NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 9 settembre 2024

FARE LO STATO: VITTORIO EMANUELE II (1861-1878)

 


di Aldo A. Mola

 

Il Re e i suoi ministri: Cavour, Casati, Rattazzi...

La storiografia è stata ingenerosa nei confronti di Vittorio Emanuele II. È comprensibile. Il primo Re d’Italia si attirò l’odio inestinguibile dei laudatores degli Stati preunitari, soprattutto i borbonici, dei papisti, dei tardofederalisti, dei veteromazziniani, dei proto e postsocialisti e poi di quanti, passeggiando nei corridoi di biblioteche e di chiostri, spiegarono che, loro sì, avrebbero fatto l’Italia meglio di quanto seppero farla “Monsù Savoia” e i suoi generali e ministri, rudi e buzzurri.

   Si dimentica o viene lasciato sotto traccia che per unire l'Italia Vittorio Emanuele II gettò tutto sul tavolo della storia. Il colloquio di Plombières tra Cavour e Napoleone III il 20-21 luglio 1858 fu importante, ma va ricordato che esso prese corpo solo con la firma del trattato di alleanza tra regno di Sardegna e impero di Francia sottoscritto a Torino il 26 gennaio 1859 dal principe Gerolamo Napoleone, suggellato dalle nozze tra l'ultimogenita del Re, Clotilde, e il napoleonico “Plon-Plon”. Va aggiunto che sin dalla genesi dell'alleanza il Re accettò di cedere alla Francia non solo la contea di Nizza ma anche la sua originaria Savoia: un sacrificio che non era solo di chilometri quadrati ma nelle scelte di quanti dovettero optare tra nuova cittadinanza e memoria di secoli di storia.

    Riconoscere la centralità del Re non comporta alcuna sottovalutazione del ruolo svolto da Cavour, che rimase il suo punto di riferimento. Significa però constatare che Re Vittorio fu sempre il garante personale della continuità dello Stato in un’epoca nella quale era normale che i ministri cambiassero mentre le decisioni supreme spettavano a imperatori e re. Fu Vittorio Emanuele, non Cavour, a capire che il regno di Sardegna non poteva continuare da solo la guerra contro l’Austria e a sottoscrivere “per quello che lo riguardava” l’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859) deciso da Napoleone III e Francesco Giuseppe. Con quella adesione non tradì la causa, l’unificazione italiana, che non rientrava negli obiettivi immediati di nessuno dei suoi ministri, a cominciare da Cavour, ma ne consolidò le premesse, conscio che il Regno di Sardegna doveva muoversi negli spazi via via permessi dal concerto europeo. Ogni spostamento di confini esigeva il consenso delle potenze e non doveva generare “rivoluzioni”.

   Nel piccolo e ancora informe regno sardo-lombardo il governo La Marmora-Rattazzi in pochi mesi varò leggi poi estese a quello d’Italia e rimaste in vigore per molti decenni, come la riforma della scuola di Gabrio Casati e quella di comuni e province dovuta a Urbano Rattazzi. Il Re fu il cardine della politica estera imperniata su rapporti personali. Non esitò a valersi anche di reti cospirative. I commissari e i dittatori nei ducati padani e nel granducato di Toscana godevano della fiducia del sovrano. “Italia e Vittorio Emanuele” era l’insegna della Società Nazionale di Daniele Manin, Giorgio Pallavicino Trivulzio, Giuseppe La Farina e soprattutto di Giuseppe Garibaldi, che, generale dal 1859, sbarcato in Sicilia, a Salemi si proclamò dittatore in suo nome.

 

Perché “II”?

Vittorio Emanuele deluse Francesco Crispi e i tanti che alla proclamazione del regno volevano che mutasse l’ordinale Secondo in Primo perché Re della Nuova Italia. Avevano le loro ragioni. Il cambio comportava una cesura. Avrebbe conferito al Parlamento un ruolo costituente, almeno per evidenziare un “prima” e un “poi”. Voleva anche far intendere che il Re non aveva fatto tutto da solo. Ma anche la continuità aveva i suoi fautori, e prevalse. La legge istitutiva del regno fu un capolavoro di equilibrismo: «Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia» (14 marzo 1861). Il sovrano divenne Re del Paese che possedeva e rimase tale «per grazia di Dio», a norma dello Statuto, legge «fondamentale, perpetua ed irrevocabile della monarchia». Per la legge 17 aprile 1861 Vittorio Emanuele II firmò leggi e decreti come «Re per grazia di Dio e volontà della nazione Re d’Italia». L'evocazione della nazione fu l'atteso riconoscimento del concorso dei “popoli d'Italia” alla realizzazione dell'impresa che fino alla sua vigilia sembrava impossibile. Per la prima volta nella storia, inclusa quella “augustea” che non comprese le tre grandi isole, l'Italia era uno Stato unitario, indipendente, sovrano. Riconosciuta anche dall'Impero austro-ungarico, suo nemico storico, nella conferenza diplomatica di Londra (1867) essa sedette a pieno titolo nella Comunità internazionale.

   Per ascendere a Re d’Italia Vittorio Emanuele debellò sovrani e annesse terre dello Stato pontificio: le Legazioni dell’Emilia Romagna prima, Marche e Umbria poi (“fate, ma fate in fretta” suggerì Napoleone III agli emissari di Re Vittorio, che lo informarono dell'imminente invasione). Il conflitto però non rimase circoscritto alla sfera del potere temporale. Investì il primato della chiesa nella vita pubblica. Da scontro con il papa-re divenne contesa con il Pontefice. Vittorio Emanuele II era e fu sempre figlio devoto della chiesa, ma non poté impedire che il governo imboccasse la strada della secolarizzazione della società. Sin dalle leggi Siccardi il sovrano entrò in conflitto con Pio IX, che rispose con le armi in suo possesso: non esitò a scomunicare il re, i suoi ministri e l'intera dirigenza statuale.

   Malgrado l'interdetto pontificio, il Re ora assecondò ora non ostacolò l’azione di quanti mirarono a risolvere la questione romana in maniera sbrigativa: lasciando briglia sciolta, almeno in primo tempo e troppo a lungo, a iniziative militari. Fu il caso dei governi presieduti da Urbano Rattazzi nel 1862 e nel 1867. In entrambi i casi Garibaldi organizzò spedizioni militari nella convinzione di avere il tacito avallo del sovrano e l'assenso del governo. Nel 1862 dallo sbarco a Palermo al suo passaggio in Calabria trascorsero settimane, durante le quali il generale proclamò in tutti i modi il suo proposito: «Roma o morte.» Moltiplicò logge massoniche per iniziarvi i suoi seguaci. Il drammatico scontro sull’Aspromonte nacque dall’ambiguità e dall’illusione di porre ancora una volta l’Europa dinnanzi al “fatto compiuto”. Altrettanto avvenne nel 1867, con il tragico epilogo di Mentana. Entrambe le volte il governo dovette procedere all’arresto del generale rischiando di compromettere l’immagine di Vittorio Emanuele II sia dinnanzi ai democratici, sia agli occhi dei governi esteri, indotti a considerare l’Italia causa permanente di crisi anziché garanzia di stabilità: l’opposto di quanto ci si era attesi dal riconoscimento del regno. All'indomani della sconfitta di Napoleone III a Sedan da parte dei prussiani di Bismarck (2 settembre 1870) il governo Lanza-Sella ordinò l’assalto e l’espugnazione di Roma proprio per scongiurare il peggio: un’insorgenza di garibaldini o, peggio, di mazziniani, che avrebbe causato l’intervento militare internazionale come nel 1849. Anziché coronamento dell’unità Roma rischiava di fare da detonatore di un ventennio di contraddizioni. Perciò il governo s’affrettò a farvi celebrare il plebiscito che ne avallò l’annessione alla corona sabauda.

   Da quel momento Vittorio Emanuele II si trovò più alto e più solo.

 

Le aperture “a sinistra” e il ricordo di Isacco Artom

Il crollo di Napoleone III e l’avvento della Terza Repubblica francese generò nuove ansie. L’Italia aveva bisogno di sicurezza sul debolissimo confine con l’Impero d’Austria. La Triplice alleanza difensiva con Berlino e Vienna fu stipulata nel 1882, un anno dopo l’imposizione francese del protettorato sulla Tunisia. Essa era però “
in nuce” sin dal 1870, quando la proclamazione della Terza repubblica Oltralpe alimentò le speranze al di qua e in tanti ripresero a cospirare contro la monarchia. Ancora una volta il Re mise in gioco la Casa. Il secondogenito, Amedeo duca d’Aosta, già preconizzato Re di Grecia, accettò la corona di Spagna a conclusione di una complessa trama condotta in porto anche grazie alle relazioni segrete dirette tra il sovrano e politici eminenti quali il generale Prim, àuspici alti dignitari massonici. Il regno di “don Amadeo Primero” durò poco più di un anno. Fu però sufficiente a mostrare che i Savoia si accollavano responsabilità per la conservazione della pace europea. Maria Pia, una delle figlie di Vittorio Emanuele II, era regina del Portogallo. Nel 1873-75 Vittorio Emanuele II compì visite di Stato a Vienna e a Berlino e ne venne ricambiato.

   Morto Giuseppe Mazzini (1872), la Sinistra storica si separò nettamente dai repubblicani, le cui speranze di riscossa si affidavano a crisi interne gravissime che nessun patriota si augurava. Dal 1867 autorevoli esponenti della Sinistra, come Agostino Depretis e Michele Coppino, entrambi massoni, avevano fatto parte del governo. Con l’avanzata nelle elezioni del 1874 la Sinistra risultò candidata a guidare il Paese. Le guerre per l’unità e l’indipendenza erano definitivamente alle spalle. Mai dimentico di Trento e di Trieste, anche Garibaldi, l’antico condottiero della Rivoluzione, dedicava le residue energie a trasformare Roma in città moderna: argini del Tevere, un porto commerciale, un’ampia area industrializzata... Nel 1875 andò in visita al Re, che lo accolse al Quirinale avendo a fianco il generale Giacomo Medici, l’eroe del Vascello.

   Alla caduta del governo Minghetti-Visconti Venosta (18 marzo 1876) Vittorio Emanuele non esitò a conferire la presidenza del consiglio a Depretis. Lo storico Walter Maturi ha scritto che quello fu il suo “ultimo grande atto politico”. Il Re provò che il Risorgimento era compiuto e la Nuova Italia era unita attorno alla Corona, per la realizzazione della “missione” che Quintino Lanza aveva enunciato dall'annessione di Roma: il trionfo della Scienza. Nel 1877 la Sinistra riorganizzò le proprie file: fissò i termini entro i quali dovevano contenersi le tenzoni parlamentari. Le possibili crisi di governo non avrebbero più investito le istituzioni.

   Il ricordo più commosso e penetrante del “padre della patria” venne confidato da Isacco Artom, antico segretario di Camillo Cavour, al massone Beniamino Manzone, un professore originario di Bra, nel Cuneese, chiamato a Roma nel 1895 per fondare e dirigere una rivista storica del Risorgimento italiano nell’imminenza del quarto di secolo da Porta Pia. Il Venti Settembre 1895 vennero scoperti al Gianicolo il monumento di Giuseppe Garibaldi a cavallo e in piazza Cavour quello dello statista torinese. Artom ricordò a Manzone che le relazioni tra Re Vittorio e Cavour “pur troppo” non sempre erano state cordiali, ma il Re non esitò mai a fare il primo passo per riconciliarsi, anche al prezzo delle “sue simpatie personali”. Aveva quell’alto senso dello Stato che troppo a lungo la storiografia ha sottaciuto. «La morte del Conte troncò pur troppo prematuramente quella provvidenziale collaborazione d’un grande Sovrano e d’un grande uomo di Stato, spettacolo così raro nella storia delle nazioni […]. Morto Cavour, Re Vittorio rimase la sola incarnazione dell’unità italiana. È giusto proclamarlo altamente […] Egli non esitò mai a compiere arditamente la sua grande missione storica. Ricordo un’udienza che egli mi accordò al mio ritorno dalla Danimarca, dove ero stato suo inviato. Era l’epoca infelicissima seguita a Mentana. Mi accolse con grande affabilità. Nel cuor dell’estate, dall’aperta camicia, si scorgeva il suo fulvo petto leonino. Mi strinse con forza la mano e mi congedò dicendomi: Non dubitate, fra breve saremo a Roma!.»

   Mantenne la parola e suo figlio Umberto I proclamò Roma “conquista intangibile”.

 

Per cementare l'unità nazionale: le “nobilitazioni”

Per cementare l'unità nazionale il Re si valse dell'opera del “suo” governo e delle Camere, che per statuto compartecipavano alla legiferazione. In pochi anni i governi presieduti da Agostino Depretis, Benedetto Cairoli e Francesco Crispi compirono miracoli. Ancora vivente Re Vittorio, Michele Coppino ottenne la scuola obbligatoria e gratuita. Il suo successore all'Istruzione, Francesco De Sanctis, impose l'edificazione di scuole e palestre e l'educazione fisica femminile. Le condizioni degli insegnanti, come di tutti i pubblici impiegati, vennero migliorate. La rete ferroviaria ebbe nuovo impulso. Dopo la devastante epidemia di colera (1867) furono gettate le basi della prima legge sanitaria del regno voluta da Crispi e da Luigi Pagliani, nativo di Genola (Cuneo), che istituì i medici e i veterinari condotti.

   Re Vittorio colse il desiderio profondo di “riconoscimento” dei cittadini che si mobilitavano a sostegno dello Stato Nuovo. Riordinò pertanto gli ordini cavallereschi: quello della Corona d'Italia, meramente civile, suddiviso in cinque classi (cavaliere, cavaliere ufficiale, commendatore, grand'ufficiale, gran croce), quello Militare e quello religioso-cavalleresco della Casa, l'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, con identico impianto. Tutto era stato previsto dal Re Magnanimo. Lo Statuto albertino sancì «Il Re può creare altri ordini e prescriverne gli statuti» e conferire altresì «nuovi titoli di nobiltà» (artt. 78-79). Poiché la Nuova Italia non riconobbe le onorificenze attribuite  dai sovrani preunitari, le nuove “ordinazioni” si susseguirono a ritmo serrato a beneficio di magistrati, ufficiali, sindaci, presidenti di consigli provinciali, notabili, imprenditori di successo, segnalati dalla catena ministeri-prefetti.

   Particolarmente sollecito fu l'adeguamento del Regio Senato ad assemblea propriamente nazionale. Dal febbraio 1860 si susseguirono imponenti “infornate” di nuovi patres che, a giudizio unanime, immisero nella Camera Alta gli esponenti più autorevoli del patriottismo degli Stati preunitari. Tra i Lombardi ed emiliani figurarono Giorgio Pallavicino Trivulzio e Manfredo Fanti. Fra i toscani spiccarono Gino Capponi, Raffaello Lambruschini, Cosimo Ridolfi. L'arabista Michele Amari aprì l'infornata di 56 senatori dell'Italia meridionale, seguito da Ruggero Settimo e Benedetto Paternò Castello di San Giuliano. Altrettanto avvenne con l'annessione del Veneto e di Roma. Nominati senatori Giuseppe Verdi, Aleardo Aleardi, artisti e scienziati, Re Vittorio conferì il laticlavio ad antichi cospiratori del 1821, come Giambattista Michelini, al garibaldino Vincenzo Sprovieri e al poeta Giovanni Prati.

   Ma vi fu un terreno sul quale Re Vittorio si mosse con libertà di scelta e singolare lungimiranza: il conferimento dei Collari di Cavalieri della Santissima Annunziata (classe unica), comportante il rango di “cugino del re”. Mentre Carlo Alberto ne aveva insignito esclusivamente cattolici, il 13 luglio 1849 suo figlio conferì il primo Collare a Luigi Napoleone Bonaparte, il presidente della Repubblica francese, che, carbonaro e cospiratore da giovane, aveva appena annientato la Repubblica Romana di Giuseppe Mazzini, Armellini e Saffi, difesa dall'indomito Garibaldi. Ne fregiò poi i Re di Spagna e Portogallo, principi luterani, Gerolamo Bonaparte, già Re di Westfalia e massone, e vari granduchi di Russia, ortodossi. Tra i regnicoli spiccarono Cavour e il fedelissimo Salvatore Pes di Villamarina. La vera svolta giunse il 24 settembre 1861, quando, da poco proclamato Re d'Italia, conferì il Collare all'imperatore di Turchia, cui seguirono lo scià di Persia e il bey di Tunisi, sino al kedivé d'Egitto, Ismail Pacha: tutti islamici. Il riferimento al culto della Santissima Annunziata cedette il passo alla valenza politica del rango di “cugino del re”. Il sovrano era lo Stato. Da Roma, come già il papa, anche il Re guardò al mondo. L'Italia aveva interessi prioritari: il Mediterraneo centro-orientale, la rotta da Suez alle Indie e oltre, il Medio Oriente… Dopo un anno di regno, Umberto I allargò il compasso. Creò “cugino” Motsu-Hito, imperatore del Giappone. L'Italia stava fronteggiando il rilancio della sericoltura dopo anni disastrosi. Ancora priva di colonie e di “basi”, a differenza degli altri Stati europei, inclusi i Paesi Bassi, aveva urgenza di ottenere protezione per le proprie navi. Nata da poco, quell'Italia giù guardava lontano.

Aldo A. Mola

 

 

La salma del Re. Al Pantheon o al Campidoglio?

Il 9 gennaio 1878 Vittorio Emanuele II morì dopo breve malattia polmonare. Aldo G. Ricci ha ricostruito fedelmente la missione svolta da don Valerio Anzino per amministrargli il viatico della buona morte, malgrado gli intralci frapposti da alcuni ecclesiastici rigoristi e interferenze dell'archiatra di corte. Nessuno era pronto al drammatico evento. Il Re si congedò dal figlio commettendogli il “brut fardèl” della Corona. Iniziò una breve, serrata disputa sulla destinazione della salma. Quando il 15 gennaio si seppe che il governo intendeva collocarla al Pantheon, come documenta Alessandro Liviero nell'imponente “Le origini della Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon, 1859-1878” (BastogiLibri, 2024), dal Piemonte i fautori di Superga levarono proteste sdegnate.

   Altri, sempre da Torino, respinsero duramente la scelta. La “Gazzetta del Popolo”, diretta da Giovanni Battista Bottero, scrisse che il Panteon (sic!) è il tempio eretto agli dei dell'Olimpo da un generale predatore (Menenio Agrippa) favorito di Augusto e «sequestrato a favore della vergine dal governo dei papi»: un luogo umido, esposto alle esondazioni del Tevere, ristretto e inadatto a manifestazioni solenni. Se proprio Roma doveva conservare le spoglie del Gran Re, meglio allora il Campidoglio e se non si poteva toccare la piazza michelangiolesca, a peggio andare bisognava ripiegare sull'Ara Coeli, una “nuova Superga” per i Re d'Italia. L'autore non aggiunse che quel tempio era in dotazione dei francescani, l'ordine di fra' Giacomo da Poirino che, avendo assistito Camillo Cavour morente, era stato chiamato a rapporto da Pio IX e duramente sanzionato.

   “Fare l'Italia” era un'impresa ancora ardua. Ma le manifestazioni di cordoglio per la morte del Re Galantuomo provarono che lo Stato era sulla buona strada.


 



mercoledì 4 settembre 2024

Le origini della Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon


“GUARDIA D'ONORE” A TORRE SAN GIORGIO (CN)

Alle h.21 di mercoledì 25 settembre nella Pinacoteca Sismonda - Casa Bonino di Torre San Giorgio (attigua alla Parrocchiale) Alessandro Liviero presenta “Le origini della Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon, 1859-1878” (ed. Roma, BastogiLibri, pp. 590), primo panorama esauriente dell'associazionismo dei veterani delle patrie battaglie, dal quale nacque l'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Il pregevole volume, ampiamente illustrato, raccoglie migliaia di documenti: un mondo sconosciuto di passioni civili e di orgoglio di poteva dire: “io c'ero”. Con Liviero (Aosta, 1957), ricercatore di storia, già autore di numerose opere, intervengono Aldo A. Mola, prefatore, e gli storici  Giovanni Rabbia e Alessandro Mella, studiosi del Risorgimento italiano.

L'evento è organizzato dalla Associazione Libertas di Torre S. Giorgio, presieduta da Branca Lore Muller, con adesione di Associazione di studi storici Giovanni Giolitti, Consulta dei Senatori del Regno, Centro Studi Piemontesi e altri sodalizi.

Al centro dell'Opera vi sono anzitutto luoghi e uomini del Vecchio Piemonte, che accolse e valorizzò patrioti da tutti gli Stati pre-unitari e generò l'unità nazionale all'insegna “Italia e Vittorio Emanuele”. 

Segue rinfresco.     




 

martedì 3 settembre 2024

VITTORIO EMANUELE II IL GRANDE RE




                                          

                                          

di Aldo A Mola

 

Il “mestiere” del Re

   Nel 150° della proclamazione del Regno d'Italia (2011) celebrazioni, convegni e narrazioni si concentrarono su Mazzini, Garibaldi e Cavour. Vittorio Emanuele II rimase in seconda fila. In molte regioni e all'estero non se ne parlò quasi o per nulla. Eppure l'unificazione nazionale nacque grazie a lui. Per un giudizio obiettivo, il Re Galantuomo, come anche fu detto, va collocato in una visione panoramica nella sua epoca. Nel centenario dell'annessione di Fiume (1924), che coronò il secolare cammino del Risorgimento, è doveroso riflettere sul ruolo svolto dalla Monarchia Sabauda nell’avvento dell'Unità e dell’indipendenza dell'Italia: due “carte di credito” concesse alla sua persona dal “concerto delle grandi potenze”. Dopo complesse vicende e l'ipotesi di un congresso internazionale per deciderne le sorti, Gran Bretagna e Francia, all'epoca egemoni, imboccarono la scorciatoia: lasciare che gl’italiani decidessero da sé, a patto però che il rappresentante della dinastia più antica del continente se ne facesse garante. Era un Re costituzionale. Vittorio Emanuele II gettò sulla bilancia della storia la Corona, il governo e il parlamento bicamerale che lo sosteneva. Non era solo. Aveva alle spalle una dirigenza vastissima e sperimentata che operava in nome della nazione italiana. Il nuovo Stato non doveva essere succubo di potenze estere né esposto alla possibile vendetta dell'impero d'Austria, escluso dal dominio diretto e dall'influenza esercitata sull'Italia dal 1715, a parte la breve parentesi di Napoleone I.

   Per comprendere come le grandi potenze finirono per accettare l’avvento della Nuova Italia bisogna riflettere sul percorso seguito da Casa Savoia dalla Restaurazione del 1814 al 1859-1860, gli anni decisivi. Ma anzitutto occorre interrogarsi sulla peculiarità del “Re”, una persona “predestinata” dalla nascita, anzi dalle nozze dei genitori, frutto di strategie matrimoniali perfezionate nei secoli. Sin da bambino il sovrano viene educato al “mestiere di Ee”. E' tale in ogni momento. La sua giornata può essere piena di noia o di stravaganze, di esercizi fisici, studio, impegni di corte o personali. È sempre quella di chi detiene la somma dei poteri per diritto ereditario e li trasmette al successore. Tra le sue peculiarità vi è che non spetta a lui stabilire chi ne assumerà la corona. L’erede gli è assegnato dalle leggi della Casa: un figlio o il maschio prossimo in grado, a sua volta formato per “fare il Re”, una “missione” assegnata dalla Storia.

   Nei centocinquant’anni dalla proclamazione del Regno, l’Italia ha vissuto tante prove, anche dure, difficili, amare. La sua unità ha retto. Oggi è propugnata anche da antichi avversari del suo avvento, come la Conferenza episcopale italiana. Ha subìto e subisce critiche, anche severe e talvolta ingenerose, ma nessuno Stato oggi ne mette in discussione la sovranità. L’Italia dunque c’è. I suoi confini politici non coincidono con quelli geografici. Ma questo vale per tutti i paesi del mondo, a cominciare da quelli d’Europa, che non furono disegnati col righello su spazi indefiniti ma sono frutto di processi politici e militari millenari. La Repubblica italiana odierna non ha più il limes raggiunto nel 1924, ma neppure quell’acquisizione compensò le mutilazioni del 1860, quando il regno di Sardegna cedette Nizza alla Francia. Al di là delle rettifiche di frontiera imposte dal trattato di pace del 10 febbraio 1947 la realtà è chiara: l’Italia è uno Stato unitario, indipendente e sovrano, come può esserlo nell'ambito della comunità internazionale, fatta di alleanze, trattati, vincoli, devoluzioni e dal riconoscimento di poteri sovranazionali, riconosciuti a vantaggio della sua sicurezza.

   Tutto ciò conferma la grandiosità dell’opera realizzata da o nel nome di Vittorio Emanuele II di Savoia, ultimo sovrano di Sardegna, primo capo di Stato della Nuova Italia. Com’è scritto sulla sua tomba al Pantheon, egli fu e rimane il “Padre della patria”. Quando venne pensata, quella formula sembrò timida. Non si volle scrivere “Re d’Italia” per non spargere sale sulle ferite di papa Pio IX, che non riconosceva la debellatio dello Stato pontificio attuata da Vittorio Emanuele II nel 1859-1870. A distanza di tempo, constatato quanto sia complesso tenere insieme il Paese, essa risulta più suggestiva e pregnante di ogni altra. Poco conta se e quanto Re Vittorio abbia prefigurato tutti i molteplici passaggi. Di certo si mise in campo di persona, mostrando coraggio e determinazione, e condivise la meta, che non fu un mero ingrandimento dei domini della Casa, ma rispose alle attese di varie generazioni di patrioti: dall’illuminismo di fine Settecento ai liberali costituzionali del 1820-1831, dalle sette segrete ai protagonisti della prima guerra per l'indipendenza.

   Vittorio Emanuele II ascese al trono il giorno della sconfitta a Novara (23 marzo 1849), quando sembrava che tutto fosse perduto. Suo padre, Carlo Alberto, battuto sul campo dagli austriaci, si riscattò con l’abdicazione e l’immediata partenza per l’estero. Padre e figlio non si videro più. Il sacrificio degli affetti personali è tra i prezzi della Corona. Il regno di Sardegna era isolato. Dieci anni dopo, però, nell’aprile 1859 re Vittorio  scese in guerra contro l’Impero d’Austria. Aveva a fianco l’Imperatore dei Francesi, Napoleone III, e prevalse. Mostrò che i piemontesi sapevano battersi. Due anni dopo, il 14 marzo 1861, il parlamento lo proclamò re d’Italia. Il 29 dicembre 1870, tre mesi dopo la “breccia di Porta Pia”, entrò in Roma. In due decenni la carta politica dell’Italia era cambiata completamente. Nel 1848 vi si contavano otto Stati. Nel 1870 ve n’era uno solo, quello d’Italia. Trento e Trieste continuavano ad appartenere alla corona d’Austria, ma non avevano il rango di regno, com’era stato il Lombardo-Veneto con Napoleone e lo stesso Impero asburgico.

 

La formazione del “Re guerriero”

Dalla nascita Vittorio Emanuele venne preconizzato Re di Sardegna. A Torino regnava Vittorio Emanuele I, settimo dei dodici figli di Vittorio Amedeo III e di Maria Antonietta di Borbone (Casa di Spagna). Il primogenito, Carlo Emanuele IV dal 1802 era stato costretto a ridursi Re in Sardegna. Dedito a pratiche devozionali, abdicò a favore di Vittorio Emanuele che nel 1814, alla caduta di Napoleone I, fu restaurato sugli Stati di Terraferma, e ottenne l’intera Liguria. Da Maria Teresa d’Asburgo-Este, Vittorio Emanuele I ebbe cinque figlie e un maschio, morto nel 1799 a soli tre anni. In Casa Savoia valeva la legge salica, cioè la successione di maschio in maschio secondo le patenti emanate da Vittorio Amedeo III nel 1780-1782 regolanti le nozze dei principi del sangue, ottimamente illustrate da Andrea Borella nell'“Annuario della Nobiltà Italiana” (2015-2020). La Corona era dunque destinata a suo fratello minore, Carlo Felice. Nel marzo 1821 Vittorio Emanuele I abdicò per non concedere la costituzione vigente in Spagna, chiesta dai “liberali” (aristocratici, militari e autorevoli borghesi) e già introdotta nel regno delle Due Sicilie. In attesa che Carlo Felice rientrasse da Modena, ove era ospite del cognato, la reggenza fu assunta da Carlo Alberto (1798-1849), discendente da Tomaso di Savoia, principe di Carignano, figlio di Carlo Emanuele I, duca dal 1580 al 1630. Questi concesse la costituzione con la riserva dell'approvazione del Re e la conferma della libertà dei culti ammessi, contrariamente a quanto previsto dalla Carta spagnola, ma poi non condivise la “rivoluzione piemontese” capitanata da Santorre di Santarosa. Su ordine perentorio di Carlo Felice, il principe lasciò il Piemonte alla volta della Toscana il cui granduca era un Asburgo. Sposato con Maria Cristina di Borbone (ramo Due Sicilie), il nuovo Re di Sardegna non aveva eredi diretti. Il maschio prossimo era Carlo Alberto, suo parente di tredicesimo grado, il cui diritto al trono era stato in discussione nei primi tempi della Restaurazione non tanto perché i genitori avessero mostrato simpatie per la Francia rivoluzionaria e perché era stato conte dell'impero napoleonico, quanto perché il Regno di Sardegna faceva gola a tutti. Però la devoluzione della sua corona a Vienna avrebbe portato l'impero asburgico a confinare con la Francia: motivo scatenante di una nuova guerra per l'egemonia europea. L’impero russo, la Gran Bretagna, la Prussia e persino la piccola Svizzera per molti motivi non sarebbero stati a guardare, non tanto per mire dirette sui domini sabaudi ma per i danni derivanti dall’ingrandimento dell’una o dell’altra potenza continentale. Proprio i princìpi cardinali del Congresso di Vienna (1815), cioè il ripristino del legittimismo e l’equilibrio tra le potenze, spianarono la via al riconoscimento di Carlo Alberto quale principe ereditario.

   Dopo i fatti del Ventuno, Carlo Alberto rimase “sotto osservazione”. Carlo Felice fu scostante nei suoi confronti. Era però anche il modo più sicuro per tenere la Casa al riparo da interferenze esterne. La formazione dei figli di Carlo Alberto, Vittorio Emanuele e Ferdinando, divenne un affare di Stato. Il primo nacque a Torino il 14 marzo 1820, il secondo il 15 novembre 1822. Pochi mesi dopo la nascita del primogenito, la sorella di Carlo Alberto, Maria Elisabetta, andò sposa all’arciduca d’Austria, Ranieri d’Asburgo. La strategia matrimoniale procedeva su spazi vastissimi, in secolari, come ricorda il dovizioso “Album di famiglia. I Savoia e le Case Reali di Francia” curato da Gustavo Mola di Nomaglio (Centro Studi Piemontesi, 2023). 

   Rientrato dal lungo forzato soggiorno in Toscana (maggio 1824), Carlo Alberto affidò i figli a due savoiardi, la governante Nicoud e il sacerdote Andrea Charvaz, poi vescovo di Pinerolo e Cavaliere  della SS. Annunziata. Con la Consorte, Maria Teresa d'Asburgo-Lorena, si occupò personalmente della loro educazione. Tradusse dal tedesco i Contes moraux pour l’enfance. Nel 1830 Carlo Felice nominò governatore dei giovani principi il cavaliere Cesare Saluzzo di Monesiglio e suo vice Giuseppe Gerbaix de Sonnaz, integrati da un sottogovernatore e da un viceprecettore, padre Lorenzo Isnardi, appartenente alla congregazione degli scolopi, noti per aperture “liberali”. La giornata dei principi non era oziosa. Dalle 5 del mattino alle 9 di sera si susseguivano devozioni, lezioni, studio, esercizi fisici, incontri protocollari e un’ora con la Regina, talvolta con il padre.   

   Vittorio Emanuele non brillò negli studi. Si applicava poco e male. Nel 1832 gli esaminatori scrissero: “può dirsi […] non abbia saputo niente di niente”. I principi studiavano religione, grammatica e letteratura francese e italiana, lingua latina, economia, nozioni di fisica, chimica e agronomia, geografia, arte militare e strategia, storia della Casa. I docenti erano tutti di prim’ordine, destinati a cattedre universitarie, se già non le ricoprivano: Angelo Sismonda, Giuseppe Dabormida, Agostino Chiodo, il grecista Boucheron e Carlo Sobrero, colonnello d’artiglieria, zio di Ascanio, inventore della nitroglicerina e a sua volta zio della moglie di Giovanni Giolitti, Rosa. A differenza del fratello minore, il principe ereditario prestava scarsa attenzione, non memorizzava, si mostrava svogliato, ricordava poco. Ma si destava quando si parlava d’armi e di storia dei Savoia, di sistemi difensivi, fortificazioni, battaglie, armi, cavalli...

 

Riforme e Statuto

   Nell’agosto 1847 il ventisettenne Duca di Savoia sedette per la prima volta nel Consiglio della Corona. Dall’elezione di Pio IX (1846) l’Italia era percorsa da aperte pulsioni liberali. Massimo d’Azeglio aveva pubblicato il Manifesto per un’opinione nazionale. La borghesia premeva per le riforme. Al conte di Castagnetto il duca confidò che bisognava mettere un freno e avvertì: “Vedo che la repubblica s’avvicina”. Non sbagliava. Nell’autunno 1847 Carlo Alberto concesse libertà di stampa ed elezione dei consigli comunali e divisionali, ma sindaci e intendenti di province e di divisioni rimasero di nomina regia. In poche settimane fiorirono quotidiani di tutte le tendenze. La gara per le elezioni assorbì entusiasmi che diversamente si sarebbero riversati in altre direzioni e avrebbero messo in discussione le prerogative della monarchia. Nel gennaio 1848 la pressione crebbe di tono. L’8 febbraio Carlo Alberto annunciò l’imminente promulgazione dello Statuto: una decisione che divise la corte tra chi la riteneva un passo saggio e ponderato, una concessione anziché un cedimento, e chi la considerava invece anticamera di rivolgimenti incontrollabili. Tra i motivi di allarme nelle file dei moderati vi fu la violentissima campagna di opinione contro la Compagnia di Gesù, accusata di complottare ai danni dello Stato. I gesuiti furono costretti a lasciare il Regno. Il 17 febbraio un Regio editto riconobbe parità di diritti civili e politici ai valdesi. Seguì la piena parificazione degli ebrei.

   La svolta vera però venne dall’estero. Il 22 febbraio Parigi insorse. Luigi Filippo, il Re borghese, riparò in esilio. Nacque la Seconda Repubblica. Per il Piemonte fu un giorno difficile. Anche il moderato Camillo Cavour, che avanzava dubbi sul Senato di nomina regia e vitalizio, capì che non si poteva andare molto oltre lo Statuto, elargito motu proprio anziché estorto. Il pilastro portante della monarchia rimaneva l’Armata: ufficiali orgogliosi di secoli di fedeltà alla Casa e ai suoi simboli, a cominciare dall’Azzurra Coccarda.

   Il 4 marzo il re promulgò lo Statuto. Da consultiva la monarchia divenne rappresentativa. Il 23 Carlo Alberto dichiarò guerra all’Impero d’Austria. Vittorio Emanuele, comandante di una divisione di riserva, fece brillantemente la sua parte, mostrando tempra generosa e pugnace, da Pastrengo (30 aprile 1848) a Custoza (23 luglio) e, alla ripresa del conflitto (marzo 1849), a Mortara e Novara. Nella battaglia le perdite degli asburgici furono superiori alle piemontesi, ma l’Impero asburgico, pacificato dopo mesi di rivoluzioni e la feroce repressione dell’insurrezione in Ungheria, aveva riserve immense mentre il Piemonte era allo stremo. Il Re abdicò e partì per l'esilio. Vittorio Emanuele ebbe la Corona, senza alcuna cerimonia. Carlo Alberto morì a Oporto a fine luglio, volgendo le ultime parole ad Alessandro Riberi, il medico inviatogli dal padre: “Vi voglio bene, ma muoio”.

“Italia e Vittorio Emanuele”

Vittorio Emanuele disprezzava quanti discutevano mentre lo Stato era in pericolo. L’insorgenza di Genova fu repressa duramente. I governi non avevano dato prove brillanti. Il parlamento neppure. I problemi erano immensi. Anzitutto la stipula del trattato di pace con l’Austria che pretendeva un’indennità di guerra di 200 milioni e di occupare la cittadella di Alessandria con 20.000 uomini e 2.000 cavalli a carico del vinto. Il re sostituì Gabriele de Launay, generale notoriamente reazionario, con Massimo d’Azeglio, facendo così intendere che la corona contava sul sostegno dei liberali. Aveva bisogno di mostrare la compattezza del Paese. La Camera, però, anche con le elezioni del 15 luglio 1849 rimase teatro di dispute improduttive. Azeglio fece scudo al re, che la sciolse e con il proclama del 20 novembre, firmato dal sovrano, esortò a eleggere deputati consapevoli dell’emergenza. Fu ascoltato. Il 5 gennaio 1850 il trattato di pace con l’Austria fu approvato. Il “Piemonte” poté iniziare a risalire la china.

   Da molti l’iniziativa del Re viene bollata come indebita ingerenza nelle scelte dei cittadini. I critici del monarca non dicono se quella Camera, eletta da una quota modestissima di cittadini, rappresentasse davvero gli interessi generali e permanenti della popolazione né quale sarebbe stata la sorte del regno se il trattato non fosse stato approvato. Nel 1850 il “Piemonte” non aveva amici e neppure alleati. Non solo. È vero che era asilo di politici scampati alla repressione negli Stati i cui sovrani avevano strappato le costituzioni concesse nel 1848, ma essi erano una pattuglia rispetto a quanti all'estero guardavano con sospetto Torino, considerata centrale di destabilizzazione politica. Pesavano soprattutto le leggi contro i privilegi del clero e il conflitto tra il governo e il potere ecclesiastico, culminato nell’arresto  dell’arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, tradotto nel forte di Fenestrelle ed espulso dal regno benché Collare dell’Annunziata e quindi “cugino del re”.

   Vinte alcune battaglie, Azeglio perse la guerra. Fallì la sua proposta di legge sul matrimonio civile, preludio al riconoscimento del divorzio. Il quarantenne Camillo Cavour s’intese con l’esponente di spicco della sinistra pragmatica, Urbano Rattazzi (nacque il “connubio” di “centro-sinistro”) e subentrò ad Azeglio, che il re tentò invano di sostituire con un ministero cattolico moderato (Cesare Balbo e Ottavio di Revel). Asceso a presidente del Consiglio, Cavour intrecciò politica estera (alleanza con Gran Bretagna, Francia e impero turco contro quello russo: la guerra di Crimea) e abolizione degli ordini contemplativi. A differenza della sinistra di Rattazzi, il re era favorevole alla guerra, ma contrario alla politica ecclesiastica di Cavour, che si dimise quando il vescovo di Casale, Luigi Calabiana, propose di versare al governo un milione di lire a sostegno del “basso clero” in cambio dell’incolumità dei conventi. Il Re esitò. Era sgomento per la morte repentina della regina madre, della moglie, del fratello Ferdinando e dalla malattia, risultata incurabile, dell’ultimogenito, il duca del Genevese. Stava per cedere ai clericali. Però anche Azeglio, che nutriva poca simpatia per Cavour, lo esortò “con le lagrime agli occhi e inginocchiato ai suoi piedi” a riprendere il programma liberale. Vittorio Emanuele non trovò nessuno disposto a sacrificarsi in cerca di una maggioranza. Cavour tornò presidente: espressione del Parlamento, non della sola volontà del sovrano. Il re ne guadagnò, perché da quel momento fu il governo a rispondere al Paese. Nondimeno le decisioni supreme, politica estera e conseguentemente la guerra, rimasero nelle mani del sovrano.

La Società Nazionale, formata da antichi cospiratori e patrioti intemerati, ne fece la stella polare della rinascente Italia. Alcuni continuarono a seguire Giuseppe Mazzini. Giuseppe Garibaldi, secondo a nessuno, alzò invece l'insegna “Italia e Vittorio Emanuele”. Il R
e rispose alle attese dei conservatori, per i quali egli rappresentava la Dinastia; dei liberali di varia osservanza; di migliaia di sacerdoti che avevano letto e condiviso Vincenzo Gioberti e inneggiato a Pio IX; e dei giovani che credevano nella fratellanza dei popoli d'Italia.

 

Aldo A. Mola

 

DIDASCALIA.  

 

 

A Mafalda, principessa e sorella italiana

 



 Alla Principessa Mafalda di Savoia nell' 80esimo anniversario del suo martirio nel campo di concentramento di Buchenwald. Omaggio ad una donna italiana.

Vi era un disegno

imperscrutabile, immenso

Mafalda ne custodiva il lume

fulgente, nel suo cuore.

Fiamme di virtù

furoreggiavano,

la sensibilità splendeva

nel grembo d’ogni suo pensiero,

amabili gesta

ornavano di semplicità

la sua indole caritatevole,

radiosa fino all’ultimo respiro.

Sempre forte nella Fede

strinse a sé ogni sospiro

mentre menti crudeli

si avventavano sull’anima sua,

ed il suo corpo inerme

non desiderava altro

che l’abbraccio

strappato con l’inganno

degli amori suoi più diletti.

Mai si affievolì la speranza,

è sempre figlia, moglie, madre

principessa d’Italia,

ben oltre quell’anelito che segnò

la fine dalla sua vita terrena

e fu l’inizio

del suo celeste viaggio.

Mai crudeltà umana

può sopprimere ideali supremi

né si avvizziscono virtù

donate da Dio,

mai disprezzo annienta

il nobile amor di Patria,

né la bontà sfiorisce

serrata nella morsa della sofferenza.

“Ricordatemi

non come una principessa

ma come una vostra sorella italiana”

sussurrò Mafalda,

senza smarrimento né timore

né titubanza,

erano parole scaturite

dalla grandezza del suo Spirito.

Le palpebre socchiuse

poi un ultimo sguardo

corse lontano,

mai tanta viltà le strappò

gli affetti più cari,

Ella li sentiva accanto!

Chi ha Fede confida nell’eterna Patria

ove sventola per sempre

il vessillo dell’amore.

Beatitudine l’accolse,

stille d’ogni suo sacrificio

divennero inestimabili gemme,

tesori di un altro regno

dove brillano le anime pure

forgiate

dalla misericordia

e dal coraggio.

 

Monia Pin

 

 


lunedì 5 agosto 2024

VITTORIO EMANUELE III E L'A.N. COMBATTENTI



 

di Aldo A. Mola

 

Quando dilagò la “Quartarella”

   Nella canicola del Ferragosto 1924 al bordo del bosco della Quartarella, venti chilometri da Roma, venne rinvenuta la salma di Giacomo Matteotti, rapito e morto il 10 giugno precedente. Per mero caso o perché chi sapeva non poteva rinviare quel macabro appuntamento con la storia? Ne ha scritto ampiamente EnricoTiozzo in “La giacca di Matteotti e il processo Pallavicini. Una rilettura critica del delitto”. Un secolo dopo, l'interrogativo rimane senza risposta definitiva. Il ritrovamento rilanciò le accuse degli antifascisti contro Mussolini quale mandante del delitto. Il duce visse giorni lancinanti. Molti fascisti si affrettarono a staccare il distintivo del partito (“la cimice”) dal bavero della giacca. Tanti “simpatizzanti” evitarono accuratamente ogni contatto con gli squadristi. Le iscrizioni al partito nazionale fascista (PNF) crollarono di colpo. Mussolini se ne ricordò anni dopo, quando conferì speciali privilegi ai “sansepolcristi”, presenti alla riunione del primo fascio di combattimento il 23 marzo 1919 nella sala procurata da Cesare Goldman (ebreo e massone), ai fascisti “ante marcia” e a quanti chiesero la tessera proprio nel secondo semestre del 1924, quando appunto dilagò l'epidemia di “quartarellismo”.

   In quei frangenti tutto parve possibile. Forse Mussolini si sarebbe dimesso, “sua sponte” o per decisione del Re. Forse sarebbe morto dilaniato dall'ulcera allo stomaco in aggiunta all'antica malattia venerea e ai troppi eccessi mascolini, compensati da diete rigorose. Suggestioni e fantasie si moltiplicarono senza che nulla accadesse. La compagine nazionalfascista resse. Solo per forza d'inerzia? Nominato ministro dell'Interno all'indomani del “fattaccio Matteotti”, il nazionalista Luigi Federzoni, già titolare delle Colonie, non modificò la linea del governo: reprimere ogni manifestazione non autorizzata (compito facile: per paura, non ne avvenivano più) e garantire severamente l'ordine pubblico, dal quale dipendeva il giudizio degli stranieri. Nell'Europa alle prese con le conseguenze politico-militari della Grande Guerra e della combattuta demarcazione dei confini postbellici, da Parigi e da Londra come da Mosca o da Washington, l'Italia non era giudicata per le risse partitiche, inclusi gli scontri sanguinosi prima e dopo le elezioni (accadeva ovunque), ma sulla base del suo faticoso ritorno alla stabilità finanziaria, alla ripresa industriale e all'interscambio commerciale. A sua volta la Santa Sede, che molto contava a livello planetario anche senza essere Stato sovrano, valutava il governo italiano dalla capacità di contenere le antiche pulsioni anticlericali, divenute esplosive nel “biennio rosso”, quando i ritratti del re erano stati tolti dalle sale consiliari dei municipi amministrati da chi dichiarava di voler “fare come in Russia”. Al di là del Tevere il ritorno del crocifisso nelle aule scolastiche era stato apprezzato ancor più del salvataggio del Banco di Roma. I “metalli” contano, ma i simboli ancora di più.

 

La strategia fallimentare dell''“Aventino”

   A cospetto dell'“affare Matteotti”, le opposizioni erano e rimasero divise. Alla commissione bicamerale che gli recò la risposta del Parlamento al discorso da lui pronunciato il 24 maggio 1924 per l'inaugurazione della XXVII legislatura (come ricorda Tito L. Rizzo in “Parla il Capo dello Stato”, ed. Herald), il 1° luglio Vittorio Emanuele III aveva ripetuto l'appello alla “concordia civium”, scritta sul frontone dell'Altare della Patria: «Oggi che un efferato delitto ha suscitato l'esecrazione mia e del mio Governo, dei due rami del Parlamento e del Paese, è più che mai necessario che le Camere diano alla Nazione esempio di saggezza e di conciliazione.» Il “Corriere della Sera”, diretto dal senatore liberale Luigi Albertini, interpretò quelle parole come esortazione del sovrano non solo alle opposizioni ma anche alla maggioranza. Mussolini parve accogliere almeno in parte il mònito. In una seduta del Gran consiglio del fascismo osservò che l'“illegalismo fascista” era “impedito o represso”, mentre tornava a dilagare quello “politico e morale dei partiti antinazionali”. Rimarcò la differenza fra il primo (aggressioni sanguinose ai danni degli antifascisti e dei fascisti dissidenti) e il secondo (assalti verbali). Non fu il primo né l'ultimo invito/ordine a usare la “violenza intelligente”. Colpire duro, ma scegliendo per bersaglio i nemici veramente pericolosi. Alla vigilia della “marcia” (mai avvenuta, fu solo una “sfilata”) il duce aveva spiegato ai “camerati” che non bisognava “scocciare i romani”.

   La condotta dei partiti dichiaratamente antifascisti (comunisti, socialisti, repubblicani, democratici seguaci di Giovanni Amendola, un’esigua parte dei deputati del partito popolare, abbandonato a se stesso dal Vaticano, che non si era mai identificato con don Luigi Sturzo) rimase identica a quella assunta all'indomani del rapimento di Matteotti, classificata vittima di assassinio proditorio sin dall'indomani della sua “scomparsa”. Il cosiddetto “Aventino” si risolse nella diserzione dall'esercizio del mandato parlamentare, come osservarono i pochi liberal-democratici seguaci dell'ottantaduenne Giovanni Giolitti e la molto più numerosa destra liberale di Antonio Salandra. Con l'astensione dall'Aula quell’opposizione si infilò in un tunnel senza uscita. Priva di sponde istituzionali, rimase in attesa degli eventi, senza possibilità di deciderne il corso. La sua fu, insomma, una scelta politica fallimentare. Confermò l'incapacità di mobilitare il Paese contro la coalizione di governo. Le “sinistre” avevano alle spalle l'inerzia del maggio 1915, quando non si erano opposte alla “piazza” interventista (una minoranza, certo, ma aggressiva) e quella dell'ottobre del 1922, quando per contrastare la ventilata “marcia su Roma” tutto avevano fatto tranne che guidare le “masse” di cui si pretendevano interpreti e profeti. “Appelli” tanti, fatti nessuno.

 

L'Associazione Nazionale dei Combattenti

   Però non tutti attesero il rinvenimento delle spoglie di Matteotti per dichiararsi in dissenso col governo. Fu il caso dell’Associazione Nazionale Combattenti (ANC), che a fine luglio si radunò a congresso in Assisi. A conclusione fu approvato a larghissima maggioranza l'ordine del giorno elaborato dai deputati Aldo Rossini (al quale si deve l'istituzione dei Cavalieri di Vittorio Veneto) ed Ettore Viola. Pur frutto di mediazioni e compromessi, volti a ottenere il consenso più ampio possibile, esso fu chiarissimo nelle condizioni poste dai combattenti per continuare a sostenere l'esecutivo, come facevano dal 1923. Rivendicata in premessa la propria indipendenza, «base imprescindibile della sua esistenza e della sua autorità morale», e ponendosi «al di sopra delle fazioni in lotta», l'ANC chiese il ripristino immediato «dell’imperio della legge, base e condizione elementare del libero svolgersi della vita di un popolo». Contrari a riabilitare «i partiti che disconobbero e svalutarono la vittoria» e a tornare «alla vergogna dell'immediato dopoguerra», segnato dall’instabilità e dall'inettitudine, i congressisti dichiararono «al combattente che regge le sorti della Nazione (cioè a Mussolini, nel 1914 passato dal neutralismo all'interventismo) che i suoi commilitoni sorreggeranno la sua opera» se «effettivamente rivolta al fine di assicurare all'Italia un'alta concordia civile sulla base dell'assoluta condanna degli illegalismi superstiti, e della sovranità esclusiva dello Stato, secondo lo spirito e la tradizione del nostro Risorgimento, nella elevazione delle forze del lavoro, nel rinato amore della Patria».

   All'approvazione dell'ordine del giorno si accompagnò l'elezione del comitato centrale dell'ANC formato, tra altri, da Ettore Viola (presidente), Luigi Russo (filofascista, vicepresidente), Aldo Rossini, Rodolfo Savelli, Luigi Bruno, Luigi Rizzo e Mario Zino. Secondo alcuni il documento era stato pensato come appello al Re: valutazione non condivisa da Viola né dall'alessandrino Livio Pivano, eletto deputato nella Lista Nazionale egemonizzata dai fascisti e futuro militante del Partito d'azione, che ne scrisse in “La XXVII legislatura e l'opposizione in Aula”. Non ne accennò neppure Rossini, che nel 1926 dall'area liberale transitò nelle file fasciste, nel 1929 fu creato senatore e presiedette l'Ente nazionale risi, strategicamente importante nella battaglia (più retorica che efficace) per l'autarchia alimentare (recentemente riecheggiata nella denominazione del ministero della “sovranità alimentare”: formula improbabile nell'età del commercio mondiale dei prodotti agricoli).

   Percepita la pericolosità dell'odg approvato dagli “assisiani”, Mussolini impose a Viola di partecipare alla seduta del Consiglio nazionale del PNF convocata il 2 agosto per chiarire la posizione sua e dell'ANC. A cospetto della sua riluttanza, in una seconda seduta il Consiglio nazionale adottò un ordine del giorno sottoscritto da otto Medaglie d'Oro al Valor Militare (Elia Rossi Passavanti, Amilcare Rossi, Ulisse Igliori...) con adesione di altri duecento decorati, per affermare l'identità genetica di Fanti e Camicie Nere. Fascismo e combattentismo erano tutt'uno e tali dovevano rimanere. “Simul stabunt, simul cadent”. L'8 agosto Mussolini convocò a Palazzo Chigi l'intero comitato centrale dell’ANC per imporgli l'allineamento al partito. Secondo Silvio Pivano il duce minacciò di avere a disposizione “trecentomila moschetti” nella caserma della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, pronti a reprimere il dissenso. Nelle “memorie”, però, Viola non ne fece cenno.

   Dinnanzi alla resistenza del comitato, Mussolini passò all'offensiva. Come egli stesso scrisse, in quel momento il trentenne Viola era ancora regolarmente iscritto al PNF e ricopriva il grado di console generale della Milizia, proprio in quei drammatici frangenti “regolarizzata”, con l'obbligo di giurare fedeltà al re, mai introdotto per l'iscrizione al PNF. Il conflitto si concluse con l'espulsione di Viola dalla Milizia (una manovra messa a segno da Costanzo Ciano) e con una campagna di stampa diffamatoria ai suoi danni.

 

In udienza dal Re

   Dopo il congresso di Assisi, Viola chiese udienza al re per presentargli il nuovo Comitato centrale dell’ANC, i cui componenti si tennero pronti a partire in qualsiasi momento per Sant'Anna di Valdieri, una valle cuneese senza sbocco oltralpe, ove, come di consueto, il sovrano estivava con la Regina Elena, il primo aiutante di campo Arturo Cittadini e la “piccola corte”. Lì alternava caccia e pesca al disbrigo delle pratiche quotidiane di Capo dello Stato, come soleva fare a Racconigi e nelle altre residenze abituali. “Ubi rex, ibi lex”.

   Mentre Viola e almeno parte del Comitato avevano fretta di illustrare a Vittorio Emanuele III la posizione ideale e morale dell’ANC, l'udienza fu rimandata, forse per non evidenziare la divaricazione tra i combattenti e il presidente del governo nel pieno della “crisi Matteotti”. Secondo Pivano Casa Reale accampò che a Valdieri non vi era neppure una rete fognaria: una motivazione palesemente pretestuosa (ma non è sicuro che sia stata davvero utilizzata). L'incontro infine ebbe luogo nella tenuta di San Rossore, presso Pisa. Zino, repubblicano nel 1943 confluito nel Partito d'azione, lo descrisse in una lettera pubblicata da Silvio Pivano: «Venne il giorno della visita al Re. Ombrelli di pini, spiazzi di grandi fattorie, case basse, sentore di mare. Il generale Cittadini, qualche ufficiale di servizio. Il Re, un signore ben piccolo, con un vestito a quadrettini, uno strano verso tra il fischio ed il gorgheggio del naso, ridendo. Presentazioni. Tutti seduti ora in un salotto al pianterreno, su poltrone a seggili bassi, che parevano tutte costruite per le gambe del Re, perché i piedi toccassero terra. Parlò Viola, presidente del Comitato e parlarono a poco a poco tutti, impegnando il Re in un gioco a rimpiattino, incalzando tutti per mettere a fuoco l'argomento, attorno all'ordine di Assisi, perché il re sapesse e prendesse buona nota di quella che era l'assoluta volontà dei combattenti. Il Re sgusciava di continuo e parlava di tutto con tutti, preoccupato di scivolare sul solo argomento che ci stava a cuore, di non sentire, di non fissare la questione, di non dare grattacapi, sovrano costituzionale, al governo responsabile. Matteotti da qualche giorno, scoperto il cadavere alla Quartarella, era stato seppellito presso la sua casa a Fratta Polesine: e Mussolini doveva pensare di aver superato la curva più pericolosa. Il Re gradì le copie di una nostra rivista, “Problemi d'Italia”. Si parlò dell'Opera Nazionale Combattenti, delle bonifiche di Coltano, dello sviluppo degli impianti idroelettrici in Italia, di economia e di province, della guerra, di San Rossore, della pesca, della caccia, degli uccelletti (erano quaglie?) uccisi quella mattina dalla Regina, gli altri uccelletti (erano fringuelli?) abbattuti da Iolanda. Mia moglie la Regina, mia figlia la Principessa. Quaranta, forse cinquanta minuti di conversazione veloce, cordiale, apparentemente così aperta, in realtà così controllata, e noi sempre dietro col nostro inseguimento mascherato, affannato, che non guadagnava un solo palmo di terreno. In un momento di stanchezza, il commiato. La questione per lui a torto era di pura tecnica costituzionale, e le vie normali dell'opposizione attraverso il Senato e la Camera dei deputati erano storicamente aperte, se pure praticamente, per avversa volontà di Mussolini, non erano in grado di funzionare.» Secondo Viola, che ne scrisse in “I combattenti e Mussolini dopo il Congresso di Assisi”, il racconto di Zino è in buona parte inventato e di pessimo gusto.

   Al di là delle narrazioni e dei dettagli (la principessa era Iolanda o Mafalda...?), l'incontro del re con il comitato centrale dell'ANC è stato ripetutamente enfatizzato (anche da Emilio Lussu, che ha insistito sulle “quaglie”) ed elevato a prova dell'insensibilità politica di Vittorio Emanuele III nei confronti del sentimento diffuso nel Paese. Però, proprio nel centenario dell'“affare Matteotti” (di cui bene ha scritto Gianpaolo Romanato per Bompiani) in “Il nemico Mussolini” (ed. Solferino, 2024) Marzio Breda e Stefano Caretti, studiosi niente affatto indulgenti nei confronti della monarchia, osservano che l'Aventino fu “una mossa politica azzardata e sterile”. Viene decisa, essi scrivono, «nella speranza che l'esecutivo, screditato in tutt'Europa, imploda. Ma perché ciò possa avvenire sarebbe necessario che a sollecitarne la caduta sia un unico concorso di poteri: i partiti moderati, il mondo economico e imprenditoriale, una borghesia riflessiva, la Chiesa e, soprattutto, casa Savoia. Qui sta l'intrico paralizzante di quei mesi, perché – a causa delle loro divisioni – le forze che si oppongono al fascismo non sono in grado di suggerire al re di sfiduciare il duce e mettere in cantiere una soluzione d'emergenza all'altezza della crisi. Una svolta che non si traduca comunque in un salto nel buio». Al contrario di quanto scrive padre Giovanni Sale in “La Civiltà Cattolica” (1 agosto 2024), a spianare la via ai fascisti non furono solo i liberali ma anche i cattolici, con alla testa Alcide De Gasperi e Giovanni Gronchi.

   Dopo l'“affare Matteotti” gli unici a muoversi furono i massoni, sia del Grande Oriente sia della Gran Loggia d'Italia, ignorati da Breda e Caretti. Lo fecero perché alcuni responsabili del rapimento e della morte di Matteotti erano uomini di loggia, ma non è chiaro se ancora attivi e quotizzanti (era il caso di Giovanni Marinelli, mentre erano stati radiati da tempo Amerigo Dùmini e i suoi complici) e perché alcuni “fratelli” gettati alle ortiche da Mussolini, come Cesare Rossi, capo del suo ufficio stampa, si rivolsero proprio a massoni per far circolare “memoriali” che mettevano sotto accusa la cerchia stretta del duce. Mussolini se la legò al dito e decise che prima di azzerare libertà di stampa e di associazione partitica bisognava “distruggere il Tempio”. Le logge erano un partito all'interno del partito, una piovra nello Stato e nei suoi uffici apicali. Erano affiliati anche Arturo Cittadini e forse persino il re? Di sicuro centinaia di ufficiali della Milizia erano massoni, come molti componenti del Gran consiglio.

   L'offensiva mussoliniana ebbe il consenso pieno del segretario di Stato vaticano, Pietro Gasparri. Mentre il duce mise nel mirino le logge, il cardinale diffidò i sacerdoti dall'ingerirsi nella vita politica italiana. Invece incitò i cattolici francesi a schierarsi contro l'avanzata delle sinistre Oltralpe. Lo aveva già fatto papa Leone XIII: due pesi, due misure. Divieto ai cattolici di elettorato attivo e passivo al di qua delle Alpi; mobilitazione contro gli anticlericali nella nazione primogenita della Chiesa.

   Ma, venendo al punto, su chi poteva contare Vittorio Emanuele III per arginare Mussolini? Dall'estate del 1924 l'Aventino divenne dichiaratamente antimonarchico. Al comitato delle opposizioni radunato a Milano il 1° ottobre il repubblicano Cipriano Facchinetti anche a nome di “Italia Libera” chiamò alla lotta contro la Corona. Solo il 15 novembre Giolitti si schierò nettamente contro il governo Mussolini, che però alla Camera ottenne 347 voti favorevoli contro sei (Giolitti, Soleri, Fazio, Poggi, Massimo Rocca e Rubilli) e 26 astenuti. Anche il Senato continuò ad approvare il governo quasi all'unanimità e col voto favorevole di Benedetto Croce. A chi si poteva/doveva rivolgere il re per contrastare la deriva verso il partito unico? Non era una questione di quaglie o di fringuelli ma di capipartito del tutto al di sotto del compito di rappresentare la democrazia parlamentare ormai vicina all’eclissi.

 

Aldo A. Mola

 

 

DIDASCALIA: Ettore Viola (Fornoli, Lucca, 21 aprile 1894 – Roma, 25 febbraio 1986). Meritò due Medaglie d'Argento al Valor Militare e “la più bella Medaglia d'Oro della Grande Guerra” a giudizio di Umberto II, che nel 1969 lo creò conte di Ca' Tasson, teatro di una delle sue imprese di ardito. Volontario con Gabriele d'Annunzio nel 1920, fondatore dell'Istituto del Nastro Azzurro (1923), eletto deputato il 6 aprile 1924 nella Lista Nazionale, si oppose alla deriva verso il regime di partito unico. Intervenne alla Camera sino al dicembre 1926. Nel mirino dell'estremismo mussoliniano, migrò in Cile. Ne rientrò nel 1944. Membro della Consulta Nazionale (1945), presidente dell’Associazione nazionale combattenti e reduci, fu eletto nel 1948 nelle file della Democrazia cristiana e nel 1954 in quelle monarchiche. Nel 1972 optò per i liberali e denunciò le ruberie della Coldiretti. Scrisse varie opere memoriali (Vita di Guerra; Il segno che parla; Ritratti quotidiani...). Il suo miglior profilo è scritto da Andrea Borella nell'“Annuario della Nobiltà Italiana” (2010). Sua moglie, Palma De Luca, morta il 1° agosto 2023, è sepolta al suo fianco a Cima Grappa, come la moglie del generale Gaetano Giardino.

sabato 6 luglio 2024

Appuntamento culturale al Vittoriano

Siete cortesemente invitati a un 

Nostro Incontro di Studio e di Ricerca 

dedicato al Patrimonio Storico Italiano, 

con particolare attenzione alla Storia del Regno d'Italia.

 

Invito MOSTRA al VITTORIANO

L’ULTIMO RITRATTO MAZZINI E LEGA

Storie parallele del Risorgimento


L’Incontro sarà incentrato sul ruolo dell’Arte per l’Unità d’Italia.

L’Esposizione di documenti, cimeli, opere d’arte

offre una visione unitaria

di uno dei momenti più complessi della Storia Nazionale.


DOMENICA  MATTINA   7  LUGLIO  2024  ORE  10

INGRESSO   VITTORIANO   PORTONE  A DESTRA

VIA DEL TEATRO DI MARCELLO    ROMA

(Guardando il Vittoriano a destra,   lato CAPOLINEA ATAC)

A necessità è disponibile un ASCENSORE 

che collega alla Mostra.


INGRESSO  GRATUITO     La puntualità è cosa gradita

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA


INFO E PRENOTAZIONI   338 4714674 

Cordialmente.

Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro