NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 28 gennaio 2022

Dino Buzzati Traverso a cinquant'anni dalla sua morte


 di Emilio Del Bel Belluz

Il 28 gennaio 2022 sono trascorsi cinquant’anni dalla morte di uno dei più grandi scrittori del Novecento: Dino Buzzati Traverso. Quando penso a lui, nato nel 1906 a S.Pellegrino, presso Belluno, mi viene in mente un suo coetaneo che di sicuro aveva conosciuto: Primo Carnera, che nacque anche lui vicino alle montagne, nella terra friulana. Primo, che fu un grande campione di boxe, morì qualche anno prima di lui nel 1967, ed  aveva appena compiuto  sessanta anni. Entrambi assistettero allo scoppio della Grande Guerra che coinvolse anche l’Italia. Avevano nove anni, l’età dell’infanzia in cui i ricordi  non si dimenticano ed hanno un’importanza fondamentale. La vita di Buzzati fu molto diversa da quella di Carnera, ma ambedue amavano la quiete della montagna e ne ammiravano i suoi colori. Successivamente si trasferì a Milano con la famiglia. Il padre era professore di  Diritto internazionale all’Università di Pavia, dove in seguito  divenne insegnante il figlio: Adriano Buzzati. La strada che scelse Dino fu quella del mondo letterario, anche se il primo amore fu quello per il violino che il padre gli aveva regalato per il suo nono compleanno. La passione per la musica  lasciò il posto all’amore per la letteratura, per il giornalismo e per la pittura. La sua prima opera letteraria uscì nel 1933, con il titolo: “ Barnabo delle montagne”. Anche Primo Carnera visse uno splendido 1933, conquistando il titolo mondiale dei pesi massimi, il primo che l’Italia vinse. Dino Buzzati non dovette attendere molto per essere conosciuto. Lavorò al Corriere della Sera nella cui redazione vi entrò nel 1928: un posto davvero prestigioso per un giovane di appena 22 anni, se consideriamo che nella stessa redazione lavoravano i più grandi intellettuali di quel periodo.  Nella antologia per le scuole medie redatta da Vigorelli- Romani nel 1942 troviamo alcune sue pagine che scrisse come inviato negli incrociatori “Fiume” e “Trieste” per il  Corriere della Sera. Nella stesso libro è riportato uno scritto su di lui. “ Dino Buzzati è un nostro giovane narratore. Il suo terzo romanzo  “Il Deserto Dei Tartari” Rizzoli Milano 1940, è stato riconosciuto per uno dei migliori di questi ultimi anni. Qui leggerai,  invece un suo servizio di guerra – una” umile cronaca” (come a lui è piaciuto definirla)  d’una sortita navale. Pochi articoli di guerra sono stati scritti con la sincerità e l’onestà di questo. Ogni tanto infatti il Buzzati sospende la narrazione come a chiedersi con scrupolo se tutto quel che ha detto è vero; poi riprende, e va a scoprire schiettamente i giusti timori e i generosi ardimenti del soldato. Ancora una volta il soldato è salutato nella sua qualità più alta: la civile umanità italiana”. Nel libro che molti ragazzi di allora avevano in dotazione appariva una cronaca molto dettagliata sulla guerra, scritta in modo schietto come era il suo stile. A distanza di cinquant’ anni Dino Buzzati non è uno scrittore studiato a scuola o letto dai giovani perché non sono inclini alla riflessione e alla solitudine che possono dare le  sue pagine.  Quelli della mia generazione lo lessero e lo amarono, considerandolo una persona che aveva saputo ricostruire un mondo che sarebbe andato perduto per sempre. L’incanto dello scrittore può essere rispecchiato anche da poche righe che ho trovato in un suo racconto, tratto dal libro Sessanta racconti una favola che fa riflettere specialmente in questi tempi difficili. “ I Santi hanno ciascuno una casetta lungo la riva con un balcone che guarda l’oceano e quell’oceano è Dio. D’estate, quando fa caldo, per refrigerio essi si tuffano nelle fresche acque e quelle acque sono Dio”. Fu uno scrittore cattolico che cercava sempre Dio, quel legame forte che fa bene allo spirito e alla vita. Ecco che allora tornano i segni dell’uomo del tempo, contraddistinti dall’amore per Dio, per la Patria e per la famiglia. Questi valori che adesso mancano in questa Italia che si è impoverita. Qualche volta ci si chiede come mai non si ascoltino gli anziani, quelli che avendo vissuto già gran parte della loro vita sono ricchi d’esperienza. La stessa cosa la si poterebbe dire per gli scrittori, non ci sono molti scrittori che hanno la stessa tempra che aveva avuto negli anni,  Dino Buzzati. Seppe scrivere della bellezza della natura, del suo legame con la montagna e il deserto che hanno in comune le stesse caratteristiche, cioè il silenzio, la solitudine ed il mistero.  Nel libro Incontri in libreria di Francesco Grisi si racconta del libro di Buzzati:  Il deserto dei Tartari.  “L’uomo è solo, ma non è in solitudine, perché vive, palpita e muore nel suo destino, e la solitudine di Kafka è vinta da questo senso arcano dell’attesa.  Il tempo accarezzando, e ingigantendo  l’attesa accompagna il cammino: fluisce silenzioso e solenne nelle profondità segrete dell’universo e nelle nostalgiche rive che avvolgono, nella luce dolcissima dell’alba, l’umanità. Ne “Il Deserto dei  Tartari”, ad esempio, il tempo pur schematizzandosi in anni e stagioni, è un respiro eterno e l’eroe, il tenente Drogo, più che subirlo lo filtra nelle sue speranze e lo gusta nelle sue illusioni. Ugualmente il simbolo con i suoi derivati  si illumina di  valore emblematico nell’attesa. L’uomo, in Buzzati, è il simbolo perché non recita una sequela unicamente legata al suo individuale destino, ma é impegnato in passioni…” Il tenente Drogo non poté assistere all’assalto della fortezza che tanto aveva sognato, perché essendo stata declassata a caserma di confine, ne fu allontanato. Anziché morire combattendo, finì gli ultimi giorni della sua vita consumato dalla malattia e dagli anni. Il tema della morte si  pone come determinante alla fine del romanzo, come riscatto ad una vita vuota e vanagloriosa.  Quello che mette in evidenza  Dino Buzzati nell’opera Il deserto dei Tartari   è lo stesso che sostenne un soldato alla fine della Grande Guerra : la cosa più importante che riportai dalla mia esperienza militare era il forte legame cameratesco che c’era tra di noi, lo spirito di corpo che ci univa. Il libro Il Deserto dei Tartari,  in origine sarebbe dovuto intitolarsi “La Fortezza”, ma Leo Longanesi lo sconsigliò di mettervi questo titolo. Visto che era scoppiata la seconda guerra mondiale, eravamo nel 1940, e l’Italia presto sarebbe entrata nel conflitto, quel titolo poteva indicare che il libro avesse come tema la guerra. Nella rivista “ Fantastico quotidiano” n. 13 del 2018 , Enrico Rulli scrisse: “Lo scrittore risultava essere stato iscritto al Partito Fascista, come molti intellettuali della sua generazione, ma a differenza di altri non aveva mai fatto pubblica abiura di quella sua appartenenza. Inoltre, era indubbio il fascino che provava per il mito, declinato in diverse forme: la guerra (specialmente quella navale), la montagna, il soprannaturale, le grandi personalità del suo tempo”. Poche ore prima che lo scrittore entrasse in coma, ricevette la visita, richiesta d’urgenza, del cardinale Giovanni Colombo che s’intrattenne nella stanza d’ospedale per cinque minuti. La moglie quando rientrò, lo ritrovò sereno. Non si può parlare di conversione all’ultimo momento, perché Buzzati era stato cristiano durante tutta la sua esistenza, se si considera fede la sua incessante ricerca di senso nelle sue opere e nella sua vita, e l’ ansia per la ricerca dell’assoluto. La moglie asseriva che Buzzati credeva in Dio e di questo era certo anche Paolo VI, con cui aveva instaurato una grande amicizia e lo aveva convinto a sposarla. Prima della morte, che avvenne il 28 gennaio 1972, a Milano chiese di baciare un crocefisso.

domenica 23 gennaio 2022

Capitolo XLIV: Carnera giudicato dalla commissione atletica dello stato della California.

di Emilio Del Bel Belluz



 Carnera  aveva combattuto nella boxe per molti anni, ma il suo primo sport che aveva praticato per guadagnarsi da vivere ,era la lotta libera, quando in Francia si era trovato a interpretare l’uomo più forte del mondo,  in un circo equestre. Da quel periodo erano  passati tanti anni: dal 1928 al 1946. L’acqua sotto i ponti aveva scritto tante storie, ma Carnera rimaneva sempre lui: una persona che aveva fiducia nella vita, che vedeva solo il positivo delle cose e che amava tutto quello che riusciva a fare di bello. In Italia poi era diventato campione della lotta libera vincendo il titolo nazionale nel 1942,  e questo era già un traguardo importante . I tifosi lo cercavano, come pure i suoi avversari attendevano con impazienza l’ora di vederlo in azione. La sua presenza in America aveva suscitato oltre a titoli a caratteri cubitali sui giornali, una vera e propria scommessa su come  avrebbe debuttato. Molti atleti erano impazienti  di incontrarlo e pensavano a quanti soldi avrebbero potuto incassare, la lotta era fatta di spettacolo e non era da tutti incontrare un campione del mondo di boxe, anche se ora il titolo non lo possedeva più. Anche in albergo il nuovo Carnera era assediato da gente che non lo mollava. Dopo alcuni giorni che si era allenato, dando il massimo di se stesso, aveva calato alcuni chili di troppo. La notizia che la commissione non gli voleva rilasciare la licenza per combattere fu come un fulmine a ciel sereno. “ 
La commissione Atletica dello stato della California- che controlla le organizzazioni e gli atleti con lo scopo di proteggere il pubblico e i suoi diritti- chiede a Carnera che si procuri la licenza di lottatore professionista prima di salire su di un ring Californiano” ( Io e Primo - La vita de il gigante buono di Aldo Spoldi ). Gli organizzatori iniziarono l’iter burocratico per procurare a Carnera la licenza richiesta ed erano convinti che il tutto si svolgesse in modo molto sbrigativo. Ma nei giorni successivi il tanto atteso documento non arrivava a causa di fatti  svoltisi nel 1930 e precisamente durante il combattimento del 14 aprile 1930 ad  Oakland in California, contro Léon  Chevalier,  pure lui un massimo che calcava il ring da qualche tempo, e che voleva farsi un nome nella boxe, ma non aveva le qualità che gli permettessero di raggiungere questo sogno. 
Durante le prime riprese i due pugili si studiarono, cercando di capire le mosse dell’avversario, facevano da padroni l’inesperienza e la paura di perdere. Ad un certo punto l’arbitro li richiamò a battersi con più convinzione. Il pubblico aveva pagato il biglietto e voleva vedere lo spettacolo. L’incontro si accese e l’avversario di Carnera mise a segno alcuni colpi che preoccuparono Primo. Dal suo angolo si levavano le grida dei suoi allenatori affinché mettesse a segno dei colpi più convincenti. Il pugile italiano,  avendo acquistato coraggio, mise all’angolo il suo avversario con dei colpi netti, ma allo stesso tempo confusi. In quel momento dall’angolo di Chevalier si vide il lancio dell’asciugamano, l’arbitro sospese il combattimento decretando la vittoria di Carnera, alzandogli  il braccio. 
Quello che accadde dopo è difficile ricostruirlo, il pubblico si mise a protestare, e ci fu il caos totale. Dovette intervenire la  polizia in forze per sedare i malumori. I due pugili dovettero nascondersi sotto il ring, per non essere presi dai tifosi inferociti. Lasciarono il posto, dove erano trincerati con l’aiuto della polizia. Tutto era nato da un equivoco, così venne stabilito dopo il temine dell’inchiesta, e i due pugili vennero dichiararti colpevoli. La Commissione d’Atletica  aveva quindi squalificato i due pugili e ora non voleva rilasciare la licenza di lottatore a Carnera. Aldo Spoldi  scrive
 “ Preso nota delle accuse, l’organizzatore della prossima “ turnée”di lotta libera americana con Primo Carnera in qualità di lottatore , si procurò i servizi di uno  dei migliori avvocati di Los Angeles. Si trattò di un avvocato che, nel 1930, faceva parte di quella Commissione Atletica della California. L’esperto avvocato fece capire al giudice che Primo Carnera era, dei quattro incolpati della faccenda del 1930, la parte veramente innocente. E mentre, più avanti, sia Chevalier e sia il suo manager, erano stati reintegrati dalla Commissione, proprio Carnera, la parte veramente innocente, veniva riconosciuta trentasei anni dopo, ancora colpevole di un gesto da lui sempre ignorato. 
Il giudice prese buona nota di questi fatti e pronunciò la completa innocenza di Carnera relativamente allo “ scandalo” del 1930”. La sera che Carnera apprese della sua assoluzione ne fu felice, ma questa gioia non durò a lungo. Infatti, ancora una volta qualcosa stava andando storto, come spesso accadde. Il suo avvocato non aveva voluto allarmarlo, ma la lotta per ottenere quella licenza non era ancora conclusa. La commissione ora accusava Primo Carnera d’essere stato un fascista fino alla fine del governo di Mussolini e di aver ospitato durante la guerra i tedeschi e i fascisti nella sua casa. L’abile avvocato, che gli organizzatori avevano assunto, non si lasciò sfuggire l’occasione per dimostrare in modo pieno l’innocenza del suo assistito. Carnera non aveva mai chiuso la sua casa di Sequals  a nessuno, pertanto, capitava che i soldati tedeschi, saputo che in quel paese abitava il campione del mondo della boxe, venissero a cercarlo. Tanti soldati gli domandavano l’autografo, volevano fare una foto con lui da mandare a casa alla famiglia. Questi gesti di gentilezza Carnera li faceva con tutti, perché facevano parte del suo carattere.  In quel periodo Carnera aveva dovuto lavorare per i tedeschi nella Tot, come qualsiasi persona, per un pezzo di pane. 
Quello che il suo avvocato non poteva però dire era che Carnera era stato aiutato dal campione tedesco Max Schmeling, che  grazie alle sue conoscenze era intervenuto affinchè venisse trattato con più umanità. Il suo avvocato con una dialettica e con delle prove molto importanti disse che se Carnera era stato accusato d’essere fascista per le sue foto con Benito Mussolini, allora anche tanti uomini importanti ed alte personalità dello stato americano dovevano essere accusate d’essere fascisti. L’abile avvocato avvicinandosi ai giudici mostrò alcune foto dove si vedeva Carnera assieme al presidente degli Stati Uniti d’America, Roosevelt e ad altre autorità americane, tra cui degli ambasciatori degli Stati Uniti d’America e questo fu sufficiente per scagionare definitivamente Carnera.  Nel settembre 1946 il gigante italiano diede inizio alla nuova attività sportiva.

sabato 22 gennaio 2022

La Monarchia dal 1922 a .... domani - II parte

IN REGIME FASCISTA


Fin dalla prima seduta della Camera si intravvide però subito il suo vero animo intransigente e minaccioso: gli italiani allibirono all'insulto da lui fatto alla Camera e per conseguenza al Paese che l'aveva eletta, col noto oltraggio: «di. quest' aula sorda e grigia avrei potuto fare un bivacco di manipoli!» (e mi sia lecito aggiungere che quando Mussolini venne a 'Vicenza nel '24 alloggiando in Prefettura, ebbe a gloriarsi, me presente, di tale frase precisando che non gli fosse sfuggita, ma voluta dire espressamente per marcare che, i fascisti erano assai superiori ai Deputati). E la Camera, l'ultima eletta liberamente dal popolo italiano, fu muta e gli diede il suo voto di fiducia.

Se il Re era uscito pienamente giustificato dall'aver commesso (concesso?) le redini del governo a Mussolini, appariva pur troppo chiaro fin d'ora che della Costituzione, cioè libero funzionamento degli organi istituzionali, non sarebbe rimasta che la struttura formale.

E così fu infatti: il Re, sminuito dei suoi poteri dall'invadenza, sempre maggiore di Mussolini, sine a diventare «diarchia» il reggimento dello Stato, come egli scrive nel suo libro «Storia di un anno», mettendo nello stesso piano il Re e se stesso, veniva nella realtà privato del potere sovrano, dovendo la volontà sua estrinsecarsi sempre a mezzo del Capo del Governo.

Non è che mancassero i motivi per rimediarvi, né le occasioni. Non mi tratterrò certo, su tutte le leggi e i provvedimenti in cui Il sistema costituzionale fu, se non sempre apertamente, certo nella sostanza violentato: esaminerò solo i provvedimenti che vi contrastarono in pieno ed ebbero grandissima importanza: le due leggi elettorali, quelle contro la libertà di   stampa, riunione ed associazione; nonché la legge sul Gran Consiglio.

Il primo attentato allo Statuto è stato la legge elettorale del 1923, non tuttavia alla stregua della dicitura letterale: dice l'art. 39: «La Camera elettiva è composta di Deputati scelti dai Collegi elettorali conformemente alla legge» eppertanto, data una legge approvata e sanzionata, violazione formale  non vi era. Ma se si assurge all'essenza della legge, l’offesa alla Carta costituzionale è enorme, in quanto era stabilito che i due terzi dei seggi appartenessero alla lista vincente, fascista, e solo l'altro terzo a tutti gli altri partiti insieme. E la Camera l'approvò e l'approvò il Senato: al Re non restava altra possibilità che di sanzionarla.  Veniva così a mancare l'espressione della «libera» volontà popolare.

 

* * *

È in questo clima di asservimento del Parlamento che fu perpetrato il delitto Matteotti. Già nel maggio 1923 per un coraggioso discorso alla Camera l'on. Misuri eri', stato ridotto in fin di vita; il 30 maggio successivo anno, l'on. Matteotti osava altro discorso; il 10 giugno veniva assassinato. Io non credo che Mussolini avesse prospettato di spingere le cose a questi estremi, che non gli era vantaggioso; ma l'idea di precludergli ogni altra interferenza alla Camera nei pochi giorni prima. delle vacanze estive certo fu sua; complice pertanto nella preparazione del colpo, che poi aveva ecceduto.

L'indignazione fu generale, ma non vi corrispose né la Camera né il Senato. Mussolini aveva bensì tentato di garantirsi di ogni evenienza chiedendo al Re un decreto di scioglimento della Camera colla data in bianco, ma il Re vi aveva opposto reciso rifiuto; così Malacoda (1). Allora Mussolini giocò di audacia chiedendo il 3 gennaio alla Camera di tradurlo davanti l'Alta Corte, di Giustizia ai sensi del l'art. 47 dello Statuto. La Camera, alle cui sedute aveva continuato ad essere assente il cosiddetto Aventino malgrado il Re avesse ben due volte fatto sapere ad Amendola - uno dei suoi Capi più autorevoli - che era il momento buono per il ritorno nell'aula» (2) era il 3 gennaio ancora assente, sì che nessuno si mosse all'intimazione di Mussolini, e neppure il Senato nella successiva seduta: tre soli Senatori — fra cui mi piace ricordare Abbiate — parlarono contro e i voti contrari furono 21!

Gli è che il Parlamento sapeva che la partita era perduta d'avanzo e che Mussolini aveva con sé le masse popolari, aveva la Milizia, aveva la grande riserva dello squadrismo padano e toscano» (3). Che cosa potava fare il Re? Egli che, come abbiamo visto, aveva inutilmente chiesto nel secondo semestre 1924, all'opposizione «di restare al suo posto e di provocare un voto che potesse dargli modo di constatare un mutamento nella maggioranza... sì da poter invitare il Presidente del Consiglio a ritirarsi, come aveva assicurato a Giolitti (4), tentò un ultimo espediente chiamando a Consiglio gli ex capi gabinetti liberali Giolitti, Salandra e Orlando, i quali opinarono essere inopportuno di avventurarsi in un cambio che preludesse ad un governo dominato da socialisti o popolari » (5). Di fronte a queste negative, ripeto, cosa poteva fare da solo il Re? Rincalza Silva: (6) «Poteva il Re solo contro tutti affrontare la lotta? Con quali possibilità, e con quali mezzi?... Privato dell'appoggio del Parlamento non aveva aperta altra via che quella della forza e della guerra civile per liberarsi del fascismo liberarne l’Italia»; e Mussolini stesso l'aveva chiaramente prospettalo in Senato: «La Corona dovrà servirsi dell'Esercito per disperdere la Camera che non le piace» (7).

E detta da lui, non era minaccia vana, che «sciogliere» la Camera, come in tempi normali quando si trattava di contrasti fra la medesima e il Governo in questioni sia pur gravi, non era certo rimedio da potersi sperare in quelle circostanze. Senza contare che sarebbe stato provvedimento quanto mai incostituzionale e il più antidemocratico cui si potesse pensare, in `quanto non era certa dai mormorii a due o dalle barzellette o dai giochi di parole che si potesse giustificare il dissenso del Paese.

Di fronte pertanto alla certezza della guerra civile con tutti gli orrori, che. era facile: prevedere, il Re non si sentì di gettare il Paese a tanto sbaraglio, tanto più non potendosi lusingare- di vincere tanto facilmente la partita, poco sicuro di aver rappoggio del Paese dei cui sentimenti i voti del Parlamento erano stati tutt'altro che rassicuranti indizi. Chi gli può dar torto?

E così l'occasione tragicamente favorevole del delitto Matteotti passò... inasprendo invece purtroppo' l'assolutismo di Mussolini.

Già subito dopo detto delitto, nel luglio: erano stati presi provvedimenti per «impedire polemiche intemperanti e propalazioni tendenziose per denigrare sistematicamente il Governo» (8), e nel novembre successivo altre disposizioni che «vietavano fino a nuovo ordine qualsiasi adunata, comizio o corteo con carattere politico»; e nel dicembre altre ancora per hi massima vigilanza su tutti i giornali per poter provvedere tempestivamente ed efficacemente a sequestro e diffida, per qualsiasi pubblicazione che potesse comunque arrecare turbamento all'ordine pubblico». Tali provvedimenti affidati ai Prefetti furono dopo il 3 gennaio legalizzati, quanto alla stampa colla. legge 24 giugno 1925, approvata dalla Camera con 261 voti favorevoli e 5 contrari, e dal Senato con 150 favorevoli e 46 contrari; è quanto al resto con la legge 12 dicembre successivo sui nuovi poteri a Prefetti, alla quale avevano invano tentata di opporsi soli trenta deputati, fra cui mi piace ricordare, Giolitti e Soleri, con una mozione ché Mussolini... rimandava a sei mesi tra applausi generali.

Lo stesso dicembre altro colpo ancora allo Statuto con la legge che sostituiva il Capo del Governo al Presidente del Consiglio, sì che i Ministri cessarono di essere collegialmente responsabili verso il Re, il quale perdeva il diritto di sceglierli, dipendendo essi d'ora innanzi direttamente dal Capo del Governo.

E prosegue ancora l'opera di Mussolini a scalzare l'autorità regia: il 1928 - 27 maggio - vede approvata la nuova legge elettorale che sostituisce ai Deputati i Consiglieri Nazionali tutti scelti dal Gran Consiglio. È la più completa violazione dello Statuto che li voleva scelti dai collegi elettorali. Da questo momento cessa la libertà in Italia e il Re resta solo e disarmato di fronte al Fascismo, perché viene a cessare in Lui la possibilità, che è garanzia di libertà, di cambiare il Ministero messo in minoranza dalla Camera ed anche di sciogliere la Camera se più non risponda alla volontà del Paese: il fascismo ebbe dalla Camera dei Deputati lo strumento per alterare deformare la volontà del popolo.

E nel dicembre successivo altro attentato alla dignità *della Monarchia in data del 9, che conferiva al Gran Consiglio — creato nel 1923 ma fino allora pressoché ignorato — straordinari poteri. Fu questo uno degli atti più rimproverato al Re; esaminiamone la portata. Scrive Mussolini nel suo libro «Il Gran Consiglio rivendicava, a sé il diritto di intervenire nella successione della Corona... ciò voleva dire un colpo mortale allo Statuto che regolava automaticamente questo problema (vedremo che mentiva). Taluni arrivarono ad insinuare che quell'articolo fosse di ispirazione repubblicana e che si volesse in ogni caso ostacolare l'assunzione al trono del Principe Umberto e proporre l'allora Duca delle Paglie. (Ambe insinuazioni tutt’altro che contrarie alle aspirazioni di Mussolini, se pur messe a carico di anonimi «taluni»).

Seguita Mussolini «da quel giorno — 1928 — Vittorio Savoia cominciò a detestare Mussolini e a covar un odio tremendo contro il Fascismo. Il regime, disse un giorno il Re, non deve entrare in questa materia che una legge fondamentale ha già regolato. Se un Partito in regime monarchico vuole decidere contro la successicene al trono, la Monarchia non è più tale; il grido della successione non può essere che il tradizionale: il Re è Morto! Viva il Re!».

Non è il caso di rilevare la perfetta argomentazione del Re; invece è tutt'altro che fuor di luogo notare che di fronte all'opposizione del Re, la legge fu alla fine conformata in modo da non urtare, sia pur solo formalmente, alla Costituzione. A parte che il Gran Consiglio dà solo parere su tutte le questioni aventi carattere costituzionale: la successione al trono e le attribuzioni e le prerogative della Corona, è precisato in modo inequivocabile che si deve trattare di questioni; ora 'questione' non vi può essere quando si tratti della normale successione al trono, essendo questa regolata dall'articolo 2 dello Statuto in modo preciso e tassativo con la disposizione: «il trono è ereditario secondo la legge salica». È pertanto evidente che il caso previsto, stando alla lettera della disposizione, non avrebbe, potuto essere quello normale ma altro eventuale non previsto dalla legge salica, per esempio la mancanza di maschi nell'agnazione o impedimenti a regnare nei sucessibili secondo la legge medesima. E questo fu più esplicitamente riconosciuto dallo stesso Mussolini, come è precisato nel diario Ciano sotto la data 11 febbraio 1939.

Finezze di interpretazione, certamente ma è appunto in grazia, ad esse che vien chiarita la reale portata della disposizione, resa letteralmente costituzionale per non urtare contro il 'persistere del Re e rifiutarne la sanzione; mentre a Mussolini essenzialmente importava quello che poteva apparire ai più e cioè un colpo alla Dinastia, una messa in guardia per il Re e una sfida al Principe Ereditario, che si sapeva contrario al Fascismo. E contemporaneamente gli dava in Mano l'arma da far agire, forzandone l'interpretazione, quando si fosse sentito tanto forte da osare sul sicuro del colpo mancino, non essendo allora più il caso di occuparsi della costituzionalità ma non volendo perdere il vantaggio che gli sarebbe venuto dalla legalità specie di fronte a quelli che sarebbero stati allora beni felici di avere un pretesto legale, perché sancito a suo tempo dallo stesso Re interessato, per mancare alla loro fede monarchica.

Queste le leggi che più offesero la costituzione e poche altre minori; tutte però nella loro applicazione inquinate da spirito di parte, favoritismi, imposizioni, soprusi, corruzioni. Ma i pericoli ed i danni che man mano questo stato di cose andava preparando alla Nazione, non si, prospettarono che lentamente alla generalità degli Italiani, vuoi per il fervore di numerose opere pubbliche, vuoi per la novità stella legislazione corporativa, tanto poi tralignata nell’applicazione, ma che al suo apparire ha indubbiamente dato delle speranze, vuoi per un certo benessere generale, e normale andamento di vita sociale, nonché per la fortunata conclusione dei Patti Lateranensi..., sì che per un certo periodo, che sì può calcolare sino nel corso del 1940, fu generalmente riconosciuto da scrittori e uomini politici d'Italia e all'estero che « il Fascismo fosse un complesso fenomeno che si era imposto anche agli spiriti meno benevoli e più saldi ».

E allora conclude P. Silva (9) i non si scaglino anatemi alla Monarchia se ha dovuto accettare questo fenomeno. È ingiusto pretendere che essa con

un gesto magico potesse dissolvere il regime indovinando, quando tutti lo esaltavano, la rovina che avrebbe prodotto.

Fu, è vero, anche durante questo periodo rimproverato al Re questo o quest'altro atto di assai ridotta importanza, ma pur ostico alla popolazione - visita a Predappio, il «Voi», alcuni telegrammi al Duce, il saluto e il passo romano... -. hanno questi critici pensato a quant' altri atti gli sarà riuscito di opporsi, a quante pressioni morali invece costretto in altri casi sì da giustificare se valesse la pena - qualche volta di opporsi in vista del minor male?

 

(1)  Secondo Malacoda: Popolo, Fascismo e Monarchia pagg 44

(2)   Giornale « L'Epoca »: La verità sull'Aventino

(3)   Pietro Silva, op cit pag 98,

(4)   Pietro Silva, op cit pag 102,

(5)   Pietro Silva, Op cit, pag 98

(6)   Pietro Silva, Op cit, pag 100

(7)   L. Sturzo:  L’Italia e l'ordine internazionale da Malacoda op. cit. pag. 48'

(8)   Circolari ai Prefetti

(9)   Pietro Silva, Op cit, pag 124

domenica 16 gennaio 2022

Carnera capitolo XLIII : CARNERA cambia vita e deve lasciare la boxe.

 
di Emilio Del Bel Belluz


 Quello che si aspettava Carnera si stava verificando nel mese di novembre del 1945. Gli avevano proposto di incontrare al posto di Giovanni Martin che s’era infortunato, un pugile che non conosceva ma che un tempo era uno dei migliori pesi mediomassimi in circolazione: Luigi Musina, che ora rientrava nella categoria superiore dei pesi massimi. Dopo la guerra era aumentato di peso, e ora voleva farsi un nome nella massima categoria.  Musina era originario di Gorizia: la città dove il gigante di Sequals aveva incontrato  la donna della sua vita, quella che continuava a dargli le gioie più grandi. Quando venne a sapere la provenienza del suo avversario gli venne spontaneo chiedere a sua moglie se lo conoscesse, o se lo avesse mai visto in posta a Gorizia. La donna non l’aveva mai sentito nominare, ma ogni avversario che il suo amore incontrava sul ring era sempre pericoloso.  Pina non aveva mai dimenticato le volte in cui Carnera gli aveva parlato di quella sera in cui aveva incontrato Ernie Schaaf, e di come fosse stato drammatico l’epilogo di quell’incontro. Non aveva mai dimenticato la morte di Schaaf e pure Pina pensava spesso a lui, e a sua madre. Carnera in quel periodo era felice, aveva l’impressione che qualcosa stesse per accadere di positivo.  Il grande Primo sperava di tornare imbattibile, gli bastava anche un titolo italiano. La federazione pugilistica gli aveva permesso di combattere e quindi aveva fiducia in lui, non poteva deluderla. Carnera aveva deciso di allenarsi con maggiore serietà, non poteva fallire, e per questo arrivò a Sequals un ottimo peso massimo ungherese, che voleva abitare in Italia. Quel peso massimo  aveva le stesse caratteristiche di Luigi Musina. Quel pugile aveva combattuto spesso fuori della’Ungheria perché nel suo Paese non si organizzavano incontri di un certo rilievo, e come si usava dire faceva la fame, tenendo conto che aveva anche una moglie e tre figli da mantenere.  Carnera lo ospitò nella sua casa, e mancavano diciotto giorni al combattimento di _Milano che era stato fissato sulla distanza di dieci riprese. La data era quella del 21 novembre 1945. In quella città, pochi mesi prima, era stato appeso per i piedi, dopo l’uccisione, il suo amico Benito Mussolini, a Piazzale Loreto. Quell’ episodio gli veniva  in mente spesso, anche lui aveva rischiato di essere fucilato dai partigiani. Quando apprese della morte di Mussolini rimase molto rattristato, e in quella settimana aveva riguardato le foto che lo ritraevano assieme a  Mussolini e ad altri gerarchi, pure loro uccisi. La morte di Mussolini era stata una pagina davvero oscura della storia italiana.  Carnera non si spiegava come Mussolini, che aveva ottenuto una grande popolarità tra gli italiani, fosse subito dopo la sua morte, dimenticato da molti di loro. Gli vennero in mente le parole del filosofo Sofocle che diceva: “ Non chiamiamo nessuno felice, prima che abbia terminato senza patire mali, la vita ”. Quella citazione l’aveva trovata in una pagina di un giornale. La vita ci poteva sempre riservare delle brutte sorprese. Finalmente era giunto il giorno dell’incontro con Musina. I giornali avevano parlato dell’evento, e alcuni giornalisti erano venuti ad assistere al match, e in quel giorno successe di tutto. “ Il Teatro Nazionale ha seimila posti. E la sera del 21 novembre 1945 sono ventimila le persone che circondano il locale per vedere Carnera, per applaudirlo, per riempirsi la vista e il cuore con un mito splendido del loro passato. Un mito intatto e pulito, un mito valido, non illusorio, se è sopravvissuto alle sconfitte atletiche e all’inferno della guerra. L’organizzatore Gino Officio, prevedendo un “ tutto esaurito ”, ha convinto le autorità a disporre un grosso servizio d’ordine: 200 carabinieri, 160 agenti. Di suo ci mette 60 controllori. Lo schieramento si dimostra insufficiente. La folla dà l’assalto, spazza via i cordoni di protezione. Pochissimi hanno il biglietto.  C’è di più: i “ portoghesi “ riescono a entrare dal tetto abbattendo i finestroni e dagli scantinati sfondano le porte. Tre carabinieri finiscono all’ospedale. Molte donne  svengono. In quel caos ci sono anche le donne, sissignori. Interviene la military Police. Con le sirene che ululano, e le manganellate piovono come grandine. “ E’una bolgia dantesca” scrive Rosario Busacca.  Il primo incontro ha inizio con mezz’ora di ritardo. Quello di Carnera è il secondo. Ma la teppa scatena una vera battaglia. Il ring  viene occupato. Esplodono zuffe e pugilati di gruppo. L’altoparlante raccomanda la calma. Tempo perso. La Military Police torna a pestare. Gli agenti sparano dei colpi di pistola in aria . Tutto inutile. La riunione è sospesa. Carnera se la squaglia da un’uscita laterale e cerca rifugio in un bar. Ha freddo . Gli ammiratori lo assediano e gli offrono da bere. Un cognac, due cognac. Una sigaretta, due sigarette. Poi alle 22,25 ecco il contrordine. Le autorità di polizia decidono che la riunione debba riprendere. Temono che gli spettatori, inferociti, diano fuoco alla sala. “Carnera dov’è? “ Lo trovano al bar. Gli impongono di prepararsi. E alla svelta: non c’è tempo da perdere. Ma il gigante non è più in condizione di salire sul quadrato. I due cognac e le due sigarette gli hanno dato alla testa. Nel primo round, difatti, va giù due volte. È un fantasma. Non si muove sulle gambe. Resiste fino alla sesta ripresa, un po’ per mestiere e molto perché Musina cerca di tenerlo in piedi e di non giustiziarlo troppo presto. Alla settima il campione d’Europa forza l’andatura e Carnera è travolto, senza scampo. Solo la spugna salva il povero colosso. Musina è portato in trionfo. Ma la sua è una vittoria da maramaldo. L’incasso netto supera il mezzo milione di lire. Non basterà nemmeno per indennizzare le parti lese e per riparare i danni sofferti del teatro. Altro che affare. La prosa di Busacca è granguignolesca: “ Carnera era a terra domo e vinto, ormai: gli occhi spenti e il grosso corpo prono. Era stramazzato sull’assito, come toro colpito dalla mazzata del beccaio. E quanta gente attorno al ring. Scena d’anfiteatro notturno. Nera e fumosa bolgia con l’accecante luce delle lampade concentrate sull’agonia del campione”. È destino che Carnera deluda sempre, a Milano. Implacabili, i cronisti sportivi vanno a visitarlo, nel camerino. Primo ha l’occhio destro tumefatto e tanta tristezza sul volto. “ Avevo le idee confuse e le gambe di legno” dice a bassa voce. “ Musina mi ha colpito subito duro. Quei cognac mi hanno demolito prima di Musina, che pure è bravo, un bell’atleta che conosce il mestiere.” ( Primo Carnera- L’uomo più forte del mondo- Aldo Santini).  Ma Carnera non si arrese. Parlò di andare in America, e di battersi contro Buddy Baer, il fratello minore del suo antico rivale. Nel frattempo incontrò di nuovo Musina il 19 marzo 1946, a Trieste, e perse ai punti in otto riprese. L’incasso fu buono. In seguito il terzo match a Gorizia, il 12 maggio. Nuova sconfitta, sempre al limite delle otto riprese. Primo comprese di aver chiuso con il pugilato. Questi cinque combattimenti gli avevano reso poco, anzi pochissimo, privandolo di qualsiasi credibilità. Carnera sapeva che il mondo della boxe non gli avrebbe dato più da vivere,  e non meritava più di insistere. Il suo fisico non era più all’altezza per quello sport.  Gli venne offerta la possibilità di tornare in America,  questa volta non come pugile, ma come lottatore e con la speranza di poter fare dei grandi guadagni. Nel mondo del cinema americano tanti registi lo cercavano, ma non era nelle sue intenzioni fare ancora l’attore. Carnera appariva triste e sfiduciato, l’attuale parentesi pugilistica non aveva dato i frutti sperati. Quella prima sconfitta contro Musina gli aveva fatto veramente male, e la città di Milano non gli aveva mai portato qualcosa di buono. L’ultima volta nel 1942 gli avevano rubato una penna stilografica a cui era molto affezionato. Ritornato a Sequals poté confidare tutte le sue tristezze all’adorata moglie. La madre non era presente, si trovava nella camera accanto, ammalata. La situazione non era delle migliori, la terza sconfitta patita contro Musina era avvenuta proprio nella città dove aveva conosciuto la donna della sua vita. Quel 12 maggio del 1946 non poteva in nessun modo essere scordato. Il suo amico, principe  Umberto di Savoia era diventato il 9 maggio  Re d’Italia. Gli italiani si apprestavano a votare il referendum istituzionale. Nella grande cucina aveva giocato con i suoi figli, e ad Umberto aveva ricordato che ora aveva un nome da Re. Con la moglie Pina ricordò i momenti in cui incontrò il Principe Umberto.  In un giornale Carnera aveva visto una foto che raffigurava il Re attorniato da tanta gente, e le bandiere Sabaude che garrivano al vento. Carnera da quando era tornato dopo la terza sconfitta contro Musina aveva esposto la bandiera con  lo stemma Sabaudo, un omaggio al nuovo sovrano. In quei giorni pregò il buon Dio che lo aiutasse a trovare una nuova via. Pina temeva che potesse scoppiare una guerra civile tra la fazione dei monarchici e quella dei repubblicani. Alle volte si metteva a guardare i bambini, le sarebbe piaciuto avere altri figli, per lei la maternità  era davvero la cosa più bella. Ma non era il momento, non ne aveva parlato a Primo, che di sicuro avrebbe voluto altri figli. Una mattina Carnera ricevette una lettera dall’America, non era strano ricevere posta da quel Paese, molti tifosi gli scrivevano per ricevere una foto con dedica. Il postino consegnava sempre tanta corrispondenza a Primo, e proprio l’altro  giorno aveva ricevuto delle notizie da un suo amico che si trovava a New York. La lettera che subito catturò la sua attenzione era di Aldo Spoldi,   un pugile che gli era amico e che aveva conosciuto ancora dal suo primo incontro di Milano. Quel ragazzo di allora combatteva nella categoria dei pesi leggeri, e ricordava che i suoi piedi erano capaci di entrare in una scarpa di Primo. Carnera chiamò la moglie che si trovava fuori e le chiese di rientrare. Carnera le lesse la lettera a voce alta che si sentiva fino in strada, il suo amico  Aldo Spoldi gli diceva che in America almeno una ventina di quotidiani avevano scritto che lui era morto durante la seconda guerra mondiale, e queste notizie erano poi state smentite da altri giornali. Aldo chiedeva a Carnera di poter venire in America. Il grande organizzatore di pugilato Babe Mc Coy gli  offriva la possibilità di fare una serie di incontri di lotta libera in giro per l’America. La gente americana non lo aveva dimenticato, e voleva che tornasse. Gli veniva offerto quindi un buon contratto e se fosse risultato vittorioso negli incontri, avrebbe guadagnato delle buone borse che avrebbero risanato la sua situazione economica. Aldo gli aveva detto che aveva incontrato il pugile Philip La Barba che lo attendeva. Pina mentre Primo leggeva la lettera commentò che forse una strada si stava finalmente aprendo, una speranza dopo tante delusioni e paure. L’avvenire dei figli doveva essere assicurato. Carnera soddisfatto di quello che aveva letto, s’incamminò, seguito dalla moglie verso lo studio per scrivere che accettava la proposta dei suoi amici.  Sulla scrivania aveva un crocefisso, e osservandolo lo ringraziò perché si era ricordato di lui. Pina pensava alle tante preghiere che aveva fatto nell’ultimo periodo e alle candele che la mamma di Carnera aveva portato alla Madonna supplicando il suo aiuto. Primo scrisse la lettera con una calligrafia data da una mano tremante dall’emozione.  Aldo  Spoldi, che durante la guerra era rimasto in America, aveva dovuto fermare ogni attività perché essendo italiano, venne  considerato nemico degli Stati Uniti: una mortificazione che non meritava. Gli italiani residenti in America durante la guerra furono trattati in malo modo. Primo andò a imbucare subito la lettera, e volle prima di chiuderla mettervi una foto sua assieme alla famiglia, di cui andava orgoglioso. Nei giorni che seguirono la famiglia Carnera attendeva la riposta dall’America che avrebbe cambiato in positivo le loro vite. La situazione politica in Italia non era molto tranquilla, si avvicinava la data del  referendum istituzionale, e dai giornali lesse una frase del politico Nenni che lo impressionò molto, perché sentenziava:” O la repubblica o il caos “ . Pensò al suo amico Re Umberto II che stava girando l’Italia per convincere il popolo a votare per la monarchia. Quanto gli sarebbe piaciuto essergli vicino, dirgli che lo stimava, e che sperava che potesse continuare a governare.   Venne il tempo delle elezioni e dai risultati vinse la repubblica con una maggioranza minima sulla monarchia.  Carnera ne fu dispiaciuto, e condivise questi pensieri con Pina che non disse nulla. La monarchia era finita, e  Carnera aveva letto che erano stati contestati i risultati. Si parlava di evidenti brogli, e a Napoli c’erano state delle vittime, persone che tenevano tra le mani la bandiera del re con l’intento di contestare i risultati. La monarchia aveva vinto da Roma in giù con percentuali davvero sorprendenti. Qualche giorno dopo, mentre stava lavorando in giardino, la moglie lo informò che il Re  Umberto II era andato in esilio: era il 13 giugno del 1946. Carnera rimase molto rattristato, il suo amico aveva lasciato l’Italia per andare in Portogallo. La sera, prima di addormentarsi, pensò all’ incontro che aveva avuto con lui e alla gioia che aveva provato nel momento in cui la moglie gli aveva detto che se il figlio che aspettava fosse stato un maschio, l’avrebbe chiamato Umberto e così fu.  Nei giorni che seguirono Carnera lesse dai giornali che il Re era partito dopo aver ricevuto il commosso saluto dei Corazzieri, e una donna gli aveva dato della terra italiana da portare con sé: un gesto commovente. Quella donna non aveva potuto fare altro per dimostrare la sua fedeltà al Re. Alcune foto che Primo gelosamente custodiva, lo raffiguravano mentre con la mano salutava, prima che il portellone dell’aereo si chiudesse. Pina commentando quella foto gli vennero in mente i figli del re che già avevano abbandonato l’Italia assieme alla madre e si commosse. Carnera non disse nulla e mangiò con grande malinconia la polenta che sua madre aveva preparato assieme a  del salame cotto. Una pagina della storia italiana si era chiusa, ma lui non avrebbe potuto dimenticare i Savoia. Qualche settimana dopo ricevette una lettera da Aldo Spoldi che lo invitava ad andare in America, dove lo avrebbe atteso e aiutato a sistemarsi. Carnera s’apprestò per preparare i documenti e il denaro  che gli serviva per comprare il biglietto dell’aereo che avrebbe preso per la prima volta.  Pina  doveva rimanere a casa con i figli, se le cose si fossero messe bene lo avrebbero raggiunto. I giornali riportavano la notizia della sua partenza, e un giornalista del Gazzettino era giunto a Sequals e lo aveva intervistato a lungo. Primo aveva dichiarato che lasciare il suo paese era una grande pena nel cuore, ma gli si offriva una possibilità che non poteva non accettare. Carnera disse che soffriva nel partire solo, e  lasciare la famiglia e la mamma malata al paese. Il campione si era lasciato andare a qualche pensiero malinconico, ma bisognava andare avanti, ogni giorno si doveva scrivere una pagina nuova nel libro della vita. Anche Pina appariva molto turbata e triste per la partenza del marito. Carnera arrivò in America nell’agosto del 1946, tra qualche mese avrebbe compiuto quarant’ anni, e non erano pochi per un  atleta. L’America continuava ad essere generosa con lui, perché gli offriva la possibilità di ricominciare a sperare. All’arrivo in aeroporto incontrò il suo amico Aldo Spoldi, che  lo abbracciò con gioia, e con lui c’era anche il sostenitore di sempre, Philip la Barba che aveva salvato dalla fame lui e i suoi compaesani con quelle casse di cibo mandate dal cielo con l’aereo e successivamente per via terra.  Nel mondo della boxe era molto sentito il cameratismo. Carnera e i suoi amici non erano  usciti dall’aeroporto che furono avvicinati da un signore piuttosto robusto vestito di scuro, che con aria austera chiese a Primo che si presentasse. Carnera con il suo vocione pensava che questi lo schermisse e gli disse che avrebbe dovuto riconoscerlo, data la sua popolarità in America. Questo signore gli domandò per la seconda volta  che si presentasse. Carnera lo assecondò, temendo che ci fossero delle irregolarità sui suoi documenti. Con sua grande sorpresa, l’uomo estrasse dalla sua giacca una busta bianca e la diede a Carnera dicendogli: “ Sono duemila dollari di tasse governative che lei ha pagato in più di quanto dovesse”. Questa somma era rimasta nelle mani del governo americano dal 1936 al 1946, maturando anche degli interessi. Questo fu il primo contatto che Carnera ebbe con lo stato americano. Primo osservò subito il contenuto della busta, non vedeva tanto denaro da molto tempo, e quasi si commosse. Il suo pensiero fu per i figli e la moglie, e la prima cosa che voleva fare era quella di spedire la somma a casa.  Questa sorpresa fu un ottimo benvenuto da parte della vita, ma ora bisognava fare un passo in avanti maggiore. Carnera nei primi giorni della sua permanenza in America aveva compreso  che doveva iniziare tutto da capo. I sui amici gli avevano offerto una possibilità che non poteva fallire, Lo consolava molto nel vedere che gli italo-americani non l’avevano scordato e lo accoglievano con grande calore, come si faceva con un amico che ritornava a casa. Dall’Italia non si era portato molte cose, la sua valigia era quella di un emigrante che stavolta era arrivato in aereo. Quei pochi vestiti consunti dovevano essere sostituiti, pertanto, fu accompagnato da un sarto che gli prese le misure per una serie di abiti.  Carnera ci teneva a vestire bene.  Dentro di sé c’era una grande voglia di ricominciare, e Aldo Spoldi lo faceva sentire a suo agio. Nel momento in cui si incontrarono con il nuovo procuratore, fu firmato un primo accordo economico molto vantaggioso, Carnera richiese anche la presenza di un suo avvocato che analizzasse tutti i contratti che avrebbe sottoscritto d’ora in avanti. Non voleva essere truffato come era successo in passato. L’ avvocato avrebbe percepito l’1% degli incassi, ma d’altro canto, avrebbe donato una grande tranquillità al campione. Secondo il contratto Carnera doveva combattere quasi ogni giorno e in posti diversi dell’America.  Quando vi era stato per la prima volta, come boxeur combatteva anche tre- quattro volte al mese, senza risparmiarsi, ma allora era più giovane.

sabato 15 gennaio 2022

La Monarchia dal 1922 a .... domani

Opuscolo del 1946. Ne avevamo promesso la diffusione. Un ripasso veloce, puntuale, agevole.

Lo staff

L’INCARICO A MUSSOLINI

Nella questione istituzionale — Monarchia o Repubblica — che si dibatte in Italia non hanno poca rilevanza, fra gli addebiti che si fanno alla Monarchia, le accuse che si muovono al Re per i suoi comportamenti verso il regime, nonché per la sua acquiescenza alla guerra e il suo dipartirsi da Roma l'8 settembre. Parrebbe pertanto necessario esaminare i fatti e i documenti, di cui si è finora a conoscenza per valutare l'opera del Sovrano; non è che con questa disamina si risolva il dilemma, che evidentemente si deve impostare su altre basi, ma col chiarire questi punti si sarà già fatto un passo per la soluzione.

Le ragioni che indussero il Re a incaricare Mussolini del Governo alla fine dell'ottobre 1922 furono complesse e non solo contingenti.

Pietro Silva nel suo recentissimo « Io difendo la Monarchia » (1) ne fa risalire le primissime origini al decadimento del Parlamento quando nel 1915 « la volontà del Parlamento per la prima guerra mondiale fu forzata da un moto di piazza»: la maggioranza Giolittiana della Camera, favorevole alla neutralità nel 1914, spinta da manifestazioni di partiti favorevoli alla guerra — democrazia massonica, nazionalisti, socialisti riformisti, gioventù universitaria e dal gennaio 1915 «i fasci di azione rivoluzionaria per l’intervento» fondati allora da Mussolini, ed in genere la stampa più autorevole e gli infiammati discorsi di D'Annunzio - aveva finito per accettare unanimemente Salandra. Vinta la guerra queste forze popolari estranee al Parlamento, che si erano imposte nel 1915, ripresero il sopravvento nel 1918, guidate da una parte dai partiti estremi che si erano inanimiti per le vittoriose rivoluzioni russa ed ungherese, e dall'altra dai Fasci che, oltre a vantare l'apporto della loro volontà per l'entrata in guerra, impegnavano una lotta sempre più vigorosa contro gli avversari. Il Paese invece, piegato dall’immane sforzo della guerra combattuta, si manteneva nella grande generalità quasi agnostico.

In armonia a questo ordine di cose le elezioni dell'autunno del 1919 diedero la vittoria ai Partiti cosiddetti di massa; mentre. i popolari portarono i loro deputati a 101; i socialisti ebbero nella Camera 156 deputati che all'entrata del Re a Palazzo Madama per il discorso della Corona intonarono «Bandiera rossa». Cominciarono allora in Paese agitazioni gravi: scioperi industriali, agrari e nei servizi pubblici; nel 1920 occupazione delle fabbriche… e in Parlamento il marasma più completo; sì che fu necessario adottare l'unico espediente che la Costituzione poneva nelle mani del Re: scioglimento della Camera e nuove elezioni nell'aprile 1921. Ma disgraziatamente la legge elettorale politica a scrutinio proporzionale anziché dare rappresentanze forti e capaci di costituire forti governi, favorì lo sminuzzamento in gruppi e gruppetti che collegatisi fra di loro, diedero al Ministero così scarsa maggioranza che Giolitti nel successivo giugno rassegnò le dimissioni.

Fu sostituito da Bonomi; ma l'oscillare dei vari gruppi e la poca adesione da parte anche dei gruppi maggiori, oltre a dare al suo ministero una permanente debolezza, dopo pochi mesi di vita stentata, finì per determinare la sua caduta nel febbraio 1922. Scrive Sforza: «La crisi che ne seguì... fu la più lunga in Italia dal 1848 in poi: il Paese vi sentì una prova che il Parlamento non funzionava più» (2). Furono dal Re, fatti successivi tentativi con De Nicola, con Giolitti, con Orlando, che non ebbero seguito per contrasti fra i vari gruppi dalla Camera, essenzialmente di carattere personale. I Capi dei Partiti restituendo il mandato designavano Facta. Questi formò il suo primo Ministero nel marzo, ma durò poco più di tre mesi, «dando la più clamorosa dimostrazione dell'impotenza della Camera» (3).

Nuovi incarichi da parte del Saviano: De Nicola, poi Giolitti che dovette ritirarsi per il veto di Don Sturzo Capo dei Popolari; poi Bonomi che urtò contro l'opposizione dei socialisti; Meda che ottenne la adesione dei suoi popolari a partecipare al Governo sua non ne vollero assumere la Direzione e poi di nuovo Orlando che tentò un ministero di pacificazione nazionale con approcci ai socialisti e relativa chiamata di Turati al Quirinale; ma la combinazione non riuscì, volendo i Socialisti il Ministero dell'Interno, al che i popolari si opponevano. Successivi incarichi ancora a De Nicola e Tittoni non poterono prendere forma, sì che fu necessario ritornare a Facta e la Camera, che aveva reso impossibile qualunque combinazione vitale, gli accordò nuovamente fiducia il 10 agosto 1922.

Come si è visto in poco più di un anno quattro Ministeri attraverso tentativi di ogni sorta sempre andati a vuoto!

Era la più angosciosa delle crisi parlamentari, mentre i fascisti si facevano sempre più arditi capeggiando nel Paese movimenti di rivolta, occupando case comunali, incendiando sedi di organizzazioni socialiste e comuniste, con spargimento di sangue; sfociando il 25 ottobre al Congresso di Napoli e alla cosiddetta «Marcia su Roma».

Facta comprende che deve agire energicamente: raduna il Consiglio dei Ministri per l'indomani e «in vista delle risoluzioni che sarebbero state prese, telegrafò il 27 al Re per avvertirlo della opportunità di partire per la Capitale» (4).

S. M. arriva alle 19 ed ha, un primo breve colloquio con Facta nella saletta della stazione: secondo colloquio a Villa Savoia alle 21 (5). Disgraziatamente l'autore non dice parola di questi colloqui, come neppure del terzo che ebbe luogo l'indomani mattina quando il Re non credette firmare il decreto per lo stato d'assedio che Facta gli portava in seguito alla decisione del Consiglio dei Ministri tenuto alle 5 del mattino, decreto già affisso dalle 8,30 sui muri di Roma e telegrafato ai Prefetti alle 7 e mezza (6). Così essendo, quale giustificazione può avere l'isolato «mutamento di S. M. che Facta andando a Villa Savoia era ben lontano dal prevedere (7) se di quante avesse significato il Sovrano nei due primi colloqui non è detto nulla?

Quanto ai motivi per i quali il Sovrano non avrebbe firmato il decreto, P. Silva riporta che il Re avrebbe detto a Facta che «lo stato d'assedio opposto ai fascisti sarebbe stata la guerra civile con le sue gravissime conseguenze» , aggiungendo che «non era possibile né augurabile soffocare nel sangue un movimento così forte nel Paese e così sorretto dall'opinione nazionale» (8). E aggiunge ancora altro motivo: «la ragione addotta dal Re collimava con la dichiarazione fatta poco prima al telefono da Federzoni il quale, in comunicazione col «Popolo d’Italia» di Milano alle nove di quel mattino, aveva insistito perché fosse fatto sapere a Mussolini «che perché il Re non prenda delle determinazioni che senza dubbio aggraverebbero la situazione incalcolabilmente, bisognava che potesse agire e subito (incarico a Mussolini) in condizione di visibile libertà, cioè che non esistesse una pressione... insomma  esteriore » (9).

L'opera del Re pertanto non poteva essere più avveduta e più evidente e così fu giudicata allora e di poi universalmente in Italia e all'estero. È appena il caso di aggiungere che fu pura e maligna invenzione quanto fu affermato dai Partiti, avversari alla Monarchia che il Re avesse cambiato avviso, in seguito a interferenze del Duca di Aosta. per il timore di veder sostituita la linea secondogenita: chi più deve aver sofferto di tale insinuazione fu certo il Duca d'Aosta stesso. Il suo testamento spirituale fa ripetuto cenno della sua lealtà: « Innalzo a Dio il mio pensiero riconoscente per avermi concesso nella  vita infinite grazie, ma soprattutto quella di servire la Patria e il mio Re con onore ed umiltà, » e più oltre «...al mio augusto Sovrano che ho servito sempre con lealtà., con ardore e con fede, rivolgo... » (10). Non è in punto di morte che un credente e uomo di onore scrive tali attestazioni se non fossero le più sincere.

Scartata l'idea di fronteggiare e    di sperdere i fascisti, restava di avvisare come provvedere al dimani. Ho già accennato che il Sovrano si era reso conto che il movimento fascista era forte in Paese e sorretto dall'opinione nazionale; e non aveva torto. Scrittori di ogni tendenza l'accertarono allora e di poi: Sforza nella citata sua opera scrive: «Pochi uomini furono accompagnati più di Mussolini da voti di successo così numerosi anche se soltanto rassegnati» (11). E Bonomi: «Corrono a lui reduci di guerra, intellettuali, studenti, professionisti, piccoli borghesi mossi da uno spirito idealista di Patria in apposizione alla prepotenza bruta di folle incolte ed illuse...; finalmente lo ingrossano le folte schiere degli agrari e degli industriali che vedono in lui uno strumento efficace per distruggere la minaccia rossa e ristabilire l'ordine nella produzione e nel lavoro » (12). E ancora ultimamente - 14 ottobre 1945 – nella Gazzetta d'Italia», Labriola ricordava un suo discorso del 2 aprile 1924 in cui non dubitava di affermare che «sarebbe difficile negare che nell'ottobre 1922 il Paese non aveva nessuna voglia di ostacolare la strada al fascismo, come movimento che assumeva di voler ristabilire la pace interna e di combattere socialismo, il Fascismo rispondeva a sentimenti abbastanza diffusi…; il Paese desideroso di pace aiutò il successo del movimento fascista».

Né, possiamo dimenticare che nello stesso esercito, pur nella totalità fedele al Re, si intravvedevano correnti non del tutto contrarie a Mussolini, come scrive Alfredo Misuri (13). «... l'esercito lusingato dalla magnifica rinascita dello spirito guerriero della stirpe, con la massa enorme degli smobilitati in attesa di sistemazione nella vita civile che speravano in una ripresa militare; con la massa minore ma sempre vigile ed attiva degli Ufficiali costretti a vegetare fuori quadri in posizioni ausiliarie, o che so io, che speravano          una ripresa di carriera ed influenzavano i fortunati colleghi rimasti in servizio attivo a non opporsi, anzi a favorire la rinascita di uno spirito avventuroso che avrebbe ridato forza alla Nazione, le avrebbe consentito di conseguire altre vittorie le quali questa volta non sarebbero state mutilate con la sopportazione dì uomini ad arrestare la Marcia su Roma ».

Il Sovrano pertanto, pur essendo a conoscenza chele trattative iniziate da Mussolini con Giolitti dopo il Congresso di Napoli per un Ministero da questi presieduto, ma con otto dicasteri ai fascisti, era stato alla fine silurato dallo stesso Mussolini, il quale aveva cercato solo di guadagnare tempo, non credette poter esimersi da un ultimo analogo tentativo a mezzo di Salandra; ma Mussolini dichiarò « che per arrivare ad una transazione con Salandra non valeva la pena di mobilitare e che il Governo doveva essere nettamente fascista»: telegramma della notte del 29 al giornale « il Mezzogiorno » di Napoli (14)

E poiché ogni tentativo per far andare Mussolini a Roma a conferire col Sovrano e con Salandra urtò nella categorica risposta che non si sarebbe mosso da Milano se  non dopo aver ricevuto l'incarico di comporre il Ministero, il Sovrano, su consiglio dello stesso Salandra, incaricò De Vecchi di mettersi i contatto con Mussolini e dichiarargli che gli affidava l'incarico di comporre il Ministero (15). Del resto fin dal 13 agosto il sen. Albertini non aveva dubitato di affermare in Senato che «era arrivata l'ora di riconoscere che il miglior mezzo di togliere ogni pretesto alla violenza era di chiamare i fascisti a dar prova della loro capacità di dirigere la cosa pubblica e mantenere le loro promesse. E lo stesso aveva il 27 ottobre telegrafato al Gen. Cittadini, Primo Aiutante di campo di S. M. che « era inutile pensare ad una combinazione Salandra essendo ineluttabile l'esperimento Mussolini» (3).

Tutto questo bisogna aver presente per giudicare dell'opera del. Re; da una parte riportarsi alle gravi condizioni di allora e dall'altra ricordare Mussolini dell'ottobre 1922, non quale lo vedremo al 1925 e tanto meno come lo possiamo giudicare ora.

Il procedimento del Sovrano fu allora favorevolmente accolto da tutta la stampa; da tutti si plaudiva al Re per aver evitato il conflitto fra l'esercito, e le squadre fasciste e non fu solo plauso di «allora», ma per molti anni in Italia e all'estero «salì verso il Sovrano per quell'atto tempestivo e coraggioso un coro di elogi » ..

E Mussolini, indubbiamente tempista, come si compiacevano dichiararlo i suoi seguaci, non» solo ordinò subito lo scioglimento delle squadre, ma non mancò di ammonire, — sia pure, si disse, per ispirazione sovrana — gli Ufficiali di astenersi da dimostrazioni e dalle lotte dei partiti, e costituì un ministero da consolidare la fiducia della Nazione, chiamando a farne parte coi tecnici militari Diaz e Thaon di Revel, i rappresentanti di ogni colore politico costituzionale, dai fascisti ai liberali, ai democratici, ai giolittiani, nittiani, popolari — i democristiani di allora, — ciò che col Paese, deve aver rassicurato anche il Re.

 

 

(1)         Pietro Silva - Io difendo la Monarchia, pag. 12 e segg. Ed de Fonseca - Roma 1946.

(2)         Carlo Sforza, l'Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi. pag. 136. Ed. Mondadori, 1944.

(3)         lvanoe Bonomi: Edizioni Mondadori. Dal Socialismo al Fascismo.

(4)         Efrem Ferraris: La Marcia su Roma veduta dal Viminale.

(5)         Efrem Ferraris Op. cit

(6)         Efrem Ferraris Op. cit

(7)         Efrem Ferraris Op. cit

(8)         Pietro Silva op.cit pag 62

(9)         E Ferraris op.cit

(10)      Testamento spirituale di S.A.R Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosata

(11)      Carlo Sfrorza op cit pag 148

(12)      Ivanoe Bonomi op cit pag 44

(13)      Alfredo Misuri con la Monarchia o verso la repubblica

(14)      E. Ferraris op cit pag 108,  125, 122

(15)      P. Silva op cit  pag 67