di Emilio Del Bel Belluz
NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
venerdì 28 gennaio 2022
Dino Buzzati Traverso a cinquant'anni dalla sua morte
di Emilio Del Bel Belluz
giovedì 27 gennaio 2022
I gioielli della Corona: rassegna stampa
domenica 23 gennaio 2022
Capitolo XLIV: Carnera giudicato dalla commissione atletica dello stato della California.
di Emilio Del Bel Belluz
sabato 22 gennaio 2022
La Monarchia dal 1922 a .... domani - II parte
Fin dalla prima seduta della Camera si intravvide però
subito il suo vero animo intransigente e minaccioso: gli italiani allibirono
all'insulto da lui fatto alla Camera e per conseguenza al Paese che l'aveva
eletta, col noto oltraggio: «di. quest' aula sorda e grigia avrei potuto fare
un bivacco di manipoli!» (e mi sia lecito aggiungere che quando Mussolini venne
a 'Vicenza nel '24 alloggiando in Prefettura, ebbe a gloriarsi, me presente, di
tale frase precisando che non gli fosse sfuggita, ma voluta dire espressamente
per marcare che, i fascisti erano assai superiori ai Deputati). E la Camera,
l'ultima eletta liberamente dal popolo italiano, fu muta e gli diede il suo
voto di fiducia.
Se il Re era uscito pienamente giustificato dall'aver
commesso (concesso?) le redini del governo a Mussolini, appariva pur troppo
chiaro fin d'ora che della Costituzione, cioè libero funzionamento degli organi
istituzionali, non sarebbe rimasta che la struttura formale.
E così fu infatti: il Re, sminuito dei suoi poteri
dall'invadenza, sempre maggiore di Mussolini, sine a diventare «diarchia» il
reggimento dello Stato, come egli scrive nel suo libro «Storia di un anno»,
mettendo nello stesso piano il Re e se stesso, veniva nella realtà privato del
potere sovrano, dovendo la volontà sua estrinsecarsi sempre a mezzo del Capo del
Governo.
Non è che mancassero i motivi per rimediarvi, né le
occasioni. Non mi tratterrò certo, su tutte le leggi e i provvedimenti in cui
Il sistema costituzionale fu, se non sempre apertamente, certo nella sostanza violentato:
esaminerò solo i provvedimenti che vi contrastarono in pieno ed ebbero
grandissima importanza: le due leggi elettorali, quelle contro la libertà di stampa, riunione ed associazione; nonché la legge
sul Gran Consiglio.
Il primo attentato allo Statuto è stato la legge elettorale
del 1923, non tuttavia alla stregua della dicitura letterale: dice l'art. 39: «La
Camera elettiva è composta di Deputati scelti dai Collegi elettorali
conformemente alla legge» eppertanto, data una legge approvata e sanzionata,
violazione formale non vi era. Ma se si
assurge all'essenza della legge, l’offesa alla Carta costituzionale è enorme,
in quanto era stabilito che i due terzi dei seggi appartenessero alla lista
vincente, fascista, e solo l'altro terzo a tutti gli altri partiti insieme. E
la Camera l'approvò e l'approvò il Senato: al Re non restava altra possibilità
che di sanzionarla. Veniva così a mancare
l'espressione della «libera» volontà popolare.
* * *
È in questo clima di asservimento del Parlamento che fu
perpetrato il delitto Matteotti. Già nel maggio 1923 per un coraggioso discorso
alla Camera l'on. Misuri eri', stato ridotto in fin di vita; il 30 maggio
successivo anno, l'on. Matteotti osava altro discorso; il 10 giugno veniva
assassinato. Io non credo che Mussolini avesse prospettato di spingere le cose
a questi estremi, che non gli era vantaggioso; ma l'idea di precludergli ogni
altra interferenza alla Camera nei pochi giorni prima. delle vacanze estive
certo fu sua; complice pertanto nella preparazione del colpo, che poi aveva
ecceduto.
L'indignazione fu generale, ma non vi corrispose né la
Camera né il Senato. Mussolini aveva bensì tentato di garantirsi di ogni
evenienza chiedendo al Re un decreto di scioglimento della Camera colla data in
bianco, ma il Re vi aveva opposto reciso rifiuto; così Malacoda (1). Allora
Mussolini giocò di audacia chiedendo il 3 gennaio alla Camera di tradurlo
davanti l'Alta Corte, di Giustizia ai sensi del l'art. 47 dello Statuto. La
Camera, alle cui sedute aveva continuato ad essere assente il cosiddetto
Aventino malgrado il Re avesse ben due volte fatto sapere ad Amendola - uno dei
suoi Capi più autorevoli - che era il momento buono per il ritorno nell'aula» (2)
era il 3 gennaio ancora assente, sì che nessuno si mosse all'intimazione di
Mussolini, e neppure il Senato nella successiva seduta: tre soli Senatori — fra
cui mi piace ricordare Abbiate — parlarono contro e i voti contrari furono 21!
Gli è che il Parlamento sapeva che la partita era perduta
d'avanzo e che Mussolini aveva con sé le masse popolari, aveva la Milizia,
aveva la grande riserva dello squadrismo padano e toscano» (3). Che cosa potava
fare il Re? Egli che, come abbiamo visto, aveva inutilmente chiesto nel secondo
semestre 1924, all'opposizione «di restare al suo posto e di provocare un voto
che potesse dargli modo di constatare un mutamento nella maggioranza... sì da
poter invitare il Presidente del Consiglio a ritirarsi, come aveva assicurato a
Giolitti (4), tentò un ultimo espediente chiamando a Consiglio gli ex capi
gabinetti liberali Giolitti, Salandra e Orlando, i quali opinarono essere
inopportuno di avventurarsi in un cambio che preludesse ad un governo dominato
da socialisti o popolari » (5). Di fronte a queste negative, ripeto, cosa
poteva fare da solo il Re? Rincalza Silva: (6) «Poteva il Re solo contro tutti
affrontare la lotta? Con quali possibilità, e con quali mezzi?... Privato
dell'appoggio del Parlamento non aveva aperta altra via che quella della forza
e della guerra civile per liberarsi del fascismo liberarne l’Italia»; e
Mussolini stesso l'aveva chiaramente prospettalo in Senato: «La Corona dovrà
servirsi dell'Esercito per disperdere la Camera che non le piace» (7).
E detta da lui, non era minaccia vana, che «sciogliere» la
Camera, come in tempi normali quando si trattava di contrasti fra la medesima e
il Governo in questioni sia pur gravi, non era certo rimedio da potersi sperare
in quelle circostanze. Senza contare che sarebbe stato provvedimento quanto mai
incostituzionale e il più antidemocratico cui si potesse pensare, in `quanto
non era certa dai mormorii a due o dalle barzellette o dai giochi di parole che
si potesse giustificare il dissenso del Paese.
Di fronte pertanto alla certezza della guerra civile con
tutti gli orrori, che. era facile: prevedere, il Re non si sentì di gettare il
Paese a tanto sbaraglio, tanto più non potendosi lusingare- di vincere tanto
facilmente la partita, poco sicuro di aver rappoggio del Paese dei cui
sentimenti i voti del Parlamento erano stati tutt'altro che rassicuranti
indizi. Chi gli può dar torto?
E così l'occasione tragicamente favorevole del delitto
Matteotti passò... inasprendo invece purtroppo' l'assolutismo di Mussolini.
Già subito dopo detto delitto, nel luglio: erano stati presi
provvedimenti per «impedire polemiche intemperanti e propalazioni tendenziose
per denigrare sistematicamente il Governo» (8), e nel novembre successivo altre
disposizioni che «vietavano fino a nuovo ordine qualsiasi adunata, comizio o
corteo con carattere politico»; e nel dicembre altre ancora per hi massima
vigilanza su tutti i giornali per poter provvedere tempestivamente ed
efficacemente a sequestro e diffida, per qualsiasi pubblicazione che potesse comunque
arrecare turbamento all'ordine pubblico». Tali provvedimenti affidati ai
Prefetti furono dopo il 3 gennaio legalizzati, quanto alla stampa colla. legge
24 giugno 1925, approvata dalla Camera con 261 voti favorevoli e 5 contrari, e
dal Senato con 150 favorevoli e 46 contrari; è quanto al resto con la legge 12
dicembre successivo sui nuovi poteri a Prefetti, alla quale avevano invano
tentata di opporsi soli trenta deputati, fra cui mi piace ricordare, Giolitti e
Soleri, con una mozione ché Mussolini... rimandava a sei mesi tra applausi
generali.
Lo stesso dicembre altro colpo ancora allo Statuto con la
legge che sostituiva il Capo del Governo al Presidente del Consiglio, sì che i
Ministri cessarono di essere collegialmente responsabili verso il Re, il quale
perdeva il diritto di sceglierli, dipendendo essi d'ora innanzi direttamente
dal Capo del Governo.
E prosegue ancora l'opera di Mussolini a scalzare l'autorità
regia: il 1928 - 27 maggio - vede approvata la nuova legge elettorale che
sostituisce ai Deputati i Consiglieri Nazionali tutti scelti dal Gran Consiglio.
È la più completa violazione dello Statuto che li voleva scelti dai collegi
elettorali. Da questo momento cessa la libertà in Italia e il Re resta solo e
disarmato di fronte al Fascismo, perché viene a cessare in Lui la possibilità,
che è garanzia di libertà, di cambiare il Ministero messo in minoranza dalla
Camera ed anche di sciogliere la Camera se più non risponda alla volontà del
Paese: il fascismo ebbe dalla Camera dei Deputati lo strumento per alterare
deformare la volontà del popolo.
E nel dicembre successivo altro attentato alla dignità
*della Monarchia in data del 9, che conferiva al Gran Consiglio — creato nel
1923 ma fino allora pressoché ignorato — straordinari poteri. Fu questo uno
degli atti più rimproverato al Re; esaminiamone la portata. Scrive Mussolini
nel suo libro «Il Gran Consiglio rivendicava, a sé il diritto di intervenire
nella successione della Corona... ciò voleva dire un colpo mortale allo Statuto
che regolava automaticamente questo problema (vedremo che mentiva). Taluni arrivarono
ad insinuare che quell'articolo fosse di ispirazione repubblicana e che si
volesse in ogni caso ostacolare l'assunzione al trono del Principe Umberto e
proporre l'allora Duca delle Paglie. (Ambe insinuazioni tutt’altro che
contrarie alle aspirazioni di Mussolini, se pur messe a carico di anonimi «taluni»).
Seguita Mussolini «da quel giorno — 1928 — Vittorio Savoia
cominciò a detestare Mussolini e a covar un odio tremendo contro il Fascismo.
Il regime, disse un giorno il Re, non deve entrare in questa materia che una
legge fondamentale ha già regolato. Se un Partito in regime
monarchico vuole decidere contro la successicene al trono, la Monarchia non è
più tale; il grido della successione non può essere che il tradizionale: il Re
è Morto! Viva il Re!».
Non è il caso di rilevare la perfetta argomentazione del
Re; invece è tutt'altro che fuor di luogo notare che di fronte all'opposizione
del Re, la legge fu alla fine conformata in modo da non urtare, sia pur solo
formalmente, alla Costituzione. A parte che il Gran Consiglio dà solo parere su
tutte le questioni aventi carattere costituzionale: la successione al trono e
le attribuzioni e le prerogative della Corona, è precisato in modo
inequivocabile che si deve trattare di questioni; ora 'questione' non vi può
essere quando si tratti della normale successione al trono, essendo questa
regolata dall'articolo 2 dello Statuto in modo preciso e tassativo con la
disposizione: «il trono è ereditario secondo la legge salica». È pertanto
evidente che il caso previsto, stando alla lettera della disposizione, non
avrebbe, potuto essere quello normale ma altro eventuale non previsto dalla legge
salica, per esempio la mancanza di maschi nell'agnazione o impedimenti a
regnare nei sucessibili secondo la legge medesima. E questo fu più esplicitamente
riconosciuto dallo stesso Mussolini, come è precisato nel diario Ciano sotto la
data 11 febbraio 1939.
Finezze di interpretazione, certamente ma è appunto in
grazia, ad esse che vien chiarita la reale portata della disposizione, resa
letteralmente costituzionale per non urtare contro il 'persistere del Re e
rifiutarne la sanzione; mentre a Mussolini essenzialmente importava quello che
poteva apparire ai più e cioè un colpo alla Dinastia, una messa in guardia per
il Re e una sfida al Principe Ereditario, che si sapeva contrario al Fascismo.
E contemporaneamente gli dava in Mano l'arma da far agire, forzandone
l'interpretazione, quando si fosse sentito tanto forte da osare sul sicuro del
colpo mancino, non essendo allora più il caso di occuparsi della costituzionalità
ma non volendo perdere il vantaggio che gli sarebbe venuto dalla legalità
specie di fronte a quelli che sarebbero stati allora beni felici di avere un
pretesto legale, perché sancito a suo tempo dallo stesso Re interessato, per
mancare alla loro fede monarchica.
Queste le leggi che più offesero la costituzione e poche
altre minori; tutte però nella loro applicazione inquinate da spirito di parte,
favoritismi, imposizioni, soprusi, corruzioni. Ma i pericoli ed i danni che man
mano questo stato di cose andava preparando alla Nazione, non si, prospettarono
che lentamente alla generalità degli Italiani, vuoi per il fervore di numerose
opere pubbliche, vuoi per la novità stella legislazione corporativa, tanto poi
tralignata nell’applicazione, ma che al suo apparire ha indubbiamente dato
delle speranze, vuoi per un certo benessere generale, e normale andamento di
vita sociale, nonché per la fortunata conclusione dei Patti Lateranensi..., sì
che per un certo periodo, che sì può calcolare sino nel corso del 1940, fu
generalmente riconosciuto da scrittori e uomini politici d'Italia e all'estero
che « il Fascismo fosse un complesso fenomeno che si era imposto anche agli
spiriti meno benevoli e più saldi ».
E allora conclude P. Silva (9) i non si scaglino anatemi
alla Monarchia se ha dovuto accettare questo fenomeno. È ingiusto pretendere
che essa con
un gesto magico potesse dissolvere il regime indovinando,
quando tutti lo esaltavano, la rovina che avrebbe prodotto.
Fu, è vero, anche durante questo periodo rimproverato al Re
questo o quest'altro atto di assai ridotta importanza, ma pur ostico alla
popolazione - visita a Predappio, il «Voi», alcuni telegrammi al Duce, il
saluto e il passo romano... -. hanno questi critici pensato a quant' altri atti
gli sarà riuscito di opporsi, a quante pressioni morali invece costretto in
altri casi sì da giustificare se valesse la pena - qualche volta di opporsi in
vista del minor male?
(1) Secondo
Malacoda: Popolo, Fascismo e Monarchia pagg 44
(2) Giornale « L'Epoca »: La verità sull'Aventino
(3) Pietro Silva, op cit pag 98,
(4) Pietro Silva, op cit pag 102,
(5) Pietro Silva, Op cit, pag 98
(6) Pietro Silva, Op cit, pag 100
(7) L. Sturzo: L’Italia
e l'ordine internazionale da Malacoda op. cit. pag. 48'
(8) Circolari ai Prefetti
(9) Pietro Silva, Op cit, pag 124
domenica 16 gennaio 2022
Carnera capitolo XLIII : CARNERA cambia vita e deve lasciare la boxe.
di Emilio Del Bel Belluz
sabato 15 gennaio 2022
La Monarchia dal 1922 a .... domani
Opuscolo del 1946. Ne avevamo promesso la diffusione. Un ripasso veloce, puntuale, agevole.
Lo staff
L’INCARICO A MUSSOLINI
Nella questione istituzionale
— Monarchia o Repubblica — che si dibatte in Italia non hanno poca rilevanza,
fra gli addebiti che si fanno alla Monarchia, le accuse che si muovono al Re
per i suoi comportamenti verso il regime, nonché per la sua acquiescenza alla
guerra e il suo dipartirsi da Roma l'8 settembre. Parrebbe pertanto necessario
esaminare i fatti e i documenti, di cui si è finora a conoscenza per valutare
l'opera del Sovrano; non è che con questa disamina si risolva il dilemma, che
evidentemente si deve impostare su altre basi, ma col chiarire questi punti si
sarà già fatto un passo per la soluzione.
Le ragioni che indussero il Re
a incaricare Mussolini del Governo alla fine dell'ottobre 1922 furono complesse
e non solo contingenti.
Pietro Silva nel suo
recentissimo « Io difendo la Monarchia » (1) ne fa risalire le primissime
origini al decadimento del Parlamento quando nel 1915 « la volontà del
Parlamento per la prima guerra mondiale fu forzata da un moto di piazza»: la
maggioranza Giolittiana della Camera, favorevole alla neutralità nel 1914,
spinta da manifestazioni di partiti favorevoli alla guerra — democrazia
massonica, nazionalisti, socialisti riformisti, gioventù universitaria e dal
gennaio 1915 «i fasci di azione rivoluzionaria per l’intervento» fondati allora
da Mussolini, ed in genere la stampa più autorevole e gli infiammati discorsi
di D'Annunzio - aveva finito per accettare unanimemente Salandra. Vinta la
guerra queste forze popolari estranee al Parlamento, che si erano imposte nel
1915, ripresero il sopravvento nel 1918, guidate da una parte dai partiti
estremi che si erano inanimiti per le vittoriose rivoluzioni russa ed
ungherese, e dall'altra dai Fasci che, oltre a vantare l'apporto della loro
volontà per l'entrata in guerra, impegnavano una lotta sempre più vigorosa
contro gli avversari. Il Paese invece, piegato dall’immane sforzo della guerra
combattuta, si manteneva nella grande generalità quasi agnostico.
In armonia a questo ordine di
cose le elezioni dell'autunno del 1919 diedero la vittoria ai Partiti
cosiddetti di massa; mentre. i popolari portarono i loro deputati a 101; i
socialisti ebbero nella Camera 156 deputati che all'entrata del Re a Palazzo
Madama per il discorso della Corona intonarono «Bandiera rossa». Cominciarono
allora in Paese agitazioni gravi: scioperi industriali, agrari e nei servizi
pubblici; nel 1920 occupazione delle fabbriche… e in Parlamento il marasma più
completo; sì che fu necessario adottare l'unico espediente che la Costituzione
poneva nelle mani del Re: scioglimento della Camera e nuove elezioni
nell'aprile 1921. Ma disgraziatamente la legge elettorale politica a scrutinio
proporzionale anziché dare rappresentanze forti e capaci di costituire forti
governi, favorì lo sminuzzamento in gruppi e gruppetti che collegatisi fra di
loro, diedero al Ministero così scarsa maggioranza che Giolitti nel successivo
giugno rassegnò le dimissioni.
Fu sostituito da Bonomi; ma
l'oscillare dei vari gruppi e la poca adesione da parte anche dei gruppi
maggiori, oltre a dare al suo ministero una permanente debolezza, dopo pochi
mesi di vita stentata, finì per determinare la sua caduta nel febbraio 1922.
Scrive Sforza: «La crisi che ne seguì... fu la più lunga in Italia dal 1848
in poi: il Paese vi sentì una prova che il Parlamento non funzionava più» (2).
Furono dal Re, fatti successivi tentativi con De Nicola, con Giolitti, con
Orlando, che non ebbero seguito per contrasti fra i vari gruppi dalla Camera,
essenzialmente di carattere personale. I Capi dei Partiti restituendo il
mandato designavano Facta. Questi formò il suo primo Ministero nel marzo, ma
durò poco più di tre mesi, «dando la più clamorosa dimostrazione
dell'impotenza della Camera» (3).
Nuovi incarichi da parte del
Saviano: De Nicola, poi Giolitti che dovette ritirarsi per il veto di Don
Sturzo Capo dei Popolari; poi Bonomi che urtò contro l'opposizione dei
socialisti; Meda che ottenne la adesione dei suoi popolari a partecipare al
Governo sua non ne vollero assumere la Direzione e poi di nuovo Orlando che
tentò un ministero di pacificazione nazionale con approcci ai socialisti e
relativa chiamata di Turati al Quirinale; ma la combinazione non riuscì,
volendo i Socialisti il Ministero dell'Interno, al che i popolari si
opponevano. Successivi incarichi ancora a De Nicola e Tittoni non poterono
prendere forma, sì che fu necessario ritornare a Facta e la Camera, che aveva
reso impossibile qualunque combinazione vitale, gli accordò nuovamente fiducia
il 10 agosto 1922.
Come si è visto in poco più di
un anno quattro Ministeri attraverso tentativi di ogni sorta sempre andati a
vuoto!
Era la più angosciosa delle
crisi parlamentari, mentre i fascisti si facevano sempre più arditi capeggiando
nel Paese movimenti di rivolta, occupando case comunali, incendiando sedi di
organizzazioni socialiste e comuniste, con spargimento di sangue; sfociando il
25 ottobre al Congresso di Napoli e alla cosiddetta «Marcia su Roma».
Facta comprende che deve agire
energicamente: raduna il Consiglio dei Ministri per l'indomani e «in vista
delle risoluzioni che sarebbero state prese, telegrafò il 27 al Re per
avvertirlo della opportunità di partire per la Capitale» (4).
S. M. arriva alle 19 ed ha, un
primo breve colloquio con Facta nella saletta della stazione: secondo colloquio
a Villa Savoia alle 21 (5). Disgraziatamente l'autore non dice parola di questi
colloqui, come neppure del terzo che ebbe luogo l'indomani mattina quando il Re
non credette firmare il decreto per lo stato d'assedio che Facta gli portava in
seguito alla decisione del Consiglio dei Ministri tenuto alle 5 del mattino,
decreto già affisso dalle 8,30 sui muri di Roma e telegrafato ai Prefetti alle
7 e mezza (6). Così essendo, quale giustificazione può avere l'isolato «mutamento
di S. M. che Facta andando a Villa Savoia era ben lontano dal prevedere (7) se
di quante avesse significato il Sovrano nei due primi colloqui non è detto
nulla?
Quanto ai motivi per i quali
il Sovrano non avrebbe firmato il decreto, P. Silva riporta che il Re avrebbe
detto a Facta che «lo stato d'assedio opposto ai fascisti sarebbe stata la
guerra civile con le sue gravissime conseguenze» , aggiungendo che «non era
possibile né augurabile soffocare nel sangue un movimento così forte nel Paese
e così sorretto dall'opinione nazionale» (8). E aggiunge ancora altro motivo: «la
ragione addotta dal Re collimava con la dichiarazione fatta poco prima al
telefono da Federzoni il quale, in comunicazione col «Popolo d’Italia» di
Milano alle nove di quel mattino, aveva insistito perché fosse fatto sapere a
Mussolini «che perché il Re non prenda delle determinazioni che senza dubbio
aggraverebbero la situazione incalcolabilmente, bisognava che potesse agire e
subito (incarico a Mussolini) in condizione di visibile libertà, cioè che non
esistesse una pressione... insomma esteriore » (9).
L'opera del Re pertanto non
poteva essere più avveduta e più evidente e così fu giudicata allora e di poi
universalmente in Italia e all'estero. È appena il caso di aggiungere che fu
pura e maligna invenzione quanto fu affermato dai Partiti, avversari alla
Monarchia che il Re avesse cambiato avviso, in seguito a interferenze del Duca
di Aosta. per il timore di veder sostituita la linea secondogenita: chi più
deve aver sofferto di tale insinuazione fu certo il Duca d'Aosta stesso. Il suo
testamento spirituale fa ripetuto cenno della sua lealtà: « Innalzo a Dio il mio
pensiero riconoscente per avermi concesso nella
vita infinite grazie, ma soprattutto quella di servire la Patria e il
mio Re con onore ed umiltà, » e più oltre «...al mio augusto Sovrano che ho servito
sempre con lealtà., con ardore e con fede, rivolgo... » (10). Non è in punto di
morte che un credente e uomo di onore scrive tali attestazioni se non fossero
le più sincere.
Scartata l'idea di
fronteggiare e di sperdere i fascisti,
restava di avvisare come provvedere al dimani. Ho già accennato che il Sovrano
si era reso conto che il movimento fascista era forte in Paese e sorretto
dall'opinione nazionale; e non aveva torto. Scrittori di ogni tendenza
l'accertarono allora e di poi: Sforza nella citata sua opera scrive: «Pochi uomini
furono accompagnati più di Mussolini da voti di successo così numerosi anche se
soltanto rassegnati» (11). E Bonomi: «Corrono a lui reduci di guerra,
intellettuali, studenti, professionisti, piccoli borghesi mossi da uno spirito
idealista di Patria in apposizione alla prepotenza bruta di folle incolte ed
illuse...; finalmente lo ingrossano le folte schiere degli agrari e degli
industriali che vedono in lui uno strumento efficace per distruggere la
minaccia rossa e ristabilire l'ordine nella produzione e nel lavoro » (12). E
ancora ultimamente - 14 ottobre 1945 – nella Gazzetta d'Italia», Labriola
ricordava un suo discorso del 2 aprile 1924 in cui non dubitava di affermare
che «sarebbe difficile negare che nell'ottobre 1922 il Paese non aveva nessuna
voglia di ostacolare la strada al fascismo, come movimento che assumeva di
voler ristabilire la pace interna e di combattere socialismo, il Fascismo
rispondeva a sentimenti abbastanza diffusi…; il
Paese desideroso di pace aiutò il successo del movimento fascista».
Né, possiamo dimenticare che
nello stesso esercito, pur nella totalità fedele al Re, si intravvedevano
correnti non del tutto contrarie a Mussolini, come scrive Alfredo Misuri (13). «...
l'esercito lusingato dalla magnifica rinascita dello spirito guerriero della
stirpe, con la massa enorme degli smobilitati in attesa di sistemazione nella
vita civile che speravano in una ripresa militare; con la massa minore ma
sempre vigile ed attiva degli Ufficiali costretti a vegetare fuori quadri in
posizioni ausiliarie, o che so io, che speravano una ripresa di carriera ed influenzavano i fortunati
colleghi rimasti in servizio attivo a non opporsi, anzi a favorire la rinascita
di uno spirito avventuroso che avrebbe ridato forza alla Nazione, le avrebbe
consentito di conseguire altre vittorie le quali questa volta non sarebbero
state mutilate con la sopportazione dì uomini ad arrestare la Marcia su Roma ».
Il Sovrano pertanto, pur essendo
a conoscenza chele trattative iniziate da Mussolini con Giolitti dopo il
Congresso di Napoli per un Ministero da questi presieduto, ma con otto
dicasteri ai fascisti, era stato alla fine silurato dallo stesso Mussolini, il
quale aveva cercato solo di guadagnare tempo, non credette poter esimersi da un
ultimo analogo tentativo a mezzo di Salandra; ma Mussolini dichiarò « che per
arrivare ad una transazione con Salandra non valeva la pena di mobilitare e che
il Governo doveva essere nettamente fascista»: telegramma della notte del 29 al
giornale « il Mezzogiorno » di Napoli (14)
E poiché ogni tentativo per
far andare Mussolini a Roma a conferire col Sovrano e con Salandra urtò nella
categorica risposta che non si sarebbe mosso da Milano se non dopo aver ricevuto l'incarico di comporre
il Ministero, il Sovrano, su consiglio dello stesso Salandra, incaricò De
Vecchi di mettersi i contatto con Mussolini e dichiarargli che gli affidava
l'incarico di comporre il Ministero (15). Del resto fin dal 13 agosto il sen.
Albertini non aveva dubitato di affermare in Senato che «era arrivata l'ora di
riconoscere che il miglior mezzo di togliere ogni pretesto alla violenza era di
chiamare i fascisti a dar prova della loro capacità di dirigere la cosa
pubblica e mantenere le loro promesse. E lo stesso aveva il 27 ottobre
telegrafato al Gen. Cittadini, Primo Aiutante di campo di S. M. che « era
inutile pensare ad una combinazione Salandra essendo ineluttabile l'esperimento
Mussolini» (3).
Tutto questo bisogna aver
presente per giudicare dell'opera del. Re; da una parte riportarsi alle gravi
condizioni di allora e dall'altra ricordare Mussolini dell'ottobre 1922, non
quale lo vedremo al 1925 e tanto meno come lo possiamo giudicare ora.
Il procedimento del Sovrano fu
allora favorevolmente accolto da tutta la stampa; da tutti si plaudiva al Re
per aver evitato il conflitto fra l'esercito, e le squadre fasciste e non fu
solo plauso di «allora», ma per molti anni in Italia e all'estero «salì verso
il Sovrano per quell'atto tempestivo e coraggioso un coro di elogi » ..
E Mussolini, indubbiamente
tempista, come si compiacevano dichiararlo i suoi seguaci, non» solo ordinò
subito lo scioglimento delle squadre, ma non mancò di ammonire, — sia pure, si
disse, per ispirazione sovrana — gli Ufficiali di astenersi da dimostrazioni e
dalle lotte dei partiti, e costituì un ministero da consolidare la fiducia
della Nazione, chiamando a farne parte coi tecnici militari Diaz e Thaon di
Revel, i rappresentanti di ogni colore politico costituzionale, dai fascisti ai
liberali, ai democratici, ai giolittiani, nittiani, popolari — i democristiani
di allora, — ciò che col Paese, deve aver rassicurato anche il Re.
(1)
Pietro Silva - Io difendo la Monarchia, pag. 12
e segg. Ed de Fonseca - Roma 1946.
(2)
Carlo Sforza, l'Italia dal 1914 al 1944 quale
io la vidi. pag. 136. Ed. Mondadori, 1944.
(3)
lvanoe Bonomi: Edizioni Mondadori. Dal
Socialismo al Fascismo.
(4)
Efrem Ferraris: La Marcia su Roma veduta dal
Viminale.
(5) Efrem Ferraris Op. cit
(6) Efrem Ferraris Op. cit
(7) Efrem Ferraris Op. cit
(8)
Pietro Silva op.cit pag 62
(9)
E Ferraris op.cit
(10) Testamento
spirituale di S.A.R Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosata
(11) Carlo
Sfrorza op cit pag 148
(12) Ivanoe
Bonomi op cit pag 44
(13) Alfredo
Misuri con la Monarchia o verso la repubblica
(14) E. Ferraris
op cit pag 108, 125, 122
(15) P.
Silva op cit pag 67