la sua famiglia per alcuni anni.

Carnera si mise a guardare lo spettacolo dei pagliacci, dove si esibiva il suo amico nano, e applaudiva. Qualcuno uscì per riferire che era arrivato il gigante buono e il circo si riempì di gente, con felicità del proprietario. Il vecchio circo dai tendoni con molte toppe aveva sempre resistito. Alla fine dello spettacolo, il presentatore chiese a Carnera di fermarsi anche a quello serale, perché la sua presenza avrebbe garantito il tutto esaurito. Carnera si fermò a bere qualcosa con gli artisti che lo festeggiarono per il suo ritorno insperato, e per questo dono. Qualche ora dopo il piccolo circo era strapieno di persone, che avevano saputo che come ospite c’era il gigante buono, l’uomo più forte del mondo. La ragazza che era assieme accettò di condividere quel tempo con chi ne aveva davvero bisogno e comprese che Primo era una brava persona con un grande cuore. Lo spettacolo serale fu un successo, la gente dovette attendere fuori perché non c’era più posto.

Quel giorno, si concluse con un grande abbraccio agli amici del circo, che non dimenticarono quel gesto. Alla fine si era fatto tardi, e salutando il direttore del circo gli consegnò una busta con del denaro, chiedendo che non ne parlasse con gli altri, anche se quei soldi sarebbero serviti per festeggiare il S. Natale con gaudio. Il direttore lo ringraziò molto e si salutarono. Carnera assieme alla giovane se ne andò a mangiare in un locale poco distante, in cui si fermava quando lavorava al circo. Rientrarono ad Arcachon, Primo riaccompagnò la ragazza a casa e si salutarono con un bacio e un abbraccio. Nella sua stanza s’addormentò serenamente, felice di quel piccolo contributo apportato ai suoi amici di un tempo. Il primo dicembre a Parigi, in una sala pugilistica gremita di gente che si faceva sentire, incontrò l’avversario, che era d’origine italiana, Costant Barrik, e lo stese alla terza ripresa. Il percorso di Carnera non si fermò e quel 1928 portò la sua quinta vittoria consecutiva, con la felicità del suo scopritore, Paul Journée, che coronava quest’anno in modo positivo. Alla fine del match Carnera si intrattenne con il suo avversario, constatando che stava bene e che non gli aveva fatto male con i suoi pugni. Il pugile sconfitto, si chiamava in realtà, Costantin Di Rocco, anche se aveva ottenuto la cittadinanza francese, conosceva l’Italia grazie ai suoi incontri, aveva combattuto due volte contro i fratelli Spalla, e ne era uscito sconfitto Era di due anni più giovane di Primo, ma aveva tanti match all’attivo e una esperienza maggiore, avendo combattuto molto all’estero, ma non gli era servita contro il roccioso Carnera.

Si salutarono con un abbraccio e un augurio, e il vincitore volle mostrargli la bandiera per la quale avrebbe combattuto fino all’ultimo giorno, quella Sabauda; lo sconfitto la baciò, perché era ancora la sua bandiera. Primo aveva passato il S. Natale con la famiglia della sua amica e si era fermato con loro anche per la cena. Non si era mai trovato bene come allora, tutti l’avevano fatto sentire come a casa.

Erano tanti anni che non passava un Natale in famiglia. Con la sua amica andò alla Messa di Mezzanotte celebrata nella bella chiesa del paese. Durante il rito chiuse gli occhi ed immaginò d’essere nella chiesa della sua amata Sequals, dove ritrovava i suoi vecchi amici e i famigliari che gli mancavano tanto. Nella chiesa era stato allestito un bel presepe con delle grandi statue. A Primo piacevano quelle della Natività, l’artista che le aveva scolpite doveva essere dotato di un grande talento, il volto della Mamma di Gesù era di una bellezza che non si poteva dimenticare. S’interrogava, come ogni anno, sul perché il Figlio di Dio fosse nato in una povera stalla e la risposta era che ogni uomo doveva essere umile e in pace con sé stesso e con gli altri. Quando la messa si concluse, prese la via di ritorno con la sua amica. Lungo la strada ammirava le luci accese nelle case, dove i bambini di sicuro non dormivano ma stavano davanti al presepe e gli anziani ricordavano i bei tempi in cui anche loro erano in grado d’uscire per la Messa di Mezzanotte. Arrivato nella sua stanza, pregò per la sua famiglia e chiese al buon Dio di darle serenità.

Le leggi antiebraiche in Italia

Con l'avvicinarsi del giorno della Memoria, considerati i consueti attacchi alla persona del Re Vittorio Emanuele III, dedichiamo all'argomento quanto più spazio possibile.
E per questo attingiamo dal  Professor Mola con un articolo pubblicato e scaricabile dal sito http://www.giovannigiolitticavour.it/


La connivenza della Chiesa, del parlamento e degli italiani succubi del Regime  

di Aldo A. Mola 

I termini: leggi “razziali” o antiebraiche? Affrontare in poco spazio un tema vastissimo come il varo della legge “contro gli ebrei” approvata dal Parlamento italiano il 14-20 dicembre 1938 è compito arduo, anche perché il tema è stato arato da molte opere sistematiche e da decine di migliaia di “memorie”, saggi e articoli. In premessa va precisato che il termine “leggi razziali” sotto il quale generalmente quelle norme vengono ricordate è improprio. E' più corretto parlare di provvedimenti, disposizioni e norme “nei confronti di ” (o “contro”, per evitare superflui eufemismi) cittadini italiani “di razza ebraica” e va precisato che in nessun titolo quella congerie di “atti” si riferisce a “israeliti”, cioè a italiani professanti la religione di Abramo. A parte il R.D. 7 settembre 1938, n.1381, Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri, tutta la normativa antiebraica partì dal presupposto che i destinatari delle misure vessatorie erano comunque cittadini italiani: condizione, questa, destinata a riflettersi sulla loro intrinseca contraddittorietà, Basti, a conferma, il secco rifiuto di Mussolini di espellere incondizionatamente tutti gli ebrei dal partito, come proposto da Achille Starace nella seduta del Gran consiglio del fascismo il 10 novembre 1938. L'insieme dei provvedimenti antiebraici si incardinò sul postulato che esistano le razze e, in quell'ambito, esistano la “razza italiana” e quella “ebraica”. La “questione religiosa” non venne contemplata dalla normativa in esame.

[...]

http://www.giovannigiolitticavour.it/documenti/LEGGI_ANTIEBRAICHE.pdf

28 Novembre 1938: Diario di Galeazzo Ciano

 


28 Novembre

Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova una "infinita pietà per gli ebrei".

Ha citato casi di persone perseguitate, e tra gli altri il generale Pugliese che, vecchio di ottant'anni e carico di medaglie e ferite, deve rimanere senza domestica.

Il Duce ha detto che in Italia vi sono 20.000 persone con la schiena debole che si commuovono sulla sorte degli ebrei.

Il Re ha detto che è tra quelli.

Poi il Re ha parlato anche contro la Germania per la creazione della 4 divisione alpina.

Il Duce era molto violento nelle espressioni contro la Monarchia.

Medita sempre più il cambiamento di si­stema.

Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni.

Ieri a Pesaro il comandante del Presidio ha reagito contro il Federale che aveva dato il saluto al Duce e non quello al Re.

Riunione per la cittadinanza agli arabi. Un forte battibecco tra Bal­bo e Starace perché il primo ha detto cose che suonavano offensive per l'a­zione del Partito.

Perth viene a vedermi a casa per concertare un comunicato sulla visita di Chamberlain a Roma. La notizia doveva restare segreta ma a Londra hanno parlato ed i giornali ne erano già pieni fino da questa mattina. Ho informato della visita e della sua genesi von Mackensen.



Jacomoni mi consegna una cartina con la dislocazione delle bande in Albania nonché il piano d'azione.

Pugliese, Generale di Corpo d'Armata a riposo.

venerdì 22 gennaio 2021

Eugenio Corti: centenario della nascita



Il 21 gennaio ricorre il centenario della nascita, nel 1921, di questo grande scrittore cattolico ed anticomunista, tornato alla casa del Padre il 4 febbraio 2014, Eugenio Corti, brianzolo, al quale si deve uno dei più grandi romanzi storici del ‘900, “Il cavallo rosso”, uscito nel 1983, nel quale parte non secondaria è quella della esperienza personale dell’autore, nella tragica campagna di Russia del 1942, e di un altro romanzo, anche questo storico ed autobiografico, “Gli ultimi soldati del RE”, che ricorda l’attività del ricostituito Regio Esercito, nella liberazione dell’Italia, dal dicembre 1943, Montelungo, all’aprile 1945 .

Uscito nelle edizioni ARES nel 1994, con successive numerose edizioni, è forse l’unica e più completa storia di questi reparti che, appunto dettero alla liberazione, un contributo non secondario, anche se poco conosciuto o misconosciuto., combattendo non con odio verso i tedeschi, ma per amore di patria, per cui terminata la guerra e versato un non indifferente tributo di sangue, tornarono con semplicità alle loro case, senza vanterie, ma con la serena, semplice coscienza di avere fatto il proprio dovere. 

Atteggiamento ben diverso da chi aveva invece combattuto per instaurare una diversa dittatura, che Corti aveva conosciuto in Russia, e che ancor oggi si arroga diritti, scava solchi e vanta un monopolio inesistente nella e della guerra di liberazione.

Domenico Giglio